DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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La risposta è dentro di te. Epperò è sbagliata. È il bazar della spiritualità in cui sguazzano fedeli senza Cristo e cristiani senza fede

di Emanuele Boffi
Matthieu Ricard è l’uomo più felice del mondo. Francese, famiglia bene, enfant prodige – «ha lavorato con due premi Nobel» – a vent’anni si è convertito al buddismo perché voleva «migliorare come essere umano». Vive in Tibet, è amico del Dalai Lama, tiene conferenze a Princeton e Berkeley, il suo ufficio stampa divulga fotografie che lo ritraggono sorridente e a gambe incrociate in un morbido prato verde. Grazie a una ricerca coordinata dal professore Richard J. Davidson, massimo esperto planetario di neuroplasticità, si è potuto appurare – attraverso un encefalogramma in grado di misurare le «emozioni positive» – che Ricard è «l’uomo con il più alto livello di energia positiva al mondo». Preceduto da tale fama, il monaco buddista è intervenuto all’annuale convegno Torino Spiritualità per spiegare che «la felicità è un’abilità che richiede sforzo, tempo, disciplina, ma anche sviluppo di qualità come amore incondizionato e altruismo». Quindi, poiché il segreto della felicità è «legato alle emozioni positive dell’emisfero sinistro del cervello», quel che basta fare è «potenziarlo con la meditazione». Domandarsi cosa siano le “emozioni positive”, in che cosa consista tale “allenamento”, perché occorra “essere altruisti”, se per “neuroplasticità” si intende il fitness dei neuroni sono questioni che non si pongono. Non serve sapere perché bisogna essere buoni, basta allenarsi ad esserlo. Non bisogna domandarsi il senso della felicità, basta meditarci alacremente con convinzione e, possibilmente, a gambe incrociate.
È il gran bazar della spiritualità, il supermercato del sentimento religioso che ogni giorno fa capolino in convegni, incontri, kermesse che mettono al centro dialoghi e meditazioni, percorsi e vademecum per ritrovare la bussola in questo mondo globalizzato che fa le guerre in Medio Oriente e spreca l’acqua in Occidente. È il business delle ragioni del cuore che la ragione non conosce, alla moda perché tollerante e tollerante perché alla moda, senza gerarchie, preti, papi, catechismi che fanno tanto Medio Evo e secoli bui.
Da questo punto di vista, la settimana di convegni svoltasi a Torino a fine settembre è stata esemplare. Tema: “Gratis. Il fascino delle nostre mani vuote”. Ospiti: Gustavo Zagrebelski, Gherardo Colombo, Shel Shapiro, don Antonio Sciortino, Gianni Vattimo, Erri De Luca, Carlo Petrini, Enzo Bianchi, Vito Mancuso. Ospiti internazionali: il già citato Ricard – che ha anche proposto di sostituire il Pil col Fil (Felicità interna lorda) – e Robert Thurman, padre dell’attrice Uma, buddista anch’egli, che ha esordito «chiedendo scusa, da americano, per George W. Bush» e ricordando che «l’essere diventa umano quando, pur essendo leone, non uccide la gazzella». Tali indimenticabili lezioni paiono aver molto soddisfatto la platea che ha potuto pascere la propria anima grazie anche ad altre iniziative quali lo spettacolo teatrale di riadattamento del Decalogo (quarto: “Sopporta il padre e la madre”) o la visita al “museo diffuso” dove, «come novelli Mosè metropolitani, si possono smontare e rimontare come mobili Ikea le Tavole della legge». Non sono mancati affondi artistici quali quello regalato dal premio Strega Tiziano Scarpa che ha spiegato la superiorità teologica del fumetto sull’arte sacra o il dialogo iperambientalista tra un dj e il professore Andrea Segré sul tema «beati i poveri di cose e beati i frugali».

In principio era la gravità
Come siamo arrivati a questo punto? Come siamo arrivati a spacciare per riflessioni sull’esistere e sui millenari dilemmi umani, questo discount del banale, dell’emotivo, dell’assurdo? Come si è arrivati a dare una patente di credibilità intellettuale a propalatori di illogici sofismi ecosostenibili, i quali cercano di farci credere che Satanasso ci risparmierà le fiamme della Geenna se faremo la doccia al posto del bagno? E perché tutti i maggiori quotidiani italiani hanno presentato l’ultimo libro (The Grand Design) dell’astrofisico Stephen Hawking come la dimostrazione risolutiva, insindacabile, definitiva del fatto che «Dio non esiste»? Scrive Hawking: «Poiché esiste una legge come la gravità, l’universo può essersi e si è creato da solo, dal niente». Repubblica ha scritto che Hawking, «l’erede di Newton», è vicino a «formulare una teoria del tutto che spiegherà le proprietà della natura, la scoperta considerata il Santo Graal della fisica dai tempi di Einstein». A Repubblica non è però venuto in mente di chiedersi, come un comune e stolto uomo della strada avrebbe fatto, perché Hawking sia disposto a postulare la pre-esistenza della legge di gravità, ma non quella di Dio.
Ma chiedere un rigore razionale a chi fa del razionalismo l’arma per confutare le certezze di fede, sarebbe troppo. Chiedere, ad esempio, a Corrado Augias di dimostrare secondo un rigoroso metodo storico che si avvalga di fonti su quali basi abbia potuto sostenere nei suoi libri, Inchiesta su Gesù e Inchiesta sul cristianesimo, che coloro che furono miracolati da Gesù facevano uso di «erbe e fumi», sarebbe poco elegante. Così come, probabilmente, si peccherebbe di tracotanza intellettuale far notare al teologo Vito Mancuso che sostenere che l’anima è un’«eccedenza energetica» sprigionata dalla materia significa supporre che un elefante abbia più anima di un uomo. Come ha notato Vincenzo Vitale nel suo Volti dell’ateismo, «Mancuso ammette che è proprio così, ma precisa che a differenza di quella dell’elefante, l’energia dell’uomo è “più ordinata”. Già. Peccato che resti da spiegare l’unico aspetto che veramente conti e che invece in Mancuso rimane avvolto nel mistero: perché l’energia umana sarebbe più ordinata e come avverrebbe tale raffinamento organizzativo».
Ma è tutto inutile, è tutto vano. Il marketing del relativismo religioso è costruito sulla sabbia, non sulla roccia: è vacuo per quel che basta e suggestivo per quel che resta. Scrive le sue risposte nel vento e rumina tutto, santi compresi. È tutto fiction, spettacolo accattivante, magnetismo religioso a buon mercato. Il san Filippo Neri raffigurato in un recente sceneggiato sui Rai Uno (Preferisco il Paradiso con Gigi Proietti) non era l’ortodosso e cattolicissimo bastian contrario che fu in vita, ma il suo appetibile surrogato, un “prete dei poveri” in lotta con l’onnipotente piovra vaticana. E se il più diffuso settimanale cattolico sente l’esigenza di trasformare la Bibbia in un rap per “avvicinarla ai giovani” e se uno dei maggiori video che ruota su Youtube è il ballo della waka-waka di goffe suore e stravaganti frati francescani, qualcuno dovrebbe forse iniziare a domandarsi se i primi propalatori di questa fede senza Cristo non siano i cristiani piuttosto che gli atei militanti alla Hitchens o alla Giorello.

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Un solo corpo in Cristo con Maria. La preghiera del rosario nella vita sacerdotale. di Mauro Piacenza

Tratto da L'Osservatore Romano del 30 settembre 2010

A coronamento di quel dono di grazia che l'Anno sacerdotale è stato, l'11 giugno scorso, circa diciassettemila sacerdoti provenienti dai cinque continenti, si sono riuniti a Roma, attorno al Papa, per la concelebrazione eucaristica più grande della storia. Al termine, come un padre si assicura che i figli, in procinto di partire per una terra lontana, abbiano gli strumenti necessari per affrontare il viaggio ed evitarne i possibili pericoli, il Santo Padre ha affidato e consacrato tutti i sacerdoti, presenti e del mondo, alla Beata Vergine Maria, venerata con il titolo di Salus populi Romani.

Dietro questo grande "gesto magisteriale", insieme alla fede salda e coraggiosa di Pietro, risplende la coscienza che la Chiesa ha della propria imprescindibile e sempre nuova dimensione mariana, di quanto sia una cosa sola con la Vergine Santa, "proto-cellula" del Corpo ecclesiale, nella quale l'iniziativa della Grazia divina e la libera accoglienza umana si sono perfettamente coniugate, inaugurando il definitivo inizio della salvezza.

A sua Madre, Cristo stesso ha affidato tutto il popolo dei credenti nella persona del discepolo prediletto, indicando così la natura della Chiesa che da Lui sarebbe nata: un solo Corpo, una sola Carne in Lui, con Maria. Nella Beata Vergine, così, la Chiesa contempla il più perfetto modello di fede ed il segno di sicura speranza nella gloria futura.

Secoli e secoli di fede, santità ed insegnamenti magisteriali indicano, nella devozione mariana la "strada-maestra" del cammino di perfezione cristiana. Da oltre un secolo, poi, l'invito alla preghiera del santo rosario, caratterizza il mese di ottobre, che sta per cominciare. A questo proposito, è quanto mai utile considerare le ragioni della profonda ed affettuosa devozione che il popolo cristiano ha sempre nutrito nei confronti di questa preghiera. Non a caso, è bene ricordarlo, la recita del santo rosario, in comunità o nelle proprie case, gode dell'alto riconoscimento ecclesiastico dell'indulgenza plenaria.

Dal punto di vista storico, il rapido e sorprendente sviluppo di questa splendida preghiera, attribuito dalla tradizione a san Domenico di Guzman, è stato sempre dettato nei secoli da una duplice ragione: da un lato, la straordinaria fecondità spirituale, sperimentata da quanti vi si affidavano; dall'altro, il suo essersi rivelata come mezzo efficacissimo per ottenere la protezione divina, nelle vicende storiche, che, durante il secondo millennio, hanno minacciato l'Occidente cristiano e la stessa Chiesa (cfr. Leone xiii, Supremi apostolatus officio, 1 settembre 1883).

Ultima luminosa testimonianza del Rosario quale via ad Iesum per Mariam ci è stata offerta dal servo di Dio Giovanni Paolo ii nella lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae. Egli, sulla scorta dei principali insegnamenti di spiritualità mariana, ha indicato, nel proprio motto episcopale, la consacrazione a Maria come la via più sicura ed efficace per la conformazione del discepolo a Cristo Signore: "Totus tuus".

Come non riconoscere, soprattutto nella vita ed in ciascuna giornata del sacerdote, la preziosità del rosario, quale memoria della salvezza, o come educazione del cuore all'atto di fede nel definitivo ingresso di Dio nella storia? Come non sentire l'urgenza di praticarne e diffonderne ancor più la recita, di fronte alle insidie dell'epoca contemporanea?

Tuttavia, prima di ogni altra considerazione, è necessario riconoscere come la preghiera del rosario alimenti la nostra stessa identità sacerdotale.

Se, infatti, nel renderci partecipi del Suo Sacerdozio - come il Papa ha autorevolmente insegnato (cfr. Veglia in occasione dell'Incontro Internazionale dei Sacerdoti a conclusione dell'Anno Sacerdotale, 10 giugno 2010) - Cristo ci tira dentro di Sé e così ci permette di usare il Suo stesso "io", è nella contemplazione dei Misteri della Sua vita, tramite gli occhi ed il cuore immacolato di Maria, che possiamo conoscerLo di più, apprendere i Suoi sentimenti, accogliere la grazia che ci dona nella quotidiana celebrazione eucaristica e renderci sempre più disponibili a quanto Egli dispone per noi.

Sarà la Beata Vergine Maria, che ora in corpo ed anima contempla la Gloria del Figlio, a comunicarci, come per osmosi, l'amore per il Figlio. Non stanchiamoci mai di imparare dalla Madre del Bell'Amore, che ha pronunciato, per tutta la Chiesa, il "sì" incondizionato alla volontà di Dio, permettendo così l'Incarnazione del Verbo, l'essere stesso della Chiesa e la Presenza sacramentale, ora, di Cristo nell'Eucaristia.

A Lei, al suo cuore, siamo misticamente uniti, non solo come membra della Chiesa, ma specialmente, in quanto sacerdoti: siamo alter Christus, altri suoi figli!

Essere sacerdoti, quindi, significa anche, per grazia, essere con Maria un solo cuore. Significa poter esultare: Totus tuus sum Maria et omnia mea tua sunt!

A che servono i santi?

di Lorenzo Albacete
Tratto da Il Sussidiario.net il 29 settembre 2010

Un mio amico mi ha inoltrato la seguente mail del direttore del giornale della Arcidiocesi di Kansas City, in cui si commenta il mio ultimo editoriale sui cattolici americani e la devozione ai santi nati nel proprio Paese.

“A San Francisco c’è una Chiesa Cattolica coreana e alcuni dei suoi frequentatori discendono effettivamente dai Martiri coreani. I santi sono parte dell’identità e della storia di questa comunità, fanno realmente parte del suo Dna. Qualcosa di simile avviene anche per i cattolici vietnamiti, comunità nata dai martiri, e quasi ogni parrocchia di vietnamiti è dedicata ai Santi Martiri.

Gli Stati Uniti non hanno una presenza simile dei santi. Essi non hanno fondato la nostra identità, Thomas Jefferson l’ha fondata. Noi siamo arrivati qui e ci siamo uniti al progetto. Noi non guardiamo ai nostri santi come a dei santi, cioè per la loro santità, ma parliamo di loro come fondatori di istituzioni, scuole, ospedali, ecc. La continuità dell’istituzione è l’unico motivo per riferirsi al santo. La santità del santo non è ricordata, talvolta neppure conosciuta, e a ogni modo non è più ciò che anima la scuola o l’ospedale. Dov’è seppellita la Seton? E Madre Cabrini? E c’è qualcuno che visita le loro tombe?

Un’eccezione è forse San Damiano De Veuster, che fa parte dell’identità dei cattolici delle Hawaii e che viene ricordato per la sua santità. Purtroppo, non è facile neppure oggi visitare i luoghi in cui ha operato e, comunque, il Re del Belgio ha preso il corpo, per cui il sepolcro è vuoto.

Anche il Beato Junipero Serra dovrebbe essere un’eccezione, ma nessuno in California è originario della California e non ha, quindi, rapporti con la storia precedente del luogo. In ogni caso, la storia della California è partita di nuovo nel 1849 e il Beato è visto come un fondatore, ma della cui grande santità il popolo conosce ben poco. Io ho una grande devozione per lui (e San Damiano). Ogni volta che visito la sua tomba, nella Missione del Carmelo, sono sorpreso di come tutti si aggirino commentando meravigliati la bellezza della restaurata missione, ma solo in pochi si accorgano che il Beato è lì realmente, fisicamente, e che ancor di meno pensino a pregare. ”

Tutto questo mi porta a riflettere sulle prossime elezioni di mezza legislatura, a novembre… Come già scritto la scorsa settimana, penso che la ragione della difficoltà dei cattolici americani ad apprezzare il ruolo dei santi nella nostra identità e storia nazionale (perciò nel nostro contributo di cattolici alla politica americana) sia l’influenza di un modo di pensare protestante. La ricerca della santità è intesa in termini etici, i cui frutti nell’aldilà saranno un giudizio divino favorevole sulla nostra condotta. La politica è solo un’altra area della nostra esistenza terrena in cui saremo giudicati in questo modo. È quanto si dice nella mail, cioè che i santi in America vengono onorati per il loro contributo alla società e non per la loro personale trasformazione per mezzo della Grazia.

Prendiamo a confronto ciò che scrive Papa Benedetto XVI nella Deus Caritas Est, 28: “Il giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della politica. […] La giustizia è lo scopo e quindi anche la misura intrinseca di ogni politica. La politica è più che una semplice tecnica per la definizione dei pubblici ordinamenti: la sua origine e il suo scopo si trovano appunto nella giustizia, e questa è di natura etica. Così lo Stato si trova di fatto inevitabilmente di fronte all’interrogativo: come realizzare la giustizia qui ed ora? Ma questa domanda presuppone l’altra più radicale: che cosa è la giustizia? Questo è un problema che riguarda la ragione pratica; ma per poter operare rettamente, la ragione deve sempre di nuovo essere purificata, perché il suo accecamento etico, derivante dal prevalere dell’interesse e del potere che l’abbagliano, è un pericolo mai totalmente eliminabile. In questo punto politica e fede si toccano”.

La fede rivela la via alla santità, cioè, alla partecipazione alla vita divina nella nostra unione con Cristo e attraverso di essa. Perciò quanto dice il Papa sulla fede e la politica interessa anche la politica e la ricerca della santità.

“La fede, ” scrive il Papa, “ha la sua specifica natura di incontro con il Dio vivente - un incontro che ci apre nuovi orizzonti molto al di là dell’ambito proprio della ragione. Ma al contempo essa è una forza purificatrice per la ragione stessa. Partendo dalla prospettiva di Dio, la libera dai suoi accecamenti e perciò l’aiuta ad essere meglio se stessa. La fede permette alla ragione di svolgere in modo migliore il suo compito e di vedere meglio ciò che le è proprio […]

La società giusta non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia l’adoperarsi per la giustizia lavorando per l’apertura dell’intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente.

