DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi
Gesù non rideva? Eppure tutto il Vangelo è un inno alla gioia. Gianfranco Ravasi
«Flevisse lego, risisse numquam» ("Leggo che egli ha pianto, mai che abbia riso"). Così scriveva in modo lapidario un autore medievale, che si celava sotto il nome di Ambrogio, il celebre Padre della Chiesa (lo Pseudo-Ambrogio), negando che le labbra di Cristo siano state sfiorate dal sorriso. Certo, se ci attestiamo sul verbo rigoroso del ridere – in grecogheláo – dobbiamo riconoscere che esso non ha mai come soggetto Gesù.
Ridono, anzi, «deridono» (katagheláo) Gesù solo i lamentatori e le prefiche di professione nella casa di Giairo (Mt 9,24), ironizzando sulla sua dichiarazione nei confronti della figlia del capo-sinagoga («Non è morta, ma dorme»). Ridono anche quelli che ora godono nei piaceri, in attesa che avvenga però il grande ribaltamento dei destini: «Beati voi che ora piangete, perché riderete… Guai a voi che ora ridete perché… piangerete» (Lc 6,21.25). E nella stessa linea si muoverà la Lettera di san Giacomo: «Gemete, peccatori, sulla vostra miseria, fate lutto e piangete; il vostro riso [ghélos] si muti in lutto e la vostra allegria in tristezza» (4,9). Così stanno le cose se ci fermiamo al puro e semplice verbo «ridere».
Tuttavia si devono fare due osservazioni rilevanti. La prima riguarda i Vangeli che, com’è noto, non sono biografie complete e compiute della figura storica di Gesù di Nazaret, ma sono solo dei profili, illuminati dalla luce della fede. Che manchi qualche tratto dalla fisionomia umana di Cristo non significa automaticamente che esso non sia stato presente durante la sua esistenza terrena. I banchetti, appunto, possono essere una testimonianza indiretta dell’allegria vissuta anche da Gesù, tant’è vero che egli stesso dichiarerà di essere stato accusato di eccessiva libertà in questo senso: «È venuto il Figlio dell’uomo che mangia e beve e dicono: Ecco, è un mangione e un beone, amico di pubblicani e di peccatori» (Mt 11,19). Potremmo supporre che il riso abbia fatto parte dell’esperienza di Gesù, anche perché esso è una componente fondamentale – insieme alle lacrime – dell’essere uomini. L’Incarnazione, infatti, comporta l’assunzione dell’umanità da parte del Figlio di Dio nella sua integralità. C’è, però, una seconda considerazione da fare. Come si suol dire nel linguaggio «tecnico», un orizzonte semantico può essere coperto da più termini che ne descrivono le varie sfumature. Il ridere fa parte, ed è segnale, dell’orizzonte più vasto della gioia il cui molteplice significato può essere espresso con più vocaboli. In questa luce la domanda del nostro interlocutore può ottenere una risposta diversa da quella così categorica che abbiamo citato in apertura.
Particolare attenzione meriterebbe il Vangelo di Luca che uno studioso tedesco, Helmut Gollwitzer, ha idealmente posto in un suo commento sotto il titolo Die Freude Gottes, "La gioia di Dio" (1952). Basterebbe solo cercare i vocaboli della felicità per accorgersi dell’insistita presenza del tema nel terzo Vangelo.
Ci perdonino perciò i lettori, se faremo scorrere i vari termini greci. Il verbo cháiro (gioire, rallegrarsi) e il sostantivo chará(gioia, allegria) echeggiano cumulativamente per venti volte in Luca a partire da quel «Rallègrati» rivolto da Gabriele a Maria e divenuto il nostro «Ave» (1,28). C’è poi l’«esultanza» espressa per quattro volte col verbo agalliáo e col sostantivo agallíasis. È, questa, la felicità messianica di tenore spirituale. Così, quando Gesù pronuncia quella stupenda preghiera, detta appunto «l’inno di gioia», riferita da Luca 10,21-22 («Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli…»), l’evangelista nota in apertura: «In quello stesso istante Gesù esultò [agalliáo] nello Spirito Santo e disse…».
Luca, solo tra tutti gli autori del Nuovo Testamento, usa per tre volte anche il verbo dell’allegria fisica, in greco skirtáoapplicandolo al piccolo Giovanni che «danza di gioia» nel grembo di Elisabetta quando incontra Maria (1,41.44) e ai giusti perseguitati che nel giorno del giudizio «si rallegreranno esultanti» perché grande sarà la loro ricompensa nei cieli (6,23). E se si vuole trovare un brano intero che mostri come Gesù proclami la gioia della salvezza – "Vangelo", com’è noto, significa "bella, gioiosa notizia" – basterebbe leggere il capitolo 15 di Luca con le tre celebri parabole della misericordia divina: quelle della pecora, della dracma e del figlio smarriti e ritrovati.
Un esegeta, Bruno Maggioni, ha intitolato quel capitolo «Un invito alla gioia di Dio in Cristo». Non potendo citare per ragioni di spazio tutti i passi, suggeriamo ai nostri lettori di prendere in mano un Vangelo e, nel capitolo 15 di Luca, di leggere i versetti 5, 6, 7, 9, 10, 23, 24, 25, 29, 32. In essi, tra l’altro, c’è un altro verbo greco di gioia: eufráino. Gesù, quindi, esalta il gioire festoso che prende spunto da vicende umane concrete, come il ritrovare un oggetto prezioso smarrito o il riabbracciare dopo tanto tempo una persona cara. Anzi, Luca, che aveva aperto il suo Vangelo col sorriso festoso del natale del Battista e di Gesù, lo conclude con la raffigurazione della Chiesa che conosce l’intensità della gioia: «… dopo averlo adorato tornarono a Gerusalemme con grande gioia [chará] e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (24,52-53). Fermiamo qui la nostra ricerca, che potrebbe essere allargata agli altri Vangeli (e ancor di più all’Antico Testamento, ove appare ampiamente il «ridere» di Dio). Noi vorremmo concludere con le parole che, secondo Giovanni, Gesù pronuncia nell’ultima sera della sua vita terrena: «Queste cose io vi ho detto perché la mia gioia sia con voi e la vostra gioia sia piena» (15,11). Curiosamente Lutero descriverà così la Gerusalemme celeste, sulla scia di un’immagine medievale: «Allora l’uomo giocherà con cielo e terra e sole e con le creature. E tutte le creature proveranno anche un piacere, un amore, una gioia lirica e rideranno con te, o Signore, e tu a tua volta riderai con loro».
