DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE di LORENZO SCUPOLI "Non riceve la corona se non chi ha combattuto secondo le regole"



AL SUPREMO CAPITANO
E GLORIOSISSIMO TRIONFATORE
GESÙ CRISTO
FIGLIUOLO DI MARIA

Poiché sempre piacquero e piacciono tuttora a vostra Maestà i sacrifici e le offerte di noi mortali quando da puro cuore vengono offerti a gloria vostra, io presento questo trattatello del Combattimento spiritualededicandolo alla divina vostra Maestà. Né mi tiro indietro perché questo trattato è piccolo: infatti ben si sa che voi solo siete quell'alto Signore che si diletta delle cose umili e disprezza le vanità e le pretese del mondo. E come potevo io senza biasimo e senza danno dedicarlo ad altra persona che alla vostra Maestà, Re del cielo e della terra? Quanto insegna questo trattatello tutto è dottrina vostra, avendoci voi insegnato che, non confidando più in noi stessi, confidiamo in voi, combattiamo e preghiamo.
Inoltre se ogni combattimento ha bisogno di un capo esperto che guidi la battaglia e animi i soldati, i quali tanto più generosamente combattono quanto più militano sotto un invincibile capitano, non ne avrà forse bisogno questo Combattimento spirituale? Voi dunque eleggemmo, Gesù Cristo (noi tutti che già siamo risoluti a combattere e a vincere qualunque nemico), per nostro Capitano: voi che avete vinto il mondo, il principe delle tenebre, e con le piaghe e la morte della vostra sacratissima carne avete vinto la carne di tutti quelli che hanno combattuto e combatteranno generosamente.
Quando io, Signore, ordinavo questo Combattimento, avevo sempre nella mente quel detto: "Non siamo nemmeno capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi" (2Cor 3,5). Se senza di voi e senza il vostro aiuto non possiamo avere pensieri che siano buoni, come potremo da soli combattere contro tanti potentissimi nemici ed evitare tante innumerevoli e nascoste insidie?

Vostro è, Signore, da tutte le parti questo Combattimento, perché, come ho detto, vostra è la dottrina e vostri sono tutti i soldati spirituali, tra i quali siamo noi Chierici Regolatori Teatini: perciò, tutti chini ai piedi della vostra altissima Maestà, vi preghiamo di accettare questo Combattimento muovendoci e animandoci sempre con la vostra grazia attuale a combattere molto più generosamente: perché noi non dubitiamo affatto che, combattendo voi in noi, vinceremo a gloria vostra e della vostra santissima Madre Maria Vergine.

Umilissimo servo comprato con il vostro Sangue
DON LORENZO SCUPOLI Chierico Regolare


"Voi oggi siete prossimi
a dar battaglia ai vostri nemici;
il vostro cuore non venga meno;
non temete, non vi smarrite
e non vi spaventate dinanzi a loro,
perché il Signore vostro Dio cammina con voi
per combattere per voi
contro i vostri nemici e per salvarvi"
(Dt 20,3-4)

CAPITOLO I


In che consista la perfezione cristiana. Per acquistarla bisogna combattere.Quattro cose necessarie per questa battaglia

Volendo tu, figliuola in Cristo amatissima, conseguire l'altezza della perfezione e, accostandoti al tuo Dio, diventare uno stesso spirito con lui (cfr. 1Cor 6,17), dal momento che questa è la maggiore e la più nobile impresa che si possa dire o immaginare, devi prima conoscere in che cosa consista la vera e perfetta vita spirituale.
Molti infatti, senza troppo riflettere, l'hanno posta nel rigore della vita, nella macerazione della carne, nei cilizi, nei flagelli, nelle lunghe veglie, nei digiuni e in altre simili asprezze e fatiche corporali.

Altri, e particolarmente le donne, credono di aver fatto molto cammino se dicono molte preghiere vocali; se partecipano a parecchie messe e a lunghe salmodie; se frequentemente vanno in chiesa e si ritemprano al banchetto eucaristico.

Molti altri (tra cui talvolta se ne ritrova qualcuno che, vestito dell'abito religioso, vive nei chiostri) si sono persuasi che la perfezione dipenda del tutto dal frequentare il coro, dal silenzio, dalla solitudine e dalla regolata disciplina: e così chi in queste e chi in altre simili azioni ritiene che sia fondata la perfezione.

Il che però non è così! Siccome dette azioni sono ora mezzo per acquistare spirito e ora frutto di spirito, così non si può dire che in esse solo consistano la perfezione cristiana e il vero spirito.

Sono senza dubbio mezzo potentissimo per acquistare spirito per quelli che bene e discretamente le usano, per prendere vigore e forza contro la propria malizia e fragilità; per armarsi contro gli assalti e gli inganni dei nostri comuni nemici; per provvedersi di quegli aiuti spirituali che sono necessari a tutti i servi di Dio e massimamente ai principianti.
Sono poi frutto di spirito nelle persone veramente spirituali, le quali castigano il corpo perché ha offeso il suo Creatore e per tenerlo sottomesso e umile nel suo servizio; tacciono e vivono solitarie per fuggire qualunque minima offesa del Signore e per conversare nei cieli (cfr. Fíl 3,20 Volgata); attendono al culto divino e alle opere di pietà; pregano e meditano la vita e la passione di nostro Signore non per curiosità e gusti sensibili, ma per conoscere ancora di più la propria malizia e la bontà misericordiosa di Dio, onde infiammarsi sempre più nell'amore divino e nell'odio di se stesse, seguendo con la loro abnegazione e la croce in spalla il Figliuolo di Dio; frequentano i santissimi sacramenti a gloria di sua divina Maestà, per congiungersi più strettamente con Dio e per prendere nuova forza contro i nemici.
Ma ad altri poi che pongono nelle suddette opere esteriori tutto il loro fondamento, possono, non per difetto delle cose in sé (che sono tutte santissime) ma per difetto di chi le usa, porgere talvolta occasione di rovina più che i peccati fatti apertamente. Mentre sono intenti solo in esse, abbandonano il cuore in mano alle inclinazioni e al demonio occulto, il quale, vedendo che questi già sono fuori del retto sentiero, li lascia non solamente continuare con diletto nei suddetti esercizi ma anche spaziare secondo il loro vano pensiero per le delizie del paradiso, dove si persuadono di essere sollevati tra i cori angelici e di sentire Dio dentro di sé. Questi si trovano talora tutti assorti in certe meditazioni piene di alti, curiosi e dilettevoli punti e, quasi dimentichi del mondo e delle creature, par loro di essere rapiti al terzo cielo. Ma in quanti errori si trovino questi avviluppati e quanto siano lontani da quella perfezione che noi andiamo cercando, facilmente si può comprendere dalla vita e dai loro costumi: infatti questi vogliono in ogni cosa grande e piccola essere preferiti agli altri e avvantaggiati su di loro, sono radicati nella propria opinione e ostinati in ogni loro voglia. Ciechi nei propri, sono invece solleciti e diligenti osservatori e mormoratori dei detti e dei fatti altrui. Se tu li tocchi anche un poco in una certa loro vana reputazione, in cui essi si tengono e si compiacciono di essere tenuti dagli altri, e li levi da quelle devozioni che usano passivamente, si alterano tutti e s'inquietano moltissimo. E se Dio, per ridurli alla vera conoscenza di se stessi e sulla strada della perfezione, manda loro travagli e infermità o permette persecuzioni (che non vengono mai senza sua volontà, così volendo o permettendo, e che sono la pietra di paragone della lealtà dei suoi servi), allora scoprono il loro falso fondo e l'interno corrotto e guasto a causa della superbia. Infatti in ogni avvenimento, triste o lieto che sia, non vogliono rassegnarsi e umiliarsi sotto la mano divina acquietandosi nei sempre giusti benché segreti giudizi di Dio (cfr. Rm 11,33); né sull'esempio del suo Figliuolo, il quale umiliò se stesso e volle patire (cfr. Fil 2,8), si sottomettono a tutte le creature considerando come cari amici i persecutori, che effettivamente sono strumenti della divina bontà e cooperano alla loro mortificazione, perfezione e salvezza.

Perciò è cosa certa che questi tali sono posti in grave pericolo: avendo l'occhio interno ottenebrato e mirando con quello se medesimi e le azioni esterne che sono buone, si attribuiscono molti gradi di perfezione e così insuperbiti giudicano gli altri: ma per loro non c'è chi li converta, fuorché uno straordinario aiuto di Dio. Per tale motivo assai più agevolmente si converte e si riduce al bene il peccatore pubblico, anziché quello occulto e coperto con il manto delle virtù apparenti. Tu vedi dunque assai chiaramente, figliuola, che la vita spirituale non consiste nelle suddette cose, come ti ho dichiarato. Devi sapere che essa non consiste in altro che nella conoscenza della bontà e della grandezza di Dio, e della nostra nullità e inclinazione a ogni male; nell'amore suo e nell'odio di noi stessi; nella sottomissione non solo a lui, ma a ogni creatura per amor suo; nella rinuncia a ogni nostro volere e nella totale rassegnazione al suo divino beneplacito: inoltre essa consiste nel volere e nel fare tutto questo semplicemente per la gloria di Dio, per il solo desiderio di piacere a lui, e perché così egli vuole e merita di essere amato e servito. Questa è la legge d'amore impressa dalla mano dello stesso Signore nei cuori dei suoi servi fedeli. Questo è il rinnegamento di noi stessi, che da noi ricerca (cfr. Lc 9,23). Questo è il giogo soave e il peso suo leggero (cfr. Mt 11, 30). Questa è l'obbedienza, alla quale con l'esempio e con la parola il nostro Redentore e Maestro ci chiama.

E perché, aspirando tu all'altezza di tanta perfezione, devi fare continua violenza a te stessa per espugnare generosamente e annullare tutte le voglie, grandi o piccole che siano, necessariamente conviene che con ogni prontezza d'animo ti prepari a questa battaglia: infatti la corona non si dà se non a quelli che combattono valorosamente.
Siccome tale battaglia è più di ogni altra difficile (poiché combattendo contro di noi, siamo insieme combattuti da noi stessi), così la vittoria ottenuta sarà più gloriosa di ogni altra e più cara a Dio. Se tu attenderai a calpestare e a dar morte a tutti i tuoi disordinati appetiti, desideri e voglie ancorché minime, renderai maggior piacere e servizio a Dio che se, tenendo alcune di quelle volontariamente vive, ti flagellassi fino al sangue e digiunassi più degli antichi eremiti e anacoreti o convertissi al bene migliaia di anime. Sebbene il Signore in sé gradisca più la conversione delle anime che la mortificazione di una voglietta, nondimeno tu non devi volere né operare altro se non quello che il medesimo Signore da te rigorosamente ricerca e vuole. Ed egli senza alcun dubbio si compiace di più che tu ti affatichi e attenda a mortificare le tue passioni che se tu, lasciandone anche una avvedutamente e volontariamente viva in te, lo servissi in qualunque cosa sia pure grande e di maggior importanza. Ora che tu vedi, figliuola, in che consiste la perfezione cristiana e che per acquistarla devi intraprendere una continua e asprissima guerra contro te stessa, c'è bisogno che ti provveda di quattro cose, come di armi sicurissime e necessarissime, per riportare la palma e restare vincitrice in questa spirituale battaglia. Queste sono: la diffidenza di noi stessi, la confidenza in Dio, l'esercizio e l'orazione. Di tutte tratteremo con l'aiuto divino e con facile brevità.

CAPITOLO II

La diffidenza di noi stessi

La diffidenza di te stessa, figliuola, ti è talmente necessaria in questo combattimento che senza questa devi tenere per certo che non solamente non potrai conseguire la vittoria desiderata, ma neppure superare una ben piccola tua passioncella. E ciò ti s'imprima bene nella mente, perché noi siamo purtroppo facili e inclinati dalla natura corrotta verso una falsa stima di noi stessi: essendo veramente non altro che un bel nulla, ci convinciamo tuttavia di valere qualche cosa; e senza alcun fondamento, vanamente presumiamo delle nostre forze. Questo è difetto assai difficile a conoscersi e dispiace molto agli occhi di Dio, che ama e vuole in noi una leale cognizione di questa certissima verità che ogni grazia e virtù derivano in noi da lui solo, fonte di ogni bene; e che da noi non può venire nessuna cosa, neppure un buon pensiero che gli sia gradito (cfr. 2Cor 3,5).
E benché questa tanto importante diffidenza sia ben anche opera della sua divina mano che suole darla ai suoi cari amici ora con sante ispirazioni, ora con aspri flagelli e con violente e quasi insuperabili tentazioni, e con altri mezzi non intesi da noi medesimi, tuttavia, volendo egli che anche da parte nostra si faccia quello che tocca a noi, ti propongo quattro modi con i quali, aiutata principalmente dal supremo favore, tu possa conseguire tale diffidenza.
Il primo è che tu consideri e conosca la tua viltà e nullità e che da te non puoi fare alcun bene per il quale meriti di entrare nel regno dei cieli. Il secondo è che con ferventi e umili preghiere la domandi spesso al Signore, poiché è dono suo. E per ottenerla prima ti devi mirare non solo priva di essa, ma del tutto impotente ad acquistarla da te. Così presentandoti più volte davanti alla divina Maestà con una fede certa che per sua bontà sia per concedertela, e aspettandola con perseveranza per tutto quel tempo disposto dalla sua provvidenza, non vi è dubbio che l'otterrai. Il terzo modo è che ti abitui a temere te stessa, il tuo giudizio, la forte inclinazione al peccato, gli innumerevoli nemici ai quali non hai forza di fare una minima resistenza; la loro esperienza nel combattere, gli stratagemmi, le loro trasfigurazioni in angeli di luce; le innumerevoli arti e i tranelli, che nella via stessa della virtù nascostamente ci tendono. Il quarto modo è che quando ti avviene di cadere in qualche difetto, allora tu penetri più dentro e più vivamente nella considerazione della tua somma debolezza: infatti per questo fine Dio ha permesso la tua caduta, affinché, avvisata dall'ispirazione con più chiaro lume di prima, conoscendoti bene impari a disprezzare te stessa come cosa purtroppo vile e per tale tu voglia anche dagli altri essere tenuta e parimenti disprezzata. Sappi che senza questa volontà non vi può essere virtuosa diffidenza, la quale ha il suo fondamento nell'umiltà vera e nella cognizione sperimentale.

Chiara è questa cosa: a ognuno che vuol congiungersi con la luce suprema e con la verità increata è necessaria la conoscenza di se stesso, che la divina clemenza dà ordinariamente ai superbi e ai presuntuosi attraverso le cadute: essa li lascia giustamente incorrere in qualche mancanza dalla quale si persuadono di potersi difendere, affinché, venendosi così a conoscere, apprendano a diffidare in tutto di se medesimi.

Il Signore, però, non è solito servirsi di questo mezzo così miserabile se non quando gli altri più benigni, che abbiamo detto sopra, non hanno portato quel giovamento inteso dalla sua divina bontà. Essa permette che l'uomo cada più o meno tanto quanto maggiore o minore è la sua superbia e la propria reputazione; in maniera che dove non si ritrovasse la pur minima presunzione, come fu in Maria Vergine, similmente non vi sarebbe nemmeno la pur minima caduta. Dunque quando cadi, corri subito col pensiero all'umile conoscenza di te stessa e con preghiera insistente (cfr. Lc 11,5-13) domanda al Signore che ti doni il vero lume per conoscerti e la totale diffidenza di te stessa, se non vorrai cadere di nuovo e talvolta in più grave rovina.

CAPITOLO III

La confidenza in Dio

Benché in questa battaglia, come abbiamo detto, sia tanto necessaria la diffidenza di sé, tuttavia, se l'avremo sola, o ci daremo alla fuga o resteremo vinti e superati dai nemici; e perciò oltre a questa ti occorre ancora la totale confidenza in Dio, da lui solo sperando e aspettando qualunque bene, aiuto e vittoria. Perché siccome da noi, che siamo niente, non ci è lecito prometterci altro che cadute, onde dobbiamo diffidare del tutto di noi medesimi, così grazie a nostro Signore conseguiremo sicuramente ogni gran vittoria purché, per ottenere il suo aiuto, armiamo il nostro cuore di una viva confidenza in lui. E questa parimenti in quattro modi si può conseguire.


Primo: col domandarla a Dio.

Secondo: col considerare e vedere con l'occhio della fede l'onnipotenza e la sapienza infinita di Dio, al quale niente è impossibile (cfr. Lc 1,37) né difficile; e che essendo la sua bontà senza misura, con indicibile amore sta pronto e preparato a dare di ora in ora e di momento in momento tutto quello che ci occorre per la vita spirituale e la totale vittoria su noi stessi, se ci gettiamo con confidenza nelle sue braccia. E come sarà possibile che il nostro Pastore divino, il quale trentatré anni ha corso dietro alla pecorella smarrita con grida tanto forti da diventarne rauco e per via tanto faticosa e spinosa da spargervi tutto il sangue e lasciarvi la vita, ora che questa pecorella va dietro a lui con l'obbedienza ai suoi comandamenti oppure con il desiderio benché alle volte fiacco di obbedirgli, chiamandolo e pregandolo, come sarà possibile che egli non volga ad essa quei suoi occhi vivificanti, non l'oda e non se la metta sulle divine spalle facendone festa con tutti i suoi vicini e con gli angeli del cielo? Che se nostro Signore non lascia di cercare con grande diligenza e amore e di trovare nella dramma evangelica il cieco e muto peccatore, come sarà possibile che abbandoni colui che come smarrita pecorella grida e chiama a suo Pastore? E chi crederà mai che Dio, il quale batte di continuo al cuore dell'uomo per il desiderio di entrarvi e cenarvi comunicandogli i suoi doni, faccia egli davvero il sordo e non vi voglia entrare qualora l'uomo apra il cuore e lo inviti (cfr. Ap 3,20)?

Il terzo modo per acquistare questa santa confidenza è il ricorrere con la memoria alla verità della sacra Scrittura, la quale in tanti luoghi ci mostra chiaramente che non restò mai confuso colui che confidò in Dio.

Il quarto modo, che servirà per conseguire insieme la diffidenza di te stessa e la confidenza in Dio, è questo: quando ti capita qualcosa da fare e di intraprendere qualche battaglia e vincere te stessa, prima che ti proponga o ti risolva di volerla fare rivolgiti con il pensiero alla tua debolezza e, diffidando completamente, volgiti poi alla potenza, alla sapienza e alla bontà divina. E in queste confidando, delibera di operare e di combattere generosamente; ma come nel suo luogo dirò, combatti e opera poi con queste armi in pugno e con l'orazione. E se non osserverai quest'ordine, anche se ti parrà di fare ogni cosa nella confidenza in Dio, ti troverai in gran parte ingannata: infatti è tanto sottile e tanto propria all'uomo la presunzione di se medesimo, che subdolamente quasi sempre vive nella diffidenza che ci pare di avere di noi stessi e nella confidenza che stimiamo di avere in Dio.
Perché tu fugga quanto più sia possibile la presunzione e operi con la diffidenza di te stessa e con la confidenza in Dio, fa in maniera che la considerazione della tua debolezza preceda la considerazione dell'onnipotenza di Dio e ambedue precedano le nostre opere.

CAPITOLO IV

Come possa conoscersi se l'uomo opera con la diffidenza di sé e con la confidenza in Dio

Alle volte pare assai al servo presuntuoso d'aver ottenuto la diffidenza di sé e la confidenza in Dio, ma non sarà così. E di ciò ti darà chiarezza l'effetto che produrrà in te la caduta.
Se tu dunque, quando cadi, t'inquieti, ti rattristi e ti senti chiamare a un certo che di disperazione di poter andare più innanzi e di far bene, è segno certo che tu confidavi in te e non in Dio. E se molta sarà la tristezza e la disperazione, molto tu confidavi in te e poco in Dio: infatti colui che in gran parte diffida di se stesso e confida in Dio, quando cade non si meraviglia, non si rattrista né si rammarica conoscendo che ciò gli capita per sua debolezza e poca confidenza in Dio. Anzi più diffida di sé, assai più umilmente confida in Dio; e avendo in odio sopra ogni cosa il difetto e le passioni disordinate, causa della caduta, con un dolore grande, quieto e pacifico per l'offesa di Dio, segue poi l'impresa e perseguita i suoi nemici fino alla morte con maggior animo e risoluzione.
Queste cose vorrei che fossero ben considerate da certe persone che si dicono spirituali. Quando esse sono incorse in qualche difetto, non possono né vogliono darsi pace; e alle volte, più per liberarsi dall'ansietà e dall'inquietudine dovute all'amor proprio che per altro, non vedono l'ora di andare a trovare il padre spirituale, dal quale dovrebbero andare principalmente per lavarsi dalla macchia del peccato e prendere forza contro di esso con il santissimo sacramento dell'eucaristia.

CAPITOLO V

Un errore di molti, dai quali la pusillanimità è tenuta per virtù

In questo ancora si ingannano molti, i quali attribuiscono a virtù la pusillanimità e l'inquietudine che seguono dopo il peccato, perché sono accompagnate da qualche dispiacere: ma essi non sanno che nascono da occulta superbia e presunzione fondate sulla confidenza in se stessi e nelle proprie forze nelle quali, perché si stimavano qualche cosa, avevano eccessivamente confidato. Costoro, scorgendo dalla prova della caduta di sbagliare, si turbano e si meravigliano come di cosa strana e diventano pusillanimi, vedendo caduto per terra quel sostegno in cui vanamente avevano riposto la loro confidenza.
Questo non accade all'umile, il quale, confidando nel suo solo Dio e in niente presumendo di sé, quando incorre in qualsiasi colpa, pur sentendone dolore, non se ne inquieta o se ne meraviglia: egli sa che tutto ciò gli avviene per sua miseria e propria debolezza da lui molto ben conosciute con lume di verità.

CAPITOLO VI

Altri avvisi, perché acquistiamo la diffidenza di noi stessi e la confidenza in Dio

Poiché tutta la forza di vincere i nostri nemici nasce principalmente dalla diffidenza di noi stessi e dalla confidenza in Dio, di nuovo ti provvedo di avvisi perché tu le consegua con il divino aiuto.

Devi sapere dunque e tenere per cosa certa che né tutti i doni, o naturali o acquisiti che siano, né tutte le grazie gratis date, né la conoscenza di tutta la Scrittura, né l'aver lungamente servito Dio e fatto in questo l'abitudine ci faranno compiere la sua volontà, se in qualunque opera buona e accetta agli occhi suoi che dobbiamo fare, e in qualunque tentazione che dobbiamo vincere, e in qualunque pericolo che dobbiamo fuggire, e in qualunque croce che dobbiamo portare secondo la sua volontà, se, dico, non è aiutato ed elevato il cuor nostro dal particolare aiuto di Dio, e anzi Dio stesso non ci tenda anche la mano per fare tutto questo. Dunque dobbiamo in tutta la nostra vita, in tutti i giorni, in tutte le ore e in tutti i momenti aver presente questa verità: che così per nessuna via o progetto potremo mai confidare in noi stessi. Per quanto poi riguarda la confidenza in Dio, sappi che per lui non c'è niente di più facile che vincere i pochi come i molti nemici, i vecchi ed esperti come i fiacchi e inesperti. Perciò, sebbene un'anima sia carica di peccati, abbia tutti i difetti del mondo, anzi sia difettosa quanto mai si possa immaginare; benché abbia tentato quanto si voglia, usato qualunque mezzo e fatto qualunque esercizio per lasciare il peccato e operare il bene; benché non abbia mai potuto acquistare un minimo di bene, anzi sia precipitata più pesantemente nel male: con tutto ciò non deve mancare di confidare in Dio né deve mai lasciare le armi e gli esercizi spirituali, ma combattere sempre generosamente in quanto bisogna sapere che in questa battaglia spirituale non perde chi non smette di combattere e di confidare in Dio, il cui aiuto non manca mai ai suoi soldati anche se a volte permette che siano feriti. Si combatta pure, perché qui è tutto! La medicina per le ferite è pronta ed efficace per i soldati, che con confidenza cercano Dio e il suo aiuto; e quando meno ci pensano, i nemici si troveranno morti.

CAPITOLO VII

L'esercizio.
E in primo luogo l'esercizio dell'intelletto, che va guardato dall'ignoranza e dalla curiosità

Se la diffidenza di noi e la confidenza in Dio tanto necessarie in questa battaglia saranno sole, non solamente non avremo vittoria su noi stessi, ma precipiteremo in molti mali. Perciò, oltre a queste, ci è necessariol'esercizio, che è la terza cosa proposta sopra. Questo esercizio si deve fare principalmente con l'intelletto e con la volontà. Quanto all'intelletto deve essere da noi guardato da due cose che sogliono combatterlo.
L'una è l'ignoranza, che lo oscura e gli impedisce la conoscenza del vero, che è il suo oggetto proprio. Perciò con l'esercizio lo si deve rendere lucido e chiaro, perché possa vedere e discernere bene quanto ci è necessario per purificare l'anima dalle passioni disordinate e ornarla delle sante virtù. Questo lume in due modi si può ottenere.
Il primo e più importante è l'orazione, pregando lo Spirito Santo che si degni infonderlo nei nostri cuori. Questo lo farà sempre, se in verità cercheremo Dio solo; se cercheremo di fare la sua santa volontà e se sottoporremo ogni cosa insieme al nostro giudizio alla decisione del padre spirituale.

L'altro modo è un continuo esercizio di profonda e leale considerazione delle cose per vedere come siano, se buone o cattive: e ciò secondo come insegna lo Spirito Santo e non come appaiono all'esterno, si rappresentano ai sensi e giudica il mondo.
Questa considerazione, fatta come si conviene, ci fa chiaramente conoscere che si debbono avere per nulla, per vanità e bugia tutte quelle cose che il cieco e corrotto mondo ama e desidera, e che con vari modi e mezzi si va procurando; che gli onori e i piaceri terreni non sono altro che vanità e afflizione di spirito; che le ingiurie e le infamie, che il mondo ci dà, portano vera gloria e le tribolazioni quiete; che perdonare i nemici e fare loro del bene è magnanimità e una delle maggiori somiglianze con Dio; che vale più il disprezzo del mondo che l'esserne padrone; che l'obbedire volentieri per amore di Dio alle più vili creature è cosa più magnanima e generosa del comandare ai grandi prìncipi; che l'umile conoscenza di noi stessi si deve apprezzare più dell'altezza di tutte le scienze; che il vincere e mortificare i propri appetiti, per piccoli che siano, merita maggior lode che l'espugnare molte città (cfr. Pro 16,32), superare potenti eserciti con le armi in mano, fare miracoli e risuscitare i morti.

CAPITOLO VIII


Le cause per cui non discerniamo rettamente le cose.


Il metodo che si deve usare per conoscerle bene

La causa per cui non discerniamo rettamente tutte le cose suddette insieme a molte altre è che al primo loro apparire vi attacchiamo o l'amore o l'odio. Da questi oscurato, l'intelletto non le giudica con rettitudine per quelle che sono. Tu, perché in te non trovi luogo questo inganno, sii accorta nel tenere sempre quanto più puoi la tua volontà purificata e libera dall'affetto disordinato a qualunque cosa. E quando ti viene posto innanzi qualunque oggetto, osservalo bene con l'intelletto e consideralo con maturità prima che da odio, se si tratta di cosa contraria alle nostre naturali inclinazioni, o da amore, se ti apporta diletto, tu sia mossa a volerlo oppure a rifiutarlo. Perché allora l'intelletto, non essendo ingombrato da passione, è libero e chiaro; può conoscere il vero e penetrare dentro al male, che è nascosto sotto il falso piacere, e al bene coperto dall'apparenza del male.

Ma se la volontà si è prima inclinata ad amare la cosa o l'ha presa in aborrimento, l'intelletto non la può ben conoscere, perché quell'affetto, che si è interposto, lo offusca in modo da fargliela stimare diversamente da quella che è, e per tale rappresentandola alla volontà, essa si muove più ardentemente di prima ad amarla oppure a odiarla contro ogni ordine e legge di ragione. Da tale affetto viene a essere oscurato maggiormente l'intelletto e, così oscurato, fa di nuovo sembrare alla volontà la cosa più che mai amabile o odiosa. Perciò, se non si osserva la regola che ho detto (il che in tutto questo esercizio è di somma importanza), queste due potenze tanto nobili ed eccellenti, intelletto e volontà, vengono miseramente a camminare sempre, come in un vortice, di tenebre in più folte tenebre e di errore in errore maggiore. Guardati dunque, figliuola, con ogni vigilanza da ogni non bene ordinato affetto a qualsiasi cosa, che prima non sia da te ben esaminata e riconosciuta per quella che è veramente con il lume dell'intelletto, e principalmente con quello della grazia e dell'orazione e con il giudizio del tuo padre spirituale. Il che intendo che tu debba osservare, talora più che nelle altre cose, in alcune opere esteriori che sono buone e sante, perché in queste, per essere tali, vi è più che in quelle pericolo di inganno e di indiscrezione da parte nostra. Onde per qualche circostanza di tempo, di luogo e di misura, o per rispetto dell'obbedienza, alcune volte ti potrebbero recare non piccolo danno, come di molti si sa che nei lodevoli e santissimi esercizi hanno corso pericolo.

CAPITOLO IX

Un'altra cosa da cui si deve guardare l'intelletto perché possa discernere bene

L'altra cosa da cui dobbiamo difendere l'intelletto è la curiosità perché, riempiendolo noi di pensieri nocivi, vani e impertinenti, lo rendiamo inabile e incapace di apprendere ciò che più appartiene alla nostra vera mortificazione e perfezione. Per cui tu devi essere come morta in tutto a ogni investigazione delle cose terrene non necessarie, sebbene lecite.
Restringi sempre il tuo intelletto quanto puoi e ama di farlo stolto. Le novità e le vicissitudini del mondo, piccole e grandi, per te siano appunto come se non fossero; e se ti sono offerte, opponiti loro e scacciale lontano da te. Nel desiderio di intendere le cose celestiali fa' in modo da essere sobria e umile, non volendo sapere altro che Cristo crocifisso (cfr. 1Cor 2,2; Gal 6,14; 1Cor 1,23), la vita e la morte sua e quanto da te domanda. Allontana da te tutto il resto e farai cosa molto gradita a Dio, il quale considera suoi cari e diletti coloro che desiderano da lui e cercano quelle cose che bastano per amare la sua divina bontà e per fare la sua volontà. Ogni altra domanda e ricerca è amor proprio, superbia e inganno del demonio. Se tu seguirai queste norme potrai sfuggire a molte insidie perché, vedendo l'astuto serpente che in quelli che attendono alla vita spirituale la volontà è gagliarda e forte, tenta di abbattere il loro intelletto per farsi così padrone di questo e di quella. Onde è solito molte volte dar loro sentimenti alti, vivi e stravaganti; e li concede massimamente alle persone acute e di grande ingegno e che sono facili a montare in superbia perché, occupate nel diletto e nella meditazione di quei punti nei quali falsamente si persuadono di godere Dio, si dimentichino di purificare il cuore e di attendere alla conoscenza di se stessi e alla vera mortificazione. Irretiti così nel laccio della superbia, si fanno un idolo del proprio intelletto. Da questo ne segue che a poco a poco, senza accorgersene, si convincono di non avere bisogno del consiglio e ammaestramento altrui, essendo già abituati a ricorrere in ogni evenienza all'idolo del proprio giudizio. Questa è cosa di grave pericolo e molto difficile a curarsi, perché è più pericolosa la superbia dell'intelletto che della volontà: essendo la superbia della volontà manifesta al proprio intelletto, facilmente un giorno potrà curarla obbedendo a chi deve. Ma chi ha ferma opinione che il suo parere sia migliore di quello di altri, da chi e come potrà essere sanato? Come si sottoporrà al giudizio di altri, che non ritiene tanto buono quanto il suo proprio? Se l'occhio dell'anima, che è l'intelletto, con cui si doveva conoscere e purificare la piaga della superba volontà è infermo, cieco e pieno della stessa superbia, chi lo potrà curare? E se la luce diventa tenebre e la regola fallisce, che ne sarà del resto? Perciò tu opponiti per tempo a così pericolosa superbia, prima che ti penetri nelle midolla delle ossa. Rintuzza l'acutezza del tuo intelletto: sottoponi facilmente il tuo parere a quello altrui; diventa pazza per amore di Dio e sarai più saggia di Salomone.