L’amore - caritas - sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà solitudine. Sempre ci saranno anche situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo.

Nella Chiesa […] pulsa la dinamica dell’amore suscitato dallo Spirito di Cristo. Questo amore non offre agli uomini solamente un aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell’anima, un aiuto spesso più necessario del sostegno materiale. L’affermazione secondo la quale le strutture giuste renderebbero superflue le opere di carità di fatto nasconde una concezione materialistica dell’uomo: il pregiudizio secondo cui l’uomo vivrebbe ‘di solo pane’ - convinzione che umilia l’uomo e disconosce proprio ciò che è più specificamente umano”.

Quando il Santo Padre parla di fede e carità si riferisce alla ricerca di partecipare alla vita divina, cioè, alla ricerca della santità. Ciò che così ci sta dicendo è che senza santi una società non può essere giusta. La sua politica sarà dominata dalla rabbia e dalla lotta per il potere, per proteggere i propri interessi personali da quelli degli altri. I santi sono necessari per rendere umana la società.

Quel Curato così «ignorante» NEGLI SCRITTI DEL VIANNEY LA FEDE RICCA E SOLIDA DI UN PRETE SEMPLICE

DI FILIPPO RIZZI
S
an Giovanni Maria Vianney è spesso considerato un santo «ignorante». Lo stesso Curato d’Ars amava definirsi «un asino, un po’ testardo e un po’
testone».

Ma, nonostante la semplice formazione di sacerdote di campagna, ancora oggi la sua predicazione, la catechesi, le omelie, la sapienza spicciola dei suoi detti parlano ai sacerdoti ma anche ai fedeli laici di oggi.

Tra le pubblicazioni uscite in questi mesi, molte sono sulla figura del Curato d’Ars, ma vale la pena citare anche quelle che si sono dedicate a far conoscere gli scritti del Curato, le sue parole semplici e dirette. Il Centro missionario francescano, ad esempio, ha recentemente mandato alle stampe un testo – che fece epoca – del Santo Curato d’Ars
I pensieri (pagine 224, euro 15) proprio in occasione dell’Anno Sacerdotale. Le riflessioni sono state prese dai catechismi e dalle omelie del grande sacerdote francese, dalla sua prima biografia realizzata dal gesuita Alfred Monnin, dai processi di canonizzazione e da altre fonti minori. Filo conduttore è soprattutto il volume di Bernard Nodet Jean Marie Vianney, Pensées, Le Puy 1958. Il nuovo volume è stato promosso dal progetto editoriale La Perla Preziosa ), sorto grazie ai Frati minori conventuali delle Marche, con lo scopo di rendere accessibile al maggior numero di persone la spiritualità e lo spessore di questa figura indicata dal Papa come esempio per i sacerdoti. Non a caso, oltre a questo testo, in occasione del 150esimo anniversario della morte di san Giovanni Maria Vianney il Centro missionario ha voluto ripubblicare la prima biografia sul sacerdote francese di Alfred Monnin Il Curato d’Ars. San Giovanni Maria Vianney. La prima biografia (pagine 288, euro 17) e un’agile sintesi di questo volume. «Abbiamo pensato di dare alle stampe la vita del Curato di Ars – racconta padre Roberto Brunelli, frate minore conventuale e responsabile del progetto – puntando sulla brevità e sulla semplicità, in modo che tutti abbiano la possibilità di nutrirsi spiritualmente. Eventuali guadagni, saranno impiegati per aiutare le missioni francescane in Zambia, Perù e Cuba».

Sfogliando e leggendo attentamente i
Pensieri si rimane affascinati dalla grandezza spirituale ma anche dal buon senso evangelico del Vianney. Infatti oltre alla fantasia e all’acuto spirito di osservazione, il Curato attingeva per i suoi scritti da alcuni testi classici dell’epoca: le vite dei Santi – come quella di Ribadeneyra –, quelle dei Padri del deserto, la Perfezione cristiana di Alfonso Rodriguez e le opere del padre Lejeune.

A colpire in questo volume è, ad esempio, il capitolo dedicato alla preghiera dove il Santo Curato d’Ars confida la sua totale fiducia dell’esistenza del Paradiso ma soprattutto dell’amore di Dio. Centrale in questo testo sono le parti dedicate ai sacramenti, ai miracoli, ai ministeri ma anche alla proverbiale solitudine che tocca ai poveri curati di campagna del suo tempo. Un viaggio nei pensieri più autentici del Vianney che fa toccare con mano gli aspetti più attenti del suo apostolato: l’Eucarestia, il senso del peccato, la Parola di Dio, il sacramento della riconciliazione. Di qui
emerge la sua proverbiale saggezza di medico delle anime nel conoscere il polso di chi si accosta al suo confessionale: «Alcuni nascondono i peccati mortali per dieci o vent’anni. Sempre sono corrucciati; hanno sempre presente il loro peccato; sempre si propongono di confessarlo, e sempre ne ritardano la confessione: è un inferno». E ancora il Vianney confida: «Non è il peccatore che torna a Dio per chiedergli perdono, ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore per farlo tornare a Lui».

A stupire – tra le altre – sono le pagine che il Santo Curato dedica alla domenica: «Come si sbaglia nei suoi calcoli quello che si dà da fare la domenica con l’idea che guadagnerà più soldi o che farà più lavoro!

Possono mai due o tre franchi compensare il torto che fa a se stesso?».

Il Vianney nei suoi pensieri mette in evidenza i mali tipici del suo tempo ma anche le tentazioni che allontanano l’uomo da Dio. Non a caso il grande sacerdote dà molta importanza nella sua predicazione all’inferno, al purgatorio, al rapporto tra peccato e grazia, all’impegno del diavolo per tenerci lontani da Dio. Per Vianney è decisivo affidarsi alla misericordia di Dio. Il santo indica la povertà, la castità, l’umiltà, la pazienza, la pace interiore come le strade sicure per la santità personale. Una santità che è l’ossigeno del mondo: «Se non ci fosse qualche bell’anima per riposare il cuore e consolare lo sguardo da tanto male che vediamo e sentiamo, non potremmo sopportarci in questa vita... Sono piccoli ma le loro preghiere sono grandi presso il Buon Dio».

Dello stesso filone degli scritti raccolti, ordinati e riproposti è un altro libro, appena pubblicato dalla casa editrice pugliese Viverein,
Omelie del Santo Curato d’Ars a cura di Emanuele F. Falcone (euro 15, pagine 216). Vi sono racchiusi molti tra i testi più significativi della sua predicazione sulla vita di Gesù, i quaresimali, le omelie nel tempo di Pasqua e di Pentecoste. A impressionare in queste pagine è la costante preoccupazione del Curato che i suoi parrocchiani un giorno potessero godere della visione di Dio attraverso una vita di ascesi, la pratica delle virtù cristiane e l’amore verso il prossimo.

Il respiro e il silenzio, la via della Vergine. Parla la filosofa e psicoanalista francese Luce Irigaray

DI LORENZO FAZZINI
R
ipartire da Maria per comprendere in pienezza, anche in ambito culturale, il cristianesimo. È questa la tesi (quasi) provocatoria della filosofa francese Luce Irigaray. Nata nel 1930, direttrice al Cnrs di Parigi, formatasi con Jacques Lacan, nota per diversi volumi a metà tra la filosofia, la linguistica e la ricerca psicologica: ricordiamo La via dell’amore (Bollati Boringhieri) e Speculum. L’altra donna (Feltrinelli). Irigaray arriva in Italia per alcune conferenze: domani a Modena alla Fondazione Ferrari parlerà su «Amare l’altro come altro», domenica al monastero di Bose su «La luce del cuore». Mentre il 14 maggio alla Fiera del libro di Torino interverrà su Il mistero di Maria , il titolo del suo ultimo volume edito dalle Edizioni Paoline.
«Maria è la condizione dell’incarnazione», lei scrive nel libro. Qual è l’apporto «culturale» più importante che il cristianesimo può offrire oggi?

«Penso che tale contributo non sia ancora bene inteso né trasmesso, salvo talvolta da artisti, mistici e poveri di spirito. Suggerisco solo qualche insegnamento che, secondo me, risulta dalla tradizione dell’incarnazione divina. Anzitutto, riconoscere la necessità del ruolo non solo naturale ma anche spirituale della donna per la 'redenzione' e il compimento dell’umanità. Quindi, superare le divisioni che regolano la nostra cultura, in particolare fra corpo e anima, carne e spirito, natura e cultura, perfino umano e divino.
Ammettere che l’amore, compreso quello carnale, è ciò che può condurre all’unione di queste spartizioni sbagliate, ereditate da una logica filosofica che pretende di dominare la natura invece di coltivarla. Ancora: non svalutare la generazione naturale rispetto alla creazione e mettere questa al servizio dello sbocciare della natura stessa, da rispettare come corpo vivente e ambiente. Scoprire, inoltre, che la trascendenza può anche essere sensibile e incarnata, sviluppando gesti e parole che favoriscono il suo emergere.
Infine, coltivare il desiderio come dimensione umana che ci spinge a trascenderci, e non dimenticare il valore dell’invisibile e del toccare come via dell’incarnazione».

Lei rivaluta la dimensione di pietà popolare verso la Vergine: perché?

«L’insegnamento del cristianesimo si rivolge a tutti e tutte. Lo testimonia Gesù stesso. Il più delle volte egli non parla a quelli e quelle che lo cercano in un luogo di culto e con un discorso religioso già codificato. Si indirizza a chi lo avvicina con parole semplici, sensibili, toccanti e adatte a bisogni e desideri della persona. Quando i discepoli vogliono allontanare da lui gli ignoranti, i poveri, le donne o i bambini, vengono ammoniti. Se Gesù litiga con i dottori della legge, che pensano di sapere qualcosa del divino, non rimprovera mai coloro che vengono a lui con semplice buona volontà. Guarisce il corpo e
l’anima di chi accetta umilmente di ricevere un dono di amore. Forse questo aspetto del messaggio cristiano è più salvaguardato oggi dai fedeli di Maria, l’umile popolo in cerca di un aiuto per la propria vita.
Ci siamo un po’ dimenticati la dimensione dell’incarnazione nel nostro modo di pensare e vivere il cristianesimo. È possibile che la gente estranea al discorso teologico ne conservi la memoria, che resti in attesa della realizzazione qui e ora dell’incarnazione divina. E non si sbaglia quando ricomincia da Maria il percorso di questo avvento».

Nel suo testo vi è un apprezzamento
del silenzio, spesso misconosciuto nella tradizione occidentale. A cosa si deve tale riscoperta?
«Sono una donna. Se non accetto che il silenzio mi sia imposto per lasciare il posto a una parola che sostituisce la mia, conosco anche il prezzo del silenzio. So che può rappresentare un luogo di ritorno a sé, di preservazione ed intimità con se stessi. Non si può dire tutto e una parola che non si radica nel silenzio non corrisponde a una parola incarnata. Il silenzio non è necessariamente assenza di parole, ma riserva di parole o eventi futuri la cui manifestazione è ancora sconosciuta. Il silenzio di Maria testimonia il mistero di una carne capace di portare alla luce ciò che
non è ancora accaduto né apparso a livello di generazione. Il silenzio può essere il custode della soglia fra il dentro e il fuori. Esso consente di recuperare un’integrità, si può dire anche verginità, fisica e psichica. Un modo di rendersi disponibile per ascoltare e accogliere il non ancora conosciuto, per avvicinarsi all’altro come altro».
Vede un confronto costruttivo fra credenti e non credenti?

«Per favorire un dialogo tra diverse famiglie culturali o religiose conviene non insistere sulla parola 'credenti' e interrogarsi sulla via che permette all’umanità di raggiungere il suo compimento. Non intendo cadere in un relativismo nichilista, ma rispettare l’apporto di ogni tradizione dell’umanità. Per quanto mi riguarda, direi che l’avvicinamento alla tradizione dello yoga mi ha permesso di scoprire aspetti della mia tradizione che non avrei percepito senza dialogare in me stessa con diverse tradizioni. Per esempio l’importanza del respiro mi era stato insegnato come una componente essenziale dell’incarnazione del divino. Avevo sentito parlare del soffio di Dio e dello Spirito Santo come soffio. Ma senza una pratica quotidiana dello yoga non avrei capito il senso di tali parole nella mia propria tradizione.
Non dobbiamo temere di aprirci ad altre tradizioni per portar loro, ma anche riceverne, qualche luce. È così che ho imparato che un amore senza respiro o un respiro senza amore non bastano».

© Copyright Avvenire 23 aprile 2010


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La spiritualità del quotidiano. Padre Pietro Schiavone riflette sul discernimento

di Maurizio Tripi
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 17 aprile 2010

Il libro “Il discernimento. Teoria e prassi” (Paoline edizioni) di padre Pietro Schiavone è “uno studio completo, ricco e profondo (...) un'arte complessa ma necessaria per non cedere alle aggressioni del soggettivismo e del relativismo”.

Così precisa nella prefazione, al libro, il Cardinale Salvatore De Giorgi, Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

Frutto di anni di ricerca e insegnamento, di direzione spirituale e pratica pastorale, il volume offre, fin dalle prime pagine, un’ampia chiarificazione dell’espressione “discernimento degli spiriti”, soffermandosi a lungo sul significato del termine “discrezione” ed esponendo le finalità, l’importanza e l’attualità dell’argomento, sia per la vita spirituale personale che per l’opera di evangelizzazione.

Molti i riferimenti al Magistero e soprattutto ai grandi dottori e mistici della storia della spiritualità, con un posto particolare riservato a Ignazio di Loyola, con i suoi Esercizi Spirituali.

Il Cardinale De Giorgi ha presentato Pietro Schiavone al Santo Padre Benedetto XVI come “degno discepolo di sant’Ignazio e insigne maestro di Esercizi Spirituali”.

“Lo dicevo – ha scritto il porporato - con motivata convinzione e con gratitudine per il notevole e prezioso contributo che padre Pietro ha dato, dà e darà alla promozione degli Esercizi Spirituali secondo sant’Ignazio”.

Pietro Schiavone è infatti uno dei massimi esperti in assoluto dell’argomento. Ed il libro appena pubblicato è considerata “l’opera più completa sul discernimento”.

Il volume è particolarmente indirizzato a quanti guidano Esercizi Spirituali, docenti e studenti di teologia spirituale, o a quanti vogliono semplicemente accostarsi agli Esercizi ignaziani.

Per approfondire un tema così interessante ZENIT ha intervistato padre Schiavone.

Padre, il suo libro si può definire uno studio completo, ricco e profondo sul “discernimento”. Ci può dare, in sintesi, una definizione di questo termine?
Schiavone: Con discernimento si intende il vagliare ogni cosa per tenere ciò che è buono e astenersi da ogni specie di male. In particolare: dobbiamo distinguere tra discernimento spirituale e discernimento delle mozioni degli spiriti. Il primo consiste nella ricerca delle motivazioni a favore e/o contrarie a una scelta. L'aggettivo spirituale si riferisce al necessario collegamento con lo Spirito Santo e, quindi, all'attenzione alle motivazioni che hanno rapporto con la gloria di Dio e la promozione umana integrale. Motivazioni di ordine economico, finanziario, psicologico… hanno un loro posto, ma quello che deve essere preso in più seria considerazione è l'edificazione del Corpo mistico e la costruzione della città terrena. Il discernimento delle mozioni degli spiriti riguarda le sollecitazioni che le forze di bene e di male, operano in noi per rasserenare e distendere (consolazione), oppure agitare e scoraggiare (desolazione).

Si dice che il discernimento sia un’arte difficile da apprendere e riservata agli addetti ai lavori. È vero? Si può sfatare questa idea?
Schiavone: I padri e le madri spirituali, i superiori e le superiore, i responsabili di formazione, chiunque altro preposto al governo di una diocesi, di una parrocchia, di una comunità e anche di una famiglia, di un ente, di un ufficio, non possono non rendersi conto del perché di una scelta. Si consideri il caso: di chi deve scegliere la facoltà universitaria, la scuola di specializzazione, il mestiere; di chi bussa alle porte di un seminario o di un noviziato; di chi intende sposarsi, iscriversi a un'associazione di volontariato, prestare un servizio che richiede particolare impegno.

In un mondo sempre più globalizzato perché si rende sempre più necessaria la pratica del discernimento?
Schiamone: Per vivere effettivamente da persone adulte e mature, per essere fedeli agli impegni, per impostare la propria, unica vita non sul capriccio e sull'istinto, ma su motivazioni che danno senso e sapore all’esistenza, che, quindi, realizzano, che fanno affrontare con maggiore speranza di riuscita le inevitabili difficoltà.

Quando e perché fare discernimento?
Schiavone: Quando? Soprattutto in caso di scelte di maggiore importanza, che impegnano per un periodo prolungato, a maggior ragione se per tutta la vita. Perché? Chiamati a prestare culto spirituale a Dio, dobbiamo offrire quello che è a Lui gradito, dobbiamo, cioè, “farne”, con e nella vita, la volontà. Evidentemente dopo averla cercata e trovata. Per mezzo del discernimento.

