DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Spagna, Rajoy cancella l’aborto di Zapatero


L'autore è il responsabile della Giu­stizia, Alberto Ruiz-Gallardón. E, ieri, il Consiglio dei ministri l’ha approvata. Fin dal nome – Legge organica per la protezione del concepito e della don­na incinta – si capisce che la nuova nor­mativa sull’aborto targata Partido Popular ribalta di 360 gradi la misura-Zapatero. Che liberalizzava l’interruzione di gravidanza nelle prime 14 settimane. Anche per le 16 e 17enni senza il consenso dei genitori. O­ra, il provvedimento ritorna alle linee gui­da del 1985, mantenute fino al 2010, quan­do il governo socialista varò lo “strappo”. 
Una donna può mettere fine alle gestazio­ne in due casi specifici: stupro, regolar­mente denunciato, o rischio per la salute fi­sica e psichica della madre, certificato da u­no specialista. L’avvallo medico è stato in­trodotto per evitare le “scorciatoie” della precedente legislazione, in cui l’eventuale danno per la mamma era utilizzato in mo- do alquanto “flessibile”. In entrambe le si­tuazioni, le donne potranno sottoporsi al­l’intervento fino alla 22esima settimana. Scompare, invece, la possibilità di inter­rompere la gravidanza per malformazione del feto. Anche su tale punto la formula­zione è volutamente nebulosa.
L’aborto sarà consentito nel caso di un elenco tas­sativo di «incompatibili con la vita» e non per qualunque forma di disabilità. Si tratta, però, di una dei punti più spinosi del testo che sarà precisato nella successi­va discussione in Aula. Il provvedimento è chia­ro sulla questione minorenni: queste ultime po­tranno interrompere la gravidanza – nei casi consentiti dalla legge – solo con il consenso e­splicito dei genitori. Tra le principali innovazioni, però, c’è la non punibilità della donna che abortisce. «Si tratta di una vittima e non di una criminale», ha pre­cisato Gallardón. Per questo, nonostante al di fuori dei casi previsti l’aborto sia un delitto, chi vi sottopone non può essere incarcerato. In cel­la, invece, finiranno coloro che praticheranno gli interventi in modo illegale. Il provvedimento, infine, garantisce il diritto di obiezione di coscienza per tutto il personale sa­nitario. Dopo il via libera del Consiglio, il testo dovrà passare per il Parlamento dove il partito di Mariano Rajoy ha la maggioranza. L’esito del­la battaglia in Aula, però, non appare scontato. I socialisti hanno già annunciato che cerche­ranno con ogni mezzo di frenare quella che de­finiscono «una controriforma». Da qui la ri­chiesta del voto segreto.

Lucia Capuzzi
Avvenire 21 dicembre 2013


E ora i mori vogliono riconquistare la Spagna


di Francesco De Remigis


Tratto da Il Giornale del 24 gennaio 2011

Parte da Cordoba la reconquista dell’islam spagnolo. Cinquecento anni dopo la caduta del regno dei Mori i leader musulmani si proclamano loro discendenti.

Chiedono al governo cittadino di permettere ai nuovi moriscos di pregare nella cattedrale principale, perché era una moschea durante il regno di al Andalus ed oggi è invece patrimonio dell'umanità. Dunque via ai volantinaggi e sit-in per ottenere l’autorizzazione. Qualche settimana fa, i leader della comunità islamica avevano detto che la Spagna avrebbe avuto un’occasione importante nel 2011: riparare il torto delle conversioni forzate del 1502 offrendo la cittadinanza ai discendenti dei moriscos. «Come scuse e come riconoscimento degli errori fatti», si leggeva in una delle manifestazioni di rivendicazione. Perché i mori furono effettivamente espulsi da re Filippo III, nel 1609. Anche per la loro impopolarità, diffusa specialmente a Valencia. Oggi sembra che i governanti si comportino in modo più conciliante con l’islam, nonostante il malcontento dei cittadini cresca di fronte a queste iniziative, associate spesso alle richieste di altre moschee.

Gli imam di Cordoba coltivano alla luce del sole la speranza di ricreare l'antica città. Dicono di volerla trasformare in un luogo di pellegrinaggio per i musulmani di tutta Europa. E ci stanno lavorando. I fondi per il progetto “Córdoba la Mecca d’Occidente” li stanno ottenendo da governi benestanti, come quello degli Emirati Arabi Uniti e del Kuwait, ma anche attraverso organizzazioni musulmane in Marocco ed Egitto. In tutta la Spagna proseguono i progetti di sensibilizzazione alla reconquista. Nella città basca di Bilbao la comunità islamica ha fatto recapitare volantini in spagnolo e in arabo per chiedere ai cittadini il denaro necessario alla costruzione di una moschea di 650 metri quadrati. Ma ne servono molti per coprire i 550 mila euro preventivati. E si rivolgono anche ai musulmani che non intendono impegnarsi: «Siamo stati espulsi come moriscos nel 1609, ma l'eco di al Andalus risuona ancora in tutta la valle dell’Ebro. Siamo tornati per restarci. Insha'Allah (se Allah lo vorrà)», si legge nel sito. A Saragozza, con la sua comunità di 22 mila musulmani, gli imam stanno negoziando l'acquisto di una struttura abbandonata. Un’ex scuola cattolica romana del valore di 3 milioni di euro. La scuola è stata però occupata da un gruppo di ragazzi nel settembre scorso e si sta lavorando ad una soluzione alternativa.

Questo percorso di reislamizzazione è piuttosto facilitato dalle istituzioni, se non favorito. A Barcellona già tre anni fa è stata votata una legge che impegna le amministrazioni a concedere una parte di suolo pubblico per l’edilizia di uso religioso. Dunque diventa sempre più facile realizzare nuovi luoghi di culto. Se ne sono accorti anche i sauditi che, dopo i minareti di Marbella e Fuengirola, stanno finanziando altri progetti sul modello del Centro Islamico di Madrid, una delle più grandi moschee d'Europa pagata 30 milioni nel 1992 dal governo saudita. La capitale catalana ospiterà invece una struttura di 12 mila metri quadrati. L'obiettivo è di aumentare la visibilità dei musulmani per promuovere i «valori comuni tra Islam e l'Europa».

Zapatero "sdogana" le mamme in affitto

n Spagna no, all’estero sì. Il governo di Madrid iscriverà nel suo Registro Civile tutti i bambini nati da una «madre in affitto» in Paesi – come gli Usa, la Russia, la Gran Bretagna o l’Ucraina – dove questa pratica è legale. Per il ministero della Giustizia l’obiettivo è fare ordine fra i casi di bimbi spagnoli venuti a mondo ricorrendo all’“affitto” della gestante al di fuori dai confini nazionali.

Ma il Foro della Famiglia avverte: questo passo può “aprire le porte” ad una futura legalizzazione delle “madri in affitto” anche nel Paese iberico. La decisione del governo di José Luis Rodriguez Zapatero preannuncia nuove polemiche in un terreno spinoso. La legge spagnola è chiara: secondo l’attuale legislazione nazionale, è “madre” solo la persona che dà alla luce un figlio. Lo sancisce la stessa Legge di riproduzione assistita, riformata nel 2006 dall’attuale esecutivo socialista. La norma, fra l’altro, considera “nullo” qualsiasi tipo di contratto (a pagamento o meno) che regoli la gestazione di una donna a favore di altri. Il ministero della Giustizia ha promulgato un decreto – apparso ieri sulla Gazzetta Ufficiale (il Boe spagnolo) – che permette ai piccoli venuti alla luce all’estero tramite una “madre in affitto”, di essere iscritti nel Registro Civile, purché uno dei due progenitori sia spagnolo e la mamma rinunci alla filiazione. La novità riguarda in modo particolare le coppie omosessuali. Finora poteva essere riconosciuto come genitore solo il padre biologico, mentre il partner – al di là del sesso (dato che in Spagna è stato regolarizzato il matrimonio gay) – doveva ricorrere all’adozione del bimbo. Da ora in poi, dunque, entrambi i partner (a prescindere dal sesso) potranno registrarsi come progenitori del bambino.

La notizia ricorda una vicenda recente. Una coppia omosessuale di Valencia si era rivolta ad una “madre in affitto” in California per avere due gemelli. Una volta in Spagna, dopo una lunga storia burocratico-giudiziaria, un tribunale valenciano ha annullato l’iscrizione nel Registro Civile dei due uomini come “progenitori” dei due piccoli. La decisione del ministero della Giustizia è stata accolta con grande soddisfazione dalla Federazione nazionale dei gay, dei transessuali e delle lesbiche: la normativa risponderebbe ad una domanda sociale e metterebbe fine ad una «chiara discriminazione», sostiene l’organizzazione. Ma per una buona fetta dell’opinione pubblica spagnola si tratta dell’ennesimo “strappo” di Zapatero in un ambito – quello familiare – che richiede sensibilità e cautela. Per Benigno Blanco, presidente del Foro della Famiglia, le conseguenze del regolamento saranno molteplici. In primis si rischia di «incentivare» la ricerca di «madri in affitto» all’estero. Ma non solo. «Ben presto qualcuno comincerà a chiedersi perché si può fare all’estero e non in Spagna, e alla fine verrà legalizzato» anche qui, ha detto Blanco al quotidiano Abc.

La nuova legge garantisce al piccolo il diritto di conoscere la madre biologica: il nome della donna verrà riportato nella sentenza giudiziaria del Paese d’origine, che dovrà essere presentata come condizione iniziale per l’iscrizione nel Registro spagnolo. L’atto giudiziario deve riconoscere che la madre gestante è d’accordo.
Michela Coricelli

© Copyright Avvenire

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Spagna, fecondazione in provetta ai gay

Proposta dei socialisti di Zapatero per estendere anche alle coppie di lesbiche i servizi della legge: dalla norma deve sparire «marito» e «moglie»


di Michela Coricelli
Tratto da Avvenire del 22 agosto 2010

Si può sem pre fa re di più. Le riforme ap provate fi nora dal go verno di Za patero non bastano: serve un nuovo ritocco alla Legge sul la riproduzione assistita per permet tere esplicitamente alle coppie lesbi­che sposate di ricorrere alla donazio ne di ovuli fra partner. A chiederlo non sono le organizzazioni per i di ritti dei gay, ma lo stesso Partito so cialista del premier José Luis Rodri guez Zapatero. Il Psoe ha presentato una proposta (non di legge) per aprire un dibattito nell’am bito della Commis sione Uguaglianza e promuovere l’enne sima riforma della normativa, in vigore dal 2006.