CAPITOLO X

L'esercizio della volontà é il fine al quale si devono indirizzare tutte le azioni interiori ed esteriori

Oltre all'esercizio che tu devi fare intorno all'intelletto, ti è necessario regolare talmente la tua volontà che, non lasciandola nei suoi desideri, si renda in tutto conforme al beneplacito divino. E avverti bene che non ti deve bastare soltanto il volere e il procurare le cose che a Dio sono più gradite, ma devi anche volerle e compierle come mossa da lui e solamente allo scopo di piacergli. In questo abbiamo pure, più che nel suddetto, contrasto grande con la natura: essa è talmente inclinata verso se stessa che in tutte le cose, anche nelle buone e nelle spirituali (talora più che nelle altre) cerca il proprio comodo e diletto. In questi si va trattenendo e di quelle, come di cibo per niente sospetto, si va avidamente pascendo.
Infatti quando ci sono offerte, subito le adocchiamo e le vogliamo, non come mossi dalla volontà di Dio né allo scopo di piacere solamente a lui, ma per quel bene e diletto che derivano dal volere le cose volute da Dio. Questo inganno è tanto più occulto, quanto la cosa voluta è per se stessa migliore. Onde persino nel desiderare lo stesso Dio vi sogliono essere degli inganni dell'amor proprio, perché si mira spesso più al nostro interesse e al bene che ne aspettiamo che alla volontà di Dio, il quale per sua sola gloria si compiace e vuole da noi essere amato, desiderato e obbedito. Per guardarti da quest'insidia, che ti impedirebbe il cammino della perfezione, e per abituarti a volere e a fare tutto come mossa da Dio e con pura intenzione di onorare e di compiacere lui solo (il quale vuole essere unico principio e fine di ogni nostra azione e di ogni nostro pensiero), seguirai questa via. Quando ti si offre qualcosa voluta da Dio, non inclinare la volontà a volerla se prima non innalzi la mente a Dio per vedere che è volontà sua che tu la voglia e perché egli così vuole, e per piacere solamente a lui. Così mossa e attirata da questa volontà, la tua si pieghi poi a volere quella cosa come voluta da Dio e per suo solo beneplacito e onore. Parimenti volendo tu rifiutare le cose non volute da Dio, non rifiutarle se prima non fissi lo sguardo dell'intelletto nella sua divina volontà, la quale vuole che tu le rifiuti per piacergli. Ma devi sapere che le frodi della sottile natura sono poco conosciute: essa, cercando sempre occultamente se medesima, molte volte fa sembrare che in noi vi siano il detto motivo e il fine di piacere a Dio, e non è così. Onde spesso avviene che quello che si vuole o non si vuole per nostro interesse, pare a noi di volerlo o non volerlo per piacere o non piacere a Dio. Per fuggire da questo inganno il rimedio proprio e intrinseco sarebbe la purezza del cuore, la quale consiste nello spogliarsi dell'uomo vecchio e nel vestirsi del nuovo (cfr. Col 3,9-10; Ef 4,22-23): a tal fine si indirizza tutto questo Combattimento. Tuttavia per predisporti come si deve, poiché sei piena di te stessa, dal principio delle tue azioni sta' attenta a spogliarti quanto puoi di ogni mistura dove tu possa stimare che vi sia del tuo, e non volere né fare né rifiutare cosa alcuna, se prima non ti senti muovere e tirare dal puro e semplice volere di Dio. Se in tutte le azioni, e particolarmente in quelle interiori dell'anima e in quelle esteriori che passano presto, non potrai così sempre in atto sentire questo motivo, contentati di averlo virtualmente in ciascuna, tenendo sempre vera intenzione di piacere in tutto al tuo solo Dio.

Ma nelle azioni che continuano qualche spazio di tempo, non solamente nel principio è bene che tu ecciti in te questo motivo, ma devi stare attenta a rinnovarlo spesso e a tenerlo desto fino all'ultimo: altrimenti vi sarebbe pericolo di incappare in un altro tranello pure dell'amor nostro naturale. Essendo questo incline e propenso più verso se stesso che verso Dio, molte volte con intervallo di tempo suole farci inavvertitamente cambiare gli oggetti e mutare le intenzioni. Il servo di Dio, che in ciò non è ben attento, spesso comincia a fare qualche cosa per il solo motivo di piacere al suo Signore; ma poi a poco a poco, quasi senza accorgersene, si va talmente compiacendo in quella con il proprio senso che, scordatosi della divina volontà, si rivolge e si attacca a tal punto al gusto sensibile e all'utile e all'onore che gliene possono venire, che se Dio mette impedimento a quell'azione con qualche infermità o avversità o per mezzo di qualche creatura, egli ne rimane tutto turbato e inquieto e alle volte cade nella mormorazione e di questo e di quello, per non dire talora dello stesso Dio. Segno assai chiaro che l'intenzione sua non era in tutto di Dio, ma nasceva da radice e da fondo guasto e corrotto. Perché chiunque si muove come spinto da Dio e per piacere a lui solo non vuole più l'una che l'altra cosa; ma vuole solamente averla se a Dio piacerà che l'abbia e nel modo e tempo che gli sarà gradito; e avendola o non avendola ne resta ugualmente pacifico e contento, poiché in ogni modo ottiene il suo intento e consegue il fine che altro non era se non il beneplacito di Dio.

Perciò sta' ben raccolta in te stessa e attenta a indirizzare sempre le tue azioni a questo perfetto fine. E se talora (cosi ricercando la disposizione dell'anima tua) tu ti muovessi a operare il bene allo scopo di fuggire le pene dell'inferno o per la speranza del paradiso, ancora in questo ti puoi proporre per ultimo fine il gradimento e la volontà di Dio: egli si compiace che tu non vada all'inferno, ma che entri nel suo regno.
Non c'è chi possa pienamente conoscere quanta forza ed efficacia abbia questo motivo, poiché una cosa, sia pur bassa o minima quanto si voglia, fatta allo scopo di piacere a Dio solo e per sua gloria, per così dire vale infinitamente più di molte altre di grandissimo pregio e valore che siano fatte senza questo motivo. Pertanto gli è più gradito un solo denaro dato a un poverello per questo solo motivo di far piacere a sua divina Maestà che se con altra intenzione, anche di godere i beni del cielo (che è fine non solo buono ma sommamente desiderabile), qualcuno si privasse di tutti i suoi averi, per copiosi che fossero.
Questo esercizio di fare tutto allo scopo di piacere puramente a Dio sembrerà da principio arduo; ma esso diventerà agevole e facile con la consuetudine, con il desiderare molte volte lo stesso Dio e con l'aspirare a lui con vivi affetti del cuore come a perfettissimo e unico nostro bene, il quale per se stesso merita che tutte le creature lo cerchino, lo servano e lo amino sopra qualunque altra cosa. Quanto più profondamente e più spesso sarà fatta la considerazione dell'infinito merito di Dio, tanto più ferventi e frequenti saranno gli atti suddetti della volontà; e così con maggior facilità e più presto acquisteremo l'abitudine di fare ogni azione in segno di rispetto e di amore per quel Signore che solo ne è degno. Infine ti avviso che per conseguire questo divino obiettivo, oltre a quanto ti ho detto, occorre che tu lo domandi a Dio con preghiera insistente e che consideri spesso gli innumerevoli benefici che Dio ci ha fatti e tuttora ci fa per puro amore e senza suo interesse.

CAPITOLO XI

Alcune considerazioni che inducono la volontà a volere in ogni cosa il beneplacito di Dio

Inoltre per indurre con maggior facilità la tua volontà a volere in tutte le cose il beneplacito di Dio e il suo onore, ricordati spesso che egli ti ha prima in vari modi onorata e amata. Nella creazione, creandoti dal nulla a sua somiglianza e mettendo tutte le altre creature a tuo servizio (cfr. Gen 1,26-28). Nella redenzione, mandando non un angelo ma il suo unigenito Figliuolo a redimerti, non con prezzo corruttibile di oro e di argento ma con il suo sangue prezioso (cfr. Pt 1, 18-19) e con la sua penosa e ignominiosa morte. Che poi ogni ora, anzi ogni momento ti guardi dai nemici, combatta per te con la sua grazia, tenga continuamente preparato per tua difesa e per tuo cibo il suo diletto Figliuolo nel sacramento dell'altare non è segno di incalcolabile stima e amore che l'immenso Dio ti porta? Sicché nessuno può capire quanta considerazione così gran Signore abbia di noi poverelli, della nostra bassezza e miseria, e viceversa quello che noi siamo tenuti a fare per così alta Maestà, che tali e tante cose ha operate per noi. Se i signori della terra, quando sono onorati da persone anche povere e umili, si sentono obbligati a rendere loro onore, cosa dovrà fare la nostra viltà con il supremo re dell'universo da cui si vede così altamente apprezzata e amata? Oltre a quanto ho detto, abbi sempre sopra ogni cosa viva memoria che la divina Maestà per se stessa merita infinitamente di essere onorata e servita, semplicemente perché tale è il suo desiderio.

CAPITOLO XII

Molte volontà esistono nell'uomo. La guerra che si fanno tra loro

Benché si possa dire che in questo combattimento in noi esistano due volontà - l'una della ragione, detta perciò ragionevole e superiore, l'altra del senso, chiamata inferiore e sensuale, la quale con i nomi di appetito, carne, senso e passione si suole significare -, tuttavia, poiché siamo uomini per la ragione, anche se diciamo che con il solo senso vogliamo qualche cosa, non si intende che veramente la vogliamo, fintanto che non ci incliniamo a volerla con la volontà superiore. Per cui tutta la nostra battaglia spirituale consiste principalmente nel fatto che la volontà ragionevole, essendo come interposta fra la volontà divina che la sovrasta e la volontà inferiore che è quella del senso, è continuamente combattuta dall'una e dall'altra, mentre ciascuna di queste tenta di tirarla a sé e rendersela soggetta e obbediente. Ma gran pena e fatica, specialmente all'inizio, provano quelli che sono prigionieri delle cattive abitudini quando decidono di migliorare la loro vita corrotta e, liberandosi del mondo e della carne, di darsi all'amore e al servizio di Gesù Cristo.
Questo perché i colpi, che la volontà superiore sostiene dalla volontà divina e da quella sensuale che le stanno sempre intorno battagliandola, sono possenti e forti e si fanno ben sentire non senza grave pena. Il che non avviene a quelli che sono già abituati alle virtù o ai vizi e sulla loro via intendono continuare, perché i virtuosi facilmente consentono alla volontà divina e i viziosi si piegano senza contrasto a quella del senso.
Ma nessuno presuma di poter conseguire le vere virtù cristiane né di servire Dio come si conviene, se non vuole farsi violenza davvero e sopportare la pena che si sente nel lasciare non solo i piaceri maggiori ma anche i piccoli, ai quali prima era attaccato con affetto terreno. E la conseguenza di ciò è che pochissimi raggiungono lo scopo della perfezione: dopo aver con fatica superato i vizi maggiori, non vogliono poi farsi violenza continuando a soffrire le punture e il travaglio che si provano nel resistere a quasi infinite vogliette proprie e passioncelle di minor conto, le quali, prevalendo ogni ora in essi, vengono ad acquistare dominio e signoria sopra i loro cuori.

Fra questi se ne trovano alcuni che, se non rubano i beni altrui, si affezionano in modo eccessivo a quelli che giustamente possiedono; se non si procurano onori con mezzi illeciti, non li aborriscono però come dovrebbero né smettono di desiderarli e alcune volte di cercarli per vie diverse; se osservano i digiuni di obbligo, non mortificano per questo la gola nel mangiare superfluamente e nel desiderare cibi delicati; vivendo nella continenza, non si staccano da certe amicizie di loro gusto, che portano grande impedimento all'unione con Dio e alla vita spirituale; essendo inoltre esse molto pericolose in qualsiasi persona sia pur santa e più in chi meno le teme, sono da fuggirsi da ciascuno quanto più si possa. Da tali cose ancora ne consegue che le altre loro opere buone sono fatte con tiepidezza di spirito e sono accompagnate da molti interessi e imperfezioni occulte, da una certa stima di se stessi e dal desiderio di esserne lodati e apprezzati dal mondo.

Costoro non solo non fanno progresso nella via della salvezza, ma, tornando indietro, corrono il rischio di ricadere nei primi mali in quanto non amano la vera virtù e si mostrano poco grati al Signore, che li tolse dalla tirannia del demonio; inoltre sono ignoranti e ciechi per vedere il pericolo in cui si trovano, mentre si persuadono di essere come in stato sicuro. E qui si scopre un inganno tanto più dannoso quanto meno avvertito: cioè molti che attendono alla vita spirituale, amando se stessi più di quanto dovrebbero (sebbene in verità non sanno amarsi), per lo più praticano quegli esercizi che più si confanno al loro gusto e lasciano gli altri che toccano sul vivo la propria naturale inclinazione e i loro sensuali appetiti, contro i quali ogni ragione vorrebbe che si rivolgesse tutto lo sforzo.

Perciò, figlia mia diletta, ti avviso ed esorto a innamorarti della difficoltà e della pena che comporta il vincere se stessi: qui è tutto! E tanto più certa e sollecita sarà la vittoria quanto più fortemente ti innamorerai della difficoltà, che mostra ai principianti la virtù e la guerra; e se tu amerai la difficoltà e il penoso combattere più delle vittorie e delle virtù, più presto acquisterai ogni cosa.

CAPITOLO XIII

Il modo di combattere contro gli impulsi del senso e gli atti che la volontà deve fare per acquistare le abitudini alle virtù

Ogniqualvolta la tua volontà ragionevole è combattuta da quella del senso da una parte e da quella divina dall'altra, mentre ciascuna cerca di riportare vittoria, è necessario che ti eserciti in più modi perché in te prevalga in tutto la volontà divina.
Primo: quando sei assalita e battagliata dagli impulsi del senso, devi opporre un'accanita resistenza perché la volontà superiore non acconsenta a quelli.
Secondariamente: allorché essi sono cessati, eccitali di nuovo in te per reprimerli con maggior impeto e forza. Dopo richiamali alla terza battaglia, nella quale ti abituerai a scacciarli da te con sdegno e ripugnanza. Questi due incitamenti a battaglia si devono fare in ogni nostro appetito disordinato fuorché negli stimoli carnali, dei quali tratteremo a suo tempo.
Infine devi fare atti contrari a ogni tua viziosa passione. Con il seguente esempio ti si farà il tutto più chiaro. Tu sei forse combattuta dagli stimoli dell'impazienza: se rientrando in te stessa starai ben attenta, sentirai che essi continuamente battono alla porta della volontà superiore perché si inchini e acconsenta a loro. E tu come primo esercizio, opponendoti a ciascun impulso, fa' ripetutamente quanto puoi perché la tua volontà non vi dia il consenso. Né cessa mai da questa battaglia finché non ti avveda che il nemico, quasi stanco e come morto, si dia per vinto. Ma vedi, figliuola, la malizia del demonio. Quando egli si accorge che noi ci opponiamo fortemente agli stimoli di qualche passione non solo resta a eccitarli in noi ma, quando sono eccitati, tenta per il momento di acquietarli. E questo lo fa perché con l'esercizio non acquistiamo l'abitudine alla virtù contraria a quella passione e inoltre per farci cadere nei lacci della vanagloria e della superbia, facendoci poi astutamente convincere che noi da generosi soldati abbiamo subito calpestato i nostri nemici. Perciò tu passerai alla seconda battaglia, richiamandoti alla memoria ed eccitando in te quei pensieri che ti cagionavano l'impazienza, in modo da sentirti da essi commossa nella parte sensitiva e da reprimere allora ripetutamente e con sforzo maggiore di prima i suoi impulsi. E sebbene noi respingiamo i nostri nemici sapendo di far bene e di piacere a Dio, tuttavia se non li abbiamo del tutto in odio corriamo pericolo di essere un'altra volta da essi superati: per questo tu devi farti loro incontro con il terzo assalto e scacciarli lontano da te facendo atti non solo di ripugnanza ma anche di indignazione, fino a tanto che si rendano odiosi e abominevoli. Infine, per ornare e perfezionare l'anima tua con le abitudini alle virtù, devi produrre atti interiori che siano direttamente contrari alle tue disordinate passioni. Ad esempio volendo tu acquistare perfettamente l'abitudine alla pazienza, se uno disprezzandoti ti porge l'occasione di essere impaziente, non basta esercitarti nelle tre maniere di combattere di cui ti ho detto, ma devi volere e amare per giunta il disprezzo ricevuto, desiderando di essere di nuovo nello stesso modo e dalla stessa persona oltraggiata, aspettando e proponendoti di sostenere anche cose più gravi. La causa per cui tali atti contrari sono necessari per perfezionarci nelle virtù è questa: gli altri atti, pur essendo molti e forti, non sono sufficienti a estirpare le radici che producono il vizio.

Pertanto (per continuare nello stesso esempio), benché noi, quando siamo disprezzati, non consentiamo ai moti dell'impazienza anzi combattiamo contro di essi con i tre modi indicati sopra, nondimeno se non ci abitueremo con molti e frequenti atti ad amare il disprezzo e a rallegrarcene, non ci potremo mai liberare dal vizio dell'impazienza il quale, per la nostra inclinazione alla reputazione propria, si fonda nell'aborrimento del disprezzo. E finché resta viva, la radice viziosa va sempre germogliando in maniera da rendere languida la virtù, anzi talora da soffocarla in tutto e da tenerci inoltre in continuo pericolo di ricadere in ogni occasione che ci si presenti. Dalle quali cose ne segue che senza i detti atti contrari non possiamo mai acquistare la vera abitudine alle virtù. Si avverta per giunta che questi atti devono essere tanto frequenti e in tale numero da potere del tutto distruggere l'abitudine viziosa, la quale, siccome per molti atti viziosi ha preso possesso nel nostro cuore, così con molti atti contrari la si deve svellere da quello per introdurvi l'abitudine virtuosa. Anzi dico di più: per fare l'abitudine virtuosa si richiedono atti buoni più degli atti cattivi necessari per fare l'abitudine viziosa; infatti quelli non sono aiutati, come invece sono aiutati questi, dalla natura, corrotta dal peccato.

Oltre a quello che fin qui si è detto, aggiungo che se la virtù che allora eserciti così richiede, devi anche fare atti esteriori conformi agli interiori, come (per stare nel detto esempio) usare parole di mansuetudine e di amore e servendo, se puoi, chi ti è stato noioso e contrario in qualunque modo. E quantunque questi atti tanto interiori quanto esteriori fossero o ti paressero accompagnati da tanta debolezza di spirito da sembrarti di farli contro ogni tua voglia, non per questo li devi in alcun modo tralasciare: per quanto deboli essi siano, ti tengono ferma e salda nella battaglia e ti agevolano la strada alla vittoria.
Sta' ben attenta e raccolta in te stessa per combattere non solo contro le voglie grandi ed efficaci, ma ancora contro le piccole e deboli di ciascuna passione, perché queste aprono la strada alle grandi, onde poi si generano in noi le abitudini viziose. E dalla poca cura che alcuni hanno avuto di sradicare dai loro cuori queste vogliette, dopo aver superato le maggiori della medesima passione, è avvenuto loro che quando meno vi pensavano sono stati assaliti e vinti dagli stessi nemici più gagliardamente e rovinosamente di prima. Ti ricordo inoltre di attendere a mortificare e rompere alle volte le tue voglie anche di cose lecite non necessarie, perché da questo seguiranno per te molti beni e ti renderai sempre più disposta e pronta a vincerti nelle altre; ti farai forte ed esperta nella battaglia delle tentazioni, fuggirai varie insidie del demonio e farai cosa graditissima al Signore.
Figliuola, ti parlo chiaramente: se nel modo che ti ho detto andrai continuando in questi leali e santi esercizi per riformare e vincere te stessa, ti assicuro che in poco tempo avanzerai molto e diventerai spirituale davvero e non solamente di nome. Ma in altra maniera e con altri esercizi, benché fossero, come tu credi, eccellenti e tanto dilettevoli al tuo gusto da sembrarti di stare in essi tutta unita e in dolci colloqui con il Signore, non persuaderti di acquistare mai virtù e spirito vero. Il quale (come ti ho detto nel primo capitolo) non consiste né nasce dagli esercizi piacevoli e conformi alla nostra natura, ma da quelli che la mettono in croce con tutti i suoi atti: onde, rinnovato l'uomo per mezzo delle abitudini alle virtù evangeliche, lo congiungono al suo Crocifisso e Creatore.
Non v'è chi dubiti che siccome le abitudini viziose vengono a farsi con molti e frequenti atti della volontà superiore mentre cede agli appetiti del senso, così viceversa le abitudini alle virtù evangeliche si acquistano facendo spesso e spessissime volte atti conformi alla volontà divina, da cui siamo chiamati ora a questa, ora a quell'altra virtù. E siccome la nostra volontà non può mai essere viziosa e terrena per quanto sia battagliata dalla parte inferiore e dal vizio finché a quella non cede e s'inchina, così non sarà mai virtuosa e congiunta con Dio, benché molto vivamente sia chiamata e combattuta dalle ispirazioni e dalla grazia divina, finché quando ce n'è bisogno non si conforma ad essa con gli atti interni e con quelli esterni.

CAPITOLO XIV

Quello che si deve fare quando la volontà superiore pare vinta e soffocata in tutto da quella inferiore e dai nemici

Se talora ti sembrasse che la volontà superiore non può nulla contro quella inferiore e contro i suoi nemici per il fatto che non senti in te un volere efficace contro di loro, sta' pur salda e non lasciare la battaglia: infatti devi considerarti sempre vittoriosa, finché non ti accorgi apertamente di aver ceduto. Siccome la nostra volontà superiore non ha bisogno delle voglie inferiori per produrre i suoi atti, così, se essa stessa non vuole, non può essere mai costretta a darsi loro per vinta, benché la contrastino molto aspramente. Perciò Dio ha dotato la nostra volontà di libertà e di forza tale che se tutti i sensi con tutti i demoni e il mondo insieme si armassero e congiurassero contro di essa, combattendola e premendola con tutto il loro sforzo, nondimeno essa può, a dispetto loro, liberissimamente volere o non volere tutto ciò che vuole o non vuole, e quante volte e per quanto tempo e in quel modo e per quel fine che più le piace.

E se questi nemici a volte ti assalissero e ti stringessero con tanta violenza che la tua volontà quasi soffocata non avesse per così dire fiato per produrre nessun atto di voghe contrarie, non ti perdere d'animo né gettare le armi a terra, ma serviti in questo caso della lingua e difenditi dicendo: "Non cedo a te, non ti voglio"; proprio come colui che, avendo il nemico addosso che lo tiene oppresso, non potendo con la punta lo percuote con il pomo della spada. E siccome questi tenta di fare un salto indietro per poterlo ferire di punta, così tu ritirati nella conoscenza di te stessa, che niente sei e niente puoi; e con la fiducia in Dio, che tutto può, dà un colpo alla passione nemica dicendo: "Aiutami, Signore; aiutami, Dio mio; aiutami Gesù, Maria, perché non ceda ad essa".

Potrai ancora, quando il nemico ti dà tempo, aiutare la debolezza della volontà ricorrendo all'intelletto e considerando diversi punti: per tale considerazione la volontà viene poi a prendere fiato e forza contro i nemici. Per esempio: in qualche persecuzione o in qualche altro travaglio tu sei talmente assalita dall'impazienza, che la tua volontà quasi non può oppure non vuole sopportarli; la conforterai dunque discorrendo con l'intelletto intorno ai seguenti oppure intorno ad altri punti.

Primo: considera se tu meriti quel male che patisci, perché gliene hai dato l'occasione; e meritandolo, ogni dovere di giustizia vuole che tu sopporti pazientemente quella ferita che ti sei data con le tue mani.

Secondo: e non avendone tu colpa alcuna, rivolgi il pensiero agli altri tuoi errori di cui Dio non ti ha ancora dato il castigo e che tu non hai puniti come si deve. E vedendo che la misericordia di Dio ti cambia la pena di essi, che sarebbe eterna oppure temporale ma del purgatorio, con una piccola pena presente, devi riceverla non solamente volentieri ma con rendimento di grazie.

Terzo: e quando a te paresse d'aver fatto molta penitenza e d'aver poco offeso la divina Maestà (cose, però, di cui non devi mai persuaderti), devi pensare che nel regno dei cieli non si entra che per la porta stretta delle tribolazioni (cfr. Mt 7,13-14).
Quarto: quantunque tu vi potessi entrare per altra via, per legge d'amore non dovresti nemmeno pensarlo, essendovi il Figluiolo di Dio entrato con tutti gli amici e con tutte le sue membra per mezzo delle spine e delle croci.

Quinto: ma quello a cui tu devi mirare principalmente in questa e in ogni altra occasione è la volontà del tuo Dio il quale, per l'amore che ti porta, si compiacerà indicibilmente di ogni atto di virtù e di mortificazione che ti vedrà fare da sua fedele e generosa guerriera, per corrispondere a lui con amore. E tieni per certo che quanto più in sé sarà irrazionale il travaglio e più indegno per la sua provenienza e perciò a te più molesto e grave da tollerare, tanto al Signore darai più gusto approvando e amando, anche nelle cose in se stesse disordinate e per te più amare, la sua divina volontà e disposizione in cui ogni avvenimento, sia pure sregolato, ha la sua regola e il suo ordine perfettissimo.

CAPITOLO XV

Alcuni avvisi intorno al modo di combattere e specialmente contro chi e con quale virtù si deve fare

Hai già visto, figliuola, il modo con cui devi combattere per vincere te stessa e ornarti delle virtù. Inoltre sappi ora che per riportare vittoria sui tuoi nemici con maggior rapidità e facilità ti conviene combattere, anzi è necessario che tu combatta ogni giorno particolarmente contro l'amor proprio, abituandoti a ricevere come cari amici i disprezzi e le molestie che il mondo potesse darti. E dal non avvertire questa battaglia e dal farne poco conto è avvenuto e avviene, come ho accennato sopra, che le vittorie sono difficoltose, rare, imperfette e instabili. Ti avviso per giunta che il tuo deve essere un combattere con fortezza d'animo, che facilmente acquisterai se la domanderai a Dio e se, considerando la rabbia, l'odio perenne e il grande numero delle squadre e degli eserciti nemici, considererai viceversa che infinitamente maggiori sono la bontà di Dio e l'amore con cui ti ama e che molti più sono gli angeli del cielo e le orazioni dei santi che combattono a nostro favore. E da questa considerazione è proceduto che tante e tante fragili donne hanno superato e vinto tutta la potenza e la sapienza del mondo, tutti gli assalti della carne e tutta la rabbia dell'inferno.
Perciò non devi mai spaventarti, benché a volte ti paia che la battaglia dei nemici infierisca di più e possa durare per tutta la tua vita e quasi ti minacci cadute certe da diverse parti: infatti devi sapere, oltre a quanto ho detto, che ogni forza e conoscenza dei nostri nemici sono nelle mani del nostro divin Capitano, in onore del quale si combatte. Stimandolo indicibilmente e chiamandoci egli stesso rigorosamente alla battaglia, non solo non permetterà mai che ti sia fatta violenza, ma, combattendo egli per te, ti darà la vittoria su di loro quando a lui piacerà e con maggior tuo vantaggio, anche se egli tardasse fino all'ultimo giorno della tua vita.

Questo solamente tocca a te: che tu combatta generosamente e che, nonostante tu sia più volte ferita, non lasci mai le armi né ti dia alla fuga. Infine, perché tu combatta valorosamente, devi sapere che questa battaglia non si può evitare e chi non vi combatte necessariamente vi resta coinvolto e muore. Oltre a ciò abbiamo a che fare con nemici ripieni di tali qualità e di odio, che non se ne può in nessun modo sperare né pace né tregua.

CAPITOLO XVI

In qual modo la mattina di buon'ora debba scendere in campo il soldato di Cristo

Appena sveglia, la prima cosa che dovranno osservare i tuoi occhi interiori è il vederti dentro uno steccato chiuso con questa legge: chi non vi combatte, vi resta morto per sempre.
In questo steccato immaginerai di vedere innanzi a te da una parte quel nemico e quella tua cattiva inclinazione, già individuati per espugnarli e che invece sono armati per ferirti e darti la morte; e dal lato destro il tuo vittorioso Capitano Cristo Gesù con la sua santissima madre Maria Vergine insieme al suo carissimo sposo Giuseppe, con molte squadre di angeli e santi e particolarmente con san Michele arcangelo; dal lato sinistro, poi, crederai di vedere il demonio infernale con i suoi per eccitare la suddetta tua passione, istigandoti a cedere ad essa.

In tale steccato ti sembrerà di sentire una voce forse del tuo angelo custode, che cosi ti dice: "Tu oggi devi combattere contro questo e contro altri tuoi nemici. Non s'impaurisca il tuo cuore né si perda d'animo, non ceda ad essi per timore o per altro rispetto a cosa alcuna, perché nostro Signore e tuo Capitano è qui con te con tutte queste gloriose squadre: egli combatterà contro tutti i tuoi nemici, non permettendo che prevalgano su di te in forze e capacità (cfr. Dt 20,3-4). Sta' salda, fatti violenza e sopporta la pena che talora sentirai nel farti violenza. Grida spesso dall'intimo del cuore e chiama il tuo Signore, Maria Vergine e tutti i santi, perché senza dubbio ne riporterai vittoria. Se tu sei fiacca, impedita dalle tue cattive abitudini, e se i tuoi nemici sono molti e forti, moltissimi sono gli aiuti di chi ti ha creata e redenta; oltremodo e senza paragone alcuno più forte è il tuo Dio e ha più voglia lui di salvarti che non il nemico di perderti. Combatti pure e non ti rincresca talora la sofferenza, perché dalla fatica, dalla violenza contro le tue cattive inclinazioni e dalla pena che si sente per le cattive abitudini nascono la vittoria e il grande tesoro con cui si compra il regno dei cieli e l'anima si unisce per sempre con Dio".

