DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Yawatch, l'indiano d'America conquistato da Cristo

La sua vicenda si intreccia con quella del missionario italiano don Alfredo Monacelli

di Luca Marcolivio
È facile immaginare missionari in Africa o in America Latina. Pochi sanno, tuttavia, dell'esistenza di apostolati tra gli indiani d'America. È il caso di don Alfredo Monacelli, sacerdote di origine varesotta e di formazione ciellina, approdato in Canada negli anni '90 e ordinato sacerdote all'inizio del decennio successivo.

La sua vicenda si intreccia a quella di David Maurice Frank, indiano della riserva di Ahousat, nella Vancouver Island. Sposato con quattro figli, Frank, il cui nome indigeno è Yawatch ('protettore delle genti' o 'avvocato'), è manager per la Community Health Service dove aiuta gli abitanti tramite la terapia occidentale tradizionale. Don Monacelli e Frank hanno reso la loro testimonianza al pubblico del Meeting di Rimini, nel corso dell'incontro Fare il cristianesimo in terre di frontiera, moderato da John Zucchi, professore di Storia alla Montreal University.
Per don Alfredo quella presso gli indiani della Vancouver Island è una missione che appena pochi anni prima non avrebbe neanche lontanamente immaginato. Un giorno gli viene chiesto di fare catechesi presso la piccola comunità di Campbell River. Si tratta di una tribù nella quale i cattolici sono poche decine e tutti con una formazione molto approssimativa. Il sacerdote lombardo deve fare i conti con un ambiente molto lontano da quello “borghese” e “schizzinoso” della sua città natale. Dovrà affrontare il freddo, l'asprezza del territorio boschivo, le abitudini bizzarre degli abitanti, la loro incapacità o impossibilità a rispettare gli orari pattuiti. Il primo appuntamento con loro è una sera alle sette, ma il primo degli indiani si presenta con un'ora e mezza di ritardo: esperienza snervante specie per un varesotto dal rigore quasi svizzero ma anche questo fa parte della missione. Don Alfredo ha compreso che il Signore lo sta chiamando ad abbandonare le sue piccole certezze e a mettere in discussione le sue piccole abitudini per un progetto ben più grande. “All'inizio prestavo servizio per queste tribù per puro senso del dovere – ha raccontato don Monacelli -. In seguito mi resi conto che il Signore mi chiedeva un salto di qualità: la Sua volontà doveva diventare la mia. Perché in fondo non erano loro il problema. Il problema ero io, con la mia mentalità”.
Due incontri segneranno in modo indelebile la sua vita sacerdotale. Il primo è con il trentatreenne Don, un uomo con seri problemi di alcolismo. Il primo approccio con il missionario italiano è scoraggiante: “Padre, nulla ha un senso nella mia vita – esordisce Don quasi piangendo -. Poi, però, per cinque secondi, tutto diventa chiaro!”. Un paio di settimane dopo don Alfredo apprende la tragica notizia della morte di Don, in circostanze non chiarite. Eppure, racconta il sacerdote, “furono proprio quei
cinque secondi a salvarlo. Don aveva compreso che il suo cuore desiderava qualcosa di più grande”. In un'altra occasione il missionario italiano fa conoscenza con Stanley, un anziano con un grande rosario al collo. “Lo vede, padre? - disse un giorno il nativo americano a don Alfredo – Con questo prego tutti i giorni... grazie di essere qui!”. Sopraffatto dal sorriso di Stanley, dalla sua semplicità e gratitudine, il sacerdote varesotto rimase definitivamente conquistato dalla sua missione e dalla sua gente.
Tra le persone conosciute da don Monacelli, durante la sua straordinaria esperienza canadese c'è David Maurice Frank. Il nativo americano ha voluto salutare il pubblico della Fiera di Rimini con una speciale benedizione nella propria lingua tribale. Frank è stato battezzato cattolico da genitori ormai quasi cinquantenni e ancora in parte legati alle tradizioni religiose locali. Il giovane cresce con una buona educazione cristiana, interrotta da un tristissimo incidente di percorso: un sacerdote abusa sessualmente di lui. Il trauma è troppo grande per Frank che perde la fede, finendo nel baratro dell'alcool e della droga e meditando il suicidio. Fino al giorno in cui un nuovo e ben più santo prete, di nome padre Salomon, viene a bussare alla sua porta. Frank riscopre la bellezza della fede cristiana nel perdono del suo violentatore. “Mi sono accorto che la Chiesa era composta anche di tanta gente dal cuore d'oro – ha raccontato il nativo americano -. L'errore di uno non poteva cancellare il grande bene che tanti altri avevano fatto”. Per Frank inizia un cammino di conversione che, anni dopo, lo porterà a conoscere don Alfredo Monacelli.
I cammini di questi due uomini, un laico americano e un sacerdote europeo, si sono felicemente incanalati lungo lo stesso sentiero. Una straordinaria traiettoria d'amore e di fede ha unito Varese e Vancouver Island e, lo scorso 26 agosto, è diventata patrimonio del non esiguo pubblico del Meeting di Rimini. Una bella storia in controtendenza se si pensa che nella terra di frontiera in cui si svolge, la religione crescente è l'ateismo. La storia del cristianesimo antico e recente è però sfolgorante di luce e ci insegna che proprio dove il paganesimo era più radicato ed aggressivo, la grande forza della missione ha trionfato.


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Presbitero dona la sua vita per salvare tre giovani

ROMA, 12 May. 10 / 10:35 pm (ACI)

El P. Thomas Remedios Fernandes, de 37 años, vicario parroquial de la iglesia de Jesús, María y José, en la aldea de Nuvem, falleció el 9 de mayo al salvar a tres jóvenes de perecer ahogados en el mar durante un paseo organizado por la parroquia.

Según informó la agencia Fides, la parroquia había organizado un día de compañerismo en la playa de Galgibaga. Ese día por la tarde, tres jóvenes de entre 17 y 19 años ingresaron en el mar agitado y al encontrarse en dificultad gritaron pidiendo ayuda.

"El P. Fernandes se tiró al agua y logró salvar enseguida a dos. Una vez alcanzado y puesto a salvo al tercer joven, ha sufrido un ataque cardíaco mortal. El sacerdote ha sido socorrido y llevado rápidamente a un hospital cercano, pero los médicos no han podido hacer otra cosa que constatar la muerte", informó Fides.

La Iglesia en Goa afirmó que el P. Fernandes "es un Pastor que ha dado la vida por sus ovejas (…) y en este Año Sacerdotal es un ejemplo y un testimonio para todos los sacerdotes".

Un’altra Giustizia una speranza più grande. Erba, la condanna e il perdono

LUCIA BELLASPIGA
« N
on entri in quella casa, ci sono quattro corpi sgozzati, lassù». È ascoltando queste poche parole che una sera di dicembre del 2006 Carlo Castagna, piccolo imprenditore brianzolo, fino a quel momento marito, padre e nonno sereno, rischia di impazzire. In «quella casa» giacciono senza vita sua moglie Paola, sua figlia Raffaella, il suo nipotino Youssef di due anni e mezzo, e Valeria Cherubini, inquilina del piano di sopra, uccisa per aver cercato di portare aiuto. Trema, e non di freddo, mentre cerca di capire se tutto questo stia davvero capitando a lui, circondato da una folla che lo fissa senza trovare parole che consolino. In quegli istanti gli assassini sono ancora un’entità astratta, forse gente venuta da lontano, ma l’abisso no, è lì a due passi e si spalanca davanti ai suoi piedi di «povero cristiano», come si definisce lui. Basterebbe un solo passo, un salto nel buio sacrosanto dell’odio: chi potrebbe biasimarlo? Invece il mobiliere di Erba fa un passo indietro, si stringe nella coperta che qualcuno gli ha portato e pronuncia la parola meno ovvia, la più inaspettata, ma l’unica che gli sale alle labbra: perdono.
Nessuna arroganza, per carità, nessun abuso di potere, «io non offro il mio perdono, lo sento dentro, chi sono io per concedere il perdono? Uno mi può rispondere: e chi te l’ha chiesto? il
primo peccatore sei tu. Ed è vero.
Semplicemente ho percepito che vivere odiando sarebbe stata per me una tragedia», spiegherà mille volte da quel giorno. E lo ripeterà ancora quando gli assassini assumeranno un nome e un volto, e non di gente venuta da lontano ma di Olindo e Rosa Romano, i vicini che l’odio ha trasformato in sanguinari: «Grazie a mia moglie Paola, a Raffaella e al piccolo Youssef ho la serenità di pregare perché i colpevoli recuperino quella sapienza del cuore che con mia moglie invocavamo ogni giorno», spiegherà. Sa bene che i suoi cari non torneranno più, in questa vita, ma se li sente accanto in ogni istante e da loro assume una forza che stupisce anche lui, quella di pregare perché gli assassini comprendano e si salvino: «Se un giorno venissi a sapere che Olindo e Rosa hanno il cuore contrito, andrei loro incontro e insieme piangeremmo, io per aver perso i miei cari, loro per ciò che hanno commesso, e il nostro sarebbe un abbraccio tra fratelli che si ritrovano nella casa dello stesso Padre». Quando si domanda se si meriti «tutto questo», Castagna non si riferisce allo strazio subìto ma alla grazia ricevuta dall’alto, senza la quale l’odio e la vendetta l’avrebbero annientato. «C’è la
mano del Signore su di me», dice grato, senza smettere di chiederla umilmente e di rinvigorirla attingendo al suo rapporto quotidiano con Dio.
«Ergastolo» hanno ripetuto l’altro giorno in secondo grado i giudici di Milano, e Castagna, presente in aula, non ha eccepito, convinto che la giustizia umana debba fare il suo corso. Ma a chi gli chiedeva che cosa provasse nei confronti dei condannati rispondeva con una sola parola: pietà.
Esiste un’altra Giustizia oltre a quella dei tribunali, con tempi e logiche diverse, che riconduce ogni singola storia nella grande vicenda universale: «Il loro ravvedimento – sostiene l’uomo cui hanno portato via tutto – sarebbe la meta più elevata di un cammino spirituale che ci riguarda tutti». Perché amare il nemico è affar nostro, il miracolo di salvezza che ci è stato prescritto. «Perdono», ripete Castagna, e con logica stringente si mette in gioco ogni sera, «come noi li rimettiamo ai nostri debitori...».
«Noi che viviamo la fede del dubbio – ha scritto tempo fa su l’Unità Toni Jop – gli siamo grati per aver pronunciato la sola rivoluzionaria parola alla quale si può affidare, con qualche speranza, il destino dell’umanità».