Il matrimonio fra persone dello stesso sesso era già stato varato dal Parlamen to spagnolo (nel 2005), ma nella Leg ge sulla riproduzione assistita ci si è “dimenticati” di cambiare alcuni ter mini. La norma stabilisce che le «do nazioni» devono essere del tutto a nonime, a meno che non si tratti di «marito e moglie».

Nel testo – sottolineano ora i sociali sti – si parla ancora di «marito», «uomo non sposato» e «pa­ternità», mentre bi sognerebbe utilizza re «coniuge», «perso na non sposata» e «fi liazione».

Alcune coppie lesbi che – continua il Psoe in un comuni cato – desiderano che l’ovulo feconda to di una delle due donne venga im piantato alla partner, pur «rispettan do l’anonimato del donante di gameti maschili, esterno alla coppia»: se condo la legge, «all’interno della cop pia non può essere considerata do nazione, bensì cessione, e non è proi bita». I termini del testo, però, danno adito ad «interpretazioni restrittive» e «situazioni di discriminazione», de nunciano i socialisti. Le cliniche spa­gnole di riproduzione assistita – sot tolinea il quotidiano La Razon – non permettono che due donne omoses suali si cedano ovuli per ricorrere a trattamenti di fecondazione.

La Legge sulle tecniche di riprodu zione umana assistita – approvata 4 anni fa – aveva provocato un’accesa polemica, introducendo nella legi slazione spagnola la diagnosi geneti ca pre-impianto, che permette la se lezione di un embrione sano per evi tare eventuali malattie ereditarie (scartando gli altri embrioni) o per generare un fratello (donante com patibile), che possa «curare» un bam bino malato.

Spagna, la «morte degna» è già legge in Andalusia

L’Andalusia è la prima regione spagnola con una legge che garantisce la cosiddetta «morte degna». Si chiama «Legge dei diritti e delle garanzie della dignità delle persone nel processo di morte»: è stata pubblicata il 7 maggio nella Gazzetta ufficiale della comunità autonoma andalusa ed entrerà in vigore il 27 maggio. Proibito parlare di eutanasia, ma…



Il governo regionale – socialista, come l’esecutivo centrale di José Luis Rodríguez Zapatero – assicura che questo testo non ha nulla a che fare con l’eutanasia attiva o il suicidio assistito, vietati (almeno per ora) dal Codice penale spagnolo. Ma l’iniziativa andalusa genera scetticismo: il Faro andaluso della famiglia e l’associazione “Hazte oir” in precedenza avevano espresso il timore che si tratti del primo passo verso l’eutanasia; uno strappo nella maglia legislativa iberica, per aprire il terreno ad una prossima riforma più radicale.
La normativa riconosce al paziente il diritto di rifiutare medicinali, interventi e terapie che potrebbero prolungare la sua vita in modo «artificiale». Il malato in fase terminale può dire no al respiratore artificiale o ad un farmaco. È una sua scelta. Il paziente ha anche il diritto a ricevere sedativi per calmare il dolore, anche se questi rischiano di accelerare la sua morte. Il testo vieta inoltre l’accanimento terapeutico e regolarizza la limitazione degli interventi di medici e personale sanitario. La legge assicurerà il rispetto della volontà del malato, anche qualora sia stata messa per iscritto precedentemente, con il testamento biologico. Dal 27 maggio tutti gli istituti sanitari andalusi – ospedali pubblici o cliniche private (anche religiose) – saranno obbligati a rispettare la norma, senza eccezioni. Nel testo, infatti, non è prevista l’obiezione di coscienza come era stato richiesto dall’opposizione.
L’Andalusia è la prima comunità autonoma spagnola a sancire i diritti dei pazienti in fase terminale, ma è probabile che altre regioni seguiranno l’esempio. Nonostante le assicurazioni del governo locale socialista, il testo contiene zone d’ombra e ambiguità, in particolare per quanto riguarda le cure palliative e la mancata garanzia del diritto all’obiezione. Il dibattito è bollente. Nessuno nega i diritti di un malato terminale a fermare il dolore, ma il testo riapre inevitabilmente la spinosa questione del significato di «morte degna». C’è chi pensa che una legge ad hoc non fosse necessaria, soprattutto in un momento in cui le reali preoccupazioni degli spagnoli sono altre. Insieme alle Canarie, l’Andalusia è la regione con il più alto tasso di disoccupazione di tutta la Spagna: è senza lavoro il 27% della popolazione attiva, ovvero 1.080.900 di persone.

di Michela Coricelli
AVVENIRE 2010-05-08

Entro quattro anni la Spagna sarà ai primi posti in europa per le interruzioni di gravidanza

Tratto da Avvenire del 17 aprile 2010

Un triste record. La Spagna è il Paese dell’Unione europea che ha registrato la maggiore crescita nel numero degli aborti. In un decennio la situazione è precipitata. Se nel 1998 le interruzioni volontarie di gravidanza furono 53. 843, nel 2008 divennero 115. 812: un incremento pari al 115%.

Solo il 2% degli aborti vengono realizzati negli ospedali pubblici: il resto è un business delle cliniche private. (È di pochi giorni fa la notizia di una promozione avviata da alcune cliniche private andaluse che offrono interventi di aborto alle giovanissime con sconti del 20% e inseriti in una sorta di “tessera fedeltà”). Secondo l’Istituto di Politica Familiare (Ipf), la prossima riforma peggiorerà ulteriormente le cose: gli aborti si moltiplicheranno. «La nuova legge rappresenta un errore tremendo e un passo indietro rispetto alla convergenza europea», denuncia l’Ipf. Le previsioni sono preoccupanti: «La Spagna, insieme alla Francia e alla Gran Bretagna, nel 2015 diventerà il Paese dell’Ue con il maggiore numero di aborti». (Mi. Co.)

Caro Zapatero, le spiego le favole Di FERDINANDO CAMON

I l governo Zapatero intende, dunque, mettere al bando tre favole perché le considera nocive all’educazione delle bambine, e cioè: 'Biancaneve', 'Cenerentola' e 'La Bella addormentata nel bosco'. La tesi – come già riportato su Avvenire di domenica – è che le tre favole calano nel cervellino delle bambine un’idea sbagliata delle donne, la vita delle donne, il loro rapporto con i mariti e con la società in genere. Perché le protagoniste si trovano sempre nei guai, non sanno cavarsela, piangono e aspettano l’aiuto di una forza superiore, puntualmente incarnata da un giovanotto ricco e potente, di nobile lignaggio, addirittura un principe, che arriva sul suo cavallo bianco, le porta via e le sposa. L’uomo è la salvezza. Il matrimonio è la suprema protezione. La bambina-ragazza non è autosufficiente. Senza il giovanotto, è perduta. Le donne che, quand’erano bambine, sono state allevate con le favole, sono destinate alla schiavitù. Perché siano donne libere domani, bisogna toglier loro le fiabe oggi. E specialmente quelle tre fiabe.
Se questo è il progetto del governo spagnolo, mi sento chiamato in causa personalmente, perché ho cresciuto due nipotine non negando mai loro la visione delle favole, quelle e altre, quando me lo chiedevano. Unica astuzia: restare vicino a loro. Ho avuto modo, così, di misurare mese per mese la maturazione, diciamo così, intellettuale delle piccole, perché anche capire la favole richiede uno sviluppo mentale. A pochissimi anni, uno e mezzo, due, la prima nipotina non capiva perché ora si vede Biancaneve e poi si vede la matrigna. Era convinta che Biancaneve, se non era più dentro il televisore, fosse uscita nella nostra stanza. E si guardava intorno cercandola. Ci son volute settimane perché capisse che c’è una realtà virtuale. Nella favola di Cenerentola il re dice: «Domani faremo una grande festa da ballo».
Sparisce il re e comincia la festa. La bambina ha gridato: «Perché adesso è domani». Aveva capito il tempo nella fiction, cioè nel film, cioè nella letteratura. Grande scoperta. Quando in 'Biancaneve' appariva il Cacciatore, la bambina tremava. Perché il Cacciatore ha l’ordine della Matrigna di portare la bambina nel bosco e ucciderla. Nella boscaglia il Cacciatore solleva il coltello alto sulla bambina, il coltello luccica e manda lampi, e la mia nipotina lancia un grido. La scena durava pochi secondi, perché poi il Cacciatore si pentiva e lasciava la piccola in vita. La nipotina era terrorizzata da quei brillii della lama nel cielo. Non voleva perdere la favola, ma non voleva vedere quel coltello. Allora le ho insegnato un trucco: le ho messo in mano il telecomando del videoregistratore, e lo ho indicato il tasto che accelera la visione. Con quel tasto lei 'faceva scappare' il Cacciatore. Quel brillio della lama era un’astuzia maligna di Walt Disney, sapeva che col terrore avrebbe affascinato i piccini. Dopo Disney, tanta tv usa la tecnica del terrore, e tanto cinema, e tanti fumetti, e insomma tanta vita. Imparando a superare quel terrore, la piccola non ha raggiunto una vittoria su Walt Disney, ma sulla vita. È cresciuta. Un giorno diventerà ragazza, un giorno donna, e di lei sarà quel che sarà. Ma le favole l’hanno educata alla trama, al pathos, all’arte (sono, obiettivamente, capolavori artistici: Zapatero vuol buttar via l’arte?), al sentimento. Quanto al rapporto tra la bella prigioniera e il principe salvatore, il vero schiavo mi sembra il principe, costretto a imprese sovrumane, lotte spietate, mostri da abbattere, fuoco da attraversare, draghi rinascenti dal proprio cadavere, come nella 'Bella addormentata'. Ah, dimenticavo: la fiabe del vecchio Disney vanno completate dalle fiabe più recenti, ce n’è una freudianamente acutissima. Si chiama 'Kirikù e la strega Karabà'. Scritta pochi anni fa in Francia, alle soglie del Duemila. La strega è come tutte le streghe, una malvagia, che qui toglie l’acqua al villaggio e lo mette alla disperazione. Kirikù va alla guerra, riapre la sorgente, e ritorna al villaggio.
Sorpresa: ha la strega con sé, vuole sposarla. Tutti si scandalizzano, ma lui spiega: «Non è cattiva, la poveretta aveva una spina nel fianco che la faceva impazzire, io gliel’ho tolta, e adesso è buona». Il nemico diventa buono con te se tu sei buono con lui.


