DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Il mistero del Male. La luce e il suo contrario. di Inos Biffi

Secondo la Parola di Dio le origini del male antecedono l'apparizione dell'uomo, il quale, infatti, appena creato, si trova già di fronte a un intendimento astuto e ingannevole, a una "invidia" - il libro della Sapienza parla dell'"invidia del diavolo" (2, 24) - che lo istiga al sospetto e alla rivolta nei confronti del Creatore.
Paolo è persuaso che "la nostra battaglia non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male" (Efesini, 6, 12).
In ogni caso, la Genesi ci fa risalire a un peccato angelico precedente la storia dell'uomo e spaventosamente influente su di essa.
Il mondo degli angeli in generale e, in particolare, il peccato degli angeli - che incentivò molto, come tutta l'angelologia, la riflessione, per altro acuta e preziosa, dei medievali - ci è affatto sconosciuto. E, tuttavia, nella vita di Gesù incontriamo angeli infervorati e gioiosi nel servirlo, e demoni ostili che tentano di sedurlo, e di stornarlo dal disegno divino.
Dove c'è Gesù, là c'è l'avversione dei demoni. Considerato il loro comportamento nei confronti di Cristo, ci sembra di non essere lontani dal vero a ritenere che il loro peccato "originale" fu l'invidia e il fastidio anzitutto nei confronti dell'eterna elezione di Gesù, predestinato a essere il Signore in cielo e sulla terra.
Prima che l'uomo fosse creato, essi si sono ribellati alla signoria del Figlio di Dio fatto uomo e risuscitato da morte. Ma anche gli angeli sono stati creati "per mezzo" del Crocifisso risorto, "in lui" e "in vista di lui" (cfr. Colossesi, 1, 16). Il suo "nome", ricevuto per la "morte di croce", è "al di sopra di ogni nome"; e in tale nome ogni ginocchio è chiamato a piegarsi, "nei cieli, sulla terra e sotto terra" e ogni lingua a proclamare: "Gesù Cristo è il Signore!", a gloria di Dio Padre (cfr. Filippesi, 2, 8, 11). Tutta la grazia esistente nell'ordine scelto da Dio è proveniente da Gesù redentore. Anche la grazia degli angeli, perduta da quelli che l'hanno rifiutata.
Indubbiamente, ci risulta misterioso un simile ordine, che include questo esercizio diabolico della libertà, così come restiamo impressionati dalla forza del demonio, se pensiamo che soltanto il Figlio di Dio, che lo ha definito "Principe di questo mondo", nell'ora stessa della sua esaltazione sulla croce, ha avuto il potere di gettarlo fuori (Giovanni, 12, 31-32).
E tuttavia, su questa considerazione non dobbiamo troppo indugiare, anche se, per così dire, il "rovescio" di questo disegno ora non manca di suscitare sconcerto. Ad attrarre la nostra ammirazione dev'essere invece il "diritto" di tale disegno, ossia l'umanità gloriosa di Gesù, che viene prima di tutto e come ragione di tutto, nel quale siamo stati mirabilmente progettati e voluti, e che nella sua risurrezione è apparso il vincitore dei demoni. Come scrive san Paolo: "Dio, avendo privato della loro forza i Principati e le Potenze, ne ha fatto pubblico spettacolo, trionfando su di loro in Cristo" (Colossesi, 2, 15).
Ma la Parola di Dio ci rende noto anche un altro esercizio perverso della libertà, quello dei progenitori, che hanno ceduto alla suggestione del serpente. Ora tutti i loro discendenti vengono al mondo con l'eredità del peccato originale, ossia privi della giustizia o della grazia, e quindi difformi da Cristo.
Ancora una volta la ragione non sa nulla di questo peccato e della sua eredità. Essa non riesce né a sciogliere né a sopportare gli enigmi affliggenti del male. Alla filosofia non è nota la "terribile disgrazia originaria", come la nomina John H. Newman, che è la causa e l'inizio di ogni forma di male presente e attivo nella storia dell'uomo, a cominciare dal "salario del peccato" (Romani, 6, 23), la morte, nella quale tale disgrazia si consuma.
E, però, questa stessa situazione dell'uomo non è disperata, poiché Dio non solo non ha lasciato senza redenzione i figli di Adamo segnati da una colpa ereditata e incolpevole. Egli ha infatti "prevenuto", se così possiamo dire, la situazione dell'uomo, risultata intimamente ferita e discordante a motivo del peccato originale, predestinando il suo Figlio come redentore dello stesso Adamo e di tutti gli uomini suoi discendenti.
Da sempre Dio aveva riservato la grazia della croce di Cristo per la natura umana decaduta, e non solo perché cancellasse la macchia originale, ma anche perché fosse remissione di tutti i peccati, così che, dove aveva abbondato il peccato, sovrabbondasse la grazia (cfr. Romani, 5, 20). Il peccato, come opera dell'uomo, non potrà oltrepassare i confini della misericordia, che è opera di Dio.
Ora, la sostanza della "buona notizia" è proprio questa eterna decisione di Dio che la sua gloria e la gloria del Figlio risplendessero nel perdono dell'uomo, meritato ed elargito dal Crocifisso risorto, e che la comunione con Gesù assiso alla destra del Padre fosse il fine ultimo dell'uomo.
Senza dubbio, il Vangelo non annulla e non preserva l'esistenza da sofferenze inenarrabili, da avvenimenti assurdi e inevitabili, da situazioni inimmaginabili di violenza e perversità che deve subire e dietro le quali sembra talora di avvertire l'opera diabolica. Il credente non ne è preservato e non sorprendono il suo lamento e la sua reazione. La fede però lo rassicura che egli non è abbandonato a se stesso, che la sua pena non è solitaria e i suoi tormenti privi di senso e di valore, dal momento che in essi si stanno rinnovando e compiendo gli stessi "patimenti di Cristo" (Colossesi, 1, 24), il Figlio di Dio, che il Padre non ha risparmiato, ma ha "consegnato per noi tutti" (Romani, 8, 32).
Ma proprio in questa "consegna", in questa "stoltezza" e "impotenza" della croce, che sembra professare l'assenza, il disinteresse, il silenzio implacabile di Dio, Dio ha collocato la sua assoluta presenza e la sorgente stessa della risurrezione e della gloria.
La Pasqua di Gesù è la sua e la nostra vittoria su ogni forma di male, compresa la morte, che non è uno sparire ineluttabile, ma una comunione con la morte del Signore. Non ci deprime la colpa, visto che la conversione e la remissione di un solo peccatore spande in cielo una gioia maggiore di quella diffusa da tanti giusti (cfr. Luca, 15, 7); e non ci prostrano in avvilita disperazione le tribolazioni patite, nella speranza, con Gesù sulla croce, "sacramento" di speranza. "Ritengo - scrive Paolo - che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi" (Romani, 8, 18).


(©L'Osservatore Romano - 7 maggio 2010)

Non scherziamo col diavolo. Le principali tappe e caratteristiche del satanismo moderno. di Massimo Introvigne

Il Timone n.92 Aprile 2010

Le principali tappe e caratteristiche del satanismo moderno. Domande che molti si pongono ma che spesso non trovano risposte

di Massimo Introvigne


Se lo definiamo come l'adorazione in forma rituale del personaggio noto nella Bibbia come il diavolo o Satana, il satanismo è un fenomeno tipicamente moderno, da non confondere con i riferimenti al diavolo in contesti del tutto diversi come la stregoneria del Medioevo. Si manifesta per la prima volta nel gruppo attivo ai margini della corte del re di Francia Luigi XIV (1638-1715) intorno a Catherine La Voisin (11680). Con l'aiuto di un sacerdote cattolico rinnegato, l’abbé Étienne Guibourg (1603-1683), la La Voisin organizza per dame di corte le prime "Messe nere" nelle quali il diavolo è adorato per ottenere favori o vantaggi materiali. La La Voisin è condannata a morte, mentre Guibourg muore in carcere.

