DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Fede e ragione sono compatibili. di Gianfranco Ravasi

“Anche Max Planck diceva che scienza e religione hanno bisogno una dell’altra”

Mi hanno sorpreso le dichiarazioni così categoriche, taglienti e un po’ grossolane pronunciate dal professor Umberto Veronesi lo scorso febbraio durante una trasmissione televisiva. La loro perentorietà riguardava l’incompatibilità assoluta tra fede e ragione e, quindi, fra teologia e scienza. Mi sono stupito non solo per l’ormai antica amicizia che mi lega all’illustre oncologo milanese, ma anche per il suo noto interesse - sia pure in sede «laica» e critica - ai temi religiosi, testimoniato da letture teologiche sulle quali abbiamo più d’una volta insieme interloquito. Dato che la mia reazione si basa non sull’ascolto diretto di quell’intervento, ma sugli echi giornalistici, sui quali non bisogna mai scommettere, vorrei pacatamente e molto sinteticamente ritornare sul tema del rapporto tra scienza e fede. Il famoso scienziato Max Planck nel suo saggio sulla Conoscenza del mondo fisico affermava che «scienza e religione non sono in contrasto, ma hanno bisogno una dell’altra per completarsi nella mente di un uomo che pensa seriamente». Da un lato, è allora necessario che lo scienziato lasci cadere quell’orgogliosa autosufficienza che lo spinge a relegare la filosofia e la teologia nel deposito dei relitti di un paleolitico intellettuale e quell’hybris che lo illude di dichiarare la capacità onnicomprensiva della scienza nel conoscere, circoscrivendo ed esaurendo la totalità dell’essere e dell’esistere, del senso e dei valori. Ma, d’altro lato, si deve vincere anche la tentazione del teologo desideroso di perimetrare i campi della ricerca scientifica e di finalizzarne o piegarne i risultati apologeticamente a sostegno delle sue tesi. È dunque necessario proporre innanzitutto una sorta di «coesistenza pacifica» tra scienza e fede, lasciando alle spalle quello scontro che ha un vertice (o una sorgente) nel positivismo del filosofo francese Comte, negatore della «legittimità di ogni interrogazione al di là della fisica».


Un impulso ulteriore a questa discrasia radicale è riconoscibile nel neopositivismo del Novecento. Il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein (1921) dichiarava come prive di senso le proposizioni della metafisica, dell’etica e dell’estetica, perché esse non sono immagine di nessun fatto del mondo. I neopositivisti del Circolo di Vienna (Schlick, Neurath, Carnap e così via) andarono oltre e interpretarono in senso svalutativoradicale l’affermazione di Wittgenstein riguardo ai discorsi non scientifici. In realtà, per il filosofo viennese - che non era certo un agnostico - si tratta solo di un’«ineffabilità» insita in quelle proposizioni, per cui «su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere». Anche se sopravvivono ancora ben vigorosi epigoni delle tesi del «Circolo», comeDawkins e altri difensori di uno scientismo a oltranza, tale impostazione viene ormai considerata come marginale e semplificatoria. nfatti, ci si muove sempre di più secondo un reciproco e coerente rispetto tra i due campi: la scienza si dedica ai fatti, ai dati, al «come»; la metafisica e la religione si consacrano ai valori, ai significati ultimi, al «perché», secondo specifici protocolli di ricerca. È quella che lo scienziato statunitense Stephen J. Gould, morto nel 2002, ha sistematizzato nella formula dei Non-OverlappingMagisteria, ossia della non-sovrapponibilità dei percorsi della conoscenzafilosofico-teologica e della conoscenza empirico-scientifica. Essi incarnano due livelli metodologici, epistemologici, linguistici che, appartenendo a piani differenti, non possono intersecarsi, sono tra loro incommensurabili, risultano reciprocamente intraducibili e si rivelano in tal modo non conflittuali. Riconosciuta la positività di tale impostazione, che rigetta facili concordismi sincretistici e assegna pari dignità ai diversi tracciati di analisi della realtà, bisogna però opporre una riserva che è ben evidente già a partire dalla stessa esperienza storica. Entrambe, scienza e teologia (o filosofia), hanno in comune l’oggetto della loro investigazione (l’uomo, l’essere, il cosmo) e - come ha osservato acutamente Michael Heller, Premio Templeton 2009, nel suo bel saggio Nuova fisica e nuova teologia, tradotto in italiano dalla San Paolo - «esistono alcuni tipi di asserzioni che si lasciano trasferire dal campo delle scienze sperimentali a quello filosofico e viceversa senza confondere i livelli», anzi, con esiti fecondi (si pensi al contributo che la filosofia ha offerto alla scienza riguardo alle categorie «tempo» e «spazio»). È così che ha preso vigore, accanto alla sempre valida (a livello di metodo) «teoria dei due livelli», una sussidiaria «teoria del dialogo» propugnata da JózefTischner che fa leva sul fatto che ogni uomo è dotato di una coscienza e, quindi, ogni ricerca sulla vita umana e sul rapporto con l’universo esige una pluralità armonica di itinerari e di esiti. Questa «teoria del dialogo» - che, per altro, faceva parte dell’eredità dell’umanesimo classico - è fatta balenare anche nella lettera che Giovanni Paolo II aveva indirizzato nel 1988 al direttore della Specola Vaticana: «Il dialogo deve continuare e progredire in profondità e in ampiezza. In questo processo dobbiamo superare ogni tendenza regressiva che porti verso forme di riduzionismo unilaterale, di paura e di autoisolamento. Ciò che è assolutamente importante è che ciascuna disciplina continui ad arricchire, nutrire e provocare l’altra a essere più pienamente ciò che deve essere e contribuire alla nostra visione di ciò che siamo e di dove stiamo andando». Distinzione ma non separatezza, dunque, tra scienza e fede. A questo punto, se vogliamo attestarci solo sul versante che ci è proprio, quello teologico, possiamo condividere quanto scriveva nel 1982 sulla rivista «Scripta Theologica» José Luis Illanes: «La teologia può attuare il suo contributo solo se si mantiene in contatto con le altre scienze. Essa ha bisogno di essere ascoltata, ma ha altrettanto bisogno di ascoltare gli altri saperi. Il teologo, come lo scienziato, deve essere umile, e in misura ancor maggiore: non solo perché ciò che sa lo riceve dalla parola di Dio, affidata alla Chiesa, di fronte a cui deve mantenersi in atteggiamento di devoto ascolto, ma anche perché riconosce che la scienza teologica non lo autorizza a prescindere da altri saperi». Siamo in presenza di due profili dello stesso volto: cancellato uno, il viso si sfigura. Per dirla con una battuta folgorante dei Pensieri di Pascal: «Due eccessi: escludere la ragione, non ammettere che la ragione».

Gesù non rideva? Eppure tutto il Vangelo è un inno alla gioia. Gianfranco Ravasi

Gesù ha mai riso? Cristo piange davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, di fronte alla città santa, freme e soffre quando s’avvicina la sua ora finale. Conosciamo i suoi sentimenti. I Vangeli ci informano sul suo sdegno, che s’accende fino al punto di fargli impugnare una frusta. In sintesi, Gesù partecipa della natura umana amando, mangiando, provando tristezza e dolore. Ma si può dire che condivida con noi il riso e l’ironia? C’è qualche passo dei Vangeli in cui lo si oda ridere? Certo, partecipava volentieri ai banchetti, ma esiste una menzione del suo sorridere? Oppure il suo era sempre un volto severo come quello che ha rappresentato Pasolini nel suo Vangelo secondo Matteo?

«Flevisse lego, risisse numquam» ("Leggo che egli ha pianto, mai che abbia riso"). Così scriveva in modo lapidario un autore medievale, che si celava sotto il nome di Ambrogio, il celebre Padre della Chiesa (lo Pseudo-Ambrogio), negando che le labbra di Cristo siano state sfiorate dal sorriso. Certo, se ci attestiamo sul verbo rigoroso del ridere – in grecogheláo – dobbiamo riconoscere che esso non ha mai come soggetto Gesù.

Ridono, anzi, «deridono» (katagheláo) Gesù solo i lamentatori e le prefiche di professione nella casa di Giairo (Mt 9,24), ironizzando sulla sua dichiarazione nei confronti della figlia del capo-sinagoga («Non è morta, ma dorme»). Ridono anche quelli che ora godono nei piaceri, in attesa che avvenga però il grande ribaltamento dei destini: «Beati voi che ora piangete, perché riderete… Guai a voi che ora ridete perché… piangerete» (Lc 6,21.25). E nella stessa linea si muoverà la Lettera di san Giacomo: «Gemete, peccatori, sulla vostra miseria, fate lutto e piangete; il vostro riso [ghélos] si muti in lutto e la vostra allegria in tristezza» (4,9). Così stanno le cose se ci fermiamo al puro e semplice verbo «ridere».

Tuttavia si devono fare due osservazioni rilevanti. La prima riguarda i Vangeli che, com’è noto, non sono biografie complete e compiute della figura storica di Gesù di Nazaret, ma sono solo dei profili, illuminati dalla luce della fede. Che manchi qualche tratto dalla fisionomia umana di Cristo non significa automaticamente che esso non sia stato presente durante la sua esistenza terrena. I banchetti, appunto, possono essere una testimonianza indiretta dell’allegria vissuta anche da Gesù, tant’è vero che egli stesso dichiarerà di essere stato accusato di eccessiva libertà in questo senso: «È venuto il Figlio dell’uomo che mangia e beve e dicono: Ecco, è un mangione e un beone, amico di pubblicani e di peccatori» (Mt 11,19). Potremmo supporre che il riso abbia fatto parte dell’esperienza di Gesù, anche perché esso è una componente fondamentale – insieme alle lacrime – dell’essere uomini. L’Incarnazione, infatti, comporta l’assunzione dell’umanità da parte del Figlio di Dio nella sua integralità. C’è, però, una seconda considerazione da fare. Come si suol dire nel linguaggio «tecnico», un orizzonte semantico può essere coperto da più termini che ne descrivono le varie sfumature. Il ridere fa parte, ed è segnale, dell’orizzonte più vasto della gioia il cui molteplice significato può essere espresso con più vocaboli. In questa luce la domanda del nostro interlocutore può ottenere una risposta diversa da quella così categorica che abbiamo citato in apertura.

Particolare attenzione meriterebbe il Vangelo di Luca che uno studioso tedesco, Helmut Gollwitzer, ha idealmente posto in un suo commento sotto il titolo Die Freude Gottes, "La gioia di Dio" (1952). Basterebbe solo cercare i vocaboli della felicità per accorgersi dell’insistita presenza del tema nel terzo Vangelo.

Ci perdonino perciò i lettori, se faremo scorrere i vari termini greci. Il verbo cháiro (gioire, rallegrarsi) e il sostantivo chará(gioia, allegria) echeggiano cumulativamente per venti volte in Luca a partire da quel «Rallègrati» rivolto da Gabriele a Maria e divenuto il nostro «Ave» (1,28). C’è poi l’«esultanza» espressa per quattro volte col verbo agalliáo e col sostantivo agallíasis. È, questa, la felicità messianica di tenore spirituale. Così, quando Gesù pronuncia quella stupenda preghiera, detta appunto «l’inno di gioia», riferita da Luca 10,21-22 («Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli…»), l’evangelista nota in apertura: «In quello stesso istante Gesù esultò [agalliáo] nello Spirito Santo e disse…».

Luca, solo tra tutti gli autori del Nuovo Testamento, usa per tre volte anche il verbo dell’allegria fisica, in greco skirtáoapplicandolo al piccolo Giovanni che «danza di gioia» nel grembo di Elisabetta quando incontra Maria (1,41.44) e ai giusti perseguitati che nel giorno del giudizio «si rallegreranno esultanti» perché grande sarà la loro ricompensa nei cieli (6,23). E se si vuole trovare un brano intero che mostri come Gesù proclami la gioia della salvezza – "Vangelo", com’è noto, significa "bella, gioiosa notizia" – basterebbe leggere il capitolo 15 di Luca con le tre celebri parabole della misericordia divina: quelle della pecora, della dracma e del figlio smarriti e ritrovati.