Lezioni su Gesù di Nazaret
Il Papa è ben consapevole delle ardue sfide che deve affrontare. Filosofie e idee, comportamenti e stili di vita si scontrano oggi, non solo con l’insegnamento della dottrina cristiana, ma anche con i valori etici e sociali del cristianesimo, che dovrebbero invece rappresentare la via maestra verso uno sviluppo autenticamente umano. Questa situazione è stata determinata da varie cause, ma, fra di esse, sembra preminente quel falso concetto di libertà che ha generato una cultura dell’arbitrio, di cui individualismo e relativismo sono diventati i pilastri di sostegno. Una libertà, infatti, che si specchia soltanto in se stessa, escludendo Dio e perdendo ogni legame con la verità e il bene, si snatura e finisce col separare anche l’etica pubblica dal suo humus di riferimento che le dà significato e pienezza. Il decadimento del senso della vita, così intimamente legato alla persona e alla sua speranza di futuro; l’esplosione della violenza e delle sopraffazioni; la perdita del concetto di autorità; lo svuotamento dell’idea stessa di «bene comune» sono alcune delle conseguenze che si possono collocare all’interno di questa cornice, che ha favorito anche il progressivo disgregarsi della coscienza e delle responsabilità etica.
La scristianizzazione della società continua ad andare di pari passo con la sua secolarizzazione: un fenomeno che si manifesta subdolamente in varie forme anche nella vita della Chiesa e nell’esperienza personale dei credenti, sia come fenomeno generale di assimilazione dello «spirito dei tempi», sia come fenomeno specifico di «deviazione» sul piano teologico o pastorale. Per raccogliere in un quadro di sintesi le riflessioni e le preoccupazioni di Benedetto XVI, basterebbe ricordare l’omologazione a certe mentalità e comportamenti, improntati soprattutto a un diffuso clima di soggettività e materialismo, che trovano minori resistenze in una fede diventata più debole e insieme in una maggiore fragilità psicologica e affettiva delle persone, anche del clero; la tolleranza verso atteggiamenti e linguaggi in sé condannabili, ma talmente diffusi da esser considerati acquisiti e tali, perciò, da far ritenere che il combatterli sia una battaglia inutile, già persa in partenza; l’adattamento o l’«aggiornamento» a esigenze o semplicemente a mode del momento, che allontanano dal cuore dell’annuncio cristiano e, subordinandolo ad istanze puramente umane, lo deformano e lo impoveriscono; lo sbilanciamento sulle cose dell’oggi, col risultato di restringere la visione cristiana a una dimensione funzionale e contingente, dimenticando le sue radici antiche e i suoi orizzonti lontani.
Si aggiunga, sul piano specifico, il pericolo sempre in agguato di razionalizzare e relativizzare le verità di fede, rischiando così di deformare, immiserire e oscurare l’essenza stessa del mistero cristiano; l’appannamento del concetto di autorità, magistero e obbedienza, che determina teorie o atteggiamenti contrari all’insegnamento o alla disciplina della Chiesa; il sincretismo religioso, parallelo alla diffusione di nuove forme di spiritualità, ma soprattutto alla perdita o all’affievolirsi della coscienza della verità identificativa del cristianesimo; una certa «filantropizzazione» della pastorale, nella misura in cui essa tende a privilegiare le urgenze caritative e sociali rispetto all’impegno dell’annuncio di Gesù Cristo, morto e risorto; la personalizzazione in senso utilitaristico della fede, con conseguente relativizzazione degli insegnamenti del magistero e smarrimento del senso di appartenenza ecclesiale; il decadimento del senso del peccato, che diventa una strada aperta al soggettivismo nell’ambito della morale, specialmente quella familiare e sessuale; il distacco o lo scollamento profondo tra le proprie credenze e le posizioni non coerenti assunte nell’ambito delle scelte politiche su questioni di fondamentale rilevanza antropologica, etica e sociale.
Sotto un altro aspetto, non si possono dimenticare le ricorrenti deformazioni polemiche relative all’eredità del Concilio Vaticano II, ossia la confusione generata da una sua falsa o parziale interpretazione: quella che Benedetto XVI chiama «l’ermeneutica della discontinuità e della rottura», contrapposta a una lettura corretta e completa dei testi, «l’ermeneutica della riforma», che avvia di volta in volta nuove riflessioni per rispondere più adeguatamente a istanze antiche e nuove, ma tenendo ben salda la fedeltà e la continuità dei principi, certi e immutabili, del «deposito della fede». Né si può sottacere la tendenza in molti a separare «vangelo e istituzione», nel senso di intendere il vangelo una realtà puramente spirituale e l’istituzione una struttura esteriore, mentre invece sono due entità inseparabili, perché «il vangelo ha un corpo, il Signore ha un corpo in questo nostro tempo. Perciò, le questioni che a prima vista appaiono quasi soltanto istituzionali, sono in realtà questioni teologiche e questioni centrali, perché vi si tratta della realizzazione e concretizzazione del vangelo nel nostro tempo». In questo sforzo di spiegare e approfondire, precisare e correggere si coglie in Benedetto XVI tutto l’impegno di spendersi per il vangelo, come vicario di Cristo che parla e agisce, «non per imporre la fede», ma per «sollecitare il coraggio per la verità».
© Copyright Avvenire 14 aprile 2010
Una sentenza da impugnare. Il processo giudaico e romano a Gesù di Nazaret di Gianfranco Ravasi
"Ponzio, ti ricordi di Gesù il Nazareno che fu crocifisso non so più per quale delitto? Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia, si portò la mano alla fronte come chi vuole ritrovare un ricordo. Poi, dopo qualche istante di silenzio: Gesù - mormorò -, Gesù il Nazareno? No, non ricordo". Così Anatole France nel racconto Il procuratore della Giudea (1902) fa reagire un Pilato, ormai pensionato, alle sollecitazioni dell'ex collega governatore di Siria. Nella sua memoria si era spenta l'eco di quel processo che anche Tacito aveva evocato in poche righe del libro xv dei suoi Annali: "I Crestiani (...) prendevano nome da Cristo che era stato condannato al supplizio ad opera del procuratore Ponzio Pilato sotto l'impero di Tiberio" (44, 2-5). Anche uno storico conterraneo e di poco posteriore a Gesù, Giuseppe Flavio, ci ha lasciato nel XVIii libro della sua opera, Antichità giudaiche, una significativa menzione di Cristo, se mettiamo tra parentesi le probabili glosse cristiane posteriori che quel paragrafo ha ricevuto: "In quello stesso tempo visse Gesù, uomo saggio se pure conviene chiamarlo uomo. Egli compiva opere straordinarie, insegnava a coloro che desideravano accogliere con gioia la verità e convinse molti giudei e greci. Egli era il Cristo. Dopo che Pilato, dietro accusa dei capi del nostro popolo, lo condannò alla croce, coloro che lo avevano amato non vennero meno. Egli apparve loro il terzo giorno di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e moltissime altre meraviglie. E ancora fino ad oggi non si è estinta la tribù dei cristiani che da lui prende nome" (63-64).
Né Pilato, né Giuseppe Flavio o Tacito avrebbero immaginato che quell'atto processuale, celebrato in una sperduta provincia dell'Impero romano, avrebbe segnato indelebilmente la storia dell'umanità. Come ha scritto lo studioso inglese Samuel S. G. Brandon nel suo Processo a Gesù (1968), quella sentenza fu "la più importante della storia dell'umanità. Nessuna azione giudiziaria intentata contro una persona è conosciuta da un numero altrettanto grande di persone. Gli effetti del processo di Gesù nella storia umana sono incalcolabili". I più celebri casi giudiziari, come quello contro Socrate svoltosi ad Atene nel 399 prima dell'era cristiana o quello che nel 1431 mandò al rogo Giovanna d'Arco o quello aperto dall'Inquisizione contro Galileo nel 1633, impallidiscono di fronte alle due sbrigative sessioni processuali, durate meno di 24 ore e celebrate davanti al Sinedrio e al procuratore romano, che mandarono alla pena capitale quel predicatore ambulante di Galilea di nome Gesù di Nazaret attorno agli inizi degli anni 30.