© Copyright Avvenire 22 aprile 2010




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INDIA Suor Rani Maria, martire della fede: il suo assassino si è convertito

di Nirmala Carvalho
A quindici anni dal martirio della religiosa, uccisa per il suo impegno a favore dei poveri e per la sua fede cristiana, il sacerdote che ha curato l’inchiesta diocesana racconta ad AsiaNews la vita e le opere della madre. La conversione del suo assassino, un contadino indù, dovuta alla sua intercessione.

Udaya Nagar (AsiaNews) – Suor Rani Maria, che ha subito quindici anni fa il martirio per la fede con cui ha sempre aiutato i più poveri fra i poveri, “ci stimola ad andare avanti. Il suo esempio di vita e la sua morte sono uno stimolo per noi che siamo rimasti e che, oggi, abbiamo un potente intercessore presso il Signore”.

Lo dice ad AsiaNews p. Cherian, portavoce della diocesi di Indore e direttore della società locale per i servizi sociali, che ha accompagnato la religiosa nella sua opera umanitaria e che ha curato la raccolta dei documenti per la beatificazione. L’inchiesta diocesana sulla religiosa è stata completata due anni fa. I risultati sono oggi allo studio del Vaticano. Il sacerdote presenta oggi la sua testimonianza sulla vita della religiosa.

Suor Rani Maria ha sacrificato la propria vita lavorando per il popolo e per il Signore. Come Gesù è morta sulla croce, mentre portava avanti con fede e abnegazione il suo lavoro in mezzo alle persone. La vita e la morte di suor Rani Maria sono divenute un’ispirazione e una speranza per noi: ci spingono a continuare a fare del bene, lavorare e servire anche a costo della vita. Essere simili a Cristo, in modo da guadagnare delle grazie.

I sacerdoti della diocesi di Indore hanno oggi un intercessore potente presso il Padre, e questo’anno sacerdotale sarà un anno pieno di grazia. Ho sofferto profondamente per il suo omicidio, ma oggi siamo tutti sicuri che la nostra sorella sia viva in cielo, da dove intercede per noi e ci spinge a lavorare per il Regno della giustizia, la pace e la verità.

In vita, suor Rani Maria ha lavorato senza sosta per aiutare gli abitanti dei villaggi – per la maggior parte poveri tribali – a stabilire dei gruppi di auto-aiuto attraverso l'ottenimento di credito finanziario e altre forme di sostegno economico. Ha fatto in modo che venissero concessi ai villaggi, in modo da migliorarne il welfare e le possibilità di guadagno. Ha lavorato senza tregua per aiutare questa parte della società, spesso oppressa.

Nel contempo, si è sempre assicurata che questi movimenti fossero di natura popolare, senza influenze esterne: ha preferito agire da umile catalizzatrice della gente. In quest’ottica ha rafforzato i panchayats (i consigli di villaggio) spingendoli a considerare e a essere consapevoli dei loro diritti e delle loro responsabilità, offrendo assistenza tramite programmi di sviluppo pianificati e sistematici.

Nel dicembre del 1994, preparando le elezioni di questi consigli, si scatenò un litigio fra una famiglia cattolica della sotto-casta dei barela e un candidato della destra nazionalista. La polizia arrestò alcuni dei cattolici, e suor Rani Maria fece di tutto per ottenerne il rilascio. Per questo, la destra indù ha iniziato a guardarla con molta ostilità: avevano la falsa idea che la religiosa istigasse la popolazione contro di loro.

Lasciati da soli, infatti, i tribali non sarebbero mai stati in grado di fare una battaglia politica o persino legale. Il 25 febbraio del 1995, un contadino ingaggiato per uccidere suor Rani Maria è salito nell’autobus dove la madre era seduta e l’ha accoltellata. La gente ha iniziato a gridare e il bus si è fermato, ma il contadino ha trascinato la religiosa a terra e ha continuato a colpirla fino alla morte.

Dopo dieci anni di galera, quest’uomo è stato rilasciato: il suo cuore si è completamente trasformato. Ha espresso profondo dolore e rimorso per quanto ha fatto e si è convertito, parlando in pubblico di Cristo e del Suo perdono. L’uomo ha detto chiaramente che la sua conversione è avvenuta tramite suor Rani Maria.

La madre ha continuato ad aiutarci, specialmente nei momenti di crisi: la sua vita e la sua morte ci incoraggiano ad andare avanti. So che non siamo poi così forti, ma il Signore ci concede forza e benedizione tramite la costante intercessione di suor Rani.

Padre Rotondi e la «conversione» di Saragat

DI FILIPPO RIZZI

C
onfidente di Papi, in primis Pio XII, presi­denti della Repubbli­ca, amico di attori da Corra­do Pani ad Anna Magnani, intellettuali, giornalisti tra questi Curzio Malaparte, gli editori Edilio Rusconi e Re­nato Angiolillo, sempre al fianco del suo confratello forse più noto, nelle difficili battaglie del Novecento, «crociate della bontà» delle elezioni politiche del 1948, il gesuita Riccardo Lombardi, il «microfono di Dio».
Il 13 aprile di vent’anni fa moriva 78enne a Castelgan­dolfo, a causa di un ictus ce­rebrale nella casa e movi­mento Oasi da lui fondato trent’anni prima, nel 1950, il gesuita Virginio Rotondi. U­na figura di religioso e sa­cerdote di razza che si im­pose sulla scena del grande pubblico del Dopoguerra anche attraverso i rotocalchi ( collaborò, non a caso, a molti di essi da
G ente, Oggi, Grazia , L’Europeo) e rubri­che televisive e radiofoniche (con lui nasce la trasmissio­ne Rai Ascolta si fa sera) per le sue battaglie: dai suoi co­mizi a favore della Dc, nelle piazza rosse, come nella Sta­lingrado d’Italia, a Sesto San Giovanni, ad essere stato de­finito «Il Di Vittorio del Vati­cano » perché riuscì, quasi con lo stesso carisma del leg­gendario sindacalista pu­gliese della Cgil ad alzare, per la prima volta, il salario dei dipendenti della Santa Sede alle sue crociate, a vol­te solitarie, in difesa della vi­ta, contro l’eutanasia, la pil­lola e il divorzio nell’ultima parabola del suo Novecento. Un trascinatore di folle, no­nostante la bassa statura, anche per il suo carisma da gesuita di popolo ( sarà, tra l’altro, da giovane, assisten­te spirituale dei tranvieri del­l’Atac di Roma e inseparabi­le nel suo apostolato sarà la fisarmonica). Famosa nei suoi comizi nelle piazze ros­se la frase: «Mio padre è un proletario come voi».
E proprio per questo suo ca­risma di essere un sacerdo­te vicino alla gente, definito amabilmente dai media « il gesuita dei casi difficili» e la sua buona preparazione teo­logica verrà scelto da Papa Pacelli come collaboratore per tante delicate missioni ma anche come estensore, in chiave più divulgativa, del complesso magistero di Pio XII. Un legame quello con Eugenio Pacelli che non si spezzerà mai fino alla mor­te.
Sarà infatti padre Virginio Rotondi ad avvicinare il Pa­stor Angelicus alla gente: gra­zie alla sua mediazione av­verrà nelle mura vaticane il primo reportage fotografico a colori su Epoca dedicato al­la giornata di un Papa, in cui si vedrà Pacelli nella sua quotidianità, accompagna­to dagli inseparabili canari­ni Domplaff e Gretchen. Un rapporto quasi naturale con i media che spingerà Roton­di a sostenere Sergio Zavoli nella sua avventura, nono­stante le perplessità della ge­rarchia cattolica: la realizza­zione della nota trasmissio­ne televisiva Clausura, dove per la prima volta, un gior­nalista varcava le soglie di un monastero e intervistava la sottopriora, suor Maria Tere­sa dell’Eucarestia. Toccherà sempre a Rotondi, con lo pseudonimo di padre Pasquali, di essere il mes­saggero e custode segreto di tanti messaggi paralleli a quelli della diplomazia uffi­ciale, tra i due colli della Ca­pitale , il Vaticano e il Quiri­nale, tra Eugenio Pacelli e Giovanni Gronchi. Un ruolo di grande peso, quello gio­cato proprio da padre Ro­tondi in quel frangente a po­chi anni di distanza dai pri­mi governi di Centro-sinistra in Italia.
S empre a lui, al gesuita di fiducia di Pacelli ricor­rerà il presidente dell’E­ni Enrico Mattei per esten­dere le sue conquiste petro­lifere in Persia, tentando at­traverso un’intricata que­stione di diritto canonico, di far unire in matrimonio, poi naufragato anche per la morte di Pacelli, la cattolica Maria Gabriella di Savoia con lo scià di Persia Reza Palevi.
Ma è il 1957 l’anno che por­terà sul crinale mediatico il gesuita Virginio Rotondi: Curzio Malaparte, lo scritto­re de
La Pelle e Kaputt in punto di morte, alla clinica Sanatrix si converte al catto­licesimo. Sarà il gesuita ori­ginario di Vicovaro ad am­ministrargli in poche ore i sa­cramenti del battesimo, cre­sima e comunione. E famo­sa la frase pronunciata dal
Maledetto toscano
al suo o­ramai amico e confidente: «Faccia presto, mi dia Gesù». A fare scalpore saranno i di­battiti e la vis polemica di questo gesuita di frontiera negli anni Settanta: memo­rabile sarà il dibattito con Pier Paolo Pasolini sulla fine del cristianesimo in Italia e sulla stroncatura sulle co­lonne de Il Tempo del film del « Vangelo secondo Matteo » del grande scrittore friulano. In ogni sua battaglia Roton­presidente di cercherà il dialogo ma an­che di mettere in risalto la verità del magistero cattoli­co.
Un nome del tutto partico­lare da associare alla biogra­fia di Rotondi è quello di Lui­gi Calabresi: il giovane com­missario di Polizia sarà uno dei più fedeli discepoli e fi­gli spirituali del movimento fondato da Rotondi, l’Oasi, oramai diffusosi in tutto il mondo. Laconica e in un certo senso drammatica sarà l’impressione di Rotondi sul­la tragica morte nel 1972 del suo discepolo prediletto: «Ha privato il movimento di una testimonianza che da subito colpiva profonda­mente i giovani; ha privato la Chiesa di un figlio silen­ziosamente eroico».
Un capitolo a parte del No­vecento di Virginio Rotondi è sicuramente il rapporto del tutto eccezionale che si in­staurerà con Giuseppe Sara­gat, storico leader del Psdi,
della Repubblica e da ultimo senatore a vita. Un’amicizia che porterà a un lungo dialogo sulla fede, sul­le cose ultime, fino alla ri­chiesta di funerali religiosi da parte di Saragat, quasi per e­saudire un antico e intimo desiderio della scomparsa moglie Giuseppina. Un tema nodale come la difesa della vita, i diritti del nascituro, il no netto all’aborto, porterà, in quegli anni, seppur con connotati diversi, a stare dal­la stessa parte Rotondi e lo statista socialdemocratico.
A ncora oggi a testimo­niare questa intensa amicizia e dialogo spirituale sono le note dei diari di Rotondi, raccolte, du­rante le tante visite alla villa di Saragat a Roma, alla Ca­milluccia: «Grazie a lei per a­vermi fatto incontrare la sua fede che oggi, è anche la mia » . E ancora: « Quando verrà la mia ora, dò a lei l’in­carico di pensare a tutto ciò che riguarda tutti, della mia fede cristiana, cattolica». Un desiderio che verrà total­mente esaudito nel giugno del 1988, con la morte del politico socialdemocratico.
Rotondi, il gesuita di Pio XII – è giusto ricordarlo a vent’anni dalla sua morte – godrà sempre della stima so­prattutto per la sua predica­zione radiofonica di Paolo VI (suo il primo commento via radio della
Humanae vitae in Italia) ma anche di Giovanni Paolo II, a cui affiderà il gra­voso compito di fare una supplementare inchiesta sulla intricata vicenda dello Ior di Paul Marcinkus.
Il gesuita dei casi difficili, il crociato della Guerra Fredda morirà a Villa Sorriso a Ca­stelgandolfo, il 13 aprile del 1990, all’alba del Venerdì Santo di quell’anno, assisti­to dai suoi più stretti colla­boratori, tra questi la fidata segretaria Virginia Minelli, dei due istituti da lui fonda­ti e riconosciuti dalla Chie­sa, il movimento Oasi e l’i­stituto secolare
Ancilla Do­mini.
A vent’anni dalla sua morte rimangono vive forse anco­ra oggi le parole che amava ripetere a chi andava a tro­varlo nella sua immobilità: « Quando il Signore mi ha detto: parla alle folle, sono corso da un capo all’altro dell’Italia e del mondo per obbedire ai suoi comandi. Poi un giorno mi ha detto: basta fermati! E io gli ho ob­bedito
».