Nel nome del Signore comincerai a combattere con le armi della diffidenza di te stessa e della confidenza in Dio, con l'orazione e con l'esercizio chiamando a battaglia quel nemico e quella tua inclinazione che, secondo l'ordine suddetto, ti sei risoluta di vincere ora con la resistenza, ora con l'odio e ora con gli atti della virtù contraria ferendoli più e più volte a morte per far piacere al tuo Signore, che con tutta la chiesa trionfante sta a vedere il tuo combattimento. Di nuovo ti dico che non ti deve rincrescere di combattere, se consideri l'obbligo che tutti abbiamo di servire e di piacere a Dio e la necessità di combattere, non potendo fuggire da questa battaglia senza ferite e senza morirne. Ti dico di più: quando tu come ribelle volessi fuggire da Dio e darti al mondo e alle delizie della carne, a tuo dispetto ti è necessario combattere con tante e tante contrarietà, che spesse volte suderai in volto e il cuore sarà penetrato da angosce mortali. A questo punto considera che sorta di pazzia sarebbe il sostenere quella fatica e quella pena che comportano maggior fatica e pena insieme alla morte senza fine, se tu fuggissi quella che, finendo invece presto, ci unisce alla vita eterna e infinitamente beata dove godremo per sempre il nostro Dio.

CAPITOLO XVII

L'ordine da osservare nel combattere contro le nostre passioni viziose

E molto importante sapere l'ordine da osservare per combattere come si deve e non a caso e con superficialità, come fanno molti non senza loro danno. L'ordine con cui si deve combattere contro i nemici e le tue cattive inclinazioni è che tu, entrando nel tuo cuore i veda con diligente esame da qual sorta di pensieri e di affetti esso è circondato e da quale passione è più posseduto e tiranneggiato; e contro quella principalmente tu prenda le armi e ingaggi la battaglia. E se avviene che tu sia assalita da altri nemici, devi sempre combattere contro quello che attualmente e più da vicino ti fa guerra, ritornando però poi all'impresa principale.

CAPITOLO XVIII

Il modo di resistere agli impulsi improvvisi delle passioni

Non essendo ancora assuefatta a parare i colpi improvvisi delle ingiurie o di altra cosa contraria, per farvi l'abitudine impara a prevederli e a volerli poi più e più volte, aspettandoli con animo preparato. Il modo di prevederli è che, considerata la condizione delle tue passioni, consideri anche le persone con le quali tratterai e i luoghi che frequenterai: da questo facilmente potrai congetturare quello che ti potrebbe avvenire. E sopravvenendoti qualsiasi altra avversità non pensata, oltre l'aiuto a te recato dal tenere l'animo preparato alle altre che hai previsto, potrai maggiormente servirti di quest'altro modo.
Non appena tu cominci a sentire i primi colpi dell'ingiuria o altra cosa penosa, sta' desta, fatti forza ed eleva la mente a Dio, considerando la sua ineffabile bontà e l'amore verso di te con cui ti manda quell'avversità, affinché, sopportandola per suo amore, ti purifichi di più, ti accosti e ti unisca a lui. E veduto quanto egli si compiace che tu la sopporti, rivolgiti a te stessa riprendendoti e dicendo fra te: "Ah! Perché non vuoi sostenere questa croce, che non questi o quegli ma il tuo Padre celeste ti manda?". Poi rivolta alla croce, abbracciala con la maggior pazienza e allegrezza possibili, dicendo: "O croce, fabbricata dalla provvidenza divina prima che io fossi! O croce, addolcita dal dolce amore del mio Crocifisso! Inchiodarmi ormai in te perché possa darmi a chi, morendo in te, mi ha redenta".
E se nel principio, prevalendo in te la passione non potessi elevarti in Dio ma restassi ferita, cerca con tutto ciò di farlo quanto prima come se ferita non fossi. Ma per efficace rimedio contro questi impulsi improvvisi, toglierai ben presto la causa da cui procedono. Ad esempio: se per l'affetto che hai a qualche cosa, vedi che quando in essa vieni molestata sei solita cadere nell'improvviso turbamento dell'animo, il modo di provvedere a ciò per tempo è che tu ti abitui a toglierne l'affetto. Se invece H turbamento procede non dalla cosa ma dalla persona della quale, perché non ti sta a cuore, ogni piccola azione ti infastidisce e ti turba, H rimedio è che tu ti sforzi d'inclinare la volontà ad amarla e ad averla cara: infatti oltre a essere creatura, come te formata dalla mano sovrana e come te redenta dallo stesso sangue divino, se la sopporterai, quella persona ti porge anche l'occasione di renderti simile al tuo Signore amoroso e benigno con tutti.

CAPITOLO XIX

Il modo di combattere contro il vizio della carne

Contro questo vizio devi combattere in un modo particolare e diverso dagli altri. Perciò, perché tu sappia combattere ordinatamente, devi osservare tre tempi: prima di essere tentati, quando siamo tentati e dopo che la tentazione è passata.
Prima della tentazione la battaglia sarà contro le cause che sogliono cagionare questa tentazione. Anzitutto devi combattere non affrontando il vizio, ma fuggendo con tutte le tue forze qualsiasi occasione e persona da cui te ne possa venire un minimo pericolo. E bisognando talora trattarci fallo molto presto con un volto modesto e grave, e le parole devono avere sapore di asprezza piuttosto che di amorevolezza e di eccessiva affabilità.
Non ti fidare del fatto che tu non senta né abbia in tanti e tanti anni di esperienza sentito stimoli carnali, perché questo maledetto vizio quello che non ha fatto in molti anni lo fa in un'ora e spesso ordisce le sue trame occultamente; e tanto più nuoce e ferisce incurabilmente, quanto più si mostra innocuo e meno dà sospetto di sé.
E molte volte vi è più da temere (come spesso l'esperienza ha mostrato e mostra tuttora) dove l'abitudine è protratta sotto pretesto di cose lecite, come di parentela o di debito ufficio oppure di virtù che sia nella persona amata: infatti con il troppo e imprudente praticare si va mescolando il velenoso diletto del senso che, stillando inavvertitamente a poco a poco e penetrando fino nell'essenza dell'anima, va offuscando sempre più la ragione in modo che si cominciano a stimare come niente le cose pericolose, gli sguardi amorevoli, le parole dolci dell'una e dell'altra parte e i gusti della conversazione; e così, passandosi dall'una all'altra parte, si viene poi a cadere in rovina o in qualche tentazione dolorosa e difficile da superare.

Di nuovo ti dico di fuggire, perché tu sei paglia; e non ti fidare del fatto che sei bagnata e ben piena d'acqua di buona e forte volontà, risoluta e pronta piuttosto alla morte che all'offesa divina: con la pratica frequente a poco a poco il fuoco con il suo calore, asciugando l'acqua della buona volontà, quando neppure vi si pensa le si attaccherà in modo che non porterà rispetto né a parentela né ad amici; non temerà Dio, non stimerà l'onore, né la vita, né tutte le pene dell'inferno. Perciò fuggi, fuggi se davvero non vuoi essere colta all'improvviso, presa e uccisa.

Secondo.

Fuggi l'ozio e sta' vigilante e desta con i pensieri e con le opere convenienti al tuo stato.

Terzo.

Non fare mai resistenza, ma obbedisci facilmente ai tuoi superiori, eseguendo con prontezza le cose imposte, e più volentieri quelle che ti umiliano e sono più contro la tua volontà e la tua naturale inclinazione.

Quarto.

Non fare mai giudizio temerario verso il prossimo e principalmente a proposito di questo vizio; e se manifestamente fosse caduto, abbine compassione e non ti sdegnare contro di esso; non schernirlo, ma ricavane frutto di umiltà e di conoscenza di te stessa, sapendo di essere polvere e niente; accostati a Dio con l'orazione e fuggi più che mai le occasioni, dove sia anche solo ombra di pericolo. Che se tu sarai facile a giudicare gli altri e a disprezzarli, Dio tuo malgrado ti correggerà permettendo che tu cada nello stesso difetto, affinché così ti avveda della tua superbia e, umiliata, ponga rimedio ad ambedue questi vizi. E non cadendo né mutando pensiero, sappi pure che vi è grandemente da dubitare del tuo stato. Quinto e ultimo. Avverti bene che, ritrovandoti con qualche dono e gusto di delizie spirituali, tu non prenda un certo vano compiacimento di te stessa persuadendoti di essere qualche cosa e che i tuoi nemici non ti faranno più guerra, poiché ti pare di guardarli con nausea, orrore e odio; e se in ciò sarai incauta, cadrai facilmente. Nel tempo della tentazione, considera se procede da causa intrinseca o estrinseca. La causa estrinseca intendo io che sia la curiosità degli occhi, delle orecchie, l'eccessiva pulizia delle vesti, le familiarità e i colloqui che incitano a questo vizio. In questi casi il rimedio è l'onestà, la modestia, non volendo né vedere né sentire cose che incitano a questo vizio, e la fuga come sopra ho detto. La causa intrinseca procede o dalla vitalità del corpo o dai pensieri della mente, che ci vengano dalle nostre cattive abitudini oppure per suggestione del demonio. La sensualità del corpo si deve mortificare con digiuni, discipline, cilizi, veglie e altre simili asprezze secondo come insegnano la discrezione e l'obbedienza. Quanto ai pensieri, da qualsiasi parte vengano, i rimedi sono questi: l'essere occupati in diversi esercizi convenienti al proprio stato, nell'orazione e nella meditazione.

L'orazione sia di questo tipo: quando tu cominci anche un poco ad accorgerti non solo di tali pensieri ma dei loro primi accenni, ritirati subito con la mente nel Crocifisso dicendo: "Gesù mio, Gesù mio dolce, aiutami presto, perché io non sia presa da questo nemico". E abbracciando alle volte la croce da cui pende il tuo Signore, bacia più volte le piaghe dei suoi sacri piedi dicendo affettuosamente: "Piaghe belle, piaghe caste, piaghe sante, ferite ormai questo misero e impuro cuore, liberandomi dal pericolo di offendervi".
Nel tempo in cui abbondano le tentazioni dei piaceri carnali, non vorrei che la meditazione fosse intorno a certi punti proposti da molti libri per rimedio a questa tentazione, come il considerare la viltà di questo vizio, l'insaziabilità, le molestie, le amarezze che ne seguono, i pericoli e la perdita dei beni, della vita, dell'onore e cose simili. Perché questo non è sempre sicuro mezzo per vincere la tentazione, anzi può apportare danno: infatti se l'intelletto per una via scaccia questi pensieri, per l'altra ci porge occasione e pericolo di dilettarcene e di acconsentire al piacere; per cui il rimedio vero è il fuggire in tutto non solo da essi, ma anche da ogni cosa che ce li rappresenti benché sia loro contraria. Perciò la tua meditazione, orientata a questo fine, verta sulla vita e sulla passione del Signore crocifisso. E se meditando ti si facessero innanzi contro tua voglia gli stessi pensieri e più del solito ti molestassero, come facilmente ti avverrà, non per questo ti sgomenterai né lascerai la meditazione né ti rivolgerai ad essi per far loro resistenza; ma seguiterai la tua meditazione quanto più intensamente ti sia possibile, non curandoti di tali pensieri, come se non fossero tuoi; infatti non vi è modo migliore di questo per opporsi loro, benché ti facessero continua guerra.
Concluderai poi la meditazione con questa o con una domanda simile: "Liberatemi, Creatore e Redentore mio, dai miei nemici in onore della vostra passione e della vostra bontà ineffabile", non rivolgendo la mente al vizio, perché il solo ricordo di esso non è senza pericolo. E con simile tentazione non stare mai a disputare se tu abbia acconsentito o no perché questo, sotto specie di bene, è inganno del demonio per inquietarti e renderti sfiduciata e pusillanime; oppure perché, tenendoti occupata in tali discorsi, spera di farti cadere in qualche piacere. Perciò in questa tentazione, quando il consenso non è chiaro, ti basti confessare il tutto con brevità al tuo padre spirituale, restandone poi tranquilla con il suo parere senza pensarci più. E fa' in modo di scoprire a lui fedelmente ogni tuo pensiero, e non te ne trattenga mai alcun rispetto o vergogna. Che se con tutti i nostri nemici abbiamo bisogno della virtù dell'umiltà per vincerli, in questo più che in altro dobbiamo umiliarci, essendo questo vizio quasi sempre castigo di superbia. Passato il tempo della tentazione, quello che devi fare è che, pur sembrandoti di essere libera e del tutto sicura, tu stia con la mente lontana affatto da quegli oggetti che ti cagionavano la tentazione, benché per fine di virtù o di altro bene ti sentissi muovere a fare altrimenti: infatti questa è frode della natura viziosa e tranello del nostro sagace avversario, che si trasforma in angelo di luce per indurci nelle tenebre.

CAPITOLO XX

Il modo di combattere contro la negligenza

Perché tu non cada nella misera schiavitù della negligenza, cosa che non solo impedirebbe il cammino della perfezione ma ti darebbe in mano ai nemici, devi fuggire ogni curiosità e attaccamento terreno e qualunque occupazione non conveniente al tuo stato. Poi ti devi sforzare per corrispondere presto a ogni buona ispirazione e a qualunque ordine dei tuoi superiori, facendo ogni cosa quando e come a loro piacerà. Non ritardare neppure per un brevissimo momento, perché quel solo primo indugietto porta appresso il secondo e questo il terzo e gli altri ai quali il senso si piega e cede più facilmente che ai primi, essendo già allettato e preso dal piacere che ne ha gustato: per cui o si incomincia l'azione troppo tardi o come noiosa alle volte la si lascia del tutto. E così a poco a poco si va facendo l'abitudine alla negligenza ed essa poi cresce talmente che, nel momento stesso in cui da quella siamo tenuti legati, ci proponiamo di voler essere un'altra volta molto solleciti e diligenti poiché ci accorgiamo, con rossore di noi stessi, d'essere stati fino a tal punto negligentissimi.

Questa negligenza scorre dappertutto e con il suo veleno non solo infetta la volontà facendole aborrire l'opera, ma acceca anche l'intelletto perché non veda quanto vani e mal fondati siano i proponimenti di eseguire per l'avvenire presto e diligentemente quello che, dovendosi effettuare allora, volontariamente si lascia del tutto oppure si rimanda ad altro tempo. Né basta eseguire presto l'opera dovuta, ma bisogna farla nel tempo proprio richiesto dalla qualità e dall'essere di quell'opera e con tutta quella diligenza ad essa conveniente, perché abbia ogni possibile perfezione. Infatti non è diligenza, ma finissima negligenza fare l'azione prima del tempo e sbrigarsela presto e senza farla bene, perché poi quietamente ci diamo al riposo accidioso, al quale era fisso il nostro pensiero mentre con rapidità si compiva l'azione. Tutto questo gran male avviene perché non si considera il valore della buona opera fatta a suo tempo e con l'animo risoluto ad andare incontro alla fatica e alla difficoltà, che il vizio della negligenza porta ai principianti.
Tu dunque devi spesso considerare che una sola elevazione di mente a Dio e una sola genuflessione fatta in suo onore vale più di tutti i tesori del mondo; e che ogniqualvolta facciamo violenza a noi stessi e alle passioni viziose, gli angeli portano all'anima nostra dal regno del cielo una corona di gloriosa vittoria. Che al contrario a poco a poco Dio va togliendo ai negligenti le grazie loro concesse, e ai diligenti le aumenta facendoli poi entrare nel suo proprio gaudio. Se tu nei primi inizi non sei tanto forte da andare generosamente incontro alla fatica e alla difficoltà, le devi nascondere in modo che sembrino più piccole di quanto dai negligenti siano giudicate.

Ammettiamo pure che il tuo esercizio richieda molti e molti atti e una fatica diuturna per acquistare una virtù, e che i nemici da espugnare ti paiano molti e forti. Tuttavia comincia tu a produrre atti, quasi che ne abbia pochi da fare e che per pochi giorni debba faticare; e combatti contro un nemico come se non ve ne fossero altri da combattere, però con una confidenza grande che tu con l'aiuto di Dio sei più forte di loro. Così facendo, la negligenza comincerà a debilitarsi e a disporsi poi in modo che vi entri di mano in mano la virtù contraria.
Lo stesso dico dell'orazione. Talvolta il tuo esercizio richiede un'ora di orazione e questo sembra duro alla tua negligenza: immergiti in essa quasi volessi pregare per lo spazio di un ottavo d'ora, perché facilmente passerai all'altro e da questo a quello che rimane. E se in ciò talora nel secondo o negli altri ottavi sentissi ripugnanza e difficoltà troppo violente, tralascia l'esercizio per non infastidirti; riprendi però di li a poco di nuovo l'esercizio tralasciato.
Tale metodo devi osservare anche nelle opere esteriori quando ti accade di dover fare più cose per le quali, parendo esse alla tua negligenza molte e difficoltose, tu vieni a disturbarti tutta. Con tutto ciò comincia coraggiosamente e tranquillamente da una, come se non avessi altro da fare; così facendo diligentemente, riuscirai a compierle tutte con molta minor fatica di quello che ti sembrava nella tua negligenza. Se tu non farai nel modo suddetto e non andrai incontro alla fatica e alla difficoltà che ti si mostrano, il vizio della negligenza prevarrà talmente su di te che la fatica e la difficoltà, che comporta inizialmente l'esercizio delle virtù, ti terranno ansiosa e insofferente non solo quando saranno presenti ma anche quando saranno assenti: infatti temerai sempre di essere tormentata e assalita dai nemici e di vederti qualcuno alle spalle che ti imponga qualche cosa; per cui nella stessa tranquillità vivresti inquieta.

Sappi, figliuola, che questo vizio della negligenza con il suo nascosto veleno a poco a poco non solo fa marcire le prime e piccole radici che dovevano produrre le abitudini virtuose, ma anche quelle delle abitudini già acquisite. Come fa il tarlo dentro il legno, così esso va rodendo e consumando insensibilmente l'essenza della vita spirituale; e a ognuno, ma particolarmente agli spirituali, il demonio tende insidie e tranelli con questo mezzo.
Vigila, dunque, pregando e operando bene, e non aspettare a tessere il panno per la veste nuziale allorquando dovrai esserne ornata per incontrare lo sposo (cfr. Mt 2 5,6. 10). E ricordati ogni giorno che chi ti dà la mattina non ti promette la sera, e, se ti è data la sera, non ti viene promessa la mattina. Perciò spendi tutti i momenti della giornata secondo il volere di Dio proprio come se non ti fosse concesso altro tempo, tanto più che di ogni momento dovrai rendere minutissimo conto.

Concludo avvertendoti di reputare come perduta quella giornata in cui, pur avendo fatto molte faccende, non avrai ottenuto parecchie vittorie contro le cattive inclinazioni e contro la tua volontà, né avrai ringraziato il tuo Signore dei suoi benefici e particolarmente della sua penosa passione sofferta per te, nonché del paterno dolce castigo quando ti avrà fatta degna del tesoro inestimabile di alcune tribolazioni.

Digiuno, virtù dimenticata?

Il j’accuse dell’esperto Massimo Salani: «Tra i cattolici è sparito il senso della rinuncia a tavola. Nel Medioevo ci si asteneva per prepararsi alle solennità. Oggi occorre attenzione al costo dei cibi.
Ma il no alle vivande deve essere sempre accompagnato da preghiera e carità»


DA P ISA
A NDREA B ERNARDINI
« I
nostri antenati? Digiunavano o si astenevano dalle carni fi­no a centocinquanta giorni al­l’anno: in Avvento e in Quaresima, pri­ma della Pentecoste e di ogni festa ma­riana. Oggi è persino raro trovare chi os­serva il digiuno almeno il Mercoledì del­le ceneri ed il Venerdì Santo». Scuote la testa Massimo Salani, 51 anni, sposato e padre di una figlia, mantovano di ori­gine e pisano di adozione, docente di patrologia e storia delle religioni all’I­stituto teologico interdiocesano Mon­signor Enrico Bartoletti a Camaiore e in­segnante di religione e vicepreside all’i­stituto alberghiero Matteotti a Pisa. Sa­lani ha studiato e scritto molto del rap­porto tra credenti e cibo. Portano la sua firma A tavola con le religioni (Edb), con il quale ha vinto il premio nazionale di storia e saggistica nel 2001 a Novara; Il maestro di tavola (sempre Edb), molto utilizzato in tutti gli istituti alberghieri e turistici d’Italia, e diverse altre pubbli­cazioni. E numerosi contributi ad altre pubblicazioni a tema: l’ultimo, Invitati al banchetto di Dio( Edizioni Plus), in u­scita nelle prossime settimane.
Professor Salani, quale significato at­tribuiscono i cattolici al digiuno eccle­siastico?

«Il digiuno prepara il nostro corpo al­l’incontro con il Signore. Chi ha inten­zione di ricevere l’Eucarestia è sempre tenuto a un digiuno da cibi e bevande per almeno un’ora».

Il digiuno è una prassi consolidata an­che
in altre religioni...
«I musulmani si astengono dal cibo e dalle bevande dal sole al tramonto nel mese lunare di Ramadan; molti indui­sti digiunano nei giorni di festa, al con­trario dei cristiani che santificano la do­menica anche a tavola: è stato lo stesso Gesù a ricordarci di non digiunare quan­do c’era lui (Mt 9,15). Gli ebrei digiuna­no per il giorno del Yom Kippur (è il no­no giorno del mese di Av), anche se quel­li ortodossi osservano il digiuno tutti i lu­nedì ed i giovedì. Tra i cristiani, i più at­tenti alla prassi del digiuno sono gli or­todossi. I cattolici hanno perso, nei se­coli, il senso del digiuno: nel Medioevo lo osservavano per prepararsi a tutte le maggiori festività, oggi faticano a ri­spettarlo
due gior­ni l’anno».
Quale rapporto hanno i credenti con la carne?

«Induisti e buddi­sti non mangiano nessun tipo di car­ne: a loro è impe­dito di uccidere o­gni essere 'sen­ziente'. Infatti so­no vegetariani. Ai cattolici è raccomandata l’astinenza dal­le carni tutti i venerdì dell’anno – ecce­zion fatta per quelli che coincidono con
una solennità».
Da quali carni astenersi?

«Le carni degli animali terrestri. È inve­ce possibile consumare del pesce, pur­ché non sia grasso, come nel caso del­l’anguilla o della capitona. Bene invece il pesce azzurro, molto conosciuto in Toscana: come ha 'certificato' il pa­leontologo pisano Francesco Mallegni, anche Santa Bona ne faceva uso».

La scelta si fa difficile. C’è un criterio semplice semplice per capire quali so-

no i cibi che possono essere consuma­ti
e quali, invece, no?
«I cuochi, per mettersi d’accordo su quali sono i cibi sì nei giorni in cui è pre­scritta l’astinenza, usano un termine tecnico: 'bianco mangiare'. Che è cosa ben diversa da 'mangiare in bianco'; e ci dice che a tavola deve essere servito un piatto più povero. quindi sì al riso (ma senza ricchi condimenti) e al latte: sono bianchi, e il bianco, colore della purezza, è un naturale richiamo alla Quaresima; sì dunque anche al pesce 'povero'. Nel Medioevo, a

Massimo Salani

Pisa, il piatto classico della Quaresima e di tutti i giorni in cui era prescritta l’a­stinenza, era la ribollita, molto apprez­zata anche dai signori locali. Ma tutta la penisola conosceva piatti quaresimali: il brodo di pesce (preparato in Liguria), le lagane e ceci (ricetta della Basilicata), o le orecchiette con le cime di rapa (ti­piche della Puglia): ieri come oggi aiu­tano la celebrazione del tempo quare­simale anche a tavola».

È pur vero che alcuni cibi che un tem­po erano considerati poveri, oggi co­stano un occhio della testa.

«È così. La nostra selezione dovrebbe
tener conto non solo delle qualità orga­nolettiche di un alimento, ma anche del prezzo indicato in etichetta. Quello del valore del cibo era un problema che si ponevano anche i nostri antenati. Il ca­so forse più eclatante è quello del for­maggio: alimento sì bianco, ma che molti consideravano 'ricco'. Di lì il pro­verbio: 'Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pe­re' ».
Riepilogando.

«La Chiesa ci indica un obiettivo: la pu­rificazione, necessaria a prepararsi alla festa. Ciascuno, in coscienza, sa come raggiungerla. Insomma, secondo la leg­ge dell’amore, e non la legge per la legge, an­che la penitenza è creativa. E sempre de­ve essere accompa­gnata dalla preghiera e da un gesto di carità. Ovvero: rinunciare a qualcosa per donarlo a chi è meno fortunato di noi».

Oggi alcuni cristiani non mangiano carne pregustando l’habitat che po­trebbero trovare in Paradiso. Fanno be­ne?

«La loro scelta è rispettabilissima. In Ge­nesi si legge che Adamo ed Eva segui­vano una dieta vegetariana. E però la stessa Bibbia ci dice che, concluso il di­luvio universale, Dio stipulò una nuova alleanza con l’uomo, concedendogli di bere del vino e di mangiare carne, pur depurata dal sangue. Gesù stesso, da buon ebreo, ha sicuramente mangiato della carne, almeno del cosciotto di a­gnello, nel giorno della Pasqua».

« Gesù? Non era vegetariano. Il primato dell’astinenza va agli ortodossi. Invece l’indù non mangia nei giorni di festa»



© Copyright Avvenire 31 marzo 2010

Éloi Leclerc. LA SAPIENZA DI UN POVERO


http://www.frammentiarte.it/dal%20Gotico/Gentile%20da%20Fabriano%20opere/8%20gentile%20da%20fabriano%20-%20san%20francesco%20riceve%20le%20stimmate.jpg




QUANDO NON C'È PIÙ PACE


Abbandonata che ebbero la strada polverosa ed assolata dove camminavano già da due lunghe ore, frate Francesco e frate Leone s'erano inoltrati per un viottolo che li portava, attraverso i boschi, alla montagna. Essi procedevano a gran fatica, esausti ambedue. Avevano sofferto un gran caldo durante il loro cammino in pieno sole sotto il peso del loro saio marrone. Ora essi apprezzavano più che mai l'ombra che li investiva dal folto degli aceri e delle querce.

Ma la salita era dura, ed i loro piedi nudi calpestavano ad ogni passo pietre pungenti.

Giunto ad un tratto di strada ancora più ripido, Francesco s'arrestò sospirando. Allora il suo compagno, che lo precedeva di qualche passo, s'arrestò anche lui, e, rivolgendosi a Francesco, gli chiese con tono di voce rispettosa e cordiale:

- Vuoi tu, Padre, che riposiamo qui per un momento?

- Sì, volentieri, fratello Leone - replicò Francesco.

I due frati si misero a sedere l'uno accanto all'altro, appoggiando la schiena al tronco di una enorme quercia.

- Mi sembri molto stanco, Padre - disse Leone.

- Sì, lo sono invero - replicò Francesco. - Ed anche tu devi esserlo, senza dubbio. Ma lassù, nella solitudine della montagna, ci riprenderemo. Era ormai tempo ch'io partissi. Non potevo più rimanere in mezzo ai miei frati.

Francesco tacque, chiuse gli occhi e rimase a lungo immobile, tenendo le mani incrociate sulle ginocchia e la testa appoggiata al tronco dell'albero. Leone lo osservò allora con grande attenzione, e ne fu spaventato. Il viso di Francesco, non che solcato ed emaciato, era pur disfatto e soffuso di una profonda tristezza. Non c'era più traccia di luce su quel volto già tanto radioso. Non c'era che l'ombra dell'angoscia, di un'angoscia repressa e radicata giù nel profondo dell'anima che ne veniva piano piano soffocata. Il suo viso pareva quello di un uomo alle prese con una tremenda agonia. Un'aspra ruga ne solcava la fronte e la bocca aveva una piega amara.

Sulla loro testa una tortora nascosta tra le foglie della quercia, modulava un canto lamentoso. Ma Francesco non la intese, tutto preso dai suoi pensieri. Questi lo riconducevano sempre, suo malgrado, alla Porziuncola. Il suo cuore era attaccato a quel po' di terra nei pressi di Assisi, e alla sua chiesetta di Santa Maria che lui, con le sue mani aveva restaurata. Non era lì che quindici anni innanzi, il Signore gli aveva concesso la grazia di cominciare a vivere in compagnia di pochi frati secondo lo spirito del Vangelo? A quel tempo tutto era bello e luminoso come una primavera umbra. I frati costituivano una vera comunità di amici. I rapporti tra loro erano facili, semplici e trasparenti. Una trasparenza di fonte. Ognuno si sentiva sottomesso a tutti e non aspirava che a conformarsi alla vita e alla povertà di Cristo Signore. Il Signore stesso aveva benedetto l'esiguo sodalizio. Questo s'era fatto sempre più numeroso. E attraverso l'intera Cristianità s'eran viste fiorire tante piccole comunità di frati. Ma ora quell'edificio pareva stesse per crollare. L'unanime amore della semplicità s'era esaurito. Si facevano aspre e laceranti dispute fra i frati. Taluni d'essi, neofiti eloquenti e influenti, affermavano impassibili che la Regola non rispondeva più ai bisogni della Comunità. Avevan le loro idee sulla questione. Era necessario, dicevano, inquadrare questa folla di frati in un Ordine ben saldo e gerarchico. A tal fine era d'uopo ispirarsi alla legislazione dei grandi Ordini antichi e non esitare a fondare istituzioni vaste e durevoli che avrebbero costituito un valido appoggio per l'Ordine dei frati minori. Perché, aggiungevano essi, nella Chiesa, come in ogni luogo, si ha il posto che si occupa.

Costoro, pensava Francesco con un certo senso di tristezza, non hanno il gusto della semplicità e della povertà evangelica.

Egli li vedeva intenti a scalzare l'opera sua, già edificata con l'aiuto del Signore. Questa visione lo faceva soffrire amaramente. E poi c'erano gli altri: tutti coloro che in nome della libertà evangelica, o per aver l'aria di disprezzarsi, si concedevano ogni sorta di fantasie e di capricci di pessimo gusto. La loro condotta turbava i fedeli e screditava la famiglia dei frati. Anche costoro scalzavano l'edificio del Signore.

Francesco riaperse gli occhi e, guardando fisso davanti a sé, prese a mormorare:

- Ci sono troppi frati minori.

Poi, di colpo, come per disperdere questa idea importuna, si alzò e si rimise in cammino.

- Ho fretta - soggiunse - d'arrivare lassù e di ritrovarvi un vero nido di Vangelo. Sulle montagne l'aria è più pura e gli uomini sono più vicini a Dio.

Frate Bernardo, Rufino e Silvestro saranno felici di rivederti, - disse Leone.

- Anch'io li rivedrò con gran piacere - replicò Francesco. - Essi mi sono rimasti fedeli, sono compagni della prima ora.