Un esegeta, Bruno Maggioni, ha intitolato quel capitolo «Un invito alla gioia di Dio in Cristo». Non potendo citare per ragioni di spazio tutti i passi, suggeriamo ai nostri lettori di prendere in mano un Vangelo e, nel capitolo 15 di Luca, di leggere i versetti 5, 6, 7, 9, 10, 23, 24, 25, 29, 32. In essi, tra l’altro, c’è un altro verbo greco di gioia: eufráino. Gesù, quindi, esalta il gioire festoso che prende spunto da vicende umane concrete, come il ritrovare un oggetto prezioso smarrito o il riabbracciare dopo tanto tempo una persona cara. Anzi, Luca, che aveva aperto il suo Vangelo col sorriso festoso del natale del Battista e di Gesù, lo conclude con la raffigurazione della Chiesa che conosce l’intensità della gioia: «… dopo averlo adorato tornarono a Gerusalemme con grande gioia [chará] e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (24,52-53). Fermiamo qui la nostra ricerca, che potrebbe essere allargata agli altri Vangeli (e ancor di più all’Antico Testamento, ove appare ampiamente il «ridere» di Dio). Noi vorremmo concludere con le parole che, secondo Giovanni, Gesù pronuncia nell’ultima sera della sua vita terrena: «Queste cose io vi ho detto perché la mia gioia sia con voi e la vostra gioia sia piena» (15,11). Curiosamente Lutero descriverà così la Gerusalemme celeste, sulla scia di un’immagine medievale: «Allora l’uomo giocherà con cielo e terra e sole e con le creature. E tutte le creature proveranno anche un piacere, un amore, una gioia lirica e rideranno con te, o Signore, e tu a tua volta riderai con loro».

Santuari, i polmoni della fede. Gianfranco Ravasi

Secondo i calcoli dell’americana Mary Lee Nolan, nella sola Europa occidentale sarebbero 6000 le chiese che entrano nella categoria di "santuario", cioè di quel luogo sacro verso il quale converge, quasi a raggiera, un itinerario di fede per celebrare una memoria e una presenza sacra cristiana. Proprio questo movimento centripeto, dall’esterno verso il centro, costituisce l’evento "pellegrinaggio". A noi ora interessa evocare il profilo del pellegrinaggio al santuario come itinerario verso quel centro ove si ha l’incontro con Dio, con Cristo, con la storia della salvezza, con Maria, coi martiri, coi santi. Un incontro che è esteriormente costituito da città (pensiamo a Gerusalemme e a Roma per il cristianesimo), da villaggi (Lourdes, Fatima), da montagne, segno di trascendenza (i monti sacri), da pietre (Muro del Tempio, Sepolcro di Cristo, Cupola della roccia a Gerusalemme), da sorgenti e alberi, realtà tutte di forte valenza simbolica universale, esaltata e specificata dal santuario. C’è, dunque, una geografia del santuario che è visibile non solo nella costellazione di templi che si distribuiscono sulle mappe topografiche delle varie nazioni, secondo le varie religioni, ma soprattutto attraverso il movimento del pellegrinaggio che per la Bibbia ha come punto di partenza emblematico 1’"ascensione" a Sion: «Quale gioia, quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore!… Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore!» (Salmo 122,1; Isaia 2,5). Ebbene, la struttura del pellegrinaggio rivela alcune componenti suggestive.
C’è innanzitutto la partenza che è uno stacco dalla quotidianità, una liberazione da impacci e da vincoli esteriori, come si impone al primo pellegrino biblico, Abramo: «Esci dal tuo paese, dalla tua patria, dalla casa di tuo padre verso la terra che ti indicherò» (Genesi 12,1). Il musulmano, prima di partire per la Mecca, deve saldare i debiti, riconciliarsi coi nemici e tutelare la sussistenza della famiglia, impegni che ritroviamo anche in certi rituali medievali del pellegrinaggio cristiano. Il secondo dato è la strada, un archetipo simbolico per evocare la stessa vita. Infatti, essa riassume in sé la gamma delle attese e delle paure, delle soste e delle prove, della solitudine e della compagnia, del giorno e della notte. La "guida del pellegrino" di San Giacomo di Compostela è puntuale nell’indicare la materialità del cammino come esperienza di vita semplice e povera. È per questo che nel suo profilo più puro il pellegrinaggio comprende almeno una porzione di movimento fisico, come ammonisce la regola monastica buddhistica: «Andare a piedi è ottenere un frutto quadruplo». La strada processionale era, per altro, un elemento strutturale della planimetria dei santuari dell’antichità (si pensi, ad esempio, al "viale delle Sfingi" nell’antico sistema templare egizio).
Una terza componente potrebbe essere quella della luce: nelle processioni rituali o negli stessi santuari il lume acceso, con tutta la simbologia che la luce evoca, è per il pellegrino non solo una guida nella notte o un elemento liturgico, ma un segno spirituale di fede e di vigilanza, sulla scia delle parole del Salmista: «La tua parola è lampada al mio passo, lume acceso sul mio sentiero» (Salmo 119,105). È in questa linea che si colloca anche un quarto dato, quello del canto e della preghiera. Il pellegrinaggio al santuario si distingue in tal modo dal semplice turismo religioso: è una celebrazione di intimità divina, è un’ "ascensione" – proprio come accade nei canti delle
ma’alôt cioè le "ascensioni" salmiche (Salmi) – non solo spaziale ma anche mistica, è un’esperienza di spiritualità e di purificazione che trasfigura la fatica del viaggio trasformando il percorso in una liturgia festosa e di attesa.
La rete di pellegrinaggi che ancor oggi avvolge il nostro pianeta diventa, così, un grande segno dell’umanità in ricerca del trascendente, del mistero, del fine ultimo oltre le contingenze e le piccole mete e, per il cristianesimo, è espressione dell’anima profonda della Chiesa, popolo di Dio in marcia verso la Gerusalemme celeste: «Siamo un popolo che cammina / e camminando desideriamo raggiungere insieme / una città che non finirà mai, / senza pena né tristezza, città di eternità» (canto latinoamericano).
Il santuario certamente ha alla sua radice un elemento spaziale e cosmico: pensiamo solo ai monti sacri a cui sopra si è fatto cenno, a partire da quelli biblici come il Sinai-Horeb, Sion, Garizim, Carmelo, Golgota e così via (ma c’è il Meru indiano, l’Olimpo greco, il Fuji-yama giapponese, la ziqqurrat, cioè il santuario-montagna in miniatura della religione mesopotamica, eccetera). Tuttavia, la realtà capitale nello specificare il santuario è un fatto storico, elemento decisivo in molte religioni per le quali i luoghi sacri quasi germogliano da un evento fondativo della religione stessa. Se questo appare per Lumbini, la patria di Buddha, o per il Parco delle gazzelle di Samath (Benares) ove egli tenne il sermone delle "quattro verità", se lo stesso Islam si sforza di connettere ad Abramo la pietra nera della Ka’aba, se i santuari greci rimandano spesso a vicende nazionali sacralizzate (Delfi, ad esempio), per la Bibbia tutti i santuari sono correlati a eziologie storiche, cioè a eventi originari antichi: Sichem, Mamre, Bersabea, Betel rimandano ai patriarchi e alle loro storie, Galgala e Silo alla conquista della terra, Gerusalemme a Davide e a Cristo.
La tradizione cristiana successiva non solo costellerà di santuari commemorativi tutti i luoghi evangelici dove Gesù ha operato, ma darà il via a una vera e propria "geografia storica" che si infittirà nei secoli: tombe di martiri, sedi di apparizioni, centri di atti miracolosi, persino luoghi di battaglie o di eventi nazionali divennero altrettanti santuari che, in tal modo, si ergeranno come "monumenti" nel senso etimologico del termine, cioè come "memorie" di un passato salvifico il cui effetto perdura nel presente. Molti santuari sono, perciò, veri e propri vessilli dell’identità nazionale e delle Chiese locali e scandiscono le tappe storiche di un popolo, riportandolo alle sue origini, richiamandolo alla sua libertà, autonomia e coscienza, restituendogli quei valori che spesso sono appannati dal fluire del tempo, dalle vicende alterne, dalla superficialità e dalla globalizzazione forzata. È per questo che è indispensabile ricostruire storiograficamente la memoria che sta alla sorgente di ogni santuario attraverso una ricerca rigorosa che mostri talora anche l’intreccio tra mito e storia, tra leggenda ed evento, tra simbolo e realtà fattuale.
La storia che aleggia attorno al santuario si esprime molto spesso attraverso l’arte in tutte le sue forme espressive: dall’architettura alla figurazione scultorea e pittorica, dalla letteratura agli ex-voto, dalle musiche agli organi, in uno spettro coloratissimo e affascinante di modelli e di tipologie. Si apre, a questo punto, un discorso complesso e dai molteplici risvolti (tutela, conservazione, valorizzazione, catalogazione, riappropriazione e così via). Noi vorremmo solo ricordare che l’arte nei nostri santuari è sorta soprattutto come annuncio della fede e catechesi, come esegesi figurativa biblica e come via pulchritudinis verso Dio.
Negli Statuti d’arte dei pittori senesi del Trecento si leggeva: «Noi siamo manifestatori, agli uomini che non sanno lettura, delle cose meravigliose operate per virtù della fede». Esiste una "voix des monuments" – per usare la bella espressione di Guillaume de Jerphanion, grande studioso delle chiese rupestri di Cappadocia – che dev’essere fatta risuonare agli occhi e agli orecchi dei pellegrini, educandoli a dire, a pregare, a cantare, a celebrare Dio in modo bello. I santuari – e purtroppo molti di quelli moderni spesso non riescono a farlo – dovrebbero educare anche alla bellezza, dovrebbero purificare lo sguardo abbrutito dalle immagini televisive e dalla volgarità delle nostre città.
Ma la storia del santuario si esprime anche attraverso il folclore e la devozione popolare. In passato disprezzata o comunque considerata con uno sguardo illuministico accigliato, questa dimensione della storia di un popolo è ora oggetto di studio, di valorizzazione, di riqualificazione. In Francia, ad esempio, è sorto un grandioso progetto di catalogazione del fenomeno: è il repertorio La piété populaire, diretto da Bernard Plongeron e Paule Lerou, sostenuto dal Cnrs e successivamente esteso anche all’Italia (si pensi all’opera di Giuseppe De Luca con le sue Edizioni di Storia e Letteratura) con alcune collane bibliografiche molto suggestive, tuttora in corso di pubblicazione. Ma, al di là del valore documentario di questa realtà, la devozione popolare continua a vivere, a pulsare e ad esprimersi anche ai nostri giorni. Come osservava Paolo VI, «la religione popolare ha certamente i suoi limiti. Essa però manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere..., genera atteggiamenti interiori raramente osservati altrove al medesimo grado: pazienza, senso della croce nella vita quotidiana, distacco, apertura agli altri, devozione» (Evangelii nuntiandi n. 48).
Affermato il rilievo della pietà popolare, bisogna però subito aggiungere che è necessario compiere al suo interno un’azione di catarsi dai relitti superstiziosi, dalle reliquie pagane, dalle tracce sincretistiche, dalle degenerazioni idolatriche che possono insinuarsi e resistere alla dominante cristiana. Bisogna impedire ogni forma di miracolismo esasperato, di magia, di paganesimo sacrale. Non si deve, però, ignorare che Cristo per tutta la sua vita terrena ha guarito malati, vedendo in questo gesto un segno dell’avvento del Regno di Dio ove «si tergerà ogni lacrima dagli occhi, non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affamo» (Apocalisse 21,4). Non si deve dimenticare che la missione che Cristo affida alla Chiesa è quella di annunciare il vangelo della liberazione piena, come egli aveva dichiarato nella sinagoga di Nazaret: «Lo Spirito del Signore mi ha mandato per annunziare ai poveri il vangelo, per proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore… I Dodici partiti, predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano» (Luca 4,18-19; Marco 6,12-13). Già nella solenne consacrazione del tempio di Sion, Salomone elencava un settenario di drammi personali e sociali da presentare al Signore nel santuario per ottenere conforto e liberazione (Re8,31-51).
Idealmente possiamo immaginare il mondo come avvolto da una trama di luoghi di culto ove in ogni ora del giorno e della notte si celebra il sacrificio di lode eucaristico e i santuari sono quasi le sentinelle vigili di questa liturgia continua e costante: «Dall’Oriente all’Occidente grande è il mio nome fra le genti e in ogni luogo è offerto incenso al mio nome e un’oblazione pura, perché grande è il mio nome fra le genti» (Malachia 1,11). È allora da raccogliere con impegno il monito del Codice di Diritto Canonico che, secondo le indicazioni liturgiche generali e quelle specifiche delle Chiese locali, esorta a far sì che «nei santuari si offrano ai fedeli con maggior abbondanza i mezzi di salvezza, annunziando con diligenza la Parola di Dio, incrementando opportunamente la vita liturgica soprattutto con la celebrazione dell’Eucaristia e della penitenza, come pure coltivando le sane forme della pietà popolare» (canone 1234, n. 1).
Il santuario si rivela come un segno alto della Chiesa nella sua anima più profonda di «assemblea di coloro che sono convocati dalla Parola di Dio per formare il popolo di Dio. Nutrendosi del Corpo di Cristo, formano essi stessi il Corpo di Cristo» (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 777). Gli animatori spirituali dei pellegrinaggi parrocchiali, diocesani o nazionali e i presbiteri che espletano il loro ministero nel santuario devono far brillare questo volto ecclesiale dei santuari impedendo che essi si riducano a isole sacrali ma respirino la stessa vita della Chiesa-comunione, in unione con l’intero popolo di Dio. In sintesi potremmo dire che il santuario deve rivelare in filigrana la stessa struttura intima della Chiesa-madre di Gerusalemme le cui colonne fondamentali erano «l’insegnamento degli apostoli, la koinoníafraterna, la frazione del pane e le preghiere» (Atti 2,42).