Questo episodio, scandaloso ma circoscritto, acquista un'enorme notorietà europea grazie alle gazzette, in un'epoca in cui la stampa comincia a diventare socialmente importante. Così sorgono, sia pure in proporzioni modeste, imitatori. "Messe nere" e altre cerimonie sataniche sono celebrate nel Settecento in Italia - nel Ducato di Modena, ai margini più discutibili dell'eresia quietista -; in Inghilterra, fra i libertini che si riuniscono all'abbazia di Medmenham intorno al ministro delle Finanze sir Francis Dashwood (1708-1781), che danno tuttavia al satanismo un'impronta ludica, razionalista e anti-clericale; e forse in Russia, dove peraltro le fonti sono scarse.

Nell'Ottocento le informazioni sul satanismo sono incerte e ambigue, e provengono spesso da personaggi che - pure avendo veramente indagato nella subcultura satanista - talora ne fanno in qualche modo parte, ovvero mescolano la fantasia con la realtà, come il giornalista Jules Bois (1868-1943).

Quest'ultimo è uno dei principali informatori del romanziere Joris-Karl Huysmans (1848-1907), che nel 1891 pubblica il romanzo Là-bas ("Nell'abisso"). Questo testo contiene la più famosa descrizione letteraria di una "Messa nera", che è servita da modello a numerosi satanisti in carne e ossa.

Nel romanzo, Huysmans ha utilizzato - certo rielaborandole - informazioni relative alle esperienze negli ambienti satanisti della sua amica Berthe Courrière (1852-1917), in seguito alle quali egli riteneva credibili le accuse rivolte al sacerdote belga Louis Van Haecke (1829-1912) - la cui effettiva colpevolezza costituisce ancora oggi argomento di fervente dibattito fra gli storici - di celebrare Messe nere e di essere, in realtà, un importante capo satanista. L'intera vicenda scuote profondamente Huysmans che, miscredente al momento della sua inchiesta e della pubblicazione del romanzo. Si converte e diventa un buon cattolico.

Il caso Taxil

Léo Taxil (1854-1907), un massone autore di virulente opere anticlericali di carattere pornografico, nel 1885 annuncia la sua clamorosa conversione al cattolicesimo. Dopo la pubblicazione di Là-bas di Huysmans e attingendo abbondantemente all'opera del romanziere belga, produce, con alcuni collaboratori, in pochi anni decine di opere e migliaia di pagine in cui rivela le attività dei palladisti che, ispirati direttamente da Satana, guidano segretamente la massoneria e controllano numerosi governi europei.

Molti avversari della massoneria gli credono, ma non tutti; altri - nello stesso mondo cattolico - sospettano un inganno. Finalmente, di fronte alle pressioni, Taxil il 19 aprile 1897 confessa in una conferenza a Parigi di avere semplicemente simulato la sua conversione e di avere completamente inventato la storia del palladismo per prendersi gioco dell'estrema credulità di certi cattolici.

La vicenda di Taxil rimane problematica e oscura - è certo che abbia abilmente mescolato documenti veri e falsi, mentre rimane un dubbio sulle sue motivazioni ultime - ma, per quanto riguarda il satanismo, il prevedibile effetto è quello di fare riemergere satanisti autentici che - per paura di essere confusa con le provocazioni del famoso impostore - la stampa, nei primi anni del ventesimo secolo, tratta perfino con simpatia. È il caso di Maria de Naglowska (1883-1936), che apre a Parigi un Tempio di Satana, descritto con singolare indulgenza dalla stampa e giustificato da una complessa quanto bizzarra teologia.

Sono anche questi gli anni in cui si esercita sull'ambiente satanista l'influenza di Aleister Crowley (1875-1947). A rigore non satanista, in quanto non crede all'esistenza del diavolo - e anzi polemico con i satanisti, che accusa di credere al "nemico", cioè alla Bibbia cristiana -, Crowley influenza in modo decisivo John Whiteside Parsons (1914-1952), un ingegnere e scienziato californiano, celebre esperto di esplosivi, che elabora nella Loggia Agape un culto dell'Anticristo prima di saltare in aria nell'esplosione del suo laboratorio.

Con Parsons ci troviamo alla vigilia del vero e proprio satanismo contemporaneo, che nasce con un cineasta underground di Hollywood, Kenneth Anger, e con il suo amico Anton Szandor LaVey (1930-1997), fondatori nel 1961 di un'organizzazione chiamata Magic Circle e nel 1966 della Chiesa di Satana. Negli stessi anni Mary Ann Maclean (1931-2005) e suo marito Robert de Grimston Moor (nato nel 1935 e tuttora vivente) fondano a Londra The Process, un'organizzazione oggi non più esistente costruita intorno a una teologia "luciferiana" particolarmente sofisticata. I primi anni della Chiesa di Satana di LaVey sono quelli del maggiore successo giornalistico, grazie all'adesione di personalità di Hollywood.

La Chiesa di Satana è peraltro piagata, sin dalle sue origini, da problemi interni ed esterni. All'interno si sviluppa una tensione tra il satanismo "razionalista" di LaVey, che interpreta sostanzialmente Satana come il simbolo di una rivolta razionalista e atea contro la religione e la morale, e un'ala "occultista", il cui leader è il luogotenente stesso di LaVey, Michael Aquino (all'epoca colonnello dell'esercito americano, specializzato in guerra psicologica e disinformazione). Queste tensioni portano nel 1975 a uno scisma e alla fondazione da parte di Aquino del Tempio di Set.

Da questo satanismo degli adulti, che si articola in gruppi che hanno una continuità dottrinale e rituali, capi identificabili, sedi, talora anche pubblicazioni, si deve distinguere un satanismo giovanile, talora chiamato satanismo "acido", per la sua associazione assai frequente con la droga. Quest'ultimo è composto da gruppuscoli di giovani, privi di una continuità organizzativa e rituale e di contatti con i gruppi del satanismo organizzato, che mettono in scena rituali satanici "selvaggi" o caserecci sotto l'influsso di film, trasmissioni televisive, fumetti, musica. I due filoni - adulto e giovanile -hanno tra loro collegamenti solo indiretti. Ma degli eccessi del secondo il primo non può dirsi innocente, perché gioca il tipico ruolo del "cattivo maestro".

Il problema del "satanismo giovanile"

Nei gruppi giovanili è più facile che sia completamente perso il senso del limite fra metafora e realtà, e che quindi - spesso sotto l'influsso della droga - si trascenda in atti di violenza carnale, e in casi molto rari (ma non inesistenti) si verifichino anche sacrifici umani, come mostra il gravissimo episodio italiano delle Bestie di Satana venuto alla luce in Lombardia nel 2004 con la scoperta di almeno tre omicidi perpetrati da un gruppuscolo di satanisti del Varesotto. Il caso di Varese è un monito per tutti quelli che dimenticano che il satanismo - se rischia talora di essere sopravvalutato nelle sue dimensioni quantitative - non è però mai innocuo.