Leone camminava dinanzi. Francesco lo seguiva a gran fatica; rievocando l'ultimo suo soggiorno alla Porziuncola durante il quale si era adoperato a ricondurre i suoi frati alla loro vocazione. L'ultimo capitolo generale della Pentecoste li aveva riuniti tutti insieme. In quell'occasione Francesco aveva parlato chiaro. Sennonché, si era subito accorto che parecchi frati non parlavano più il suo stesso linguaggio. Cercar di convincerli sarebbe stata fatica sprecata. Allora Francesco si era alzato in piedi al cospetto dei suoi tremila frati riuniti. Era fiero e corrucciato come una madre alla quale si vogliono strappare i figli. Egli aveva affermato gridando: "Il Vangelo non ha bisogno di giustificazioni. Lo si accetta o lo si rifiuta". I suoi primi discepoli, i compagni fedeli, erano raggianti. Speravano essi che Francesco avrebbe ripreso in mano, ben salda, la direzione dell'Ordine. Ma le sue forze fisiche venivano meno. Egli era tornato dalla Palestina in deplorevoli condizioni di salute. Per tener testa ai dissidenti bisognava disporre di un uomo forte dal temperamento di capo. Il Cardinale Ugolino, protettore dell'Ordine, consigliava il fratello Elia. E Francesco aveva approvato non senza qualche apprensione.

In quanto a lui, malato di fegato e di stomaco, con gli occhi infettati e bruciati dal sole d'Oriente e dalle sue stesse lacrime, aveva deciso di tacere e di pregare. Ma una cappa di tristezza gli pesava addosso. La tristezza gli contaminava l'anima come una specie di ruggine e gliela divorava notte e giorno. Molto oscuro gli appariva il futuro del suo Ordine. Egli ne prevedeva le scissioni, poiché gli erano ben noti i cattivi esempi forniti da taluni frati e lo scandalo suscitato presso i fedeli. Lo stesso frate Elia, capo dell'Ordine, esibiva atteggiamenti da gran signore, favorendo in tal modo i riformatori. Il dolore di Francesco era tale da non potersi nascondere. Egli non poteva più mostrare ai suoi frati il volto aperto e cordiale di sempre. Perciò Francesco ora si allontanava da essi e andava ad occultare la sua pena tra i monti e nel folto delle selve.

Egli aveva stabilito di ritirarsi in uno di quegli eremi da lui stesso fondati pochi anni prima sui contrafforti appenninici. Lassù, almeno, in quel silenzio e in quella solitudine non avrebbe più sentito parlare di cattivi esempi. Lassù avrebbe potuto vivere d'astinenza e di preghiera fino al giorno in cui il Signore, avendo pietà di lui, si fosse degnato di apparirgli.

Giunti al sommo della prima collina, Francesco e Leone scorsero dinanzi a loro la piccola montagna boscosa dov'era nascosto l'umile rifugio dei frati. Essi si arrestarono un istante a contemplare quella verde piramide fiorita sulla proda di un contrafforte appenninico. La flora rigogliosa mascherava l'asprezza selvaggia del luogo. L'altro versante, che non si vedeva da lì, ma che Francesco conosceva bene, era molto più dirupato: un vero ammasso di rocce. Al di sopra del monte, per quanto l'occhio potesse spaziare, il cielo era tutto sereno e luminoso. Era una bella sera tranquilla dell'estate morente. Il sole s'inabissava dietro la cresta dei monti. Non ne restava ormai più che un vapore di luce. Cominciava a far freddo, ed una leggera nebbia azzurrina prendeva a diffondersi per ogni dove sui burroni violacei.

Il sentiero saliva ora, serpeggiando lungo il fianco della montagna. I due frati procedevano lenti e silenziosi. Francesco camminava un po' curvo, con gli occhi fissi al terreno. Camminava col passo grave di un uomo piegato da una soma eccessiva. Non era il peso degli anni che lo affaticava così. Era sulla quarantina, e non più. Né il peso delle sue colpe, benché non si fosse mai, come ora, sentito tanto colpevole agli occhi di Dio. E neppure la preoccupazione del suo Ordine in generale lo affaticava. Francesco non conosceva l'Ordine in un modo generico. Come del resto egli non conosceva nulla in maniera generica. Ci voleva ben altro per abbatterlo, che delle vedute astratte. Il suo lento passo affaticato dipendeva dalle preoccupazioni che egli nutriva per ciascuno dei suoi frati in particolare. Quando pensava ai suoi frati - e non cessava più di pensarci - egli rivedeva ciascuno di loro con la sua fisionomia, le sue gioie e le sue sofferenze personali alle quali egli prendeva viva parte. Francesco avvertiva il dramma che si svolgeva allora nell'anima di molti suoi figli, e ne coglieva le sfumature più intime in modo profondo e straziante. Aveva il dono di sentire intensamente - quasi un istinto materno che gli veniva, forse, da sua madre Pica. "Se una madre nutre ed ama suo figlio secondo la carne, soleva ripetere Francesco, quanto più dovremo noi nutrire i nostri fratelli secondo lo Spirito".

Quand'era giovane e viveva nel mondo, la sua ricca sensibilità faceva di lui un essere molto ricettivo e vulnerabile. Essa lo rendeva vibrante a tutto ciò che fosse vivo, giovane, nobile e bello: alle prodezze dei cavalieri, ai poemi delle corti d'amore, agli splendori della natura, agli incanti dell'amicizia. Quella stessa sensibilità lo rendeva più compassionevole verso le miserie della povera gente, e lo scuoteva tutto allorché un mendico gli si rivolgeva con le parole: "Per l'amore di Dio". La sua conversione non aveva distrutto questa sua sensibilità. Non ne aveva spezzato alcuna molla. L'aveva soltanto resa più profonda e più pura. Dio gli aveva fatto sentire quanto la sua vita fosse vana: Francesco era diventato più attento a richiami più profondi, quali il richiamo, ad esempio, del lebbroso che, incontrato un giorno nella campagna d'Assisi, Francesco abbracciò superando ogni disgusto; ed il richiamo del Crocifisso della chiesetta di San Damiano, che, animatosi sotto il suo sguardo, gli aveva detto: "Va', Francesco, e restaura la mia casa che, come vedi, sta cadendo in rovina". Il suo sentimento, già forte, si era approfondito; e lo aveva reso sempre più disponibile al dolore e capace di soffrire.

Ora il giorno volgeva al suo termine. Faceva già buio sotto gli olmi e i pini arrampicati sulla roccia. Nel folto dei boschi s'udì il grido di un uccello notturno. Frate Leone disse:

- Non arriveremo prima di notte.

Francesco non disse nulla. Egli pensava che era meglio giungere col buio. I frati dell'eremo non si sarebbero accorti della sua tristezza.

Passarono accanto alla piccola fonte dove i frati venivano ogni giorno ad attingere acqua ed il cui mormorio ne rivelava la presenza nell'ombra del bosco. Ora la meta era vicina e Francesco sentì un dubbio nel cuore. Egli era solito esclamare, giungendo ad una casa: "Pace a questa casa", come comanda il Signore nel Vangelo. Ma aveva tuttora il diritto di dirlo? Non era forse una slealtà da parte sua questa offerta d'un bene ch'egli era ben lungi dal possedere? E come avrebbe potuto presentarsi nella veste di un messaggero di pace, lui che non disponeva di pace in cuor suo? Francesco alzò gli occhi al cielo. Tra i rami dei pini che s'infoltivano lungo il sentiero, appariva un sottile nastro di cielo oscuro. S'accendevano le stelle in cielo. Francesco sospirò. Nella notte dell'anima sua non c'erano stelle. Ma bisognava forse attendere l'alba per seguire il Vangelo e per aderire all'invito del Signore?

I due frati raggiunsero in quel momento il luogo ove sorgevano il piccolo oratorio e l'eremo. Frate Leone girò intorno alla casa, mentre Francesco, alzando la voce, salutò nel silenzio della notte:

"In nome del Signore, sia Pace a questa casa".

E l'eco nei boschi gli rispose: "...a questa casa".



SOLO NELLA NOTTE


In faccia al piccolo oratorio si ergeva la casa dei frati. Ma si poteva veramente chiamarla casa questa?

Era una capanna ricoperta di rami, capace di cinque o sei persone soltanto. La luce del giorno vi penetrava a gran fatica da una finestrella aperta nel muro. Il pavimento era di nuda roccia. Il mobilio consisteva in una panca di pietra e in una grande croce di legno nero che pendeva dalla parete. Pochi pietroni, disposti in un angolo del vano, costituivano un focolare. Questa capanna serviva ai frati da cucina, da refettorio e da luogo di riunioni. Ma i frati non vi abitavano. Le loro celle si aprivano, non lontane, sul versante scosceso della montagna. Erano grotte naturali le celle, grotte profonde alle quali si accedeva attraverso un ammasso di rupi. Per giungere a quei nidi oscuri scavati nella muraglia, ci sarebbero voluti uomini simili a camosci agili, leggeri ed aerei. S'apriva qua e là il precipizio sotto i passi dei viandanti.

L'arrivo di Francesco e di Leone all'eremo non aveva provocato nulla di nuovo, né di diverso, nella solita esistenza dei frati. Del resto, questa era molto semplice. Lassù si seguiva la regola che Francesco stesso aveva dettato per gli eremi. «Coloro che intendono vivere da religiosi negli eremi, aveva prescritto Francesco, vi abiteranno a gruppi di tre, o quattro frati soltanto. Due di essi si occuperanno delle cose materiali e provvederanno al cibo per tutti gli altri. Siano essi come le madri e considerino gli altri come loro figlioli. Essi vivranno come Marta, mentre gli altri due frati non faranno che pregare. Poi, a turno, si scambieranno le loro mansioni».

Due frati si incaricavano, così, di provvedere alla vita materiale delle piccole comunità, mentre gli altri due si dedicavano in tutta libertà alla preghiera. In quel luogo selvaggio e dirupato, dove ci si muoveva tra ardue scalate e discese veloci e pericolose, il corpo stesso si faceva più agile e leggero, sempre più docile ai comandi dello spirito. Per vivere questa vita di preghiera si rendeva necessario un temperamento da acrobata. Bisognava camminare sulle mani, senza paura, perdendo brandelli di tonaca stracciata dalle sporgenze delle rocce. Francesco pensava che tali acrobazie fossero un modo, anch'esse, di render lode a Dio. Il corpo e l'anima, saldamente congiunti tra loro, partecipavano in tal modo allo stesso slancio e ritrovavano la loro unità nella vera pace dello spirito. Ed era questa una grande saggezza.

Questa esistenza, spogliata d'ogni comodità, non tollerava più nessun artificio. L'uomo vi veniva costretto ad attingere la verità, e nulla più. Ci si faceva sobri di parole e di gesti. Gli stessi sentimenti si placavano e si facevan più semplici. E ciò non era dovuto né a letture, né a meditazioni; ma soltanto a quella santa e dura obbedienza alle cose, provocata dalla povertà allorché questa viene accettata in tutto il suo rigore. Era una scuola dura che insegnava a sentire diversamente dal solito, con maggiore semplicità e più aderenza alle cose.

I soli libri conosciuti all'eremo erano quelli liturgici, il Messale e il Libro delle ore canoniche. Per tutti i frati ce n'era un solo esemplare. La parola di Dio, contenuta in quei libri, vi riacquistava tutto il suo significato ed il suo fior di poesia. Essa non vi appariva né consunta né offuscata dal peso d'altre letture. Nulla aiuta, infatti, a gustare e a capire la Parola della Salvezza quanto il vivere pericoloso e malcerto. La minaccia delle intemperie ci fa sentire il valore di un tetto. Inoltre, l'assenza di ogni appoggio umano e d'ogni sostegno ci fa sentire quanto siano vere le seguenti parole: «La mia roccia, il mio baluardo sei Tu». Allora l'uomo può vedere senza paura la sua vita tremare come il fragile stelo di un'orchidea selvaggia sullo spacco di una roccia al di sopra di un precipizio. Quando, di sera, i frati recitavano, riuniti nel piccolo oratorio, il versetto: «Proteggici, o Signore, come la pupilla degli occhi Tuoi», essi sentivano di dire qualcosa di grande e di forte! Tutte quelle formule serbavano per essi il gusto delle cose reali. Non stavano Dio da una parte e la realtà dall'altra. Dio stesso era reale nel cuore delle cose reali.

Francesco aveva risentito spesso il beneficio di questa esistenza solitaria. Vari giorni erano ormai trascorsi dal suo arrivo all'eremo. Ma questa volta il suo cuore non ritrovava più la pace. Ogni mattina, di buon'ora, Francesco assisteva alla Santa Messa celebrata da frate Leone. Poi si ritirava nella solitudine e pregava a lungo, in preda a profonde angosce.

Gli pareva allora che Dio si fosse allontanato da lui, e si chiedeva se non avesse, forse, presunto troppo dalle sue deboli forze. In quel momento Francesco ricorreva alla preghiera dei Salmi per dar voce al suo sconforto. «Tu hai allontanato da me i miei amici, diceva a Dio. Sono diventato uno straniero fra i miei stessi fratelli. I miei occhi si consumano nel dolore. Tendo le mie mani verso di Te.

E Tu, perché respingi l'anima mia? Perché mi nascondi la tua faccia? Sono pieno di terrore e di turbamento».

Ma la sua preghiera si faceva ancor più insistente al dir questo versetto: «Insegnami le Tue vie, o Dio, o Eterno».

In questa supplica si riversava tutta l'anima sua.

Egli dava voce al suo desiderio imperioso che era di conoscere i disegni di Dio al suo riguardo. Più non sapeva quel che Dio volesse da lui, e più si chiedeva angosciato cosa dovesse fare per riuscirgli gradito. Fin dai tempi della sua conversione, Francesco non aveva mai desistito dal tendere al Bene. Egli credeva d'essersi lasciato condurre da Dio. Ed ecco che ora ne subiva uno scacco. Nel seguire la povertà e l'umiltà di Cristo, Francesco non aveva aspirato che alla Pace ed al Bene. E sotto ai suoi passi era nata la zizzania, e s'era messa a fiorire abbondante.

Spesso la sua preghiera si prolungava fino a tarda ora nella notte. Una sera, mentre era intento a pregare, si scatenò una forte tempesta. S'era già fatta notte, ed era una notte pesante e tenebrosa, squarciata da improvvisi lampi accecanti. In lontananza si udiva il tuono che ruggiva sordo. A poco a poco quel tumulto si venne avvicinando, finché tutto l'impeto della tempesta non si fu raccolto al di sopra dell'eremo. Ogni tuono sembrava una pesante mazzata contro la montagna. Dapprima s'udiva nell'alto dei cieli uno stridore come di tela squarciata, poi s'udiva uno spaventoso strepito che echeggiava a lungo tra i monti. Pareva allora che lo sfacelo del cielo proseguisse sotto la terra in un boato di terremoto diffuso.

Solo, nella notte, anche Francesco tremava. Ma non era la sua la solita paura che gli uomini sentono quando la loro vita è in pericolo. Egli tremava per la paura di non riconoscere i disegni di Dio al suo riguardo. Egli si chiedeva cosa mai Dio volesse da lui, e temeva di non udirne la voce. In quella notte la voce di Dio si fondeva con lo schianto dell'uragano. E Francesco tendeva l'orecchio per coglierne il richiamo.

E cosa mai diceva quella voce che risuonava nelle tenebre squarciate ad ora ad ora dal guizzo di fuoco dei lampi? Essa proclamava la vanità dei beni terreni. Essa affermava che la carne è simile all'erba dei campi che fiorisce al mattino e che cade, disseccata da un vento bruciante, la sera stessa. Poi la voce riprendeva in lontananza lo stesso tema, in tono più grave e più sordo, in un rullio prolungato che si perdeva al di là dei monti. E che altro diceva quella voce? Diceva che la gloria di cui Dio si circonda è terribile. E diceva che nessuno può vedere Dio, se non morendo e passando attraverso l'acqua e il fuoco.

Il fuoco cadeva dal cielo, ed in quel momento l'acqua si mescolava col fuoco. Furon dapprima grosse gocce rade, poi una pioggia dirotta e torrenziale che, cadendo sulle rocce, prendeva a scorrere per ogni dove verso l'abisso. La pioggia si rovesciava sui monti, simile ad un immenso battesimo. Era un invito ad una purificazione universale. Francesco contemplava e stava in ascolto. Egli stava immobile al riparo di una rupe. Non era più il tempo d'andar per il mondo a predicare il Vangelo, né era tempo di raccogliere i suoi frati e di ammonirli. Non era più il caso di fare qualcosa; ma solo di restare immobile al par della montagna nella notte tenebrosa squarciata dai fulmini, al fine d'accoglier l'acqua ed il fuoco dal cielo e farsene purificare. Questa voce era misteriosa e non facile a intendersi.

La pioggia era cessata. S'era levato un vento che soffiava freddo sui monti. Lontane e pallide, poche stelle rabbrividivano in cielo. Pareva che il vento fosse sempre sul punto di spegnerle. La notte si manteneva tenebrosa. Non si vedeva a pochi passi dinanzi. Tutte le cose annegavano nel buio. Non si distingueva più nulla, neppure l'albero dalla rupe, pur familiari. Eran tutte ombre informi che si confondevano nella notte. Il contorno delle cose s'era cancellato, e lo sguardo era ridotto a perdersi dentro uno spazio oscuro e senza fondo. È duro accettare questa soppressione del mondo visibile e tener testa al gran nulla. È duro mantenersi sveglio in mezzo a questo deserto di tenebre, dove non solo gli esseri familiari hanno perso il loro risalto, la loro voce e perfino il loro nome, ma dove la stessa presenza divina sembra cancellata. Francesco aveva desiderato la povertà e l'aveva sposata, com'era solito dire. Ed in questo momento della sua vita si sentiva povero, dolorosamente povero al di là di tutto quanto aveva potuto sognare.

In altri tempi, quand'egli si ritirava su quel monte, tutto gli parlava di Dio e della sua grandezza. La natura selvaggia gli ispirava il senso della Maestà divina. Egli se ne sentiva sostenuto come l'uccello marino dall'impeto dei flutti. Ma questa era l'ora della bassa marea, e Francesco ne era oppresso e ansimante, simile al pesce gettato fuori acqua.



L'ULTIMA STELLA


Dopo qualche tempo si vide arrivare all'eremo frate Angelo. Il suo arrivo fu una sorpresa per tutti. Il frate disse di essere stato inviato da sorella Chiara a chiedere a Francesco di gradire di recarsi presso di lei. Essa aveva gran bisogno di vederlo. Se in quel momento essa desiderava tanto rivedere Francesco, era perché dal fondo del suo Monastero di S. Damiano Chiara intuiva le angosce del Padre. Le era stato detto che egli si era rifugiato sui monti per riposarsi, ma Chiara intuì che trattavasi di ben altro. Essa ben conosceva i sentimenti di Francesco e le gravi sue preoccupazioni per una frazione copiosa della comunità. Qualcosa in lei l'aveva avvertita che il cuore del Padre si dibatteva in preda ad una profonda angoscia.

Quando Francesco intese pronunciare il nome di Chiara, il suo sguardo s'illuminò di colpo. Sennonché tornò quasi subito a spegnersi, come un fulmine nel folto delle tenebre. Egli rievocava in quell'istante i più bei giorni della sua vita. Il nome di Chiara si associava nel suo spirito a quei tempi felici e luminosi, quando nessun equivoco offuscava ancora il fulgore dell'ideale evangelico che il Signore stesso gli aveva rivelato. Chiara aveva intuito, meglio di ogni altro seguace, la luce velata di questa forma di vita e se n'era lasciata irradiare dalla testa ai piedi. Ancor giovinetta e di nobili natali, Chiara era venuta a Francesco per conoscere la pura semplicità del Vangelo. Francesco l'aveva consacrata al Signore; e Chiara s'era serbata fedele alla santa Povertà.

- Sia benedetto il Signore per nostra sorella Chiara! Esclamò Francesco, alle parole di frate Angelo.

Ma tosto ebbe voglia d'aggiungere: «Maledetti coloro che abbattono e distruggono ciò che voi, Signore, avete edificato e continuate ad edificare per mezzo dei santi frati di questo Ordine». Ma se ne trattenne: coloro ai quali si rivolgeva l'accusa, non erano lì per intenderla. Inoltre, il maledire lo faceva troppo soffrire. Si limitò a dire a frate Angelo:

- Torna da nostra sorella Chiara e dille che ora non posso recarmi presso di lei. Gliene chiedo scusa e la benedico con tutta l'anima mia.

Pochi giorni dopo, Francesco n'ebbe rimorso. E per dimostrare a sorella Chiara che non la dimenticava e che era sensibile al suo cenno, le inviò frate Leone.

Allorché Chiara vide venire frate Leone, si affrettò a chiedergli:

- Come sta il nostro Padre?

- Il nostro Padre - rispose Leone - soffre sempre molto degli occhi, dello stomaco e del fegato malati. Ma il suo vero male è dell'anima.

Tacque un istante Leone e poi riprese:

- Il nostro Padre ha smarrito il senso della gioia, d'ogni gioia. Egli stesso ci dice che l'anima sua è amara.

Deh, se sapessero il male che gli fanno coloro che tradiscono il suo ideale! La sua stessa vita ne è minacciata.

- Sì, il nostro Padre è in pericolo - soggiunse Chiara. - Ma la mano di Dio lo assiste e lo guida. Dio vuole purificarlo, ne sono certa, come l'oro nella fornace. Egli tornerà a noi, più splendido del sole. L'avvento del Signore nell'anima sua è più certo dell'aurora sulla terra. Ma noi dobbiamo assisterlo e sostenerlo nel corso di questa prova terribile, perché il disgusto non metta radici nel suo cuore. Non basta che il seme germini e produca i suoi frutti; bisogna provvedere a che questi frutti non siano amari. L'amarezza minaccia tutto ciò che fiorisce. L'amarezza è il verme che consuma ogni forma di vita. Il pericolo è questo, frate Leone. Io credo che se il nostro Padre potesse venire qui a trascorrervi qualche giorno, ne avrebbe un gran beneficio. Adoperatevi, vi prego, a strapparlo dalla sua solitudine.

Rientrato che fu all'eremo, frate Leone si recò subito da Francesco. Lo trovò seduto presso il piccolo oratorio e gli comunicò con molto calore la richiesta di sorella Chiara.

- Nostra sorella Chiara prega per me, e questo è l'essenziale - rispose sotto voce Francesco. - Essa non ha alcun bisogno di vedermi in faccia ora. Non avrei che ombra e tristezza da mostrarle.

- Si, Padre - replicò Leone. - Ma essa potrebbe, forse, riaccendervi un po' di luce.

- È il contrario che temo - soggiunse Francesco. - Temo di contaminare l'anima sua col mio turbamento e la mia cecità. Tu non sai, Leone, le mie preoccupazioni. Talora penso che avrei fatto meglio a lavorare con mio padre, a prender moglie ed avere figli come tutti. E una voce mi ripete che non è mai troppo tardi per far bene. Credi tu ch'io possa presentarmi a sorella Chiara con siffatte idee nella testa?

- Sono idee senza peso - disse Leone. - Esse ti turbinano nella testa senza alcuna presa sul tuo spirito. Simili idee non possono né turbarti, né smuoverti.

- Ebbene, ti inganni - replicò Francesco. - Lo possono. Non posso io, infatti, avere ancora figli e figlie?

- Padre, che dici mai? - Soggiunse Leone.

- La pura verità - affermò Francesco. - E perché mai te ne stupisci?

- Perché ti considero un Santo - ribatté Leone.

- Dio solo è santo - esclamò Francesco infervorandosi. - Io non sono altro che un povero peccatore. Capisci, frate Leone, un povero peccatore! La sola cosa che mi rimanga nella mia notte è l'immensa pietà che Dio ha per me. Non posso nutrire alcun dubbio sulla pietà divina. Prega soltanto, o fratello Leone, perché nelle mie tenebre non si spenga ai miei occhi questa mia ultima stella.

Francesco tacque. Poco dopo si alzò, avviandosi da solo verso il bosco. Leone lo seguiva con lo sguardo. Francesco singhiozzava.




IL GEMITO D'UN POVERO


Pochi giorni più tardi, tornando dal bosco dove aveva pregato secondo il suo solito, Francesco trovò all'eremo un giovane frate che stava aspettandolo. Era un frate laico, giunto per chiedergli un permesso. Quel frate amava molto i libri, e avrebbe voluto ottenere dal Padre il permesso di farsene una piccola biblioteca. Desiderava in particolare modo di possedere un Salterio. Se avesse potuto, egli diceva, disporre di tali libri, il suo fervore religioso ne avrebbe avuto uno stimolo. Il suo ministro glielo aveva già concesso; ed ora non gli mancava che il consenso di Francesco.

Francesco ascoltava il frate nella sua richiesta. E vedeva molto più lontano del discorso stesso. Le parole del frate risuonavano agli orecchi di Francesco come un'eco. Gli pareva, infatti, di intendere il linguaggio di taluni Ministri del suo Ordine, entusiasti dei libri e del valore della scienza. Uno d'essi non gli aveva già chiesto infatti, il permesso di raccogliere, per giovarsene, una intera collezione di libri magnifici e preziosi? Con la scusa del fervore religioso, si stava, dunque, per distogliere i frati dall'umiltà e dalla semplicità della loro vocazione.

Inoltre si esigeva l'approvazione di lui, Francesco. Tale consenso, se concesso a quel giovane frate, sarebbe stato, era chiaro, sfruttato dai Ministri. E questo era veramente il colmo.

Francesco si sentì invaso da una fiammata di violenta collera. Ma si irrigidì e si trattenne dal farne segno. Avrebbe voluto essere mille miglia lontano, sottratto allo sguardo di quel frate che, in attesa d'una risposta, ne spiava la minima reazione. Gli balenò in mente un'idea improvvisa.

- Vuoi un Salterio? - esclamò Francesco. - Ebbene, aspetta ch'io vado a prendertene uno.

Francesco s'affrettò verso la cucina dell'eremo, vi entrò, tuffò la mano nel focolare spento, ne raccolse un pugno di cenere e ritornò tosto dal frate.

- Eccolo, il tuo Salterio - esclamò.

E così dicendo, gli strofinò la cenere sul capo.

Il frate non se l'aspettava. Stupito e confuso, non sapeva cosa pensare né che dire. Era chiaro che non capiva.

Teneva la testa reclina e stava in silenzio. Francesco stesso, superata la prima reazione, si sorprese sconvolto innanzi a quel silenzio. Gli aveva parlato un linguaggio rude, forse troppo rude. Avrebbe voluto ora spiegargli il perché di quell'atto e lumeggiargli il proprio pensiero. Avrebbe voluto dimostrargli che non aveva alcun partito preso né contro la scienza, né contro il principio della proprietà in generale; ma che sapeva bene lui, figlio del ricco mercante d'Assisi, quanto fosse difficile possedere qualcosa e mantenersi, al tempo stesso, amico di tutti gli uomini ed in particolare di Cristo. Quando ci si sforza di accumulare dei beni materiali, vien meno l'istinto della solidarietà umana. Né mai si potrà ottenere che un proprietario di beni al sole non si irrigidisca in un atteggiamento di difesa nei riguardi degli altri uomini. Tutto questo Francesco aveva già illustrato al Vescovo di Assisi che si stupiva della eccessiva povertà dei frati.

- Signor Vescovo - gli aveva allora dichiarato - se noi avessimo delle proprietà, dovremmo far uso delle armi per proteggerle.

Il Vescovo se ne era reso ben conto. Gran cosa, questa, che egli conosceva per esperienza. Troppo spesso, in quei tempi, gli uomini di Chiesa dovevano trasformarsi in uomini d'armi per proteggere i loro beni e i loro diritti.

Ma che rapporto c'era tra tutto questo e un Salterio nelle mani di un novizio? Francesco si rendeva ben conto che agli occhi di quel giovane frate tutte queste gravi spiegazioni non potevano apparire se non sproporzionate con l'oggetto stesso della sua richiesta. Non s'era mai sentito Francesco tanto impotente come allora.

- Quando avrai il tuo libro di Salmi - disse infine al frate sperando di farsi capire - che cosa ne farai? Andrai a sederti in poltrona od in trono, come un grande prelato, e dirai al tuo frate: «portami il mio Salterio».

Il frate sorrise un po' impacciato. Egli non coglieva il senso dell'osservazione di Francesco. Questi gli aveva rivelato, celiando, il dramma della proprietà: tutti i nostri rapporti umani deformati, corrotti, ridotti a relazioni fra padroni e schiavi. E tutto questo era conseguenza nefasta della proprietà. E non era necessario possedere molti beni per acquistare mentalità e costume da padrone. Era questa una verità grave, troppo grave perché si potesse sorriderne.

Ma Francesco non aveva dinanzi a sé che un fanciullo. Un povero fanciullo che, incapace di comprendere, valeva la pena di salvare. Ne ebbe grande pietà! Lo prese maternamente per un braccio e lo condusse ad una rupe dove si misero entrambi a sedere.

- Ascoltami bene, fratello - gli disse Francesco. - Vo' farti una confidenza. Quand'ero più giovane, anch'io sentivo la tentazione di possedere dei libri. Mi sarebbe molto piaciuto averne. Sennonché, tutti i libri del mondo non bastano a comunicar la sapienza. Non bisogna confondere la scienza con la sapienza. Qualunque demonio ha conosciuto lui solo verità celesti ed oggi conosce verità terrene più e meglio di tutti gli uomini insieme. Nell'ora del cimento, della tentazione o dello sconforto, anziché di libri avremo bisogno della sola Passione di Cristo.

Francesco tacque un istante, e poi riprese addolorato:

- Ora conosco Gesù povero e crocifisso. Questo mi basta.

Questo pensiero lo rapì improvvisamente tutto intero; vi dimorava come inabissato, gli occhi chiusi, del tutto estraneo a quel che gli accadeva intorno. Quando si riprese, al termine di un lungo silenzio, s'avvide con spavento d'essere solo. Il frate l'aveva lasciato ed era ripartito.

Passavano i giorni, sempre più oscuri agli occhi di Francesco. Era cominciato l'autunno. Forti colpi di vento strappavano agli alberi le loro foglie gialle e rossastre e le facevano turbinare nella luce del sole, come un volo di farfalle. Poi, la foresta prese a spogliarsi a poco a poco. Fra gli alberi nudi solo i grandi pini neri costituivano tuttora qua e là delle macchie d'un verde cupo. I primi freddi si fecero pungenti, messaggeri dell'inverno imminente. Infine l'eremo si destò in un mattino di dicembre, sotto un manto di neve.

Il paesaggio era mutato. Ma a Francesco pareva che il tempo si fosse fermato. Qualcosa si era inchiodato in lui. I giorni e le stagioni proseguivano il loro corso mentr'egli si sentiva escluso dal moto delle creature. Viveva fuori del tempo. Come lo si era visto spesso camminare tutto solo sui sentieri dorati dell'autunno, così lo si vedeva ora procedere come un'ombra sulla neve fresca, sempre alla ricerca di una pace che gli sfuggiva.