© Copyright Avvenire 13 aprile 2010

astagna (strage di Erba): solo la Pasqua mi ha permesso di perdonare Olindo e Rosa

venerdì 2 aprile 2010


Sofferenza, perdono, speranza: la Pasqua è anche questo. E questi tre elementi sono ancora presenti nell’esperienza di Carlo Castagna. Era l’11 dicembre del 2006 quando Olindo Romano e Rosa Bazzi uccisero sua moglie Paola, sua figlia Raffaella e suo nipote Youssef, oltre a Valeria Cherubini, loro vicina di casa corsa a soccorrerli. L’episodio è passato alla cronaca come la strage di Erba e Carlo stupì l’opinione pubblica quando dichiarò di perdonare gli assassini dei suoi cari. Sul perdono ha scritto anche un libro insieme a Lucia Bellaspiga (“Il perdono di Erba”) e a ilsussidiario.net racconta cosa significa per lui metterlo in atto, come ha alleviato la sua sofferenza e la speranza che gli ha donato.

Ci può spiegare innanzitutto che cos’è per lei il perdono?

È una grazia che mi sono trovato a poter disporre, perché Qualcuno mi ha aiutato a trovarla. Il merito è di Paola, mia moglie, e ancora prima dei genitori, dei parenti, dei religiosi e dei sacerdoti, che mi hanno accompagnato nella crescita. La questione è semplice: quando uno sbaglia, il Padre lo perdona. Noi uomini siamo oggetto di perdono, e dobbiamo a nostra volta essere capaci di concederlo ai nostri simili. Non sempre ci riusciamo, non sempre ne siamo capaci, ma il nostro sforzo deve essere questo. Il perdono lo abbiamo ricevuto, continuiamo a riceverlo e lo riceveremo ancora, ma a nostra volta dobbiamo essere capaci di offrirlo indistintamente agli altri uomini.

Quindi ha perdonato perché lei stesso è oggetto di perdono?

Certo, quante volte sbagliamo e ci pentiamo? Il pentimento è importante, è il primo passo. Il Signore poi ci dona il perdono, senza obbligarci ad accettarlo Noi uomini a volte non ce ne accorgiamo, ma siamo investiti dal perdono di Dio, quasi in maniera esagerata, abbondante, superiore alla miseria dei nostri errori. Il Padre ci accoglie tra le sue braccia, nonostante non lo meritiamo.

Lei ha anche detto: “Il perdono è una strada battuta da altri prima di me”. Cosa vuol dire?

Sappiamo che Cristo, con la sua morte in croce, è stato il primo a percorrere la strada del perdono (“Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno”). Abbiamo poi l’esempio dei martiri, come Santo Stefano, che mentre veniva lapidato chiedeva al Signore di perdonare i suoi assassini. Anche se io non sono stato la vittima diretta, ma ho solo raccolto il testimone di un martirio (quello dei miei cari), ho subito un male che ricade anche sui miei figli, su mia suocera, sui miei cognati e sulle persone che mi hanno accompagnato e mi accompagnano nella vita. E per superarlo ci serve la forza del perdono, della misericordia.

Il perdono l’ha quindi aiutata a superare la sofferenza?

Il perdono mi ha aiutato a vivere la sofferenza in modo diverso: non è tristezza, non è rancore, non è desiderio di vendetta. Inoltre, mi ha fatto capire che la sofferenza ha un valore molto positivo, perché soffrire tanto vuol dire aver amato altrettanto, e nel tempo la sofferenza trova la gioia per aver avuto al fianco i nostri cari.

La sua sofferenza deve essere stata però forte.

Sì, ma non sono morto dentro. Grazie al sostegno di molti, grazie al fatto di essermi saputo affidare al Signore, ho avuto aiuto. Ho chiesto un mano a Dio, perché faticavo a capire il suo disegno, ho chiesto di avere la forza per accettarlo e ora sono sempre più sereno.

Avendo perso i suoi cari, come fa a non sentirsi solo?

Grazie al percorso che ho avuto la possibilità di fare. Il cristiano può vivere la misteriosa comunione dei Santi. Noi chiediamo con la preghiera la loro intercessione per avere un conforto, un sostegno per tenere un comportamento consono a quello che il Vangelo ci indica. La comunione dei Santi è anche comunione con i nostri cari, di cui abbiamo una presenza costante. Non è una presenza visiva o materiale, ma è del cuore, della mente, spirituale. Paola, Raffaella e Youssef mi mancano, non posso negarlo. Ma riesco a supplire alla loro mancanza fisica col fatto di essere in comunione con loro. Nella gioia o nel dolore, posso comunque contare su di loro. Spesso è difficile far capire questo tipo di rapporto: si rischia di passar per matti o per visionari, ma le assicuro che è così.

Lei ha detto che gli “assassini sono le prime vittime”. In che senso?

I nostri cari sono vittime consequenziali. I loro assassini sono invece vittime dirette di un disegno tenebroso: del peccato, del demonio, di Satana, che è in grado di poter fare molto male, anche perché conosce l’uomo. E quando agisce nell’individuo, lo illude di poter ottenere una soddisfazione di cui pensa di avere assolutamente bisogno. Rosa e Olindo hanno purtroppo accettato una proposta, hanno condiviso un progetto che andava invece allontanato e rifiutato. Non avendolo fatto sono diventate vittime di un progetto, di un disegno che non è quello della luce. Ora che dovranno scontare il carcere, è chiaro che non hanno nemmeno raggiunto quell’obiettivo che si erano prefissati.

Lei ha anche dichiarato di sperare nel fatto che possano ravvedersi. Pensa che sia davvero possibile?

È un auspicio, un augurio. Nelle preghiere mie e di Mamma Lidia, mia suocera, lo chiediamo sempre. Proprio in questi giorni sto portando avanti un approfondimento sulla preghiera di intercessione e noi chiediamo che i loro cuori si sciolgano, ma loro continuano a scegliere di tenerli duri, freddi. Basti pensare al fatto che hanno rivisto la loro confessione iniziale, dicendo di essere stati costretti con la forza a farla. Avevano quindi dato segni di poter iniziare un percorso di conversione del cuore, di pentimento. Forse però la nuova strategia difensiva per il processo li ha portati di nuovo lontano. Se compissero i primi passi, potrebbero rendersi anche contro del tempo che stanno perdendo e hanno perso: non porteranno a casa nessun beneficio da questa difesa spregiudicata.

Ma che cos’è per lei la giustizia?

C’è la giustizia umana, terrena e c’è quella divina. L’unità di misura della Giustizia divina è diversa da quella umana, al punto che se il peccatore si converte, il Padre lo perdona immediatamente. La conversione e il pentimento sono i primi passi che il peccatore deve intraprendere, riconoscendo il male che ha compiuto. La giustizia terrena ha invece delle leggi, dei paletti, dei tempi, che non possono essere limitati a un riconoscimento vero del proprio errore: occorre passare attraverso la pena, un tempo di espiazione. Chi ne approfitta per riprendersi, per ravvedersi, può anche avere un giovamento: un cammino che verrà premiato con la riduzione della pena. E credo che sia doveroso riconoscere uno sconto per chi ha tenuto un comportamento esemplare in carcere.

Dato che si avvicina la Pasqua, mi può dire cosa rappresenta per lei?

La Pasqua è la vittoria della vita sulla morte. Cristo ha aderito a un disegno che era anche tentato di allontanare e che passava attraverso l’umiliazione, la sofferenza e la morte. La morte però non ha vinto. La Resurrezione ci porta la luce, la gioia, la speranza. La Pasqua ci ricorda che anche l’uomo è chiamato a risorgere, già in questa vita, dalla sua meschinità, dal suo egoismo, dai suoi limiti.