In Italia, prima del caso delle Bestie di Satana, un campanello d'allarme era del resto già suonato il 7 giugno 2000 con il caso di Chiavenna (Sondrio), li quando una religiosa della congregazione delle Figlie della Croce - Suore di Sant'Andrea, suor Maria Laura Mainetti (1939-2000), era stata uccisa da tre ragazze, tutte minorenni, che avevano dichiarato di voler sacrificare la suora a Satana. La religiosa - di cui è iniziato nel 2005 il processo di beatificazione - era morta chiedendo a Dio di perdonare le sue assassine. Le tre ragazze non erano in contatto con nessun gruppo organizzato di satanisti, e avevano tratto da Internet i loro rituali fai da te.

Neppure le Bestie di Satana facevano parte, peraltro, di potenti network nazionali o internazionali di satanisti: i processi lo hanno esplicitamente escluso. Forse i media farebbero bene a sottolinearlo, perché ipotizzando fantasiosi complotti mondiali dietro questi drammi dello squallore giovanile il rischio è che qualcuno - specie tra i giovani psicologicamente e culturalmente più deboli - rimanga non solo spaventato ma affascinato.

Il modo più efficace di mettere in guardia i giovani è quello di mostrare questi satanisti del "fai da te" criminale per quello che sono: perdenti senza onore e senza idee, non potenti principi delle tenebre ma - molto letteralmente, e nel senso peggiore del termine - poveri diavoli.

Bibliografia

Massimo Introvigne, I satanisti. Storia, riti e miti del satanismo, Sugarco, 2010.
Padre Livio Fanzaga con Diego Manetti, L'ora di Satana, Piemme, 2009.
Don Gino Oliosi, Il demonio come essere personale, Fede & Cultura, 2008.
P. Morene Fiori O.P., Spiritismo, satanismo, demonologia, Aleph edizioni, 2009.
Annalisa Colzi, Come Satana corrompe la società. Con intervista esclusiva a P. Gabriele Amorth, Città ideale, 2009.

L'assedio sconfitto del leone ruggente. La Pasqua e il demonio

di Inos Biffi

Il tempo pasquale, dedicato alla contemplazione del mistero di Cristo risorto da morte, si rivela specialmente propizio a una riflessione sul demonio, "il principe di questo mondo" che, proprio nell'ora del suo innalzamento sulla croce, Gesù ha "gettato fuori" (Giovanni, 12, 31). Veramente, non tutti i teologi prestano attenzione al demonio. Alcuni lo giudicano una specie di fantasma inquietante, creato da un sospetto immaginario, con una sua utilità repressiva, ma in ogni caso segno di una mentalità antiquata che fatica a scomparire. Per altri il demonio si riduce a un'idea generica e sintetica di Male, a cui indebitamente si attribuisce una consistenza reale e personale.
Di tutt'altro avviso appare Gesù Cristo, che non ha affatto ridotto il diavolo al prodotto di una fantasia malata o inquieta, ma lo ha preso molto sul serio, ingaggiando un implacabile conflitto contro di lui durante tutta la sua la vita e abbattendolo nella passione e risurrezione.
Anzitutto, Gesù offre del diavolo una precisa definizione: "omicida fin dal principio", "menzognero e padre della menzogna", nel quale "non c'è verità" e a cui la falsità appartiene in proprio (cfr. Giovanni, 8, 44). Definito in questi termini, il diavolo appare chiaramente come l'Antitesi e l'Oppositore di Cristo, che si presenta come la Verità e la Vita (Giovanni, 14, 6) e che con ulteriore precisazione fa risalire l'opera omicida e menzognera del diavolo al "principio", riportandoci così alla Genesi e al "serpente antico, che si chiama diavolo", com'è detto nell'Apocalisse (12, 9).
Scrive sant'Ambrogio: "Il demonio non seppe mantenere la grazia ricevuta ed ebbe invidia dell'uomo per il fatto che, plasmato col fango, fu scelto per abitare in paradiso" (De paradiso, 12, 54). Ma nei raggiri del Serpente, che circuisce l'uomo appena creato è in atto una cospirazione contro Gesù, mirante a seminare la diffidenza e a minare la fede. Quella di minare la fede in Cristo è, infatti, la sua azione propria.
Se il demonio è l'Antitesi e l'Oppositore di Cristo, non sorprende che questi nella sua vita se lo ritrovi d'attorno intento a distaccare persino lui, il Figlio di Dio fatto uomo, dal disegno del Padre. Ma ogni mira in questo senso risulterà vana. L'avvicinarsi della morte è sentita da Gesù come una venuta del "principe del mondo" che però "contro di me non può nulla" (Giovanni, 14, 30).
Vale per il demonio quanto sant'Ambrogio afferma della morte nel suo inno pasquale Hic est dies verus Dei: la morte si è autodistrutta. Essa, nel tentativo di mordere la preda, cioè il corpo di Cristo, messole dinanzi con sottile tranello, ne ha ingoiato letalmente l'amo, restando, insieme, avviluppata nella sua stessa rete. Altrove aveva scritto: "Il modo migliore per spezzare il laccio teso dall'inganno del diavolo era quello di mostrare al diavolo la preda - appunto il corpo di Cristo - affinché, slanciandosi d'impeto su di essa, si impigliasse nella sua stessa rete" (Expositio evangelii secundum Lucam, iv, 12).
Quanto al traditore, Giuda, diviene il luogo della inabitazione di Satana. Nell'imminenza della Pasqua, l'ultima di Gesù con i suoi apostoli, "Satana - è detto in Luca - entrò in Giuda, detto Iscariota" (Luca, 22, 2), mentre, secondo Giovanni, è il diavolo che "ha messo in cuore a Giuda di tradirlo", (Giovanni, 13, 2); e lo stesso evangelista noterà che "dopo il boccone Satana entrò in lui" (Giovanni, 13, 27).
Avversario di Cristo e vinto da lui nella sua morte e risurrezione, il demonio non cesserà di essere l'avversario dei suoi discepoli. In questi termini parlerà la i Lettera di Pietro: "Vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare" (1 Pietro, 5, 8); d'altronde è possibile, come constata Paolo, perdersi "dietro Satana" (1 Timoteo, 5, 15).
Come il demonio ha cospirato contro la vita di Gesù, così non mancherà di architettare inganni contro coloro che "custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù" (Apocalisse, 12, 17), e di impiegare tutte le sue energie per osteggiarli. È il messaggio dell'Apocalisse, profezia e raffigurazione delle peripezie della Chiesa, accanitamente insidiata e perseguitata dal drago nel tempo presente, prima della venuta finale del Signore Gesù e del definitivo trionfo dell'Agnello.
"Chi si affida a Dio, non ha paura del diavolo", dichiara sant'Ambrogio (De sacramentis, v, 4, 30), che giunge a dire: "Dove il diavolo dà battaglia, là Cristo è presente. Dove il diavolo pone l'assedio, là, chiuso tra gli assediati, sta Cristo a difendere la cerchia delle mura spirituali" (Expositio Psalmi cXVIii, 20, 51). Per quanto le macchinazioni diaboliche possano essere pericolose e aggressive, essi "lo hanno vinto grazie al sangue dell'Agnello" (Apocalisse, 12, 11).
Su questa vittoria si fondano la forza e la serena speranza dei discepoli del Signore. Se dalla fede - e con buona pace di alcuni teologi - essi sanno con assoluta certezza che il demonio esiste, che è il tentatore, e che opera talora in modo sconcertante, non per questo si lasciano prendere dalla sua ossessione o invadere dallo spavento.
Vigilano, invece, e pregano, certi di essere già partecipi della vittoria pasquale di Gesù, che adesso prosegue in loro.
E non senza affidarsi agli angeli, particolarmente a quelli che hanno servito Gesù dopo le prove del diavolo nel deserto, anche se si deve riconoscere che agli angeli in generale quei medesimi teologi non stanno rendendo facile la vita.