Si può imparare da soli ad apprendere l’arte del discernimento oppure c’è bisogno di una guida?
Schiavone: Dotati di intelligenza, dobbiamo, tutti, riflettere e ragionare, motivare e scegliere. Non a caso si parla di età della discrezione, di capacità di associare, paragonare, considerare vantaggi e svantaggi. Questo richiede che si vada a scuola e che si studi, che si facciano esercizi di analisi logica e grammaticale, di matematica e di traduzione. A maggior ragione nel caso di discernimento delle mozioni. Anche perché si può prendere per ispirazione, illuminazione (e anche apparizione e rivelazione!) di Dio quanto, invece, è o capriccio umano (vanagloria, malizia, tornaconto), o frutto di fantasia, o, peggio, azione di spirito cattivo, che, come scrive Paolo, si maschera da angelo di luce; o di quel mondo che propone principi e modelli antievangelici.

A chi consiglia questo suo studio, frutto di anni di ricerca, di insegnamento?
Schiavone: Oltre a quelli elencati nella risposta alla seconda domanda, lo consiglierei a tutti, a condizione che si abbia un minimo di cultura. Per il semplice fatto che tutti dovremmo essere più attenti a operare scelte a occhi aperti e, come si suole dire, a ragion veduta.

La sua esperienza pastorale cosa le ha insegnato? Di che cosa hanno bisogno l’uomo e la donna di oggi?
Schiavone: Di ragionare, riflettere, capire, agire con consapevolezza e convinzione, da una parte; di dare spazio, dall’altra, all’affettività spirituale: per percepire i “tocchi dello Spirito” (le consolazioni e le desolazioni) e decifrare questo “linguaggio di Dio nella sua conversazione con l'anima".

Può elencare i punti indispensabili da tener presente quando si deve decidere su qualcosa di importante?
Schiavone: Dio è Padre e, come tutti i “papà” (si ricordi che Gesù ci ha insegnato di chiamarlo Abbà!), ha un suo sogno per ciascuno dei suoi figli; lo Spirito del Padre e del Figlio è sempre amorosamente presente e sempre agisce per aprirci a questa paterna, realizzante volontà; esistono altre forze di bene, e anche di male, che operano per portare, rispettivamente, su vie di bene o di male; lasciarsi condurre dallo Spirito di Amore, collaborare con Lui e responsabilmente operare scelte di vita; sintonizzarsi con il Signore Gesù, che della volontà del Padre ha fatto la sua ragion d'essere, tenendo conto della propria spiritualità (carisma) come vissuta e trasmessa dal proprio protettore e/o fondatore; mettersi sotto la protezione della Madonna dell’Annunciazione, virgo prudens, meglio discernens.

Dove e come allenarci al discernimento?
Schiavone: La palestra che meglio inizia ai due tipi di discernimento sono gli Esercizi Spirituali. Si veda quanto ho riportato a p. 24: “Non pochi pensatori cristiani hanno elaborato criteri di discernimento, ma Ignazio sta al 'vertice di questi tentativi'” (Boros). Ritengo di potere affermare che filo conduttore dello studio è Rm 12, 1-2: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”. Faccio, infine, notare che lo studio esamina anche le classiche regole di discernimento che il Santo di Loyola pone alla fine degli Esercizi.

Santa Caterina da Siena e il tesoro della Chiesa. Riflessioni per l'Anno sacerdotale

di Diega Giunta

"El tesoro della Chiesa è el sangue di Cristo, dato in prezzo per l'anima (...) e voi ne sete ministro". L'affermazione, icastica sintesi del pensiero di Caterina da Siena sul mistero e sul ministero sacerdotale, costituisce l'essenza della prima lettera che Gregorio xi riceve dalla senese poco dopo il suo arrivo a Roma (17 gennaio 1377). La sede di Pietro, dopo la lunga permanenza in Avignone, è ritornata a Roma, al "luogo suo", e il Pontefice si trova a reggere la Chiesa in tempi difficili e problematici. Urge una coraggiosa riforma dei costumi, da viversi in primis dal clero perché essa possa dare frutti duraturi nel corpo universale della Chiesa. Scosso dalla rivolta, alimentata dalla lega antipapale, capeggiata da Firenze e favorita dalle mire politiche di Bernabò Visconti, lo Stato della Chiesa perde possedimenti e città. La ribellione di Cesena (1 febbraio 1377) sedata in un bagno di sangue, è cronaca tristemente nota anche alla santa senese.
Questo lo scenario pregresso e attuale sotteso alla Lettera 209, nella quale Caterina esorta Gregorio xi, da parte di Dio, ad adoperarsi per la pace e non per la guerra: "Pace, pace, per l'amore di Cristo crocifisso!", implora la santa. Se il ricorso alle armi potrà sembrare un atto dovuto per "racquistare e conservare el tesoro e la signoria de le città", perdute dalla Chiesa, il successore di Pietro, però, non ha altro bene più prezioso da riconquistare se non quello di "tante pecorelle che sono uno tesoro nella Chiesa. (...) Meglio ci è dunque lassare el loto delle cose temporali che l'oro delle spirituali". Egli otterrà tutti e due i beni - l'onore di Dio, la salvezza delle anime e le sostanze temporali - "più col bastone de la benignità, dell'amore e pace, che col bastone della guerra", e a tal fine la senese lo richiama all'essenza del suo ministero sacerdotale.
Il sangue di Cristo, che ci lava dai peccati e dal quale traggono virtù ed efficacia i sacramenti, è affidato alla Chiesa: è il suo tesoro ed essa ne è depositaria, custode, amministratrice. Mansioni sacre e sante che Caterina esemplifica nelle immagini della "bottiga" e del "cellaio". Il Verbo incarnato e crocifisso ha fatto di sé un ponte, inarcato tra terra e cielo a colmare l'abisso che separava l'uomo da Dio per il peccato di Adamo. Costruito con pietre vive - le virtù - e murato col sangue e con la calcina della carità dell'Unigenito Figlio, il "tutto Dio e tutto uomo", il ponte è ricoperto dalla misericordia - l'Incarnazione - che ripara i viandanti dalla pioggia della giustizia divina; è inoltre munito di scala, i cui gradini - piedi, costato squarciato e bocca del Crocifisso - agevolano la salita della creatura che ha in sé ragione verso il suo Creatore e Redentore. E sul ponte-Cristo è posta "la bottiga del giardino della santa Chiesa".
La chiave della "bottiga", del "cellaio della santa Chiesa", dove è custodito il sangue, è stata data a Pietro e a quelli che gli succederanno sino "a l'ultimo dì del giudicio". Del sacro deposito "Cristo in terra" è cellario, portinaio, guardiano, e soprattutto "ministratore", poiché il "sangue de l'umile immacolato Agnello" può riceversi soltanto dalle sue mani e da quelle di coloro che egli ha unto come ministri, perché lo aiutino "per tutto l'universale corpo della religione cristiana". Dal Vicario di Cristo, dunque, s'origina "tutto l'ordine chiericato", e come ai ministri egli affida l'ufficio di "ministrare questo glorioso sangue (...), così a lui tocca il correggerli de' difetti loro" e non ad altra persona o potere: "Questi sono i miei unti, e però dissi per la Scrittura: "Non vogliate toccare i cristi miei" (Salmo, 104, 15)".
Quanto Caterina da Siena insegna sulla dignità del ministero sacerdotale trova ampia formulazione nella parte de Il dialogo della divina Provvidenza titolata "Il corpo mistico della Santa Chiesa". L'imperativo "voglio" caratterizza l'adesione di Caterina; che, com'è suo costume, addebita a sé i tanti mali che affliggono il mondo e la Chiesa: "O anima mia, oimè, tutto il tempo della vita tua Ai perduto, e però sono venuti tanti mali e danni nel mondo e nella santa Chiesa (...); e però io voglio che tu ora remedisca col sudore del sangue".
Luci e ombre, virtù e peccati dei ministri sono mostrati dall'Eterno Padre a Caterina: il servizio virtuoso del tesoro dei sangue, posto da Dio, per gratuita sua grazia, nelle mani dei prescelti, fa risaltare, per contrasto, la miseria di chi indegnamente lo amministra. Caterina è invitata a prendere coscienza dell'eccellenza e dignità del ministero sacerdotale, che Dio non ha riservato alla natura angelica, ma alla creatura che ha in sé ragione. Questa, infatti, creata per amore a immagine e similitudine di Dio e ricreata a grazia dal sangue del Figlio suo unigenito, ha "maggiore eccellenza e dignità che l'angelo".
In virtù del sangue del Verbo, l'originaria nobiltà e grandezza della creatura è sublimata dal sacramento del battesimo, che per l'efficacia della sua grazia e per il dono della fede restaura e perfeziona in lei la potenzialità che le è propria, l'attitudine ad amare. La contemplazione di tale grande dignità, ricomprata "con tanta pena sul legno della santissima croce", strappa talvolta alla santa apostrofi forti: "O ingrato uomo, che natura t'ha data lo Dio tuo? La sua. E tu non ti vergogni di tollere da te tanto nobile cosa con la colpa del peccato mortale?".
Tuttavia la vulnerabilità e la debolezza della creatura, retaggio della colpa originale, non fanno desistere l'Amore per essenza: come ha voluto l'incarnazione del Verbo per redimere l'opera delle sue mani, ribellatasi al suo progetto d'amore, così, per sostenerla e guidarla nel cammino verso di Lui, continua a scegliere i ministri tra la progenie di Adamo. Se il battesimo ridona alla creatura "la somiglianza divina perduta a causa del peccato", il sacramento dell'eucaristia, elargendole sotto la "bianchezza del pane" il corpo, sangue, anima e divinità di Gesù Cristo, la unisce in modo mirabile al suo Dio. Gli effetti spirituali sono, dunque, identici sia nel fedele sia nel sacerdote, poiché l'uno e l'altro si nutrono dello stesso pane e bevono allo stesso calice, ma è esclusivo del sacerdote il dono-potere di rendere realmente presente il Corpo e il Sangue di Cristo nel pane e nel vino. Per accostarsi a sì grande mistero si richiede a tutti purità e carità, "ma molto maggiormente Io richieggio - rileva l'Eterno Padre - purità ne' miei ministri e amore verso di me e del prossimo loro, ministrando il corpo e sangue de l'unigenito mio Figliuolo con fuoco di carità e fame della salute de l'anime, per gloria e loda del mio nome".
La speciale loro dignità richiede ai sacerdoti un adeguato stile di vita: scelti per amministrare i sacramenti, messi "come fiori odoriferi nel corpo mistico della Chiesa" e "posti come angeli, debbono essere come angeli in questa vita". Se per celebrare il sacrificio eucaristico essi esigono "la nettezza del calice", Colui che li ha elevati a tanto onore chiede loro nettezza e purezza di cuore, anima, mente, corpo. Ne consegue che devono bandire la superbia dal loro cuore, che non devono cercare "le grandi prelazioni"; che siano generosi e non avari; non vendano per cupidigia la grazia spirituale, posta da Dio nelle loro mani per la salvezza delle anime. Anche se le sostanze temporali non reggono il confronto con l'intrinseco valore dei beni spirituali elargiti dai ministri sacri, questi possono e debbono ricevere dai fedeli elemosine e beni temporali per il loro sostentamento, per sovvenire i poveri e per le diverse necessità della Chiesa.
A conforto e sostegno dei "suoi cristi", che vuole strenuamente impegnati nella sequela del Figlio Unigenito, l'Eterno Padre ricorda il vissuto esemplare di alcuni suoi "dolci e gloriosi ministri". Questi, pur nella diversità di ruoli e di carismi, con vera e perfetta umiltà e come lucerna posta sul candelabro, hanno illuminato la Chiesa e dilatato la fede: Pietro, "a cui furono date le chiavi del regno del cielo da la mia Verità", con la predicazione, la dottrina e il martirio; "Gregorio con la scienzia e santa scrittura e con specchio di vita; Salvestro contro a gl'infedeli e massimamente con la disputazione e provazione che fece della santissima fede in parole e in fatti"; Agostino, Girolamo e il glorioso Tommaso, estirpando gli errori "col lume della scienzia"; i martiri con l'effusione del sangue; i prelati scelti da "Cristo in terra" con santa e vita onesta, con vera umiltà e ardentissima carità, con la "margarita della giustizia", per la quale, avendo corretto se stessi, hanno potuto correggere e riportare sulla retta via i loro fedeli. "Come pastori buoni, seguitatori del buono Pastore mia Verità, il quale Io vi diei a governare voi pecorelle, e volsi che ponesse la vita per voi", tutti costoro hanno anteposto a loro stessi e ai personali interessi, l'onore di Dio e la salvezza delle anime, che, divenuti loro cibo, come affamati l'hanno mangiato "con diletto in su la mensa della santissima croce". Così, "come angeli terrestri e più che angeli" si sono accostati alla mensa dell'altare, celebrando "con purità di cuore e di corpo e con sincerità di mente, arsi nella fornace della carità". Hanno adempiuto anche l'ufficio proprio degli angeli: sul loro gregge hanno vigilato come custodi e guardiani, suggerendo buone e sante ispirazioni, elevando a Dio desideri e preghiere, offrendo la dottrina della parola e l'esempio della vita. Un governare umile e amabile il loro, fondato su fede solida, carità immensa, speranza viva in Dio provvidente, e ciò li ha liberati dalla preoccupazione di accantonare per loro beni materiali, anzi hanno dato con tale larghezza ai poveri che alla loro morte hanno lasciato in debito la Chiesa.
L'esemplarità eroica di così buoni e santi ministri strappa al cuore del Padre l'affettuosa esclamazione "O diletti miei!", appassionato preludio all'elogio che riepiloga e conclude quanto l'Eterno Padre ha fatto conoscere di loro a Caterina: "O diletti miei! Essi si facevano sudditi essendo prelati; essi si facevano servi essendo signori; e si facevano infermi essendo sani e privati della infermità e lebbra del peccato mortale. Essendo forti si facevano debili; co' matti e semplici si mostravano semplici, e co' piccoli, piccoli. E così con ogni maniera di gente per umilità e carità sapevano essere, e a ciascuno davano il cibo suo".
L'antitesi della "scellerata vita" di certi prelati, chierici e religiosi - posti a essere "angeli terrestri" e fattisi invece "templi del diavolo" - ha il suo triste sommario all'inizio di quei dieci capitoli de Il dialogo della divina Provvidenza, nei quali l'Eterno Padre squaderna a Caterina la cruda e nuda miseria della loro vita, perché lei e gli altri servi suoi offrano per loro "umili e continue orazioni". "Miseri tapinelli", "quanto è terribile e oscura la morte loro!". È l'amara compassione del Padre che non può abbracciare nemmeno nell'ultimo approdo il tanto atteso figliol prodigo. In quest'ora estrema, assediati dal demonio, con intollerabile confusione e con orribile chiarezza vedono la gravità del loro stato, ma non sanno affidarsi alla misericordia divina. Ben diversa l'ultima battaglia del giusto: per chi ha vissuto, lottando e vincendo il mondo, il demonio, la carne, il trapasso avviene nella pace. E il Signore suo Dio, dando al pastore fedele la corona di giustizia adorna "delle margarite delle virtù", lo saluta "angelo terrestre" e così lo elogia: "O angelo terrestro! beato te che non se' stato ingrato dei benefizi ricevuti da me e non ài commessa negligenzia né ignoranzia; ma sollicito, con vero lume, tenesti l'occhio tuo aperto sopra i sudditi tuoi, e come fedele e virile pastore ài seguitata la dottrina del vero e buono Pastore, Cristo dolce Iesu unigenito mio Figliuolo".