Quelle ore si sono iscritte non solo nella storia, ma anche nella fede di milioni di persone e ancor oggi rivisitarle è un'avventura rischiosa perché in esse si intrecciano questioni storiche, problemi teologici, emozioni spirituali e persino degenerazioni secolari. Non possiamo, infatti, ignorare che per secoli il processo di Gesù è stato l'occasione per bollare di "deicidio" i "perfidi giudei" e scatenare gli eccessi dell'antisemitismo più infame. I misteri medievali sulla passione di Cristo mettevano in scena gli ebrei del Sinedrio vestiti come gli ebrei dei ghetti di allora, lasciando così talora via libera a violenti sfoghi e a incursioni antigiudaiche. C'è voluto il concilio Vaticano ii, con la sua "Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane" (Nostra aetate), per avere il coraggio di affrontare questa storia spinosa in modo nuovo: "Sebbene autorità ebraiche coi propri seguaci si siano adoperati per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi né agli ebrei del nostro tempo" (n. 4).
La ricostruzione che ora noi tentiamo non può essere che schematica. Si pensi che un importante esegeta americano come Raymond E. Brown, nella sua opera La morte del Messia (Queriniana 1999), dedica all'analisi storico-critica del racconto evangelico del processo a Gesù qualcosa come 615 fittissime pagine! Il testo-base da cui dobbiamo partire è ovviamente quello delle quattro relazioni evangeliche che, però, non sono né una cronaca giudiziaria, né la registrazione di atti processuali, né un dossier documentario in senso stretto. Gli evangelisti non ci offrono una storia asettica, ma interpretata e illuminata dalla fede nel Cristo glorioso della Pasqua. Ci offrono, tuttavia, un racconto di eventi storici, selezionati però anche secondo le istanze della Chiesa delle origini e dei suoi rapporti con i romani e soprattutto con gli ebrei. Non stupiscono, perciò, certe divergenze nei particolari o certe rielaborazioni o introduzioni di scene. Non devono meravigliare neppure le diverse ricostruzioni che gli studiosi moderni hanno compiuto del processo basandosi sulle quattro pagine di Marco (14, 53-15, 20), di Matteo (26, 57-27-31), di Luca (22, 63-23, 25) e di Giovanni (18, 12-19, 16), né devono stupire le diverse attribuzioni di responsabilità per la condanna di Gesù.
Così per alcuni la responsabilità primaria è da addossare alle autorità giudaiche che, dopo un procedimento penale davanti al tribunale supremo del Sinedrio e dopo una sentenza a motivazione religiosa, hanno demandato il caso al governatore romano solo perché era l'unico che poteva emettere condanne a morte nella Palestina occupata. Il risvolto politico nella sentenza è introdotto solo per rendere accettabile la richiesta presso il potere imperiale. È questo il risultato raggiunto, per esempio, da un noto studio sul processo di Gesù, quello del tedesco Josef Blinzler (1951). Naturalmente questa interpretazione non ha niente a che vedere con il tradizionale antisemitismo per il quale l'Israele di ieri e di oggi sarebbe "in solido" responsabile di quella operazione giudiziaria.
Per altri, invece, la responsabilità primaria della condanna a morte di Gesù cade sull'autorità romana, l'unica competente in materia di pena capitale. Il Sinedrio, in questi casi, poteva solo istruire la causa ed emettere una sentenza che esigeva però assolutamente la convalida del governatore romano. Ora, l'imputazione formulata dal Sinedrio contro Gesù dopo la fase istruttoria sarebbe stata quella di concorso in banda armata (con gli zeloti, partigiani antiromani) contro la sicurezza dello Stato imperiale. Questa interpretazione parte dalla convinzione che la risonanza avuta dalla predicazione di Gesù era stata prevalentemente politica, o almeno così era stata vista dal Sinedrio. Fu il tedesco Hermann S. Reimarus a proporre per primo questa tesi nel 1778. Essa fu ripresa da molti altri storici ed esegeti e, in particolare, dal citato Brandon. Non è mancato neanche il tentativo di uno storico ebreo, Chaim Cohn (1968), di scagionare il Sinedrio sino al punto di sostenere che il tribunale giudaico avrebbe in realtà fatto col suo dibattimento processuale un estremo sforzo per salvare l'ostinato Gesù dalle mani del potere romano, cercando di fargli ritrattare le sue pericolose pretese messianico-politiche.
Nella ricostruzione di quegli avvenimenti è, quindi, difficile restare neutrali. Noi ora ci accontentiamo di una presentazione essenziale e divulgativa della sostanza di quell'evento. Gesù è arrestato di notte nel podere detto Getsemani ("frantoio per olive") ai piedi del monte degli Ulivi ed è trasferito sotto scorta dinanzi all'ex sommo sacerdote Anna per un primo interrogatorio informale. Lo strapotere di Anna (il nome è un diminutivo ebraico di "Giovanni"), sommo sacerdote dal 6 al 15 dell'era cristiana, è comprensibile solo se si pensa che in quella carica suprema dell'ebraismo egli riuscirà a piazzare dopo di sé ben cinque suoi figli e il genero Caifa, che resse il Sinedrio dal 18 al 36, succedendo al primo figlio di Anna. Dal punto di vista storico le difficoltà riguardo ai dati evangelici sul processo giudaico di Gesù iniziano, invece, col trasferimento dell'imputato presso Caifa per una seduta notturna del Sinedrio. Infatti, il trattato sul Sinedrio della Mishnah, la grande collezione delle tradizioni rabbiniche, afferma che i processi capitali potevano essere celebrati solo di giorno e nella sede ufficiale del Sinedrio, la cosiddetta "aula della pietra squadrata" che si trovava presso il tempio e che forse gli archeologi sono riusciti a identificare. La seduta di quella notte sarebbe, perciò, illegale e la sentenza invalida.
Il termine greco Sinedrio - trascritto in ebraico Sanhedrin - significa "consesso" e indica l'unico organo politico-religioso riconosciuto dal potere romano, responsabile dell'amministrazione autonoma giudaica, entro limiti ben precisi codificati da Roma. Composto da settanta membri a cui si aggiungeva il presidente, ossia il sommo sacerdote in carica - la cui dipendenza dall'autorità romana era simbolicamente attestata dal fatto che il suo solenne abito da cerimonia era custodito nella Fortezza Antonia (la sede del procuratore) - il Sinedrio era articolato in tre settori. Il primo era il concistoro degli ex sommi sacerdoti e degli altri sacerdoti di alto rango: tra loro si sceglieva il "sovrintendente del tempio", destinato a comandare la polizia giudaica in servizio al tempio. La seconda area era rappresentata dagli "anziani", vale a dire dai membri dell'aristocrazia laica e terriera, appartenenti - come i sacerdoti - al partito conservatore del Sadducei. Al terzo livello c'erano gli "scribi", cioè gli intellettuali (teologi e giuristi) di estrazione borghese e di orientamento "progressista" e per questo appartenenti al fariseismo, la linea politico-religiosa più aperta, nonostante l'impressione contraria che si può ricavare dai Vangeli. Gesù, secondo Matteo e Marco, fu convocato da questo consesso in stato d'arresto durante una seduta notturna.