(©L'Osservatore Romano - 23 aprile 2010)




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Il diavolo probabilmente. Altro che misopedia dei preti, è il sentimento di colpevolezza a provocare il delitto

di Umberto Silva

Dagli spalti dei colossei mediatici
il Secolo superbo e sciocco incita
un fiero Papa a chiedere perdono, a
battersi il petto e a esibirsi in gesti di
contrizione sempre più clamorosi.
Piange il Papa, ma agli occhi del Secolo
pare sempre troppo poco; “un po’
di più” – lo si incoraggia – “ancora un
po’”, e tutti a ridere. No, signori, un
Pontefice non s’inchina a chiedere
l’assoluzione, il Secolo non lo merita:
merita un sacco di legnate chi soltanto
negli ultimi decenni vanta qualche
centinaio di milioni di bambini uccisi
o lasciati morire. Il Santo Padre piange,
si vergogna e intanto pensa di che
cosa debba vergognarsi: quel che è accaduto
è complesso e misterioso e la
chiesa non può abbassarsi a spiegazioni
frettolose, che suonerebbero ridicole.
Cosa dire di sacerdoti che molestano
gli stessi che stanno confessando,
stuprano i bambini loro affidati,
danno la comunione a chi due minuti
prima hanno sodomizzato e proibiscono
la masturbazione nel mentre
si masturbano? Difficile dirne qualcosa,
ci vorrebbe la mano di Dostoevskij
e l’occhio di Dreyer, siamo al crocevia
dei cerchi angelici con i gironi infernali,
tra Svidrigajlov, Stavrogin e
Humbert Humbert, ma anche oltre,
come se il santo starec Zosima allungasse
le mani su Alesa Karamazov.
La grandezza della chiesa si estende
anche ai suoi peccati, il barocco è
ovunque, i trompe-l’oeil ti guardano
beffardi; di tutto questo difficile dirne
qualcosa, le chiacchiere del mondo
confondono e distraggono. Dacché il
primo bambino o ex bambino ha osato
dire “il prete è nudo!”, il grido
echeggia dai salotti tivù dove si allestiscono
processi sommari cui partecipa
una varia umanità, e naturalmente
i più accaniti sono tipi che ne
hanno fatte di ogni. Furono perdonati
quando non sapevano quello che facevano
e dicevano, ma sono imperdonabili
ora che credono di saperlo. La
chiesa viene infangata, ma guai a cadere
nella trappola di difenderla, guai
se la chiesa si difende: nell’orto del
Getsemani, incollando l’orecchio al
servo del sommo sacerdote, Cristo l’aveva
detto chiaramente all’iracondo
Simon Pietro. Il lavoro di mozzorecchi
va lasciato ai giustizialisti, gente che
un tempo non faceva la carità ai mendicanti
con la scusa che l’elemosina
rallentava l’avvento della rivoluzione;
gente che ora pensa di essere depositaria
della verità e che mente anche
quando chiede: ‘passami il sale’. Patetico
quindi che il Papa impieghi il suo
tempo a smentire, precisare, promettere,
manco fosse un chierichetto sorpreso
a bere vin santo. Alle feroci accuse
risponda la suprema distanza del
pensiero, lui solo generoso e giusto.
Anche la peggiore efferatezza deve diventare
un’occasione di meditazione e
di parola, limitarsi a condannarla senza
darle un’adeguata lettura è il modo
migliore per reiterarla. La sciatteria
con cui se ne parla e lo sdegnato profluvio
di luoghi comuni offendono le
vittime, il cui dolore esige ben altro.
Troppo facile, innanzitutto, catalogare
il peccato dei preti nella cosiddetta
“pedofilia”. Ah che bella parolina
amorosa e come fila liscia sulla
carne morbida; la si pronuncia con gusto,
giusto per confondere acque già
tanto torbide, che sennò ci si prenderebbe
la pena di chiamarla misopedia,
odio per i bambini. Un po’ di coraggio
almeno, chiamiamo le cose con
il loro nome santocielo, è un’occasione
di chiarezza in una questione già di
per sé così complicata! Perdere un’occasione
è il peccato più triste e frequente,
tanto che rammaricati siamo
soliti esclamare: ‘ah, che peccato!’. Gli
umani sono assai compiaciuti dei peccati
che hanno commesso mentre non
si perdonano quelli che non hanno
commesso: la viltà brucia in eterno.
Ne so qualcosa. La mattina del suo
matrimonio X. e io c’innamorammo.
Audace ma non troppo, la rapinai ma
non la rapii. Per quest’ultima rinuncia
la chiesa mi annovera tra i suoi santi,
io per molti anni mi annoverai tra i
grandi coglioni. Fino a quando, raccontandola
nel mio primo romanzo,
riuscii a trasformare l’occasione perduta
in una mezza riuscita. La viltà è
il motore delle nequizie umane e la
parola il riscatto: oportet ut verba eveniant,
e le parole sono quanto di più
scandaloso. Misopedia quindi il delitto
dei preti, la cui causa è da reperire
nel celibato? Da sempre i preti, proprio
per la loro vicinanza a Dio, sono
assai ricercati dalle donne; state tranquilli
stimati ecclesiofobi, i sacerdoti
hanno molteplici e brillanti opportunità
per soddisfare i morsi della carne.
E neppure il loro crimine concerne,
in prima battuta, la misopedia: la
natura del peccato dei preti è piuttosto
legata al loro stesso essere preti. Il
sacerdote che abusa dei minori si suicida
sopprimendo così quel Dio che è
in ciascuno ma di cui lui si sente lo
scrigno. Una responsabilità di cui è
ansioso di disfarsi, a costo di sfregiare
la Creazione e stuprarne le creature.
Il peccato dei preti è il satanismo, ecco
perché le scienze illuminate a poco
servono mentre funzionano quelle occulte.
Al centro della scena ricompare
un personaggio che la chiesa negli
ultimi tempi ha ampiamente riabilitato,
presaga forse della sventura imminente:
il Diavolo. Chi altri può indurre
un uomo di Dio a compiere l’atto
più blasfemo, stuprare quel bambino
della cui innocenza dovrebbe essere
l’angelo custode a costo della sua stessa
vita? Il Diavolo. Ma chi è il Diavolo?
L’uomo che tale si rivela a se stesso
in una macabra epifania: “Ecco chi
sei, prete! Tu sei tutto quello che hai
fino ad ora combattuto, questo tu sei!”.
Ciò ben poco ha da spartire con il sadico
sporcaccione che va ai tropici a
caccia di bambini: costui di Dio se ne
sbatte. Ben altra è la consapevolezza
del prete: sa che quel bambino che offende
è Gesù Bambino, Dio nel momento
in cui per amore si consegnò
inerme nelle mani dell’uomo.
Cosa spinge quel prete a un atto così
blasfemo, a tradire quanto di più sacro?
Non i trenta denari e nemmeno i
tremila, anzi prima o poi ogni credito
gli sarà tolto. E’ Giuda che fa suo l’estremo
grido di Cristo e accusa Dio
d’averlo abbandonato, accusa la chiesa
di non averlo ascoltato. Per questa
mancanza, vera o presunta che sia, si
abbandona alla vendetta; avrebbe potuto
gettare la tonaca invece se la tiene
ben stretta, che s’imbratti tutta, che
i sacri paramenti dicano del torto che
pensa gli sia stato fatto. Per vendicarsi
di Dio Padre e della Madre Chiesa
distrugge tutto quel che ha creato ma
che non sente suo e si presenta nudo,
avvolto solo nella sua empietà. Che vedano