(©L'Osservatore Romano - 12-13 aprile 2010)

È bella la strada. Per chi cammina. Julián Carrón

Sintesi all’Assemblea Responsabili dell’Italia. Riva del Garda, 24 gennaio 2010

«È bella la strada per chi cammina». Questa è la novità che il Mistero introduce nella storia: fa diventare bella la strada. Per chi cammina. «È bella la strada per chi va». È impressionante come questo si avveri: la vita diventa una strada bella, un cammino sempre più affascinante, un’avventura sempre più entusiasmante per chi cammina e sempre più pesante invece per chi non cammina. «Quando si alzava la mattina, tutto gli dava fastidio, a cominciare dalla luce; perfino il latte col caffè», diceva il canto di Chieffo L’uomo cattivo (in Il libro dei canti, Jaca Book, Milano 1976, p. 291). Gli stessi ingredienti del vivere sono per uno un fastidio e per un altro una bellezza.
Che cosa introduce questa bellezza, che cosa fa diventare bella la strada? «I wonder as I wander out under the sky» (I Wonder, in Canti, Cooperativa Editoriale Nuovo Mondo, Milano 2002, p. 283), mentre cammino sotto il cielo mi stupisco che Gesù sia venuto a morire per la povera gente affamata come me e come te. Per chi è pieno di questo stupore, una volta che Lo ha incontrato, ogni cosa desta la nostalgia di Lui. «È gialla tutta la campagna ed ho già nostalgia di te» (C. Chieffo, La strada, in Canti, op. cit., p. 245). Quello che fa diventare bella la strada è che tutto, tutto, una volta che Lo abbiamo incontrato, ci desta la nostalgia di Lui - di Te, o Cristo -, e quanto più camminiamo (quando la vita stringe, quando la campagna è più gialla) più diventa nostalgia.
Questa è la novità che Cristo, il Mistero fatto carne, diventato presenza per l’uomo, ha introdotto come possibilità nella situazione storica di allora, nello sfascio di allora, nella situazione convulsa di allora e che introduce, per ciascuno di noi, nello sfascio di oggi. Come veniva osservato nell’assemblea che si è svolta ieri, chi insegna oggi nelle scuole non si trova più davanti ragazzi cui occorre mettere a posto qualcosa, correggere qualche sfumatura; no, l’umanità che vediamo davanti a noi è sempre più confusa, disfatta, distrutta. Ma quanto più si è consapevoli di questa situazione, tanto più ci si stupisce che Uno abbia avuto pietà di gente come te e come me, così come siamo, con tutta la nostra umanità, prima di qualsiasi altra considerazione. Domandiamoci allora: tutti i segni di umanità che vediamo intorno a noi - il disagio, l’insoddisfazione, la tristezza, la noia, o lo sfascio - sono un ostacolo? Il fatto che non ci troviamo più davanti il ragazzo doc, o la persona doc, o che noi non siamo più doc come prima, è un ostacolo o è di nuovo l’occasione per stupirci che sia venuto Uno che ha avuto e ha pietà di noi, di me e di te? Ancora: quei segni di umanità sono i sintomi di una malattia o i sintomi di una sproporzione strutturale, di una attesa dell’Unico che può rimettere in sesto l’io - non nel senso di sistemarlo, ma di farlo risorgere da questa situazione -? Siamo arrivati a un capolinea, lo vediamo, in tanti nostri gesti, in tante persone che incontriamo: non serve a noi né serve alla Chiesa una riduzione del cristianesimo a etica. Nella situazione in cui siamo, in cui ci troviamo a vivere, noi e gli altri, come è stato detto, può solo accadere Gesù. Vale a dire, abbiamo bisogno di qualcosa d’altro, di qualcosa di più di quello che noi riusciamo a fare, di tutti i nostri tentativi.

Il valore della situazione in cui ci troviamo è nel renderci evidente che non possiamo più permetterci di ridurre il cristianesimo, la natura del cristianesimo: o accade il cristianesimo, per noi e per gli altri, o non stiamo in piedi; e se noi non stiamo in piedi, non è ragionevole la fede, non abbiamo ragioni per credere. Quello che stupisce è che in questa situazione, come ha testimoniato l’assemblea di ieri, sta venendo a galla chi in questi anni sta facendo un cammino, sta facendo una strada, perché Gesù accade, è accaduto e accade, sta accadendo.
La grazia accade. E da che cosa si vede? Per rispondere prendo spunto da quello che avete detto. Uno di voi l’ha descritto molto bene: «In me è successo un rovesciamento totale nel modo di guardare». Da che cosa si vede che uno sta facendo una strada? Da che cosa si vede che la grazia di Cristo, come avvenimento, accade? Dal fatto che uno può dire: prima ero in un modo e adesso mi ritrovo diverso, prima cercavo di mettere quello che succedeva in una «griglia» predefinita, adesso è «la sorpresa di una conoscenza nuova». Un avvenimento ha fatto saltare la griglia, ha introdotto una novità. Quando uno si lascia prendere dall’avvenimento, dalla grazia che accade, si introduce una novità. Si vede che c’è la grazia, si vede che c’è l’avvenimento e si vede che c’è una disponibilità della nostra libertà ad accoglierlo dal fatto che salta la griglia: l’avvenimento - accolto - ci rispalanca, ci fa respirare. Chi sta facendo un cammino, chi si lascia prendere, può dunque descrivere un’esperienza (non “riflessioni”, ma una esperienza): ero lì, mi capitava questo, è accaduto qualcosa e adesso sono qui, in un altro punto, e vedo una novità succedere. Si vede che uno fa esperienza di qualcosa d’altro perché si introduce una conoscenza nuova. Se io posso giudicare la situazione precedente è per la luce che si introduce nel presente, per il fatto che adesso respiro, mi trovo come sorpreso e stupito di quello che accade e mi rendo conto che prima mettevo le cose nella griglia. La novità di quello che accade introduce un giudizio nuovo; e si vede che è una esperienza perché incrementa la persona. Qual è la differenza da prima? Non svanisce tutto dopo che è finito il contraccolpo sentimentale. È una novità che permane e si introduce nel quotidiano: «Un rovesciamento totale nel modo di guardare».
Ora, se molti di voi hanno potuto testimoniare questo ieri, è perché l’avvenimento accade, la grazia accade, altrimenti non avreste potuto dirlo.
E allora - secondo segno - «sorge una amicizia come sorpresa», avete detto, un ritrovarsi insieme non perché occorre, non per l’organizzazione, ma «per non perdere quello che accade», cioè per la memoria, «per andare a fondo del rapporto con Cristo». Ho subito pensato, sentendo queste vostre testimonianze, al bene, alla grazia che è per tutti quello che sta succedendo in America Latina. Lì alcuni si sono lasciati travolgere dall’avvenimento che accade, dalla grazia che accade; hanno una umanità così bisognosa, così ferita, che si sono lasciati trascinare. Senza che nessuno abbia dato loro alcuna indicazione, Cleuza e Marcos, tornati dall’Assemblea Internazionale di agosto, sono andati a cercare padre Aldo per guardare insieme quello che era successo; e padre Aldo è ritornato a trovarli, perché voleva approfondire quello che era accaduto con loro, e Julián de la Morena è il primo a seguirli, tutto stupito davanti a quello che accade.

Da dove partiamo per capire se la grazia sta accadendo o non sta accadendo? Che cosa guardiamo quando parliamo del movimento? Il movimento è uno, è internazionale, e quello che succede in un determinato posto nel mondo (che sempre più spesso posso vedere direttamente) è per tutto il movimento. Così, quando vedo i nostri amici degli Stati Uniti che si radunano, partecipano a un gesto bellissimo, dopo di che non si cercano, non hanno il bisogno di chiamarsi, dico: sta succedendo qualcosa anche lì, ma non è ancora quello che è accaduto in America Latina. Non è che si debba riprodurre meccanicamente qualcosa, semplicemente non si può evitare di dire: se in America Latina è potuto succedere quello che è successo, è perché l’avvenimento cristiano accade e trova una umanità che lo accoglie. Là dove esso è accolto, infatti, si verifica quello che avete detto: un rovesciamento totale nel modo di guardare (salta per aria la griglia) e l’amicizia come una sorpresa di ritrovarsi insieme. Non trovo parole migliori per descrivere quello che vedo - che non si può riproporre come il risultato di una organizzazione - e al tempo stesso quello che manca. Per la novità descritta si sta generando in America Latina tutto un sommovimento. Così, senza forzature, argentini, paraguayani, brasiliani premono per fare una vacanza insieme: per il gusto di stare insieme, di condividere questa novità, di non perderla.
È lo stesso che accade fra molti di voi, come avete testimoniato ieri. Ripeto solo alcune delle frasi che avete detto, come documentazione della novità. «Io sto riacquistando la vista, il mio rapporto con il reale, la mia umanità», diceva una di voi. Da che cosa si vede se uno sta facendo un’esperienza? Dal fatto che si incrementa l’io. «Io recupero la mia umanità»: vale a dire, non appiccico un discorso alla mia umanità vecchia, non rimango nella griglia aggiungendo qualcosa, non metto un’etichetta sopra un io già perfettamente costituito. La grazia della Sua presenza investe il mio bisogno, la mia solitudine, fino al punto da determinare, da plasmare la percezione che ho di me. Se così non fosse significherebbe che il cristianesimo non è in grado di toccare il nocciolo della questione, che tutto alla fine rimane come prima, e noi camminiamo verso lo scetticismo: «Niente di nuovo sotto il sole!».
Questa dunque è la sfida: succede o non succede qualcosa di nuovo sotto il sole? Ciascuno può decidere che posizione prendere davanti a quello che accade, che abbiamo visto ieri, che vi racconto dell’Africa, di Londra, dell’America Latina o degli Stati Uniti. Potrei andare avanti a lungo a raccontare fatti che documentano la contemporaneità di Cristo fra noi, questo avvenimento che non ha limite, che aspetta soltanto di trovare una umanità in grado di stupirsi. Davanti a quello che accade, occorre infatti una ferita aperta. Solo attraverso essa la grazia può entrare: la grazia che accade, perché la grazia ha acquistato un volto nell’incontro, ha acquistato una faccia, non è qualcosa di “spirituale”, ma l’evento che è capitato attraverso qualcosa di reale.

Avete detto: «È avvenuto un cambiamento dell’io, uno sguardo nuovo su tutto»; «ho cambiato lo sguardo con cui guardavo mio fratello». Si vede che l’avvenimento accade dal fatto che ci riapre di nuovo al Mistero, ci educa al senso religioso, ci fa respirare, fa saltare la griglia. Noi possiamo vivere il movimento cercando di metterlo nella griglia («Adesso dico io quello che occorre») o possiamo lasciarci trascinare dall’avvenimento in atto. Il rischio di dire: «Ho capito» e di mettere l’etichetta sopra quello che accade, di farlo rientrare nella griglia, è sempre in agguato. Se il cristianesimo non trova un io che si lascia travolgere, non può dimostrare tutta la sua capacità di cambiarci e di rigenerare la nostra speranza, così che sia possibile respirare a pieni polmoni e la strada diventi bella.
Come è possibile ciò? Se ciascuno di noi si lascia prendere, se la nostra libertà si lascia interpellare. Niente è automatico. «Occorre lasciarsi prendere dal Mistero come accade», diceva una di voi - e questo dipende da un giudizio - e aggiungeva: «La grande questione è non cambiare il metodo». Che cosa significa non cambiare il metodo? «Andare dietro a quello che accade», seguire la grazia che accade, che è per te ed è per me. Tutta la questione del percorso di questi anni sta qui: se ci siamo lasciati travolgere da quello che accadeva. Tutta la differenza è tra chi si è lasciato colpire da quello che stava accadendo, qualsiasi fosse il momento della strada, e chi ha resistito o resiste, si sottrae, cerca di mettere nella griglia quello che accade. Ma il cristianesimo non entra nella griglia: «A vino nuovo otri nuovi», è impossibile metterlo dentro i nostri schemi, è un tentativo inutile. Se uno si imbatte nell’avvenimento della Sua presenza e si lascia colpire, cambia, è reso a sua volta avvenimento, e non può più essere messo nella griglia. C’è sempre più gente tra di noi che non può più essere messa nella griglia. Il cristianesimo è un avvenimento a cui possiamo resistere, ma che non possiamo controllare: è imprevedibile, irriducibile. Quando il cristianesimo accade uno si riempie di ragioni, perché fa esperienza della risposta alla sua urgenza umana. Solo il Mistero diventato una presenza familiare e storica, infatti, può veramente rispondere alla nostra umanità. Senza questa presenza nessuno potrebbe rimanere a lungo se stesso, senza vedere scomporsi il proprio volto umano. «Solo il divino può “salvare” l’uomo, cioè le dimensioni vere ed essenziali dell’umana figura e del suo destino» (L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, Rizzoli, Milano 2001, p. 104). Come il divino ci educa a questo? Attraverso una presenza storica. Non stiamo parlando di nostre “visioni”, stiamo parlando di presenze storiche (di cui sono testimone, per tutto quello che vedo in giro) attraverso cui accade la Sua presenza. E non occorre prima sistemare l’uomo, metterlo a posto, per poi entrare in rapporto con la Sua presenza, perché l’uomo non può essere veramente messo a posto senza che accada l’avvenimento cristiano.
È qui che Cristo dimostra chi è veramente. Solo il divino può salvare le dimensioni essenziali dell’uomo. Il segno più persuasivo che Cristo è Dio, il miracolo più grande, è dunque quello sguardo che ricomponeva tutto l’io. L’unica questione è se c’è questo sguardo, se questo sguardo rimane nella storia - nel modo di trattare l’umano, di guardare al fratello, di guardare ai ragazzi, di guardare a noi stessi -, se il nostro umano è raggiunto e abbracciato da esso. Il segno della contemporaneità alla nostra vita di quello sguardo è l’accadere in noi di quello che accadeva nei primi che lo hanno incontrato: la loro vita, abbracciata, si ridestava in quel momento in tutta la sua profondità originale, nella sua originale apertura, vale a dire in tutto il suo senso religioso, in tutta la sua misteriosità. Che quello sguardo ci raggiunge ora lo si vede dal fatto che rinasce una affezione a noi stessi che sarebbe impossibile. Perché «non si può rimanere nell’amore a se stessi senza che Cristo sia una presenza come è una presenza una madre per il bambino... Senza che Cristo sia presente ora - ora! -, io non posso amarmi ora e non posso amare te ora» (L. Giussani, Qui e ora. 1984-1985, Bur, Milano 2009, p. 77). Questo è allora il segno più potente della autenticità del carisma: uno sguardo come quello che noi abbiamo rintracciato in don Giussani è il segno del divino, il segno della contemporaneità di Cristo, in quanto ha reso possibile una affezione a se stessi altrimenti impossibile.

È soltanto perché Cristo ridesta tutto il mio umano che io posso riconoscere la Sua presenza. Possiamo allora rovesciare la frase di Dostoevskij: il problema non è se un uomo colto del nostro tempo può credere alla divinità di Gesù Cristo, ma che senza un uomo colto, cioè senza un uomo che usi tutta la sua ragione e tutta la sua capacità di libertà non vi può essere una fede reale, non si può affermare ragionevolmente Cristo, tranne che come aggiunta alla griglia, come cappello posto sopra un io già perfettamente costituito. Per credere veramente in Gesù Cristo, per ammettere che è possibile una novità di questo calibro, occorre tutta la libertà e tutta la ragione, occorre un uomo colto nel senso detto. Altrimenti non si può credere con pienezza di umanità.
Ecco allora la sfida che abbiamo tutti davanti: sono disponibile alla grazia con cui Cristo chiama la mia vita oggi, allo sguardo con cui Cristo abbraccia la mia vita oggi? È solo in questa disponibilità che si può generare. Come veniva ricordato ieri, solo chi si lascia generare genera, cioè solo chi riconosce il bisogno di un luogo dove essere costantemente generato, chi ha questa povertà, genera. La vera decisione - entro così nel nuovo passo della Scuola di comunità sulla carità - è se io mi lascio abbracciare oggi. Tutta la drammaticità del vivere consiste nel resistere o nel lasciarmi prendere dall’abbraccio di Cristo oggi. La prima carità non è quella che facciamo noi. Noi non siamo in grado di dare noi stessi gratuitamente, se non perché siamo travolti, siamo disponibili ad accettare la carità del Mistero verso di noi, la carità di Cristo per noi, che arriva in tanti modi. Diceva uno di voi ieri, parlando della moglie: «Tu sei la carità di Cristo per me», o padre Aldo, citato: «La mia opera è tutta la mia vita che nasce da Uno che mi ha amato senza tornaconto». La vera decisione, l’unica decisione - tutto il resto sono conseguenze - è se io sono disponibile a lasciarmi abbracciare dalla modalità con cui Cristo mi abbraccia oggi.

È semplice la vita, se c’è in noi questa semplicità. Dobbiamo mendicare costantemente di avere questa semplicità per lasciarci generare da Cristo, perché quello che posso generare è soltanto quello che trabocca di quello che ricevo. Mi auguro che la nuova Scuola di comunità ci introduca a capire fino in fondo qual è l’origine di tutto il percorso della fede. Cristo ha stupito i primi due perché il cuore della sua presenza è la carità. L’intimità ultima della Presenza riconosciuta dalla fede è la carità. Anche soltanto come intuizione, avevano percepito quella Presenza buona, piena di passione per la loro vita. La carità è l’intimità della Presenza riconosciuta dalla fede. Senza la precedenza unica dell’amore di Cristo verso ciascuno di noi non c’è cristianesimo. Non solo all’inizio, ma in ogni passo del cammino c’è qualcosa che viene prima di qualsiasi nostra mossa: ci precede. La vita cambia, si compie, solo se si è disponibili a questo «qualcosa che viene prima», che è generato da Lui, che non siamo noi, che è Lui e che ha la pretesa di essere con noi tutto il tempo, fino alla fine del mondo. È Lui che costantemente lo genera e che ci viene incontro. L’unica nostra questione è: ma io ci sono? «Mi ami tu?».