Ma, come dicevamo, una simile seduta del Sinedrio, per di più nella residenza privata del sommo sacerdote, non era illegale? La risposta non è tanto da cercare nel fatto che le autorità giudaiche avevano pochi scrupoli legali nei confronti di un personaggio diventato troppo scomodo, quanto piuttosto nella relazione offerta da Luca su quegli eventi (22, 66-71). Il terzo evangelista, infatti, forse più attento alla precisa sequenza storica della vicenda, pone l'interrogatorio vero e proprio di Gesù non nella notte, bensì "appena fu giorno... davanti al Sinedrio". Anche Matteo e Marco conoscono questa riunione mattutina, ma la considerano solo come la siglatura formale di quella notturna. Potremmo, allora, ricostruire così il processo giudaico contro Gesù. Nella notte dell'arresto Gesù è trasferito nel palazzo dei sommi sacerdoti Anna e Caifa per essere sottoposto a un primo interrogatorio informale. L'indomani, all'alba, si formalizza con una seduta vera e propria quell'abbozzo di istruttoria con un interrogatorio e con una sentenza.
Entriamo, ora, all'interno dell'aula sinedrale per seguire il dibattimento. Si inizia con l'escussione dei testimoni, almeno due secondo la normativa biblica. La loro deposizione riguarda le dichiarazioni poco rispettose di Gesù sul tempio, il cuore della spiritualità giudaica: "Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni". Sappiamo che in realtà Gesù in quell'occasione aveva usato il tempio come simbolo del nuovo culto che egli voleva inaugurare nel suo corpo glorioso. Gesù a queste accuse oppone uno strano silenzio. Per indirizzare l'interrogatorio verso uno sbocco meno vago, il sommo sacerdote formula una precisa domanda messianica, a cui Gesù replica con una risposta altrettanto precisa. Eccola nella redazione di Marco: "Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?". Gesù rispose: "Io lo sono! E vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo!" (14, 61-62). Naturalmente gli evangelisti hanno trascritto domanda e risposta tenendo ben presente tutta la loro conoscenza del mistero di Gesù Cristo. Le parole di Caifa volevano provocare Gesù a una semplice dichiarazione messianica, grave ma non blasfema, perché il Messia in Israele era considerato una creatura umana. Gesù, invece, risponde fondendo insieme due testi messianici di diverso valore e applicandoli a sé.
Il primo testo è tratto dal Salmo 110 ed è riconducibile all'orizzonte del Messia terreno, atteso da Israele lungo la linea dinastica davidica. Ma il secondo testo, tratto dal capitolo 7 di Daniele, aveva nel giudaismo un valore più misterioso perché presentava un "Figlio dell'uomo" messianico diverso: egli "veniva sulle nubi del cielo", partecipava quindi dell'orizzonte stesso di Dio. Gesù agli occhi di Caifa non si arroga solo il titolo messianico davidico, ma anche quella misteriosa qualità trascendente, fondendoli insieme nella sua persona e facendo così scattare il presidente del Sinedrio: "Ha bestemmiato!". Col gesto rituale dello "stracciarsi le vesti" in segno di lutto e di profonda emozione davanti a uno scandalo o a un'ignominia, Caifa sollecita l'approvazione della sentenza: "Che ve ne pare?". E l'assemblea ratifica: "È reo di morte!".
Si apre, così, il secondo atto di quel giorno, il più lungo della storia. Gesù è trasferito al "pretorio" del procuratore romano. Sulla collocazione topografica di questo palazzo esiste un'annosa controversia archeologica. Durante l'anno i procuratori risiedevano a Cesarea Marittima, stupenda città romana costruita da Erode sulle rive del Mediterraneo. Come gli altri procuratori, anche "Ponzio Pilato, prefetto di Giudea" - titolo che si legge nella celebre iscrizione su un basamento scoperto a Cesarea negli anni 1959-64 - veniva a Gerusalemme in occasione delle solennità ebraiche per ragioni di rappresentanza e di ordine pubblico e risiedeva nella Fortezza Antonia. Quattro torri e quattro ali racchiudevano un cortile lastricato. Ebbene, Giovanni ricorda questo particolare: "Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo detto Litostroto, in ebraico Gabbatà" (19, 13). Se Gabbatà in aramaico significa "altura", il greco Lithòstroton rimanda a un cortile "lastricato con pietre". A causa della complessità e delle dispute tra gli studiosi sulla collocazione del pretorio romano in Gerusalemme, noi mettiamo tra parentesi la sua identificazione topografica e seguiamo le ore trascorse da Gesù e le vicende del processo presso il governatore di Roma. Il capo d'imputazione avanzato dal Sinedrio è ora di tipo politico, per poter essere accolto dal tribunale romano: "Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re" (Luca, 23, 2). Pilato, procuratore di Giudea dal 26 al 36, interroga l'imputato con distacco ottenendo risposte reticenti ("Tu l'hai detto") o il silenzio. Comprendendo di essere di fronte a un caso carico di sottintesi, di ambiguità e di sfumature proprie di un popolo molto sensibile e permaloso, Pilato non ratifica subito l'accusa giudaica, ma apre un supplemento di istruttoria.
D'altra parte, dallo storico giudeo Giuseppe Flavio sappiamo che Pilato non brillava per tatto e abilità diplomatica nei confronti di un popolo così indomito e duro. Nei primi anni della sua amministrazione aveva quasi preso gusto a provocare gli ebrei. Aveva fatto introdurre nel tempio i medaglioni dell'imperatore sui labari dell'esercito, causando una violenta reazione degli ebrei che consideravano quel gesto un sacrilegio. E Pilato, dopo una brutale repressione, era stato costretto a cedere, ritirando quelle insegne. Ma la cosa si era ripetuta con gli "scudi dorati" recanti un'iscrizione in onore dell'imperatore, creando altre reazioni e repressioni. Anche Luca menziona uno di questi atti brutali di Pilato: "Si presentarono alcuni a riferire a Gesù circa quei galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici" (13, 1). Il filosofo giudeo di Alessandria d'Egitto Filone dipinge Pilato come "uomo per natura inflessibile, e in aggiunta alla sua arroganza, duro, capace solo di concussioni, di violenze, rapine, brutalità, torture, esecuzioni senza processo e crudeltà spaventose e illimitate".