Francesco trascorreva, così, lunghe ore, lontano dagli sguardi dei frati. Pregava, ma non più come un tempo aveva pregato nelle chiesette di Assisi, a S. Damiano o alla Porziuncola. Agli occhi suoi Cristo non si animava più. Al suo posto s'apriva un vuoto immenso. Francesco si chiese che mai dovesse fare. Lasciare l'eremo, forse, e tornare in mezzo a tutti i suoi frati? Ma come avrebbe potuto nascondere ad essi la tristezza e l'angoscia dipinte sul suo volto? E che cosa avrebbe detto loro? Restare nella sua solitudine? Ma non avrebbe abbandonato in tal modo coloro che gli erano stati confidati dal Signore? Egli si sentiva responsabile di ciascun frate, come una madre d'ogni suo figlio. Quanti di essi non sarebbero stati turbati, disorientati e strappati per sempre alla loro vocazione per via del suo ostinato silenzio e della sua abdicazione? Talora egli insorgeva furioso contro coloro che volevano strappargli i suoi figli. Talora, poi, prendeva a dubitare anche di se stesso. Si rimproverava le sue colpe, e soprattutto il suo orgoglio.

Mentre Francesco si umiliava innanzi a Dio nella solitudine, le ore passavano. Spesso egli non si ricordava più dei pasti. Egli arrivava in ritardo alle cerimonie della piccola comunità. I frati, d'altronde, non stavan più ad aspettarlo. Così s'era convenuto fra loro. Risentivano tutti dello sconforto del loro padre. Tuttavia, quando egli si trovava in mezzo ad essi, si sforzava di non lasciar trasparire i sentimenti profondi ond'era torturato. Egli si mostrava affabile, tutto dedito ad ognuno d'essi, e buono e generoso. Aveva sempre una buona parola da rivolgere al frate che tornava dalla questua nei rifugi sparsi sul monte. Ma i suoi occhi arrossati e pieni di lacrime non potevano passare inosservati. E neppure la sua estrema magrezza. Tutti lo vedevano deperire di giorno in giorno.

Nel gelo di un mattino d'inverno frate Leone uscì alla ricerca di lui nella neve. Lo trovò inginocchiato contro una roccia, quasi che ne facesse parte. Sembrava pietrificato. Non lontano di lì, un grande pino coperto di neve alzava al cielo il suo enorme mazzo di aghi scintillanti. L'albero rassomigliava ad un gigantesco candelabro d'argento massiccio. Frate Leone aiutò Francesco a rialzarsi, e prese a ricondurlo verso l'eremo, sostenendolo per il braccio come un povero bambino sperduto. Blocchi di neve cadevano dagli alti rami dei pini colmando l'aria d'una polvere bianca. Un freddo glaciale s'impossessava d'ogni creatura. Nel silenzio si udivano gli alberi gemere sotto il morso del gelo. Un pallido sole d'inverno versava i suoi raggi obliqui sulla neve che tutta ne scintillava. Francesco si sentiva accecato da quel riverbero. I suoi occhi malati non potevano sostenere la luce. Si sentiva come un uccello notturno che, tratto fuori dal suo nido, si sorprende abbagliato dalla luce del giorno.

Leone condusse Francesco alla capanna dove i frati avevano acceso il fuoco. Francesco si mise a sedere sulla soglia, incrociò le mani sulle ginocchia e si mise a contemplare lungamente la fiamma senza pronunciare parola. A quando a quando lo assaliva un brivido per tutte le membra. Quando la fiamma si calmava, ne seguiva con lo sguardo ogni inflessione. La vedeva correre da un capo all'altro dei tizzoni, sollevarsi, vacillare, ricadere intorno al legno, spegnersi quasi del tutto; e poi la vedeva slanciarsi di nuovo verso l'alto con un improvviso crepitìo donde sprizzava una polvere di scintille. Ad ora ad ora frate Leone rianimava la fiamma gettandovi una manciata di sterpi secchi. Allora il fuoco insorgeva lucente e bianco. Francesco chiudeva gli occhi per non essere abbagliato, o tendeva le mani per farsene schermo agli occhi.

Leone gli parlava sotto voce. Eran parole, le sue, semplici ed ingenue come quelle che si dicono ad un bambino malato. Francesco lo ascoltava sorridendo. Si sentiva esausto, incapace d'ogni sforzo. Restava immobile, tenendo lo sguardo fisso sulla fiamma che andava smorzandosi piano piano. Essa, già unita e compatta, si suddivideva ora in una folla di fiammelle azzurrine, verdi, rosse ed arancione che scintillavano tutte intorno al ceppo e lo avvolgevano e lo lambivano da ogni parte strappandone un gemito crepitante. Fuori della capanna soffiava il vento e se ne udiva il tumulto delle raffiche. Si sentiva la foresta tremare e gemere, percossa dal turbine. Dinanzi a quel focherello Francesco stava assorto in una lunga meditazione. Un tempo, quando i frati andavano a far legna nel bosco, Francesco li esortava a risparmiare il ceppo perché potesse sperare di rifiorire. Ora, egli si chiedeva perplesso se il ceppo fosse stato sufficientemente risparmiato e se un giorno avrebbe potuto rifiorire di nuovo.



SEMPRE PIÙ TENEBRE


D'inverno la vita è dura negli eremi della montagna. La solitudine vi si fa più vasta e più spaventosa. L'uomo rimane solo, là dove s'è cancellata ogni traccia di vita; solo coi suoi pensieri e coi suoi desideri. Sventurato è colui che affronta la solitudine senz'esservi spinto dallo Spirito. Nel corso di interi giorni tristi e freddi, l'uomo solitario deve starsene rinchiuso nella sua cella. Fuori, la neve s'è distesa su tutti i sentieri, oppure continua a cadere una pioggia gelida. L'uomo è solo al cospetto di Dio, senza alcuna possibilità di scampo. Non dispone di libri per distrarsi, né di alcun compagno che lo assista e lo incoraggi. L'uomo si sente ridotto a se stesso, al suo Dio o ai suoi demoni. Prega. E qualche volta tende l'orecchio anche ai rumori del mondo. Egli non ode più il cantare degli uccelli; non gli giunge che il sibilo del vento sulla neve. Egli trema di freddo. Non ha, forse, mangiato dal mattino. Ed egli si domanda se i frati questuanti gli porteranno qualcosa.

Quando l'uomo ha freddo, si ripiega su se stesso come un animale. E, anziché meditare, gli accade di brontolare e di bestemmiare. L'inverno è sempre duro per i poveri. Il loro tetto è troppo sottile o troppo mal ridotto, perché possa proteggerli dal gelo del vento che si insinua tra le pareti e fin nei cuori percossi da brividi pungenti.

Benché si invochi la povertà e si sia duri e resistenti come la roccia, può darsi che il morso del freddo sia più forte e faccia scricchiolare perfino la pietra. Allora la tentazione si insinua nel cuore ed il suo linguaggio è quello del buon senso: « Perché soffrire tanto? Non è forse follia l'ostinarsi invano a sopportare la fame ed il freddo? È necessario, forse, rinchiudersi in un buco sinistro per servire il Signore? ».

Ma presso le anime superiori la tentazione assume ben altro volto, più nobile e più puro del volgare buon senso: il volto della santità stessa.

Fra tutti i frati dell'eremo, era frate Rufino quello che osservava con più attenzione Francesco. Da mesi lo vedeva trascinarsi a gran fatica, senza reazione, senza slancio e senza gioia. Dapprima ne aveva avuto gran compassione. Poi la cosa prese ad intrigarlo e a renderlo inquieto. Lo torturava quello stato prolungato di tristezza e di abbattimento di cui Francesco soffriva. Tale stato gli pareva fuori luogo. A poco a poco cominciò ad insinuarsi nel suo cuore un dubbio: Francesco era proprio l'uomo di Dio che egli credeva? Non s'era forse sbagliato? Non s'era, forse, illuso troppo presto che fosse un santo? In tal caso, non spettava, forse, a lui, frate Rufino, di raccogliere la sfida e dimostrare di che cosa sia capace un vero santo?

Allora, un messo di Satana si vestì di luce e venne a parlare a Rufino in questi termini: « Cosa ti unisce, frate Rufino, col figlio di Pietro Bernardone? Questi è un uomo stupido, illuso d'essere un rinnovatore. Egli ha ingannato molta gente e si è ingannato lui stesso. Ed ora considera il bel risultato: egli non è più che un povero cencio, senza forza e senza volontà. La piaga che lo fa languire e piangere non è altro che un grande orgoglio ferito e deluso. Prestami fede. Io sono il Figlio di Dio. So ben io chi ho eletto e predestinato. Il figlio di Bernardone è dannato, ed ogni suo seguace è tratto in inganno. Riprenditi, finché sei ancora in tempo. Lascia che questo rinnovatore corra alla sua rovina. Non prestargli più ascolto. Guardati dal riferirgli ciò che ti ho detto, e soprattutto guardati dall'interrogarlo. Egli potrebbe ancora sedurti. Non curarti di lui e prosegui arditamente e semplicemente la tua strada. Segui il tuo istinto di perfezione che io ti ho ispirato come una promessa di eternità. Te ne additano la via gli antichi eremiti che tu mediti. È questa una via sicura, una via già collaudata e benedetta. Imita, dunque, gli antichi, e trascura coloro che vogliono rinnovare ogni cosa prendendone a pretesto il Vangelo».

E l'angelo di Satana esibì più splendente che mai il proprio manto di luce agli occhi di Rufino. Questi ne fu abbagliato e felice. Dio stesso gli aveva, senza dubbio, parlato attraverso quella voce misteriosa.

Da quel giorno Rufino non si fece più vedere in seno alla comunità. Egli voleva vivere, come gli antichi eremiti, nel più completo isolamento, senza veder nessuno. Soprattutto voleva evitare ogni incontro con Francesco. Rufino aveva perso ogni fiducia nel capo. E quando lo vedeva avvicinarsi da lontano, Rufino si affrettava in altra direzione. Da principio, né Francesco né gli altri frati s'avvidero del nuovo atteggiamento di Rufino. Essi avevano tutti un alto concetto di lui. Essi ben sapevano che egli era un uomo dotato d'un profondo fervore. E Francesco li aveva abituati a rispettare la volontà divina nei riguardi di ciascuno di essi. Lui stesso si sarebbe ben guardato dal turbare l'azione di Dio in un'anima.

Ma un giorno, ad una svolta del sentiero nei boschi, Francesco s’imbatté in Rufino. Questi ne fu stupito; e rigirandosi come una bestia impaurita, prese a fuggire nel folto del bosco. Francesco si mise a chiamarlo, ma invano. Questa fuga di Rufino gli aperse gli occhi. Non poteva essere lo spirito del Signore a farlo scappare, bensì piuttosto il Maligno che cerca sempre di separare l'uomo dai suoi fratelli per farlo più facilmente cadere.

Così pensava Francesco.

Pochi giorni dopo, al termine d'una lunga orazione, Francesco mandò Leone a chiamare Rufino.

- Non ho nulla da fare con frate Francesco - ribatté Rufino a Leone. - Non voglio più seguirlo. Ne ho abbastanza delle sue fantasie. Ora intendo vivere una vita solitaria nella quale potrò salvarmi con più certezza che non seguendo le stramberie di Frate Francesco.

- Ma che dici mai, frate Rufino? – esclamò Leone, che non credeva alle sue stesse orecchie.

- Ti scandalizza quel che dico! – ribatté Rufino. - Ebbene, sappi che frate Francesco non è l'uomo di Dio che tu credi. Ora ne ho la prova e ne sono certo. Da mesi e mesi egli si trascina senza slancio, senza volontà e senza gioia. È forse questo l'atteggiamento di un santo? No, certo. Egli si è ingannato ed ora inganna tutti noi. Quando mi obbligò, in nome dell'obbedienza, a predicare senza tonaca, mezzo nudo, nella chiesa di Assisi, credi tu che fosse ispirato da Dio? Non fu che una stramberia, questa sua, una volgare stramberia fra mille altre. Ebbene, quel tempo è finito per me. Egli non mi manderà più a predicare, né a curare i lebbrosi. Il Signore mi ha indicato la mia vera strada.

- Ma chi mai ha potuto metterti in testa tutte queste idee? - chiese Leone atterrito. - Se Dio ti concedesse, sia pure un attimo, di sentire tutte le pene fisiche e morali di Francesco, ti verrebbero meno le forze e imploreresti pietà. Per resistere come fa a tanti dolori, bisogna che Dio lo sostenga. Ha da avere in se stesso la medesima forza di Dio. Rifletti, te ne prego, su questo che ti dico.

- Ho già riflettuto - ribatté Rufino. – Dio stesso mi ha parlato. So ormai a che debbo attenermi nei riguardi del figlio di Pietro Bernardone.

- No, no, non è possibile - protestò tutto sconvolto Leone. - Tu non abbandonerai il nostro Padre. Sarebbe una dannazione per te. E per lui sarebbe un colpo mortale. Per l'amore di Nostro Signore Gesù Cristo ti supplico, Rufino, di cacciare questi pensieri e di tornare in mezzo a noi. Abbiamo tutti bisogno di te. Il demonio lo sa, ed è perciò che cerca di traviarti.

- Vattene, frate Leone - ribatté bruscamente Rufino. - Non importunarmi più a lungo. La mia strada è tutta tracciata dal Signore stesso. Lasciatemi in pace! Non chiedo altro.

Leone tornò da Francesco e gli riferì il suo colloquio con Rufino. Francesco s'avvide del grave pericolo in cui incorreva quest'ultimo e si chiese come avrebbe potuto salvarlo. Lasciò passare qualche giorno, poi rispedì Leone a cercare Rufino. Ma Leone trovò Rufino più ostinato che mai nel suo rifiuto, e dovette tornarsene senza aver ottenuto nulla.

- Ahimè! è tutta colpa mia - disse allora Francesco a Leone. - Non ho saputo attirarlo verso di me. Non ho saputo soffrire come avrei dovuto, attirando gli altri a me, come seppe soffrire Gesù stesso.

- Anche Gesù è stato abbandonato dai suoi nell'ora dell'agonia e della morte - gli fece osservare Leone.

- Sì, hai ragione - ribatté Francesco al termine d'un breve silenzio. - «Colpirò il pastore sta scritto, e le greggi saranno disperse». Dio ha permesso questo per suo Figlio. Il discepolo non ha mai da pretendere di mettersi al di sopra del Maestro. - Francesco tacque, e restò assorto nei suoi pensieri. Leone lo guardava senza saper che cosa dire.

- Ah, frate Leone - esclamò Francesco - siamo veramente giunti all’ora delle tenebre. È terribile. Non prevedevo che sarebbe stato tanto terribile. Lasciami solo adesso, frate Leone. Ho bisogno di rivolgermi a Dio con tutte le mie forze.

Leone si allontanò.

- Dio, mio Signore - esclamò allora Francesco - tu hai soffiato sulla mia lampada. Ed eccomi immerso nelle tenebre con tutti coloro che mi avevi affidato. Io son diventato per essi un oggetto di paura. Mi sfuggono ormai anche i seguaci già più fedeli. Tu hai allontanato da me i miei amici e i miei compagni della prima ora. Ascolta, o Signore, la mia supplica! La notte non mi è stata già, forse, abbastanza dura? Accendi nel mio cuore una nuova fiamma. Rivolgi verso di me la Tua faccia, perché la luce della Tua aurora riprenda a risplendermi in viso, e perché i miei seguaci non abbiano a brancolare nel buio. Abbi pietà di me, Signore, per il bene loro.

Un blocco di neve scivolò, non lontano, dall'alto di un albero. S'udì uno scricchiolio di rami cui seguì un tonfo sordo sul terreno. Poi tutto tornò avvolto nel grande silenzio.



E' L'ALBA CHE S'ACCENDE?


In primavera, quando i sentieri tornarono a farsi praticabili, Francesco si mise in cammino per andare a far visita a sorella Chiara. Egli aveva finito per cedere alle insistenze di frate Leone. L'ultimo inverno trascorso all'eremo era stato il più povero di sole che Francesco avesse conosciuto in vita sua. Nondimeno, partendo dalla piccola montagna, non le diceva addio. Egli si riprometteva di tornarci il più presto possibile. Assistito da Leone, suo solito compagno di viaggio, Francesco prese lungo i pendii boscosi che già venivan coprendosi di giovane vegetazione. Al di là delle colline lucenti d'acqua e di sole, Francesco si avviò per la strada che conduceva a San Damiano.

Ne fu molto felice Chiara, quando le annunziarono l'arrivo di Francesco. Ma quand'essa vide quel volto scarno e terroso, specchio di interni dolori, Chiara fu colta da un senso di pietà e di tristezza.

- Padre - esclamò Chiara sottovoce - quanto avete dovuto soffrire! Perché avete aspettato tanto a lungo prima di venire a trovarmi?

- La tristezza - replicò Francesco - mi pesava e mi paralizzava. Ho sofferto molto e non ho ancora finito di soffrire.

- Perché affliggervi tanto, Padre? - disse Chiara. - Vedete quanto vi fa male tutto ciò. E noi abbiamo tanto bisogno della vostra pace e della vostra gioia.

- Non soffrirei tanto - rispose Francesco - se il Signore non mi avesse affidato questa grande famiglia, e se non mi sentissi responsabile della fedeltà dei frati alla loro vocazione.

- Sì, vi capisco - soggiunse Chiara, che intendeva risparmiargli spiegazioni troppo penose.

Ma Francesco era desideroso di parlare. Aveva il cuore gonfio, ed era per lui un sollievo il poter esprimersi liberamente.

- Oggi - riprese Francesco - la nostra vocazione è revocata in dubbio. Molti frati considerano con una punta d'invidia forme di vita religiosa più e meglio organizzate, più efficienti e più solide. Essi vorrebbero che noi le adottassimo. Io temo che essi aspirino a ciò, preoccupati solo di non apparire inferiori agli altri. Essi aspirano a farsi un posto al sole. Io, per mio conto, non sono contrario a queste forme di vita religiosa già approvate dalla Madre Chiesa. Ma il Signore non mi ha chiamato perché io fondassi un Ordine potente, né una Università, né una macchina da guerra per combattere gli eretici. Un Ordine potente ha scopi ben precisi. Ha da fare o da difendere qualcosa, e perciò si organizza in vista dei suoi fini. Tale Ordine non può non essere forte ed efficiente. Ma il Signore non ha imposto a noi frati minori di fare o di riformare o di proteggere qualche istituto nell'ambito della Santa Chiesa. Lui stesso mi ha rivelato che noi s'aveva a vivere secondo la forma del santo Vangelo; vivere, semplicemente vivere, insomma. Vivere soltanto, ma intensamente. Vivere seguendo l'umiltà e la povertà dell'altissimo Signore Gesù Cristo, trascurando ogni volontà di dominazione, ogni forma di prestigio, ed ogni possesso di beni materiali. Ho molto riflettuto, nel corso del mio ultimo ritiro quest'inverno sulla montagna. E mi sono convinto fino all'evidenza che questa vita secondo la forma del Vangelo è tale che non si possono ad essa applicare i princìpi organizzativi degli altri Ordini, senza il rischio di venirne distrutta. Essa non può venir regolata dall'esterno. Questa vita evangelica, se vissuta in modo autentico, deve fiorire in piena libertà e trovare la propria legge in se stessa. Taluni frati mi chiedono una regola più precisa e meglio determinata. Ma io non posso dir loro più di quanto ho già detto e che è stato pienamente approvato dal Signor Papa: che, cioè la regola e la vita dei frati minori si riducono all'osservanza del Vangelo di Nostro Signor Gesù Cristo. Non ho nulla da aggiungere, né da togliere fino ad oggi alla predetta affermazione. Vivano pertanto i frati nelle condizioni umili e povere in cui visse il Signore, ed annuncino come Lui il Regno dei Cieli a tutte le creature, ed emigrino di luogo in luogo se ne sono cacciati e perseguitati. E si nutrano di tutto ciò che vien loro offerto, dovunque vengano ospitati. I frati che vivranno in tal modo, anziché costituire un Ordine potente, costituiranno in ogni luogo delle libere comunità di amici. Essi saranno veri figli del Vangelo. Essi saranno degli uomini liberi, giacché nulla ne limiterà l'orizzonte. E lo Spirito del Signore soffierà su di loro come vorrà.

Chiara ascoltava, profondamente commossa. Essa aveva difficoltà a nascondere la propria emozione. Le parole di Francesco trovavano in lei un'eco profonda. Ma era soprattutto la vista di Francesco che la sconvolgeva. Francesco s'era animato nel corso del suo parlare. Quell'uomo gracile e malaticcio raggiava in quel momento d'una sovrumana bellezza. La sua parola assumeva un accento forte e grave. Una viva passione lo sosteneva e lo illuminava. Era un profeta che parlava per bocca di Francesco.

Chiara avrebbe voluto limitarsi ad ammirare e ad approvare. Ma essa non poteva dimenticare quanto fosse importante il suo intervento in quella circostanza. L'eccezionale nobiltà di Francesco ne faceva risaltare ancor più in quel momento ai suoi occhi il dolore che lo torturava. Chiara lo lasciava parlare, convinta che il parlare gli fosse di sollievo. Ma, mentre lo ascoltava, non cessava di chiedersi come avrebbe potuto prenderlo per mano e ricondurlo sulla strada della pace.

Francesco, tutto assorto nel suo soggetto, non avvertiva più i suoi bruciori d'occhi e di stomaco. Egli aveva l'impressione di rivivere. Tutte le sue sofferenze erano assorbite dal fuoco della sua passione. Egli avrebbe volentieri intrapreso il giro del mondo per vedere realizzata la volontà del Signore nei suoi riguardi. Egli non pensava alle sue forze declinanti. Queste non sostenevano più la fiamma che lo divorava. Mentre parlava, si sentiva invaso da una immensa stanchezza alla quale s'aggiungeva nell'anima sua ora un senso di sconforto. Allora le farfalle nere ripresero a volteggiargli dinanzi agli occhi.

- Ahimè - riprese Francesco dopo una breve pausa di silenzio - io sono come un padre respinto dai suoi stessi figlioli. Essi non mi riconoscono più. Hanno vergogna di me e della mia semplicità. Possa il Signore aver pietà di me, sorella Chiara!

- I vostri figli non vi hanno tutti rinnegato ribatté Chiara con dolcezza. - E Dio vi tiene tuttora per mano.

- Dio! - sospirò dolorosamente Francesco. - Quando mi presento al suo cospetto nella mia solitudine, ne ho paura e tremo tutto dalla testa ai piedi. Deh, se soltanto sapessi cosa debbo fare! ...

- Forse non avete nulla da fare - riprese Chiara.

Ci fu una pausa di silenzio. Poi Chiara aggiunse:

- Voi ben sapete quello che dice il Signore nel Vangelo. «Il Regno dei Cieli è come un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo ... ». Il grano è spuntato e così pure la zizzania. I servi si sono affrettati a chiedere al padrone se non dovessero adoperarsi ad estirpare la zizzania. Non occupatevene, fu loro risposto. Potreste strappare, così facendo, ogni cosa: zizzania e grano insieme. Lasciateli, dunque, crescere insieme fino al giorno della mietitura.

«Dio non partecipa i nostri timori, né la nostra fierezza, né la nostra impazienza. Egli sa aspettare come Dio solo sa aspettare. Come sa farlo soltanto un padre infinitamente buono. Egli è longanime e misericordioso. Nutre sempre qualche speranza, fino alla fine. Poco gli importa che mucchi di rifiuti invadano il suo campo e che non sia bello a vedersi, se poi, alla fine, gli sarà dato di raccogliere più grano che zizzania. Noi stentiamo a pensare che la zizzania possa trasformarsi un giorno in grano e produrre spighe dorate. I contadini ci diranno di non aver mai visto siffatte metamorfosi nell'ambito dei loro campi. Ma Dio, che non considera le apparenze esteriori, sa di poter trasformare col tempo della sua misericordia il cuore stesso degli uomini».

«C'è un tempo per tutti gli esseri. Ma questo tempo non è uguale per tutti. Il tempo delle cose non è il tempo degli animali, e quello degli animali non è il tempo degli umani! E al di sopra di tutto e ben diverso da tutto c'è il tempo di Dio che tutti li riassume e li supera. Il cuore di Dio non batte secondo il ritmo del cuore nostro. Il suo moto è quello della Sua misericordia eterna che si tramanda nel tempo e non invecchia mai. È molto difficile a noi accedere a questo tempo divino. Eppure, là soltanto, noi possiamo trovare la pace».

- Avete ragione, sorella Chiara. Il mio turbamento e la mia impazienza hanno radici in un terreno troppo umano. Me ne rendo ben conto. Ma non ho ancora scoperto Dio. Io non vivo ancora nel tempo di Dio.

- Chi mai oserebbe affermare di vivere nel tempo di Dio? - domandò Chiara. - Per questo ci vorrebbe il cuore stesso di Dio.

- Imparare a vivere nel tempo di Dio - riprese Francesco - significa possedere la chiave della sapienza!

- E la sorgente d'una pace infinita - aggiunse Chiara.

Ci fu ancora una pausa di silenzio. Poi Chiara riprese:

- Supponiamo che una delle nostre sorelle venisse da me a scusarsi d'aver rotto un oggetto per via d'un gesto maldestro o di poca attenzione. Ebbene, io le farei senza dubbio un'osservazione e le infliggerei, come d'uso, una penitenza. Ma se ella venisse a dirmi d'aver dato fuoco al convento e che tutto è bruciato o quasi, credo che in tal caso non avrei nulla da ribattere. Io mi sorprenderei sopraffatta da un avvenimento più grande di me. La distruzione del convento è un fatto troppo grande perch'io possa esserne profondamente turbata. Ciò che Dio stesso ha costruito non può fondarsi sulla volontà o sul capriccio d'una creatura umana. L'edificio di Dio si fonda su basi ben più solide.

- Deh, se soltanto avessi la fede grande come un grano di senape! - sospirò Francesco.

- Direste a questa montagna: «Togliti di lì», e la montagna si dissolverebbe - aggiunse Chiara.

- Sì, è così - confermò Francesco. - Sennonché sono diventato ora come un cieco. Bisogna che qualcuno mi prenda per mano e mi guidi.

- Non si è ciechi se si vede Dio - replicò Chiara.

- Ahimè - riprese Francesco - nella mia notte io vado brancolando e non vedo niente.

- Ma Dio vi guida lo stesso - sentenziò Chiara.

- Lo credo, malgrado tutto - concluse Francesco.

Si sentivano gli uccelli cantare nel giardino. Lontano, nella pianura, un asino ragliò. Una campana prese a suonare con rintocchi ben distinti.

- L'avvenire di questa grande famiglia religiosa che il Signore ha affidato alle mie cure - riprese Francesco - costituisce un fatto troppo importante perché possa dipendere da me solo e dalle mie deboli forze, sì ch'io ne resti turbato. È un fatto questo di Dio. Voi l'avete ben detto. Ma pregate che questa parola fiorisca in me come un seme di pace.

Francesco si trattenne qualche giorno a San Damiano.

Le cure di Chiara gli fecero riprendere un po' di forze. Nella pace di quel convento e nella dolce luminosità della primavera umbra, Francesco appariva liberato dalle sue inquietudini. Ascoltava felice il canto delle allodole. Le seguiva con lo sguardo su nell'azzurro infinito dov'esse si perdevano. Chiuso di notte in una capanna in fondo al giardino, Francesco passava le sue ore, insonni, assorto nella visione di cieli stellati. Le stelle non gli erano mai apparse tanto belle. Gli sembrava di scoprirle tutte per la prima volta. Esse lucevano chiare e preziose nel vasto silenzio della notte. Nulla le conturbava. Appartenevan esse, senza dubbio, al tempo di Dio. Le stelle non disponevano né di una volontà, né di un moto loro, esse si uniformavano semplicemente al ritmo di Dio. Perciò nulla poteva turbarle, dal momento che vivevano nella pace di Dio.

Frattanto Francesco si accingeva a tornare all'eremo. Pensava ai suoi frati rimasti lassù senza di lui. E pensava soprattutto a Rufino che considerava esposto ad un grave pericolo. La festa di Pasqua era molto vicina. Aveva fretta di rincasare Francesco per festeggiare coi suoi frati la Resurrezione di Cristo.

Al momento della partenza, Chiara disse a Francesco:

- Ci fareste un grande favore? Si tratta di poca cosa. Le sorelle hanno raccolto, l'ultimo autunno, dei semi di fiori; sono fiori bellissimi e fioriscono molto facilmente. Eccone un sacchetto. Prendeteli e seminateli lassù, sulla montagna.

Chiara conosceva l'amore che Francesco nutriva per i fiori e pensava che ciò lo avrebbe aiutato a bandire dal suo cuore le piante amare.

- Vi ringrazio - disse Francesco, prendendo il sacchetto di semi. Mi fate un grande piacere ed io non mancherò di seminarli.

Poi prese congedo da Chiara e dalle sue sorelle, in compagnia di frate Leone.

La strada del ritorno parve a Francesco meno lunga. Egli procedeva con passo più spedito. Nel suo essere qualcosa in una maniera quasi impercettibile s'era rimesso in moto. Non cessava di soffrire, ma soffriva in modo diverso. Il suo dolore s'era fatto meno aspro. Spesso, strada facendo, gli tornavano alla memoria le parole di Chiara: «La distruzione del convento è un fatto troppo grande perch'io possa esserne turbata in cuor mio». E questo pensiero gli bastava a riacquistare un po' di serenità.

Dopo una lunga marcia, Francesco e Leone lasciarono la strada e ripresero il sentiero che saliva lungo il fianco del monte all'ombra dei faggi e delle querce e che portava all'eremo. La primavera era esplosa per ogni dove. Gli alberi esibivano le loro foglie nuove. I raggi del sole si posavano, in mezzo al canto degli uccelli, sul verde tenero e dorato delle foglie. Dal sottobosco umido e caldo saliva un aroma di muschio, di foglie morte e di violette in fiore. Ciuffi di ciclamini rossi fiorivano ad ogni passo. Anche la natura viveva e riposava nel tempo di Dio, il tempo delle origini. La terra con la sua vita segreta era rimasta fedele al tempo di Dio, come le stelle del cielo. I grandi alberi del bosco offrivano le fronde al soffio di Dio come nei primi giorni della Creazione, con lo stesso leggero fremito. L'uomo, lui solo, era uscito da quel tempo primordiale. L'uomo aveva voluto farsi la sua strada e vivere in un tempo esclusivamente suo. Da quel giorno l'uomo aveva perso il dono del sonno, sconvolto dai tedi e dal presentimento della morte.