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Tracce N.3, Marzo 2010

Santa Rita da Cascia. A lei si può chiedere tutto

Paola Bergamini

Ultima puntata del nostro viaggio tra le figure che hanno visto sbocciare la loro santità tra le mura domestiche. Protagonista: la “patrona delle cause impossibili”. Che prima di entrare in monastero perse tragicamente il marito e due figli. E che chiese al Signore di partecipare delle Sue sofferenze. Ottenendo una risposta sorprendente

Rita ha quasi finito di riordinare la casa, quando sente delle urla provenire dalla strada. Si affaccia e li vede: sono tre uomini. Poi d’un tratto il luccichio di una lama e uno di loro si accascia. Rita non riesce a soffocare il grido. L’uomo con l’arma si gira, i loro sguardi per un secondo si incrociano, poi scappa. La donna corre giù dalle scale, l’uomo steso a terra in un lago di sangue è suo marito Paolo. Si inginocchia, gli prende il viso tra le mani. Non c’è più niente da fare. Gli chiude gli occhi, poi delicatamente gli sfila la camicia insanguinata. E prega. Le tornano in mente le parole di un sermone udito da un predicatore di passaggio da Cascia: «In forza della Passione di Cristo tutti voi gridate insieme a Dio: pace, pace! Misericordia! E tutti, in segno di pace, amore e concordia, baciatevi, abbracciatevi, chiedetevi perdono a vicenda». Perdono, per Cristo. Solo per Lui. Rita pensa ai due figli, alla famiglia del marito... Loro non perdoneranno, vorranno vendicarsi, per questo ha nascosto la camicia insanguinata. Spera, in questo modo, che non si sappia che è stato un omicidio. Purtroppo sa anche che è inutile. Riguarda il volto del marito. Diciotto anni di vita insieme. Ricorda il giorno delle nozze, lei era poco più che una ragazzina e abitava a Roccaporena a soli cinque chilometri da Cascia e lui, Paolo di Ferdinando di Mancino, un bel giovane dal temperamento un po’ impetuoso, era della cittadina umbra. D’altro canto, chi a Cascia non lo era in quel periodo a cavallo tra 1300 e 1400? Faide familiari, vendette politiche e private erano all’ordine del giorno. Lo sapevano bene i suoi genitori che si erano assunti il compito di “pacieri”. Quante volte prima di sposarsi, li aveva accompagnati nelle loro missioni rappacificatrici a dirimere odi e discordie. Oltre ai contrasti tra famiglie, c’erano le tensioni politiche tra i sostenitori del Papa e chi non ne voleva sapere. Guelfi e ghibellini. Unico punto di pace nella città erano le tre comunità agostiniane: una maschile e due femminili. Nel convento avevano dimorato tanti monaci santi. Non solo, la città poteva vantare di avere tra quelle mura un centro di erudizione religioso e culturale. Lì aveva studiato Rita, aveva soprattutto respirato quell’aria densa di spiritualità. Questo l’aveva aiutata, in quei diciotto anni, insieme a tante preghiere, a placare il carattere irruento del marito. E ora? Rita confida solo nel Signore.
In breve tempo, si viene a sapere dell’omicidio. La famiglia di Mancino preme perché lei riveli i nomi degli assassini. Ma lei non vuole altro odio, vendetta, nel suo cuore ha già perdonato. Prega che i figli non cadano in quella spirale, che la loro anima si salvi. E in modo misterioso il Signore li chiama a sé: i due ragazzi si ammalano e muoiono.
Rita ora vuole dedicarsi completamente a Dio e chiede di entrare nel monastero delle agostiniane di Santa Maria Maddalena, a Cascia. Ma il suo desiderio non può essere esaudito. La madre superiora, con ragione, reputa che accogliere la vedova di un assassinato quando in città serpeggia ancora la vendetta vuol dire mettere a repentaglio la tranquillità del monastero. Inoltre tra le suore c’è una di Mancino, parente del marito. Cosa fare? Rita invoca sant’Agostino, san Nicola da Tolentino e san Giovanni Battista, suoi santi protettori e pubblicamente perdona gli assassini. È il primo miracolo “impossibile”: l’odio e la vendetta sono scongiurati. Le porte del monastero si aprono. È il 1407, Rita ha 36 anni. Tre anni di noviziato e poi la professione solenne. Conduce una vita umile fatta di preghiera, di penitenza e di sacrificio, di aiuto ai bisognosi. Diventa un esempio per tutti, fuori e dentro le mura del monastero. Lei fa tutto per il suo Amato: Cristo. Prega per diventare partecipe delle Sue sofferenze. E così il Venerdì Santo del 1432, una spina si stacca dal Crocifisso davanti al quale prega e le si conficca in fronte. È una ferita che non si rimargina. È un dono che il Signore le fa e lei lo vive con umiltà. Non ne parla, e non esce più dal monastero. Presto la notizia fa il giro della città: Rita, la donna del perdono, ha avuto un pegno dell’amore di Cristo.

Pellegrinaggio a Roma. Nel 1446, per la canonizzazione di san Nicola da Tolentino, le monache decidono di andare in pellegrinaggio a Roma. Anche Rita vuole farlo. Le sue consorelle però, con quella piaga purulenta, non la vogliono. Lei, allora, chiede che le sia portato un unguento; lo applica sulla ferita e questa immediatamente si chiude. Solo al ritorno dal pellegrinaggio si riaprirà.
Dopo quel viaggio Rita è molto stanca, debilitata. Trascorre quasi tutta la giornata in cella in preghiera. Un giorno una parente la viene a trovare e, alla fine della visita, le chiede se ha bisogno di qualcosa da casa. «Una rosa e due fichi del mio orto», risponde la suora. La donna acconsente, ma tra sé pensa: «Poveretta, delira. È inverno e fuori tutto è coperto dalla neve». Al ritorno però entra nell’orto e rimane attonita: una bellissima rosa è sbocciata su un ramo e sulla pianta di fico ci sono due frutti maturi.
Nella primavera seguente, nella notte tra il 21 e il 22 maggio del 1447, Rita muore. Le campane del monastero cominciano a suonare. Tutti i cittadini di Cascia accorrono a venerare la suora santa. E subito avvengono i primi miracoli. Il suo corpo non viene sepolto, all’inizio è collocato in un oratorio dentro il monastero perché tutti possano pregarla.

Pietà popolare. In un documento ufficiale del 1457, a dieci anni dalla morte, il notaio Domenico Angeli, in apertura della lunga lista delle grazie ricevute - undici solo nel primo anno -, scrive: «Una onorevolissima suora donna signora Rita, avendo passati quaranta anni da monaca nel chiostro della predetta chiesa di Santa Maria Maddalena di Cascia vivendo con carità nel servizio di Dio, seguì alla fine la sorte di ogni essere umano. E Dio, volendo mostrare agli altri fedeli un modello di vita, operò mirabilmente molti miracoli e prodigi con la sua potenza e per i meriti della beata Rita». Quello stesso anno il corpo viene deposto in una cassa ornata di un epitaffio e di dipinti che raccontano la sua vita. Il popolo aveva voluto così onorarla, rendere grazie per tutti i “prodigi e miracoli”che lei aveva compiuto e continuava a compiere.
Sono gli unici “documenti”, oltre all’atto notarile, che ci dicono chi era. Perché, ai tempi, a nessuno, nemmeno alle consorelle, venne in mente di scrivere una sua biografia, di raccogliere i suoi pensieri o scritti, se mai ce ne fossero stati. Ma la gente la pregava, si convertiva e raccontava la sua vicenda. Così semplice e, allo stesso tempo, così forte da imprimersi nella pietà popolare. E così è arrivata fino a noi. Così abbiamo voluto ricostruirla con quegli elementi storici che negli anni sono stati acquisiti. Ciò che colpisce di questa santa è il suo grande amore a Cristo. Per questo a lei si può chiedere tutto, anche l’impossibile. Per questo il miracolo più grande per chi si reca a Cascia è la conversione del cuore.



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Tracce N.3, Marzo 2010

LETTERA n. 90 DI SAN FRANCESCO SAVERIO DA KAGOSHIMA

AI COMPAGNI RESIDENTI IN GOA (Kagoshima, 5 novembre 1549)


È questa la prima, grande lettera che il Saverio spedisce ai Compagni di Goa dopo il suo arrivo in Giappone, avvenuto a Kagoshima il 15 agosto 1549. Il Santo era partito da Malacca il 24 giugno 1549 in compagnia del padre Cosma de Torres, del fratello coadiutore Giovanni Femandez e di tre giapponesi fra i quali era Paolo di Santa Fé (vale a dire il samurai Anjirò) che, essendo nativo di Kagoshima, gli sarà adesso insostituibile compagno e prezioso interprete. Il viaggio non è stato facile e nella prima parte della lettera il Saverio descrive le disavventure occorsegli sulla giunca cinese, il cui poco raccomandabile capitano minacciava di tornare indietro qualora non fossero stati favorevoli i responsi di un idolo, situato a poppa della scomoda imbarcazione e decisamente aborrito dal Santo. Adesso finalmente il suolo giapponese è raggiunto da neanche tre mesi e ilSanto è già in grado di fornire le prime, vivaci impressioni su questo paese del tutto sconosciuto fino a pochi anni prima. In effetti dell'Arcipelago giapponese, indicato col nome di Zipagu (o Cipangu), aveva parlato, in termini quasi fiabeschi e solo per sentito dire, il celebre Marco Polo nel capitolo 142 del suo libro «II Milione». Fu soltanto nel 1542 che i portoghesi giunsero alle isole Ryùkyù e, nell'anno successivo, sbarcarono per la prima volta nella parte meridionale del Giappone.

Tocca ora al Saverio il compito di fornire la prima, dettagliata descrizione, destinata all'Occidente, di questo mondo giapponese cosi nuovo e diverso da tutto quanto aveva visto finora. Tra l'altro è interessante notare che è stato proprio il Saverio il primo ad adoperare e a far conoscere la parola «bonzo». Comunque la prima impressione è nel complesso favorevole e il Giappone appare al Santo come la migliore delle tene finora scoperte: merito soprattutto della gente che è senz 'altro cortese, di buona conversazione, molto onesta e non maliziosa e soprattutto amante delle armi e del proprio onore. Vi sono differenze di casta, ma in compenso è gente che in genere sa leggere e scrivere ed è piena di interesse per le cose di Dio che il Saverio e i suoi compagni sono pronti ad insegnare. Vi sono anche i bonzi, è vero, e questi non sembrano promettere niente di buono perché vivono nei loro monasteri in strana promiscuità con monache e ragazzi. Il Saverio rimane infatti molto stupito nel vedere che anche i peggiori peccati contro natura non sono tenuti in alcun conto e che la condotta di vita dei laici è senz'altro migliore di quella dei bonza. Vi è però qualche fortunata eccezione, come il caso dell'anziano e venerato bonzo Ninjitsu che, nonostante i suoi dubbi sull'immortalità dell'anima, viene chiamato «amico mio» dal Santo. Inoltre le accoglienze della popolazione e delle persone più influenti di Kagoshima sono più che buone e lo stesso «duca» della città si mostra particolarmente benevolo e interessato verso gli straordinarì pellegrini. In un primo momento il «duca» non ha nemmeno impedito le conversioni dei suoi sudditi al cristianesimo, le quali erano cominciate subito con la conversione di tutti i parenti e gli amici di Anjiró. Il Saverio, intanto, si è immediatamente informato circa le principali Università del Giappone e, nell'attesa dei venti favorevoli per recarsi all'Università di Miyako (Kyóto), si rende conto della necessità di apprendere la lingua e di far tradune in giapponese i testi essenziali per la conoscenza della religione cristiana.


Tutte queste prime e appassionanti notizie sul Giappone sono inserite in un ampio contesto di considerazioni e di riflessioni di ordine spirituale, le quali devono servire a spronare i deboli e i pusillanimi e a incoraggiare i futuri missionari, ma in pari tempo aprono un largo spiraglio su quelle che possono essere le grazie concesse a chi, sentendo fino in fondo la propria nullità, ripone in Dio ogni sua fiducia e speranza. «Io conosco una persona — dice ad un certo punto il Saverio parlando chiaramente di se stesso — alla quale il Signore ha concesso molte grazie», ma poi preferisce sorvolare e, da vero figlio di sant'lgnazio, finisce col concludere che «vivere in questa vita così travagliata senza godere Dio, non è una vita, ma una morte continua» (par. 26). Per ben servire Dio occorre inoltre essere obbedienti: «nessuno pensi di segnalarsi nelle cose grandi se prima non si segnala nelle cose piccole!» esclama il Santo (par. 34) e subito dopo mette in guardia tutti coloro, che dal collegio di Coimbra verranno in India, di non cadere in tutti quegli eccessivi «fervori» di fare solo cose grandi e difficili, perché non si tratta di «fervori», ma di autentìche tentazioni (par. 35). Da parte sua il Saverio appare profondamente convinto che la sua venuta in Giappone sia davvero una grande grazia concessagli dal Signore e desidera che i Compagni lontani lo aiutino a ringraziare la bontà divina per un dono così immenso.

Circa le vicende di questa importante lettera, occorre aggiungere che il Saverio era stato scortato in Giappone dal portoghese Domenico Diaz il quale il 5 novembre 1549 ripartì da Kagoshima recando le prime quattro lettere saveriane. Tuttavia la giunca, il cui capitano era morto in Giappone, impiegò ben sei mesi per arrivare a Malacca, dove però la bella notizia del felice arrivo del Santo in Giappone era stata portata già da tempo da alcuni mercanti cinesi. Fu cosi che sin dalla fine di gennaio del 1550 l'ottimo padre Pérez aveva potuto comunicare a Roma il lieto annuncio riguardante il Saverio. Quando poi la lettera arrivò a Malacca, il padre Pérez ne fece fare subito due copie per i Compagni di Europa che le attendevano con ansia. Il testo saveriano ebbe così un'enorme diffusione e, a partire dal 1552, se ne stamparono diverse edizioni, spesso in forma ridotta.


(Traduzione dallo spagnolo secondo una copia scritta a Malacca nel 1550. Edizione Schurhammer, n. 90).


Jesus


La grazia e l'amore di Cristo Nostro Signore sia sempre in nostro aiuto e favore. Amen.


1. Da Malacca vi scrissi molto a lungo circa tutto il nostro viaggio, da quando siamo partiti dall'India fino all'arrivo a Malacca e quello che abbiamo fatto durante il tempo che siamo stati laggiù *. Ora vi faccio sapere in qual modo Dio nostro Signore, per la sua infinita misericordia, ci condusse in Giappone. Il giorno di San Giovanni2 dell'anno 1549, di pomeriggio, ci imbarcammo a Malacca per venire in questi luoghi, sulla nave di un mercante pagano cinese * il quale si era offerto al capitano di Malacca per portarci in Giappone; dopo partiti, avendoci concesso Diomolta grazia nel darci buonissimi il tempo e il vento, tuttavia poiché fra i pagani regna molto l'incostanza, il capitano cominciò a mutare parere nel non voler più venire in Giappone, fermandosi senza necessità nelle isole che trovavamo.


2. Ma ciò per cui più soffrivamo nel nostro viaggio erano due cose: la prima, vedere che non approfittavano del buon tempo e vento che Dio nostro Signore ci dava e che, se ci finiva il monsone per venire in Giappone, eravamo costretti ad attendere un anno, svernando nella Cina, nell'attesa dell'altro monsone; e la seconda erano le continue e molte idolatrie e i sacrifici che, senza poterlo impedire, facevano il capitano e i pagani all'idolo che portavano sulla nave, mentre tiravano molte volte a sorte e gli chiedevano se potevamo o no andare in Giappone e se ci sarebbero durati i venti necessari per la nostra navigazione: certe volte le sorti uscivano bene, a volte cattive, secondo quello che essi ci dicevano e credevano.


3. A cento leghe da Malacca, sulla strada della Cina, approdammo in un'isola nella quale ci rifornimmo di timoni e di altro legname necessario per le grandi tempeste e i mari della Cina. Fatto questo, tirarono le sorti, facendo prima molti sacrifici e feste all'idolo, adorandolo molte volte e chiedendogli se avremmo avuto buon vento oppure no, e venne fuori la sorte che avremmo avuto buon tempo e che non aspettassimo oltre. Cosi salpammo e sciogliemmo la vela tutti quanti con molta allegria: i pagani confidando nell'idolo che portavano con grande venerazione sulla poppa della nave con candele accese, profumandolo con effluvi di legno di «aguila» (L'«aguila» era u come incenso. in legno odoroso, proveniente dalla Cochinchina) e noialtri confidando in Dio, creatore del ciclo e della terra, e in Gesù Cristo, suo Figlio, per il cui amore e servizio venivamo in questi luoghi onde accrescere la Sua santissima fede.


4. Durante il nostro viaggio cominciarono i pagani a tirare le sorti e a fare domande all'idolo se la nave, con cui andavamo, sarebbe tornata dal Giappone a Malacca: usci il responso che sarebbe andata in Giappone, ma che non sarebbe ritornata a Malacca. E allora entrò in essi la sfiducia e non volevano andare in Giappone, ma piuttosto svernare nella Cina e aspettare un altro anno. Vedete lo sforzo che dovevamo sopportare in questa navigazione, dovendo sottostare al parere del demonio e dei suoi servi se dovevamo o no venire in Giappone, poiché coloro che guidavano e governavano la nave non facevano niente più di quello che il demonio diceva loro con i suoi responsi.