© Copyright Avvenire 13 aprile 2010

Madrid ha paura di Biancaneve: «Fiaba sessista» «Storie vecchie e piene di stereotipi maschilisti» Il governo vuole toglierle dalle scuole pubbliche

DI M ICHELA C ORICELLI
B
iancaneve e Cenerentola, a­dios. Ci sono alcune favole che al ministro spagnolo dell’Uguaglianza, signora Bibiana Aido, non piacciono proprio: sa­rebbero troppo “sessiste”, piene di stereotipi maschilisti. Roba vec­chia, insomma, da mandare in sof­fitta: il ministero vorrebbe vietarle nelle biblioteche scolastiche.
Il dicastero guidato dalla Aido – in­sieme al sindacato Ugt e all’Istitu­to della Donna – ha pubblicato un manuale intitolato «Educando al­l’uguaglianza »: una guida rivolta a professori e alunni, per promuove­re la parità dei sessi e prevenire la violenza domestica. L’obiettivo del libro è nobile, ma il raggio d’azio­ne sembra un po’ troppo esteso: non risparmia neppure i racconti rivolti ai più piccoli.
La guida attacca apertamente al­cune delle storie più amate e più lette dai bambini e dalle bambine di mezzo mondo ( anche in Spa­gna): «Quasi tutte queste storie col­locano le donne e le bambine in u­na situazione passiva, in cui il pro­tagonista, di solito maschile, deve realizzare diverse attività per sal­varle » sostiene Luz Martínez Ten, segretaria delle politiche sociali del sindacato Fete-Ugt.
Basta con i principi azzurri, le po­vere ragazze indifese, le dolci prin­cipesse che filano al telaio o puli­scono la casa dei sette nani: questi personaggi – secondo il ministero dell’Uguaglianza – non sono edu­cativi.
Ma il problema non sono solo le fa- vole «politicamente scorrette». Il te­sto assicura che «non esistono gio­chi o attività per bambine o bam­bini « : ognuno può giocare come vuole, indipendentemen­te dal sesso. Una realtà che potrebbe sembrare scon­tata: nessun genitore può mettere in dubbio la libertà con cui i bambini si scate­nano nel gioco, grazie alla fantasia. Ma il ministero dell’Uguaglianza del go­verno di Josè Luis Rodri­guez Zapatero interviene anche su questo tema. Per qualcuno, dietro, c’è l’i­deologia promossa dall’e­secutivo socialista: un ve­tero- femminismo rispol­verato e promosso come u­na grande novità progres­sista. In realtà di nuovo non c’è molto. Le stesse i­dee, nel 2007, spinsero il governo regionale della Catalogna (guidato dalla sinistra) a diffonde­re una campagna prenatalizia per spiegare all’opinione pubblica “l’a­sessualità” dei giocattoli. Bambole per i bambini e automobiline per le ragazzine, suggeriva il governo ca­talano per Natale. C’è un ultimo aspetto che preoc­cupa il ministero di Bibiana Aido. Alla domanda «Cosa farai da gran­de? », bambini e bambine fra i 6 e i 7 anni non rispondono nella stes­sa maniera. I maschi vorrebbero di­ventare «presidenti del governo, a­stronauti, inventori, o presidenti di una squadra di calcio», mentre le bambine parlano di matrimonio e figli. Una diversità che non con­vince: anche i sogni dei più picco­li (spontanei, non imposti) posso­no essere considerati politicamen­te scorretti in Spagna. La guida della Aido ha generato o­pinioni contrastanti. C’è chi con­divide il rifiuto di Biancaneve e del­la Bella addormentata. Ma il presi­dente del Foro della Famiglia, Be­nigno Blanco, ironizza: «La censu­ra della Aido si limiterà ai racconti infantili» oppure «si estenderà alla tragedia greca o al Don Chisciotte, perché Euripide e Cervantes non condividevano la sua ideologia?». Blanco lamenta «la pretesa della Ai­do di portare nelle scuole la sua vi­sione della sessualità e del femmi­nismo ».
«L’IDEOLOGIA»
DIVORZIO «EXPRESS» E MATRIMONI GAY ECCO L’AGENDA RADICALE DI ZAPATERO

Divorzio express (in tre mesi), matrimonio omosessuale, sperimentazione con cellule embrionali, liberalizzazione dell’aborto. Sono alcune delle leggi approvate dal governo Zapatero. Per alcuni, l’ideologia promossa dall’esecutivo più che socialista è di stampo radicale. Il presidente dell’Istituto di politica familiare, Eduardo Hertfelder, in più di un’occasione ha parlato del tentativo di «rottura antropologica» della società spagnola, messo in atto dal governo di Zapatero. Una delle polemiche più accese degli ultimi anni riguarda la materia di “educazione alla cittadinanza”: c’è chi teme che attraverso questa educazione civica, Zapatero cerchi di imporre nelle aule un determinato pensiero ideologico. La bocciatura di Cenerentola e Biancaneve, per il Foro della Famiglia, dimostra che il governo «continua ad intromettersi nella scuola per rendere obbligatoria la sua particolare ideologia relativa all’uomo, alla sessualità e all’etica». (
Mi.Co.)
Il ministro della Uguaglianza ha diffuso un manuale per promuovere la parità dei sessi: basta con i principi azzurri «Banditi» pure i giochi solo per maschi o per femmine


© Copyright Avvenire 11 aprile 2010

Spagna. Intromissione dell'ideologia omosessuale durante l'ora di religione cattolica

MADRID, 07 Abr. 10 / 06:13 pm (ACI)

Profesionales por la Ética (PPE), advirtió que la Federación Estatal de Lesbianas, Gays, Transexuales y Bisexuales (FELGTB), está difundiendo una "guía didáctica destinada a profesores de Educación Secundaria Obligatoria y Bachillerato con el fin de ‘abordar en las aulas el respeto a la diversidad sexual en el aula para la asignatura de Religión Católica’".

"Estamos ante un proyecto cultural de largo alcance destinado a poner patas arriba los valores e incluso las creencias de los ciudadanos sin reparar en medios", advirtió Jaime Urcelay, presidente de PPE.

Se indicó que la guía "mezcla textos bíblicos, citas del magisterio de la Iglesia Católica y temas de actualidad", y propone a los alumnos una variada clasificación de "familias": "adoptiva, extensa, heterosexual, homosexual, monoparental, nuclear, reconstituida, sin vínculos".

"Entre los objetivos didácticos de la guía se encuentra el ‘conocer y valorar la diversidad afectivo-sexual’, advirtiéndose que no se debe ‘presuponer la heterosexualidad de los estudiantes ni de sus familias’ porque ‘alegar que autorizar el matrimonio entre personas del mismo sexo es un ataque a la familia es como decir que permitir el ejercicio de otras religiones es un ataque a la Iglesia Católica’", advirtió PPE.

Más información en http://www.profesionalesetica.org/category/general/

La crisi moltiplica il numero di spagnoli che scelgono la prostituzione

LIBERTAD DIGITAL

Todo ello pese a la labor del ministerio de Igualdad de Bibiana Aído, que precisamente acaba de pedir la supresión de los anuncios de contactos en los periódicos, lo que supone pérdidas de unos 40 millones de euros para estos.

José Roca, jefe de prensa de Anela, patronal de clubes de alterne, cuantifica en El Mundo el crecimiento de prostitutas de nacionalidad española en el sector. Lo califica de “fenómeno inédito”. Según relata, en los locales adscritos antes de la crisis el porcentaje de mujeres españolas que trabajaban en ellos era de menos de un 1 por ciento. Ahora ha aumentado hasta una cifra entre el 5 y el 10 por ciento.

Según explica El Mundo, el total de prostitutas que trabajan en España es de 360.000, lo que arroja una cifra de entre 18.000 y 36.000 españolas que ejercen ahora mismo, cuando antes la cifra era de 3.600.

De ese modo, donde antes proliferaban (en el negocio de lujo) las mujeres procedentes de Europa del Este, Argentina o Brasil, hoy las agencias más valoradas en el discutido sector son españolas. “Las extranjeras tipo modelo o chica Playboy han huído a países donde la situación económica no es tan grave, como Suecia, Dinamarca, Francia, Alemania o Suíza”.

Agencias de escorts aseguran que muchas de las mujeres que llaman para tratar de optar a un empleo son mujeres elegantes y guapas de más de 40 años, aunque también más jóvenes. Todas ellas por la situación económica, dice El Mundo. Mujeres de diversos sectores sociales y empleos llaman a las agencias tratando de buscar un empleo, acuciadas por los impagos y las deudas.

Otras agencias de escorts revelan a El Mundo que ya hay compañías que sólo trabajan con mujeres con DNI español y que acogen incluso estudiantes que no pueden hacer frente al pago de la universidad. “Antes era propio de extrajeras sin familia aquí. Es fruto de la nueva situación”, explica un gestor de contenidos web, que asegura que muchas de ellas ni siquiera se anuncian con el rostro pixelado, y demostrar así que no son imágenes descargadas de Internet.

pagna: «Noi Socialisti per la Vita, in fuga dalla sinistra»

di Iván de Vargas
N
el momento in cui l’esecutivo di Zapatero celebrava l’approvazione della legge sull’aborto in Spagna, Joaquín Manuel Montero, vice-sindaco del Partito socialista (Psoe) nella città di Paradas, vicino a Siviglia, annunciava le proprie dimissioni dal partito cui apparteneva e rinunciava a tutti i suoi incarichi. Difendere la cultura della morte non era ciò che gli avevano insegnato i vecchi militanti dai quali aveva appreso a essere un buon socialista.

Montero, come le sembra il fatto che si parli di aborto come un diritto?

«È una profonda contraddizione, ancor di più quando chi parla appartiene alla sinistra. Non si può essere contro la

«Come ho detto nella lettera di dimissioni, non permetterò mai che il mio nome appaia insieme a quello di un’organizzazione che legittima la morte di innocenti per mezzo di leggi inique»

pena di morte, affermare, come Zapatero, che 'nessuno può disporre della vita umana, nemmeno gli Stati', e poche ore più tardi approvare una legge che legittima come un diritto la morte di esseri umani non nati».

Perché da uomo di sinistra crede ci sia bisogno di difendere la vita dal concepimento fino alla morte naturale?

«Perché è il diritto sul quale si reggono tutti gli altri. Perché forma parte della nostra cultura, della storia e dell’umanesimo universale».

Nel Psoe c’è gente che la pensa come lei?