(Lorenzo Torrisi)



© Copyright Il Sussidiario

Christus vincit

Autore: Capucciati, Ester Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
martedì 6 aprile 2010

Marino Occhipinti, il poliziotto che in passato fece parte della “banda della Uno bianca” ha portato la croce durante la Via Crucis. Dopo 16 anni di carcere ha ottenuto un permesso di 5 h. per poter partecipare alla Via Crucis organizzata da Comunione e Liberazione a Padova. I familiari delle vittime hanno fortemente protestato per la concessione del permesso.
I Cristiani hanno appena festeggiato la Pasqua, cioè: hanno fatto memoria che Colui al quale essi si stringono, si aggrappano, si affidano, si fidano; se è risorto, come testimoniano, è Dio e se è Dio, c’è adesso. Non si mette la vita nelle mani di un morto, di uno che non c’è più.
Ma chi sono questi qui? T.S. Eliot ne ha dato una descrizione geniale:
“Bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre, interessati e ottusi come sempre lo furono prima,/ Eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce;/ Spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi, tornando, eppure mai seguendo un’altra via” (T.S. Eliot, Cori da “La Rocca”, BUR, Milano 1994, p.99)
Essi si mettono in mano ad Uno che ama l’uomo per quello che è, prima che per quello che dovrebbe essere; stanno attaccati ad Uno che degna del suo amore, della sua comprensione, della sua compassione pubblicani, peccatori, prostitute, adultere, ladri, assassini, traditori… persino me.
Forse è per questo che Marino si è messo con loro dietro alla Croce. Ha voluto mettersi nelle mani di uno che non è come Lui.
Ma questo Amore, per essere goduto, deve essere accettato. Cristo si piega su di te ma può accadere che a te non te ne freghi niente. Ha talmente amato la tua libertà da voler correre il rischio di essere scelto o rifiutato, amato o odiato. E questo è drammatico, perché questo rapporto, come tutti i rapporti, si gioca sulla signoria di due libertà!
E’ difficilissimo per noi palloni gonfiati, accettare di essere amati senza avere nulla da dare in cambio; si, perché normalmente succede che, quando qualcuno ci ama o ci vuole bene, noi siamo subito pronti a dire” sì, ma, io però son bravo, mi comporto bene, non tradisco, gli voglio bene…vorrei vedere se…”. E’ proprio questo lo scandalo, il dolore, ma soprattutto la bellezza, la Grazia! Sembra che Cristo li abbia amati ad ogni condizione e questa è veramente una cosa dell’altro mondo… in questo mondo!
E’ una cosa “ da Dio!”.
Ma io non sono Dio, non sono capace di questo sguardo, di questa gratuità, di questo amore incondizionato, di questa speranza, di questa lealtà, di questa certezza, di questa libertà…e allora? Allora è proprio per questo che guardo a Lui, mi faccio accompagnare da Lui, mi lascio guidare da Lui, mi lascio amare da lui, cercando di trapassare lo scandalo che io invece avrei per me e per tutti. Mi rende capace di questo
E’ solo fissando il Suo sguardo che riesco a guardarmi allo specchio senza vomitare …
Davanti agli scribi ed ai farisei che portarono l’adultera a Cristo, per metterlo in difficoltà, egli disse, feroce:” Chi di voi non ha peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. L’evangelista riferisce che “se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani” (Gv.8, 1-11). Ha amato più lei del suo peccato, non si è confuso, non ha buttato via peccato e peccatore
I familiari delle vittime della banda della Uno Bianca vivono un dolore ed uno scandalo che pietrificano la vita. Io li capisco anzi, non so se li capisco fino in fondo perché non ho passato quello che hanno passato loro, ma so con certezza che da soli non riusciranno mai a liberarsi dalla rabbia.
Ma, se saranno disposti a guardare quello che io, e non solo io, ho avuto la grazia di vedere con i miei occhi, allora, rivivranno.
Cos’ho visto: spacciatori, pentiti e accolti, ladri, pentiti e accolti, traditori, pentiti e accolti, assassini, pentiti e accolti, adulteri, pentiti e accolti… io, scandalizzata, pentita e accolta…
Il perdono è una capacità di Dio e non è detto che sia degli uomini; sicuramente non è un discorso da ragioniere.
Non si capisce se prima non se ne è fatta esperienza. Farne esperienza non è un merito, è una grazia, ma accettare di lasciarsi colpire e di essere veri con se stessi, a volte, può essere realmente un merito. Si chiama onestà, lealtà e realismo, cioè responsabilità.
“A chi sono disposto a rispondere delle mie azioni?… ed io, di chi sono?”
Le persone che non hanno ancora conosciuto Cristo, hanno solo loro stessi, sono costretti a mettere la loro vita nelle mani di quello che capiscono loro, se lo capiscono e per come lo capiscono. Non c’è alternativa.
Una volta in classe chiesi ai miei studenti. “Ma tu, ce la metteresti la vita nelle mani di uno come te?” Dopo la sorpresa iniziale, la maggior parte ha detto no…
Marino sta pagando alla giustizia umana per gli errori che ha fatto, i delitti che ha commesso. Non saranno certo 5 h. di libera uscita a salvare la sua vita. Invece, il suo cambiamento, il suo pentimento, la sua sofferenza per il male compiuto, gettati in faccia al mondo, quelli sono realmente per noi, popolo di moralisti, un vero pugno nello stomaco!
Ma sono anche speranza e stupore, “roba da non credere”, appunto. E invece è così, è proprio cosi e se lo dico è perché lo so.
La giustizia umana, con Marino, sta facendo il suo corso… quanto alla giustizia divina… beh, qualunque sarà il giudizio di Dio su Marino, sarà un giudizio “da Dio”e questo mi solleva.
Mi fido più di Cristo che degli uomini
Io so una cosa: che se nell’ora del giudizio, io mi trovassi davanti uno con la mia testa… io, non mi salverei.
Christus vincit.

La forza del sorriso di Alessandra Bisceglia Storia di una vita breve e difficile ma esemplare per coraggio e dignità

di Francesca Pica

“Ho capito che forse c’è un tempo per tutto ma per arrivare a questa conclusione nella mia vita ho dovuto combattere per tutto il tempo”. Sono le parole di Alessandra Bisceglia lasciate come testamento umano, un modo semplice e conciso per parlare di sé al mondo. Il suo “combattere” è durato solo 28 anni, quando il suo corpo si è arreso alla malattia che ha fatto da sfondo alla sua vita e alla sua realizzazione umana e professionale.

Alessandra era nata a Venosa (Potenza) nel 1980, affetta, fin dalla nascita, da una malformazione vascolare rara e gravissima, ma lei non amava parlare della sua patologia, che la obbligava su una sedia a rotelle. Condizione che, nel tempo, è stata il suo limite e la sua risorsa. Con la sua carrozzina andava ovunque, non si fermava davanti a nulla e lottava per ottenere ciò che le spettava e ciò che desiderava. Di sogni e progetti ne aveva tanti e alcuni li ha realizzati nel migliore dei modi: laureata con il massimo dei voti in Scienze della Comunicazione alla Lumssa di Roma, giornalista professionista subito dopo la laurea, stagista e poi collaboratrice presso il Corriere della Sera, il Tg2, Mi manda Rai Tre, Uno Mattina, Reazioni a catena e, negli ultimi due anni, autrice di Domenica in, condotta da Lorena Bianchetti.
In poco meno di 28 anni ha conquistato traguardi impensabili a molti, realizzati attraverso sacrifici indicibili, dure battaglie, tanti sconforti e tante umiliazioni che avrebbero fatto crollare chiunque, ma non Ale (così la chiamavano quelli che le volevano bene) che, con il suo sorriso, la sua determinazione, la sua tenacia ha sempre creduto nei progetti che svolgeva e, come ogni vero combattente, non ha mollato mai.
Chi ha avuto la fortuna di conoscerla ha percepito quel qualcosa di speciale che la contraddistingueva, la profondità degli occhi, l’allegria che l’accompagnava, il consiglio giusto per ciascuno, la capacità di ricordarsi di tutti. La sua pacatezza faceva pensare, ragionare e, soprattutto, trasmetteva una grande energia. Forse tutto qui il segreto della sua felicità, lei che diceva: “Molte persone vivono infelici perché non hanno capito il DNA della loro anima”.
Dietro di lei, accanto a lei sempre, una famiglia straordinaria che è riuscita a creare la “normalità” della sua vita. Quella normalità che la nascita le aveva negato ma che l’amore, l’attenzione e l’intelligenza dei genitori ha inventato per lei e non era facile. Se non è facile per nessuno rassicurare i propri figli lungo la loro crescita, per alcuni è quasi impossibile al punto da trasformare in disadattati, bambini nati perfettamente sani. La mamma e il papà di Alessandra invece, hanno compiuto un piccolo miracolo che non si è chiuso con la scomparsa della loro figlia, ma continua oltre la vicenda terrena di Alessandra, per darle un senso.
Oggi è il tempo di continuare quel combattimento con lei e per lei, con le armi che lei stessa ha lasciato in eredità: la forza, la tenacia e il sorriso. E proprio “La forza di un sorriso” è il nome scelto per la Fondazione che porta il suo nome: è stato voluto dalle persone che l’hanno conosciuta, come Lorenza Lei, direttrice delle risorse televisive Rai, che per prima ha avuto quest’idea: “Siamo pieni di energia, quella che Alessandra ci trasmette. È lei che ci invita a fare qualcosa per gli altri, lei non ha mai lavorato per se stessa. Qualsiasi cosa abbia fatto pensava che 'questo può essere utile anche agli altri'”. Nella Fondazione tanti i nomi illustri, dal professor Cosmoferruccio De Stefano, chirurgo dell'ospedale “Bambino Gesù”, a Giuseppe Noia, docente di medicina dell’età prenatale all'Università Cattolica di Roma, a tutti i professionisti dell’informazione che hanno lavorato con Alessandra, la sua famiglia e tantissimi altri.
E così, sulla strada che Alessandra stessa ha tracciato, lavorerà la Fondazione con attività di ricerca sulle anomalie vascolari in campo pediatrico per approfondire la comprensione della patologia ed elevare le possibilità terapeutiche; ma anche individuando master di specializzazione per conoscere e studiare malattie rare e, più semplicemente, per aiutare chi vive nella difficoltà e non sa a chi rivolgersi. A cura della Fondazione è stato pubblicato il libro La forza di un sorriso, una raccolta di testimonianze sulla vita di Ale che stupisce, coinvolge e talvolta commuove fino alle lacrime, scritto con uno stile che è caparbietà e delicatezza insieme, con una freschezza che dimostra come sia possibile l’abbattimento di ogni barriera culturale e di pensiero. In fondo la storia di questa ragazza è, o dovrebbe essere, l’archetipo per altre come la sua: dovrebbe essere compito di tutti fare in modo che le persone non debbano combattere quotidianamente con la difficoltà che le rende diverse dagli altri ma siano messe in condizioni di esaltare le qualità che le mettono alla pari o, spesso, le pongono più avanti di tutti.