5. Procedendo adagio il nostro viaggio prima di arrivare in Cina, essendo vicini ad una terra che si chiama Cochinchina ', la quale è già vicino alla Cina, ci accaddero due disastri in un giorno, alla vigilia della Maddalena 6. Essendo il mare grosso e in grande tempesta, mentre eravamo ancorati, capitò, per una distrazione, che la stiva della nave rimanesse aperta mentre Manuel il cinese, nostro compagno, passava vicino ad essa; e al grande rullio che diede la nave a causa del mare che era agitato, non potendosi egli tenere, cadde giù nella stiva. Tutti pensavamo che fosse morto per la grande caduta che fece e anche per la molta acqua che era nella stiva. Dio nostro Signore non volle che morisse. Egli stette per un gran spazio di tempo con la testa e pili della metà del corpo sotto l'acqua, e per molti giorni fu sofferente al capo per una grande ferita che si fece, di modo che lo tirammo fuori con molta fatica dalla stiva ed egli non riprese i sensi per lungo tempo. Dio nostro Signore volle ridargli la salute. Mentre finivamo di curarlo e continuava la grande burrasca che c'era, essendo molto agitata la nave accadde che una figlia del capitano cadesse in mare. Poiché il mare era tanto infuriato noi non potemmo aiutarla e cosi, alla presenza di suo padre e di tutti, affogò vicino alla nave. Furono tanti i pianti e i lamenti in quel giorno e [quella] notte, che era una pena grandissima vedere tanto travaglio nelle anime dei pagani, e il pericolo per la vita di tutti noi che stavamo su quella nave. Passato ciò, senza riposare tutto quel giorno e la notte, i pagani fecero grandi sacrifici e feste all'idolo, ammazzando molti uccelli e offrendogli da mangiare e da bere. Quando tirarono gli oracoli gli chiesero il motivo per cui era morta la figlia [del capitano]: usci il responso che non sarebbe né morta né caduta in mare se fosse morto il nostro Manuel che era caduto nella stiva.


6. Vedete da che dipendevano le nostre vite: nei responsi dei demoni e nel potere dei suoi servi e ministri. Che sarebbe stato di noialtri se Dio avesse permesso al demonio di farci tutto il male che desiderava? Nel vedere le offese cosi grandi e palesi che con la devozione a tante idolatrie si facevano a Dio nostro Signore e non avendo possibilità di impedirle, molte volte io chiesi a Dio nostro Signore, prima che noi ci trovassimoin quella tormenta, di concederci la grazia particolarissima di non permettere tanti errori nelle creature che formò a sua immagine e somiglianzà; oppure, se li permetteva, che aumentasse al diavolo, cagione di queste stregonerie e idolatrie, grandi pene e tormenti maggiori di quelli che aveva, ogniqualvolta incitava e persuadeva il capitano a tirare le sorti e a credere in esse, facendosi adorare come Dio.


7. Nel giorno che ci accaddero questi disastri e per tutta quella notte, Dio nostro Signore volle farmi tanta grazia da volermi far sentire e conoscere per esperienza molte cose circa i terribili e spaventosi timori che il demonio suscita, quando Dio lo permette, ed egli trova molte occasioni per farli, e circa i rimedi che l'uomo deve usare quando si trova in simili difficoltà contro le tentazioni del nemico: essendo queste troppo lunghe da raccontare, tralascio di scriverle, e non perché esse non siano notevoli. Alla fin dei conti il miglior rimedio, durante questi momenti, è di mostrare di fronte al nemico un coraggio assai grande, diffidando completamente di sé e fidano moltissimo in Dio, riponendo in Lui tutta la forza e la speranza, e, con un tale difensore e protettore, ognuno deve guardarsi dal mostrare viltà, non dubitando di riuscire vincitore. Molte volte pensai che, se Dio nostro Signore aumentò al demonio alcune pene, maggiori di quelle che aveva, questi si volle ben vendicare durante quel giorno e quella notte, poiché molte volte mi si poneva davanti, dicendomi che eravamo giunti al momento in cui si sarebbe vendicato.


8. E siccome il demonio non può mal fare più di quanto Dio conceda in tali momenti, si deve temere più per la sfiducia in Dio che non per il timore del nemico. Dio permette al demonio di affliggere e tormentare quelle creature che, da pusillanimi, cessano di confidare nel loro Creatore e non attingono forza nello sperare in Lui. Per questo male tanto grande della pusillanimità, molti di coloro che hanno cominciato col servire Dio, vivono desolati per non andare avanti, portando con perseveranza la soave croce di Cristo. La pusillanimità ha questa disgrazia tanto pericolosa e dannosa che, come l'uomo si dispone al poco e confida in sé trattandosi di una cosa tanto piccola, quando, invece si trova ad aver bisogno di maggiori forze di quelle che ha ed è costretto a confidare interamente in Dio, nelle cose grandi manca di coraggio in modo da non usare bene la grazia che Dio nostro Signore gli da per sperare in lui. Inoltre coloro che si ritengono qualcosa, facendo assegnamento su loro stessi più di quanto non valgano, disprezzando le cose umili senza essersi molto esercitati e avvantaggiati vincendosi in esse, sono più deboli dei pusillanimi durante i grandi pericoli e travagli perché, non portando a termine quello che avevano cominciato, perdono il caraggio per le piccole cose allo stesso modo con cui lo avevano perduto per le grandi.


9. E dopo sentono in sé tanta ripugnanza e vergogna ad esercitarsi in esse, che corrono gran pericolo di perdersi oppure di vivere desolati, non riconoscendo in sé le loro debolezze, che attribuiscono alla croce di Cristo, dicendo che è faticosa da portare avanti. O fratelli, che sarà di noialtri nell'ora della morte se nella vita non ci prepariamo e ci disponiamo a saper sperare e confidare in Dio, dato che in quell'ora noi ci troveremo in tentazioni, travagli e pericoli in cui non ci siamo mai visti, tanto dello spirito come del corpo? Pertanto, nelle cose piccole, coloro che vivono col desiderio di servire Dio, si devono impegnare nell'umiliarsi molto, sconfiggendo sempre se stessi, ponendo un grande e solido fondamento in Dio, affinchè nei grandi travagli e pericoli, tanto della vita come della morte, sappiano sperare nella somma bontà e misericordia del loro Creatore. Tutto ciò lo hanno appreso nel vincere le tentazioni nelle quali, per piccole che fossero, trovavano ripugnanza e diffidando di sé con molta umiltà e fortificando i loro animi avendo confidato molto in Dio, poiché nessuno è debole quando adopera bene la grazia che Dio nostro Signore gli da.


10. E per quanti impedimenti il nemico gli metta nella perseveranza della virtù e della perfezione, corre più pericolo manifestandoli al mondo, quando si trova in grandi tribolazioni e non ha per esse fiducia in Dio, che non soffrendo le tribolazioni che il diavolo gli presenta. Se il timore che gli uomini hanno del demonio nelle tentazioni, paure e minacce che questi pone loro davanti onde distrarli dal servizio di Dio, lo convertissero nel timore del loro Creatore, lasciandolo fare e avendo per certo che se tralasciano di compiere il proprio dovere con Dio sarà per loro un male maggiore di quello che può capitare da parte del demonio, o quanto vivrebbero consolati e quale profitto ne trarrebbero, sapendo per esperienza quale poca cosa essi siano! Inoltre vedrebbero chiaramente che possono valere molto solo unendosi strettamente a Dio, mentre il demonio come resterebbe confuso e debole nel vedersi vinto da coloro sui quali una volta era stato vincitore!


11. Tornando ora al nostro viaggio, calmatosi il mare levammo le ancore e, spiegata la vela, cominciammo tutti con molta tristezza ad andare per il nostro viaggio, e in pochi giorni arrivammo in Cina, nel porto di Canton. Tutti furono del parere di svernare nel detto porto, tanto i marinai come il capitano: soltanto noialtri ci opponemmo loro con preghiere e anche mediante alcuni timori e paure che mettevamo loro davanti, dicendo che avremmo scritto al capitano di Malacca e che avremmo detto ai portoghesi di come ci avevano tratto in inganno e che non avevano adempiuto con noi ciò che avevano promesso. Dio nostro Signore volle indurii nella decisione di non restare nelle isole di Canton 7 e cosi levammo le ancore e ci mettemmo in cammino per Chincheo 8, e in pochi giorni, col buon vento che sempre Dio ci dava, arrivammo a Chincheo che è un altro porto della Cina. E mentre stavamo per entrare, già decisi di svernarvi in quanto stava finendo il monsone per andare in Giappone, venne verso di noi un veliero che ci diede la notizia che vi erano molti pirati in quel porto e che saremmo stati perduti se vi entravamo. Dopo queste notizie che ci diedero e vedendo che le navi di Chincheo stavano ad una lega da noi, il capitano, vedendosi in gran pericolo di perdersi, decise di non entrare a Chincheo; ma il vento soffiava a prua se fossimo tornati un'altra volta a Canton, mentre ci era favorevole a poppa per andare in Giappone. E cosi, contro la volontà del capitano della nave e dei marinai, fu giocoforza venire in Giappone. In tal modo né il demonio né i suoi ministri poterono impedire la nostra venuta, e cosi Dio ci guidò in queste terre, dove tanto desideravamo giungere, il giorno di Nostra Signora d'Agosto 9 dell'anno 1549. E senza poter approdare in un altro porto del Giappone, arrivammo a Kagoshima, che è la patria di Paolo di Santa Fé, e dove tutti ci ricevettero con molto amore, tanto i suoi parenti come coloro che non lo erano.


12. Del Giappone, per l'esperienza che abbiamo del paese, vi faccio sapere ciò che di esso abbiamo compreso: anzitutto la gente con cui finora abbiamo conversato è la migliore che finora sia stata scoperta, e mi sembra che fra la gente pagana non se ne troverà un'altra che sia superiore ai giapponesi. E gente di ottima conversazione e generalmente buona e non maliziosa, gente straordinariamente onesta e che stima l'onore più di qualunque altra cosa, è gente in generale povera e la povertà, tra i nobili e tra coloro che non lo sono, non la reputano una vergogna.


13. Hanno una cosa che nessun altro paese cristiano mi sembra possedere ed è questa: che i nobili, per quanto poveri siano e coloro che non sono nobili, per quante ricchezze abbiano, rendono onore al nobile pove-rissimo quanto ne farebbero se fosse ricco; e a nessun costo un nobile molto povero si sposerebbe con una donna di altra casta che non fosse [quella] nobile anche se le dessero molte ricchezza; e fanno questo sembrandogli che perderebbero parte del loro onore sposandosi con una di bassa casta. In tal modo stimano l'onore più delle ricchezze. E gente di grande cortesia gli uni con gli altri, apprezzano molto le armi e hanno grande fiducia in esse: portano sempre spade e pugnali, e questo tutte le persone, tanto i nobili come la gente umile; già dall'età di quattordici anni portano spada e pugnale.


14. È gente che non sopporta alcuna ingiuria né parole pronunciate con disprezzo. La gente che non è nobile ha molto rispetto per i nobili; tutti i nobili si sentono molto onorati di servire il signore del paese e gli sono molto sottomessi. Mi pare che facciano ciò in quanto ritengono che, se facessero il contrario, perderebbero del loro onore, e non certo per il castigo che riceverebbero dal signore se facessero il contrario. E gente sobria nel mangiare, quantunque sia un po' abbondante nel bere: bevono vino di riso poiché non vi sono vigne in questi luoghi. Sono uomini che non giuocano mai, poiché sembra loro un grande disonore in quanto coloro che giuocano desiderano quello che non è loro, e da li possono finire per diventare ladroni. Giurano poco e, quando giurano, è per il sole. Gran parte delle persone sa leggere e scrivere, e questo è un grande mezzo per imparare in breve le orazioni e le cose di Dio. Non hanno più di una moglie. E un paese dove esistono pochi ladroni, e questo per la severa giustizia che esercitano verso coloro che scoprono essere tali, poiché a nessuno risparmiano la vita: detestano molto e in ogni maniera questo vizio del furto. È gente di grande buona volontà, molto socievole e desiderosa di apprendere.


15. Sono molto contenti di sentire cose di Dio, soprattutto quando le capiscono. Fra quanti luoghi ho visto nella mia vita, tanto quelli che sono cristiani come quelli che non lo sono, non ho mai veduto gente cosi leale riguardo al rubare. Non adorano idoli in figura di animali: la maggior parte di essi crede in alcuni uomini antichi i quali — secondo quanto ho compreso — erano uomini che vivevano come filosofi 12. Molti di essi adorano il sole e altri la luna. Si rallegrano nel sentire cose conformi alla ragione, e dato che vi sono fra loro vizi e peccati, quando però si danno loro delle ragioni mostrano come sia mal fatto ciò che fanno, allora sembra loro buono ciò che la ragione difende.


16. Trovo meno peccati fra i secolari e li trovo più obbedienti alla ragione di quello che non siano coloro che qua hanno per Padri e che essi chiamano «bonzi» (II Saverio è il primo europeo ad adoperare la parola «bonzo» (dal giapponese «bózu»). i quali sono propensi al peccato che la natura aborrisce, ed essi lo confessano e non lo negano. La cosa è cosi nota e manifesta a tutti, tanto uomini come donne, grandi e piccini, che, essendo molto in uso, non lo schivano né lo aborriscono. Coloro che non sono bonzi si rallegrano molto nel sentirci rimproverare quell'abominevole peccato, sembrando loro che noi abbiamo molta ragione nel dire quanto sono cattivi e quanto offendono Dio coloro che commettono tale peccato. Molte volte diciamo ai bonzi di nomfare peccati tanto brutti, ma ad essi tutto ciò che diciamo sembra essere nelle loro buone grazie, perché se ne ridono e non hanno alcuna vergogna nel sentire rimproveri per un peccato cosi brutto. Questi bronzi hanno, nei loro monasteri, molti fanciulli figli di nobili, ai quali insegnano a leggere e a scrivere, e con essi commettono le loro malvagità; ed è tanto in uso tale peccato che, sebbene sembri male a tutti, non lo evitano.


17. Fra questi bonzi ve ne sono alcuni che si vestono a guisa di frati, i quali vanno vestiti con abiti scuri, tutti rapati, che sembra si radano ogni tre o quattro giorni, tanto la testa come la barba. Essi vivono con molta larghezza, hanno monache. del medesimo ordine e vivono insieme con loro e il popolo li ha molto in basso conto, sembrandogli un male tanta dimestichezza con le monache. Tutti i laici dicono che quando taluna di queste monache rimane incinta, prende una medicina con la quale si libera subito della creatura, e ciò è molto noto, e a me sembra, secondo quanto ho visto in questo monastero di frati e di monache, che il popolo abbia molta ragione circa tutto quello che pensa di loro. Ho domandato ad alcune persone se questi frati avevano l'abitudine di qualche altro peccato, e mi hanno detto di si e proprio con i ragazzi ai quali insegnano a leggere e a scrivere. E costoro che vanno vestiti come frati e gli altri bonzi che vanno vestiti come chierici si detestano gli uni con gli altri.


18. Di due cose mi sono molto stupito in questa terra: la prima nel vedere in quale poco conto si tengono peccati grandi e abominevoli, e la causa è che i loro antenati si abituarono a vivere in tal modo e che da ciò presero esempio i loro discendenti. Vedete come il continuare nei vizi che sono contro natura corrompa l'istinto naturale, cosi come il continuo trascurare le imperfezioni distrugge e annienta la perfezione. La seconda cosa è stata quella di vedere che i laici vivono meglio nel loro stato di quanto non vivano i bonzi nel loro, ed essendo questo manifesto, c'è da meravigliarsi per la stima in cui li tengono. Vi sono molti altri errori fra questi bonzi, e sono maggiori fra coloro che più sanno.


19. Ho parlato molte volte con alcuni [bonzi] dei più sapienti, specialmente con uno per il quale tutti da queste parti hanno molto rispetto, sia per i suoi studi, la vita e la dignità che ha, sia per la grande età che è di ottanta anni; si chiama Ninxit che, nella lingua del Giappone, vuoi dire: «Cuore di verità» 18. Egli è fra loro come un vescovo e, se il nome gli corrispondesse, sarebbe benavventurato. In molte conversazioni che avemmo lo trovai dubbioso e non si sapeva decidere se la nostra anima è immortale o se muore insieme al corpo: alcune volte mi dice si, altre no. Io temo che non siano cosi gli altri dotti. Questo Ninxit è tanto amico mio che è una meraviglia. Tutti, tanto laici come bonzi, si rallegrano molto con noi e si stupiscono molto nel vedere che veniamo da paesi tanto lontani — come è dal Portogallo al Giappone, che sono più di seimila leghe — solamente per parlare delle cose di Dio e sul come le genti devono salvare le loro anime credendo in Gesù Cristo; inoltre aggiungono che il fatto per cui siamo venuti in questi luoghi è una cosa ordinata da Dio.