Il mondo in cui viviamo è costellato anche di tanti santuari "laici", la cui elencazione è vasta come quella dei luoghi dello Spirito di Dio: pensiamo, ad esempio, ai pellegrinaggi etnici che riportano molti alle loro radici genealogiche, a quelli verso Salisburgo o a Bayreuth per gli amanti di Mozart e Wagner, alle spiagge di Normandia per il vecchio soldato americano, alla Versailles del re Sole, alla modernità "di tendenza" della Grande Mela newyorchese, agli stadi sedi dei concerti rock ove si celebrano talora riti dionisiaci sfrenati; pensiamo persino, per paradosso, ai santuari atei o idolatrici come certi quartieri del vizio (Pigalle, Soho, St. Pauli) o a quel mausoleo di Lenin sulla Piazza Rossa di Mosca a cui un tempo si recavano i novelli sposi russi...!
Ebbene a queste mete più o meno dignitose si oppone il santuario del Dio vivente, la cui caratteristica capitale è quella di essere un luogo teofanico, sede della rivelazione in parole e opere di quel Signore che «si fa trovare anche da quelli che non lo cercano e si manifesta anche a quelli che non si rivolgono a lui» (Romani 10,20). Il santuario è segno del mistero di Dio, della sua gloria e del suo primato: è il luogo «ove egli si fa presente, ove il mondo celeste si dischiude» (Hans Joachim Kraus). È l’orizzonte ove si deve incontrare l’Emmanuele, altrimenti esso si ridurrebbe a mera meta turistica, gradevole e legittima, ma non "tenda dell’incontro" diretto col Signore, come ammoniva Amos che giungeva al paradosso di escludere i grandi santuari d’Israele qualora si rivelassero privi di fede e di giustizia: «Cercate me e vivrete! Non rivolgetevi a Betel, non andate a Galgala, non passate a Bersabea! Cercate il Signore e vivrete!» (Am 5,4-6).
Ma il santuario non ha solo un asse verticale, cioè rivolto verso il trascendente, ma come accade per la croce, comprende anche due braccia orizzontali che accolgono il mondo e la storia irradiandoli di luce e salvezza. È una parabola dell’Incarnazione, che ha nel Verbo fatto carne il santuario prototipico, la tenda di carne che vivifica le sante tende storiche e spaziali dell’umanità, come si legge nel prologo del Vangelo di Giovanni: «Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda (eskénosen) in mezzo a noi» (1, 14). La figura di Maria, che è venerata in un numero sterminato di santuari, ne è un’altra rappresentazione ideale: nel suo grembo si compie la presenza suprema di Dio nella carne del Cristo Figlio suo e di Dio. Come scriveva sant’Ambrogio, «Maria non è il Dio del tempio, ma il tempio di Dio» (De Spiritu Sancto III, 11, 80). Il santuario – alla luce dell’Incarnazione – feconda, santifica e salva la profanità circostante senza eliderla o assorbirla in sé in un integralismo sacrale. È come la nervatura che regge e alimenta il tessuto dell’esistenza.
Per questo un bel detto giudaico afferma che quando Dio creò il mondo attribuì nove porzioni di bellezza e di sapienza a Sion e una sola al resto dell’universo, ma le consegnò anche nove porzioni di dolore e una sola al resto del mondo. Riso e lacrime si effondono nel santuario come e più che sulla terra, ma là c’è la certezza che le «lacrime [degli uomini e delle donne] sono raccolte nell’otre» del Pastore delle nostre anime (Salmo 56,9) che ne impedisce la dispersione, l’insignificanza e l’inutilità. Per questo l’augurio che ci si dovrebbe scambiare partendo dal santuario è ben espresso nell’ambiguità dell’originale ebraico della finale del Salmo biblico del pastore (23,6): «Ritornerò (šwb) nella casa del Signore per la distesa del miei giorni»; ma anche «abiterò (jšb) nella casa del Signore per la distesa dei miei giorni». Come dice un aforisma orientale, c’è chi viaggia solo coi piedi e sono i mercanti a cui preme solo il trasferimento verso centri di interesse economico; c’è chi viaggia con gli occhi ed è il turista che ammira paesaggi e monumenti: c’è infine chi viaggia col cuore e questi è il pellegrino che va al santuario con la profondità del suo spirito, del suo amore e della sua fede.

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A sua immagine e somiglianza. di Gianfranco Ravasi

"Nell'uomo tutto deve essere bellissimo: il volto, l'abito, l'anima, i pensieri". È il medico Astrov, amato senza speranza da Sonja, la nipote del protagonista della celebre commedia Zio Vanja (1897) di Cechov, a pronunciare questa dichiarazione, simile a un motto. Il Patriarca Cirillo, in questo suo libro, la assume per celebrare la grandezza dell'essere uomini, segnata da "un'aspirazione profonda verso la perfezione", una tensione che nasce dal suo essere "immagine e somiglianza di Dio", secondo l'asserto del libro della Genesi (1, 26, 27). Non per nulla il tema centrale è quello della dignità umana, una qualità che evoca il valore della creatura ma che postula anche la necessità di "una corrispondenza tra la vita del soggetto e quel valore".
Questa duplicità oggettiva e soggettiva è illustrata con le parole di san Giovanni Damasceno che, sempre sulla base del riferimento biblico, affermava che "l'espressione a immagine si riferisce alla capacità dell'intelligenza e della libertà, mentre l'espressione a somiglianza indica la volontà di somigliare a Dio nella virtù, per quanto ciò sia possibile all'uomo". Dono e impegno, quindi, come aveva già prospettato san Basilio, che nell'"immagine" vedeva l'atto creativo divino che lascia un'impronta trascendente nell'uomo e nella donna, e nella "somiglian- za" il rimando al libero arbitrio.
Una fisionomia, dunque, ricevuta per grazia, ma anche "da coltivare di continuo".
È in questa cornice tematica generale che si incastona il vero cuore della riflessione antropologica del Patriarca quello riguardante i diritti della persona, una categoria particolarmente significativa e fin incandescente soprattutto per chi è appena uscito "dalle catene dell'ateismo". La cornice teologica generale sopra evocata offre con evidenza un fondamento e una prospettiva spirituale alla questione dei diritti umani e il saggio è ininterrottamente attraversato da questa esigenza, destinata a evitare ogni ambiguità sottesa alla categoria oggetto dell'analisi. La radice trascendente dei diritti fa sì che essi siano universali ed ecumenici ed è attraverso essa che si impedisce una loro relativizzazione o soggettivazione che può precipitare nell'egoismo e nell'individualismo.
Cirillo mette, di conseguenza, in guardia in modo molto incisivo e appassionato contro una "nuova generazione di diritti" che ospitano al loro interno vere e proprie degenerazioni dell'autentica dignità personale, contrabbandate come espressioni di una libertà che ha per limite solo il non limitare la libertà altrui. In realtà, alla libertà deve coniugarsi la responsabilità, come si dichiara nel titolo stesso del saggio; alla definizione dei diritti deve corrispondere un "antropocentrismo morale"; "l'assoluta sovranità dei singoli", assunta ottimisticamente come criterio ultimo da una visione illuministica alla Rousseau, deve essere ridimensionata dalla consapevolezza che "l'uomo da solo, nello stato di peccato, non sempre è in grado di distinguere tra bene e male".
È in questa luce che entrano in scena sia la coscienza umana con la sua volontà, sia la grazia divina che guida e sostiene la fragilità creaturale, cioè la "finitudine e la colpevolezza" della persona, per usare la nota formula del filosofo Paul Ricoeur. La riflessione del Patriarca - che procede spesso in modo ramificato, con riprese e approfondimenti, così da coinvolgere in modo armonico e costante l'attenzione del lettore - non si rinchiude però esclusivamente nell'orizzonte teoretico. Le sue pagine sono intarsiate di riferimenti storici, esistenziali, pastorali che tengono innanzitutto conto dell'attuale società russa, ma s'allargano anche alla moderna civiltà secolarizzata e multiculturale.
Non ignora, ad esempio, il rilievo dei mass media, così come è consapevole che siamo posti al centro di un crocevia ove si assiste all'"interazione di numerosi sistemi assiologici", ma anche all'azione coercitiva operata dai modelli generali, dalle mode e dalla tecnica. Insistente è l'appello alla "dimensione pubblica che non può rimanere neutrale rispetto ai valori". A questo proposito è rilevante in finale la citazione della dichiarazione adottata nel 2007 dal concilio mondiale popolare russo. In essa si auspica un'intensa collaborazione della Chiesa con lo Stato, soprattutto nella tutela degli ultimi, delle minoranze, dei senza diritti. Al vertice di tutta questa ideale piramide etico-sociale deve, però, brillare una convinzione luminosa: "Se i diritti umani hanno un valore irrinunciabile, essi devono accordarsi con altri valori non meno importanti quali la spiritualità, la moralità, l'amore per la patria".
Senza questo connubio vitale, si compirebbe il monito che un uomo religiosamente e culturalmente non appartenente al cristianesimo lanciava usando parole ardentemente cristiane. Era Gandhi quando ricordava, in un suggestivo settenario, che "l'uomo si distrugge con la politica senza principi, con la ricchezza senza lavoro, con l'intelligenza senza sapienza, con gli affari senza morale, con la scienza senza umanità, con la religione senza la fede, con l'amore senza il sacrificio di sé".


(©L'Osservatore Romano - 17-18 maggio 2010)

LA VERITÀ? UN GIALLO FRA FILOSOFIA, SACRO E LETTERATURA. di Gianfranco Ravasi

«L a verità è come il diamante: è una sola ma ha molte facce». Questa definizione di Gandhi ben illustra il «mistero» della verità che è al tempo stesso disponibile e inaccessibile all’uomo. Essa si presenta con un volto autentico ma mai esaustivo per cui la ricerca rimane il percorso sempre aperto per raggiungerla e per andare costantemente oltre.

Con una certa semplificazione distingueremo due tipologie nella descrizione della verità. La prima è quella proposta dalla cultura greca. La formuleremo attraverso una citazione emblematica del XIII epinicio del poeta Bacchilide (VI-V secolo a.C.) nato nell’isola di Ceo, nipote del poeta Simonide, contemporaneo di Pindaro e vissuto, come quest’ultimo, alla corte di Gerone a Siracusa.

Afferma, dunque, il poeta greco: «Memoria (
Mnème ) sottrae l’eroe all’Oblio ( Lèthe) e lo consegna alla Verità ( Alètheia) che trionfa sulle tenebre notturne». In questa concezione la verità viene raggiunta attraverso Mnème , il «ricordo».

In realtà sappiamo che questo vocabolo è alla base di due altri termini capitali.

Da un lato, c’è
Mnemosyne, che è la madre delle Muse l’ispiratrice dell’arte, in particolare dei poeti.

La verità è, quindi, appannaggio dell’esperienza simbolica, estetica, intuitiva. È un percorso nobile e affascinante che svela il volto segreto della realtà e si manifesta nella creatività. D’altro lato, però c’è anche la reminiscenza che, come è noto, è per Platone la via della conoscenza e del pensiero. Ecco, dunque, due itinerari verso la verità: l’arte e la filosofia che cancellano la tenebra della «smemoratezza», dell’oblio cioè dell’ignoranza. L’altra e ben diversa tipologia della verità è quella cristiana che offre, invece, una concezione «personale».

Infatti Gesù dichiara nel quarto vangelo: «Io sono la via, la verità, la vita» (
Giovanni 14 ,6 ) e nello stesso vangelo l’ingresso di Cristo nel mondo è così descritto: «Veniva nel mondo la luce vera» (1,9). La celebre domanda di Pilato: «Che cos’è la verità?» – durante il dialogo nel pretorio con Gesù ( Giovanni 18 ,37 -38 ) – ha come risposta da parte di Cristo: «Colui che è dalla verità ascolta la mia voce». La verità, allora, è per eccellenza un’esperienza di intimità, di ascolto, di adesione. Non per nulla già nel linguaggio anticotestamentario il termine ’emet che la Vulgata rende con

veritas
in realtà significa «fedeltà, adesione». In questa luce la conoscenza della verità proviene da un’esperienza d’amore e non solo mentale. Essa è alla sorgente della vera fede che è «adorare in spirito e verità» (Giovanni 4,23) e alla radice della libertà piena della salvezza, come dichiara Gesù, sempre nel quarto Vangelo, lo scritto neotestamentario più attento a esaltare questa categoria: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (8,32).