Per info visitare il sito www.fondazionealessandrabisceglia.it



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GRATITUDINE. Una riflessione scritta il giorno dei funerali di Giovanni Paolo II

http://www.provincia.ct.it/informazioni/comunicati_stampa/foto/papa-giovanni-paolo-ii.jpg



Gratitudine. Immensa gratitudine. Il segno d’una vita che ha trafitto milioni di vite. Milioni di persone che da lui hanno ricevuto qualcosa. Meglio, Qualcuno. Il testimone ha reso la sua bella testimonianza. La voce e la presenza, lo sguardo e l’esempio hanno dato concretezza al Mistero. Di Lui, di Gesù l’uomo ha bisogno. Lui, Gesù, l’uomo ha sempre cercato. Lui, Gesù, il Papa ha testimoniato ed annunziato. Infaticabilmente sino all’ultimo respiro. Il bisogno più profondo dell’uomo ha trovato in Giovanni Paolo II la risposta. L’unica. Coniugata in mille dettagli, nelle forme più diverse. “Ecco, Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo”. In questi 27 anni questa promessa di Gesù ha assunto un volto, un timbro di voce, un incedere, un amare. Quelli di Giovanni Paolo II. Il Mistero ha attraversato il globo sino ad incontrare quel mistero altrettanto affascinante che è la vita d’ogni uomo. Non sapremo mai quel che ha significato veramente il pellegrinaggio terreno di quest’uomo di Dio. Con Lui oggi nel sepolcro si chiude agli occhi della carne anche la visione delle innnumerevoli vite cambiate, trasformate, benedette. I figli che sono venuti al mondo. Le famiglie salvate. Le crisi di fede alleviate. Le infermità consolate. La fede donata o ri-donata. Un miracolo nascosto alla stampa e alle televisioni, chiuso dietro ogni portone affacciato sulle strade della storia. Ma la gratitudine che ha mosso milioni di pellegrini a rendergli l’estremo saluto ci permette di sbirciare per un secondo dietro le tende dell'apparenza. Quello che sfugge alla cronaca, anche alle analisi più dettagliate e puntuali, lo scorrere semplice e vero delle nostre ore. In esse Giovanni Paolo II è giunto come un balsamo d’amore. Accanto alla mamma alle prese con i pannolini, sugli autobus che conducono ogni giorno allo stesso posto di lavoro. Nel letto dei dolori di tanti malati. Tra le speranze e i fallimenti dei missionari. Nei progetti dei giovani e nelle solitudini degli anziani. Dentro ad ogni evento di vita. E’ lì che Giovanni Paolo II è arrivato, testimone fedele di Colui che lo ha inviato. E chi ha visto lui ha visto Gesù. E vedere Gesù è vedere il Padre. La passione infinita per il destino di ogni uomo. La “ volontà del Padre mio è che nessuno si perda” disse Gesù. Nessuno. Lui, il Papa per primo. Un amore a Gesù senza limiti unito ad un amore immenso a Colei che lo aveva donato a mondo. Afferrato dall’amore e gettato nella storia ad abbracciare ogni uomo. Una storia d’amore giunta sino agli estremi confini della terra, come agli estremi confini dell’esistenza di milioni di persone, tra paure e angosce. Il Mistero di Dio con lui è planato nell’ordinario delle nostre vite, facendone uno straordinario mistero di amore. Un mattino di Pasqua sulle soglie d’ogni nostro mattino. Questa incredibile prossimità di Dio ci ha fatti familiari di tutto quello di cui avevamo bisogno, e non lo sapevamo. Pace. Fiducia. Amore. Lui, questo dolce uomo dal sorriso umile, ci ha fatti sentire amati. Protagonisti d’una storia bellissima. La sua parola ci ha strappati dal grigiore del non-senso che sembra farla da padrone. La sua debolezza ha impreziosito le nostre sconfitte e le nostre infermità. Ci ha toccato il cuore e lo ha colmato d’amore. L’amore di Dio e la dolcezza materna di Maria. La gratitudine, sincera e spontanea, di tutti noi sparsi nel mondo ci dice oggi una cosa. Semplice. Sconvolgente. Dio esiste, e ci ama. Laddove siamo. Esattamente come siamo. Lolek da Wadowice ce lo mostrato. Nei suoi occhi si leggevano le nostre vite come lacrime versate davanti al Signore. Ogni giorno, ogni nostra vita. E, da oggi, con lui lassù ci sentiamo più sicuri. Karol non ci dimenticherà. Mai.

Antonello Iapicca Pbro



«Fui costretto a uccidere Salvo grazie ai missionari». Docente universitario a Padova: «Ero bambino soldato»

LUCIA BELLASPIGA
« C
ercavo di sbagliare mi­ra, ma è inutile negar­lo: da bambino ho do­vuto uccidere e l’ho fatto tante vol­te ». Aveva 13 anni John Baptist O­nama quando in Uganda fu rastrel­lato dalle milizie governative e co­stretto a imbracciare le armi contro i guerriglieri di Idi Amin. E oggi che l’ex bambino soldato è diventato un 40enne docente d’università, ha scelto di raccontare «per aiutare i ra­gazzi italiani a riflettere sulla neces­sità di costruire un mondo più giu­sto »: «Ho visto stupri di massa su bambine della mia età e massacri di civili. Ho visto uccidere e torturare. Ho visto adulti supplicare di essere risparmiati e poi morire sotto i col­pi di un fucile. E spesso quel fu­cile era il mio». Esce dall’ate­neo di Padova, dove insegna E­conomia dello sviluppo presso la facoltà di Scienze politi­che, e ci tende la mano con u­na battuta: «Il mio nome è O­nama... Prima tutti si sbaglia­vano con Osa­ma, adesso con Obama: mi so­no riabilitato!». È un uomo che la fede rende solido e sereno, nono­stante le ferite che si porta dentro e i ricordi incancellabili: «Era il 1980, Idi Amin era stato rovesciato dopo otto anni di dittatura e il Paese era dilaniato dalla guerra civile tra i sol­dati del nuovo esercito nazionale e i guerriglieri di Amin – racconta –. Entrambi sfogavano sulla popola­zione civile la loro ferocia. Nel fuggi fuggi generale io mi rifugiai in sof­fitta insieme a Richard, uno dei miei fratellini che stava male e non pote­va scappare, e rimanemmo immo­bili nel buio...». Non sapeva che se­tacciavano proprio le soffitte per ru­bare i pochi valori nascosti: «Fu co­sì che ci trovarono e ci portarono dal comandante. Di Richard persi le tracce, ma lì trovai George, un altro dei miei fratelli».
Era solo un bambino, Onama, con tanti sogni ancora da realizzare, pri­mo tra tutti la licenza primaria, che nel sistema scolastico ugandese si ottiene in settima elementare. «In­vece il solo esame di geografia fu l’in­terrogatorio del comandante»: O­nama era stato risparmiato solo per­ché conosceva il territorio a perfe­zione, era la guida giusta per i set­tanta uomini del plotone che dove­va stanare i guerriglieri. «Non ti chie­dono per favore, ti arruolano e ba­sta – testimonia oggi il professor O­nama –. Prima ci hanno detto che dovevano eliminarci perché ormai sapevamo troppo, poi ci hanno fat­to balenare la speranza di salvarci la pelle se avessimo collaborato. Era un bluff, ma da giorni camminava­mo tra cadaveri diventati preda dei
branchi di cani, come potevamo du­bitare delle loro parole?». Qualche ora di addestramento con i fucili, un taglio all’uniforme per adattarla al­le dimensioni del bambino, e Ona­ma era 'soldato' a tutti gli effetti. Nessun maltrattamento, anzi, il pla­gio dei bambini avviene facendoli sentire importanti, persino amati – hai fame, piccolo? Vuoi una sigaret­ta? – «e così ti ritrovi assassino, an­che perché il nostro plotone era spesso attaccato dai ribelli, e questo crea un legame. Per vincere paura e orrore, poi, ci davano la marijuana». Gli occhi del piccolo Onama hanno visto le più basse umiliazioni, ricor­dano ancora il tremito di un adulto che porge invano il suo orologio per comprare la salvezza, o il pianto di un’anziana che chiama «figlio mio» l’uomo che le sta sparando. «Io stes­so uccidevo – mormora John Ona­ma –: a volte magari avrò anche cer­cato di 'sbagliare' mira, ma la ve­rità è che lo fai e basta, sei solo un bambino, hai tanta paura e pensi che altrimenti tradisci gli altri... Quella è gente che ti sa plagiare, al­la fine salti la fossa ed è per sempre». A meno che non irrompa nella tua vita qualcuno ancora in grado di cambiarla e non ti resti almeno un sogno pulito, «quella licenza ele­mentare che tuttora non ero riusci­to a ottenere». I genitori di Onama sono rifugiati nel campo profughi oltre il confine sudanese, e il picco­lo è solo. Più volte scappa e più vol­te viene riacciuffato, ma sulla sua strada incontra quelli che oggi de­scrive come angeli custodi in carne ed ossa. La prima a salvarlo è suor Veronica, preside italiana di una scuola fondata dai comboniani nel­la diocesi di Gulu: «È lei che mi fa sostenere l’esame di Stato, ma poi i militari mi riprendono e io vedo riaf­facciarsi tutto l’orrore». Poi lo affida ai frati, che gli danno un lavoro e so­prattutto parlano del suo caso al ve­scovo di Gulu, Cipriano Kihangire: «Per mia fortuna il vescovo era an­che presidente del consiglio d’am­ministrazione del collegio dei com­boniani – sorride Onama –, così mi ha esonerato dalle tasse scolastiche e ho potuto frequentare le superio­ri ». La presenza dei comboniani è quello che John oggi definisce un miracolo: il governo aveva ordinato di evacuare la missione di Moyo ma i quattro sacerdoti italiani si erano ri­fiutati e la missione aveva spalan­cato le porte, ospitando profughi persino in chiesa e nella scuola. «A loro rischio ogni sera comunicava­no via radio con la casa generalizia i massacri, costringendo così il go­verno a moderare la ferocia».
È in quegli anni che Onama matu­ra la sua fede, con i frati di Saint Mar­tin De Porres impara a pregare, ac­canto ai comboniani scopre «un ca­risma di tipo francescano, la spiri­tualità delle piccole cose che anco­ra oggi determina ogni mia giorna­ta.
Vede – fa un esempio – ieri in fon­do alle cose da stirare ho trovato del­le camicie che erano là sotto dalla scorsa estate e mi sono spaventato: se in tanti mesi non le ho cercate vuol dire che possiedo troppo...».
A Padova il giovane Onama ci arri­va nel 1988, quando padre Lucia­no Giarolo, missionario veneto co­nosciuto al meeting degli studenti cattolici in Kenya, e una domenica dal pulpito racconta l’odissea del ragazzo africano. Il futuro profes­sore si mantiene lavorando come lavapiatti nella mensa universita­ria, mentre la Caritas gli passa tut­ti i libri. Nel 2003 la laurea con 110 e lode.
Oggi, a chiedergli che sogni gli re­stino da realizzare, sfodera un sor­riso bianchissimo, «salvare il mon­do e comprarmi uno yacht», poi torna serio: investire negli studen­ti per un mondo di pace. E soprat­tutto meritarsi la grazia che Dio gli ha dato: «I miei coetanei non ce l’hanno fatta e chi è sopravvissuto ha la vita distrutta. Perché io ho in­contrato suor Veronica o padre Lu­ciano? Perché ho potuto studiare? Non ho risposte, ma il dovere di me­ritarmelo
sì».
Più volte la fuga, poi sempre la cattura e il ritorno nell’inferno della guerra. Ha assistito a stupri e massacri, ha dovuto fucilare donne e anziani. Poi l’incontro con suor Veronica e i comboniani: «Mi hanno restituito alla vita». A un sacerdote veneto deve l’arrivo in Italia, dove si laurea a pieni voti. «Per mantenermi? Lavavo i piatti alla mensa dell’ateneo» Oggi è salito in cattedra