Con l'usuale diffidenza e con un filo di provocazione Pilato cerca di dirottare il processo verso uno sbocco sgradito al Sinedrio. Il solo Luca ci informa che Pilato ricorre anche a una sorta di diversivo all'interno dello stesso procedimento giudiziario. Demanda l'imputato a Erode Antipa, il figlio di Erode il Grande che aveva giurisdizione sulla Galilea, la regione in cui Gesù aveva iniziato la sua "pericolosa" attività. Fallito questo espediente, ricorre all'applicazione del "privilegio pasquale", un atto di clemenza di cui però non abbiamo altre attestazioni precise: "Il governatore era solito, per ciascuna festa di Pasqua, rilasciare al popolo un prigioniero, a loro scelta. Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba. Pilato disse loro: Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?" (Matteo, 27, 15-17). Ma anche questo tentativo fallisce e di fronte alla netta resistenza delle autorità giudaiche, che coinvolgono anche la cittadinanza di Gerusalemme nella richiesta di condanna capitale, Pilato fa marcia indietro.
C'è all'interno della relazione evangelica, che ora abbiamo ricostruito per sommi capi, una precisa sottolineatura che riflette certamente lo stato dei rapporti tra la Chiesa delle origini e il giudaismo. Questa insistenza dà l'avvio a una vera e propria tradizione che passerà anche attraverso i successivi Vangeli apocrifi. Le pagine evangeliche sul processo di Gesù ci offrono un ritratto benevolo di Pilato. Per tre volte egli replica ai giudei: "Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte". Da un lato si ha l'accanimento dei sacerdoti e della folla: Matteo giunge al punto di mettere in scena "tutto il popolo" con una dichiarazione di totale e ufficiale responsabilità ("Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli!", 27, 25). D'altro canto, invece, Pilato ricorre alle tattiche alternative sopra descritte, dialoga con Gesù sul suo "regno" e sulla "verità" in una scena riferita solo da Giovanni e divenuta giustamente celebre. "Disse Gesù: Io sono nato e venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce. Gli dice Pilato: Che cos'è la verità?" (18, 37-38).
Ma Pilato è presentato con simpatia soprattutto da Matteo, che ci offre due episodi ignoti agli altri evangelisti. Il primo è quello della moglie del procuratore, che la tradizione successiva delle Chiese orientali santificherà col nome di Procla o Claudia Procula. "Non toccare quell'uomo giusto perché oggi fui molto turbata in sogno per causa sua" (27, 19), dice la donna, allegando, quindi, una specie di rivelazione celeste. Il secondo episodio è in finale di processo, quando Pilato compie quel gesto che sarebbe poi divenuto famoso, anche se con una connotazione un po' negativa di indifferenza: "Pilato, presa dell'acqua, si lavò le mani davanti alla folla: Io sono innocente - disse - di questo sangue; vedetevela voi!" (27, 24). Il gesto è tipicamente biblico e non romano, come biblico è il linguaggio usato dal procuratore. È probabile, perciò, che Matteo più che darci una cronaca di quei momenti abbia voluto opporre la buona disposizione del pagano romano all'ostilità dei connazionali.
Anche la successiva tradizione cristiana è stata incline ad attenuare le responsabilità di Pilato nella condanna di Gesù e ad accentuare quelle giudaiche. Significativi sono i discorsi di Pietro negli Atti degli apostoli: "Uomini d'Israele, Gesù di Nazaret fu consegnato a voi e voi l'avete inchiodato sulla croce per mano degli empi e l'avete ucciso... Sappia dunque con certezza tutta la casa d'Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso! Voi avete consegnato e rinnegato Gesù di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo, e avete chiesto che fosse graziato un assassino" (2, 23-26; 3, 13-14).
Questa idea passa anche negli apocrifi come, per esempio, nel Vangelo di Pietro, che è stato definito "il più antico racconto non canonico della passione", scritto attorno al 100 e ritrovato solo nel 1887 in Alto Egitto nella tomba di un monaco. Il testo a noi giunto inizia così: "Nessuno degli ebrei, però, si lavò le mani, né Erode, né alcuni dei suoi giudici. Poiché essi non volevano lavarsi, Pilato si alzò". Dobbiamo, tuttavia, ripetere che questa interpretazione non può minimamente giustificare alcuna teoria antisemita. Non si tratta, infatti, di un giudizio razziale, ma solo storico (su alcuni precisi responsabili, soprattutto dell'alta classe sacerdotale) e teologico. Pietro, nel citato discorso degli Atti, parla esplicitamente del misterioso "disegno prestabilito da Dio e della sua prescienza" (2, 23).
In appendice e del tutto a margine della nostra ricostruzione essenziale del processo di Gesù, riserviamo un cenno anche alla pittoresca tradizione apocrifa riguardante Pilato. Lo scrittore martire Giustino verso il 155 menzionava l'esistenza degli Atti di Pilato, un testo che in realtà è giunto a noi in greco, copto e latino sotto il nome di Vangelo (o Memorie) di Nicodemo. Esso contiene una colorita e folcloristica sceneggiatura del processo di Gesù. Le accuse avanzate dai giudei contro Gesù sono di due tipi: la sua nascita impura da fornicazione e la violazione della legge, soprattutto sul riposo sabbatico. Ma lasciamo la parola all'antico narratore. "Pilato chiamò un cursore e gli disse: Mi sia condotto qui Gesù ma con gentilezza! Il cursore uscì fuori e quando riconobbe Gesù, lo adorò, stese a terra il sudario che aveva in mano e gli disse: Signore, cammina qui sopra e vieni perché il governatore ti chiama... Allorché Gesù entrò, le immagini che i vessilliferi portavano sulle insegne si inchinarono da sole e adorarono Gesù". Sfilano poi i testimoni a discarico: sono ciechi, paralitici, un gobbo, l'emorroissa, guariti da Gesù, e Nicodemo. Ma la resistenza ebraica è implacabile e allora: "Pilato ordinò che fosse tirato il velo davanti alla sedia curule e disse a Gesù: Il tuo popolo ti accusa di prendere il titolo di re. Perciò ho decretato che, in ossequio alla legge dei pii imperatori, sia prima flagellato e poi sospeso sulla croce del giardino dove tu sei stato preso. Disma e Gesta, entrambi malfattori, siano crocifissi con te".
Accanto a questi Atti di Pilato fioriscono in ambito cristiano altri scritti quasi sempre favorevoli al procuratore. Ci è giunta, così, una relazione apocrifa di Pilato agli imperatori Tiberio e Claudio con le relative risposte; è stata inventata anche una lettera di Pilato a Erode e si è persino pensato di raccogliere la Paradosi di Pilato, cioè un'ipotetica "tradizione" sulla sua vita successiva. Lo storico cristiano Eusebio di Cesarea si lamentava che l'imperatore persecutore Massimino nel 311 aveva fatto distribuire nelle scuole delle false Memorie di Pilato "piene di empietà contro il Cristo" e aveva ordinato di farle imparare a memoria ai ragazzi per istigarli all'odio contro il cristianesimo. Ma sarà soprattutto sulla morte di Pilato che gli apocrifi cristiani si accaniranno con un gusto talora macabro. La morte più usata è quella della decapitazione per ordine di Tiberio: Cristo, però, accoglie in cielo il procuratore e sua moglie. Non per nulla la Chiesa etiopica venera Pilato come santo e l'ha inserito nel suo calendario liturgico.