Un’esegeta, Gertrud Herrgott, ha scritto che per la Bibbia «la verità non interessa prima di tutto l’intelletto che riflette, bensì soprattutto il cuore che crede e ama».


© Copyright Avvenire 16 maggio 2010

L’io e il sacro dentro il ricordo. Di Gianfranco Ravasi

Un popolo senza memoria non è un popolo, scrisse Cesare Pavese.

Lo stesso si può dire dell’uomo: chi dimentica può dire di aver veramente vissuto? Già nella Bibbia la coscienza del proprio passato fonda il patto di Dio con l’umanità



DI GIANFRANCO
RAVASI

« Q
uando un po­polo non ha più un senso vitale del suo passato, si spegne […]. Si diventa creatori quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia». Così scrive­va il 6 luglio 1939 nel suo dia­rio,

Il mestiere di vivere,
Ce­sare Pavese in un’epoca in cui il fascismo esaltava il passato in modo magnilo­quente e retorico. In realtà, la memoria storica è feconda, «vitale» come annotava lo scrittore piemontese, solo quando è legata ai valori: sol­tanto così si compie la verità dell’ossimoro secondo il quale la vera giovinezza non è nel vacuo fremito delle e­nergie fisiche, ma nella «ric­ca vecchiaia», ben diversa dalla debilitante smemora­tezza fisica di un anziano («chi non ricorda il passato è vecchio subito», ammoniva un detto attribuito a Epicu­ro). A ragione, una ventina d’anni prima, nel 1920, un grande filologo come Giorgio Pasquali denunciava quella smemoratezza culturale e spirituale che ai nostri giorni è imperante, rammentando che: «Chi non ricorda non vi­ve ». Non c’è bisogno di sottoli­neare che questo «ricorda­re », come suggerisce lo stes­so etimo, è un «riporta­re al cor», è quindi un atto d’intelligenza e d’amore, ed è una sor­gente di futuro. Mon­taigne, nei suoi Saggi,

era certo che «la me­moria è lo scrigno della scienza»: come può u­no scienziato partire sempre da zero? È scontata la metafora u­sata da Bernardo di Chartres (o da Giovanni di Salisbury) la quale ci comparava a nani sulle spal­le dei giganti del passato; ep­pure è proprio per questo che noi riusciamo a vedere più lontano di loro. Possia­mo anche aggiungere un co­rollario, tessendo l’elogio della memoria intesa in sen­so più letterale: essa è la pa­gina mentale immateriale, più efficace di quella elettro­nica, sulla quale molti popoli hanno scritto le loro storie, i miti, le leggi e le norme di vi­ta
(basti pensare alla tradi­zione mnemonica dotata di una sua grammatica, che ha retto la civiltà dell’antico Vi­cino Oriente e quindi della stessa Bibbia). A questo pro­posito forse c’è ancora, pro­prio sulla pagina viva della nostra memoria, il monito che Beatrice rivolge a Dante: «Apri la mente a quel ch’io ti paleso / e fermalvi entro; ché non fa scienza, / sanza lo ri­tenere avere inteso» ( Paradi­so

V, 40-42). Non sarebbe male ritornare nelle scuole ad esercitare anche questo procedimento mnemonico per conservare la memoria oggettiva dei dati storico­culturali e spirituali.

A questo punto vogliamo ri­ferirci
più specificamente a quel «Grande codice» della nostra cultura che è la Bibbia ove il «ricordo» è sacro, tant’è vero che nel suo Ange­lus novus Walter Benjamin definiva il ricordare della so­cietà moderna come una «reliquia secolarizzata» ri­spetto al memoriale sacrale.

Già significativa è la statisti­ca: la radice ebraica della memoria,
zkr , risuona ben 288 volte nell’Antico Testa­mento, mentre la costella­zione lessicale dei verbi e dei termini greci (almeno una dozzina) che custodiscono al loro interno la radicale del ricordo mne­registra 144 oc­correnze negli scritti neote­stamentari. E non si tratta, certo, di quelle pallide «com­memorazioni » che fanno parte dei rituali moderni de­gli anniversari soprattutto patriottici, né tanto meno di quella degenerazione men­tale che bollava sarcastica­mente già La Rochefoucauld quando, nelle Massime , si chiedeva: «Perché dobbiamo avere abbastanza memoria per ricordare fin nei minimi particolari quello che ci è ac­caduto, e non ne abbiamo a sufficienza per ricordare quante volte lo abbiamo raccontato alla stessa persona?». Come non pensare ai ricordi di guer­ra reiterati decine di volte dai nostri nonni o padri?

No, la memoria biblica è ben altro, tant’è vero che il luogo della smemoratezza è la morte, sono gli inferi, e cancellare il ricordo di una persona o di un popolo è l’apice della maledizione: «Il ricordo dell’empio sparirà dalla terra e il suo nome non si udrà più per la contrada» (
Giobbe

18,17). La memoria diventa così un sinonimo dell’atto di fede, come la dimenticanza si rivela un’apostasia. Lo esprime bene un libro biblico tutto ritmato su una sorta di teologia del ricordo, il Deuteronomio: «Ricordati (
zkr ) del Signore tuo Dio […]. Ma se tu dimenticherai il Signore tuo Dio e seguirai altri dèi, li servirai e ti prostrerai a loro…» e si ha un seguito fatto di maledizioni (8, 8-9). Il ricordo è sorgente di benedizione, mentre l’oblio genera l’anatema divino. Due sono le memorie che s’incrociano tra loro nella Bibbia. C’è innanzitutto quella efficace e «discensionale» di Dio. È ciò che, ad esempio, si ha proprio in apertura al grande articolo di fede della liberazione esodica: «Dio si ricordò ( zkr ) della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe, Dio guardò la condizione degli Israeliti e Dio se la prese a cuore» ( Esodo 2 , 24 -25 ).

C’è, però, anche un ricordo fe­dele e 'ascensionale' dell’uo­mo verso Dio. Prendiamo an­cora come esempio l’espe­rienza esodica: «Ricordati (zkr) di quello che il Signore, tuo Dio, fece al faraone e a tut­ti gli Egiziani» ( Deuteronomio

7,18). Anche la preghiera che sale come incenso a Dio è ri­cordo: «Mi ricordo di Dio e ge­mo
», esclama il Salmista (77,4). Se si spezza questo le­game tra le due memorie, si e­sce dalla regione della salvez­za. Come si è visto, il «dimen­ticare » del fedele è un’aposta­sia perché si ignora l’amore offerto da Dio, mentre il «di­menticare » di Dio è il giudizio sull’uomo peccatore, oppure è visto come radice del dolore: «Fino a quando, Signore, con­tinuerai a dimenticarmi?» ( Salmo 13 ,2 ). Il luogo privile­giato in cui le due memorie s’incontrano è la liturgia. È per questo che la Pasqua è per ec­cellenza il «memoriale» ( zikkaron): «Quel giorno sarà per voi un memoriale e lo fe­steggerete come festa del Si­gnore » ( Esodo 12 ,14 ).

Qui appare in modo limpido la struttura germinale di que­sto ricordo, alieno da ogni va­ga e romantica rimembranza o da una pura e semplice re­miniscenza del passato. Infat­ti, l’evento primigenio ricor­dato vede coinvolti Dio e u­manità: da un lato c’è il popo­lo oppresso e dall’altro c’è il Signore liberatore. Ora, l’azio­ne divina, pur incidendo nel tempo, è di sua natura eterna, è come un seme di eternità depositato nel terreno della storia. La Pasqua egiziana passata diventa così fondazio­ne del presente, la libertà allo­ra donata risorge e viene di nuovo offerta nel presente a­maro, aprendosi all’attesa di future celebrazioni pasquali e di una futura salvezza. Ecco, perché, si usa parlare di una tridimensionalità del memo­riale biblico: la fonte del pas­sato irrora il presente e fa scorrere le sue acque verso il futuro fino all’approdo esca­tologico. Va in questa stessa li­nea la frase che Cristo pro­nunzia all’interno della sua cena pasquale eucaristica, se­condo la tradizione lucana (22,19) e paolina ( 1 Corinzi

11,24): «Fate questo in memo­ria (
anámnesin ) di me». L’e­vento storico-divino della morte-resurrezione, la Pasqua di Cristo, avvenuta «una volta per sempre», come dice la Let­tera agli Ebrei, viene «ri-pre­sentato » nella sua efficacia at­traverso la celebrazione nel­l’oggi. La sua stessa parola di­vina (e quindi eterna) pronun­ziata nel passato rivive nel presente mediante il «ricordo» animato dallo Spirito: «Il Para­clito, lo Spirito Santo che il Pa­dre manderà nel mio nome, e­gli vi insegnerà tutto e vi farà ricordare tutto ciò che io vi ho detto» ( Giovanni 14 ,26 ).

«Questa mobilità fluida e scor­revole dei piani temporali», come l’ha definita un esegeta, Federico Giuntoli, non è tanto dovuta alla variabilità insita nella concezione temporale semitica, attestata proprio dal verbo che si coniuga modal­mente (cioè secondo la qua­lità delle azioni) e non tempo­ralmente come per noi (i 'tempi' verbali), quanto piut­tosto all’incontro tra l’eterno (Dio) e il tempo (l’uomo) che rende gli eventi storico-salvifi­ci permanenti e perenni. Per questo è emblematico l’asser­to del trattato talmudico sulla Pasqua, Pesahim : '«Ogni ge­nerazione deve considerare se stessa come uscita dall’Esodo» (10,5). Per la nostra civiltà il non ricordare è grave, ma spesso solo nel senso aspro segnalato dal filosofo ameri­cano George Santayana nel suo saggio La vita della ragio­ne

(1905-06): «Quelli che non sanno ricordare il passato so­no condannati a ripeterlo», ri­percorrendone gli errori. Per la religione ebraico-cristiana chi non ricorda esce, invece, da un circuito di salvezza. Sia­mo lontani anche dalla conce­zione proustiana in cui l’inse­guire il ricordo è, sì, ansia di li­berazione e di verità, ma è pu­re consapevolezza che quel tempo è «perduto», è stinto ed estinto e vive solo nella soffer­ta reminiscenza nostalgica («la carità feroce del ricordo», se volessimo ricorrere a un verso di Ungaretti, per non parlare poi del Leopardi dei


Canti).


La famosa domanda di Verlai­ne nei suoi
Poemi saturnini,

«Ricordo, ricordo, cosa vuoi da me?» (
Souvenir, souvenir, que me veux-tu?), ha quindi rispo­ste differenti nella cultura mo­derna e nella fede biblica. Per la prima, o è un’eredità dissi­pata nella smemoratezza, «è il suono di corni da caccia che muore nel vento», come scri­veva Apollinaire negli Alcools,

oppure è un bagaglio duro da portare perché parla di felicità perduta o di errori commessi («il ricordo della felicità non più felicità; il ricordo del dolo­re è ancora dolore», osservava Byron nel
Marin Faliero). Per la fede ebraico-cristiana, inve­ce, ricordare è vivere ed è pro­fessare la fiducia in una sal­vezza e in una presenza sem­pre disponibile ed efficace: «I miei giorni sono come ombra che s’allunga, come erba mi sento inaridire. Ma tu, Signo­re, rimani per sempre, il tuo ricordo di generazione in ge­nerazione » ( Salmo 102, 12 -13 )



© Copyright Avvenire 11 aprile 2010

La simbologia delle fiamme dall'Antico Testamento a Rabelais. I mille nomi del fuoco. di Gianfranco Ravasi

È in corso a Milano, a Palazzo Reale, la mostra "Anima del fuoco. Da Eraclito a Tiziano, da Previati a Plessi" curata da Elena Fontanella. Dal catalogo (Milano, Fabbrica delle idee, 2010, pagine 311) pubblichiamo stralci del saggio dell'arcivescovo presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.