© Copyright Avvenire 28 marzo 2010

Santo e debole: l’«altro» curato di Bernanos

DI F ULVIO P ANZERI
L
ibri che rappresentano la nascita di un grande scrittore, di una forza che non cessa, ma sembra consolidarsi più il tempo passa, non sono fre­quenti. È una delle prime considerazioni che si ha ri­leggendo un romanzo che ha più di settant’anni e non li dimostra. Parliamo di Sotto il sole di Satana di Georges Bernanos, il libro che lo impone all’attenzio­ne del pubblico e fa di un autore, che nel 1926 ha 36 anni e si è dedicato ad altri lavori fino ad allora nella vita, uno scrittore di successo. Infatti il suo romanzo, inaspettatamente, diventa subito quello che oggi chiameremmo un best-sel­ler, con centomila copie vendute. Ora ritorna in una nuova edizione, introdotta da Elio Guerriero, anche come contributo alla rifles­sione sulla figura del prete.
Scrive Guerriero: «
Sotto il sole di Satana viene ripro­posto ai lettori nell’anno che Benedetto XVI ha volu­to dedicare al sacerdote.
L’intento non è certo quel­lo di opporre un modello sacerdotale alternativo ai preti dei nostri tempi. Si vuole evidenziare , invece, l’attualità di alcune temati­che care a Bernanos: il pe­so del male sulla scena del mondo e nella storia di o­gni uomo; l’ansia di libe­rarsene fino all’autodistru­zione; il desiderio della confessione; la ricerca in­cessante di Dio che ai fede­li, più ancora dei non cre­denti, non dà tregua». Pro­tagonisti sono due persone che vivono un loro para­dosso nell’intuire gli oppo­sti di cielo e terra, di bene e di male, di finito e di infini­to. Il male non è solo con­danna, ma una sorta di prova per Bernanos. E per raccontarci la forza e il per­corso
della redenzione sceglie due figure che non si dimenticano tanto facilmente, una ragazzina di 16 anni, Mouchette, che sceglie, deliberatamente, di scendere all’inferno, di sporcarsi le mani con il male, lasciando che il suo giovane corpo venga violato e mercificato, diventando un’assassina, e un giovane curato di campagna, un po’ rozzo, per niente istruito, forse per molti nemmeno tanto portato per il sacer­dozio. È una figura che Bernanos disegna reinven­tando i tratti del Santo Curato d’Ars, al quale s’ispira, in questa parabola che lo porta a riconoscere il male, ad intraprendere una lotta ardua contro il Maligno, quel Diavolo che per Bernanos è presenza reale nei nostri giorni. Tanto che aveva dichiarato: «Al roman­zo moderno manca Dio, ma gli manca anche il dia­volo. Posso capire che un materialista non ami senti­re parlare di Satana perché non vuole vedere nella vi­ta interiore altro che lo squallido campo di battaglia degli istinti. Una volta introdotto il diavolo, è difficile fare a meno della Grazia per spiegare l’uomo». È que­sto il punto nodale che Sotto il sole di Satana riporta alla nostra attenzione: come il male non possa essere nascosto, ma sia parte della natura umana e come l’uomo si lasci agire attraverso il Maligno nella perdi­ta della sua dignità, una di­scesa nell’abisso degli infe­ri, simile a quella di Gesù Cristo, durante la Passione sulla Croce, necessaria per ritrovare il senso dell’asso­luto, la necessità della Re­denzione, là dove la Grazia giunge a cambiare l’uomo.
È ancora Bernanos che ci spiega le ragioni di questo paradosso, come un atto di moralità nei confronti del lettore: «Se io forzo il letto­re a scendere in fondo alla propria coscienza, se gli mostro, con ogni evidenza, che l’umana debolezza non spiega tutto, che essa è alimentata, sfruttata da u­na sorta di genio feroce e cupo, quale altra scelta gli resterebbe che gettarsi in ginocchio, se non per amo­re almeno per terrore, e in­vocare Dio?». È ciò che ac­cade ai nostri protagonisti: ognuno ha bisogno del­l’imperfezione, secondo Bernanos, per giungere al­la verità della Grazia. Il suo prete Donissan è un santo «fuori dagli schemi»: non è il modello di perfezione, ma proprio in questa con­notazione ha più valore e forza il suo percorso di re­denzione. Bernanos lo de­finisce «un santo vulnera­bile », «un’anima forsennata», con le sue debolezze di cui Satana approfitta per braccarlo. In questo suo es­sere messo alla prova dal suo nemico, dalla sofferen­za di questa condizione, trova la salvezza. Giusta­mente Guerriero in questo libro, attraversato dalle tempeste dell’anima, ritrova «un inno di riconoscen­za ai sacerdoti, più o meno deboli, più o meno santi».

Georges Bernanos

SOTTO IL SOLE DI SATANA

San Paolo. Pagine 208. Euro 15,00


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Dai baschi verdi al desert. Cent’anni fa nasceva Carlo Carretto, maestro spirituale per varie generazioni cattoliche

DI A NTONIO A IRÒ
« A

voi, uomini di
governo, noi giovani chiediamo solo due cose, il lavoro e la casa. Dateci lavoro, vi scongiuriamo; siate coraggiosi! Non deludeteci! Siate gli iniziatori di una politica sociale coraggiosa e i giovani vi guarderanno con ammirazione e vi seguiranno». È un esplicito programma politico quello che Carlo Carretto, presidente nazionale della Giac (Gioventù italiana di Azione cattolica) quasi urla la sera dell’11 settembre 1948, ai 300 mila «baschi verdi» convenuti in piazza san Pietro. A pochi mesi dalla grande vittoria della Democrazia Cristiana nelle elezioni – in presenza di De Gasperi, di numerosi ministri, deputati – il raduno esprime la voglia di contare dei cattolici che «forti del loro numero, della loro volontà, della loro iniziativa – aveva affermato Carretto dopo la fine della guerra – dovranno dovunque tempestivamente far sentire il loro peso». E ciò senza cedere alle proposte di collaborazione del segretario dei giovani comunisti, Enrico Berlinguer: «Noi che abbiamo l’animo aperto ad apprezzare il bene da qualsiasi parte esso venga, volentieri stenderemmo la mano a quelli che sono tormentati dagli stessi nostri problemi, se la soluzione di essi non venisse influenzata da pregiudiziali politiche e se l’eventuale collaborazione non venisse sfruttata per documentare adesioni che non abbiamo mai date né mai potremmo dare», aveva dichiarato nel 1946.
Grande comunicatore, infaticabile organizzatore, leader carismatico – lo dicono i documenti inediti e le testimonianze di quanti lo hanno conosciuto – Carretto, del quale il 2 aprile ricorre il centenario della nascita, ha segnato il percorso di più di una generazione di laici cattolici nella Chiesa.
Maestro e direttore didattico, Carretto approda nell’Azione cattolica nel 1932. «Fu la più grande avventura della mia vita. Mi prese per mano, camminò con me, mi nutrì della Parola, mi diede l’amicizia, mi insegnò a lottare, mi fece conoscere il Cristo». Incontra Luigi Gedda: «Stare con lui era per me un Paradiso ed io mi innamorai dell’apostolato. Non passai più un solo giorno festivo a casa: bisognava andare, andare, andare». Assume crescenti incarichi dirigenziali a Torino, nella diocesi, in Piemonte. Il suo impegno formativo lo fa entrare oggettivamente in rotta di collisione con il regime. «Carretto, se vuol far carriera si tolga dalla testa l’Azione cattolica. I giovani debbono essere dello Stato non di altri», si sente dire da un gerarca. Anche a Bono, in Sardegna, dove approda come direttore didattico, non incontra il gradimento del dirigenti fascisti. Lo definiscono «soggetto pericoloso».
Di qui il trasferimento a Condove, in Val di Susa, con una dichiarazione con la quale si impegna a non mettere più piede nell’isola, pena l’arresto.
La guerra va male. Molti giovani cattolici cominciano a riflettere sul dopo fascismo. Nel gennaio 1943
incontra a Firenze Giorgio La Pira.
Carretto gli confida: «Non ci si deve lasciare svuotare, solo parlando.
Bisogna meditare. Non importa cosa diciamo, ma come lo diciamo». L’8 settembre è sotto le armi a Susa.
Rifiuta di aderire alla Repubblica Sociale e viene radiato dal suo incarico. La Giac continua però ad operare regolarmente come può nell’Italia del Nord sotto la sua guida. Il Venerdì santo del 1944 per la carità del Papa vengono raccolte
279.246,70 lire. Dopo la Liberazione si trasferisce a Roma , presidente dei maestri cattolici. Nell’ottobre 1946 Pio XII lo nomina al vertice della Giac. La sintonia con Gedda è totale. Ma una riunione dei dirigenti Ac del gennaio 1947 fa emergere qualche distinguo tra i due. Dopo il grande successo dei «baschi verdi», iniziano per Carretto anni di riflessione. Il progetto della riconquista cristiana dell’Italia deve fare i conti con la secolarizzazione e con il degrado della politica .«Io vedevo la Chiesa come separata dal mondo, come un esercito perennemente lanciato in crociata, come un partito che doveva diventare più forte e schiacciare il nemico» scriverà nel 1986 a Giovanni Paolo II in una «lettera a Pietro» a sostegno della scelta «religiosa» dell’Ac.
L’«operazione Sturzo» nel 1952 segna il distacco da Gedda.
Nonostante la sua riconferma a presidente della Giac, presenta le dimissioni, subito accettate. «Il connubio con la politica fu l’elemento di rottura; mi aiutò ma non fu determinante. Intuivo che stava per venire il tempo in cui la battaglia più dura sarebbe stata quella nella fede». Alla fine del 1954 «la chiamata più seria, quella alla vita contemplativa. Dio mi ha chiamato facendo il vuoto. Non sapevo dove andavo, ho dovuto fare il passo nella fede, non nel ragionamento» dirà. Per dieci anni vivrà nel Sahara, tra i religiosi di Charles de Foucauld. «Dal deserto le cose si vedono meglio o con proporzioni più eterne». Nel 1964 esce il suo
Lettere dal deserto, un testo che conosce decine di edizioni e che, come ha ricordato Enzo Bianchi, è stato ed è tuttora un punto di riferimento per migliaia di persone, cristiane e laiche. Dal 1965 Carretto si stabilisce a Spello. Il suo silenzio è rotto da qualche sua intervista (come quella del 1974 in occasione del referendum sul divorzio), dagli incontri con i tanti giovani che salivano al suo eremo.
Resta intatto il suo amore per la Chiesa. «Quanto mi hai fatto soffrire, eppure quanto ti amo». Il 4 ottobre 1986, festa di san Francesco, Carretto muore. «Ho pagato, ma ne vale la pena. È tutto meraviglioso».