il suo fallimento, che capiscano
che è anche il loro, che tremino, che
non dormano più sonni tranquilli. Che
muoiano e lo seguano all’inferno. Ma
c’è anche una supplica: “Dio fermami!”,
grida dentro di sé il prete che come
Abramo sul monte si appresta a
scannare il figlio; “Io sto uccidendo in
Tuo nome e ti chiedo di mandare l’angelo
a fermarmi”. L’angelo è la chiesa,
se non lo ferma è complice. L’accusa
che il prete muove a Dio è potente: la
chiesa non ha inteso che il desiderio
di quel suo figliolo era altro, che non
era pronto a divenire Padre. Non ha
inteso o, per un suo tornaconto, non
ha voluto intendere, nemmeno ora
che il figlio l’ha detto nel modo più orrendo
ma lampante; fa orecchio da
mercante e gli risponde che sì, lo sarai
Padre un giorno, devi solo avere pazienza
e chiedere perdono. Come certe
mogli che nemmeno davanti al marito
con la pistola puntata vogliono arrendersi
all’evidenza.
Il figlio ribelle a un destino che non
ritiene suo e vuole a tutti i costi credere
che gli sia stato imposto, è il figlio
che non vuole incontrare il Padre,
l’autorità e l’impegno che tale statuto
comporta. Ma c’è anche un altro caso,
il figlio che vuole diventare il Padre, e
a tal fine si getta con entusiasmo nell’impresa
sacerdotale, per poi rovinosamente
soccombere. Sacerdoti distintisi
per generosità e capacità tali
da suscitare moti entusiastici di speranza
e di amore che a un certo punto,
al vertice della loro gloria, decidono
di annientare tutto ciò che hanno
creato. Che dire di questo misterioso
evento? Dai tempi dei tempi ci soccorre
il Libro dei Libri: “Tu eri un modello
di perfezione, pieno di sapienza,
perfetto in bellezza. Eri come un cherubino
ad ali spiegate a difesa; io ti posi
sul monte santo di Dio, e camminavi
in mezzo a pietre di fuoco. Perfetto
tu eri nella tua condotta, da quando
sei stato creato, finché fu trovata in te
l'iniquità. Crescendo i tuoi commerci
ti sei riempito di violenza e di peccati;
io ti ho scacciato dal monte di Dio e ti
ho fatto perire, cherubino protettore,
in mezzo alle pietre di fuoco”. Come si
diventa Lucifero? Non nascono angeli
o diavoli gli umani, anche se qualche
buontempone starà scoprendo il “gene
del pedofilo”. Ci sono preti che diventano
angeli combattendo la mafia,
fondando comunità, costruendo ospedali;
salvano i bambini e Dio per questo
li ama. Sennonché alcuni di loro,
per l’idea d’essersi avvicinati troppo
al supremo Creatore e, forse, d’averLo
addirittura superato, sono travolti da
quel senso di colpa che accompagna
ogni impresa audace… che tuttavia
non è abbastanza audace se a quel
senso non sorride, come a un annuncio
di gloria. Inascoltato, il senso di
colpa diverrà oppressivo, un angoscioso
sentimento di colpevolezza che
per allentare la presa esigerà una preda;
esigerà che nel reale ci si procuri
una colpa che dia un senso al tutto. E’
il sentimento di colpevolezza a provocare
il delitto, e non viceversa; sentendosi
diavolo lo si diventa.
Tutto questo avviene in un isolemento
spaventoso: tutti vediamo il
prete dibattersi nella sua angoscia e
non muoviamo un dito. Ci accontentiamo
di applaudirlo festosi, riversiamo
su di lui i nostri tormenti, i peccati
e le impotenze, riempiendolo di
un’esplosiva onnipotenza. E può accadere
che il sacerdote scambi la riconoscenza
per riconoscimento, sentendosi
Dio. Alla fine la colpa è solo della
chiesa. La colpa è sempre di chi fa,
di chi si sporca le mani. E questo secondo
caso è il più terribile, perché
davvero Lucifero era una grande promessa,
un portatore di luce. Il prete
creatore si fa distruttore ma, preda
dell’onnipotenza, non rinuncia alla
creazione, non si denuncia né abdica,
né passa a un dichiarato brigantaggio;
in un ermafroditismo spirituale egli
sarà entrambe le cose, angelo e diavolo
al contempo. Si aprono così scene
grottesche e tormentose di autopunizioni
e autoassoluzioni. Nessuna compensazione
tuttavia di bene e di male,
tutt’altro, la bilancia pende a precipizio
verso l’inferno. Non solo, infatti, gli
ermafroditi distruggono il bene ma
tolgono la speranza, insinuando il
dubbio letale che il bene altro non sia
che la maschera del male. Ma se nel
padre che ami può nascondersi il Diavolo,
se le sue carezze affettuose possono
essere l’inizio della molestia, se
il suo premuroso accompagnarti al bagno
quando ti scappa la pipì può degenerare
in stupro, la vita tutta diventa
un inferno. Il non potere distinguere
l’amico dal nemico è l’inferno, una
folie de doute che porta al marasma.
Collassato il pater certus, l’io si rifiuterà
di crescere. Oppure, per superare
l’angoscia e in qualche modo sopravvivere,
il bambino si costringerà
ad abbandonare ogni illusione, aggrappandosi
alla sicurezza di un peggio
che peggio di così non è possibile.
Si affiderà al Diavolo, a costo d’inventarlo.
“Il mondo è questo, signori miei,
restituite pure il biglietto se non vi
va!”– esorta Satana con il più convincente
degli argomenti: i bambini non
hanno speranza dal momento che i loro
migliori amici sono i loro peggiori
nemici. La speranza i bambini l’hanno
solo se un Padre esiste.
Che fare in tanto sconcerto? Progettare,
pensare, senza soffermarsi a rimuginare
e ad accusare. Nel frattempo,
essendo caduta in gran sospetto la
figura del padre, sicché perfino i migliori
si teme siano in realtà loschi
demòni en travesti, è opportuno sostituire
al Credo in Onnipotentem Patrem
qualcosa di meno trionfante e
proprio per questo più accettabile
dalle menti turbate. Penso al geniale
motto di Tertulliano “credo quia absurdum”
quale purgatoriale spiaggia
di una chiesa messa alle corde dal
buon senso. Il buon senso m’innervosisce.
Ho sempre pensato che un verbo
assurdo come ‘credo’ debba trovarsi
come partner qualcosa di altrettanto
absurdum: la chiesa prospera nel
mistero e lì i fedeli devono rifugiarsi.
Almeno per un po’, fino a quando il
grande e tragico Benedetto XVI, l’inquisitore
inquisito, il fustigatore fustigato,
avrà espiato i peccati della chiesa
permettendo al suo successore di
raccogliere con fierezza la lacera ma
gloriosa bandiera.

© Copyright Il Foglio 21 aprile 2010

Angeli contro demoni Ecco la guida anti-Satana

È stringato come gli avvisi importanti, salvavita. Questo vuole salvare l’anima. È uno stradario spirituale per non sbandare e precipitare negli inferi. Il prelato non è nuovo ai vademecum. All'inizio dell'anno ne ha sfornato un altro: sulle buone maniere che un fedele deve tenere in chiesa. Il titolo dell'ultimo è una guida per evitare gli inferi. Il testo si compone di domande e risposte semplici. Si comincia dall'intestazione: «Il diavolo: come lo si vince?». Il testo lo spiega.