Il sentiero percorso da Francesco e da Leone intersecava ad un certo punto una strada che i contadini e i pastori prendevano per scendere o salire coi loro carretti. Uno d'essi ne discendeva proprio in quel momento. Camminava il contadino a fianco di due grandi bovi bianchi aggiogati ad un carro. Piccolo, corpulento, rosso in viso e dallo sguardo ingenuo quel contadino altri non era che Paolo. Egli viveva in una capanna che i frati dell'eremo visitavano spesso nel corso delle loro questue. Era un brav'uomo, Paolo, molto devoto ai frati. Ma gli piaceva un po' troppo il vino. Sua moglie si occupava delle semine e se ne intendeva. Quando gli si presentava l'occasione di scendere al villaggio, Paolo ci andava volentieri come ad una festa.

- Buongiorno - esclamò Paolo al vedere i due frati.

- Buongiorno, Paolo - ribatté frate Leone che lo riconobbe subito.

- Sono sempre felice quando mi imbatto nei frati - disse il contadino fermandosi con i buoi.

- Scendi, forse, al villaggio? - chiese Leone.

- Sì, devo andarci - rispose il contadino con una scrollata di spalle. - I miei bovi han bisogno d'essere ferrati. Anche il carro ha bisogno di qualche riparazione. E poi - aggiunse con malizia - ci sono io che ho bisogno di un po' di buon vino.

Questa dichiarazione ingenua ed il candore del contadino divertirono Francesco che si mise a ridere.

- Orsù, Paolo - disse Francesco - sei sincero almeno. Un po' di vino non può farti male. Ma sta attento! Non devi berne più d'un bicchiere.

Il contadino rideva di buon cuore. Poi, fissando con attenzione Francesco, assunse un aspetto grave.

- Non sei tu, forse, frate Francesco? – chiese Paolo. - I frati dell'eremo che vengono a questuare da noi, ci hanno detto che frate Francesco viveva con essi lassù, sulla montagna.

- Sono io - rispose con semplicità Francesco.

- Ebbene - soggiunse il contadino in tono confidenziale e con una manata sulla spalla del Santo cerca d'essere buono come ne hai fama. Molta gente ha riposto in te la propria fiducia. Non devi deluderli.

- Dio solo è buono, Paolo - ribatte Francesco. - Io non sono che un peccatore. Ascolta bene quel che ti dico: se l'ultimo dei cialtroni avesse ricevuto le grazie che mi sono state largite, egli mi supererebbe di gran lunga in fatto di santità.

- E io - riprese il contadino - potrei diventare santo?

- Certamente, Paolo - rispose Francesco. - Anche tu, come me, sei amato da Dio. Ti basterà aver fede in questo amore per vedere il tuo cuore trasformarsi.

- Noi altri siamo tanto lontani da queste cose ribatté il contadino. - Dovresti venire a trovarci. Ne abbiamo tutti un gran bisogno. Arrivederci a presto, spero.

Il contadino diede una manata sul collo dei bovi per rimettere in marcia, mentre con l'altra mano faceva un cenno d'addio ai frati.

Francesco e Leone giunsero poco dopo al sommo della prima collina donde vedevano la montagna. Questa aveva riacquistato il suo aspetto verdeggiante e fiorito. La montagna si ergeva in una luce purissima e sotto un cielo di colore azzurro intenso. D'intorno, i valloncelli popolati d'ulivi sembravano strade di verdura che si assottigliavano tra i fianchi aridi del monte. Ciuffi di narcisi gialli esplodevano al sole come macchie d'oro. Laggiù, all'orizzonte, la catena dei monti si profilava nell'azzurro con la sua mole tondeggiante e grondante luce solare.

- Quant'è bello - esclamò Francesco. -E fra pochi giorni risplenderà su tutto questo la gloria del Signore risuscitato. Non odi tu, frate Leone, la sinfonia del Creato che, fin nei suoi abissi, si prepara a cantare l'alleluia di Pasqua?



UN'ALLODOLA CANTA SUI CAMPI ARATI


Era cominciata la settimana santa. I Cristiani si accingevano tutti a festeggiare solennemente il mistero della morte e della resurrezione del Signore. Furono sospesi i lavori campestri e sopite le dispute. Il popolo si affollava nelle chiese. Le funzioni sacre facevan parte della vita, come il lavoro e le dispute, ma ne facevan parte più profondamente. Tutti sentivano il bisogno di lavarsi nel sangue di Cristo. Era un bisogno quasi fisico di rinnovamento, di ringiovanimento e di resurrezione. Fin nei villaggi più sperduti, dovunque ci fosse un sacerdote, la terra cristiana si imbeveva del sangue di Cristo e si faceva più pura e più forte. La cristianità rinverdiva. Nasceva una nuova primavera.

Anche all’eremo i frati si accingevano a celebrare la Pasqua. Essi sentivano il bisogno di rimettersi a nuovo. Il giovedì santo Francesco invitò i suoi frati a celebrare tutti insieme la Cena del Signore. Essi si sarebbero comunicati tutti alla stessa Messa e poi avrebbero preso parte ad un convito fraterno. Nel fare quest'invito, Francesco pensò sopra tutti a frate Rufino. Durante tutta la Quaresima questi s'era tenuto in disparte dai compagni. Frate Leone si recò da lui per comunicargli l'invito di Francesco.

- Di' a frate Francesco che non verrò - ribatté Rufino. - Del resto, non intendo più seguirlo. Voglio restar qui in solitudine. Così facendo son più sicuro di salvarmi, anziché indulgere ai capricci di frate Francesco. Il Signore stesso me ne ha dato assicurazione.

Quando Francesco lo seppe, ne fu rattristato fin nel profondo del suo cuore. Mandò frate Silvestro presso Rufino per indurlo a venire. Ma questi rifiutò di nuovo.

Si diede, pertanto, inizio alla Santa Messa senza Rufino. Questa assenza torturava Francesco che, prima della Elevazione dell'Eucarestia, spedì un terzo frate a chiamare Rufino.

- Vai a dirgli che venga almeno a vedere il Corpo di Cristo!

Ma Rufino non si mosse, simile alla roccia su cui stava seduto.

Dopo la Comunione, Francesco, al colmo della tristezza, si ritirò in disparte per piangere.

- Fino a quando, o Signore - diceva Francesco tra le lacrime - lascerai che il mio agnello così semplice si perda?

Poi, Francesco, s'alzò di scatto e si recò di persona presso Rufino nel suo ritiro. Allorché questi scorse la figura di Francesco, ne fu colpito; ma non si mosse.

- Perché, frate Rufino, m'hai tu inflitto questo grande dolore? Io t'ho fatto chiamare per ben tre volte e tu ti sei sempre rifiutato di venire. E in un giorno come questo per di più! Perché? Dímmene il perché - supplicava Francesco.

Nelle sue parole non suonava accento di rimprovero. Parlava in lui l'angoscia d'una madre. Tutto il suo essere in quell'istante era proteso verso Rufino. Trattenendo il respiro, Francesco spiava il volto del frate. Che mai non avrebbe fatto per aiutarlo ad aprirsi ?

- Te l'ho già fatto sapere il perché - rispose Rufino, con un tono di voce tra il burbero e l'impacciato. - Mi sembra più sicuro seguire la strada dei vecchi eremiti anziché le tue fantasie. Se ti dessi ascolto, ne verrei sempre distolto dalla via della preghiera. Così avvenne già in passato, quando tu mi mandavi a predicare or qui or là, o a curare i lebbrosi. No, non è questo che il Signore vuole da me. Il mio stato di grazia coincide con la preghiera, lontano dagli uomini. Lontano dagli uomini, lontano da tutto.

- Ma in questi giorni in cui il Signore stesso volle celebrare la Pasqua con i suoi apostoli, tu non puoi rifiutarti di venire a cena con noi - disse Francesco.

- Ti assicuro che non ne vedo l'utilità. Preferisco restar solo, come il Signore mi ha suggerito rispose Rufino.

- Il Signore è la dove sono i tuoi fratelli replicò dolcemente Francesco. - Orsù, frate Rufino, in nome della carità che è Dio stesso, te ne supplico, fammi questo favore. Tutti i frati ti aspettano. Essi non possono dare inizio al convito pasquale senza di te.

- Ebbene, sia - soggiunse Rufino, alzandosi in piedi bruscamente. - Ci verrò, dal momento che tu ci tieni tanto.

Poi aggiunse brontolando:

- Ma non rinuncio al mio progetto. Tornerò qui il più presto possibile. ,

Nel corso del convito, Francesco si dimostrò molto disteso. Aveva collocato Rufino al suo fianco e gli parlava con dolcezza, come se nulla fosse accaduto tra loro. Come se Rufino si trovasse lì non solo di persona, ma anche in ispirito. Francesco non gli si rivolgeva mai con tono seccante. Del resto, non aveva mai assunto con nessuno il tono cattedratico. Era troppo consapevole Francesco della sua miseria ed era, inoltre, troppo semplice. Le sue parole ed i suoi atteggiamenti non gli venivano imposti dal di fuori. Egli viveva profondamente ed intensamente. E la sua pienezza di vita e di bontà s'irraggiava d'intorno, senza alcuna premeditazione, secondo un ritmo tutto personale.

Rufino fu commosso da questa accoglienza. Molto più che non lasciasse vedere. Ma aveva la sua idea fissa e non intendeva rinunciarvi. D'altronde, non era essa un suggerimento di Dio? Bisognava, pertanto seguirla fìno in fondo. Rufino prese congedo dai frati all'improvviso, scuro e chiuso in volto. Francesco lo seguì mentre si allontanava e si guardò bene dal rivolgergli la parola. Lo seguiva con lo sguardo sperando che all'ultimo momento Rufino si sarebbe voltato indietro. Se Rufino si fosse voltato, avrebbe visto due braccia tese verso di lui: due lunghissime braccia che non potevano staccarsi da lui e che lo assistevano e lo sostenevano fino al colmo del suo smarrimento. Ma Rufino scomparve, e Francesco restò ancora a lungo fisso in quella direzione. Poi le braccia gli ricaddero pesanti di tristezza. Egli s'era illuso per un istante di poter ricuperare Rufino e ricondurlo nella famiglia dei frati. Ora Francesco avvertiva quanto fosse precaria quell'impresa. Rufino gli voltava le spalle e gli sfuggiva. Ma per quanto tempo ancora?

Francesco andò a sedersi ai piedi d'una rupe. Il cuculo cantava nel bosco. L'aria era tiepida e dorata. Ma Francesco non vedeva il sole, né udiva il cuculo. Aveva freddo e pensava a frate Rufino e agli altri: agli altri tutti, dal primo all'ultimo. Se uno dei suoi primi seguaci, quale Rufino, aveva potuto allontanarsi tanto facilmente da lui, che assegnamento poteva farsi sulla fedeltà di quella folla di frati appena conosciuti? La piaga dell'anima sua, già lenita da Chiara, tornava ora a riaprirsi e a sanguinare. Quindici anni di sforzi, di vigilanza, di esortazioni per giungere a questo triste risultato! La sua fatica era stata del tutto vana. Era uno scacco, il suo, un duro scacco. Ed egli ne risentiva l'offesa, non già a se stesso, ma a Dio, all'onore di Dio.

L'indomani, il Venerdì Santo, Francesco volle trascorrere l'intera giornata in solitudine, meditando sulla Passione di Cristo. Aveva scelto a tale scopo un luogo selvaggio la cui austerità si intonava al grande evento che gli colmava il pensiero ed il cuore. Volendo immedesimarsi coi sentimenti del Signore, Francesco prese a declamare il Salmo già recitato da Cristo sulla Croce. Ad ogni versetto faceva una pausa per consentire alle parole di invaderlo fin nel fondo dell'anima. Dinanzi alla Parola egli si sentiva, come sempre, indifeso. La lasciava venire e la lasciava pesare su di lui con tutto il peso della sua suggestione. Ma alla fine, era sempre lei che lo sollevava e lo trasportava.

Ora, mentr'egli pronunciava le parole: « Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?», Francesco si sentì più che mai colto da quel senso di abbandono già espresso dal Signore. Si sentì d'improvviso affratellato a Cristo nel dolore. Queste parole non gli erano mai parse chiare come ora. Gli si eran fatte familiari. Da mesi Francesco andava cercando il volto di Cristo. Da mesi aveva l'impressione che Dio si fosse distolto da lui e dal suo Ordine. Ora capiva l'agonia di Gesù: come un'assenza del Padre, come un senso di fallimento e come un moto fatale ed assurdo degli eventi nel corso dei quali l'uomo e le sue buone intenzioni vengono disperse e sopraffatte da un gioco di forze inesorabili.

La Parola del Salmo si impossessava del cuore dì Francesco, senza provocare il ripiegamento su se stesso e senza rinchiuderlo nel suo dolore. La parola del Salmo lo apriva, al contrario, alla parola di Cristo fin dal fondo dell'anima sua. A Francesco sembrava di non aver contemplato questo dolore se non dall'esterno. Ora lo vedeva dal di dentro e vi prendeva parte. Ne faceva personalmente l'esperienza fino alla nausea. Ora egli si sentiva del tutto immedesimato col Cristo. Da lungo tempo Francesco aspirava ad imitare in tutto il Signore. Da quando s'era convertito non aveva desistito da questo sforzo. Ma per quanto ci si adoperasse, non sapeva ancora in verità cosa fosse l'immedesimazione col Signore. E come avrebbe potuto saperlo? L'uomo non può conoscere altro che i dati della propria esperienza. Seguire Cristo a piedi nudi, con la sola tonaca indosso, senza bastone, senza borsa, senza viveri, era già qualcosa, di certo. Ma non era che un inizio, un primo passo. Bisognava seguirlo fino in fondo e lasciarsi condurre, come Cristo da Dio, attraverso un abisso di squallore fino a gustare, in una solitudine atroce, l'aspro sapore della morte del Figlio dell'uomo.

Quel giorno del Venerdì Santo fu molto stancante e molto lungo. Ma pur venne la sera con tutta la sua pace. Fu una pace profonda, come la pace dei campi al termine dei lavori agresti. Allora la terra è sconvolta e squarciata. Essa non oppone più alcuna resistenza, ben aperta e docile. La frescura della sera la imbeve tutta. Tornando verso l'eremo, Francesco si sentiva avvolto e pervaso della pace dei campi. Tutto era stato consumato. Cristo era morto, e si era rimesso alla volontà del Padre. Aveva accettato il suo scacco. La sua vita d'uomo, il suo onore d'uomo, la sua pena d'uomo, s'erano cancellati dai suoi occhi. Tutto ciò non contava più. Non restava più che una sola verità smisurata: Dio esiste. Questo solo contava e bastava: che Dio fosse Dio. Tutto il suo essere s'era inchinato dinanzi a questa sola realtà. Aveva adorato l'Essere unico ed era morto in questa accettazione senza riserve. In questa estrema povertà era morto Gesù, e in questa suprema accoglienza del Padre. E la gloria di Dio lo aveva rapito e lo aveva fatto suo.

Laggiù, al di sopra dei monti, il sole tramontava lentamente. I suoi raggi dardeggiavano il bosco nel cui folto camminava Francesco. La foresta era trafitta da grandi strisce di luce. Gli alberi navigavano in un vapore luminoso. Regnava per ogni dove una gran pace. Taceva ogni soffio di vento. L'ora era maestosa e serena.

- Dio esiste, e tanto basta - mormorò Francesco.

Da uno spiraglio tra i rami, Francesco contemplò il cielo che era sgombro di nuvole. Vi spaziava un nibbio rosso. Il suo volo tranquillo e solitario pareva che dicesse alla terra: «Dio solo è l'Onnipotente. Egli è l'Eterno. Basta che Dio sia Dio». Francesco sentì l'anima sua alleggerita. Possente e leggera, insieme, come un colpo d'ala.

- Dio esiste, e tanto basta - ripeté Francesco.

Queste semplici parole lo colmavano d'una luce nuova. Esse acquistavano per lui una infinita risonanza. Francesco tese l'orecchio. Lo chiamava una voce che non era umana. Essa aveva un accento di misericordia e parlava al suo cuore, dicendo:

- Povero piccolo uomo! Sappi, dunque, ch'io sono Dio, e smettila per sempre d'esser turbato. Perché t'ho fatto pastore del mio gregge, devi forse dimenticare che il pastore principale son io? Ti ho prescelto, o uomo semplice, perché sia ben chiaro agli occhi di tutti che quanto io ho operato in te, anziché alla tua abilità, si deve alla mia grazia. Son io che t'ho chiamato. Son io che custodisco il gregge e lo faccio pascolare. Io sono il Signore e il Pastore. Questo è affar mio. Perciò non preoccuparti d'altro.

- Dio! Dio! - esclamò sottovoce Francesco. - Tu sei protezione. Tu sei guardiano e protettore. Sei grande e ammirevole, o Signore. Tu basti a noi tutti. Amen. Alleluia.

L'anima di Francesco grondava pace e letizia. Egli camminava d'un passo felice. Anziché camminare, gli pareva di danzare. Giunse Francesco ad un luogo donde il suo sguardo poteva spaziare molto lontano sulla campagna. Di lì si dominavano le colline circostanti e oltre ad esse la pianura che sfumava all'orizzonte. Francesco si fermò un istante a contemplare il paesaggio. Su una delle colline un armento di vacche tornava dal pascolo. Era minuscola quella visione. Si distinguevano le bestie, e dietro di loro l'uomo in cammino. Tutt'intorno dovevan esserci dei cani, ma si distinguevano a mala pena. Quando una delle bestie si allontanava troppo dalle altre, essa veniva ricondotta nel gruppo come da una forza invisibile. L'uomo doveva urlare e i suoi cani abbaiare. Ma a quella distanza e a quella altezza non se ne percepivano le singole voci. La scena era pervasa di silenzio. Essa sembrava fusa con la vita silenziosa della natura. L'affaccendarsi del guardiano assumeva in quel complesso le sue giuste proporzioni. Era qualcosa di minuscolo, di quasi insignificante.

- Tu solo sei grande - esclamò Francesco.

Poi riprese il suo cammino. Il sole tramontava. La nebbia stava per seppellire i burroni. Le stelle eran sul punto di nascere in cielo. Era tutto così, pensò Francesco, fin dagli inizi dei tempi, fin dalla prima sera del mondo. Era questo un segno della eternità stessa di Dio.

Francesco stava avvicinandosi all'eremo. Leone gli si fece incontro.

- Hai l'aria allegra stasera - gli disse Leone.

- Stasera porto in me un grande cielo luminoso - rispose Francesco. - E una invisibile allodola vi canta a perdifiato, celebrando la vittoria del Signore.

Un'ora più tardi Francesco stava inginocchiamo nel piccolo oratorio dell'eremo. Si sentì tirare per la manica. Alzò gli occhi e vide il volto di Rufino che si chinava su di lui.

- Oh, frate Rufino - esclamò Francesco.

- Buonasera, Padre - soggiunse Rufino con un largo sorriso. - Vorrei parlati, ma non subito. Fra qualche giorno, se me lo consentirai.

- Quando vorrai - gli rispose Francesco. - Tu sai che io son sempre qui. Si direbbe, frate Rufino, che hai ritrovato la gioia!

- Sì, Padre; ed è appunto questo ch'io volevo dirti fin da stasera, senza attendere oltre. Il resto te lo dirò a suo tempo.

- Dio sia lodato! - esclamò Francesco, alzandosi in piedi. E lo abbracciò.



SE SAPESSIMO ADORARE!


Si celebrò la Pasqua all'eremo in un clima di gioia. Frate Rufìno aveva ritrovato la strada della comunità. Lo si vedeva fiorire come non mai. Egli cercava tutte le occasioni per rendersi utile. Ogni mattina era lui che scendeva per primo alla fonte ad attingere la provvista d'acqua giornaliera. Aiutava in cucina e si adoperava negli altri lavori. Si offerse perfino d'andar a questuare: cosa veramente straordinaria da parte sua. Sembrava un uomo del tutto trasformato. L'atmosfera della piccola comunità ne sembrava invasa di più luce ed aria.

Il mercoledì dopo Pasqua frate Rufino prese Francesco in disparte e si mise a parlargli a cuore aperto.

- Vengo a trovarti, Padre, come ti avevo promesso. Esco da una brutta crisi. Ora va già molto meglio. Ma mi rendo ben conto d'aver corso il rischio di perdere del tutto il senso della mia vocazione.

- Dimmi cos'è successo - gli chiese Francesco.

Rufino stette per un istante in silenzio. Poi sospirò come qualcuno che, avendo troppe cose da dire, non sa da quale cominciare. I due frati camminavano tranquilli sotto i pini, non lontano dall'eremo. Essi procedevano senza far rumore su uno spesso tappeto d'aghi secchi. L'aria era dolce e colma di un profumo di resina.

- Sediamoci qui - propose Francesco. - Parleremo meglio.

Si sedettero per terra. Allora Rufino cominciò il suo racconto.

- Quando sono venuto a chiederti di far parte della tua comunità, dodici anni or sono, ero spinto dal desiderio di vivere secondo il Vangelo, come lo vedevo praticato da te. Io ero allora tutto sincerità, e volevo veramente seguire il Vangelo. I primi anni che passai nel sodalizio non furono difficili. Io mi adoperavo con tutto il mio zelo a soddisfare ogni esigenza di questa vita nuova.

- Ma nel profondo del mio essere serbavo, senza accorgermene, una mentalità che non era evangelica. Tu conosci l'ambiente familiare nel quale sono cresciuto. Era una famiglia nobile la mia. La mia sensibilità, la mia educazione e tutte le fibre vive del mio essere mi tenevano legato a quel nobile ambiente. Io sentivo e giudicavo secondo quell'ambiente, influenzato dai valori predominanti in esso. Quando venni presso di te e mi conformai al tuo genere di vita tanto umile e povero, pensai d'aver rinunciato per sempre a quei valori e mi convinsi d'essermi perduto per il Signore.

- Era vero, ma solo in superficie. Avevo cambiato genere di vita e di occupazioni. Ed era un gran cambiamento per me. Sennonché, nel mio intimo, conservavo, senza rendermene ben conto, una gran parte dell'anima mia, la più importante per giunta. Io conservavo la mia vecchia mentalità, quella del mio ambiente. Io continuavo a giudicare le persone e le cose come venivano giudicate nell'ambito della mia famiglia. Al castello di mio padre erano i domestici e i servi che ricevevano la gente alle porte, che lavoravano in cucina. Divenuto che fui frate minore, considerai del pari che lavorar da portiere, o da cuoco, che questuare o curare i lebbrosi fosse per me un vero e proprio abbassarmi ad una condizione inferiore. Nondimeno, accettai volentieri queste mansioni, appunto per umiliarmi. Ci mettevo, anzi, un punto d'onore a mortificarmi a quel modo. Pensavo che fosse quella l'umiltà evangelica. Ed è in questo spirito ch'io m'ero fatto frate.

- Passarono gli anni. Incapace di predicare, mi son visto ridotto sovente ad altre occupazioni che consideravo inferiori e vili. Mi ci adattavo per un senso di dovere. Mi umiliavo per dovere. E ne ero veramente umiliato.

- Avvenne quel che doveva avvenire. Giunsi a pensare che gli altri frati, quelli adibiti alla predicazione, mi considerassero il loro servo. Questo sentimento si fece più forte, allorché dei frati, più giovani di me e d'ambienti più modesti del mio, entrarono nell'Ordine e si misero a predicare lasciando a me le cure materiali della comunità. Se qualcuno di loro mi faceva una osservazione, o esprimeva un semplice desiderio, io me ne sentivo turbato ed irritato. Non dicevo niente, ma ribollivo in cuor mio. Poi mi calmavo e mi riprendevo. Mi mortificavo sempre più, e sempre più per un senso di dovere.

- Cosicché, non agivo che per dovere. Credevo che fosse questa la vita religiosa. Ma in realtà, trattavasi d'un abito mal fatto che mi sforzavo d'indossare senza poterlo portare. Me ne liberavo alla prima occasione. La mia vita, la mia vera vita, era altrove. Essa era là dove ritrovavo me stesso. Ogni giorno infatti, non avevo che un desiderio: farla finita con quelle mansioni volgari per rifugiarmi nella solitudine. Lì mi sentivo di nuovo padrone di me stesso e tornavo a rivivere. Poi mi riprendeva il senso del dovere e tornavo ad essere il servo dei frati.

- Ma questo regime mi consumava. Non puoi fartene un'idea quanto sia estenuante. Tutto ciò che facevo per un senso di dovere, io lo facevo senza cuore, come un forzato che trascina i suoi ceppi. Perdevo l'appetito e il sonno. Cominciavo la giornata già stanco. Infine, presi in uggia tutti i frati. In ognuno dì essi ravvisavo un padrone e me ne sentivo lo schiavo. Mi sentivo misconosciuto, e a tal pensiero mi ribellavo. Non potevo più sopportare nessuno. Finii per rivoltarmi, in cuor mio, contro tutti quanti. Allora, nella mia ingenuità, mi convinsi che il Signore mi volesse tutto per sé in una completa solitudine. Ti chiesi allora il permesso di ritirarmi in questo eremo. Poi fu appunto qui che scoppiò la crisi terribile che ben conosci. Ecco dove ero arrivato.

- Quel che mi dici non mi stupisce - ribatté Francesco con dolcezza. - Ti sovvieni di quando ti mandai a predicare contro la tua stessa volontà? Volevo farti uscire da te stesso e strapparti a quell'isolamento dove sentivo che tu ti chiudevi.

- Sì, Padre, me ne sovvengo. Ma allora non potevo capire. Mentre adesso tutto si fa chiaro per me - rispose Rufino.

- Il Signore ha avuto pietà di te - soggiunse Francesco. - è così che Egli ha pietà d'ognuno di noi. A suo tempo, quando meno ce l'aspettiamo. È allora che noi sperimentiamo la Sua misericordia. È così che Egli si fa conoscere da noi. Come la pioggia tardiva che soffoca la polvere della strada.

- È vero - osservò Rufino. - Mi sembra di iniziare una nuova vita.

- Ma come ha fatto il Signore ad aprirti gli occhi? - gli chiese Francesco.

- Fu il Giovedì Santo, durante il pasto comune - rispose Rufino - che un frate evocò a caso una delle tue massime: «Se una madre nutre ed ama suo figlio secondo la carne, a più forte ragione noi dobbiamo amare e nutrire i nostri fratelli secondo lo spirito». Te lo avevo sentito dire spesso, ma non ci avevo prestato attenzione, e non avevo, in verità, capito bene. Questa volta le tue parole presero un senso per me ed io ne rimasi colpito. Poi, tornato che fui nella mia cella, ne feci l'oggetto di una lunga meditazione.

- «in una famiglia senza domestici, pensai, dove le cose si svolgono naturalmente, è la madre che fa da mangiare, che serve a tavola, che accudisce ai lavori domestici e che viene disturbata ogni momento. Essa trova normale tutto questo. Essa non se ne considera umiliata, né si sente abbassata a un rango inferiore. Essa non si considera la cameriera della casa. Ama i suoi figli e suo marito, e attinge da questo amore lo slancio ed il coraggio necessari a servirli. Le capita d'essere stanca, talora, anche molto stanca; ma non si ribella mai. Ed io pensavo ad una famiglia modesta, che avevo ben conosciuta, dove la madre, sebbene affaticata dal lavoro, raggiava pace e felicità nel corso delle sue fatiche.

- «M'avvidi allora chiaramente di percorrere una strada sbagliata, e di essere condotto da una mentalità non evangelica. Me ne risentii. Io credevo d'aver lasciato il mondo perché avevo cambiato le mie occupazioni. Non avevo pensato a cambiare l'anima mia. Quell'istante fu per me un totale cambiamento di prospettiva. Non attesi più a lungo per mettere a profitto la luce che mi era concessa. Mi affrettai a mettermi al servizio dei miei fratelli. In seguito, la luce non ha fatto che crescere in me, ed anche la pace. Ora mi sento libero e leggero come l'uccello evaso dalla gabbia.

- Tu puoi render grazie a Dio - gli disse Francesco. - Hai fatto una vera e grande esperienza. Ora sai cos'è un frate minore, un povero, secondo il Vangelo: egli è un uomo che, in piena libertà, ha rinunciato all'esercizio del potere e del dominio sugli altri, ispirato non già da un anima di servo, ma dal più nobile spirito che ci sia, quello del Signore. Questa strada è difficile, e sono pochi coloro che la scoprono. È una grazia questa, una grazia somma che il Signore ti ha fatto.

- Non ci sono, ben vedi, che i padroni del mondo che sono informati dalla volontà di potenza e di dominio. Anche i servi lo sono talvolta, se non accettano liberamente la loro condizione. Questa condizione diventa in tal modo un pesante giogo che schiaccia l'uomo e lo prostra e lo rende ribelle. Questo giogo non è certo quello del Signore.

Essere povero, secondo il Vangelo, non significa ridursi ad agire come l'ultimo degli schiavi, bensì ad agire animati dallo spirito del Signore. Questo cambia tutto. Dove aleggia lo spirito di Dio, il cuore dell'uomo non può essere amaro.

Non c'è posto per il risentimento. Quando vivevo ancora nel mondo, io consideravo come l’ultima delle cose la cura dei lebbrosi. Ma il Signore ebbe pietà di me e mi condusse lui stesso fra i lebbrosi perch'io esercitassi la misericordia verso di loro. Quando ne tornai, ciò che mi era parso in altri tempi amaro mi diventò dolce per l'anima e per il corpo. Lo spirito del Signore, anziché spirito d'amarezza, è spirito di dolcezza e di letizia.

- Questa esperienza che ho fatto mi ha insegnato - riprese Rufino - quanto sia facile illudersi su se stessi, e quanto sia facile scambiare per una ispirazione divina un semplice impulso della natura umana.

- Sì, è facile farsi illusioni - replicò Francesco. Ed è perciò che le illusioni sono tanto frequenti. Eppure, c'è modo di riconoscerle a colpo sicuro.

- Quale? - chiese Rufino.

- Il turbamento dell'anima - replicò Francesco. Quando uno specchio d'acqua si appanna, significa che non è puro. La stessa cosa avviene per l'uomo. Un uomo, quando è turbato, dimostra che la sorgente dei suoi atti è corrotta. Quest'uomo si dimostra ispirato da preoccupazioni estranee allo spirito del Signore. Quando un uomo può soddisfare ogni suo desiderio, non può sapere se sia veramente lo spirito di Dio che, lo ispira. È tanto facile confondere i propri vizi con le proprie virtù, e confonder la vita stessa coi fini nobili e disinteressati che le si propongono. E tutto ciò ha luogo con perfetta inconsapevolezza. Ma se all’uomo che mente a se stesso capita di essere contraddetto o di essere contrariato, allora la maschera gli cade dal volto. Egli ne rimane conturbato e irritato. Dietro l'uomo "spirituale" che non era che uno schermo d'uomo, appare l'uomo "carnale": l'uomo vivo che si difende con le unghie e coi denti. Questo turbamento e questa aggressività dimostrano che l'uomo è condotto da altre zone più profonde dello spirito stesso del Signore.

La campana dell'eremo prese a suonare. Era l'ora dell'ufficio. Francesco e Rufino si alzarono e si diressero verso l'oratorio. Camminavano sereni come due uomini liberi.