Più casuale è la morte di Pilato secondo la citata Paradosi che la colloca durante una partita di caccia con l'imperatore. "Un giorno Tiberio, andato a caccia, stava inseguendo una gazzella; ma quando questa giunse davanti alla porta della caverna, si fermò. Pilato si spinse a vedere. Cesare lanciò subito una freccia per colpire l'animale, ma essa attraversò l'ingresso della caverna e ammazzò Pilato". Più tragica è la fine narrata da un altro testo e divenuta popolare nel Medioevo. Pilato morì suicida a Roma col pugnale prezioso che portava con sé. Gettato con un peso nel Tevere, il cadavere dovette essere estratto perché attirava tutti gli spiriti maligni rendendo pericolosa la navigazione sul fiume. Traslato a Vienne in Francia e immerso nel Rodano, dovette essere ripescato per la stessa ragione e sepolto a Losanna. Ma anche qui, a causa del suo corpo infestato di demoni, lo si dovette riesumare e scaraventare in un pozzo naturale in alta montagna.
Sulla scomoda sedia curule della Giudea erano passati e sarebbero passati altri procuratori, alcuni dei quali migliori di Pilato, altri certamente peggiori. Nessuno di costoro è restato così potentemente inciso nella storia come Ponzio Pilato, che pure era stato sospeso dal suo incarico per ordine del suo diretto superiore, il legato di Siria Vitellio. Il nome di questo funzionario romano risuona, infatti, ancora oggi, ogni domenica, sotto le volte delle nostre chiese: "fu crocifisso sotto Ponzio Pilato". E questo perché la sua vita si era un giorno incrociata con quella di un (apparentemente) modesto suddito della potenza imperiale romana, Gesù di Nazaret.
Gesù secondo gli storici ebrei del XX secolo. Il fariseo che ha cambiato il mondo
di Cristiana Dobner Il volto di Gesù di Nazaret continua a interpellare in ogni secolo e mai si esaurisce la possibilità di descriverlo, perché quella di catturarlo sarebbe già un passo falso.
Solo una persona libera da pregiudizi e seria nel "mestiere" dello storico poteva donare una sorta di summa enciclopedica, destinata a diventare un pilastro negli studi concernenti la figura storica di Gesù. Si tratta di Jésus sous la plume des historiens juifs du XXème siècle (Paris, Les Editions du Cerf, 2009, pagine 412, euro 33) di Dan Jaffé, che insegna Storia delle relazioni tra giudaismo rabbinico e cristianesimo primitivo all'università Bar-Ilan di Tel Aviv e ha all'attivo importanti ricerche nel suo campo; in italiano è stata tradotta una sua monografia Il Talmud e le origini ebraiche del cristianesimo.
Le pagine raccolte nel volume, con la stimolante prefazione di Daniel Marguerat, presentano una ricerca appassionata ma priva di emotività, degna di uno storico, perseverante nel tempo e che sfocia in un'uscita dall'universo teologico e confessionale per offrire "ri-umanizzato" il personaggio Gesù, con estremo rigore metodologico, bibliografico e una ricchezza nelle note di indicazioni, suggerimenti e critiche.
La stessa quarta di copertina introduce in quest'opera poderosa, in cui gli interrogativi giustamente pullulano: "Un sionista militante e un ebreo liberale possono delineare il medesimo ritratto di Gesù? Quali mutamenti si possono rilevare, nella critica storica ebraica, nel corso del XX secolo? Si è pensato Gesù nello stesso modo, prima e dopo la Shoah? La promulgazione dello Stato di Israele ha avuto un'incidenza sulle rappresentazioni ebraiche dell'uomo Gesù?".
L'impresa, considerata come progetto, appare di un'ampiezza da vertigini: prendere in considerazione gli studiosi storici ebrei che hanno avuto come oggetto la figura di Gesù, in un arco di tempo che parte dalla fine del xix secolo e giunge alla sua conclusione. Il ventaglio degli autori è esauriente e ciascuno studioso viene esaminato dettagliatamente con obiettività, riservando la critica a un paragrafo specifico, così da non indurre il lettore a pregiudizi nelle finalità, metodi e approcci storiografici.
Imponente l'elenco degli autori presi in considerazione, tale da far comprendere la mole di lavoro e di studio delle fonti che Jaffé si è sobbarcato per poter redigere la sua indagine. Vengono analizzati gli studi di tutti coloro che si sono collocati di fronte alla problematica del Gesù della storia, inserendo la sua figura nel mondo ebraico del suo tempo. Questo, senza dubbio, diventa l'aspetto più rilevante del loro contributo. Sotteso rimane sempre l'interrogativo: quale l'influenza delle concezioni o posizioni intellettuali proprie della loro epoca su ciascuno degli studiosi? "L'itinerario degli storici ebrei segue una progressione che è più metodologica che ideologica. Non rivela un'intenzione preconcetta, la differenza riguarda lo sviluppo di un'analisi più esigente e più serrata dei dati" (p. 352).
Da tutto l'insieme, emerge quindi una conoscenza più esatta del Gesù storico, anche per quanto concerne una questione dibattuta, poiché la maggioranza considera Gesù appartenente al mondo farisaico. L'immaginario cristiano però, nei secoli, si è formato un pregiudizio grave relativamente ai farisei, una sorta di "diffamazione". Per questo motivo, "fare di Gesù un fariseo, cosa che corrisponde di fatto alla realtà storica, permette allora di rivalorizzare l'immagine e lo statuto dei farisei così a lungo detestati e vituperati" (p. 351).
Pregnante e lampante è poi la distinzione fra ideologia e confessionalità e il recupero identitario che potrebbe alterare lo sguardo dello storico.
Nella conclusione ai nove densissimi capitoli, è l'autore stesso a indicare gli obiettivi che lo hanno guidato e che, indubbiamente, è riuscito a centrare, servendosi degli strumenti della letteratura talmudica e midrashica e unendovi le fonti dei testi classici, con uno studio storiografico e una ricerca analitica cristallini: una migliore comprensione dell'ambiente ebraico da cui Gesù proviene; una conoscenza più fine delle radici ebraiche degli insegnamenti, fatti e gesti di Gesù; una lettura dei passi neotestamentari relativi a Gesù illuminati dalle fonti del giudaismo del Secondo tempio, come pure dalle fonti più tarde del Talmud e del Midrash; una rilettura delle pratiche rituali di Gesù alla luce della halakha protorabbinica dei testi tannaitici, Mishna, Baraita, Tosefta o Midrashe Halakha.
Fino alla citazione di Scholem, lasciata al lettore come chiusura dell'opera: "Certo, la storia può sembrare, in fondo, un'illusione, ma è un'illusione senza la quale, nella realtà temporale, nessuna intuizione dell'essenza delle cose è possibile".
(©L'Osservatore Romano - 29-30 marzo 2010)
La tomba del sudario scoperta a Gerusalemme conferma la Sacra Sindone Afferma il fisico del Centro Spagnolo di Sindolologia César Barta
di Nieves San Martín
MADRID, martedì, 12 gennaio 2010 (ZENIT.org).- La “tomba del sudario” scoperta recentemente a Gerusalemme conferma la Sacra Sindone. Lo afferma il fisico del Centro Spagnolo di Sindolologia César Barta Gil, per il quale un'altra interpretazione sarebbe tendenziosa e parziale.