Partendo dall'inizio, dalla trasformazione di Satana. «Prima era un angelo buono - srive Martinelli - divenuto malvagio ribellandosi, rifiutando Dio per sua libera e irrevocabile scelta». Il potere sugli uomini? «Tutto il mondo giace nel potere del maligno... Il diavolo opera generalmente attraverso la tentazione e l'inganno, è padre della menzogna, possiede un immenso potere di seduzione (prime vittime Adamo ed Eva, l'ha respinta Cristo scegliendo la Croce, ndr)». La sua strategia? «Convincere l'uomo che una vita vissuta nella disobbedienza è migliore di quella vissuta nell'obbedienza».

Quale sia il mestiere del diavolo è spiegato, perché sia stato autorizzato a esercitarlo è meno chiaro. «La vita terrena - spiega il vescovo - è un tempo di prova durante il quale Dio consente al demonio di tentare e "saggiare" l'uomo, mai però al di sopra delle sue forze». Gesù come ha combattuto il diavolo? «Più volte - si sofferma il vescovo di Frascati - gli Evangelisti ci narrano che Gesù pratica vari esorcismi, con i quali libera alcune persone dal tormento dei demoni, anticipando così la grande vittoria che egli attuerà sul principe di questo mondo... e affida il potere di scacciare i demoni anche ai suoi apostoli».

Ma un evento è stato decisivo: mediante la sua morte «Gesù riduce all'impotenza colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo». Cos'è un esorcismo? «È un'antica e particolare forma di preghiera. Si ha un esorcismo quando la chiesa domanda con la sua autorità, a nome di Gesù, che una persona o un oggetto sia protetto contro l'influsso del Maligno». In quali forme si pratica l'esorcismo? «in una duplice forma: semplice e solenne. Semplice-ordinaria durante la celebrazione del Battesimo. Solenne: la liberazione dall'influsso diabolico, una preghiera per la liberazione della persona indemioniata».

Come si riconosce il posseduto? «Il parlare con molte parole di lingue sconosciute o capirle; rendere note cose distanti oppure nascoste; dimostrare forze al di là della propria condizione; avversione veemente verso Dio, la Madonna, i santi, la Croce e le sacre immagini». Gli umani come possono vincere un avversario che ha natura spirituale? «Innanzitutto - argomenta il prelato - attraverso una genuina via di Fede, caratterizzata da fiducioso abbandono all'amore paterno e provvidente di Dio e dall'obbedienza alla sua volontà in imitazione di Cristo. Questo è lo scudo più sicuro».

E ancora: «Con una permanente vigilanza. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare». E poi: «Accogliendo e testimoniando con la parola e con le opere il Vangelo». E poi: «Lottando contro le sue seduzioni e tentazioni. Tutta intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre, lotta incominciata fin dall'origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all'ultimo giorno».


Fabio Di Chio

08/04/2010



© Copyright Il Tempo

Il Demonio: Colui che divide

Autore: Brichetti Messori, Rosanna Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: Il Timone, marzo 2010
martedì 16 marzo 2010