Francesco afferrò d'un tratto Rufino per il braccio e lo fermò.

- Ascolta, fratello; devo dirti qualcosa.

Poi tacque, tenendo gli occhi fissi al suolo. Sembrava che esitasse. Infine, fissando Rufino negli occhi, gli disse con tono grave:

- Con l’aiuto del Signore tu hai superato la tua volontà di sopraffazione e di prestigio personale. Ma a queste crisi molte altre ne seguiranno, che dovrai ancora superare.

- Mi fate paura, Padre - replicò Rufino. - Io non mi sento tagliato per sostenere una simile lotta.

- Non è lottando che supererai la prova riprese con dolcezza Francesco. - La supererai soltanto pregando. L'uomo che adora Dio riconosce che Lui solo è Onnipotente. Lo riconosce e lo accetta con tutto il suo cuore. Egli si compiace che Dio sia Dio. Gli basta che Dio esista. E questa certezza lo rende libero. Capisci?

- Sì, Padre, capisco - replicò Rufino.

I due frati avevano ripreso il cammino, continuando a discorrere. Ora erano giunti a pochi passi dall'Oratorio.

- Se noi sapessimo adorare soggiunse Francesco - nulla potrebbe più turbarci. Se sapessimo pregare, percorreremmo la terra con la tranquilla sicurezza dei grandi fiumi.

NON BISOGNA DISPREZZARE NULLA

Tutti i frati dell'eremo si erano accorti che Francesco aveva finalmente riacquistato la pace. Tuttavia, essi sentivano che questa pace non aveva eliminato la sofferenza dal cuore del Padre: l'aveva soltanto trasfigurata. Francesco non appariva più come un uomo sopraffatto. Il suo viso s'era di nuovo aperto e schiarito. Nel corso della giornata lo si sentiva spesso cantare. Era una gran gioia per i frati l'udirne la voce. Ma, ai loro occhi Francesco appariva l'uomo reduce dagli abissi. Egli s'era avvicinato a Dio fin là dove un uomo può avanzare senza morirne. Aveva lottato con l'Angelo, tutto solo nel cuor della notte. L'aveva vinto. Ora Francesco tornava ai suoi frati, pur segnato dal marchio misterioso dell'impari lotta sostenuta. La luce del suo sguardo, pur avendo cancellato sul suo volto ogni traccia d'ombra, non vi aveva disperso quella espressione grave che rivelava un'anima profonda che Dio stesso aveva scavato per esservi contenuto.

Francesco aveva ripreso le sue meditazioni solitarie. Nei sentieri sotto i pini la luce viva della primavera si attenuava e si faceva dolcissima. Egli amava venirci per raccogliersi e per pregare. Non diceva nulla, o quasi nulla. La sua preghiera non era fatta di formule. Egli ascoltava le voci della natura, e si limitava a coglierne ogni sfumatura. Sembrava un cacciatore alla posta. Trascorreva, così, lunghe ore d'attesa, attento ai minimi moti degli animali e delle cose circostanti, sempre pronto a cogliervi il segno d'una presenza. Il canto d'un uccello, il frullo delle foglie, i balzi d'uno scoiattolo ed il lento e silenzioso travaglio della vita non gli parlavano un linguaggio misterioso e divino? Era necessario saper ascoltare e capire, senza rifiutare nulla, con umiltà e devozione, imponendo silenzio alle proprie voci personali. Il vento soffiava piano dentro i pini. Se ne sprigionava una bella canzone. E Francesco ascoltava la parola del vento che era divenuto il suo migliore amico. Non era, forse, anche il vento pellegrino e straniero in terra, senza casa, sempre in cammino e sempre labile? Povero fra i poveri, il vento portava nella sua fuga i semi fecondi del creato. Donava tutto del suo. Seminava e passava. Né sapeva dove i semi cadessero, né prevedeva i frutti del suo lavoro. Era contento solo di seminare e seminava generosamente. Distaccato da tutto, il vento era libero come lo spazio sconfinato. Soffiava dove voleva, come lo Spirito del Signore secondo la Santa Scrittura. E mentre Francesco ascoltava la voce del vento, sentiva sempre più forte il desiderio di partecipare allo Spirito del Signore e alla sua attività divina. E questo desiderio, invadendolo, lo colmava d'un immenso senso di pace. Tutte le aspirazioni dell'anima sua si placavano al solo suo trasfondersi in questo desiderio supremo.

Una sera, tornando dalla questua, frate Silvestro disse a Francesco d'essersi attardato in una casa colonica a consolare una povera mamma il cui piccino era molto malato. Il bambino non ingeriva più alcun cibo, vomitava quasi tutto e deperiva a vista d'occhio. La madre vedeva il piccolo consumarsi di giorno in giorno e non poteva far nulla per salvarlo. Era per lei un vero e proprio strazio. Essa aveva già perduto un figlio due anni prima in condizioni analoghe. Era sfiduciata la povera donna e piangeva. Faceva pena il vederla ridotta in quello stato.

- Andrò a visitare quella povera donna - disse Francesco con semplicità.

E l'indomani mattina partì tutto solo attraverso i boschi e i campi. La casetta faceva parte di un borgo colonico. La si riconosceva facilmente. Aveva un tetto di calce ed era, secondo il racconto di frate Silvestro, la più povera e miserevole abitazione del borgo.

Nella piccola corte invasa dalla luce del sole un cane affamato accolse Francesco e gli si fece incontro abbaiando fino a leccargli la mano con l'umido muso. La porta del casolare era aperta. Francesco varcò la soglia rivolgendo ai presenti il suo solito saluto appreso dal Signore: «Sia pace a questa casa». Una figura di donna emerse dal buio del vano e si avvicinò alla porta d'entrata. Dai tratti del volto Francesco non ebbe difficoltà a riconoscere la madre del bambino malato. Il suo aspetto ancor giovanile, e pur tanto afflitto e sfinito, non lasciava dubbi in proposito: era lei la madre.

- Ho saputo da frate Silvestro - disse Francesco - che avete un bambino malato, e sono venuto a visitarlo.

Voi siete, senza dubbio, frate Francesco ribatté la donna il cui volto s'era di colpo disteso. - Frate Silvestro mi ha parlato di voi. Siate il benvenuto, Padre. Entrate, ve ne prego.

Essa lo condusse, senz'aggiunger parola, all'altra estremità del vano, presso la culla del suo piccino. Questi teneva gli occhi ben aperti, ma il suo visetto cereo non mostrava alcun segno di vita. Francesco si chinò su di lui con gesto materno e cercò con la sua mimica di farlo sorridere. Ma il bambino non sorrise. I suoi occhi grandi infossati nel cavo delle orbite profonde, erano cerchiati di livide occhiaie.

- Il buon Dio me lo toglierà, anche questo? chiese la donna al colmo del dolore. - Sarebbe il secondo nel giro di due anni. È straziante, Padre.

Francesco taceva. Egli ben capiva il dolore di quella madre. Lo capiva benissimo, giacché anche lui da due mesi risentiva quel medesimo dolore. Sapeva lui pure cosa significasse perdere dei figli, e vederli deperire di giorno in giorno. Pertanto, la pena di quella donna lo colpiva e lo sconvolgeva fin nel profondo del cuore.

- Povera madre - soggiunse dopo un breve silenzio - il vostro stato è duro, molto duro. Ma non dovete disperare. Potete perdere tutto, ma non la fiducia.

Egli non parlava a fior di labbra, senza convinzione, solo perché sentiva di dover dire qualcosa. Francesco dava voce con le sue parole al suo profondo convincimento. E la donna non mancò di convincersene. Altri le avevan senza dubbio parlato in quei termini, ma non in quel modo. L'impressione che essa ne ricevette, le riuscì del tutto nuova. Le parole di Francesco le giunsero da ben altra e diversa profondità. Egli doveva aver molto sofferto e doveva, forse, aver perduto tutto, per poter parlare con quell'accento tanto sincero e grave. Egli doveva aver superato la disperazione, doveva aver ritrovato la terra ferma, la realtà profonda che non inganna mai.

Accanto alla culla, una finestra s'apriva sul giardinetto dietro la casa. Seduto all'ombra d'un melo fiorito, vi si scorgeva il nonno che raccontava una storia ad un bambino seduto sulle sue ginocchia. Accanto, nell'erba una bambina giocava con un gattino nero.

- Sono i vostri due figli maggiori col loro nonno? - chiese Francesco, guardando fuori dalla finestra.

- Sì, sono i miei due maggiori - rispose la madre.

- Sembrano in buona salute - osservò Francesco.

- Sì - aggiunse la donna, torcendo un poco il viso. - Stanno bene di salute. Non posso lamentarmene, grazie a Dio.

- Sì, grazie a Dio - riprese Francesco. Avete ragione di ringraziare il Signore.

- È vero - obiettò la donna. - Ma se anche ne avessi dieci, tutti sani e pieni di vita, essi non potrebbero mai rimpiazzare il figlio che ho perduto. Un figlio non si rimpiazza. Egli è sempre un essere unico. E quando un figlio muore, tutti gli altri insieme, pur numerosi, non riescono a colmare il vuoto. E quanto più se ne ha sofferto, tanto più lo si ama e lo si rimpiange.

Ci fu una pausa di silenzio. Tra le tegole del tetto si udiva la rapida corsa d'un topo. Nel giardinetto il nonno continuava a raccontare la sua fiaba. Pareva ch'egli fosse giunto al momento più patetico del suo racconto. La sua voce si faceva più grave e più misteriosa. Il suo viso assumeva un'aria drammatica. La bambina non si curava più del gatto; e, avvicinatasi al nonno, lo supplicava con voce carezzevole:

- Ricomincia, nonno, ricomincia da capo. Non ho sentito bene il principio della storia,

- Lascialo raccontare - replicava il fratello, respingendola col braccio.

Ed il nonno, fingendo di non sentire, proseguiva la sua storia imperturbabile.

Nella culla il piccino non teneva più gli occhi aperti. Francesco -alzò la mano e lo benedisse. Quindi, si ritirò in punta di piedi.

- Lasciamolo dormire - disse alla madre. Tornerò presto a rivederlo.

- Mio marito sta lavorando nei campi - disse la donna. - Rincaserà non prima di notte. Ma voi andate a salutare il nonno prima di partire.

- No, lasciatelo stare, ve ne prego - replicò Francesco. - Non bisogna disturbarlo ora. Si guasterebbe la gioia dei bambini. Essi hanno bisogno di sentire le fiabe raccontate dal nonno. Un'infanzia senza fiabe è un mattino senza sole, o anche una giovane pianta senza radici. Io ricordo ancora e sempre le storie che nostra madre ci raccontava quando s'era bambini. Nostra madre era d'origine provenzale e conosceva bene le leggende di Francia. Nelle lunghe sere d'inverno, prima di coricarci, noi ci si stringeva intorno a lei e la si ascoltava con un piacere misto ad un po' di paura. Essa ci raccontava le meravigliose storie della foresta di Brocéliande dove abitavano il mago Merlino e la fata Viviana. Altre volte essa ci parlava dell'Imperatore Carlo, dalla barba fiorita e dei suoi meravigliosi cavalieri Orlando e Oliviero. E noi ci figuravamo, come in sogno, quel paesaggio bello e dolce dove l'imperatore passava a cavallo con la scorta dei suoi paladini. Tutti questi ricordi mi sono rimasti bene impressi nella mente. Sento che fan parte di me. Talvolta li sento cantare dentro di me. Dio parla anche per mezzo di queste umili voci che vengono dalla terra. Son voci, queste, che non dobbiamo disprezzare. Non c'è nulla che vada disprezzato. Neppure le fate. Esse sono figlie di Dio.

La donna ascoltava, fissando il volto grave e dolce di Francesco. Essa era soprattutto colpita dalla immensa bontà che traspariva nelle parole di Francesco e che, raggiando dalla sua persona, si estendeva a tutte le cose. Mentre essa lo guardava e lo ascoltava, il mondo assumeva ai suoi occhi ben altro senso e peso. Il mondo le si faceva vasto e profondo, pieno di recondite armonie. Non v'era nulla di superfluo e tutto appariva regolato e radicato in una comune bontà originale. Il mondo le appariva degno di fiducia. Dio v'era presente per ogni dove, perfino nei racconti e nelle meravigliose storie di fate.

- Dovete tornare a trovarci una di queste sere disse la donna.

- Tornerò presto - rispose Francesco. - Arrivederci.

Francesco riprese la strada dei boschi e dei campi. Egli portava ora nel suo cuore il dolore di quella povera madre. Giunto che fu all'eremo, si mise a pregare mentre la notte calava. Era solito farlo. Ma quella sera il suo pensiero non si scostava da quella povera famiglia visitata poc'anzi. Francesco chiedeva al Signore, anziché di liberarli dalla povertà, di dar loro la gioia della povertà stessa. Giacché, se la povertà s'accompagna con la gioia, svaniscono la cupidigia e la bramosia. Egli rivedeva quella povera donna estenuata e scoraggiata che s'aspettava da lui un po' d'aiuto. Francesco immaginava anche tutte le altre madri sfinite e desolate. Il dolore del mondo gli apparve sconfinato e senza fondo, come la notte.




NON SI PUO’ IMPEDIRE AL SOLE DI ILLUMINARE IL MONDO


«Tornerò presto», aveva detto Francesco alla donna. Dopo pochi giorni, egli si rimise in cammino, sul far della sera, con frate Leone per recarsi presso il bambino ammalato. Portava con sé quel sacchetto di semi di fiori che sorella Chiara gli aveva dato quando era passato da San Damiano.

Li seminerò sotto la finestra dei bambini, pensava Francesco; fornirò in tal modo un po' di gioia ai loro sguardi. Quand'essi vedranno la loro casupola tutta fiorita, l'ameranno di più. Ed è tanto diverso quando si son visti dei fiori negli anni dell'infanzia.

Francesco si lasciava cullare da questi pensieri, mentre seguiva Leone attraverso i boschi. Essi erano soliti camminare in silenzio dentro la grande natura. Scesero lungo il pendio d'un burrone, in fondo al quale s'udiva gemere un torrente. Il luogo era solitario e bello d'una bellezza selvaggia e pura. L'acqua schiumeggiava sulle rocce, ilare e chiara, piena di fugaci riflessi azzurrini. Se ne diffondeva un gran senso di fresco, che s'insinuava nel sottobosco circostante. Alcuni ginepri erano fioriti qua e là fra le rocce al di sopra dell'acqua tumultuosa.

- Nostra sorella acqua! - esclamò Francesco avvicinandosi al torrente. - La tua purezza canta l'innocenza di Dio!

Saltando dall'una all'altra pietra, Leone si affrettò ad attraversare il torrente. Francesco gli tenne dietro, ma ci impiegò più tempo. Leone, che lo aspettava in piedi sull’altra riva, guardava l'acqua limpida che scorreva veloce sulla sabbia dorata dal sole fra le rocce grigie. Quando Francesco l'ebbe raggiunto, Leone stava ancora nella sua attitudine contemplativa. Pareva che non potesse più distaccarsi da quello spettacolo. Francesco lo guardò e lo sorprese triste.

- Hai l'aria pensosa - gli disse Francesco.

- Se noi potessimo disporre di un po' di questa purezza - rispose Leone - potremmo conoscere anche noi la gioia folle ed esuberante della nostra sorella acqua, nonché il suo slancio irresistibile.

Traspariva in queste parole una profonda nostalgia. E lo sguardo di Leone fissava, colmo di tristezza, il ruscello che continuava a scorrere nella sua inafferrabile purezza.

- Vieni - disse Francesco, tirandolo per un braccio.

E ripresero entrambi il cammino. Dopo una pausa di silenzio, Francesco chiese a Leone:

- Sai tu, fratello, in che cosa consiste la purezza del cuore?

- Nel non aver nessuna colpa da rimproverarsi - ribatté Leone senza esitare.

- Allora comprendo la tua tristezza - soggiunse Francesco - giacché abbiamo sempre qualcosa da rimproverarci.

- Sì - soggiunse Leone - ed è questo pensiero che mi fa disperare d'attingere un giorno la purezza del cuore.

- Ah, frate Leone, credimi - ribatté Francesco; - non ti preoccupare tanto della purezza dell'anima tua. Volgi lo sguardo a Dio. Ammiralo. Rallegrati di Lui che è tutto e soltanto santità. Rendigli grazie per Lui stesso. Questo, appunto, significa avere il cuore puro.

- E quando ti rivolgi a Dio così, guardati bene dal tornare a ripiegarti su te stesso. Non chiederti mai a che punto sei con Dio. La tristezza che provi nel sentirti imperfetto e peccatore è un sentimento ancora umano, troppo umano. Bisogna guardare più in alto, molto più in alto. C'è Dio, l'immensità di Dio ed il suo inalterabile splendore. Il cuore puro è quel cuore che non cessa di adorare il Signore vivo e vero. Il cuore puro non si interessa che alla esistenza stessa di Dio, ed è capace, pur in mezzo alle sue miserie, di vibrare al pensiero dell'eterna innocenza e dell'eterna gioia di Dio. Un cuore siffatto è al tempo stesso sgombro e ricolmo. Gli basta che Dio sia Dio. In questo pensiero il cuore trova tutta la sua pace, e tutta la sua gioia. E Dio stesso diventa allora tutta la sua santità.

- Dio, nondimeno, esige da noi che ci si sforzi d'essergli fedeli - fece osservare Leone.

- Sì, senza dubbio - soggiunse Francesco. - Ma la santità non consiste in un compimento del proprio essere, né in uno stato di pienezza. La santità consiste, innanzitutto, in un vuoto che si scopre in noi e si accetta, e che Dio ricolma di sé nella misura in cui noi ci si apre alla sua pienezza.

«La nostra miseria, allorché viene accettata, diventa lo spazio libero dove Dio può ancora creare. Il Signore non consente a nessuno di togliergli la gloria. Egli è il Signore, l'Essere unico, il solo Santo. Ma prende il povero per mano, lo estrae dal suo fango e lo invita a sedere fra i principi del suo popolo, perché prenda visione della sua gloria. Dio diventa in tal modo l'azzurro dell'anima sua.

«Contemplare la gloria di Dio, frate Leone, scoprire che Dio è Dio, e Dio per sempre, ben oltre la nostra condizione umana, rallegrarci di Lui, estasiarci dinanzi alla sua eterna giovinezza, rendergli grazie per Lui stesso e per la sua misericordia che non verrà mai meno, tutto ciò costituisce la più profonda esigenza di quell'amore che lo Spirito di Dio non cessa di diffondere nei nostri cuori. In ciò, appunto, consiste per noi l'avere il cuore puro.

«Ma questa purezza non si ottiene con la forza dei pugni tesi né con lo spasimo.

- E come, allora? - chiese Leone.

- Bisogna semplicemente spogliarci di tutto. Far piazza pulita. Accettare la nostra povertà. Rinunciare a tutto ciò che pesa, perfino al peso dei nostri peccati. Non veder altro che la gloria del Signore e lasciarcene irradiare. Ci basta che Dio esista. Allora il cuore si fa più leggero e non sente più se stesso, come l'allodola inebriata di spazio e d'azzurro. Libero da ogni cruccio e preoccupazione, il cuore non aspira se non ad una perfezione che coincide con la pura e semplice volontà divina.

Leone ascoltava sopra pensiero, camminando davanti a Francesco. Ma a mano a mano che procedeva, sentiva il suo cuore farsi più leggero e pieno di pace.

I due frati giunsero poco dopo in vista del piccolo casolare. Non appena entrati nella corte, furono accolti dalla donna che, in piedi sulla soglia di casa, pareva attenderli. Quando li vide, corse loro incontro. Il suo volto era raggiante.

- Fratello mio - esclamò la donna rivolta a Francesco - ero sicura che sareste venuto stasera. Prevedevo la vostra visita. Se sapeste come sono felice! Il mio piccino sta molto meglio. Ha potuto prendere un po' di cibo in questi giorni. Non so come ringraziarvi.

- Dio sia lodato! - esclamò Francesco. Lui che dovete ringraziare.

Poi, seguito da Leone, Francesco entrò nella casupola, s'avvicinò al lettino e si chinò sul fanciullo che gli fece un bel sorriso. La madre ne fu felice. Era evidente che il bambino aveva preso a rivivere. Frattanto, il nonno rincasò coi due maggiori che gli trottavano intorno. Era un uomo ancora agile, dal viso sereno e dagli occhi chiari.

- Buonasera, fratelli - esclamò il nonno. - Come siete buoni d'esser venuti a trovarci. Siamo stati in ansia per via del piccino. Ma adesso par che tutto s'accomodi.

- Ne sono molto felice e ne rendo grazie al Signore - disse Francesco.

- Dovremmo ringraziarlo sempre - soggiunse il vecchio con tono grave. - Anche quando le cose non avvengono secondo i nostri desideri. Ma è tanto difficile. Noi non siamo mai all'altezza della speranza. Quand'ero giovane, chiedevo talora i conti al Signore, se le cose non andavano come avrei desiderato. E se Iddio non mi prestava ascolto, me ne sentivo turbato ed anche irritato. Adesso non chiedo più nessun conto a Dio. Ho capito quanto fosse ingenua e ridicola la mia pretesa. Dio è come il sole: visibile o nascosto che sia, non cessa di raggiare. Provate ad impedirglielo! Ebbene, del pari, non si può impedire a Dio d'essere misericordioso.

- È vero - soggiunse Francesco. - Dio è il bene e non può volere altro che il bene. Ma, a differenza del sole che fa luce senza di noi, e al di sopra di noi, Dio ha voluto che la sua volontà passasse attraverso il cuore degli uomini. È questa una cosa meravigliosa e anche spaventosa. Dipende da ciascuno di noi che gli uomini godano o non godano della misericordia divina. Perciò la bontà è una cosa così grande.

I due bambini che si tenevano stretti alle gambe del nonno, fissavano i due frati con grandi occhi stupiti ed ansiosi. Anziché ascoltare, guardavano soltanto. Era questo il loro modo di ascoltare. Il volto di Francesco ed il suo modo di parlare facevano ad essi una grande impressione. Essi erano affascinati dalla sua vitalità e dalla sua dolcezza.

- Orsù, diamoci alla gioia - proruppe Francesco all’improvviso. - Il piccolo sta meglio e noi dobbiamo rallegrarcene.

E, rivolgendosi al fratellino maggiore che continuava a fissarlo:

- Vieni, mio piccolo ometto - gli disse. Voglio farti vedere una bella cosa.

Francesco lo prese per mano e lo condusse nella corte. Tutti gli altri lo seguirono. E la sorellina non fu l'ultima a uscire per vedere che cosa sarebbe successo.

- Ho portato dei semi di fiori - disse Francesco, mostrando il sacchetto al bambino. - Sono fiori bellissimi. Ma dove li semineremo?

Francesco diede un colpo d'occhio in giro alla corte. A piè del muro, sotto le finestre, c'era un vecchio trogolo di pietra che già aveva dovuto servire d'abbeveratoio per le bestie. Era pieno di terra e di foglie morte e d'erbacce.

- Questo trogolo - disse il nonno - farà benissimo al caso nostro.

Francesco cominciò a strappare le erbacce, rimosse la terra e vi buttò dentro i piccoli semi. Tutti gli sguardi seguivano la sua mano lesta, cercando di scorgere i semi che ne cadevano minuscoli.

Perché fai questo? - chiese il bambino che non capiva.

- Perché quando tu vedrai i fiori aprirsi al sole e ridere in tutto il loro fulgore - rispose Francesco intento al suo lavoro - anche tu riderai esclamando: «Ha fatto cose bellissime il buon Dio».

- E come si chiamano questi piccoli fiori? chiese ancora il bambino.

- Non lo so - replicò Francesco. - Ma se vuoi, li chiameremo «Speranza». Ti ricordi questo nome? Sono i fiori di speranza.

E' l'ometto stupito sillabò distintamente: - Spe-ran-za.

In quel momento il padre rincasò, al termine del suo lavoro nei campi. Era un uomo corpulento, vestito d'una tunica color cenere; aveva le gambe nude e grigie di polvere, il viso bruciato dal sole, le maniche rimboccate su un paio di braccia robuste ed abbronzate. S'avvicinò ai frati con un largo sorriso illuminato dal sole dell'intera giornata.

-Buonasera, fratelli - esclamò. - Avete avuto la buona idea di venire stasera. Ho terminato il mio lavoro un po' prima del solito. Allora, avete visto il piccino! Sta molto meglio, non è vero? È proprio miracoloso.

La sua persona emanava, nel suo complesso, un senso di forza e di semplicità. La stessa stanchezza non attenuava quell'impressione di calma serena. Al contrario, la stanchezza gli conferiva maggior peso.

- Resterete a cena con noi? - chiese il buon uomo ai frati, in tono amichevole e perentorio.

Poi, come riprendendosi, aggiunse:

- Un istante, prego. Vado a lavarmi la faccia e torno subito.

Tornò, infatti, poco dopo, con la faccia ben lavata. Invitò gli ospiti in casa per la cena che fu semplicissima: una minestra casalinga e un po' di verdura. Un pasto da povera gente, come piaceva a Francesco.

Dopo il pasto, uscirono tutti in giardino dietro la casa. Il gran caldo della giornata era cessato. Il sole era scomparso all’orizzonte; ma il suo fulgore persisteva tenace. Laggiù, sulla collina, dove il sole era tramontato, pochi cipressi neri spiccavano su un cielo d'oro arancione e rosa, e l'ombra loro si prolungava smisurata sui campi. L'aria era dolce e tranquilla. Tutta la famiglia si sedette sull'erba, sotto il melo. Gli sguardi si fissarono tutti su Francesco. Ci fu una pausa di silenzio e di attesa. Infine il padre di famiglia prese la parola e disse:

- Mia moglie ed io ci chiediamo da tempo cosa potremmo fare per vivere in modo più perfetto. Non possiamo, s'intende, abbandonare i nostri figlioli per viver la vita dei frati. Come fare allora?

- Vi basta praticare il Santo Vangelo nelle condizioni e nello stato assegnatovi dal Signore rispose Francesco.

- Ma in concreto come dobbiamo agire ed operare? - chiese il padre.

- Il Signore - rispose Francesco - ci dice, ad esempio, nel Vangelo: «Il più grande di voi sia come il più piccolo, e il capo sia come il servo». Ebbene, questa massima vale per tutte le comunità, compresa la famiglia. Il capo di famiglia, al quale dobbiamo obbedienza e che è considerato il maggiore fra i familiari, deve considerarsi come l'ultimo d'essi e farsi il servitore di tutti i suoi. Egli prenderà cura di ognuno d'essi con la stessa bontà che vorrebbe ricevere se fosse al posto loro. E sarà dolce e generoso verso tutti. E se qualcuno sbaglia, anziché irritarsi con lui, lo riprenderà con pazienza e con dolcezza. In questo consiste il vivere secondo il Vangelo. Partecipa, invero, allo Spirito del Signore colui che agisce in questo modo. Non è necessario, come vedete, far grandi sogni, basta attenersi alla semplicità del Vangelo e, soprattutto, prenderla sul serio.

- Un altro esempio - proseguì Francesco. - Il Signore dice nel Vangelo: «Beati i poveri di spirito, giacché è loro il Regno dei cieli». Ebbene, cosa significa esser poveri di spirito? Vi sono molti che pregano a lungo e si umiliano spesso in digiuni e macerazioni. Ma per una sola parola che suoni ad essi come un insulto, o per un oggetto che venga loro tolto, essi si scandalizzano subito e subito protestano. Costoro non sono poveri di spirito: giacché, colui che ha un vero spirito di povero, odia se stesso ed ama chi lo schiaffeggia.

«Potrei aggiungere altri esempi e applicazioni. Del resto, nel Vangelo, tutto è concatenato. Basta cominciare da una estremità della catena. Non si può disporre di una virtù evangelica, se non si possiedono tutte le altre. Pertanto, non si può essere veramente povero secondo il Vangelo, senza essere veramente umile. E nessuno è veramente umile, se non si sottomette a tutte le creature, e innanzitutto alla Santa Chiesa, nostra Madre comune. E questo non può ottenersi senza una grande fiducia nel Signore Gesù, che non trascura mai i suoi figli, e nel Padre che conosce i loro bisogni. Lo Spirito del Signore è uno e indivisibile. È uno spirito di infanzia, di pace, di misericordia e di gioia».

Francesco parlò ancora a lungo su questo argomento. Per quella gente semplice e aperta l'ascoltarlo costituiva un vero godimento. Ma la notte cominciava a calare. Essa s'impigliava nei grossi rami nodosi dell'orto. Cominciava a far freddo. I bambini, i due maggiori, rannicchiati contro il nonno, cominciavano ad essere irrequieti e a volersi muovere. Francesco e Leone, dovendo rincasare, si alzarono e presero congedo dai loro ospiti.

Era piacevole camminare nell'aria fresca della sera. Il cielo s'era fatto color indaco scuro. Le stelle s'accendevano ad una ad una. Francesco e Leone entrarono nel folto del bosco. Era nata la luna. Il suo chiarore investiva la cima degli alberi, calava lungo i rami tra le foglie fino a raggiungere il sottobosco dove si dissolveva in gocce d'argento sulle felci e sui mirtilli. La foresta era invasa per ogni dove di luce. Era una luce verde, dolce, accogliente, che lasciava vedere lontano nel folto. Sui tronchi degli alberi secolari luccicavano il lichene ed il muschio come una polvere di stelle. Frate Leone pensò che la selva attendesse qualcuno, tant'era bella e viva nei suoi giochi d'ombra e di luce. Aleggiava un buon profumo di cortecce, di selci, di menta e d'altri mille fiori invisibili. I due frati camminavano in silenzio. Dinanzi ad essi una volpe saltò fuori da un cespuglio ed entrò in un fascio di luce; il suo pelo rossigno per un istante prese fuoco. Poi la volpe scomparve nel buio, emettendo sordi guaiti. Una vita segreta veniva destandosi. Gli uccelli notturni si chiamavan tra loro; salivan bisbigli innumerevoli dal folto del sottobosco. Uscito in una radura. Francesco si arrestò a mirare il cielo. Le stelle pendevano a grappoli, sembravano vive anch'esse. La notte era bella, chiara e serena. Francesco aspirò profondamente il buon profumo del bosco. Tutta quella vita invisibile, fremente e profonda d'intorno a lui non costituiva ai suoi occhi una potenza tenebrosa e spaventosa. Essa non incuteva paura. Da opaca che era, s'era fatta luminosa. Essa gli rivelava in trasparenza la bontà divina, sorgente di tutte le cose. Francesco riprese il cammino cantando. La dolcezza di Dio lo aveva conquistato. La grande e forte dolcezza di Dio.

- Tu solo sei buono. Tu sei il Bene, tutto il Bene. Tu sei la nostra grande dolcezza. Tu sei la nostra vita eterna, grande e ammirabile Signore ripeteva Francesco.