di Gianfranco Ravasi

Certo il fuoco è il grande maestro delle arti, come scriveva Rabelais nel suo celebre Gargantua e Pantagruel: con la sua scoperta si è aperta una delle tappe fondamentali della storia dell'umanità. Da quella scintilla primigenia sbocciava l'economia domestica, come ricordava già il profeta Isaia: "L'uomo ha cedri, cipressi, querce, allori per bruciare: ne prende una parte e si riscalda e anche accende il forno per cuocersi il pane..., la brucia al fuoco, vi arrostisce la carne, poi mangia l'arrosto e si sazia. Ugualmente si scalda e dice: mi riscaldo, mi godo il fuoco" (Isaia, 44, 14-16). E un altro profeta biblico, Ezechiele, metteva in scena il sorgere della tecnica con la quale "si uniscono insieme argento, bronzo, ferro, piombo, stagno dentro un crogiuolo e si soffia sul fuoco per fonderli" (22, 20).
Che il fuoco sia "maestro delle arti" significa, però, qualcosa di più: l'uomo introduce nel suo pensare e agire l'elemento simbolico, assegnando valori e funzioni trascendenti alle realtà che manipola o che incontra sul suo cammino. È ciò che vorremmo brevemente illustrare all'interno di quel capitale codice di riferimento culturale e religioso dell'intero Occidente che sono le Sacre Scritture. In esse il fuoco lampeggia ripetutamente. Se stiamo alla mera statistica, il vocabolo ebraico 'esh, "fuoco", brilla per 378 volte, accanto all'unico termine aramaico 'esshah, e al sinonimo nur (17 volte) che esprime invece la luminosità, come avviene anche in arabo. Nel greco del Nuovo Testamento, 71 volte è il classico pyr a evocare il fuoco, mentre altri otto termini ne contengono la radice e descrivono il bruciare, l'ardere, l'incendio, la pira, ma anche il color rosso fuoco oppure l'avere la febbre, simile a fuoco che sembra consumare le ossa e le energie vitali.
Questo dilagare del fuoco, però, si protende verso un'altra meta che è appunto quella simbolica. Essa fiorisce dalla contemplazione poetica e spirituale, anticipando il Cantico di Francesco.
Infatti, per l'uomo biblico quel risplendere non può che rimandare al Dio trascendente eppur immanente, inafferrabile eppur vicino, proprio come accade al fuoco che non può essere trattenuto nelle mani ("la Parola di Dio è un ferro incandescente", dirà Bernanos, il noto autore del Diario di un curato di campagna), eppure ti riscalda e ti illumina, penetrando nella tua carne. Ecco, allora, in quel tramonto misterioso che s'affaccia sul buio fitto della notte il braciere fumante e la fiaccola ardente che avanzano tra gli animali squartati nella scena emozionante che vede per protagonista Dio e Abramo nella Genesi. Ecco anche il roveto ardente di fuoco inestinguibile del Sinai che si para innanzi a Mosè e dalla cui fiamma esce la voce del Signore, come si legge nell'Esodo. La teofania ha, quindi, nel fuoco il suo emblema, contemplare il fuoco è affacciarsi sull'infinito e sull'eterno; il volto di Dio è irradiato di fiamme, la sua lingua è come un fuoco divorante (Isaia, 30, 27). Il suo inviato, il profeta, ha le labbra purificate dal carbone ardente dell'altare sacro degli olocausti (Isaia, 6, 6-7): "Farò delle mie parole - dice il Signore - come un fuoco sulla tua bocca e questo popolo sarà la legna che esso divorerà" (Geremia, 5, 14).
Anche il Cristo dell'Apocalisse entra in scena con "occhi che sono come fiamma di fuoco" (1, 14; 2, 18). Egli dichiara esplicitamente di essere venuto a portare il fuoco sulla terra e il suo desiderio è che esso incendi il mondo cancellandone il gelo, consumandone le scorie perverse (cfr. Luca, 12, 49). La funzione catartica del fuoco, tratteggiata già dal profeta Malachia che raffigura il messaggero messianico di Dio come il fuoco del fonditore che purifica nel crogiuolo (3, 2-3), è costantemente ribadita dalla Bibbia. Essa, da un lato, a più riprese parla del fuoco dell'ira divina e, d'altro lato, ricorre alla Geenna - la valle ove si incenerivano i rifiuti di Gerusalemme - per rappresentare il giudizio di Dio sul peccato dell'umanità.
È sulla scia di queste immagini che la tradizione cristiana ha immerso nel fuoco l'inferno, la sede dei peccatori, anche se il citato scrittore francese Bernanos, nel suo romanzo Monsieur Ouine, provocatoriamente affermava: "Si parla sempre del fuoco dell'inferno. Ma nessuno l'ha mai visto. L'inferno è freddo". E la spiegazione l'offrirà nel Diario di un curato di campagna, quando metterà in bocca al protagonista questa frase: "L'inferno è non amare più".
Il fuoco può acquistare, perciò, un'altra tonalità, quella che ci fa parlare della fiamma dell'amore o dell'ardore divino che è luce e calore. È il caso, allora, di fare un cenno a un'altra presenza del fuoco all'interno della Bibbia: esso incarna la risposta orante - e quindi di fede e di amore - del fedele al suo Dio. Ci riferiamo al fuoco sacrificale. Non per nulla uno dei riti fondamentali dell'ebraismo è l'olocausto, termine greco che evoca la totale consumazione della vittima sacrificale attraverso il fuoco; in ebraico, invece, mediante il termine 'olah, si vuole rimandare allo sprigionarsi verso l'alto, cioè il cielo e quindi Dio, del fumo dell'animale consumato dal fuoco. La sacralità di questo fuoco è tale che in qualche situazione particolare viene concepito come di origine divina. Nel momento iniziale del culto ebraico, secondo il racconto del Levitico, il primo fuoco sacrificale non è attizzato da mano umana, ma "un fuoco uscì dalla presenza del Signore e consumò sull'altare l'olocausto" (9, 24).
Così avverrà quando Salomone consacrerà il tempio di Gerusalemme: "Cadde dal cielo il fuoco che consumò l'olocausto e le altre vittime, mentre la gloria del Signore riempiva il tempio" (2 Cronache, 7, 1). Un analogo evento si compirà durante la celebre ordalia che il profeta Elia preparerà sul monte Carmelo per sfidare i sacerdoti idolatrici del dio cananeo Baal: "Cadde il fuoco del Signore e consumò l'olocausto, la legna, le pietre e la cenere" (1 Re, 18, 38), mentre le vittime sacrificali dell'idolo rimanevano irrimediabilmente intatte, gelide nella loro cadaverica staticità.
Tuttavia, esiste anche un fuoco perverso che si accompagna al culto idolatrico. Esso rimandava a una prassi condannata nella Bibbia, quella di offrire in olocausto il figlio primogenito nell'illusione di placare la collera divina. Così farà il re di Moab (2 Re, 3, 17), ma anche i sovrani di Giuda, gli empi Acaz (2 Re, 16, 3) e Manasse (21, 6), imitati dai governanti e dai sudditi dell'altro regno ebraico, quello di Samaria (2 Re, 17, 17). L'espressione passare il figlio o la figlia in onore di Molok definirà questo atto sacrificale infame legato al culto della divinità degli indigeni della Terra Santa, i cananei. Questo rito si compiva soprattutto nella valle della Geenna, in un'area denominata Tofet, ossia il "focolare" abominevole ove si bruciavano i bambini, accanto alle immondizie. I profeti Geremia (7, 31) ed Ezechiele (16, 21) condanneranno aspramente queste pratiche.
La fiamma divampante assume, così, profili differenti: luce divina e perversione satanica (è il caso dello stagno di fuoco dell'Apocalisse, 20, 14). Anche nei sentimenti umani il fuoco brilla di luce torva - nella collera (Osea, 7, 6), nell'adulterio (Giobbe, 31, 12; Proverbi 6, 27-29), nei litigi (Proverbi, 26, 20-21) - ma risplenderà anche come una fiamma divina, simbolo dell'invincibilità dell'amore: "Forte come la morte è l'amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma del Signore!" (Cantico dei cantici, 8, 6). Un fuoco inestinguibile perché divino.



L'implacabile distruttore che porta la vita


di Simona Verrazzo

Il fuoco e i suoi significati religiosi, storici, artistici e sociali; i suoi mutevoli colori e labili contorni; il suo spegnersi e propagarsi; il fuoco e il millenario rapporto con l'uomo, che tenta di domarlo per metterlo al servizio della società. È questo elemento, con molteplici livelli di lettura, il protagonista della mostra "Anima del fuoco", ospitata al Palazzo Reale di Milano e organizzata dalla Fondazione DNArt e dal Comune.
L'esposizione è il secondo appuntamento con il ciclo dedicato a quelli conosciuti come i quattro elementi della natura: si è cominciato due anni fa, nel 2008, con "Anima dell'acqua. Da Talete a Caravaggio, da Segantini a Bill Viola" e - dopo l'odierna "Anima del fuoco. Da Eraclito a Tiziano, da Previati a Plessi" - si proseguirà con l'aria, per poi concludere con la terra. L'iniziativa è affascinante perché offre lo spunto per soffermarsi sull'antichissima teoria dei quattro elementi della natura, nota sia al pensiero greco sia a quello ebraico. Acqua, fuoco, aria e terra nel corso dei secoli sono stati associati ai più disparati campi del sapere, dai liquidi umorali del corpo umano - bile nera, bile gialla, flegma e sangue - a metalli preziosi come l'oro, il rame, l'argento e il ferro.
Dei quattro elementi naturali, il fuoco è quello che ha raccolto su di sé il maggior numero di significati, sia positivi sia negativi: fonte di luce e calore nel buio e freddo delle tenebre; implacabile distruttore che porta alla morte piante, animali, uomini, campagne e città.
Una pluralità simbolica che è evidenziata dalle sezioni in cui il percorso espositivo è organizzato: Fuoco creatore, Fuoco nel mito, Fuoco sotterraneo, Araba fenice, Fuoco utile, Fuoco della comunità, Paure ancestrali, Luce di redenzione, Luce e tenebre, Apocalissi di conoscenza, Disvelamento.
Tra i molteplici significati che racchiude in sé questo elemento non si può tralasciare l'aspetto religioso, dal roveto ardente dell'Antico Testamento allo Spirito Santo che nella Pentecoste discende sugli apostoli e su Maria sotto forma di "lingue come di fuoco" (Atti, 2, 1-4).
La mostra ripercorre la straordinaria storia del fuoco, da sempre intimamente legata a quella dell'uomo: dall'archeologia alla pittura, dalla religione alla letteratura, dall'etnologia alla musica. Il semiologo Gian Paolo Caprettini, che nel catalogo firma l'intervento "La fiaba e l'esperienza simbolica del fuoco", ricorda quanto scritto nel 1929 dallo storico delle religioni e antropologo scozzese James George Frazer, che nel suo celebre Myths of the Origin of Fire sottolineava come "la scoperta della tecnica per accendere il fuoco è stata probabilmente quella più importante e ricca di conseguenze".
Il fuoco stimola l'ingegno dell'uomo, che si attiva per accenderlo e in seguito per mantenerlo vivo. A differenza dell'acqua, dell'aria e della terra, il fuoco nasce da un intervento esterno, che sia lo sfregamento di due pezzi di legno oppure dai raggi del sole convogliati da una lente come nel celebre esperimento degli specchi ustori di Archimede.
Il fuoco ha bisogno della presenza dell'uomo per esistere: per quanto possa propagarsi autonomamente, distruggendo tutto ciò che trova sul suo cammino, se non viene sorvegliato alla fine si estingue.
Un rapporto di forza, quello tra l'uomo e il fuoco, che la mitologia dell'antica Grecia aveva incarnato nella figura di Efesto, che doma le fiamme per plasmare i metalli e mettere il frutto del suo lavoro al servizio della comunità. In mostra è possibile ammirare La fucina di Vulcano di Giorgio Vasari, dove attorno al fuoco e a Efesto-Vulcano ruotano ferventi attività "artigianali", e opere in cui il tema delle potenzialità creative del fuoco è stato trasfigurato simbolicamente, come Il carro del Sole di Gaetano Previati e La danza delle Ore, dello stesso artista.
L'aspetto distruttivo e demoniaco della combustione e dell'"incenerimento" delle cose è invece incarnato dall'animale simbolo delle fiamme portatrici di morte, il drago, tradizionalmente contrapposto al "guerriero di Cristo" san Giorgio; un tema che ha ispirato una quantità infinita di opere, rappresentate nella mostra milanese da miniature, sculture, frammenti di elmi e corazze del xv secolo e capolavori della pittura, come San Giorgio e il drago di Lucas Cranach il Vecchio, o del disegno, come Il drago e il leone di Leonardo.
Il fuoco, infine, è simbolo di coesione sociale e tradizione.
Nella lingua italiana la parola "focolare" indica il cuore della casa, la cucina, centro dell'unità familiare; in passato attorno al fuoco le persone mangiavano e si scaldavano, e davanti alle sue fiamme gli anziani tramandavano ai giovani il loro sapere.