Gli archeologi dell'Università Ebraica hanno trovato recentemente dei frammenti di sudario in una tomba della prima metà del I secolo nel cimitero di Haceldama, il “Campo di Sangue” comprato con le 30 monete di Giuda per seppellire gli stranieri. La tomba, situata nella parte bassa della Valle dell'Hinnon, al lato della tomba di Anna, suocero di Caifa, sembra indicare che si trattava di una persona di famiglia sacerdotale o aristocratica.
Secondo lo storico tessile Orit Shamir, i tessuti usati per avvolgere il cadavere sono di buona qualità, di una persona benestante, ma di tessuto molto più semplice rispetto alla Sacra Sindone di Torino.
La notizia della scoperta archeologica in una tomba di Gerusalemme di un sudario dell'epoca di Gesù Cristo, diffusa dalla pubblicazione “PloS ONE Journal”, è stata presentata come un'argomentazione che mette in dubbio l'autenticità della Sacra Sindone di Torino. Si è arrivati a dire che “gli autori dello studio concludono che quest'ultima non risale a quegli anni”.
“Solo un'interpretazione molto tendenziosa e parziale può arrivare a diffondere questa idea – ha spiegato a ZENIT César Barta Gil –. Se si presentano i dati oggettivi, la realtà è piuttosto il contrario, visto che conferma l'autenticità della Sacra Sindone anziché metterla in discussione”.
Gli autori dell'articolo intitolato “Molecular Exploration of the First-Century Tomb of the Shroud in Akeldama, Jerusalem” sono di Canada, Israele, Australia, Inghilterra e Stati Uniti, e non menzionano mai la Sindone di Torino.
L'obiettivo principale dell'articolo è far conoscere il successo nella dimostrazione con mezzi sperimentali che tre dei defunti della tomba familiare avevano la tubercolosi e uno di loro, inoltre, era lebbroso. Il merito aumenta considerando il deterioramento dei resti archeologici rinvenuti.
“Si può solo immaginare la sorpresa che susciterà negli autori il fatto di vedere che il loro articolo è servito a far sì che la gente parli di ciò che non hanno scoperto anziché del progresso ottenuto con l'analisi di DNA antico e processi molecolari”, ha sottolineato César Barta.
Se la notizia si è prestata a questo fraintendimento, spiega il fisico, è perché gli scavi sono stati soprannominati “la tomba del sudario” (the tomb of the shroud). Il nome deriva dall'eccezionalità dell'aver trovato un tessuto che aveva avvolto un cadavere in una tomba ebraica.
Il costume ebraico era andare al sepolcro circa un anno dopo aver seppellito il defunto, quando le parti molli erano già scomparse e rimanevano solo le ossa, che venivano poste in casse di pietra o ossari e lasciate di nuovo nella tomba. Per questo motivo gli archeologi hanno trovato centinaia di tombe in cui non c'era alcun tessuto.
L'idea che Gesù Cristo sia stato avvolto in un lenzuolo come parte di un costume ebraico non era stata corroborata da alcuna scoperta. Ad ogni modo, nella “tomba del sudario” l'individuo lebbroso venne collocato in una camera del sepolcro che fu sigillata per evitare il contagio del resto dei defunti della famiglia. Questo ha fatto sì che nel tempo non venisse modificata, e che sia arrivata ai giorni nostri con i resti della prima deposizione del seppellimento.
La scoperta permette quindi di confermare l'utilizzo di lenzuoli nelle pratiche funerarie ebraiche, rafforzando l'idea dell'uso della Sacra Sindone.
Oltre a ciò gli autori, nelle poche righe che dedicano al tessuto, informano di averne trovate delle porzioni in tutta la lastra con resti organici, deducendo che copriva tutto il corpo. In particolare, hanno rinvenuto resti di capelli, e quindi il lenzuolo copriva la testa. E' una conferma specifica del modo in cui è stata utilizzata la Sacra Sindone per avvolgere il crocifisso, visto che effettivamente gli copriva la testa.
“Un'interpretazione unanime di questi dati sosterrebbe piuttosto l'autenticità della reliquia di Torino – afferma César Barta –. Ad ogni modo, il professor Shimon Gibson, uno degli autori, ha dichiarato al National Geographic che a suo avviso il tessuto rinvenuto nella tomba indica la falsità della Sindone di Torino perché presenta un altro tipo di confezione. In effetti, quello di Torino è in sargia di grande valore, mentre quello della tomba è in taffetà”.
“Questa argomentazione, tuttavia, manca di consistenza visto che non ci si doveva aspettare di trovare una sargia come quella della Sacra Sindone in ogni tomba ebraica – conclude il fisico –. E non bisognava aspettarselo perché un tessuto come quello di Torino in sargia da 1 a 3 in lino è un esemplare unico e non se ne conosce un altro, né dell'epoca di Cristo né del Medioevo”.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
La Sindone dal 1992 a oggi. Le ricerche, l'incendio, il futuro
“La Sindone: provocazione all’intelligenza, specchio del Vangelo” è il tema dell’incontro che si svolgerà lunedì 11 gennaio, nell’Auditorium della chiesa del Santo Volto a Torino, in occasione della presentazione del volume “Sindone” edito dalla Utet. Dal libro, ancora non in distribuzione, anticipiamo ampi stralci di due saggi. Il primo, qui sotto, è stato scritto rispettivamente dal direttore scientifico del Museo della Sindone e dal direttore del Centro internazionale di sindonologia. Il secondo ripercorre la fortuna della Sindone nella storia dell’arte.
Nel 1992 l’arcivescovo di Torino e custode pontificio della Sindone, il cardinale Giovanni Saldarini, nominò una commissione scientifica internazionale composta da alcuni tra i maggiori esperti di tessuti antichi e da eminenti studiosi, con l’incarico di avviare un ampio e articolato piano di studio per affrontare e risolvere il delicato e importante problema della conservazione della Sindone.
I lavori ebbero inizio nel 1992 con un’ostensione privata alla presenza della commissione e si conclusero nel 1996 con la consegna alla Santa Sede, proprietaria della reliquia, di una relazione finale. In tale relazione la commissione di esperti faceva il punto sullo stato di conservazione della Sindone e suggeriva una serie di indicazioni e condizioni irrinunciabili per la sua conservazione ottimale che si possono così riassumere:
a) la Sindone deve essere conservata in posizione distesa, piana e orizzontale.b) La Sindone deve essere liberata dagli accessori che servivano alle vecchie modalità di conservazione e di ostensione, ovvero il cilindro di legno, il telo rosso che la ricopriva quando veniva arrotolata, il nastro di seta azzurra cucito lungo il perimetro e le bandelle d’argento cucite all’interno del nastro azzurro lungo i due lati più corti.c) La Sindone deve essere conservata in una teca di vetro antiproiettile, a tenuta stagna, in assenza di aria e in presenza di un gas inerte, al fine di interrompere il progressivo ingiallimento del tessuto dovuto al naturale processo di ossidazione e che è responsabile della progressiva riduzione di visibilità dell’immagine. La teca deve essere protetta dalla luce e mantenuta in condizioni climatiche (pressione, temperatura, umidità, e così via) costanti.d) È necessario studiare a fondo il problema dell’eventuale sostituzione del telo d’Olanda con un nuovo telo e dell’eventuale asportazione o sostituzione dei rattoppi per migliorare le condizioni di conservazione.