«Certamente. Il Partito socialista è pieno di persone di buona volontà, uomini e donne per bene che hanno visto distrutte le proprie aspettative con l’approvazione di leggi come quelle sull’aborto e sugli immigrati. L’assenza di democrazia interna nelle grandi organizzazioni politiche fa sì che queste voci vengano soffocate. Così persone che si sono pronunciate contro l’aborto hanno abbandonato il partito, com’è successo alla senatrice Mercedes Aroz, cofondatrice del Partito socialista di Catalogna».

C’è chi sostiene che alcuni socialisti spagnoli che si dichiarano pubblicamente cattolici vivano una profonda contraddizione. Lei cosa ne pensa?

«La corrente dei Cristiani socialisti all’interno del Psoe ha un atteggiamento che non esito a definire vergognoso, e la sua testardaggine nel voler conciliare la condizione di cattolici nella vita pubblica con l’appoggio attivo a leggi come quella sull’aborto non è altro che il tentativo di giustificare il tradimento
dell’ideale che professano».
L’accettazione dell’aborto può considerarsi come un problema culturale o solo politico?

«Certamente oggi è un problema culturale, per questo la nuova legge sull’aborto reca una parte sostanziale che si riferisce all’educazione. Si pretende infatti che le future generazioni vedano come qualcosa di normale la possibilità di interrompere una vita prima ancora della nascita.
Questo, insieme ad altri fattori, non può che portare poi a giudicare normali l’eutanasia e l’eugenetica, che sono i frutti di una cultura del relativismo in cui la vita di un animale, o di una specie in via d’estinzione, può valere di più di quella di un essere umano. La Spagna, da questo punto di vista, è un riferimento culturale per molti altri Paesi, specialmente in America Latina, dove si stanno portando avanti progetti legislativi in materia di aborto, come nel caso dell’Argentina».

Dopo aver partecipato alla prima manifestazione per la vita, un anno fa, lei ha vissuto momenti particolarmente difficili...

«Non è stato certamente un periodo facile, ma allo stesso tempo ho potuto vivere momenti molto gratificanti nell’assistere alla risposta della società spagnola: non quella fotografata dai mass media spagnoli di fatto schierati al servizio del governo, ma quella che fa sentire la sua voce per strada difendendo il valore della vita e la dignità umana».

Perché si è dimesso dal Psoe?

«Come ho detto nella lettera di dimissioni, non permetterò mai che il mio nome appaia insieme a quello di un’organizzazione che legittima la morte di innocenti per mezzo di leggi inique».

Adesso continuerà in politica con un nuovo progetto: la piattaforma «socialistasporlavida.org», socialisti per la vita. Qual è il suo fine?

«Dalla piattaforma Socialisti per la Vita vogliamo informare e formare militanti di sinistra che difendano il valore della vita e la dignità umana, perché questo è il fondamento della nostra società. È questo il nostro contributo alla politica, sebbene la piattaforma non pretenda di essere un partito politico, ma uno spazio dal quale poter diffondere conoscenze, un centro di documentazione e un osservatorio per la vita. Tutto ciò mantenendo la nostra identità di sinistra».

Cosa si può fare ora, dopo l’approvazione della nuova legge sull’aborto?

«Risvegliare la coscienza sociale.
Denunciare e annunciare che siamo protagonisti della nostra storia e che niente e nessuno ci può strappare la nostra speranza. Smascherare la falsa politica di sinistra che pretende imporre il Psoe tradendo i militanti socialisti che crearono il partito».


© Copyright Avvenire 25 marzo 2010

Un Governo da riconoscere (per forza). Il segretario di Stato Pacelli e la seconda Repubblica spagnola