(©L'Osservatore Romano - 7 maggio 2010)

L'etnografo che diventò Papa. L'arazzo multicolore di un umanista raffinato. di Gianfranco Ravasi

L'etnografo che diventò Papa


di Antonio Zanardi Landi

"Piace consegnare ai posteri, nella forma breve possibile, i fatti degni di essere ricordati e a me noti accaduti al tempo di Federico, terzo imperatore con questo nome, presso gli Europei e gli abitanti delle Isole che vengono annoverati fra i cristiani; inseriremo talora alcune cose già richiamate, secondo quanto ci sembrerà richiedere l'ordine dei luoghi e degli argomenti".
Con questa dichiarazione d'intenti - dallo stile sobrio e diretto - inizia il De Europa di Enea Silvio Piccolomini. Di statura piccola e tarchiato, minato nel fisico e soggetto a un precoce invecchiamento, si era calato con l'usuale dolcezza nelle diverse realtà sociali, culturali e politiche del momento.
Grazie alla lungimirante scelta di servirsi anche di fonti coeve, come le testimonianze di Gerolamo da Praga sui lituani, in questo saggio di storiografia umanistica - nei panni di un curious observer a servizio di Federico iii, come del concilio o del papato - racconta il suo viaggio verso la conoscenza delle ragioni dei loci e delle res del proprio tempo, assai lontane dal mondo delle ruote celesti descritto da Dante.
Sapeva di essere alieno dal fascino del miracolistico, ma non da quello di una fede vissuta, essendo rimasto, da giovane, soggiogato innanzi alla toccante predicazione di Bernardino da Siena.
Sapeva della forza della passione, che assecondò nel suo libro di poesie latine Cynthia e nell'Historia de duobus amantibus, quando, rinunciando al sonno e ai pasti, avidamente ricercava nelle Humanae litterae - da Cicerone a Petrarca - il gusto della vita.
Sapeva, da inquieto e ambizioso poeta, frequentatore assiduo dei più rinomati poli culturali dell'Italia del suo tempo, di avere, nel 1431, iniziato una brillante carriera di segretario di note personalità ecclesiastiche, che lo aveva portato lontano, soprattutto da quando, nel 1446, abbracciò lo stato ecclesiastico.
Sapeva di essere stato esposto ai capricci del tempo, come la natura e le sue stagioni, le pietre e la loro erosione, gli uomini e i loro umori, ma anche di ritrovarsi, nonostante tutto, fiduciosamente ancorato ai fondali della loro bellezza.
Per questi motivi, a tutti coloro che, una volta diventato Papa, gli rimproveravano gli storpiati accenti del proprio recente passato, richiamava la verità della sua conversione, misteriosa quanto radicale, della sua stessa fisionomia morale, che era rinata. Del resto, all'Estouteville, che nel conclave si era chiesto se mai si potesse innalzare sulla cattedra di Pietro un poeta e permettere che la Chiesa venisse governata "alla pagana", aveva risposto, dopo avere indossato le vesti papali, di accettare la capitolazione elettorale "per quanto lo posso con Iddio, coll'onore e la giustizia della Sede Apostolica".
Umanista europeo dai grandi orizzonti, aveva ormai sviluppato una non comune conoscenza dei risvolti più intimi della psiche umana e delle sue inclinazioni, tanto da scrivere, nella sua lettera del 1443 a Sigismondo, duca d'Austria: "Conosco, infatti, la condizione umana: chi non ama da giovane, ama poi nella vecchiaia e diviene, allora, oggetto di risa e favola del volgo, poiché quell'età non è adatta all'amore. Conosco inoltre la natura dell'amore, che risveglia nei giovani le virtù assopite, spinge uno alle armi, l'altro alle lettere; e ciascuno cerca ardentemente di fare ciò che possa procurargli il favore della sua donna. E perché le virtù rendono famosi, chi ama cerca la virtù per essere lodato di fronte alla persona amata; e, sebbene questo sia piccolo premio per la virtù, tuttavia è sempre lodevole qualsiasi modo di conseguire la virtù".
Echi ormai lontani per chi aveva intrapreso il ben più arduo viaggio della fede, in quella straordinaria parabola umana e spirituale che lo avrebbe visto prima conciliarista, a Basilea, al seguito del cardinale Domenico Capranica, e poi a Roma, successore dell'Apostolo Pietro.
Di quella pubblica ammenda e convinta conversione alla causa della Chiesa romana professata nel 1445 ai piedi di Eugenio iv, sempre conserverà l'innocente stupore della bellezza, tanto da lasciarsi sfuggire nel De Europa quel moto di stizza: "Ora, chiunque tu sia che leggi, predici anche il futuro!", a proposito delle peripezie dovute alla "singolare mutevolezza della sorte umana", che portarono l'appena diciottenne Mattia Corvino alla corona d'Ungheria. Chiave di comprensione geo-storica dell'Europa del Piccolomini, che faceva tanto leva sulla conversione di vari sovrani al cristianesimo, da Clodoveo a Stefano, despota della Serbia, al punto da attribuire a essa non solo un carattere religioso ma anche un ben definito valore culturale e civile.
Dalla grande vocazione storiografica, di pronta intuizione e vivace curiosità, nel corso dei suoi innumerevoli viaggi e missioni diplomatiche in tutta Europa - densi di esperienze tanto diverse, come di avventure, pericoli e suggestioni sentimentali - si era appassionato ai diversi aspetti non solo morfologici e topografici del suo territorio, ma anche culturali e storici delle popolazioni locali: dalla lingua in uso ai costumi, dalle invenzioni alle antichità, non trascurando i caratteri somatici e la pavimentazione delle strade, l'edilizia e l'igiene.
Una passione, quella per i viaggi, a torto troppo spesso rimproveratagli, e che all'opposto rivelava la sua straordinaria modernità, sulla scia delle grandi esplorazioni geografiche extra-europee dell'epoca. E dopo aver visitato un numero di città decisamente inusuale per qualunque altro umanista del suo tempo, condivideva l'esigenza di una soliditas e commoditas dell'architettura urbana da contrapporre a ogni eccesso, anche sacro.
Rispettato storiografo, geografo ed etnografo, diversi anni dopo, ancora da giovane cardinale alle prese con il non facile rilancio del ruolo del papato nel variegato scacchiere italiano ed europeo, proprio a quell'unicum fece riferimento per iniziare la stesura di alcune significative opere di carattere storico-geografico, forse poi troppo frettolosamente accomunate nella Cosmographia o Historia rerum ubique gestarum. Espressioni del deciso richiamo del Pius Aeneas all'importanza delle rappresentazioni geografiche nello sviluppo delle idee religiose e nazionali. Una geografia politica che non poteva non essere "del" o "dei" poteri, nell'intento di scrivere una storia contemporanea vista e vissuta - tempora nostra et res vulgo notas - e attenta alla varietà e novità dei dati storici, anche di quelli apparentemente meno significativi; fini cornici di una sana laicità che conteneva i ridondanti chiaro-scuri delle complesse e cangianti realtà geo-politiche dell'Europa e dell'Italia del xv secolo.
Un aggancio vivo al territorio che traspare ovunque nel De Europa a partire dalla citazione di Leon Battista Alberti "di Firenze, che compose i bellissimi volumi De architectura e di innumerevoli altri che componevano nuove opere". Tanto che il Piccolomini condivideva con quest'ultimo molte cose, dall'insofferenza verso l'ambiente curiale - manifestato nella sua Epistola de curialium miseriis - al rifiuto di ogni forma di tirannia (si veda il giudizio su Cosimo il Vecchio nei suoi Commentarii rerum memorabilium quae temporibus suis contigerunt). Un insieme di geografia, storia, politica, architettura e quant'altro, che gli fece auspicare l'inevitabile osmosi tra il mondo latino romano e quello germanico.


(©L'Osservatore Romano - 28 aprile 2010)

L'arazzo multicolore di un umanista raffinato


di Gianfranco Ravasi

Il suo corpo era stremato dalla gotta e dalle bronchiti che da anni lo tormentavano; s'era aggiunta la fatica del trasferimento da Roma; ora s'era insinuata anche la peste. I suoi occhi, ormai appannati, dall'alto del colle di San Ciriaco di Ancona sogguardavano la distesa dell'Adriatico, ove finalmente s'avvicinava la flotta veneziana, tanto attesa, del doge Cristoforo Moro. Ormai, però, il respiro del Papa si faceva sempre più affannoso e così nella notte che si affacciava sulla solennità dell'Assunta del 1464 Pio II si spegneva. Con lui moriva anche il progetto di un'ultima crociata: il Papa stesso un anno prima l'aveva annunciata ai cardinali di Curia con un discorso appassionato e l'aveva bandita proponendosi come il "Goffredo della nona crociata". La morte, però, aveva posto fine anche a questo suo sogno, per altro accolto molto freddamente dalle potenze occidentali che poco si curavano dell'espansionismo turco in Europa orientale.
In quelle ultime ore il Pontefice forse ripercorreva le vicende che l'avevano condotto a quell'approdo. Il suo pensiero poteva risalire a quel gesto compiuto verso la fine del 1461, quando egli aveva deciso di inviare una Epistula ad Mahometem, cioè una lettera ufficiale al sultano Maometto ii, il cui profilo è a noi noto attraverso l'efficace ritratto del pittore veneziano Gentile Bellini. Si trattava di uno scritto che tentava un dialogo interreligioso un po' particolare, ovviamente legato a quel clima culturale e spirituale. Al sultano turco si offriva la corona di imperatore di tutte le terre d'Oriente purché si convertisse al cristianesimo, la cui superiorità teologica era dimostrata attraverso una puntigliosa trattazione apologetica.
Ebbene, proprio in quello stesso anno, quasi astraendosi per qualche momento dalla bufera internazionale che soffiava dai confini orientali, Pio II aveva ripreso tra le mani per un'ultima redazione-edizione un testo già parzialmente elaborato quand'era cardinale. Era la Cosmographia, una vera e propria panoramica geopolitica del mondo, articolata in un trittico i cui titoli erano già emblematici: De ritu, situ, moribus et conditione Germanorum, al quale subentrava il De Europa, che ora proponiamo rispolverandolo da un lungo oblio, e infine un De Asia. Questo interesse così vivace per l'orizzonte geografico e storico era quasi connaturato nell'anima di un Papa, da un lato, simbolo dell'umanesimo e, d'altro lato, dotato di una biografia fittissima di incarichi diplomatici internazionali.
Eppure Enea Silvio Piccolomini proveniva dalla provincia toscana, da quel Corsignano in Val d'Orcia che sarebbe poi divenuto, in onore di questo suo figlio celebre, Pienza. Là egli era nato il 18 ottobre del 1405 e di là, dopo gli studi a Siena, aveva iniziato un pellegrinaggio fatto dei più disparati incarichi sotto i più diversi signori nelle più differenti sedi d'Europa, a partire da quella Basilea ove si stava celebrando un concilio ecumenico talmente travagliato da giungere all'atto estremo dell'elezione di un antipapa, l'allora duca di Savoia Amedeo viii che assunse il nome di Felice v e che nominò come suo segretario proprio il Piccolomini. Non è nostro compito ricostruire questo itinerario esistenziale che costantemente s'accompagnava a un'intensa produzione letteraria, pronta a inoltrarsi persino su sentieri moralmente proibiti. La guida ideale per ricomporre questa trama di eventi e di opere è quel capolavoro, spesso riedito, che sono i Commentarii rerum memorabilium quae temporibus suis contigerunt, un monumentale e affascinante diario destinato al pubblico, mirabile saggio di storiografia umanistica, specchio di un'anima dai mille interessi, di un'intelligenza fremente e di una forte coscienza di sé, tanto da essere definito un testo "auto-agiografico".
Certo è che la prima svolta nella vita di Enea avvenne attraverso il suo legame con l'imperatore Federico iii d'Asburgo (1415-1493) la cui figura sta sull'ideale frontespizio letterario del De Europa. Fu durante il servizio presso questo sovrano che Piccolomini divenne sacerdote, il 4 marzo 1447, e fu con Federico che egli riuscì a ritessere il ritorno dei principi tedeschi sotto l'autorità del legittimo Papa di Roma, Eugenio iv, riconosciuto come unico pastore supremo della cristianità nella Dieta di Francoforte del 1446. E fu ancora con lo stesso imperatore che si ricompose pienamente lo scisma del concilio di Basilea, quando ormai sul soglio di Pietro, nel 1447, era asceso Niccolò v che aveva per questo conferito a Enea la sede episcopale di Siena. Anche nella nuova veste Piccolomini continuò il suo servizio a Federico iii attraverso diverse legazioni. All'orizzonte intanto incombeva un evento epocale, che avrebbe segnato una seconda radicale svolta nell'esistenza del Nostro.
Il 29 maggio 1453 Costantinopoli cadeva in mano ai Turchi: sbocciava, così, nel cuore del vescovo Piccolomini quel progetto di riscossa che sarebbe stato trascinato in deviazioni e dilazioni e che alla fine sarebbe abortito con la sua morte, come abbiamo sopra indicato. Ormai egli era un dignitario non più dell'impero ma della Santa Sede. Il nuovo Papa, Callisto iii, lo nominava nel 1456 cardinale e quel breve pontificato apriva la strada al conclave dell'agosto 1458 ove, dopo un veemente scontro con la candidatura del potente cardinale normanno Guillaume d'Estouteville, Enea Silvio Piccolomini veniva eletto Papa dai diciotto (su ventiquattro) cardinali riuniti a Roma. Era il 19 agosto 1458, l'eletto aveva 53 anni, il nome prescelto era stato modulato, certo, sul Pius Aeneas virgiliano, ma ormai con una connotazione marcatamente cristiana, tant'è vero che lo stesso Pontefice non aveva esitato a proclamare: Aeneam reiicite, Pium suscipite!
Doveva, dunque, morire l'Enea umanista e diplomatico e nasceva il Pio vicario di Cristo. In realtà la complessa personalità di questa figura non perdeva le molteplici iridescenze della sua formazione intellettuale e politica. E l'opera [sua] (...) è una testimonianza, accanto alla multiforme attività ecclesiale e internazionale svolta nei sei anni del suo pontificato da Pio II. Lasciamo, perciò, tra parentesi la storia di quel periodo che va dall'elezione combattuta al papato sino all'amaro epilogo sul colle di Ancona, ed entriamo in questo scritto, per altro incompiuto, che è una mappa geopolitica dell'Europa percorsa e studiata dall'allora alto funzionario di Federico iii ormai cardinale del titolo di Santa Sabina. Era il marzo 1458, quattro mesi prima dell'elezione al pontificato.
L'arazzo multicolore di nazionalità, (...) attraverso le pagine del cardinale Piccolomini, raffigura l'Europa, un nome che era stato rinverdito e applicato al nostro continente proprio da Papa Niccolò v, Tommaso Parentucelli (1447-1455), l'indomani della presa di Costantinopoli, un Papa colto e raffinato, il fondatore della Biblioteca Apostolica Vaticana. Era un nome che attingeva alla tradizione mitologica classica ove era portato da varie eroine: da una nipote di Zeus, amata da Poseidone, da una delle Oceanine, che erano figlie di Teti e dell'Oceano e incarnavano i ruscelli, dalla madre di Niobe, figlia del primo uomo e quindi "madre dei viventi", da una figlia del dio fluviale Nilo, ma soprattutto dalla celebre fanciulla amata da Zeus che l'aveva vista giocare sulla spiaggia fenicia rendendola madre di Minosse, re di Creta. Il Papa umanista Niccolò v non aveva esitato ad attingere alla grande eredità classica, anche se sul continente europeo ormai svettava e dominava da secoli la croce di Cristo. Non per nulla Goethe dichiarerà che "la lingua materna dell'Europa è il cristianesimo".