20. Una cosa vi faccio sapere in modo che rendiate molte grazie a Dio Nostro Signore, e cioè che questa isola del Giappone è molto disposta affinchè in essa si accresca molto la nostra santa fede; e se noi sapessimo parlare la lingua, non ho alcun dubbio nel credere che si farebbero molti cristiani. Piacerà a Dio nostro Signore che noi la si apprenda in breve, perché cominciamo già a capirla e spieghiamo i dieci comandamenti dopo i quaranta giorni che abbiamo impiegato per apprenderli. Vi do questo resoconto cosi minuzioso in modo che tutti rendiate grazie a Dio nostro Signore, dato che si scoprono luoghi in cui i vostri


18 Si tratta del bonzo Niniitsu, che era anche un illustre letterato e capo del monastero di Fukushòji. Si può aggiungere che, nonostante la veneranda età attestata da! Saverio, nel 1577 l'insigne bonzo era ancora vivo e si addolorò molto quando apprese che il Saverio era morto da tempo.santi desideri si possano realizzare ed adempiere e anche perché vi armiate di molta virtù e di desiderio di patire molti travagli per servire Cristo nostro Redentore e Signore. Ricordatevi sempre che Dio apprezza di pili una buona disposizione piena di umiltà con cui gli uomini si offrono a Lui, facendo offerta della loro vita solo per Suo amore e gloria, di quanto non apprezzi e stimi i servizi che Gli rendono, per molti che siano.


21. Siate preparati, perché non ci vorrà molto che prima di due anni vi scriva affinchè molti di voi vengano in Giappone. Intanto disponetevi a ricercare una grande umiltà, vincendo voi stessi in tutte quelle cose per le quali sentite o dovreste sentire ripugnanza, adoperandovi con tutte le forze che Dio vi da onde conoscervi intcriormente per quello che siete. E in tal modo voi crescerete in una maggiore fede, speranza, fiducia e amore verso Dio e nella carità col prossimo, poiché dalla diffidenza verso noi stessi nasce la fiducia in Dio, che è veritiera, e per questa via otterrete l'umiltà intcriore di cui in tutti i luoghi, e soprattutto in questi, avrete una necessità maggiore di quanto pensiate. State attenti a non insuperbirvi della buona opinione in cui il popolo vi tiene, a meno che non fosse per sentirvi confusi, perché da questa trascuratezza alcune persone arrivano a perdere l'umiltà intcriore, aumentando una certa superbia e, con passar del tempo, non sapendo quanto ciò sia per loro dannoso, quelli che li lodavano arrivano a perdere la devozione per loro ed essi stessi sono inquieti e non trovano consolazione né dentro né fuori.


22. Pertanto vi prego, in tutte le vostre cose, di fondarvi totalmente / in Dio, senza confidare nel vostro potere o sapere od opinione umana, ) e in tal modo faccio conto che voi siate preparati per tutte le grandi avversità, sia spirituali sia corporali, che vi possono accadere, poiché Dio ', solleva e fortifica gli umili, soprattutto quelli che nelle cose piccole e bas- / se hanno visto le loro debolezze come in un limpido specchio e in esse / seppero vincersi. Questi tali, quando si vedono in tribolazioni maggiori / di quelle in cui mai si siano trovati, e sprofondando in esse, né il demonio con i suoi ministri, né le molte tempeste del mare, né le genti malvage e barbare tanto del mare come della terra, né alcun'altra creature li può danneggiare: essi sanno per certo — stante la grande confidenza che hanno in Dio — che senza il Suo permesso o licenza non possono far niente.


23. Ed essendo a Lui manifeste tutte le loro intenzioni e il desiderio di servirlo ed essendo tutte le creature a Lui obbedienti, confidando in Lui non temono alcuna cosa, se non soltanto di offenderlo; essi sanno che, quando Dio permette al demonio di fare il suo mestiere e alle creature di perseguitare un uomo, è per provarlo oppure per una migliore conoscenza intcriore, o per castigo dei propri peccati, o per maggior merito oppure per sua umiliazione. In questo modo gli uomini ringraziano infinitamente Dio perché concede loro tanto dono, e amano coloro che li perseguitano poiché sono lo strumento con cui viene loro cosi gran bene; e non avendo essi di che pagare tale grazia e per non essere ingrati, pregano Dio per i persecutori con grande efficacia: spero in Dio che cosi sarete voialtri.Io conosco una persona ( Qui il Saecrio parla di se medesimo) alla quale Dio ha concesso una grande grazia allorquando molte volte, sia nei pericoli come fuori di essi, si preoccupava di porre in Lui ogni sua speranza e fiducia, e il profitto che le venne da ciò sarebbe assai lungo da scrivere. E poiché le maggiori tribolazioni in cui voi finora vi siete visti sono piccole al confronto di quelle che dovrete vedere se voi verrete in:Giappone vi supplico e vi chiedo quanto posso, per amore e servizio di Dio nostro Signore, che vi disponiate al massimo, distruggendo molto le vostre affezioni personali poiché, sono d'impedimento a tanto bene. E badate molto a voi stessi fratelli miei in Gesù Cristo" perché" nell'inferno vi sono molti i quali, quando stavano nella vita presente, furono la causa e lo strumento affinchè gli altri si salvassero per mezzo delle loro parole e se ne andassero alla gloria del paradiso, mentre loro, mancando di umiltà intcriore, andarono all'inferno essendosi fondati su una ingannevole e falsa opinione di loro stessi. E nell'inferno non vi è nessuno di coloro che, quando stavano nella vita presente, si adoperarono nell'adottare misure con le quali ottennero questa umiltà interiore.

25. Ricordatevi sempre quel detto del Signore che dice: «Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde l'anima sua?». Non fate alcun fondamento su voialtri sembrandovi di essere da molto tempo nella Compagnia, e essendo più anziani gli uni degli altri, per questo motivo valete più di coloro che non vi si trovano da tanto tempo. Io mi rallegrerei e sarei molto consolato nel sapere che i più anziani occupano molte volte il loro intelletto nel pensare quanto male hanno approfittato del tempo trascorso nella Compagnia, e quanto ne hanno perduto nel non andare avanti, ma anzi tornando indietro. Infatti coloro che non vanno crescendo nella via della perfezione, perdono quello che hanno guadagnato, mentre i più anziani, che si preoccupano di progredire, si sentono molto confusi e si dispongono a ricercare una umiltà intcriore più che esteriore e di nuovo prendono animo e forza per recuperare ciò che è perduto; in questo modo sono di grande edificazione, dando un esempio e un buon odore di sé ai novizi e agli altri con cui conversano. Esercitatevi sempre e di continuo in questo esercizio, dato che desiderate emergere nel servizio di Cristo.


26. E credetemi: voi che verrete da questi parti, sarete ben provati per quelle che siete, e per quanta diligenza voi abbiate nel conquistare e ottenere molte virtù, fate conto che non ne avrete d'avanzo. Non vi dico queste cose per farvi capire che è una cosa difficile servire Dio e che non è né lieve né soave il giogo de! Signore, ma se gli uomini si preparassero a cercare Dio, prendendo e abbracciando i mezzi necessari a ciò, troverebbero tanta soavità e consolazione nel servirlo, che tutta la ripugnanza che provano nei vincere se stessi, sarebbe per loro più facile eia combattere se sapessero quale diletto e contentezza di spirito perdono per non sforzarsi nelle tentazioni. Queste, dunque, sogliono impedire nei deboli il grande bene e la conoscenza della somma bontà di Dio e il riposo per questa vita faticosa, poiché vivere in essa senza godere di Dio non è una vita, ma una morte continua.


27. Io temo che il nemico renda inquieti alcuni di voialtri, proponendovi cose ardue e grandi per il servizio di Dio e che fareste se vi trovaste in altre parti da quelle dove ora state. Il demonio ordina tutto ciò allo scopo di sconfortarvi, rendendovi inquieti in modo da non ottenere frutto nelle vostre anime e in quelle del prossimo nei luoghi dove vi trovate al presente, dandovi ad intendere che perdete tempo. È questa una chiara, manifesta e comune tentazione per molti che desiderano servire Dio: vi prego molto di resistere a questa tentazione poiché è cosi dannosa allo spirito e alla perfezione da impedire di andare avanti e fa tornare indietro con molta aridità e desolazione di spirito.


28. Pertanto ognuno di voi, nei luoghi ove si trova, s'impegni molto per trarre profitto prima per sé e poi per gli altri, avendo per sicuro che in nessun'altra parte può servire tanto Dio come laddove uno si trova per obbedienza, confidando in Dio nostro Signore il quale farà sentire al vostro superiore — quando sarà il momento — che vi mandi per obbedienza nei luoghi dove Egli sarà più servito. In questa maniera farete progressi nelle vostre anime vivendo confortati e utilizzando bene il tempo che è una cosa tanto preziosa, pur senza essere conosciuta da molti, dato che sapete quale stretto conto dovrete rendere di esso a Dio nostro Signore. Infatti, dato che non rendete alcun frutto poiché non state nei luoghi dove desiderereste trovarvi, cosi, allo stesso modo, nei luoghi dove ora state non trarrete alcun profitto né per voi né per gli altri, avendo i pensieri e i desideri occupati altrove.


29. Voi che state in questo Collegio di Santa Fé dovete osservare molto voi stessi ed esercitarvi nel conoscere le vostre debolezze, manifestandole alle persone che vi possono aiutare e dar un rimedio per esse, come sarebbero i vostri confessori già sperimentati, oppure altre persone spirituali della Casa affinchè, quando uscirete dal collegio, sappiate per prima cosa curare voi stessi e dopo gli altri, grazie a ciò che vi hanno insegnato l'esperienza e le persone che vi hanno aiutato nelle cose spirituali E sappiate per certo che molti generi di tentazioni penetreranno in voi, quando andrete soli oppure a due a due, sottoposti a molte prove nelle terre dei pagani e nelle tempeste del mare, tutte cose che non avete provato durante il tempo che stavate nel collegio. E se non sarete molto esercitati ed esperti nel saper vincere i propri disordinati affetti con grande conoscenza degli inganni de! nemico, giudicate voi, o fratelli, il pericolo che correrete quando mostrerete al mondo che è tutto fondato sulla cattiveria e come farete a resistergli se non sarete molto umili.


30. Io vivo anche col grande timore che Lucifero, servendosi dei suoi molti inganni e trasformandosi in angelo di luce, rechi turbamento ad alcuni di voi rappresentandovi le molte grazie che Dio Nostro Signore vi ha fatto, da quando siete entrati nel Collegio, nel liberarvi dalle molte miserie che avete provato quando stavate nel mondo. Ciò potrà in-durvi ad alcune false speranze onde portarvi via dal Collegio prima del tempo facendovi credere che se finora, stando voi nel Collegio e in cosi poco tempo, Dio nostro Signore vi ha concesso tante grazie, molte di più ve ne farà se uscirete da esso per far frutto nelle anime, facendovi credere che state perdendo il tempo.


31. A questa tentazione potete resistere in due maniere: la prima, considerando attentamente in voi medesimi che se i grandi peccatori che vivono nel mondo stessero dove voialtri siete, fuori dalle occasioni di peccare e posti in un luogo adatto ad acquistare grande perfezione, quanto sarebbero matati da quello che sono e forse potrebbero far confondere molti di voialtri! Vi dico questo affinchè pensiate che la mancanza delle occasioni per offendere Dio e i molti mezzi e aiuti che in codesta casa vi sono per godere di Dio, sono motivo per non peccare gravemente. Coloro che non conoscono da dove venga loro tanta misericordia, attribuiscono a se stessi il bene spirituale che viene loro dal raccoglimento, state sempre in umiltà e farete molto frutto nelle anime, andando tranquilli e sicuri in qualunque parte andrete.


37. Poiché è ragionevole che coloro i quali avvertono molto in se stessi le loro passioni e con gran diligenza le curano bene, potranno senti-' re e curare con carità quelle del prossimo, soccorrendolo nei suoi bisogni, : dando la vita per esso; poiché come hanno ricavato profitto nella loro anima sentendo e curando le proprie passioni, cosi sapranno curare e arrivare a sentire quelle altrui; e là dove essi sono giunti a sentire la passione di Cristo, là essi saranno lo strumento perché altri la sentano. Al contrario non vedo in qual modo coloro che non la sentono in sé, la possano far sentire agli altri.


38. Nel paese di Paolo di Santa Fé 25, nostro buono e sincero amico, fummo ricevuti dal capitano della città e dal sindaco del luogo 26 con grande benevolenza e affetto, e cosi da tutto il popolo, mentre tutti si meravigliavano molto nel vedere padri della terra dei portoghesi. Non si sono scandalizzati in nessun modo per il fatto che Paolo si sia fatto cristiano, ma anzi lo apprezzano molto e si rallegrano tutti con lui, tanto i suoi parenti come coloro che non lo sono, per essere stato in India e aver visto cose che questi di qua non videro. Il duca di questa terra 27 si è rallegrato molto con lui, gli ha reso molto onore chiedendogli molte cose circa gli usi e il valore dei portoghesi; e Paolo lo ha informato di tutto, e di ciò il duca si è mostrato molto contento.


39. Quando Paolo andò a parlare col duca, il quale stava a cinque leghe da Kagoshima 28, portò con sé un'immagine assai venerata di Nostra Signora che avevamo recato con noialtri, e il duca si rallegrò straordinariamente quando la vide e si pose in ginocchio davanti ali 'immagine di Cristo nostro Signore e di Nostra Signora, adorandola con molta devozione e riverenza 29 e ordinando a tutti quelli che stavano con lui di fare altrettanto. Dopo la mostrarono alla madre del duca, la quale si meravigliò nel vederla, dimostrando molto piacere. Dopo che Paolo tornò a Kagoshima, dove noi stavamo, la madre del duca dopo pochi giorni mandò un nobile per ordinare in qual modo si potesse fare un'altra immagine come quella, ma non essendovi nel paese il materiale adatto, si tralasciò di farlo. Questa signora mandò a chiedere di mandarle per iscritto ciò in cui i cristiani credono, e cosi Paolo occupò alcuni giorni nel farlo, e nella sua lingua scrisse molte cose della nostra fede.


40. Credete una cosa, e di ciò ringraziate molto Dio: si apre una strada dove i vostri desideri si possono realizzare; e se noi sapessimo parlare [il giapponese], già avremmo ottenuto molto frutto. Paolo si è dato tanto da fare con molti dei suoi parenti ed amici, predicando loro giorno e notte, ed è stata la causa per cui sua madre, la moglie e la figlia e molti suoi parenti, tanto uomini come donne e amici, si sono fatti cristiani. Qua finora non si scandalizzavano se uno si fa cristiano, e siccome gran parte di loro sa leggere e scrivere, imparano presto le orazioni.


41. Piacerà a Dio nostro Signore di farci imparare la lingua in modo da poter parlare delle cose di Dio, perché allora faremo molto frutto con il suo aiuto, grazia e favore. Ora stiamo fra loro come tante statue, perché essi parlano e conversano con noi di molte cose, e noialtri, non comprendendo la lingua, stiamo zitti. Per il momento ci capita di essere come fanciulli che imparano a parlare e piacesse a Dio che fossimo uguali a loro nella semplicità e nella purezza dell'animo. Siamo costretti ad adottare misure e prepararci ad essere come loro sia nell'imparare a parlare sia nel-Timitare la semplicità dei fanciulli che sono privi di malizia.


42. E per questo Dio ci ha fatto una grazia assai grande e particolare nel portarci in questi luoghi di pagani affinchè non ci dimenticassimo di noi stessi, dato che è una terra tutta di idolatrie e di nemici di Cristo. Noi non abbiamo in chi poter confidare e sperare se non in Dio, dato che non abbiamo qua parenti, né amici né conoscenti e non vi è alcuna pietà cristiana, perché tutti sono nemici di Colui che fece il ciclo e la terra. E per questa ragione siamo costretti a riporre tutta la nostra fede, speranza e fiducia in Cristo nostro Signore e non in alcuna creatura vivente poiché, per il loro paganesimo, tutti sono nemici di Dio. In altri luoghi, dove il nostro Creatore, Redentore e Signore è conosciuto, le creature sogliono essere causa e impedimento per farci dimenticare Dio, come è l'amore del padre, della madre, dei parenti, amici e conoscenti, oppure l'amore per la propria patria e l'avere il necessario, tanto essendo sani come nelle malattie, possedendo beni temporali o amici spirituali che ci aiutano nelle necessità corporali. Ma soprattutto ciò che più obbliga a sperare in Dio è la mancanza di persone che ci aiutino nello spirito: di modo che qui, in terre straniere dove Dio non è conosciuto, Egli ci_£ojTcede^ tanta grazia che le creature ci costringono e ci aiutano a non dimenticare di riporre tutta la nostra fede, speranza e fiducia nella Sua divina bontà, mancando esse di ogni amore di Dio e di pietà cristiana.