Era un sacerdote che non credeva al potere del demonio. Poi un’esperienza scioccante. Oggi è esorcista ufficiale della diocesi di Verona. Conosciamo don Gino Oliosi Monsignor Gino Oliosi: un sacerdote avanti con gli anni, dal quale emanano un equilibrio e una pace che si colgono subito, appena lo contatti. Due qualità importanti che, però, sulle prime possono sembrare opposte al ruolo che egli svolge per incarico del vescovo di Verona: quello di esorcista. Una persona, cioè, che ha a che fare con quel mondo oscuro, perverso, delle manifestazioni diaboliche
ne, diciamo la verità, ci si creda o meno, ti paura a tutti.
Perché, se è vero che possiamo anche scherzare sulla esistenza del Maligno fino quando resta più o meno celato, è ben più difficile ignorarlo quando si manifesta in quelle forme eclatanti che sono la vessazione, l’infestazione, l’ossessione o, addirittura, la possessione. Ciò che mi incuriosisce è la sua esperienza di prima mano in un campo, come quello del demoniaco, oggi messo in discussione da tanti anche all’interno della Chiesa. Voglio capire e sentire che cosa ha da dire al proposito a noi tutti, ma anche a tanti suoi fratelli nel sacerdozio che, in questo anno sacerdotale, sono stati chiamati a riflettere in modo particolare sul loro ruolo e a riscoprire con pienezza la loro identità.
Quando gli chiedo come si sia avvicinato a questo mondo, mi racconta che egli stesso ha percorso un cammino di presa di coscienza progressiva del problema. Al proposito, ha bene impressa nella memoria la prima tappa. Giovane sacerdote, studioso di teologia nei fermenti del Concilio, nel 1964 era stato chiamato a reggere uno dei più venerati e noti santuari della diocesi di Verona, quello della Madonna della Corona, incastonato, a strapiombo, nelle rocce del monte Baldo. Era questo un ruolo che comprendeva in contemporanea, per tradizione, anche quello di esorcista. Ma poiché egli aveva rifiutato quest’ultimo, il vescovo aveva assegnato il ruolo ad un altro sacerdote che esercitava, quando era necessario, in una cappellina costruita appositamente all’esterno del santuario. Qui, un giorno, per sottoporsi al rito, era giunto un giovane, inviato dal famoso psichiatra prof. Trabucchi. Il tutto era iniziato alle nove e mezzo, ma poiché alle undici ancora non era finito, don Gino aveva preso la strada della cappellina per curiosare come andasse. Ricorda bene come, camminando, dentro di sé se la prendesse con quelle “manie” di credere ancora che il demonio compisse cose di quel genere. Ma ricorda altrettanto bene quale sia stata la sua sorpresa quando, appena messo piede in cappellina, il cosiddetto indemoniato - che non lo poteva vedere perché dava la schiena all’ingresso - con voce alta e rauca aveva iniziato a gridare: «Quel prete che entra vuole sapere se io esisto o no!». È facile immaginare quale shock gli abbiano provocato quelle parole che avevano letto nel suo pensiero. Un tarlo che non lo avrebbe più abbandonato, una spinta ad approfondire negli anni, fino alla chiamata ufficiale, nel 2001 a sessantotto anni, da parte del vescovo, prima in cattedrale, ed ora nel Santuario della Madonna di Dossobuono.
È un ministero, mi dice don Gino, che va esercitato in seno alla Chiesa e con molta prudenza. In collaborazione, poi, con medici esperti della psiche umana per operare un discernimento corretto e non scambiare per possessione disturbi di altro genere. Ma anche con il sostegno di credenti - una decina - che si preparano con preghiera e digiuno e che sostengono il sacerdote durante il non facile esorcismo ufficiale. Sette sono i posseduti che ha incontrato in questi anni. Per quattro di questi c’è stata una liberazione totale. Tra di essi, una giovane mamma di due bambini che aveva avuto contatti con sette sataniche durante l’università e che ha ritrovato, insieme alla sua famiglia, la pace e la gioia di vivere.
Ma in realtà, questo aspetto più eclatante del suo ministero non è ciò che a don Gino sta più a cuore comunicarmi. Tutto ciò, sottolinea, non è che la punta di un iceberg che attira l’attenzione ma che distrae da ciò che è più importante e che consiste nella massa sommersa. Il vero guaio è la perdita della credenza, anche di molti cattolici, sacerdoti compresi, nella esistenza del demonio come essere personale che crea grandi pericoli e apre voragini nelle quali rischiamo di precipitare.
C’è, infatti, tutto un filone della teologia e anche della esegesi che vorrebbe vedere nel demonio della Tradizione solo una personificazione del male presente nell’uomo. Ma non è questa la posizione ufficiale della Chiesa, come dimostrano i documenti conciliari che contengono ben diciotto volte il riferimento a Satana come essere personale e influente sugli uomini. E come attesta anche il Catechismo della Chiesa, sia nella versione più ampia, sia nel compendio. Il demonio è un angelo, cioè una creatura spirituale creata libera di scegliere l’amore di Dio oppure di rifiutarlo come purtroppo ha fatto, ribellandosi a Lui. E come purtroppo continua a fare anche con l’altra creatura libera a cui Dio ha dato vita: e, cioè, l’uomo. Nei confronti del quale il diavolo opera, cercando di indurlo al medesimo peccato di superbia e di ribellione. Creare divisione è il suo obiettivo. Divisione tra l’uomo e Dio, divisione dell’uomo in se stesso, divisione dagli altri uomini. E, dunque, portare odio al posto dell’amore, individualismo al posto dell’unità, caos al posto dell’armonia, morte al posto della vita. Disgregare la personalità, chiuderla a Dio e ai fratelli. Dietro il peccato originale, rammenta don Gino, non c’è solo la volontà dell’uomo e il gioco della sua libertà; ci sono anche l’istigazione e l’influsso di Satana. Una antica storia che, in realtà, si ripete ogni volta che l’uomo si trova ad esercitare la sua libertà.
Certo, rispetto ad allora, oggi, nel tempo della Chiesa, c’è un fatto nuovo e straordinario: la venuta di Gesù, la sua morte e la sua risurrezione. Questa sua incarnazione, infatti, ha avuto proprio lo scopo di portare alla luce il male, di stanarlo, di svelarne l’origine - che è il cuore dell’uomo, ma anche Satana, costretto a fuggire davanti a lui molte volte nei Vangeli - e di sconfiggerlo con un gesto d’amore tale da operare la redenzione. Quest’ultima, tuttavia, mentre ci apre i canali della Grazia salvifica e ci reintegra nuovamente e fin da ora nelle file del Regno di Dio, non ci sottrae alla lotta e al possibile influsso di Satana e dei suoi satelliti.
Al centro della vita del cristiano, dunque sia ben chiaro, sottolinea don Gino - non c’è il demonio ma c’è Gesù Cristo, con la luce della sua risurrezione. Luce alla quale noi possiamo accedere non solo nel ricordo, tramite la Scrittura, ma nella realtà, tramite i sacramenti. Questo tuttavia non deve farci dimenticare la Croce e, cioè, la lotta contro il male che ha anche un nome - Satana - che Gesù stesso ha dovuto affrontare e sconfiggere. E noi, con lui, al suo seguito.
È tutto questo scenario cristiano, mi fa osservare, che ha liberato l’Occidente dalla paura dei demoni. Ma ora è questo stesso Occidente che, secolarizzandosi, favorisce il riemergere collettivo della paura.
La quale, cercando soluzioni nell’esoterismo, nella magia, in una scienza idolatrata, finisce per indebolire la coscienza e la libertà di decisione, favorendo l’influenza satanica.
Nessuna paura, dunque, del diavolo, nessuna predica che minacci castighi e inferno, perché la signoria alla fine è di Dio e perché l’uomo che vive in rapporto d’amore con il suo Creatore e Padre è anch’egli certo della vittoria. Però, al contempo, piena consapevolezza dell’ostacolo costante che egli cerca di frapporre alla espansione del Regno di Dio e alla conversione di ogni uomo. Piena consapevolezza che, evidentemente, devono per primi raggiungere i sacerdoti destinati a guidare e a formare il Popolo di Dio. Non si possono prendere le cose alla leggera in questo campo: «Non riconoscere l’esistenza del demonio e, di conseguenza, non presentarlo adeguatamente nella catechesi, significa correre il rischio di perdere la consapevolezza della natura profonda della fede e di non avere una visione adeguata su chi è Dio e chi è ogni uomo, ma anche su che cosa è la storia, con i suoi conflitti e le sue contraddizioni».

Per questo è buona cosa che ogni sacerdote conosca bene il testo del Nuovo Rituale. Perché se è vero che, per la parte che riguarda gli “esorcismi ufficiali”, è riservata a coloro che il vescovo ha prescelto, è anche vero che esso esorta a promuovere quelli che vengono chiamati “esorcismi invocativi”, cioè tutto quell’insieme di iniziative che fanno prevenzione, mantenendo il cuore in contatto con Dio. Tra cui, per esempio, il valore della preghiera in generale e del Padre Nostro in particolare: “liberaci dal male”. E poi, ancora in un serio ricupero del percorso sacramentale: battesimo e cresima frequentemente richiamati alla coscienza, sostenuti dalla confessione almeno mensile e dalla eucaristia. È quello che don Gino con semplicità, ma con fermezza, propone ai tanti che vanno da lui sempre più numerosi, spinti dalla paura del male fisico e morale dal quale si sentono assediati. E che, seguiti con amore e pazienza, avviati sulla via della Tradizione, ricuperano lucidità mentale e capacità progressiva di esercitare al bene la loro libertà. In una parola, ottengono quella guarigione del cuore che il Vangelo ci assicura.

Bibliografia

Don Gino Oliosi, Il demonio come essere personale. Una verità di fede, Fede & Cultura, Verona 2009.

Ma dove diavolo è finito Satana?

Avvertenza: faciloni astenersi da lettura. Perché chi pensa che il diavolo non esista dovrebbe rispolverare Charles Baudelaire: «La più grande astuzia del demonio è far credere che egli non esiste». Ma che fine ha fatto il Maligno nella teologia e nella predicazione? Tra gli scaffali Belzebù si è – in maniera variegata – ripresentato. Si trovano testimonianze di chi, per missione, si occupa di spiriti maligni.

Memorie di un esorcista (Piemme) è il nuovo titolo di padre Gabriele Amorth, intervistato da Marco Tosatti. Matt Baglio, cronista americano, ha da poco dato alle stampe Il Rito. Storia vera di un esorcista di oggi (Sperling&Kupfer). Gino Oliosi, esorcista di Verona, ha spiegato Il demonio come essere personale (Fede&Cultura). Io combatto il demonio gli fa eco don Ferruccio Sutto (Biblioteca dell’Immagine). Sutto afferma che in 13 anni ha ricevuto dal Triveneto 9 mila persone «che ritenevano di essere oggetto di attenzioni da parte di Satana».

Recente è l’agghiacciante resoconto A tu per tu con il diavolo. Una famiglia perseguitata dal maligno (San Paolo), opera di due autori anonimi. Più spirituale San Francesco di Sales e la sua lotta contro il diavolo di Gilles Jeanguenin (Paoline). Oggi sono circa 300 gli esorcisti in Italia: al Pontificio Ateneo Regina Apostolurum di Roma vi è un corso per allontanatori del Principe delle tenebre; proprio oggi a Palermo si apre un corso per esorcisti in Sicilia.