(©L'Osservatore Romano - 28 aprile 2010)

Angeli. In volo oltre la New Age. Di Gianfranco Ravasi

All’improvviso s’incrina il soffitto, le crepe s’allargano e da un varco aperto, in mezzo ai calcinacci s’affaccia un volto radioso:­Un angelo! Pensai.
Tutto il giorno vola verso di me e io, scettico come sono, non lo sapevo. Adesso mi parler. In realtl’angelo scompare senza proferire parola e Kafka, che incastona questa angelofania nei suoi­Diari, lascia aperto il dilemma reiterato nei secoli, destinato sia a cogliere il delicato e misterioso­brusio( Peter L. Berger) dell’angelo sia a dissolverne la presenza in sogno, anche se con nostalgia e con un rigurgito di fede, come confessava Czeslaw Milosz:­Vi ho tolto le vesti bianche,/ le ali e perfino l’esistenza,/ tuttavia io vi credo, messaggeri­.
L’angelo, per, ha come sua culla generativa per la civiltoccidentale soprattutto le Sacre Scritture. Dalla prima pagina coiCherubini dalla fiamma della spada folgorante­, posti a guardia del giardino dell’Eden ( Genesi 3, 24) fino alla folla angelica che popola l’Apocalisse, l’intera Bibbia­animata dalla presenza di queste figure sovrumane ma non divine, la cui realtera nota anche alle culture circostanti a Israele, sia pure con modalitdifferenti.
Il nome stesso ebraico,­mal’ak­( 215 volte nell’Antico Testamento), e greco,nghelos( 175 volte nel Nuovo Testamento), ne denota la funzione: significa, infatti,­messaggero­. Da qui si riesce a intuire la missione e, per usare un’espressione del filosofo Massimo Cacciari, lanecessit­(
L’Angelo necessario ­il titolo di una sua opera) di questa figura biblica, affermata ripetutamente dalla tradizione giudaica e cristiana, confermata dal magistero della Chiesa nei documenti conciliari ( a partire dal Credo di Nicea del IV secolo) e papali e accolta nella liturgia e nella pietpopolare.
Il compito dell’angelo­sostanzialmente quello di salvaguardare la trascendenza di Dio, ossia il suo essere misterioso e­altrorispetto al mondo e alla storia, ma al tempo stesso di renderlo vicino a noi comunicando la sua parola e la sua azione, proprio come fa ilmessaggero­.per questo che in alcuni casi l’angelo nella Bibbia sembra quasi ritirarsi per lasciare spazio a Dio che entra in scena direttamente. Cosnel racconto del roveto ardente ad apparire a Mostra quelle fiamme­ innanzitutto­l’angelo del Signore, ma subito dopo­­Dio che chiama dal roveto: Mos, Mos!­( Esodo 3, 2- 4). La funzione dell’angelo­, quindi, quella di rendere quasi visibili e percepibili in modo mediato la volont, l’amore e la giustizia di Dio, come si legge nel Salterio:­L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva… Il Signore darordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi; sulle loro mani ti porteranno perchnon inciampi nella pietra il tuo piede( 34, 8; 91, 11- 12). Si ha qui l’immagine tradizionale dell’angelo custode­, bene raffigurata nell’angelo Azaria- Raffaele del libro di Tobia.
Il compito dell’angelo­, quindi, quello del mediatore tra l’infinito di Dio e il finito dell’uomo e questa funzione la espleta anche per il Cristo. Come scriveva il teologo Hans Urs von Balthasar,­gli angeli circondano l’intera vita di Ges, appaiono nel presepe come splendore della discesa di Dio in mezzo a noi; riappaiono nella Risurrezione e nell’Ascensione come splendore della ascesa in Dio. La loroancora una volta la missione di mettersi vicini all’umanitper svelare il mistero della gloria divina presente in Cristo in un modo che non ci accechi come sarebbe con la luce divina diretta.

L’

angelo pu, per, sconfinare paradossalmente in demonio. Il tema della caduta degli angeli, in verit,­molto caro alla tradizione giudaica e cristiana soprattutto popolare ma ha una presenza solo allusiva nella Bibbia: ad esempio, c’la ­Lettera di Giuda­che parla diangeli che non conservarono lo loro dignitma lasciarono la propria dimora­( v. 6); oppure ci si puriferire alla seconda Lettera di Pietro che presenta­gli angeli che avevano peccato, precipitati negli abissi tenebrosi dell’inferno­( 2, 4). Ciche­ nettal’affermazione biblica della presenza oscura di Satana che cerca proprio di spezzare quel dialogo di vita e di amore tra Dio e l’umanitche l’angelo, invece, favorisce e sostiene.
Non per nulla il poeta madrileno Pedro Salinas nel suo
Angelo smarrito cantava:­Le mani di chi ama/ terminano in angeli. Ma il tracciato dei voli angelici pervade tutto il cielo del Natale e della Pasqua quasi come una mappa di luce, di salvezza, di speranza.
Una posizione privilegiata­occupata da Gabriele, ministro nel consiglio della corona di Dio: non per nulla Luca ( 1,19) gli mette in bocca una frase che nel linguaggio orientale definisce i ministri (Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dioe i ministri erano appunto­coloro che avevano accesso al cospetto del re). Ma con Gabriele appaiono altri angeli anonimi nel Natale di Cristo; anzi Luca ( 2,14) in quella notte, come sivisto, introduce­tutta la milizia celeste­, ciotutto l’esercito di Dio composto da legioni angeliche, pronte a combattere il male e l’ingiustizia. Quelle legioni che Gesal momento dell’arresto nel giardino del Getsemani dirdi non voler convocare per bloccare il suo destino sacrificale ( Matteo 26,53:Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito pidi dodici legioni di angeli?­). Ma la presenza angelica si era affacciata giprima di quell’ora terribile. Ci sono, infatti, gli angeli che si accostano a Gesal termine delle tentazioni sataniche per servirlo ( Matteo 4,11). C’l’angelo che veglia sul piccoli:Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perchvi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che­nei cieli( Matteo 18,10).
C’l’angelo consolatore nella sera dell’agonia:­Gli apparve ( nel Getsemani) un angelo del cielo a confortarlo­ ( Luca 22,43).
C’l’angelo che indica il destino dell’uomo oltre la morte:­Alla risurrezione... si sarcome angeli nel cielo( Matteo 22,30). Ma, importanti come quelli del Natale, sono gli angeli della Pasqua. Se l’angelo del Natale era simile a un profeta che annunziava l’incarnazione, ciol’ingresso di Dio nella
storia proprio sotto le spoglie di quel bambino nato nella­cittdi Davide­Betlemme, l’angelo della Pasqua proclama la redenzione piena operata da Cristo e sigillata dalla sua vittoria sulla morte.­Vi fu un grande terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accost, rotolla pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve. Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite. Ma l’angelo disse alle donne: ' Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesil crocifisso.
Nonqui.risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto.
Presto, andate a dire ai suoi discepoli:­risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; llo vedrete. Ecco, io ve l’ho detto'­( Matteo 28,2- 7). Sulle labbra dell’angelo risuona la professione di fede pasquale della Chiesa:risorto!.ciche ripeteranche l’angelo pasquale di Marco raffigurato comeun giovane vestito di una veste bianca­( 16,5- 6) oi due uomini in vesti sfolgorantidel racconto di Luca ( 24,4- 6).
Essi inaugurano anche la missione della Chiesa quando, nel giorno dell’ascensione di Cristo nella sua gloria celeste, sotto l’aspetto didue uomini in bianche vesti( e il bianco nella Bibbia­ simbolo dell’eterno), si rivolgeranno agli apostoli cos:­Uomini di Galilea, perchstate a guardare il cielo?
Questo Ges, che­stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerun giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo( Atti 1,10- 11). La Chiesa vive da quel momento accompagnata dagli angeli. C’l’angelo degli apostoli: apre loro le porte del carcere a notte fonda ( Atti 5,19). C’l’angelo di Pietro: di notte gli scioglie le catene, lo riveste e gli spalanca le porte della prigione ( Atti 2,7- 11). C’l’angelo del diacono Filippo: mette questo ministro del Vangelo sulla strada di Gaza per incontrare l’eunuco etiope, funzionario della regina Candace, e cosconvertirlo ( Atti 8,26). C’l’angelo del centurione romano Cornelio: gli annunzia la via della salvezza attraverso l’incontro con Pietro ( Atti 10,3; 11,13). C’l’angelo di Paolo: durante la tempesta che colpisce la nave che porta l’apostolo a Roma per essere processato, lo conforta e gli
assicura che raggiungeril tribunale di Cesare per testimoniare Cristo ( Atti 27,2324). C’l’angelo di tutti gli annunziatori del Vangelo: assiste alla lotta che il discepolo deve condurre per compiere la sua missione ( 1Corinzi 4,9). C’l’angelo della liturgia e ce lo presenta lo stesso Paolo nel passo un po’ folcloristico sul velo delle donne ( 1Corinzi 11,10). Come si vede, la presenza angelica popola le strade della Chiesa e della sua storia. E non l’abbandona nel momento estremo, quello dell’approdo alla Gerusalemme celeste. Lo stesso Gesnel suodiscorso escatologico­, dedicato alla meta ultima della vicenda umana e cosmica, aveva evocato la funzione degli angeli quasi come cerimonieri dell’evento del giudizio finale ( Matteo 13,41- 42; Marco 13,27.32; Luca 16,22). Ma sarl’Apocalisse ad affollare il cielo di angeli, riflettendo in questo un modello tipico di una letteratura allora popolare, quella chiamata appunto apocalittica e che abbiamo giavuto occasione di evocare per l’Antico Testamento e per il giudaismo. In un trionfo di luce gli angeli dell’Apocalisse cantano, assistono al soglio divino, suonano trombe, scagliano i flagelli del giudizio, scardinano dalle fondamenta Babilonia, la cittdel male, simbolo della Roma imperiale, incatenano la Bestia infernale, vegliano alle porte della Gerusalemme celeste, la cittdella gioia, seguono Michele nella lotta estrema tra bene e male. La coreografia dell’Apocalisse ha l’angelo come attore di grande rilievo, nella prospettiva di una palingenesi di tutto l’essere e in particolare dell’umanit, chiamata alla cittadinanza celeste e alla comunione angelica, come ricorda Paolo ( Efesini 1,18; Filippesi 3,20). Ma lo stesso libro nelle sue pagine di apertura, cionelle lettere indirizzate ad altrettante comunitcristiane dell’Asia Minore ( capitoli 2- 3), rivela che su ogni Chiesa ancora pellegrina sulla terra veglia un angelo del Signore.
Egli raccoglie il messaggio ora dolce ora aspro che il Cristo rivolge ai fedeli di Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia e Laodicea, divenendo cospartecipe delle sorti della comunitche assiste.