43. Nel considerare questa grande grazia che Dio nostro Signore ci fa insieme a molte altre, rimaniamo confusi nel vedere la misericordia cosi manifesta che Egli usa verso noialtri. Noi pensavamo di rendere a Lui qualche servizio venendo in questi luoghi per accrescere la Sua santa fede, ma adesso, per la Sua bontà, ci ha fatto chiaramente conoscere e capire la grazia cosi immensa che ci ha concesso nel condurci in Giappone, liberandoci dall'amore di molte creature che ci impedivano di avere maggiore fede, speranza e fiducia in Lui. Giudicate ora voi, se noi fossimo quello che dovremmo essere, quanto tranquilla, confortata e tutta piena di gioia sarebbe la nostra vita, sperando solamente in Colui dal quale procede ogni bene e che non inganna coloro che in Lui confidano, ma anzi è più generoso nel dare di quello che non siano gli uomini nel chiedere e nello sperare. Per amore di Nostro Signore aiutateci a render grazie di cosi grande dono affinchè non cadiamo nel peccato di ingratitudine. Infatti in coloro che desiderano servire Dio, questo peccato è la causa per cui Dio nostro Signore tralascia di fare maggiori grazie di quelle che concede, non essendo essi a conoscenza di una grazia cosi grande in modo da potersi servire di essa.


44. Ci è anche necessario mettervi a parte di altre grazie che Dio ci concede e che, per Sua misericordia, ci fa conoscere, affinchè ci aiutiate a ringraziare sempre Dio per esse. Ed è che negli altri luoghi l'abbondanza dei cibi corporali suole essere la causa e l'occasione per cui aumentano le voglie disordinate, lasciando molte volte mortificata la virtù dell'astinenza, per cui gli uomini patiscono un notevole danno tanto nell'anima come nel corpo. Da qui derivano per la maggior parte le infermità corporali e anche spirituali, e gli uomini finiscono per soffrire molti tormenti nell'adottare un rimedio e, prima di ottenerlo, molti abbreviano i giorni della vita soffrendo nel corpo molti generi di tormento e di dolore, e prendendo, per guarire, medicine che danno più fastidio nel prenderle di quanto non davano gusto i cibi nel mangiare e nel bere. E oltre a queste tribolazioni, essi si cacciano in altre maggiori che mettono la loro vita in potere dei medici i quali arrivano ad indovinare la cura solo dopo esser passati loro per molti errori.


45. Dio ci ha concesso una grande grazia nel condurci in questi luoghi, i quali mancano di ogni abbondanza che, anche se volessimo concedere qualcosa di superfluo al corpo, non lo permette la terra. Non uccidono né mangiano animali allevati da loro, alcune volte mangiano pesce, riso e grano, anche se poco. Vi sono molte erbe con le quali si sostentano e alcune frutta, ma poche. La gente di questa terra vive meravigliosamente sana e vi sono molti vecchi. Si vede bene nei giapponesi come il nostro fisico si sostenga con poco, anche se non vi è cosa che lo contenti. Noi viviamo in questa terra molto sani nel corpo. Piacesse a Dio che cosi lo fossimo nell'anima!


46. Siamo quasi costretti a farvi conoscere una grazia che, a quanto sembra, Dio nostro Signore ci concederà, affinchè con i vostri sacrifici e orazioni ci aiutiate a non demeritarla. Il fatto è che gran parte dei giapponesi sono bonzi, e costoro sono molto obbediti nel luogo dove vivono, benché i loro peccati siano manifesti a tutti. E il motivo per cui sono molto stimati mi sembra che sia a causa della grande astinenza che fanno: non mangiano mai carne né pesce, ma solo erbe, frutta e riso e questo una sola volta al giorno, in maniera molto misurata, e non prendono vino.


47. I bonzi sono molti e le case assai povere di rendite. Per questa continua astinenza che essi fanno e dato che non hanno relazione con donne, specialmente coloro che vanno vestiti di nero come chierici, sotto pena di perdere la vita, e per saper raccontare alcune storie, o per meglio dire favole delle cose in cui credono, proprio per questo motivo mi sembra li tengano in grande venerazione. Ed essendo noi e loro tanto all'opposto nel modo di sentire Dio e di come si devono salvare le genti, non mancherà molto che noi saremo perseguitati da essi, e non soltanto a parole.


48. In questi luoghi quello che noi pretendiamo è di portare le genti alla conoscenza del loro Creatore, Redentore e Salvatore Gesù Cristo nostro Signore. Viviamo con molta fiducia, sperando in Colui che ci darà le forze, la grazia, l'aiuto e il favore per mandare avanti tutto questo. Non mi pare che la gente del posto, per quanto li riguarda, ci contrasterà o perseguiterà, a meno che non sia a causa dei molti fastidi da parte dei bonzi. Noi non intendiamo avere divergenze con loro, ma neanche per timore di loro tralasceremo di parlare della gloria di Dio e della salvezza delle anime: ed essi non ci potranno fare più male di quanto Dio nostro ! Signore permetterà loro. E il male che da parte loro ci venisse, rappresen- • ta una grazia che ci farà Dio nostro Signore se, per suo amore e servizio ', e zelo delle anime, ci abbreviassero i giorni della vita ed essi fossero gli / strumenti per mezzo dei quali finisca questa continua morte in cui vivia- ', mo e si adempiano in breve i nostri desideri, andando a regnare per sem- / pre con Cristo. La nostra intenzione è di spiegare e palesare la verità, per• quanto essi ci possano contraddire, poiché Dio ci obbliga ad amare di più la salvezza del nostro prossimo che non la nostra vita corporale. Noi desideriamo, con l'aiuto, il favore e la grazia di nostro Signore, di adempiere questo precetto, dandoci Lui la forza intcriore per manifestarlo in mezzo a tante idolatrie come vi sono in Giappone.


49. Noi viviamo con la grande speranza che ci farà questa grazia, anche se diffidiamo completamente delle nostre forze, riponendo ogni nostra speranza in Gesù Cristo nostro Signore e la Santissima Vergine Santa Maria Sua Madre, e in tutti i nove cori degli angeli, scegliendo fra tutti loro come speciale protettore, san Michele Arcangelo, principe e difensore di tutta la Chiesa militante. Nei confidiamo molto in quell'Arcangelo al quale è affidata in particolare la custodia di questo grande regno del Giappone, raccomandandoci tutti i giorni soprattutto a Lui e, insieme a Lui, a tutti gli altri angeli custodi che hanno lo speciale incarico di pregare Dio nostro Signore per la conversione dei giapponesi, di cui sono a guardia. E non tralasciamo di invocare tutti quei santi beati i quali, vedendo tanta dannazione delle anime, sospirano sempre per la salvezza di tante immagini e somiglianze di Dio, confidando moltissimo che a tutte le nostre negligenze e mancanze di non raccomandarci come dobbiamo a tutta la corte celeste, suppliranno i beati della nostra santa Compagnia che stanno lassù in ciclo, presentando sempre i nostri poveri desideri alla Santissima Trinità.


50. Per la somma bontà di Dio nostro Signore sono maggiori le nostre speranze di ottenere vittoria grazie a tanto favore ed aiuto, di quanto non siano gli ostacoli che il nemico ci pone innanzi onde tornare indietro, quantunque non cessino di essere molti e grandi; tuttavia non dubito che farebbero in noi molta impressione qualora facessimo qualche fondamento nel nostro potere o sapere Per la sua grande misericordia Dio no-' stro Signore permette che il nemico ci ponga innanzi tanti timori, travagli e pericoli onde umiliarci e abbassarci, affinchè giammai confidiamo , nelle nostre forze e potere, ma solamente in Lui e in coloro che sono par-j tecipi della Sua bontà. In questo luogo Egli ci mostra bene la Sua infinita clemenza e lo speciale ricordo che ha di noi, facendoci conoscere e sentire dentro le nostre anime quanto poco valiamo, poiché ci permette di essere perseguitati da piccole tribolazioni e pochi pericoli, affinchè non ci si dimentichi di Lui facendo affidamento in noi stessi. Poiché facendo il contrario, per coloro i quali fanno qualche affidamento in loro stessi, le piccole tentazioni e persecuzioni sono più faticose per lo spirito e difficili da sopportare, di quanto non lo siano i molti e grandi pericoli e travagli per coloro i quali, diffidando completamente di sé, confidano totalmente in Dio.


51. Per nostra consolazione abbiamo il grande dovere di mettervi a parte di una grande preoccupazione in cui viviamo, affinchè ci aiutiate con i vostri sacrifici e orazioni. Ed è che, essendo noti a Dio nostro Signore tutte le nostre continue malvagità e i grandi peccati, viviamo con il dovuto timore che Egli tralasci di concederci i doni e darci la grazia per cominciare a servirLo con perseveranza sino alla fine, qualora non vi fosse un grande emendamento da parte nostra. Per questo ci è necessario prendere per intercessori sulla terra tutti i membri della benedetta Compagnia del nome di Gesù, con tutti i suoi devoti ed amici, affinchè, con la loro intercessione, siamo presentati alla santa Madre Chiesa universale, sposa di Cristo nosrro Signore e nostro Redentore, nella quale crediamo fermamente e senza poter dubitare, e che confidiamo dividerà con noi i suoi molti e infiniti meriti.


52. E inoltre per mezzo suo siamo presentati e raccomandati a tutti i beati del ciclo, specialmente a Gesù Cristo, Suo sposo, nostro Redentore e Signore, e alla Santissima Vergine, sua Madre, affinchè continuamente ci raccomandino a Dio Eterno Padre, da cui nasce e procede ogni bene, pregandolo di preservarci sempre dall'offenderLo, non cessando di farci continue grazie, senza guardare alle nostre cattiverie, ma solo alla Sua bontà infinta, poiché soltanto per Suo amore siamo venuti in questi luoghi, come Egli sa bene, dato che a Lui sono manifesti tutti i nostri cuori, le intenzioni e i poveri desideri che sono quelli di liberare le anime le quali da più di millecinquecento anni sono sotto la schiavitù di Lucifero che si fa adorare da esse come Dio sulla terra. Infatti egli [Lucifero] non fu cosi potente da ottenere questo nel ciclo e, dopo esserne stato cacciato, si vendica per quanto può di molti e anche dei miseri giapponesi.


53. E bene che vi mettiamo a parte delia nostra permanenza a Ka-goshima. Noi siamo arrivati qui al tempo in cui i venti erano contrari per andare a Miyako 30 che è la principale città del Giappone, dove stanno il re 31 e i maggiori signori del regno, ma non vi è un vento che ci serva per andare là se non da qui a cinque mesi: allora, con l'aiuto di Dio, andremo. Da qui a Miyako vi sono trecento leghe. Ci dicono grandi cose di quella città: affermano che supera le novantamila case, che si trova inessa una grande Università di studenti, con dentro cinque collegi principali, e pili di duecento case di bonzi e di altri simili a frati, che chiamano gixu 32 e monache che chiamano Amacata 3J.


54. Oltre a questa Università di Miyako vi sono altre cinque Università principali, i nomi delle quali sono questi: Goya , Negru , Fieson , Omy , queste quattro stanno nei dintorni di Miyako e ci dicono che in ognuna di esse vi sono più di tremilacinquecento studenti. Vi è un'altra Università molto lontana da Miyako, che si chiama Bandu, che è la maggiore e la pili importante del Giappone e nella quale vanno più studenti che in qualunque altra. Bandu è una signoria molto grande, dove sono sei duchi e fra essi ve ne è uno più importante a cui tutti obbediscono, e questo più importante obbedisce al re del Giappone. Ci dicono tante cose sulla grandezza di queste terre e delle Università che, per poterle confermare e descrivere come vere, saremmo lieti per prima cosa di vederli e, se sono cosi come ci dicono, dopo averne fatto esperienza ve lo scriveremo molto dettagliatamente.


55. Oltre a queste Università principali, ci dicono che nel regno ve ne sono molte altre piccole. Dopo aver visto la disposizione a fruttificare che da queste parti si può ottenere nelle anime, non ci vorrà molto a scrivere a tutte le principali Università della cristianità per sgravare le nostre coscienze e per aggravare le loro, in quanto con le molte loro virtù e scienza possono curare cosi gran male, convertendo tanti infedeli alla conoscenza del loro Creatore, Redentore e Salvatore.


56. A loro, come ai nostri superiori e padri, e desiderando che ci considerino quali figli più piccoli, noi scriveremo circa il frutto che si può fare con il loro favore e aiuto, in modo che coloro i quali non possono venire qua favoriscano coloro che si offrissero, per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, di essere partecipi di consolazioni e contentezze spirituali maggiori di quelle che per caso hanno laggiù. E se la disposizione di questi luoghi fosse tanto grande come ci va apparendo, non tralasceremo di farne parte a Sua Santità, poiché è Vicario di Cristo sulla terra e pastore di coloro che in Lui credono e anche di coloro che sono disposti a venire a conoscenza del loro Redentore e Salvatore e ad appartenere alla Sua giurisdizione spirituale. Non dimenticheremo di scrivere a tutti i devoti e benedetti fratelli che vivono con molti santi desideri di glorificare Gesù Cristo nelle anime che non Lo conoscono. E per molti che ne vengano, avanza sempre posto in questo grande regno, in modo da adempiere i loro desideri, e anche in un altro maggiore, che è quello della Cina, al quale si può andare con sicurezza, senza ricevere maltrattamenti dai cinesi, portando un salvacondotto del re del Giappone che, speriamo in Dio, sarà nostro amico e dal quale si otterrà facilmente questo lasciapassare.


57. Infatti vi faccio sapere che il re del Giappone è amico del re della Cina 40 e ha il suo sigillo in segno di amicizia e per poter dare un salvacondotto a coloro che vanno là. Molte navi navigano dal Giappone alla Cina ed è una traversata che in dieci o dodici giorni si può fare. Viviamo con la grande speranza che se Dio nostro Signore ci darà dieci anni di vita, vedremo in questi luoghi grandi cose grazie a coloro che da laggiù [Goa] verranno e per mezzo di coloro che in questi luoghi Dio condurrà al raggiungimento della Sua vera conoscenza. Durante tutto l'anno 1551 speriamo di scrivervi assai minuziosamente circa la disposizione che vi è a Miyako e nelle Università affinchè Gesù Cristo nostro Signore sia in esse conosciuto. Quest'anno vanno nell'India due bonzi, i quali sono stati nelle Università di Bandu e Miyako, e con loro molti giapponesi allo scopo di imparare le cose della nostra Legge.


58. Il giorno di San Michele 41 parlammo con il duca di questa terra che ci ha reso grande onore dicendo di custodire molto bene i libri in cui stava scritta la Legge dei cristiani, aggiungendo che, se la Legge di Gesù Cristo era vera e buona, essa doveva rincrescere molto al demonio. Di li a pochi giorni ha dato licenza ai suoi vassalli affinchè tutti coloro che volevano essere cristiani lo diventassero. Queste notizie cosi buone ve le scrivo alla fine della lettera per vostra consolazione e affinchè rendiate grazie a Dio nostro Signore. Credo che quest'inverno saremo occupati nel compilare una spiegazione in lingua giapponese degli articoli della fede, alquanto ampia per farla stampare e, poiché tutta la gente di riguardo sa leggere e scrivere, in tal modo la nostra santa fede si estenderà in molti luoghi, dato che non possiamo accorrere dappertutto. Paolo, il nostro carissimo fratello, tradurrà fedelmente nella sua lingua tutto quello che è necessario per la salvezza delle loro anime. Adesso vi conviene, dato che si scopre tanta disposizione, che tutti i vostri desideri siano, per prima cosa, di palesarvi come grandi servi di Dio nel ciclo, e ciò farete se in questo mondo sarete intcriormente umili nelle vostre anime e nella vita, lasciando ogni_cura a Dio, il quale vi darà credito con il prossimo sulla terra, e, se Egli tralasciasse di farlo, sarà per vedere il pericolo che correte attribuendo a voialtri ciò che è di Dio. Vivo assai consolato sembrandomi che vedrete sempre in voi stessi tante cose intcriori da biasimare e giungerete ad una grande avversione di ogni disordinato amor proprio, e in pari tempo a tanta perfezione che a ragione il mondo non troverà niente da rimproverare in voialtri: in questo modo udire le sue lodi sarà per voi una penosa croce, vedendo chiaramente in esse le vostre mancanze.


60. Termino cosi senza poter finire di scrivere il grande amore che provo per tutti voi in generale e in particolare; e se in questa vita presente si potessero vedere i cuori di coloro che si amano in Cristo, credete, Fratelli miei carissimi, che nel mio voi vi vedreste chiaramente. E se non vi riconosceste, mirandovi in esso, sarebbe perché io vi tengo in tale stima e voialtri, stante la vostra virtù, vi tenete in tale disprezzo che, a causa della vostra umiltà, sareste impediti di vedervi e conoscervi in esso, e non certo perché le vostre immagini non siano impresse nella mia anima e nel cuore. Molto vi supplico affinchè vi sia tra voi un vero amore, non lasciando germogliare amarezze nell'animo. Trasformate una parte del vostro fervore nell'amarvi gli uni con gli altri è'una parte del desiderio di ,'. soffrire per Cristo, in un patire per Suo amore, vincendo in voialtri tutte quelle ripugnanze che non lasciano crescere questo amore. Voi sapete infatti ciò che disse Cristo: che in questo Egli conosce i Suoi, se si ameranno gii uni con gli altri.


Dio nostro Signore ci faccia sentire dentro le nostre anime la Sua santissima volontà e la grazia per adempierla perfettamente. Da Kagoshima, ai 5 di novembre dell'anno 1549. Il tutto vostro carissimo fratello in Cristo


Francisco


Isola di Sancian dove è morto San Francesco Saverio