di Vicente Cárcel Ortí

Nominato segretario di Stato il 9 febbraio 1930, il cardinale Eugenio Pacelli fu il più stretto collaboratore di Pio xi. Dal 10 agosto 1930 fino al 3 dicembre 1938 scrisse su piccoli fogli sciolti, dopo gli incontri quasi quotidiani col Papa, la sintesi degli argomenti trattati. Appunti simili lasciò sulle udienze concesse a ministri, ambasciatori e altri personaggi politici ed ecclesiastici. Questo ingente materiale, finora in gran parte inedito, conservato nell'Archivio della Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari, è fondamentale per scoprire la complessa personalità del futuro Pio xii e aspetti sconosciuti dell'atteggiamento della Santa Sede di fronte alle grandi questioni politico-religiose degli anni Trenta.
Per quanto concerne la Spagna, si tratta di una fonte archivistica di prim'ordine per capire i rapporti conflittuali della seconda Repubblica con la Chiesa. A questi appunti bisogna aggiungere i voti redatti da Pacelli per le Plenarie della Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari nonché i suoi dispacci e cifrati in risposta ai rapporti diplomatici del nunzio Tedeschini.
La tragedia vissuta dalla Chiesa spagnola a partire dalla proclamazione "illegittima" della Repubblica, secondo l'espressione del medesimo Pacelli (nel voto della Plenaria del 13 aprile 1931), fu una delle questioni centrali della sua azione diplomatica, insieme con altre spinose questioni di quel decennio: i rapporti con la Germania nazista e con l'Italia fascista, nonché la gravissima situazione della Chiesa nell'Unione Sovietica sotto la dittatura del comunismo stalinista. Pacelli seguì giorno dopo giorno l'evolversi della complessa situazione spagnola, caratterizzata da una aperta ostilità verso la Chiesa e i cattolici, definita dalla Santa Sede come autentica persecuzione; situazione che sfociò tragicamente il 18 luglio 1936 in una crudele guerra civile.
Tutto ebbe inizio dopo le elezioni municipali dell'aprile 1931, che nelle intenzioni di chi le aveva indette dovevano segnare la ripresa della vita costituzionale, ma condussero invece inaspettatamente alla proclamazione della Repubblica. Alle elezioni si era dato da tutti i partiti, sia costituzionali che anticostituzionali, un significato politico perché si svolsero con programmi monarchico e repubblicano.
Il generale Primo de Rivera aveva deciso di lasciare il potere verso il settembre 1930, per dar luogo a un ministero di transizione, che dovesse preparare la nazione al ritorno al regime costituzionale, dopo sette anni di dittatura militare. Ma egli dovette anticipare le dimissioni, e gli succedette un Governo col compito di indire le elezioni comunali, poi le provinciali e infine quelle politiche. Ma il ritorno alla normalità si verificò con qualche precipitazione. Vi furono diversi tentativi rivoluzionari, alcuni dei quali vennero repressi nel sangue. Non poche personalità politiche che erano monarchiche fecero aperte dichiarazioni di fede repubblicana e il re Alfonso xiii, nella formazione dei ministeri, dovette scendere a trattative con elementi di sinistra, giungendo ad affidarne a essi la costituzione. Ma l'offerta non fu accettata.
Le elezioni amministrative ebbero luogo il 12 aprile 1931. La grandissima maggioranza dei votanti - che secondo i giornali raggiunse l'ottanta per cento degli iscritti - fu favorevole alla monarchia per causa del contributo offerto dai piccoli centri; mentre nelle principali città ebbero la prevalenza i repubblicani, specialmente a Madrid, dove la maggioranza riuscì schiacciante. La maggioranza dei municipi monarchici risultò così superiore a quella dei municipi repubblicani che il nuovo Governo provvisorio non volle pubblicare il risultato delle elezioni, e si fondò sulle votazioni delle città, disprezzando antidemocraticamente il voto dei paesi rurali.
Il risultato delle elezioni sorprese tutti, persino gli stessi vincitori, che non speravano in un trionfo così assoluto nelle grandi città.
L'inatteso esito delle elezioni municipali sgomentò i monarchici. Mentre il re e i ministri si stavano consultando, la Repubblica venne praticamente proclamata, e prese possesso della cosa pubblica con un Governo nominato dai repubblicani fin dal dicembre 1930. Il re chiuse il suo trentennio di regno abbandonando la Spagna per l'esilio il 14 aprile. Si costituiva intanto il nuovo Governo provvisorio, che raccoglieva repubblicani e socialisti. Il suo presidente, già ministro della Corona, da un anno era passato ai repubblicani. Era persona di sentimenti moderati e cattolico praticante. Di questi sentimenti era pure il ministro dell'Interno, Miguel Maura. Gli altri ministri erano noti per il loro passato di agitatori di masse, e di leader socialisti e repubblicani. Erano gli elementi che più avevano combattuto lo Stato e la Chiesa, e che si vantavano di essere gli esponenti più accesi della rivoluzione, per la quale avevano anche preso la via dell'esilio. Inutile aggiungere che essi erano tutti anticlericali, e parte di essi massoni.
Il giorno dopo la proclamazione repubblicana, Pacelli inviò un telegramma all'amico Tedeschini per manifestargli solidarietà: "In questo momento grave condivido sua preoccupazione immagino sua apprensione spero pertanto le giunga gradita espressione mio sentimento solidarietà amico, assicurazione mia preghiera voto per lumi conforto del cielo".
Riguardo alla stabilità del nuovo Governo repubblicano, nessuno poteva pronunciarsi nei primi momenti. Il nunzio Tedeschini si limitò a dire: "A mio umile parere, il peggiore e ignominioso comunismo potrà venire; il meglio, compresa la restaurazione monarchica, Dio solo lo sa". Da quanto si poteva ricavare dai giornali, sembrava che le intenzioni dei repubblicani fossero di arrivare a una Repubblica federale. Di fatto la Catalogna si dichiarò Repubblica separata da Madrid e fu rimesso alla Costituente di decidere quali dovevano essere le sue relazioni con quella di Madrid. Del resto anche il Governo monarchico, che tanto si era adoperato per combattere il catalanismo, si era ultimamente dichiarato favorevole a un'ampia autonomia dei catalani.
Il nuovo ministro di Grazia e Giustizia telefonò al nunzio Tedeschini per assicurargli che il Governo provvisorio della Repubblica avrebbe rispettato e fatto rispettare la Chiesa e le persone ecclesiastiche, ma che, a sua volta domandava che la Chiesa e i suoi ministri rispettassero nella maniera più assoluta la Repubblica e si astenessero dal servirsi di qualunque mezzo e specialmente di quelli che il ministero sacro metteva nelle loro mani per combattere la Repubblica. Pregò inoltre il nunzio di informare il primate di Spagna, cardinale Segura, e di dirgli che era desiderio del Governo che tali assicurazioni e preghiere fossero da lui comunicate ai vescovi del Paese.
La complessità della nuova situazione spagnola indusse la Santa Sede ad agire con molta prudenza. Impressionò e preoccupò l'apprendere dalla stampa che il Governo provvisorio aveva già deciso di attuare la separazione Chiesa-Stato, di misconoscere le prerogative della Chiesa, di laicizzare i cimiteri e così via, ignorando la Santa Sede. Questa riteneva che se il Governo provvisorio e quello successivo si fossero intesi lealmente con essa per risolvere i gravissimi problemi ecclesiastici che sarebbero sorti dal nuovo stato di cose, si poteva mantenere e rafforzare la pace religiosa, fattore importantissimo, specialmente in Spagna, di pubblico benessere. In attesa pertanto di esaminare con il Governo l'eventuale sistemazione integrale e definitiva dei rapporti tra la Chiesa e il nuovo regime, la Santa Sede si mostrò disposta a iniziare trattative con lo stesso Governo per addivenire alla scelta dei mezzi pratici transitori allo scopo di provvedere ai più urgenti bisogni nei riguardi dell'amministrazione ecclesiastica. Ma, in attesa delle Costituenti il Governo si doveva impegnare a non far niente contro i diritti della Chiesa.
Pio xi decise di affrontare subito la "Questione della Spagna" convocando la Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari per esaminare l'eventuale riconoscimento diplomatico della Repubblica, già concesso dalla Francia, dall'Inghilterra, dal Portogallo, dalla Cecoslovacchia e dall'Uruguay. La Santa Sede in analoghi casi di cambio di Governi con i quali manteneva relazioni diplomatiche, prima di decidere in merito aveva atteso di sapere se anche altre potenze fra le maggiori avessero concesso il riconoscimento. All'ambasciatore di Francia, che gli chiedeva notizie sulla Spagna, Pacelli rispose: "Ho detto che la Santa Sede è in attitudine di attesa. Ha domandato se la Santa Sede riconosce al nuovo Governo i privilegi del Re di Spagna. Ho risposto che, a mio parere, no, secondo i principi stessi dell'Allocuzione di Benedetto xv" (appunto del 18 aprile).
La Plenaria si svolse il 23 aprile con la partecipazione dei cardinali Granito Pignatelli di Belmonte, Boggiani, Pietro Gasparri, Bisleti, Frühwirth, Cerretti, Locatelli, Enrico Gasparri, Lauri, Marchetti Selvaggiani, Rossi, Serafini, Ehrle e Pacelli.
Il decano Granito Pignatelli di Belmonte, dopo alcune considerazioni d'ordine generale disse che sembrava opportuno prendere atto del fatto compiuto, facendo voti che i diritti della Chiesa fossero rispettati. Il cardinale Boggiani ricordò i precedenti colpi contro la monarchia, la previa preparazione a Jaca del programma repubblicano, al fine di mettere in evidenza l'illegittimità del regime e dichiarare che era una rivoluzione nel vero senso della parola; ricordò anche che il nuovo ministro di Stato, Lerroux, era noto per le tragiche giornate del 1909 a Barcellona, quando disse ai suoi seguaci: "Prendete d'assalto i conventi, strappate i veli alle monache, restituite loro la dignità di madre". E concluse affermando che il Governo era illegittimo ma era Governo di fatto; quindi, i vescovi dovevano evitare inconvenienti, richiamando il clero al dovere di pregare. Inoltre, poiché il programma governativo era equivoco e ambiguo, il Governo desiderava il riconoscimento della Santa Sede per valersene. Ma la Santa Sede doveva riconoscere solo lo stato di fatto, o prenderne atto finché la Costituente non si fosse pronunciata. Si doveva, pertanto, evitare di fare qualsiasi atto che potesse lasciar credere che i privilegi concessi al re cattolico continuassero a valere.
Il cardinale Cerretti, già nunzio in Francia, rilevò che in Spagna vi era un Governo di fatto, sia pure illegittimo. Occorreva riconoscerlo sebbene il riconoscimento della Santa Sede avesse più valore che quello di altri Governi. Ma era conveniente nello stesso tempo predisporre la seguente comunicazione scritta: "Se il Governo desidera evitare conflitti con la Santa Sede e le conseguenze gravissime che ne deriverebbero anche d'indole politica, deve astenersi dal prendere unilateralmente qualsiasi misura o introdurre qualsiasi modifica sostanziale nelle relazioni tra la Chiesa e lo Stato e nel complesso delle leggi e disposizioni che regolano il culto e l'amministrazione ecclesiastica in Spagna".
Gli avvenimenti di Spagna preoccupavano giustamente il Papa. Inizialmente la Segreteria di Stato rimase in prudente attesa. L'atteggiamento della Santa Sede in simili congiunture, era di aspettare più o meno a lungo secondo le circostanze e non riconoscere il nuovo Governo, se non dopo che era stato riconosciuto da tutti o quasi i Governi civili; sia perché nel caso della Spagna sembrava certo che nelle ultime elezioni la Repubblica non aveva avuto che una minoranza e perciò non conveniva che la Santa Sede si mostrasse più solerte di altri nel riconoscere un simile Governo, sia perché era prudente vedere prima quale atteggiamento avrebbe assunto il nuovo Governo di fronte alla Chiesa di Spagna e alla Santa Sede. Ma dopo la comunicazione ufficiale del Governo provvisorio e dopo che tutti o quasi i Governi civili lo avevano riconosciuto, anche Pacelli ritenne che convenisse alla Santa Sede riconoscere il Governo, continuando le tradizionali relazioni diplomatiche con la Spagna. D'altronde restava chiaro che la Santa Sede riconosceva il Governo come Governo di fatto, prescindendo in tutto dalla sua legittimità. Il Governo repubblicano occupava il potere, sia pure non iure sed iniuria, e la Santa Sede per il bene civile e religioso di tutto il popolo spagnolo acconsentiva ad aver rapporti diplomatici. Il riconoscimento di un nuovo Governo da parte di diverse potenze non aveva per sé altro significato giuridico; e così pure il riconoscimento da parte della Santa Sede. Frattanto, sia prima di questo riconoscimento sia dopo, il comportamento dell'episcopato e del clero, qualunque fosse l'opinione sulla legittimità del nuovo Governo e sulla convenienza della Repubblica per la nazione spagnola, doveva essere quello che si doveva avere verso un Governo anche illegittimo, che reggeva il Paese; cioè l'episcopato e il clero dovevano astenersi dalla politica, rispettare il Governo, osservare le leggi promulgate dal medesimo e in particolare non dovevano mai per combatterlo servirsi di quei mezzi che il ministero sacro poneva nelle loro mani. Era proprio quello che il ministro di Grazia e Giustizia auspicava nella telefonata al nunzio.
Questo fu in sintesi il parere espresso dal cardinale Pietro Gasparri, maestro e predecessore nella Segreteria di Stato di Pacelli, che lo fece proprio, aggiungendo però: "Sarebbe una pazzia pensare ora a opporre un nuovo Governo. Si può e si deve riconoscere il Governo e richiamare a tutti il dovere di assecondarlo per il mantenimento dell'ordine".
A eccezione del cardinale Ehrle, che si manifestò contrario - "Non si deve riconoscere perché è un Governo provvisorio" - tutti gli altri membri della plenaria furono favorevoli al riconoscimento e Pio xi approvò la risoluzione dei cardinali, comunicata il giorno successivo all'Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede con una nota di Pacelli che registrava il ricevimento della nota del 15 aprile con la quale l'Ambasciata medesima aveva comunicato la proclamazione della Repubblica. "La Santa Sede - disse Pacelli - prende atto di questa comunicazione. Essa è disposta ad assecondare il Governo provvisorio nell'opera del mantenimento dell'ordine, nella fiducia che anche il Governo vorrà da sua parte rispettare i diritti della Chiesa e dei cattolici in una nazione in cui la quasi totalità della popolazione professa la Religione cattolica". Questa nota diplomatica fu l'atto formale di riconoscimento del Governo provvisorio della seconda Repubblica spagnola da parte della Santa Sede.
Secondo Pacelli era importante soprattutto che i cattolici, prescindendo da personali tendenze politiche, nelle quali potevano rimanere liberi, si unissero seriamente ed efficacemente per ottenere che alle Cortes costituenti fossero eletti candidati i quali dessero piena garanzia di difendere i diritti Chiesa e l'ordine sociale. Nella scelta dei candidati non si doveva dare importanza alle tendenze monarchiche o repubblicane, ma tenere presenti le garanzie descritte. Pacelli ricordò l'esempio della Baviera, dove egli era stato nunzio dal 1917 al 1924 (nominato nunzio in Germania nel 1920, continuò a reggere la nunziatura fino al termine delle trattative del Concordato bavarese del 1924 e alla nomina del successore nel 1925). Dopo la rivoluzione del 1918 i cattolici uniti prepararono le prime elezioni, alle quali ottennero un'ampia maggioranza (sebbene relativa) di modo che gli eletti, costituendo il più ampio gruppo parlamentare, poterono salvare il Paese dal bolscevismo minacciante e anzi per certo tempo dominante, e tutelare gli interessi della religione fino alla conclusione del Concordato assai favorevole alla libertà della Chiesa e della scuola confessionale. In quella campagna elettorale non si parlò di monarchia o repubblica, sebbene la maggioranza dei candidati fosse di sentimenti monarchici e rimpiangesse la caduta monarchia, il cui ristabilimento allora difficilmente si poteva sperare. Tutta la campagna elettorale fu invece basata sulla difesa della religione e dell'ordine sociale. "È da sperare - scriveva Pacelli a Tedeschini in un messaggio cifrato del 26 aprile 1931 - che Episcopato e cattolici sotto saggio impulso V.E. potranno trovare via per ottenere simile esito, nonostante difficoltà ostacoli che la Santa Sede comprende perfettamente".
Il radicale cambiamento politico della Spagna, dovuto al numero dei voti riportati dai partiti antidinastici non si spiega senza i voti dei monarchici. "Questa gente - affermava il nunzio - che, pur essendo cattolica non si è arrestata dal dare il voto ai rappresentanti della irreligiosità spagnuola, si era fatta la illusione di dare una semplice lezione ai propri correligionari. Invece si è arrivati al disastro". Tedeschini concludeva il suo primo rapporto sulla nuova situazione politica spagnola, indirizzato a Pacelli, con queste parole: "Il Signore abbia pietà della Nazione ritenuta tradizionalmente cattolica per eccellenza; e se l'ora della prova deve venire, sia non solo per chiudere un periodo storico, per iniziare lo Stato alle tristezze del laicismo e per vulnerare i diritti della Chiesa, ma anche, anzi soprattutto, per purificarla, abbellirla e illuminarla col fuoco del dolore santamente sopportato e superato, e per arricchirlo coi doni della grazia divina che si guadagna e splende nelle prove".