Venne avversato dal regime fascista, che lo radiò dalla scuola. Per dieci anni prese dimora nel Sahara sulle tracce di Charles de Foucauld. Molto lette le sue «Lettere dal deserto»

Via crucis di Gesù nel grembo di Antonio Gaspari

ROMA, venerdì, 26 marzo 2010 (ZENIT.org).- Per la pasqua 2010 padre Angelo del Favero ha scritto e pubblicato “Via crucis di Gesu’ nel grembo” (Editore Gibaudi), un agile volumetto di 80 pagine con 15 immagini da Elena Baldini e Sabrina Miglia.

Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. E' stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine. Su ZENIT cura la rubrica ‘Parola e Vita’.

Si tratta di una Via crucis che prende spunto dall’immagine del chicco di grano vivo, seminato e sepolto fecondamente nella terra, che muore e produce molto frutto.

Secondo padre Angelo questo è “il paradigma esemplare dell’esistenza e della missione di Gesù”, ed evoca anche “il percorso dell’embrione umano nel grembo materno: quello di Maria e quello di ogni madre, come Lei e in Lei oggetto della benedizione di Dio”.

Il Vangelo di Luca infatti riporta che Maria è la “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!” (Lc 1,42).

In una lettera inviata al Santo Padre Benedetto XVI, padre Angelo esprime sentimenti di “ammirazione filiale, gioiosa e riconoscente per il Suo altissimo Magistero sulla verità della vita umana, al quale attingo abbondantemente nella mia povertà culturale e spirituale”.

Padre Angelo spiega che il movente di questo libricino è nascosto “nel rapporto con il Signore Gesù e con la Sua Madre purissima, ed è una ragione di amore: conoscere e far conoscere le sue atroci sofferenze e le sue morti nel grembo, delle quali è direttamente partecipe Maria, secondo la profezia che udì da Simeone: 'e anche a te una spada trafiggerà l’anima'” (Lc 2,35a).

Il frate carmelitano precisa che l’accostamento delle drammatiche immagini dei bimbi uccisi con l’aborto (farmacologico, chirurgico o chimico) con quelle tradizionali della Passione del Signore, non vuole in alcun modo costituire un messaggio raccapricciante (di per sé negativo), ma intende realisticamente far volgere lo sguardo a Colui che ha detto: “Ogni volta lo avete fatto a Me” (Mt 25,40), per suscitare quella concreta compassione che può essere determinante nel respingere la tentazione dell’aborto e salvare una vita predestinata in Cristo a realizzarsi secondo un progetto specialissimo di felicità.

L’auspicio di padre Angelo è che questo piccolo libro possa essere “un contributo alla Verità meravigliosa della vita umana, una lode del mio cuore sacerdotale al suo Creatore e Signore, la cui infinita bellezza è riflessa e come concentrata nella prodigiosa vitalità dell’essere umano concepito”.

Testori, una storia che non è mai finita



© Copyright Tempi

Testori, una storia che non è mai finita



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Storie di conversione. Il sole in un bicchiere d'acqua. di Fabrice Hadjadj

Mi era stato chiesto di immergermi. Questo significa il battesimo, "immersione". Allora volli andare in un monastero, dove quelli che erano stati immersi non erano mai più riemersi in superficie. Un insieme di circostanze, tra cui il mio amore per Léon Bloy, mi condusse all'abbazia di Saint-Pierre a Solesmes. Mi era stato detto che là avrei potuto incontrare qualcuno che aveva conosciuto il suo figlioccio, Jacques Maritain, che fu oblato con il nome di frère Placide. Quando entrai nell'abbazia, fu uno choc improvviso. Quello che cercavo non era la tradizione, meno ancora il "progresso", ma la radicalità, qualcosa che avrebbe potuto essere sempre all'avanguardia. Ero soddisfatto nella mia ricerca. Giunse l'ora dei vespri.
Nel coro i monaci entrarono come due ali di grandi uccelli neri che si posano due a due davanti al tabernacolo prima di separarsi a destra e a sinistra, guadagnando dolcemente il loro posto. Mi sembrava di assistere ad una sorta di coreografia primordiale: la marcia lenta, la genuflessione profonda, subito il grande segno di croce come una cifra tracciata sul proprio corpo affinché il Verbo ci raggiunga in pieno petto! E d'altra parte i petti dei monaci si gonfiavano per intonare all'unisono: Deus, in adiutorium meum intende. Domine, ad adiuvandum me festina ("O Dio, vieni in mio aiuto. Signore, vieni presto a salvarmi").
L'ufficio divino inizia con questa ammissione impossibile da fare con le proprie forze. Il vecchio benedettino arriva a recitarla ogni giorno, sette volte al giorno, comincia ogni volta dichiarando che non sa pregare, che ciò a cui si eleva è assolutamente nuovo, improbabile ed esige il soccorso dell'Altissimo. Da lì sgorgò questo canto che chiamiamo "gregoriano". Esso si eleva, come un funambolo, sulla frontiera della parola e del silenzio. Nessuna musica più di questa rispetta il silenzio. Essa non lo rompe: lo esplora, ne sgombra l'interno, estende il suo dominio. Essa rivela, al di là dell'assenza di rumore, il raccoglimento di una presenza.
Ma questo canto possiede altre qualità d'avanguardia che non potevano lasciare indenne l'ebreo che sono. Mediante la sua antichità essa riuniva il passato e il futuro. Tramite il suo colore, si stende al punto di intersezione dell'Occidente e dell'Oriente; con le sue parole, soprattutto quelle dei salmi, spinge il Nuovo Testamento dentro l'Antico. E grazie alla sua disciplina del soffio, convoca i corpi intorno alla parola.
In breve: tutto quello che nel mondo mi è stato donato in frammenti sparsi, l'ho trovato riunito qui nell'epifania dell'unità cattolica. Ma c'è un'altra cosa che non dimentico e che si presenta come pendant del coro: il refettorio. Pure lì vi è il silenzio, intercalato dal tintinnio delle posate sui piatti, dal leggero rumore dei bicchieri sulla tavola di legno, tutto il brusio delle cose ordinarie e che, di solito, i ristoranti d'affari o i pasti famigliari interrompono con il loro impietoso bla bla. Dietro a me, nel refettorio, come l'accompagnamento di un basso continuo, un monaco fa la lettura recto tono, ovvero di voce tanto monocorde quanto priva di personalizzazione.
Proprio lì ho conosciuto alcuni dei più bei momenti di contemplazione: davanti ad un pezzo di pane, a piccoli piselli o una foglia di lattuga. In questo clima spirituale, grazie ad un'organizzazione scandita dalla liturgie delle ore, la caraffa e la cesta di frutta mi apparivano con lo stesso peso di mistero di un quadro di Chardin. Mi ricordo specialmente del sole che veniva a giocare con il mio bicchier d'acqua.
Questo bicchiere era lo stesso della mia infanzia, di marca Duralex. Ma lo vedevo come il segno di un'altra infanzia, quella che vede tutte le cose bagnate dalla tenerezza del Padre. Allora mi sono immerso in questo bicchier d'acqua. Due giorni dopo il mio arrivo a Solesmes, ho domandato di essere battezzato. Questo avvenne durante la Veglia pasquale, oramai 12 anni fa.


(©L'Osservatore Romano - 22-23 marzo 2010)