Egli cantava queste lodi del Signore su motivi musicali che veniva improvvisando. Al colmo della letizia, Francesco colse da terra due pezzi di legno e, posatone uno sul braccio sinistro, si mise a fregarlo con l'altro legno, come se sfiorasse con l'archetto le corde d'una viola. Leone lo guardava. Il suo viso era luminoso. Francesco camminava, cantava e mimava l'accompagnamento del suo canto. E Leone stentava a seguirlo.

D'improvviso Francesco rallentò il passo. Leone s'avvide, con stupore, che il suo viso non era più lo stesso di prima. Appariva afflitto. Francesco continuava a cantare; ma anche il canto aveva voce di lacrime.

- O Tu che ti degnasti morire per amore del mio amore - diceva Francesco in un gemito - possa la dolce violenza del Tuo Amore farmi morire per amor del Tuo amore.

Leone allora si convinse che Francesco in quel momento vedeva il suo Signore pendere dalla croce. Lo vedeva al termine d'una lunga agonia, in lotta tra la vita e la morte, ridotto ad un cencio umano. La sua felicità lo aveva reso capace di vedere Dio Crocifisso. I due pezzi di legno che aveva tra le mani gli eran caduti per terra. Poi Francesco riprese la sua litania di lodi al Signore con un tono di voce più forte che risuonava chiara; nella notte tra gli alberi del bosco.

- Tu sei il Bene, tutto il Bene, grande e ammirabile Signore, Salvatore misericordioso!

Questo rituffo nella gioia non mancò di sorprendere Leone. La vista del Crocefisso non aveva offuscato la gioia di Francesco. Al contrario. E Leone pensò che essa ne fosse la vera sorgente, pura e inesauribile. Quella immagine di obbrobrio e di dolore era la luce che illuminava il cammino del Santo e gli rivelava l'armonia del Creato. Questa luce rivelava ai suoi occhi, ben oltre tutte le brutture e i misfatti del mondo, il Creato pacificato e colmo di quella sovrana Bontà che è all'origine di tutte le cose.

Il volto di Francesco era di nuovo illuminato meravigliosamente di un'espressione infantile. Era come se il Creato fiorisse ai suoi occhi, tutto imbevuto dell'innocenza divina e il miracolo della vita gli si svelasse in tutta la sua primordiale freschezza.

I due frati attraversarono una radura. Sulle soglie del bosco apparve loro un branco di cervi. Immobili, a testa alta, i cervi guardaron passare quell'uomo libero che cantava. Non parvero per nulla spaventati i cervi. Allora Leone comprese che stava vivendo un evento eccezionale. Sì, era vero che la foresta stesse aspettando qualcuno. Tutti gli alberi, e quei cervi e quelle stelle attendevano il transito dell'uomo fraterno. Da gran tempo la natura viveva in questa aspettativa; forse da millenni. Ma quella sera un misterioso istinto le diceva che il prodigio si sarebbe compiuto. E Francesco era lì presente, in mezzo alla natura, e ne scioglieva i nodi per la virtù del suo canto.




PIÙ POVERO DEL BOSCO MORTO


Un filo di fumo azzurrino s'alzava nell'aria ai margini del bosco, in prossimità dell'eremo. Saliva quel po' di fumo, leggero e diritto, senza flettersi sotto i colpi d'ala del vento. Calmo e slanciato, come gli alberi, pareva che quel fumo facesse parte del paesaggio. Eppure, frate Leone, n'era preoccupato. Quel fumo era del tutto insolito. Chi, dunque, aveva acceso quel fuoco sul fare del giorno? Leone volle sincerarsene. Avanzò di qualche passo, scostò qualche ramo e vide a un tiro di pietra Francesco stesso accanto ad un modesto fuoco. Cosa mai stava bruciando? Lo vide chinarsi, raccogliere una pigna e gettarla tra le fiamme.

- Cosa bruci, Padre? - chiese Leone.

- Un paniere - rispose Francesco con semplicità.

Leone guardò più da vicino e riconobbe i resti di un paniere di vimini che finiva di bruciare.

- Spero che non si tratti del paniere che stavi confezionando in questi giorni.

- Sì, per l'appunto - ribatté Francesco.

- Perché l'hai bruciato? Non lo consideravi ben fatto? - chiese Leone stupito.

- Molto ben fatto. Anzi, troppo ben fatto aggiunse Francesco.

- Ma, allora, perché l'hai bruciato?

- Perché, poco fa, durante la orazione, il ricordo di quel paniere mi ha distratto, fino ad accaparrare tutta la mia attenzione. Era giusto, pertanto, ch'io, rincasando, lo sacrificassi al Signore - spiegò Francesco.

Leone rimase a bocca aperta. Benché conoscesse bene Francesco, le sue reazioni gli riuscivano sempre sorprendenti. Questa volta il gesto di Francesco gli sembrava troppo severo.

- Padre, non ti capisco. Se si dovesse bruciare tutto ciò che ci distrae nella preghiera, non si finirebbe più - mormorò Leone al termine di un breve silenzio.

Francesco non rispose.

Sai bene - aggiunse Leone che frate Silvestro faceva assegnamento su quel paniere. Ne aveva bisogno e lo aspettava con una certa impazienza.

Sì, lo so ribatté Francesco. - Gliene farò un altro al più presto. Ma questo dovevo bruciarlo. Era urgente.

Il paniere aveva finito di bruciare. Francesco ne soffocò l'ultima fiammella sotto una pietra. Poi, prendendo Leone per un braccio, gli disse:

- Vieni! Ti dirò perché l'ho fatto.

Francesco condusse Leone non lontano da lì, presso una siepe di vimini. Ne tagliò qualche verga flessibile. Poi, messosi a sedere, cominciò a intrecciare un nuovo paniere. Leone s'era seduto al suo fianco, in attesa delle spiegazioni del Padre.

- Io voglio lavorare con le mie mani - dichiarò Francesco - e voglio che tutti i miei frati mi seguano nel lavoro. Non per la bramosia del guadagno; ma solo per dare il buon esempio e tenere lontano l'ozio. Non v'è nulla di più triste di una comunità che non lavora! Ma il lavoro non è tutto, frate Leone, e non risolve tutti i problemi. Il lavoro può anche costituire un ostacolo alla vera libertà dell'uomo; e lo diventa ogni qualvolta l'uomo si lascia assorbire dal suo lavoro fino a trascurare di rendere adorazione al Dio vivo e vero. Pertanto, dobbiamo mantenere acceso in noi lo spirito di orazione. Questa è la cosa più importante.

- Capisco, Padre - rispose frate Leone. - Ma noi non possiamo distruggere il nostro lavoro, ogni qualvolta ci insinui distrazioni nella preghiera.

- Certamente - ribatté Francesco. - Ciò che importa è disporci a sacrificarlo al Signore. A questa sola condizione l'uomo conserva la sua anima disponibile. Sotto la legge antica gli uomini sacrificavano a Dio le primizie dei loro raccolti e dei loro armenti; essi non esitavano a spogliarsi delle loro cose più belle. Era questo un atto di adorazione, ma anche di liberazione; in tal modo l'uomo serbava ben aperta l'anima sua. I suoi sacrifici ne allargavano l'orizzonte fino all'infinito. Era questo il segreto della sua libertà e della sua grandezza.

Qui Francesco tacque. Tutta la sua attenzione parve concentrata nel suo lavoro. Ma Leone, al suo fianco, sentiva ch'egli aveva qualcosa d'essenziale e di intimo, che non riusciva ad esprimere. Furono pochi istanti di silenzio che a Leone sembrarono lunghissimi. Leone avrebbe voluto parlare, avrebbe voluto dir qualcosa per colmare quel silenzio; ma se ne trattenne per un senso di discrezione. Infine, Francesco si rivolse verso di lui e lo fissò con uno sguardo pieno di bontà.

Sì, frate Leone - aggiunse Francesco con molta calma - l'uomo è grande soltanto quando supera il proprio lavoro per non vedere che Dio. Soltanto allora egli attinge l'intera sua statura di uomo. Ma questo è difficile, molto difficile. Bruciare un paniere di vimini, opera nostra, non è nulla, anche se il paniere è riuscito bene. Ma staccarsi dall'opera di tutta una vita è ben altra cosa, che supera le forze dell'uomo.

- Per seguire il richiamo di Dio, uno si dedica tutto ad un'opera, con passione e con entusiasmo. È bene e necessario che sia così. L'entusiasmo solo è creatore. Ma creare qualcosa significa imporle la nostra firma e significa impossessarcene. Allora il servo di Dio si espone al suo più grande pericolo. L'opera compiuta diventa per l'autore che vi si attacca, il centro del mondo: essa lo mette in uno stato di indisponibilità radicale. Potrà liberarsene solo a costo d'una frattura. Grazie a Dio, tale frattura può prodursi. Ma i mezzi di cui dispone la Provvidenza per ottenerla sono terribili. Essi consistono nell'incomprensione, nella contraddizione, nella sofferenza e nello scacco. E, talora, anche nello stesso peccato, permesso da Dio. La vita di fede subisce allora la sua crisi, la più profonda e la più decisiva. Né può evitarsi questa crisi che, prima o poi, si produce in tutte le condizioni della vita. L'uomo s'è dedicato, anima e corpo, all'opera sua e s'è illuso di dedicarla alla gloria di Dio. Sennonché, Dio par che lo abbandoni a se stesso e non si interessi del suo lavoro. Anzi, par che Dio gli chieda di rinunciare al suo lavoro, d'abbandonare l'opera alla quale l'uomo ha dedicato per anni ed anni tutte le proprie forze, ora nella gioia ed ora nel dolore.

«Prendi il tuo figlio, il tuo unico figlio che ami tanto, e va nel paese di Moria ed offrilo in olocausto». Questa terribile ingiunzione rivolta da Dio ad Abramo, non c'è servo di Dio che non se la senta rivolgere un giorno a se stesso. Abramo aveva prestato fede alla promessa che Dio gli aveva fatta di dargli una discendenza; per vent'anni aveva atteso che tale promessa si realizzasse. Non aveva perso ogni speranza. E quando finalmente nacque il figlio, frutto della promessa divina, Dio ingiunse ad Abramo di sacrificarglielo, senza nessuna spiegazione. Fu un colpo ben duro e incomprensibile. Orbene, anche a noi, un giorno o l'altro, Dio fa la stessa ingiunzione. Fra Dio e l'uomo par che non si parli più la stessa lingua. Essi non si intendono più. Dio aveva chiamato e l'uomo aveva risposto. Ora è l'uomo che chiama, ma Dio non risponde. È un momento tragico, questo, in cui la vita religiosa confina con la disperazione: l'uomo lotta da solo, nelle tenebre con l'inafferrabile. Egli aveva creduto che gli sarebbe bastato fare questo o quello per entrare nelle grazie di Dio. Ma è lui che Dio vuole. L'uomo non può salvarsi per mezzo delle proprie opere, per quanto buone esse siano. Egli deve diventare l'opera di Dio. Egli deve farsi tra le mani di Dio più malleabile e docile dell’argilla nelle mani del vasaio. Deve farsi più cedevole e paziente dei vimini tra le mani del panieraio. Deve farsi più povero e più abbandonato dei rami secchi nei boschi d'inverno. Solo in virtù di questo stato di abbandono e di questo voto di povertà, l'uomo può aprire a Dio un credito illimitato, offrendogli l'iniziativa assoluta della propria vita e della propria salvezza. L'uomo accede, in tal modo, ad uno stato di santa obbedienza. Egli si fa bambino e partecipa al gioco divino della creazione. Ben oltre la gioia e il dolore, l'uomo attinge l'ebbrezza e la potenza. Egli può considerare con la stessa gravità e con la stessa allegria il sole e la morte.

Leone taceva. Non aveva più voglia di far domande. Benché non capisse tutto ciò che Francesco diceva, Leone non aveva mai visto tanto chiaro e profondo nell'anima del Padre. Leone era soprattutto colpito dalla calma con cui Francesco parlava di quelle cose gravi che non poteva conoscere se non per esperienza. Allora si sovvenne di quel che Francesco gli aveva detto un giorno: «L'uomo conosce solo quanto esperimenta». Tutto quello che aveva detto, Francesco doveva averlo sperimentato. Si sentiva tanta voce di verità nelle sue parole. Leone si sentì colmato di dolcezza e di sgomento al solo pensiero d'essere il confidente privilegiato di una siffatta esperienza. Francesco procedeva nel suo lavoro, e intrecciava vimini con mano ferma, come se stesse giocando.


PIÙ VESTITO DI SOLE CHE L’ESTATE

Le cicale frinivano nella pineta dintorno all'eremo. Erano i primi giorni del mese di giugno. Faceva molto caldo. Un sole implacabile divampava nell'azzurro abbagliante del cielo. I suoi raggi piovevano rigidi e fitti come un diluvio di fuoco. Nulla sfuggiva a quell'incendio. Si udiva nel bosco lo scricchiolio delle cortecce abbrustolite dal caldo. Sui fianchi scoscesi della montagna l'erba seccava e ingialliva tra le rocce infiammate. Lungo i bordi del bosco, gli alberelli e le pianticine verdi, ancora intrise dalle recenti piogge primaverili, curvavano il capo. Nondimeno, accanto all'oratorio, alcuni meli che cominciavano a dar frutti, sembravano a lor agio in quel gran caldo. Il solleone, al par del fuoco, mette alla prova gli esseri e li costringe a rivelarsi. Non c'è gonfiore che resista. Non c'è posto che per la maturità. Solo l'albero che ha annodati i suoi frutti si espone senza pericolo al suo ardente splendore.

Nelle ore più calde del giorno Francesco amava rifugiarsi sotto i pini. Ascoltava il canto delle cicale e vi partecipava in ispirito. Soffriva sempre agli occhi, ma il suo cuore era sereno; fin dalle ore più torride, egli pregustava già la pace vespertina. Pensava già al prossimo Capitolo della Pentecoste e alla folla dei frati che sarebbero convenuti in quel giorno ad Assisi. Francesco prevedeva i problemi che si sarebbero imposti, sempre più gravi, in seno alla sua grande famiglia. Ma questo pensiero non lo turbava, né lo angosciava come un tempo. Anche i ricordi penosi che tal pensiero suscitava nel suo cuore, non ne alteravano la serenità. Non era indifferenza la sua. Il suo amore per i frati e le sue esigenze non avevan cessato di crescere e di approfondirsi. Ma viveva in pace. Anche per lui era giunta l'ora della maturità. Non si preoccupava di sapere se sarebbero venuti molti frutti a lui che ne aspettava uno solo, purché non amaro. Era questa la sola cosa importante. Sapeva che il resto gli sarebbe stato concesso in sovrappiù. Sul suo capo le cicale non cessavano di cantare. Le loro note stridule sembravan note di fuoco, e piovevano dai rami simili a lingue di fiamma. Francesco stava seduto nella pineta, allorché vide venire attraverso il bosco un frate agile, ancor giovane, dal passo lento e pur deciso. Riconobbe frate Tancredi. Francesco si alzò in piedi, gli andò incontro e lo abbracciò.

- Pace a te! - gli disse. - Che grata sorpresa mi fai! Devi aver avuto un bel caldo a salire fin quassù!

- Sì, Padre! - rispose il frate che si asciugava il sudore con la manica. - Ma non ha importanza.

- E come stai? - gli domandò Francesco.

Il frate scosse la testa e sospirò.

- Non molto bene, - rispose. Ed è perciò che vengo a trovarti.

Francesco lo invitò a sedere all'ombra dei pini.

- Cosa c'è che non va? Dimmi tutto - insisté Francesco.

- Lo sai bene, Padre - soggiunse Tancredi. - Da quando tu non sei più con noi, alla nostra testa, le cose vanno di male in peggio. I frati, intendo coloro che vogliono serbar fede alla Regola e seguire il tuo esempio, sono scoraggiati e disorientati. Si dice e si ripete loro che tu sei superato, che è necessario aggiornarsi, e quindi ispirarsi all'organizzazione degli altri Ordini. La semplicità e la povertà, si dice loro, sono cose molto belle; ma non bisogna esagerare in tal senso e, comunque, non sono sufficienti. Si dice loro infine, che la cultura, la potenza ed il denaro sono beni indispensabili all'azione e al successo. Ecco ciò che si insinua.

- Sono sempre gli stessi, senza dubbio, che parlano così - osservò Francesco con semplicità.

- Sì, Padre', sono sempre gli stessi. Tu li conosci. Si chiamano gli innovatori. Han fatto molti seguaci. E, per colmo di sventura, taluni frati, per reagire ad essi, si lasciano andare ad ogni sorta di eccentricità, col pretesto della austerità e della semplicità del Vangelo. Alcuni frati si son fatti richiamare all'ordine dal Vescovo di Fondi perché si trascuravano e si lasciavano crescere una barba smisurata. Altri hanno abbandonato l'obbedienza e hanno preso moglie. Essi non si rendono conto che così facendo gettano il discredito su tutti i frati e portan acqua al mulino degli innovatori. Favoriti da tali abusi, questi impongono facilmente la loro volontà, spacciandosi per difensori della Regola. Tra gli innovatori e gli eccentrici c'è il piccolo gregge dei fedeli che soffre d'aver perso il pastore. È un vero strazio tutto ciò! Infine s'avvicina la Pentecoste. È questa la nostra ultima speranza. Verrai tra noi, Padre?

- Sì, verrò. Penso di partire al più presto rispose con semplicità Francesco.

- I frati rimasti fedeli sperano che tu riprenderai in pugno le redini dell'Ordine, che eliminerai gli abusi e ridurrai i ribelli all'obbedienza. È tempo che ciò si faccia, ormai.

- Credi tu che gli altri mi accetteranno? domandò Francesco.

- Devi importi, Padre, parlando chiaro e forte e minacciando sanzioni. Devi opporre la più fiera resistenza ai ribelli. Non hai da far altro che questo - insisté Tancredi.

Francesco non aggiunse parola. Le cicale frinivano. La foresta sospirava a quando a quando. Un fil di vento passò nella pineta, sollevandone un forte aroma di resina. Francesco taceva. Il suo sguardo fissava la terra, tutta cosparsa d'aghi e di fuscelli secchi. E si sorprese a pensare Francesco che la minima scintilla di fuoco in quel tappeto basterebbe ad incendiare l'intera foresta.

- Ascoltami bene. - disse Francesco al termine d'un breve silenzio. - Non voglio lasciarti nella illusione. Ti parlerò ben chiaro, dal momento che me lo chiedi. Io non mi considererei un frate minore se non fossi nelle seguenti condizioni: io sono il Superiore del mio Ordine, partecipo al Capitolo, faccio la predica, esprimo le mie osservazioni; e quando ho esaurite le mie mansioni, mi si dice: «Tu non hai le qualità che ci vogliono per noi. Tu sei ignorante e disprezzabile. Non ti vogliamo più come nostro Superiore, perché non sai parlare e perché sei sempliciotto e limitato». Mi si caccia via con ignominia, e tutti mi disprezzano. Ebbene, se io non accetto le suddette accuse con viso immutato, con la stessa allegrezza e conservando l'identica volontà di santificazione, ciò significa che io non sono punto un vero frate minore.

- Tutto questo sta bene, ma non risolve la questione - obiettò Tancredi.

- Quale questione? - chiese Francesco.

Tancredi lo fissò, tutto stupito.

- Quale questione? - tornò a chiedere Francesco.

- Ebbene, la questione dell'Ordine! - esclamò Tancredi. Tu mi hai rivelato ora il tuo stato d'animo, ch'io posso anche approvare. Ma tu non puoi limitarti a questo punto di vista del tutto personale e preoccuparti soltanto della tua perfezione. Ci sono anche gli altri. Tu sei il loro Padre e la loro guida! Non puoi tu abbandonarli a loro stessi. Essi hanno diritto al tuo aiuto. Non devi trascurarli.

- È vero, Tancredi. Ci sono gli altri; ed io, credi, penso molto ad essi - soggiunse Francesco. - Ma non s'aiuta a praticare la dolcezza e la pazienza evangelica, sferrando colpi contro tutti coloro che non la pensano come noi.

- Ma cosa ne fai tu della collera di Dio? ribatté vivamente Tancredi. - Ci son sante collere. Cristo ha fatto schioccare la frusta sul capo dei profanatori del Tempio, e non sul loro capo soltanto. Bisogna talora cacciare dal Tempio i profanatori. E bisogna farlo senza mezzi termini. Anche questo è un modo di imitare il Signore.

Tancredi s'era animato e parlava ad alta voce e con foga, accompagnando le sue parole con gesti violenti. Il suo viso s'era acceso. Fece per alzarsi, ma Francesco lo trattenne, posandogli la mano sulla spalla.

- Orsù, fratello Tancredi, prestami un po' ascolto - disse Francesco con tono pacato. - Se il Signore volesse bandire dal suo cospetto ogni traccia di corruzione umana, credi tu che saremmo in molti ad esserne risparmiati? Saremmo spazzati via tutti quanti, caro mio! Noi non meno degli altri. Non c'è tanta diversità fra gli uomini da questo punto di vista. Per nostra fortuna Dio non pulisce la casa facendone un deserto. E in questo sta la nostra salvezza. Egli ha cacciato un giorno i profanatori dal Tempio. Ma lo ha fatto al fine di dimostrarci che poteva farlo, che ne aveva pieno diritto e che era padrone in casa sua. Ma lo ha fatto, bada bene, una sola volta e come per gioco, o per caso. In seguito si è offerto lui stesso ai colpi dei suoi persecutori. Ci ha rivelato in tal modo in che consista la pazienza di Dio. Non in una impotenza a punire con rigore, ma in una volontà d'amore che non si rinnega mai.

- Sì, Padre, ma così facendo, tu non fai che disertare la partita. L'Ordine si perderà. E la Chiesa avrà a soffrirne moltissimo. Anziché rinnovarsi, essa si corromperà ancor più. Ecco tutto concluse Tancredi.

- Ebbene, io son certo che l'ordine sopravvivrà ad ogni prova - affermò Francesco con gran decisione - purché mantenga la sua calma. Il Signore me lo ha assicurato. È affar suo provvedere all'avvenire dell'Ordine. Se i frati saranno infedeli, Dio ne susciterà ben altri al posto loro. Forse, questi nuovi frati sono già nati. Per quanto mi riguarda, il Signore non mi ha chiesto di far opera di persuasione per mezzo dell'eloquenza e della cultura, né tanto meno di far opera di costrizione sugli uomini. Egli non mi ha imposto che di vivere secondo i dettami del Vangelo. E, non appena ebbi dei seguaci, io mi affrettai a redigere una Regola di poche e semplici parole. Ne ebbi l'approvazione del Papa. Non avevo pretese, ed ognuno di noi era sottomesso a tutti gli altri. Io intendo serbar fede a questo principio fino alla mia morte.

- Dobbiamo, dunque, lasciare che gli altri agiscano a loro modo, e subire ogni offesa senza un moto di protesta! - ribatté Tancredi.

- Per quanto mi concerne - aggiunse Francesco - io intendo sottomettermi a tutti gli uomini e a tutte le creature del mondo, per quanto Dio me lo consente. Ecco quel che significa esser frate minore.

- No, Padre. Non posso seguirti per questa via, né posso comprenderti disse Tancredi.

- Tu non mi comprendi riprese Francesco perché questo mio atteggiamento umile e sottomesso ti sembra vile e passivo. Ma si tratta di ben altro. Anch'io, per lungo tempo non ho capito. Mi son dibattuto nel buio come un povero uccello nella pania. Ma il Signore ha avuto pietà di me e mi ha rivelato che la più alta attività dell'uomo e la sua maturità consistono anziché nella ricerca di un ideale, per quanto nobile e santo, nell'accettare con gioia la realtà, tutta la realtà. L'uomo che vagheggia il suo ideale, rimane chiuso in se stesso. Egli non comunica veramente con gli altri, né prende conoscenza dell'universo. Gli mancano il silenzio, la profondità e la pace. La profondità dell'uomo non è altro che la sua disposizione ad accogliere il mondo. Gli uomini restano, quasi tutti, isolati in se stessi, ad onta delle apparenze. Essi sono simili ad insetti che non riescono a spogliarsi del loro guscio. Essi si agitano, disperati, nel cerchio dei loro limiti. In fin dei conti, essi si ritrovano al punto,di partenza. Essi credono d'aver cambiato qualcosa, e non s'avvedono di morire senz'aver visto la luce del giorno. Gli uomini non sono mai del tutto svegli alla realtà. Hanno vissuto in sogno.

Tancredi ascoltava in silenzio. Le parole di Francesco gli suonavano tanto strane. Quale dei due sognava? Francesco o lui? Lo irritava il pensiero di esser considerato un sognatore. Tancredi era sicuro di sé, di quel che vedeva e di quel che sentiva.

- Allora, sono tutti dei sognatori coloro che tentano di fare qualcosa in questo mondo! - esclamò Tancredi dopo un breve silenzio.

- Non dico questo - replicò Francesco. - Ma penso che è difficile accettare la realtà. In verità, nessuno l'accetta in blocco. Noi aspiriamo sempre ad aggiungere, in qualche modo, una spanna alla nostra statura. È questo il fine di quasi tutte le nostre azioni. Anche quando si crede di operare per il Regno di Dio, non cerchiamo che di farci più grandi, fino al giorno in cui, sconfitti, non ci rimane che questa sola smisurata realtà: Dio esiste. Allora scopriamo che Lui solo è Onnipotente, che Lui solo è santo, che Lui solo è buono. L'uomo che accetta questa realtà e se ne compiace, trova in cuor suo la serenità. Dio esiste, ed è tutto. Qualunque cosa gli succeda, c'è Dio e c'è la luce di Dio. Basta che Dio sia Dio. L'uomo che accetta integralmente Dio, si rende capace di accettare se stesso. Egli si libera di ogni volontà particolare. Più nulla disturba in lui il gioco divino della creazione. La sua volontà s'è fatta più semplice e, al tempo stesso, vasta e profonda come il mondo. Semplice e pura volontà di Dio che tutto abbraccia ed accoglie. Più nulla separa in tal modo l'uomo dall'atto creativo. L'uomo si fa del tutto disponibile all'azione di Dio che lo plasma e lo conduce a suo piacimento. Questa santa obbedienza dispone l'uomo ad accedere alle profondità dell'universo, alla potenza che muove gli astri e fa fiorire gli umili fiori campestri. Egli penetra col suo sguardo l'interno del mondo e scopre quella bontà sovrana che è alla radice di tutti gli esseri e che un giorno sarà tutta intera in noi, ma egli la vede già diffusa e sbocciata in ciascuna creatura. Egli partecipa alla bontà universale, e diventa misericordioso e solare come il Padre che fa risplendere il sole con la stessa prodigalità sui buoni e sui cattivi. Deh, fratello Tancredi! Quant'è grande la gloria di Dio! E quanto è colma la terra della sua bellezza e della sua misericordia!

- Ma nel mondo - obiettò Tancredi - esistono anche il male e la colpa. Noi non possiamo eluderli. E, dinanzi ad essi, noi non abbiamo il diritto di serbarci indifferenti. Guai a noi, se per via del nostro silenzio e della nostra pigrizia, i cattivi si rafforzano nel male e trionfano sui buoni.

- È vero: noi non abbiamo il diritto di serbarci indifferenti dinanzi al male e alla colpa – riprese Francesco. - Ma non dobbiamo adirarci né turbarci di questo. Il nostro turbamento e la nostra irritazione non possono che compromettere il senso di carità, nostra ed altrui. Dobbiamo imparare a considerare il male e la colpa come li considera Dio. Ed è proprio questa la cosa più difficile. Giacché, dove noi vediamo una colpa da condannare e da punire, Dio ci vede, innanzi tutto, uno stato di smarrimento da soccorrere. L'Onnipotente è anche il più dolce e il più paziente degli esseri. In Dio non v'è traccia, neppur minima, di risentimento. Quando la sua creatura gli si ribella e lo offende, essa non cessa di restare agli occhi Suoi la sua creatura. Dio potrebbe annientarla, s'intende. Ma che gusto ne avrebbe Dio a distruggere l'opera sua, frutto di tanto amore? L'intero creato serba profonde radici nel cuore del suo Autore. Questi è del tutto disarmato in faccia alle sue creature, come una madre al cospetto del figlio. In ciò consiste il segreto di quella enorme pazienza divina che talvolta ci scandalizza. Dio è simile a quel padre che diceva ai suoi figli già grandi ed assetati di indipendenza: «Volete partire, siete impazienti di vivere ciascun a modo suo? Ebbene, prima che andiate intendo dirvi: se un giorno vi troverete a mal partito, sappiate che io sono sempre qui. La mia porta resta aperta per voi giorno e notte. Voi potete sempre accedervi. Voi sarete in casa vostra e io farò di tutto per aiutarvi. Allor che tutte le porte vi saranno chiuse, la mia resterà per voi sempre aperta». Dio è fatto così, fratello Tancredi. Non c'è nessuno che sia capace di amare come Lui. Ma noi dobbiamo sforzarci di imitarlo, finora non abbiamo fatto ancor nulla in tal senso. Cominciamo dunque a far qualcosa.

- Ma da che parte cominceremo, Padre? Dimmi chiaramente qual è la necessità più urgente - chiese Tancredi.

- Innanzitutto - rispose Francesco - dobbiamo aspirare ad avere lo Spirito del Signore. Lui solo può renderci buoni, buoni fin nel profondo dell'anima.

Francesco fece una breve pausa e poi riprese:

- Il Signore ci ha mandati ad evangelizzare le genti. Ma hai tu mai riflettuto cosa ciò significhi? Evangelizzare un uomo significa dirgli: «Anche tu sei amato da Dio in Cristo». Né basta dirglielo: bisogna esserne convinti. Né basta essere convinti: dobbiamo comportarci con quell'uomo, in modo che egli avverta e scopra in se stesso qualcosa che è stato salvato, qualcosa di più grande e di più nobile che egli non pensasse, e dobbiamo, infine, provocare in lui il risveglio di una nuova coscienza di se stesso. Ciò significa annunciargli la buona novella. Sennonché, non potrai ottenere questo bel risultato se non offrendo a quell'uomo la tua amicizia: una amicizia reale, disinteressata, senza condiscendenza, tutta nutrita di fiducia e di stima profonda.

«Dobbiamo andare verso gli uomini. Ma non è facile. Il mondo umano è un immenso campo di battaglia dove gli uomini combattono per arricchirsi e per sopraffarsi. Troppi dolori e troppe atrocità nascondono ai loro occhi il volto di Dio. Andando verso di loro, dobbiamo soprattutto evitare di apparire agli occhi loro come una nuova specie di competitori. Noi dobbiamo essere, in mezzo agli uomini, i testimoni pacifici dell'Onnipotente, senz'ombra di cupidigia e di disprezzo, capaci di divenire realmente i loro migliori amici. Gli uomini aspirano alla nostra amicizia, un'amicizia che faccia loro sentire d'essere amati da Dio e d'essere salvati in Gesù Cristo.

Il sole era calato dietro i monti. L'aria si era fatta di colpo più fresca, sotto la spinta d'un leggero venticello che scuoteva gli alberi. Era già quasi notte, e si udiva salire da ogni dove il canto ininterrotto delle cicale.