(©L'Osservatore Romano - 24 marzo 2010)

Spagna. «Morte degna», il varco

Il nome ufficiale è «Legge dei diritti e delle garanzie della dignità delle persone nel processo di morte», ma in Spagna è stata subito ribattezzata come legge della «morte degna». Molti temono che in realtà sia solo il primo passo verso la regolarizzazione dell’eutanasia.
L’Andalusia ha bruciato i tempi e da ieri – con l’approvazione della nuova norma – è diventata la prima comunità autonoma spagnola con una legislazione ad hoc che sancisce i diritti del paziente in fase terminale e fissa gli obblighi dei medici e del personale sanitario. La nuova legge andalusa proibisce l’accanimento terapeutico, regola la limitazione degli interventi medici e permette al malato di rifiutare un trattamento che potrebbe prolungare la sua vita in modo 'artificiale'. Il paziente potrà inoltre fare richiesta di sedativi per fermare il dolore, anche se questo rischia di accelerare la morte.

N
onostante le prevedibili polemiche e i dubbi che genera fra il personale sanitario, il testo non contiene alcun regolamento a proposito dell’obiezione di coscienza di medici e infermieri.
La legge è regionale (ovvero legata allo statuto autonomo dell’Andalusia), eppure i socialisti andalusi – promotori del testo – sono convinti che l’obiezione di coscienza sia una competenza del governo centrale. Su questo punto e su altri due aspetti si sono opposti i parlamentari andalusi del Partito popolare (centrodestra), ma al di là di tre articoli specifici l’intera Camera – da destra a
sinistra – ha votato a favore della legge.
Particolarmente soddisfatti i rappresentanti di
Izquierda Unida (sinistra), che hanno invitato il governo centrale di José Luis Rodriguez Zapatero a «legiferare ed essere coraggioso nel campo dell’eutanasia e del suicidio assistito». Un lapsus o una più esplicita lettura della legge? I difensori della norma hanno sempre rifiutato la parola 'eutanasia' (in Spagna, a oggi, proibita), assicurando che non è questa la finalità della norma. Perché, allora, Izquierda Unida parla apertamente di 'eutanasia'? «Non si desidera né si può legiferare su questi temi» ha tagliato corto la socialista Rosa Rios.

E
ppure c’è chi pensa che la norma sia la sala d’aspetto per future e radicali riforme. «In questa legge sono stati mescolati punti ambigui e molto conflittuali, come la limitazione dello sforzo terapeutico, che lascia aperta la porta all’eutanasia» commenta Federico Die, presidente del Forum andaluso della famiglia. Nel testo – ha ammesso Die – ci sono aspetti positivi come «l’assistenza medica palliativa al malato e l’assistenza ai suoi familiari». Ma «provoca grande inquietudine il fatto che i professionisti della medicina non possano esercitare il diritto costituzionale all’obiezione di coscienza». Allarmata anche la piattaforma civica Hazte Oir (Fatti Sentire, promotrice della recente manifestazione pro-vita a Madrid), secondo la quale il rischio è che un familiare o il medico di un paziente terminale incosciente possano decidere «se amministrare una dose letale di sedativo per non prolungare l’agonia». Hazte Oir denuncia inoltre che anche i minorenni – a 16 anni – potranno optare per una «sedazione terminale, senza comunicarlo ai genitori». L’Andalusia ha fatto il passo per prima. Altre comunità autonome spagnole potrebbero ora seguirne l’esempio.


© Copyright Avvenire 18 marzo 2010

"La politica laicista del Governo spagnolo è evidente, aggressiva e belligerante"

Parla José Andrés Rozas, di "Juristes Cristians de Catalunya Duran i Bas"


di Nerea Rodríguez del Cuerpo

BARCELLONA, giovedì, 18 marzo 2010 (ZENIT.org).- Anche se ci sono stati progressi sostanziali nel finanziamento, persistono questioni spinose che dividono la Chiesa dallo Stato spagnolo.

Lo afferma José Andrés Rozas, membro del Consiglio dell'Associazione di Giuristi Cattolici della Catalogna Duran i Bas (http://www.juristescristians.org/cream/). Rozas è anche decano dell'Università Abat Oliba CEU (www.uao.es) di Barcellona, dove insegna Diritto Tributario.

In che situazione si trova il dialogo tra la Chiesa cattolica e il Governo spagnolo?

J.A. Rozas: Difficile, anche se ci sono stati momenti di distensione. Ad esempio, in termini di finanziamento sono stati compiuti progressi sostanziali. La modifica dell'accordo dell'anno scorso tra il Governo e la Conferenza Episcopale ha definito il sistema di finanziamento e lo ha migliorato notevolmente.

E' scomparsa la sovvenzione diretta e si è incrementata la partecipazione all'IRPF, che è il finanziamento attraverso i fedeli. Questo è molto positivo e interessante, per entrambe le parti. E' stata anche eliminata una distorsione sull'IVA che era molto dannosa.

Le relazioni, però, non possono essere facili visto che la posizione del Governo in termini ideologici è molto marcata e la politica laicista è evidente, aggressiva e belligerante. Questo pone la Chiesa in una situazione molto difficile, che si è espressa nell'iter della Legge sulla Salute Sessuale e Riproduttiva e sull'Interruzione Volontaria di Gravidanza.

Sarebbe d'accordo ad affermare che in Spagna la religione è stata espulsa dalla vita pubblica?

J.A. Rozas: L'impegno ad espellerla dalla vita pubblica è stata un revulsivo interessante per la società civile. I cattolici si sono sentiti interpellati e ci sono state reazioni, e se ci sono reazioni vuol dire che c'è vita. Se ne può dare un'interpretazione positiva.

Il problema è come si presenta questa voce, ma si sta migliorando molto nella presentazione della comunicazione della Conferenza Episcopale, di associazioni laicali e della struttura della società su iniziative come quelle della difesa di fronte alla Legge sull'aborto. Il mondo intellettuale cattolico sta reagendo agilmente.

Che atteggiamento dovrebbe adottare l'Esecutivo di fronte al fenomeno religioso e alle varie confessioni religiose?

J.A. Rozas: Di rispetto, senza dubbio. E' sorprendente perché sembra che l'unico pregiudizio ammissibile nel dibattito pubblico sia quello anticattolico, e ciò non ha senso. E' nota la frase "Tutte le opinioni sono rispettabili", ed è così, tranne quella dei cattolici. Meritiamo almeno lo stesso rispetto di qualsiasi altra confessione.

Dal punto di vista antropologico, lo Stato deve comprendere che il fenomeno religioso è inerente all'uomo, in qualsiasi delle sue manifestazioni. Il credente non è un marziano, è un cittadino di pieno diritto.

Lo Stato tende fortemente ad ammettere l'agnosticismo come dottrina pubblica e la dimensione religiosa come patologia, o quantomeno come una questione da restringere all'ambito privato. E' un'idea che nega la realtà. E' anche settaria, perché presuppone di imporre come dottrina pubblica l'agnosticismo, che è il problema dell'Educazione alla Cittadinanza.

Il Governo, allora, non rispetta sufficientemente la libertà d'espressione dei cattolici?

J.A. Rozas: Si è creato un clima di opinione pubblica in cui funziona qualcosa di molto dannoso e molto peggiore della censura: l'autocensura. Tutti sono consapevoli di cosa bisogna dire per non essere espulsi dalla società civile e condannati alla morte intellettuale.

Il problema è che l'opinione del cattolico è relegata, nel migliore dei casi, all'angolo delle stravaganze e delle stranezze intellettuali. C'è un pregiudizio singolare: partire dalla premesse per cui tutto ciò che dice un cattolico lo dice perché glielo comandano i Vescovi ed è inoltre un'imposizione per il resto dei cittadini. Ciò presuppone il fatto di trattare i cattolici come persone incapaci di ragionare di per sé. Presuppone anche il fatto di partire dalla premessa per cui l'unico che impone è anche colui che propone l'impostazione cattolica per risolvere le questioni sociali.

L'impostazione deve essere situata in questo schema: ci sono diversi modi di risolvere i problemi della società, e uno di questi è la proposta della Dottrina Sociale della Chiesa, un altro è la proposta laicista e agnostica. Nel dibattito politico può trionfare l'una o l'altra, ma deve essere chiaro che non è che un atteggiamento è intromissivo e impositivo e l'altro neutrale e asettico.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]

L'Andalusia approva la prima legge sulla "morte degna"

Il parlamento dell'Andalusia ha approvato questo pomeriggio, con la maggioranza assoluta, la prima 
legge in Spagna sulla "morte degna", che consente al paziente di 
rifiutare un trattamento che prolunghi la sua vita in modo 
artificiale e proibisce in questo caso l'accanimento 
terapeutico. Lo riferisce l'edizione elettronica del Pais. 
La legge regola anche la sedazione palliativa che un malato 
può ricevere anche se questa rischia di "accorciare la sua 
vita". 
Denominata "Diritti e garanzie della dignita" per i pazienti 
in fase terminale, la legge è stata approvata con i voti dei 
tre gruppi presenti nel parlamento andaluso: i socialisti 
(Psoe), i popolari (Pp) e la sinistra di Ui. "Vogliamo garantire l'autonomia e il rispetto del paziente al momento della morte, ma riteniamo che ciò non sia compatibile con le altre opzioni che il governo nega", ha detto il portavoce del partito popolare parlamentare Anna Log. La Sinistra unita, dopo aver accolto con favore l'adozione della norma, ha chiesto all'esecutivo di Zapatero "di essere coraggioso e legiferare su eutanasia e suicidio assistito".