Il difensore di Dio. Storia e confessioni di Nicola Legrottaglie

di Mattia Ferraresi
Addirittura una lettera di Gesù.
L’ultimo libro di Nicola Legrottaglie,
calciatore più in odore di santità
che di pallone d’oro, riporta una missiva
del vero uomo e vero Dio in cornice
pergamenata, con correttissimo
sfoggio di lettere maiuscole per ogni
pronome personale e possessivo.
“Tutti gli anni si fa una festa in Mio
onore… è gradevole sapere che, almeno
una volta all’anno, c’è qualcuno
che Mi pensa un po’”, e via di questo
passo. Il Gesù che si è preso la briga
di convocare Nicola Legrottaglie è l’ospite
non invitato di una festa tecnicamente
organizzata per lui (Lui), ma
di questo, dell’origine di tanta gioia
familiare, gli ospiti si sono scordati, lo
hanno sostituito con pacchetti, alberi,
buoni sentimenti e varie ristampe aggiornate
del vitello d’oro. Naturalmente
Gesù è amareggiato per la dimenticanza
dell’uomo; affranto come
quello che silenziosamente fissa il
Grande Inquisitore, ma decisamente
più loquace. Le ultime tre facciate di
“Cento volte tanto. Con la fede vivo
meglio” (Piemme) sono chiaramente
una provocazione dell’autore, un richiamo
al senso del tocco religioso
che, attraverso un percorso di ascesi,
ha trasformato il semplice atleta in
Atleta di Cristo, primo italiano nell’associazione
evangelica venuta dal
Brasile. La vicenda extracalcistica di
Legrottaglie è stata messa per iscritto
già l’anno scorso, con il libro “Ho fatto
una promessa”, storia di una conversione
illuminata, intimismo protestante
colmo di valori nell’ambiente
sordido del calcio, il disvalore assoluto.
La promessa a cui fa riferimento
è quella del Legrottaglie bambino,
scricciolo della provincia tarantina
con il calcio nel cuore. La sua era una
famiglia religiosa e una sera il piccolo
Nicola ha fatto un patto con Dio: se
divento professionista, dedicherò tutte
le mie energie per far avvicinare il
mondo a Gesù. Legrottaglie la sua
promessa l’ha mantenuta, non senza i
più ovvi incidenti di percorso, e l’ha
raccontata al mondo. Viste le centomila
copie superate con il primo libro,
si è pensato fosse cosa buona e
giusta replicare con un secondo, agile
volumetto autoagiografico che
avesse come intento principale quello
di glorificare Dio e come intento
collaterale di non scontentare Mammona,
la divinità delle royalties. Ma
superato il doppio fondo dello scetticismo,
fra le pagine del testo il lettore
è messo a parte di verità affatto interessanti.
Innanzitutto, il percorso. Il
primo libro narra la vicenda della
conversione, di come il cristianesimo
dell’infanzia pugliese di Nicola, inibito
da forti dosi di superficialità, sia
rinato grazie all’incontro con il collega
Tomas Guzman, il calciatore paraguaiano
che ha tratto il destino di Nicola
fuori dalle acque torbide della
dissipazione, dove tutto è vanità. Si
sono incontrati sulla piazza senese.
La fede rocciosa dell’uno ha trascinato
l’altro fuori dalla crisi, una flessione
tanto personale quanto calcistica:
prima della rinascita spirituale Legrottaglie
era un difensore a intermittenza.
Al Chievo della grande rivelazione
era accolto con palme e inni
di lode, tutti vedevano in lui il futuro
radioso del calcio italiano. Era la
stagione del Chievo dei miracoli,
grande favola calcistica iniziata all’oratorio
e finita in serie A. Due anni da
protagonista assoluto per un difensore
abituato a far valigie, da Bari a Pistoia,
passando per la Reggiana e da
lì, alla faccia del campanile, al Modena
di De Biasi, dove la curva lo chiamava
“il duca” per il passo elegante e
la mole statuaria. Innesti svevi su base
mediterranea. Quando viene comprato
dalla Juventus, il primo anno è
un disastro. I tifosi non lo possono
sopportare, l’allenatore non si fida,
lui si sente triste e vuoto, un Gresko
in versione bianconera. Un tipico caso
di antonomasia: Legrottaglie diventa
sinonimo di brocco, scarso, impresentabile,
inabile alla marcatura,
renitente alla diagonale, roba che in
tutti i campi dell’oratorio (quelli superstiti)
il nome del difensore pugliese
si aggira come il peggiore degli insulti.
Lo stesso giocatore nell’ultimo
libro ricorda gli insulti dei torinesi e
la rissa scatenata dagli amici fuori da
un locale per difenderlo. “Uscendo in
centro qui a Torino con la mia fidanzata
di allora, per una passeggiata, mi
sono trovato più volte a sentirmi ridere
dietro, sentirmi addirittura offendere
dalla gente. Montava in me, in
quei momenti, una rabbia senza pari.
Avrei voluto menare le mani. Cercavo
di trattenermi perché comunque ero
un personaggio pubblico e non potevo
darmi alla rissa”. Come ricordo, il
premio “bidone d’oro” assegnato dalla
trasmissione radiofonica Catersport.
Seguono due anni di limbo fra
Bologna e Siena: c’è da ricostruire
un’immagine, una credibilità calcistica
e l’equilibrio di una vita dissipata
e decisamente peccaminosa. Ma quello
che nel 2006 viene riportato a Torino,
con la Juventus in serie B, è un
Legrottaglie diverso, un circonfuso di
luce che cita la Bibbia a memoria, un
evangelista del fuorigioco, un uomo
trasformato che uscendo in barella
con un omero fuori dalla sede naturale
alza gli occhi al cielo e viene sorpreso
dalla Lettera ai Romani: “Tutto
coopera al bene di coloro che amano
l’Eterno”. Non c’è ormai più traccia
del giocatore con le meches che coltiva
come orizzonte di soddisfazione la
macchina, l’orologio, il letto ingombro,
le serate all’Hollywood. C’è un
uomo salvato, un calciatore con la
maglia numero 33 sulla schiena e
un’altra invisibile sotto, il cui motto
viene esibito in caso di gol: “Io appartengo
a Gesù”. Lo stesso che Kakà,
altro atleta di Cristo, sfoggiava con
frequenza leggermente più elevata ai
tempi del Milan. Niente segno della
croce in campo, però: da protestante,
Nicola protesta contro il rituale esteriore
e propende per l’intimità.
Quello che arriva a Torino con i segni
visibili della metanoia è però un
uomo ancora in lotta: “Era un momento
tragico per la mia carriera. Sto
giocando alla grande, sono tornato di
nuovo in forma, entro titolare all’interno
di una partita molto sentita come
quella contro il Napoli e la spalla
si rompe. Se non avessi avuto Dio dalla
mia parte, mi sarei davvero disperato.
Non avrei avuto nessuna ancora
a cui aggrapparmi, nessuna risposta.
Ecco allora che, guardando al cielo,
mi sono detto: ‘Questo succede perché
c’è qualcosa sotto: Dio ha in serbo per
me qualcosa di ancora più grande’”.
La conversione ha cambiato molte cose
nella vita di Legrottaglie e oggi, con
la sua seconda fatica letteraria, Nicola
risponde a tutte le domande, le
obiezioni, le fucilate di scetticismo
che sono arrivate a un anno di distanza
dalle rivelazioni scomode del primo
libro, quello della conversione.
“Che cosa c’è di nuovo rispetto allo
scorso anno? – si chiede Legrottaglie –
Sicuramente c’è più Nicola e meno
Legrottaglie”. Una fede che rianima
la persona e deprime il personaggio,
quell’animale affamato di vanità che
lui, Nicola, ha lasciato al guinzaglio
dei luoghi comuni.
L’argomento più discusso è naturalmente
– o perversamente – il sesso.
Legrottaglie ha accettato di esporsi al
giudizio mondano confessandosi un
astinente praticante, anche se, dice
con un tocco di realismo, lui e la fidanzata
“non hanno rinunciato a preliminari,
carezze e petting”. Basta
rapporti completi, dunque. La cosa
non poteva che scatenare il disdegno,
quando non l’ilarità, del mondo non
soltanto calcistico e per questo nel capitolo
“L’educazione e la cura del
tempio dello spirito”, Legrottaglie
torna per chiarire il punto, con risultati
a corrente alternata. “Prima di incontrare
Gesù, mi sono trovato più
volte accanto a una donna con la quale
ero andato a letto, e mi sentivo vuoto.
Il corpo era come un contenitore
senza sostanza. In un certo senso quasi
morto”. La legrottagliana rivalutazione
del corpo passa dunque per l’educazione
moderata dell’uso del
“tempio dello spirito” e scende nei
dettagli: “E allora un marito e una
moglie non devono avere rapporti?
Certo che devono averli. Soddisfare il
proprio coniuge nei limiti delle proprie
possibilità è quello che insegna
la Bibbia. Il sesso, lo ripeto, dentro al
matrimonio non è un’astrusità. E’ la
prassi”. Ma non è tutto: “Una domanda
che mi si fa – scrive Nicola – è: ‘ma
allora marito e moglie, ogni volta che
vanno a letto insieme, devono procreare,
secondo te?’ Risposta: ovviamente
no. L’uso del preservativo serve
esattamente a questo”. La conclusione
di Legrottaglie è apodittica e
convoca, come auctoritas, il faro inequivocabile
della Bibbia, che “non dice
qualcosa del genere ‘ora che siete
sposati, se fate sesso dovete avere un
figlio’”, così come “non sta scritto da
nessuna parte” che un cristiano non
possa prendere la pillola. E a un sommario
studio delle concordanze viene
fuori che Legrottaglie ha ragione:
scorrendo il Genesi, l’Esodo, il Levitico,
i Numeri, il Deuteronomio e anche
i profeti anteriori e posteriori, del
divieto della pillola non si trova traccia.
Per questo il calciatore può dare
un tocco indignato al suo argomentare:
“La disinformazione – conclude –
è una brutta bestia”. Altra è la questione
dell’aborto, sulla quale Nicola
è certo quanto sulla fase precedente.
“C’è una pillola, in particolare: si
chiama Ru486. Si prende in ospedale,
in Italia è stata legalizzata solamente
sotto ricovero, ma qui si sta parlando
di un mix di sostanze che dapprima
tolgono il nutrimento al concepito nel
grembo materno, poi inducono violente
contrazioni per far espellere il
corpo dall’utero della donna. Un
aborto insomma. Ecco, davanti a una
medicina così, che è un grave affronto
alla vita, un cristiano non può che
inorridire e dirsi contrario”.
In mezzo a un lungo prontuario di
aneddoti sulla carriera, sul gruppo di
preghiera a Beinasco, sull’associazione
evangelizzatrice “Missione Paradiso”
e sui molti incontri che Legrottaglie
ha fatto nell’ultimo anno, si trovano
rivelazioni non esattamente concilianti,
come quella sul presunto buonismo
di Cristo: “Gesù non ha mai
avuto un atteggiamento buonista, Gesù
era buono, certamente, ma di fronte
al peccato non si piegava di certo.
Alla prostituta non ha certo detto: ecco,
adesso vai e prosegui nel tuo peccato”.
Lo sforzo della bontà, dunque,
cade di fronte al male, incapace di
realizzare la fratellanza universale,
“questa forma di ecumenismo buonista
che mi lascia perplesso”. Ne segue
la Ratisbona di Legrottaglie: “La fratellanza
è universale nel senso che il
mio Dio mi spinge ad amare il prossimo,
ovviamente. E io lo faccio senza
pensarci due volte. Non ho problemi
con nessuno. Io rispetto tutti. Ma non
può esserci un’interazione spirituale:
se sul piatto ognuno mette la propria
verità, una verità diversa dall’altra,
che addirittura nega quella dell’altro,
non la riconosce… beh, la menzogna
del Diavolo è voler far credere che vi
possa essere una radice comune. Dialogo
umano, lo ripeto, certamente;
confronto civile, senz’altro. Non interazione
spirituale, però”.
La parabola personale di Nicola è
un inestricabile groviglio di coincidenze
non casuali in cui brilla la rivelazione
diretta, interiormente vociante,
il trapasso ascetico che lo ha letteralmente
trascinato sul carro degli illuminati.
Lo ha reso un calciatore che
un giorno farà il missionario – come
ama ripetere – ma anche un missionario
che oggi fa il calciatore, una lama
che riluce nel buio del secolo. Lo ha
migliorato come calciatore e trasfigurato
come uomo. Lui, con la fede semplicemente
“vive meglio”, e pazienza
se la sua personale teodicea non aspira
a rigori rosminiani. Dopo gli anni
bui, anche il rapporto con i tifosi si è
ricucito. In curva qualcuno l’ha soprannominato
“il prete”, nomignolo
troppo cattolico per essere un complimento,
ma tant’è. Ha insidiato il posto
a Fabio Cannavaro – personaggio che
gode di stima a macchia di leopardo
fra gli ultras – e questo gli è valso un
surplus di simpatia. C’è anche un coro
dedicato a lui, sulla musica del limbo,
ma, a dir la verità, la curva non lo intona
praticamente mai. Se lo facessero,
ne sarebbe contento; ma se anche
non succedesse, Legrottaglie ne sarebbe
ugualmente lieto, perché il suo
cuore è irrimediabilmente altrove.

© Copyright Il Foglio 23 marzo 2010