C
i rimane un’ultima nota da fare. facile colmare i cieli di deliziosi angioletti,­ancor pifacile bamboleggiare ideologicamente con le ­misteriose presenze­alla­New Age­. ­pericoloso inoltrarsi nel mondo angelico con intenti esoterico- magici perchquesta­idolatria nel caso peggiore o stupiditnel caso dell’ingenuitsuperstiziosa. Ritornare al rigore e alla sobrietdella fede, in questo come in altri campi,­ necessario. Ce lo ricorda soprattutto Paolo. Egli aveva gireagito con veemenza a questa riduzione idolatrica del mistero cristiano quando, scrivendo ai cristiani di Colossi, una cittdella piprofonda provincia dell’Asia Minore, aveva polemizzato con un loro culto angelico esasperato, forse simile a quello che sta ai nostri giorni qua e laffiorando:Nessuno si compiaccia in pratiche di poco conto e nella venerazione degli angeli, seguendo le proprie pretese visioni( 2,18).
A quale degli angeli Dio ha detto: ' Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato'?­, si domanda l’anonimo autore neotestamentario della Lettera agli Ebrei ( 1,5). Al centro dell’autentica fede cristiana non ci sono gli angeli ma il Cristo che­­al di sopra di ogni potenza angelica­ e nel cui nome­ogni ginocchio si piega in cielo, sulla terra e
sotto terra( Filippesi 2,10).

© Copyright Avvenire 18 aprile 2010

Quando arriva il giorno dell'incontro. Il passaggio di Cristo nella regione della morte ha trasformato il morire di tutti. di Gianfranco Ravasi

"Fratello, se vieni a visitare la mia tomba, non devi piangere. Non è giusto addolorarsi per l'unione con Dio. Dopo la mia morte non cercare la mia tomba sulla terra: la mia tomba è nel cuore di coloro che amano". Più di una volta ho sostato anch'io a Konya, in Turchia, sotto la grandiosa cupola verde ove è collocato il cenotafio di Gialal ed-Din Rumi, il grande poeta mistico musulmano del XIII secolo. Accanto si leggono appunto le parole che ho citato e che egli aveva dettato per la sua epigrafe. Esse ci svelano una delle tante coincidenze spirituali tra le grandi religioni nella loro anima autentica. Un'antica preghiera musulmana invoca: "Dio mio, concedimi di morire nel desiderio di incontrarti. Concedimi di prepararmi al giorno dell'Incontro".
La morte, dunque, non come estuario che sfocia sul nulla, ma come l'Incontro per eccellenza con Dio nella casa del suo regno. Come dice Rumi, la nostra vera tomba non è nel sepolcro, ma nel cuore di coloro che amano, cioè quelli che hanno amore e fede dentro di sé, e quindi custodiscono una scintilla o un germe di eternità. E l'eternità è l'orizzonte a cui siamo destinati dopo la morte. Certo, ben diversi sono i sentimenti dominanti ai nostri giorni. Li esprimeva suggestivamente il cantautore Francesco Guccini nella sua Canzone di notte n.2: "Ognuno vive dentro ai suoi egoismi / vestiti di sofismi, / e ognuno costruisce il suo sistema / di piccoli rancori irrazionali, / di cosmi personali / scordando che poi infine tutti avremo / due metri di terreno". Già Cristo aveva considerato questa visione minimalista della vita nella parabola del ricco insensato che accumula senza posa per piombare in una morte sulla quale echeggia una voce terribile: "Quello che hai preparato di chi sarà?" (Luca, 12, 20).
Sulla scia della celebrazione pasquale che si distende in questi giorni, riproponiamo un tema che è nel cuore di ogni creatura, nonostante lo sforzo di esorcizzarlo, quello del morire, ma lo faremo da un'angolatura teologica, anzi cristologica. Se stiamo ai Vangeli, Gesù incontra direttamente tre cadaveri: quelli della figlia di Giairo (Marco, 5, 35-43), del figlio di una vedova del villaggio galilaico di Nain (Luca, 7, 11-17) e dell'amico Lazzaro (Giovanni, 11). Davanti alla morte anche Cristo soffre, la percepisce come un dramma; lui stesso, sentendola incombere su di sé, è travolto dall'angustia. Annota Marco: nel Getsemani, Gesù "cominciò a sentire paura e angoscia. Disse a Pietro, Giovanni e Giacomo: La mia anima è triste fino alla morte" (14, 33-34). E la sua implorazione è quella di ogni uomo che supplica di essere liberato dallo spettro della fine: "Abba', Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice!"; e l'evangelista ricorda: "pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell'ora" (14, 35-36).
Quando, alla fine, la morte gli piomba addosso, essa ha i contorni di una vera e propria tragedia. La sofferenza fisica lo attanaglia brutalmente, gli amici lo lasciano solo e, su tutto, incombe il silenzio del Padre: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Anzi, per Marco e Matteo, quella di Gesù è quasi una brutta morte: "Gesù, lanciando un forte grido, spirò... Gesù gridò di nuovo a gran voce ed emise lo spirito" (Marco, 15, 37; Matteo, 27, 50). Cristo rivela, in questo momento estremo, l'Incarnazione nella sua verità più lacerante: il Figlio di Dio, morendo, diventa veramente nostro fratello, perché la carta d'identità fondamentale di ogni figlio di Adamo reca sempre la data della morte, assente nella carta d'identità di Dio.
Eppure, anche in quell'istante e nei successivi, quando è un cadavere nelle mani ora crudeli dei soldati, ora pietose degli amici, Gesù non cessa di essere il Figlio di Dio. Ecco, allora, la radicale lettura cristiana della morte. Già appariva in quei tre incontri che sfociavano non su una risurrezione definitiva: la figlia di Giairo, il figlio della vedova e Lazzaro hanno, infatti, dovuto successivamente morire. Tuttavia, Cristo, facendo rivivere costoro temporaneamente, illustrava in maniera reale ed efficace il destino ultimo dell'umanità, la risurrezione, ossia la vita per sempre in Dio, il Vivente. La stessa redazione evangelica di quei miracoli di risurrezione tiene in filigrana quella di Cristo così da trasformarli in "segni" pasquali (esplicito è, al riguardo, Giovanni con la vicenda di Lazzaro). Questa luce avvolge in pienezza il morire di Cristo. Infatti, l'evangelista Luca all'abbandono del Padre, descritto da Matteo e Marco, sostituisce l'abbandono di Gesù al Padre: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito! Detto questo, spirò" (23, 46). E Giovanni, come è noto, presenta la morte in croce non più come il nadir dell'umanità di Gesù, bensì come lo zenit epifanico della sua divinità: "Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che Io Sono" (8, 28) e non c'è bisogno di ricordare che "Io Sono" è l'autodefinizione divina del Sinai (Esodo, 3, 14).
Da un lato, Cristo col peso reale della sua umanità non minimizza né elide lo scandalo del morire, la sua dimensione di oscurità, il suo bagliore cupo di dolore. D'altro lato, però, la sua divinità, attraversando la regione tenebrosa della morte, la irradia con la luce della sua eternità. Il Venerdì Santo della crocifissione e il Sabato Santo della sepoltura, segni decisivi dell'Incarnazione, si aprono alla Domenica di Pasqua, che è - per usare una famosa frase del profeta Zaccaria - "un unico giorno, non avrà più né dì né notte, ma verso sera risplenderà di nuovo la luce" (14, 7), evidente metafora dell'eternità. Come scriveva suggestivamente in Resistenza e resa, il diario della sua "passione" nel lager nazista, Dietrich Bonhoeffer, "venire a capo del morire non significa ancora venire a capo della morte (...) Non è dall'ars moriendi, ma è dalla risurrezione di Cristo che può spirare nel mondo presente un nuovo vento purificatore".
Un vento che san Paolo ha sentito soffiare così fortemente da farlo diventare non solo l'asse della sua cristologia, fin dal suo primo scritto che professa la "morte per noi" del Figlio di Dio (1 Tessalonicesi, 5, 10), ma anche dell'antropologia cristiana. Infatti, il passaggio reale di Cristo nella regione della morte trasforma il morire di tutti: egli "è morto per tutti, perché quelli che vivono (...) vivano per colui che è morto e risorto per loro" (2 Corinzi, 5, 15). In questa prospettiva la morte di Gesù è la liberazione della nostra prima e seconda morte, per usare il linguaggio dell'Apocalisse. Infatti, da un lato, "se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più (...) Egli morì una volta per tutte, ora vive e vive per Dio" (Romani, 6, 8-10). Egli, dunque, feconda il grembo della morte con la sua divina "rugiada luminosa", volendo ricorrere a un'immagine isaiana (26, 19) e ci fa risorgere non a vita transitoria ma alla vita eterna di Dio.
D'altro lato, però, egli ci libera anche dalla "seconda morte, lo stagno di fuoco" (Apocalisse, 20, 14), ossia dalla morte spirituale del peccato: "Cristo morì per i nostri peccati (...) Voi consideratevi morti al peccato, e viventi per Dio, in Cristo Gesù" (1 Corinzi, 15, 3; Romani, 6, 11). Oltre alla risurrezione dalla morte fisica, Cristo ci dona la giustificazione che libera dalla morte spirituale. Potente e fin audace è la frase della Seconda Lettera ai Corinzi: "Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio" (5, 21). Proprio per questo duplice effetto, l'evento pasquale - come si diceva - è capitale sia nella cristologia sia nell'antropologia cristiana. Paolo è, al riguardo, esplicito nella sua celebre asserzione: "Se Cristo non è risorto, vuota è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede" (1 Corinzi, 15, 14). Naturalmente la riflessione teologica paolina è molto più complessa, ma il cuore del suo pensiero batte proprio nella morte-risurrezione di Cristo come principio e sorgente della nostra morte-risurrezione integrale (fisica e morale) e il battesimo ne è l'efficace rappresentazione "sacramentale".
Un'ultima nota attorno al tema della morte di Cristo. Quell'evento è certamente un'umiliazione estrema per un Dio. San Paolo, nel celebre inno incastonato nella Lettera ai Filippesi, parla di una "kenosi" (ekènosen), un termine che indica uno svuotamento: "pur essendo nella condizione di Dio..., svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo..., umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce" (2, 6-8). Ora, questa scelta di solidarietà nei confronti dell'umanità è espressione di amore. È così che nel Nuovo Testamento la croce di Cristo diventa un segno d'amore. Chi non ricorda l'emozionante avvio del racconto della passione di Gesù secondo Giovanni: "Sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (13, 1)?
Anzi, in quella donazione suprema si può intravedere l'amore del Padre: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna" (3, 16). È un atto di amore libero e genuino, come osserva Paolo: "A stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Romani, 5, 7-8). A questo punto scatta una lezione per il fedele, è la via dell'imitazione da seguire.
Il filosofo danese dell'Ottocento Soeren Kierkegaard, nel suo Esercizio del cristianesimo, scriveva: "Che differenza c'è tra un ammiratore e un imitatore? L'imitatore è, ossia vuole essere chi egli ammira; l'ammiratore, invece, loda l'altro ma rimane personalmente fuori". Ebbene, san Giovanni, nella sua Prima Lettera, di fronte alla morte di Cristo per amore (il "dare la vita per la persona che si ama", come aveva detto lo stesso Gesù) ci invita non tanto all'ammirazione ma all'imitazione: "In questo abbiamo conosciuto l'amore, nel fatto che Cristo ha dato la sua vita per noi. Allora, anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli" (3, 16).


(©L'Osservatore Romano - 12-13 aprile 2010)