© Copyright Il Foglio 17 marzo 2010

Madrid, 600mila dicono «no»: fermate l’aborto Le famiglie in piazza per «difendere la vita» I pro-life a Zapatero: vogliamo il referendum

DI M ICHELA C ORICELLI
S
ono tornati in piazza. Per di­fendere la vita; per esigere l’abrogazione della nuova legge dell’aborto; per ricordare al premier José Luis Rodriguez Za­patero che « in democrazia, si a­scolta la popolazione » . Una frase che domenica è stata ripetuta in un centinaio di città in tutto il paese iberico, insieme allo slo­gan: « Spagna, sì alla vita » .
Le manifestazioni hanno dimo­strato ancora una volta che il Pae­se è spaccato in due sulla nuova legislazione: una buona parte dell’opinione pubblica rifiuta la norma recentemente approvata dal Senato, che entrerà in vigore il 5 luglio. Nonostante il freddo, decine di cortei si sono snodati in tutta la Spagna: il più affollato è stato quello di Madrid. Secon­do gli organizzatori, i parteci­panti sono stati circa 600.000. U­na folla color rosso, come era già accaduto lo scorso ottobre: ban­diere, capellini, magliette con grossi cuori, per reclamare « al­ternative all’aborto » e per de­nunciare « le morti che genererà la nuova legge » .
A convocare la nuova sfida antia­bortista sono state 270 associa­zioni, fra cui Diritto di Vivere, Fat­ti Sentire ( Hazte Oir) e Medici per la Vita. Ma le vere protagoniste della « Marcia Internazionale per la Vita 2010» sono state migliaia di famiglie che hanno attraversato il centro di Madrid – fra piazza Ci­beles e Puerta del Sol – dietro ad un enorme striscione che invita-
va il premier socialista ad ascol­tare gli spagnoli. Uno degli aspetti che brucia di più – nel frettoloso processo con cui è stata presen­tata e approvata la nuova legisla­zione – è l’assenza di un referen­dum, reclamato dalle or­ganizzazioni pro- life. Di­versi sondaggi, negli ulti­mi mesi, hanno rivelato che gran parte degli spa­gnoli ( secondo alcune in­chieste la maggioranza) sono apertamente contra­ri al nuovo testo. Lo con­ferma anche il milione di firme raccolte negli ultimi mesi contro la norma.
In Spagna l’aborto fu par­zialmente depenalizzato nel 1985. Finora era per­messo solo in tre casi: vio­lenza sessuale, malformazione del feto e rischio fisico e psicolo­gico per la madre. La nuova leg­ge liberalizza completamente l’interruzione volontaria della gravidanza nelle prime 14 setti­mane di gestazione e permette anche alle minorenni di 16 e 17 anni di abortire ( senza l’autoriz­zazione dei genitori).
Se per gli organizzatori della ma­nifestazione di domenica la leg­ge spagnola è ormai « una delle più radicali del mondo » e au­menterà il già alto numero di a­borti annuali ( per ora oltre 115.000), per i socialisti è addirit­tura una « vittoria storica » . Lo ha detto Lola Sisternas, del Psoe: la norma assicura alla donna la « li­bertà di decidere » del proprio corpo, « senza la paura di andare
in prigione » . Un argomento fal­so, denunciano le associazioni pro- life: nessuna spagnola è mai andata in carcere per avere abor­tito. Non è questo ciò che voglio­no le famiglie scese in piazza do­menica: al contrario, quello che reclamano è la difesa della madre e del suo futuro bambino. Eppu­re, per Zapatero « solo l’ipocrisia o il tentativo di trasformare de­terminate convinzioni religiose in norme civiche universali per­metterebbe di negare » la neces­sità della nuova legge.
Manifestazioni in tutto il Paese Nella capitale in migliaia hanno sfilato per denunciare le «morti generate» dalla nuova legge


© Copyright Avvenire 9 marzo 2010

La Spagna va in piazza: «Sì alla vita». Con Zapatero sei anni di attacchi ai valori

Nel Paese iberico l’aumento record tra gli Stati Ue: +115% in 10 anni


DA M ADRID M ICHELA
C ORICELLI
U
n aborto ogni 4 minuti e mezzo. Tredici aborti ogni ora: 317 al giorno. Numeri agghiaccianti, in continua crescita. Il business delle interruzioni volontarie di gravidanza (il 98% vengono realizzate in cliniche private) non attraversa nessuna crisi in Spagna. Negli ultimi dieci anni (dal 1998 al 2008) gli aborti sono aumentati del 115%, passando da 53.847 a 115.812. Una gravidanza su cinque, nel 2008, è stata troncata volontariamente.
Nonostante gli sforzi del governo di José Luis Rodriguez Zapatero – che assicura che la nuova legge sull’aborto allineerà la Spagna al resto d’Europa – il triste panorama iberico è in controtendenza rispetto a numerosi vicini. La Spagna è il Paese in cui gli aborti aumentano di più. Mentre in Germania, Italia e Romania (i Paesi in cui sono stati registrati più aborti negli ultimi anni) il trend è in calo, in Spagna il fenomeno continua in rialzo.
Le interruzioni volontarie di gravidanza realizzate nella penisola iberica nell’ultimo decennio rappresentano l’87% dell’incremento totale dei primi 15 Paesi dell’Unione Europea.
Sono le allarmanti cifre dell’ultimo rapporto dell’Istituto di Politica Familiare (Ipf ).
I calcoli sono terribilmente semplici: in Spagna gli aborti crescono del 5% ogni anno. Per Eduardo Hertfelder, presidente dell’Ipf, se la tendenza non cambierà, il Paese iberico nel 2020 potrebbe superare i 220mila aborti annuali, sorpassando la Gran Bretagna e ottenendo la maglia nera europea. Nella «migliore» delle ipotesi, la Spagna si assesterà sui 169mila aborti, dopo Inghilterra e Francia.
In futuro abortire sarà ancora più facile. La scorsa settimana il Senato ha dato il via libera alla legge voluta dal governo di Zapatero, che liberalizza completamente l’interruzione di gravidanza nelle prime 14 settimane e permette alle minorenni di 16 e 17 anni di
compiere questo drammatico passo in assoluta autonomia (e solitudine), senza l’autorizzazione dei genitori.
Finora in Spagna l’aborto era permesso solo in caso di violenza sessuale, malformazione del feto o grave rischio fisico e psicologico per la madre. Per il governo socialista la norma rappresenta un progresso per le donne spagnole, in sintonia con la legislazione degli altri Paesi europei. Ma è falso, denuncia l’Ipf. Nella maggior parte delle nazioni europee è necessaria una ragione che giustifichi l’aborto e le minorenni non possono interrompere la gravidanza senza il consenso dei genitori.
Come il Parlamento, anche la piazza spagnola è spaccata di fronte alla nuova legge. Mentre l’Ipf svela i dati più crudeli del fenomeno, cominciano a riscaldarsi i motori di un nuovo appuntamento pubblico contro l’aborto. Domenica 7 marzo in 70 città spagnole e in alcune località europee, latinoamericane e australiane si celebrerà la Marcia Internazionale per la Vita 2010, con lo slogan: «Spagna, Sì alla Vita». Le associazioni familiari e le organizzazioni pro-life l’avevano promesso: l’approvazione del polemico testo non fermerà le proteste, al contrario. Non resteranno in silenzio.



Con Zapatero sei anni di attacchi ai valori

« S e c’è una cosa che caratterizza questo governo è che ha un progetto (...) per ridefinire l’identità sociale e storica della Spagna moderna». Così il primo ministro spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero si espri­meva nel libro-intervista «Ritratto di un presi­dente », uscito nel 2007. E qualche mese dopo, lu­glio 2008, al 39° Congresso del Partito socialista spagnolo ribadiva l’impegno alla «trasformazio­ne della società» di cui «il governo è uno stru­mento ». Il «progetto» sociale di Zapatero è dichiaratamente totalizzante e intende ridefinire il diritto alla vita, il significato della famiglia e la libertà religiosa. «La politica – diceva ancora nel libro-in­tervista – è creare il diritto di creare nuovi diritti», dove è ovviamente lo Stato a defini­re ciò che va o meno tutela­to. «L’idea di una legge natu­rale – proseguiva – che pre­cede le leggi degli uomini è una reliquia ideologica».
Per questo la nuova legisla­tura
(2009-2012) ha come programma anzitutto u­na ridefinizione (ma sarebbe meglio dire l’elimi­nazione) del diritto alla vita: dalla procreazione assistita alla liberalizzazione dell’aborto (la legge appena approvata), dalla liberalizzazione della pillola del giorno dopo (disponibile in tutte le far­macie dall’1 settembre scorso) all’eutanasia, fino alla ricerca sugli embrioni. In questa prospettiva Zapatero persegue anche l’eliminazione del di­ritto all’obiezione di coscienza che - nelle sue pa­role - «non può essere una scusa permanente per disobbedire alla legge».
Il «progetto» Zapatero prevede anche il consoli­damento dell’ideologia di genere, già sancito con il Piano nazionale dei diritti umani, agendo anche attraverso l’educazione sessuale obbligatoria. Ul­timo pilastro del progetto è una legge organica sulla libertà religiosa, che mira a espellere la reli­gione dalla vita pubblica sostituendo la mora­le «religiosa» con una «morale di Stato» Ma la questione più interessante è che Zapatero vede la Spagna come un laboratorio che ha una missione che si allarga a tutto il mondo ispanico, ovvero a quell’America Latina dove l’influenza del­la cultura cattolica è ancora molto forte. Non a caso dal momento in cui ha assunto la guida del governo (2004) si sono moltiplicati i viaggi del vice-premier per l’America Latina, con l’evidente scopo di rafforzare l’influenza di Madrid sulle vecchie colonie. Il governo Zapatero ha anche varato una «Alleanza della ci­vilizzazione », attraverso la quale ha investito 528 milioni di euro per diffon­dere l’ideologia di genere. A questo scopo ha an­che creato un Ambasciatore speciale per la poli­tica di genere, in seno al ministero degli Esteri. Ed esperti spagnoli lavorano ormai al fianco dei go­verni «amici». Come ha dovuto ammettere il pre­sidente dell’Ecuador Rafael Correa, dopo la con­troversa approvazione nel 2008 di una Costitu­zione che apre la porta alla legalizzazione dell’a­borto
e alle unioni omosessuali.