Poco mancò che tutti questi studi si rivelassero vani, in quanto il 12 aprile dell’anno successivo un terribile incendio danneggiò seriamente la cappella della Sindone. Fortunatamente il lenzuolo, che era stato spostato nel duomo per permettere i restauri della cappella stessa, fu risparmiato sia dal fuoco, sia dall’acqua, sia dai crolli di materiale.
Le indicazioni suggerite dalla commissione imponevano ovviamente una modalità di conservazione radicalmente diversa da quella utilizzata negli ultimi tre secoli – l’arrotolamento su di un cilindro – e soprattutto la necessità di costruire una teca di dimensioni ben maggiori. L’intera operazione si presentava naturalmente molto complessa e delicata poiché numerose erano le difficoltà da superare tanto in fase progettuale quanto in fase esecutiva. Nonostante le non poche difficoltà incontrate, la costruzione della teca fu completata nei tempi previsti e il 17 aprile 1998 la Sindone venne per la prima volta ospitata nella nuova teca e in essa esposta al pubblico durante l’ostensione tenutasi in quell’anno.
La teca è un parallelepipedo dal peso di 2.500 chilogrammi, le cui superfici laterali e inferiore sono realizzate con un doppio strato di acciaio balistico e la cui superficie superiore è fatta di uno spesso vetro laminato a prova di proiettile. La teca è sorretta da un carrello mobile che consente di effettuare gli spostamenti e le rotazioni necessarie in occasione delle ostensioni. All’interno della teca la Sindone è cucita su di un mollettone non trattato e appoggiata su di un supporto di alluminio scorrevole su rotaia.
Al termine dell’ostensione del 2000 la Sindone fu trasferita dalla teca utilizzata per le ostensioni in una nuova teca, più leggera e maneggevole, destinata alla conservazione ordinaria. All’interno della teca a tenuta stagna è stata introdotta una miscela di argon (99,5 per cento) e di ossigeno (0,5 per cento). La presenza di un gas inerte come l’argon – che non reagisce con i più comuni elementi chimici – miscelato a una piccola quantità di ossigeno è indispensabile per impedire lo sviluppo di batteri sia aerobici che anaerobici e, come si è detto, per interrompere il progressivo ingiallimento del tessuto. La nuova teca è provvista di un sistema di controllo della pressione interna costituito da una batteria di soffietti mobili (posizionati al di sotto della teca) che garantiscono un costante equilibrio tra pressione interna ed esterna alla teca, necessario per evitare rischi di rotture del vetro.
Al termine di una lunga e delicata fase di preparazione, il 20 giugno 2002 ebbe inizio l’ultima fase dei lavori, consistente in un importante e indispensabile intervento di restauro conservativo che si concluse il successivo 23 luglio. Sotto la guida di Mechthild Flury Lemberg, esperta di fama internazionale di restauri di tessuti antichi, la Sindone venne scucita dal vecchio telo d’Olanda e successivamente furono scucite tutte le toppe al di sotto delle quali fu trovata una notevolissima quantità di materiale inquinante – costituito soprattutto da residui di tessuto carbonizzato durante l’incendio di Chambéry e polverizzatosi durante i secoli successivi – che costituiva ovviamente un notevole rischio per la conservazione del tessuto sindonico. Tale materiale fu asportato, raccolto in appositi contenitori sigillati, catalogato e consegnato al cardinale Severino Poletto, arcivescovo di Torino e custode pontificio della Sindone
Prima di provvedere alla cucitura di un nuovo telo di sostegno sul retro della Sindone venne effettuato un completo rilievo fotografico e tramite scanner, oltre a rilievi fotografici in fluorescenza e registrazioni spettroscopiche Uv-Vis e Raman a diverse lunghezze d’onda in siti con diverse caratteristiche – al di sotto di siti senza immagine, con la sola immagine, con il solo sangue, con sangue e immagine, e così via. Fu inoltre effettuata un’analisi microscopica in alcuni siti con l’utilizzo di un videomicroscopio con ingrandimenti.Infine vennero inoltre effettuati, sempre sul retro, alcuni prelievi microscopici con i metodi della suzione e del nastro adesivo.
Tutti i dati ottenuti e il materiale raccolto furono consegnati al custode pontificio della Sindone e, se e quando la Santa Sede lo riterrà opportuno, potranno essere messi a disposizione degli scienziati per studi e ricerche.L’esame del retro della Sindone – rimasto coperto, e quindi non visibile, dal 1534 al 2002 – permise di confermare pienamente l’ipotesi avanzata nel 1978 dagli scienziati dello Sturp relativa al fatto che sul retro appaiono ben evidenti le macchie di sangue presenti sulla faccia visibile della Sindone, mentre è assente ogni traccia dell’immagine corporea perché possiede uno spessore solo di qualche centesimo di millimetro.
La Sindone è stata poi ricucita su di un nuovo telo di supporto, anch’esso tessuto in Olanda e preventivamente testato e analizzato per garantirne le caratteristiche chimico-fisiche. Infine i bordi delle bruciature furono cuciti al nuovo telo d’Olanda in quanto si è ritenuto non più necessario coprirli con nuove toppe, sia perché la Sindone è ora conservata completamente distesa in posizione orizzontale e quindi non più sottoposta a tensioni meccaniche, sia per rendere del tutto visibili l’immagine sindonica e le macchie ematiche.Al termine dei lavori la Sindone è tornata nella sua teca, nel transetto sinistro della cattedrale di Torino, protetta e monitorata da sistemi moderni e sofisticati.
Il futuro della ricerca sul misterioso lenzuolo è stato tracciato dal simposio “La Sindone: passato, presente e futuro” svoltosi a Torino nel 2000, che ha visto la partecipazione, su invito, di 40 tra i maggiori esperti a livello internazionale di studi sulla Sindone e dei campi di ricerca a essa connessi, provenienti da dieci Paesi. Al termine del simposio è stato deciso di raccogliere nuove proposte di ricerca al fine di avviare nuovi studi e una raccolta di nuovi dati. Negli anni successivi al simposio sono pervenute a Torino, da scienziati di tutto il mondo, nuove proposte e progetti di ricerca che sono stati sottoposti all’esame di una commissione internazionale di esperti, per valutare la possibilità di avviare una nuova campagna coordinata di studi e di ricerche. Al momento attuale tutto il materiale raccolto è stato consegnato alla Santa Sede. Sarà la Santa Sede, proprietaria della Sindone, a decidere se e quando avviare una nuova campagna di ricerche dirette. La nuova e affascinante sfida che la Sindone lancia alla scienza per il nuovo millennio è già iniziata.
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