Riccardo Cascioli


© Copyright Avvenire 3 marzo 2010

Zapaterismo, autopsia di un sogno «Invece di allargare il consenso ha spaccato la società spagnola»

GIORGIO FERRARI
I
l voto al Senato che ha confer­mato la depenalizzazione del­l’interruzione di gravidanza in Spagna non deve trarre in inganno. Se della deriva zapateriana si colgo­no tuttora gli effetti è il sueño, il so­gno che il premier aveva ven­duto al spagnoli ad essersi in­franto. Il risveglio, come sap­piamo, è stato molto brusco: l’ Hispania Felix che aveva due volte raddoppiato il proprio prodotto interno lordo in do­dici anni, che sventolava or­gogliosa primati politici, eco­nomici, finanziari, ma soprat­tutto di ingegneria sociale, quasi che la sfida della mo­dernità fosse una rincorsa senza fine verso la rottura si­stematica con il passato, la tradizio­ne, gli schemi antichi e in definitiva il buon senso, ora si desta acciacca­ta e malconcia, povera come prima con i suoi otto milioni di indigenti (gli stessi dell’epoca di Felipe González, gli stessi ereditati da José Maria Az­nar, gli stessi che ora turbano i sonni di Zapatero), quasi che il prezzo del­la decantata España Plural fosse lo stesso che pagava l’Atene di Pericle: una casta di abbienti che danzava so­pra una massa di schiavi e di poveri. Le donne, i gay, l’aborto, la famiglia asimmetrica, la sghemba modernità che aveva sedotto Zapatero e a sua volta l’aveva spinto a sedurre con i medesimi incantesimi il proprio e­lettorato ha dato risultati scadenti, e­sigui e certamente non quell’evolu­zione sociale e civile che i colonnel­li del Psoe che avevano fiancheggia­to l’ascesa irresistibile dell’allora 44enne astro nascente di Valladolid si immaginavano. Anzi, il risultato più vistoso è la faglia che taglia a metà l’opinione pubblica spagnola, frat­turandone la solidarietà e il senso ci­vico a favore di una rissosa contrap­posizione. « Uno dei vizi capitali di noi spagnoli – ammette il deputato socialista Gomez Piña – è l’incapa­cità di un confronto sulle idee. Noi prendiamo partito, scegliamo un campo, combattiamo per vincere o per perdere, ma non ci confrontia­mo realmente. Così è stato con Za­patero. È un leader, il nostro leader e non ci sono discussioni».
Fra le file del Psoe si nasconde a fati­ca il malcontento. Non sono pochi i militanti e gli elettori socialisti ad es­ser rimasti disorientati dalla virulen­za anticlericale (e qualcuno – come il numero due del Partido Popular Gustavo De Aristegui, come si vede nell’intervista in questa stessa pagi­na – dice addirittura «anticattolica») del premier Zapatero. La sua è da an­ni una crociata personale, quasi vo­lesse estrarre dal corpo ombroso del­l’elettorato quei fantasmi sepolti nel-
l’orrore della guerra civile, intrave­dendo nella Chiesa cattolica la sua personale pintura negra, l’incubo o­scuro del quale la Spagna moderna dovrebbe liberarsi.
Per un po’ l’elettore spagnolo lo ha seguito. 'Bambi' Zapatero promet­teva una
movida infinita, una Spa­gna all’avanguardia nelle socialde­mocrazie europee, un laboratorio di modernità e di delegittimazione di tutto ciò che sapeva di vecchio, di ol­trepassato. I giovani, soprattutto, hanno intercettato quel messaggio. Le bombe di Atocha hanno fatto il re­sto. Ma lo zapaterismo vincente ha cominciato a inciampare sulla realtà di tutti i giorni. Non senza scivoloni strategici incredibili, come – proprio negli stessi giorni del precipitare del­la crisi immobiliare e oc­cupazionale – l’urgenza del governo di adottare «misure per conseguire la condizione di laicità che la Costituzione riserva al­lo Stato, una laicità che rispetti i religiosi, ma che richiede l’uguaglianza davanti alla legge affinché nessuna confessione possa beneficiare di un trattamento favorevole nei propri rapporti con il potere»; che fra le righe significa: u­niformiamoci alla sentenza della Corte europea di Strasburgo e to­gliamo i crocifissi dalle scuole.
Ora tutti, anche i delusi, gli agnostici, i tiepidi creden­ti convengono che la guer­ra privata di Zapatero alla Chiesa cattolica sia stata un’inutile sciocchezza, che semmai ha avuto la poco onorevole prerogativa di radicalizzare le posizioni di entram­bi. O, come dice il popolare Juan An­tonio Gomez Trinidad, «il Psoe è un autentico campione di incoerenza e
ambiguità: con tutti i problemi che abbiamo nell’istruzione, diamo un’immagine di frivolezza e generia­mo un problema e un conflitto edu­cativo non necessari. Bisogna essere un fanatico o un intransigente per sentirsi aggredito dal crocifisso, dal­la stella di David o dalla Mezzaluna». Trafitta dal male incurabile della di­soccupazione, della catena di falli­menti da parte delle imprese edili, dall’insolvenza di migliaia di im­prenditori e di decine di migliaia di cittadini che non riescono più a pa­gare il mutuo, la Spagna di Zapatero si appresta all’autopsia dell’«ultimo mito socialista d’Europa » facendo l’inventario neanche tanto metafo­rico delle macerie che lo zapaterismo si lascia alle spalle. E non è tanto u­na società divisa e disgregata di cui ci importa, quanto di una società profondamente ferita dalle manipo­lazioni del leader, rivelatosi improvvisamente da uomo di immagine che era un malde­stro improvvisatore e dal pic­colo mago che aveva inventa­to la versione «light» della fa­migerata terza via l’imbaraz­zato condottiero che ha par­lato troppo e troppo a lungo di gay, di adozioni facili e di li­bero aborto e troppo poco di coesione sociale, di educazio­ne, di famiglia, perdendo alla fine l’unico treno importante che avrebbe dovuto prendere, quel­lo di un consenso allargato anche a chi il voto non glielo dava. Come sentimmo dire ammirati a Oviedo qualche anno fa da un signore che elogiava il sindaco per come ammi­nistrava la città ma votava il partito concorrente. Ma quelli erano altri tempi, meno televisivi, meno su­perficiali, meno schiavi dell’imma­gine. Che ora, per contrappasso, pu­nisce il premier Zapatero e lo confi­na nel purgatorio di una popolarità ridotta ai minimi termini. E non ba­sterà un semplice sorriso per ri­montare la china.
La sua politica-movida a un certo punto ha iniziato a inciampare sulla realtà quotidiana


Aristegui: «Già svanita la sua utopia radicale»


DAL NOSTRO INVIATO A MADRID

« I
si l sogno zapateriano è finito. Del resto non era che un sogno, venduto bene, confezio­nato a dovere e che ha sedotto oltre alla si­nistra molti spagnoli delusi, ma pur sempre di sogno trattava»
La vita è sogno, diceva il vostro Calderón de la Bar­ca. Forse voi spagnoli vi innamorate di certi mirag­gi...

«Certo, ma Zapatero venne messo sugli scudi dalle bombe di Atocha. Le bombe del 2004 furono il cata­lizzatore della sua vittoria, perché senza quella i po­chi errori commessi da Aznar non sarebbero stati suf­ficienti
per la vittoria del Psoe». Gustavo de Aristegui sorseggia il suo gin tonic nel bar molto alla moda dell’Hotel Urban, quartier generale ufficioso del Partido Popular, di cui di fatto è il numero due, secondo solo al segretario Mariano Rajoy, e for­se un domani proprio il tipo di figura destinata a pren­derne il posto nella sfida per le elezio­ni politiche del 2012.
Zapatero è al potere da sei anni. Ha rivinto le elezioni. Il suo sembra un sogno che dura un po’ troppo.

«El sueño de la razón produce mon­struos...
»
Già il sonno della ragione di Goya...

Eppure gli spagnoli l’hanno rivotato.

Sì, perché l’economia andava ancora bene. Ma le ra­gioni della rovina di Zapatero non stanno solamente nel cattivo corso della congiuntura economica, che pure esiste e l’ha fatto precipitare sotto il 37 per cen­to dei consensi. Le ragioni sono altre, più sottili.

Proviamo a enumerarle?

Innanzitutto non è un vero socialista. Zapatero è un radicale, un radicale utopista che ha giocato con le pulsioni elementari della gente. Il suo stesso partito lo sta mettendo in discussione proprio perché non rappresenta compiutamente l’ideale socialista.

Poi?

Poi ha un problema personale molto serio. È un an­ticlericale e un anticattolico irriducibile, di una viru­lenza per ritrovare la quale dovremmo tornare indie­tro agli anni Trenta, quando la Spagna era spaccata in due. Pensi che quando si è recato da Obama alla colazione di preghiera ha scelto un passo del
Deute­ronomio
molto elusivo e al posto di Dio ha usato pla­tealmente la parola 'cielo', per non doverlo nominare.

Sembra quasi un problema psicologico. Ma perché tutto ciò? Per tradizione, per 'mala educación', per strategia politica?

Forse non lo sapremo mai. Il risultato è stato quello di spaccare in due l’opinione pubblica spagnola e di inimicarsi quella moderata. Dimenticando comun­que che la sua deriva – alludo ai matrimoni gay, alle
politiche familiari, all’aborto, al tema del fine vita – ha colpito nel profondo un Paese che è e rimane mag­gioritariamente cattolico, nonostante il vento della modernità forzata che Zapatero ha cercato di caval­care.
Zapatero parlava anche di tolleranza di alleanza del­le civiltà, di società aperta a ogni formula di convi­venza...

Una stupidaggine macroscopica, un esercizio in­comprensibile che ha prodotto solo conseguenze ne­gative.
Figlio di un diplomatico rimasto ucciso in un atten­tato a Beirut, Gustavo de Aristegui – anche se non lo vuole ammettere – sta scaldando i motori. Forse sarà lui a succedere a Rajoy. Di idee ne ha. Ed anche qual­che critica nei confronti del suo stesso partito.
«Dobbiamo guarire l’economia – dice – c’è un’emer­genza nazionale. Ma un partito che si propone di go­vernare non può rimanere a guardare gli errori del­l’avversario. Occorre una leadership vera per scon­figgere Zapatero, senso dello Stato, capacità di ascol­tare
la gente».
Anche Obama ha venduto un sogno agli americani.

Vero. Ma dentro il sogno c’era sostanza, decisione, volontà. Quella che in questo momento manca alla Spagna. A tutti, non soltanto a José Luis Rodriguez Zapatero.



© Copyright Avvenire 26 febbraio 2010

Il re deve firmare la legge sull'aborto?

Los obispos no van a pronunciarse sobre si el Rey debe sancionar la ley del aborto

In Spagna i vescovi "non si pronunciano" sull'pportunità che il re firmi la legge sull'aborto oggi votata al parlamento. Mi dispiace, ma quello che vale per l'ultimo passante deve valere anche per il re, e se è moralmente illecito firmare la legge per un deputato, deve esserlo anche per il re.La firma sulla legge per l'aborto è fatta con lo stesso inchiostro. Il mancato richiamo al re, può far sentire alla gente che si usano due misure in caso di etica della vita.

postato da: carlobellieni