C’è chi del demonio si occupa scientificamente. Come padre Moreno Fiori, domenicano, specialista in satanismo, il cui ultimo lavoro è Spiritismo, satanismo, demonologia, edito da Aleph. Ed è Fiori, residente a Cagliari, a dar fuoco alle polveri: «La maggior parte dei libri recenti sulla demonologia non si possano ritenere di rilevante valore scientifico e di indiscutibile incidenza teologica». Come mai? «Molte di queste pubblicazioni sono di carattere divulgativo, con uno scarso apparato critico e una bibliografia spesso abborracciata. In alcuni casi poi, per esempio il teologo specializzato in demonologia Josè Antonio Fortea, redige il suo Trattato di Demonologia più completo al mondo (sic!) senza una nota critica né un riferimento al Magistero o ad opere precedenti. Il Trattato è presentato come un "libro che ci trasporta, in pieno XXI secolo, nell’universo ancestrale della possessione diabolica e ci insegna come affrontare e sconfiggere la parte più tenebrosa della Creazione". Come ritenere un’opera simile un trattato scientifico?».

Ma parlare del diavolo «fa male» alla fede? «Le pubblicazioni divulgative sul diavolo, demoni, possessioni ed esorcismi, possono fuorviare i lettori meno attenti e più semplici dal depositum fidei tramandato dal Magistero. Alcuni scritti contengono affermazioni contrarie alla dottrina della Chiesa: ad esempio la negazione dell’essere personale del diavolo, l’esasperazione del suo potere sull’uomo e nel mondo insinuano, con tale pandemonismo, perniciose credenze superstiziose che ingenerano paure».

Colpa del silenzio dal pulpito? Ovvero: quale prete parla del diavolo in un’omelia? «È vero, non si affronta questo tema che crea imbarazzo. Oppure lo si approccia in maniera retrò, non più consona al nostro tempo».

Don Chino Biscontin, docente di omiletica alla Facoltà teologica del Triveneto, è esplicito nel mettere in guardia da due estremi: «Negare l’esistenza del diavolo a causa della difficoltà postmoderna di pensarlo. Ed evitare una religione dualista per cui vi è una divinità maggiore, Dio, e una minore, il diavolo, con la sua autonomia. E invece il maligno, dopo la resurrezione di Cristo, non possiede l’autonomia di prima». Ma perché parlare di più del Maligno? «Per un guadagno: si possono sgravare le spalle degli uomini dalla responsabilità del male del mondo». Don Biscontin suggerisce un’idea: «Nell’iter teologico di formazione dei futuri preti l’insegnamento sul diavolo andrebbe reso autonomo, mentre oggi è inserito nell’antropologia teologica. Così i predicatori di domani eviteranno di dire fesserie». Ma in una predica come spiegare che il diavolo opera? «Quando si sente di adulti che schiavizzano i bambini come soldati in Africa, se si pensa alla violenza gratuita della guerra nei Balcani, in questo vedo il diavolo in azione come una forza più grande degli uomini».

Don Severino Dianich, tra i più noti teologi italiani, evidenza che «a livello teologico oggi la presentazione sul diavolo è corretta. Invece è squilibrata nell’opinione pubblica, dove tale interesse è cresciuto molto: esorcismi, esoterismo e mistero aggrovigliano molte persone, e questo è un serio problema». Dianich boccia l’ipotesi di corsi teologici ad hoc sul diavolo: «Si darebbe un’importanza sproporzionata a questo tema». Secondo don Dianich sono due le necessità impellenti: «Un’interpretazione teologica che butti acqua sul fuoco: bisogna parlare più di Dio che in Cristo ci ha liberati dal diavolo». E poi? «È necessaria una certa critica a questa tendenza esoterica, che alla fine è un dato gnostico: rappresenta un allontanamento dalla cristologia storica del fatto-Gesù».


E sull’inferno (o inferi) è bagarre fra i teologi


M
a Cristo discese agli inferi o all’inferno? Dove e quando è nato l’inferno ? Tentano di rispondere a questi (e altri) quesiti due recenti volumi sul regno delle tenebre. A fornire u­na panoramica diacronica in chiave teologica (e non solo: sono frequenti le incursioni in ambiti ci­nematografici e persino musicali) è il poderoso e documento testo di Herbert Vorgrimler, Storia del­l’Inferno
(Odoya, pagine 606, euro 24). Dove si ri­corda la certa fede nell’Inferno di George Bernanos («l’inferno è non amare più» scrive nel suo
Diario di un curato di campagna). Mentre il grande (e cat­tolico) Graham Greene (di cui si ricorda Il potere e la gloria), in un’intervista del 1989 diceva di «non credere, non aver mai creduto, nell’Inferno».
Successore di Karl Rahner all’università di Mün­­ster, Vorgrimler attraversa l’intera storia del cri­stianesimo per mostrare origine, sviluppo e decli­nazioni del concetto di inferno. E si scoprono non poche curiosità: che, ad esempio, nel quarto van­gelo, quello di Giovanni, «non c’è nessun Inferno»: tale testo evangelico «non presenta alcun tipo di minacce associate alla parola Inferno, né alcun ri­ferimento a una qualche punizione da subirvi tra i tormenti».
Ma chi (e quando e dove) matura la concezione «classica» del regno negativo dell’Oltre tomba? Vor­grimler individua nella città di Alessandria d’Egit­to «in quanto città di incontro tra greci, ebrei e cri­stiani » il luogo dove «i testi biblici venivano consi­derati insufficienti » e si arrivò « ad accettare e­spressioni improntate alla sete di sangue e a sentimenti sadici».

L’inferno esiste. La ve­rità negata
del teologo domenicano Giovanni Cavalcoli (Fede & Cul­tura, pagine 96, euro 9,50) non presenta la lungimirante docu­mentazione di Vor­grimler, ma indiretta­mente con lui polemiz­za su alcune posizioni. Ad esempio, il teologo Rahner: il domenicano ne è certo: «Per Rahner l’inferno non esiste in quanto dovrebbe com­portare l’assenza della grazia, che egli giudica inaccettabile». Ma Vor­grimler riporta un bra­no rahneriano di ben altra fattura: «Devo ca­pire che l’Inferno non solo esiste come qualsiasi altra cosa nel mondo, ma costituisce la mia vera possibilità esistenziale». Ancora: i due testi si distanziano su un altro pun­to. Ovvero, la questione se Cristo sia disceso agli in­feri o all’inferno. Cavalcoli propende per la prima: « Bisogna distinguere gli inferi dall’inferno. Cristo è disceso agli in­feri, non è disceso al­l’inferno. Scende nel­l’inferno chi muore in peccato mortale, ma essendo Cristo l’Inno­centissimo, puro da o­gni peccato, è assurdo e blasfemo, come sem­bra pensare Von Balthasar, che Cristo sia sceso all’inferno » . Vorgrimler invece sce­glie la seconda: «Biso­gna citare il Descensus Christi , la discesa di Gesù all’'Inferno' nel­l’atto della sua morte. Esso viene inteso in senso spaziale per gli stessi spiriti come un carcere».



Lorenzo Fazzini


© Copyright Avvenire 3 marzo 2010

Se un esorcista in Vaticano scopre di avere molto da fare

Roma. Satanisti in Vaticano? “Sì, anche
in Vaticano ci sono membri di sètte sataniche”.
E chi vi è coinvolto? Si tratta di
preti o di semplici laici? “Ci sono preti,
monsignori e anche cardinali!”. Mi perdoni,
don Gabriele, ma Lei come lo sa? “Lo
so dalle persone che me l’hanno potuto riferire
perché hanno avuto modo di saperlo
direttamente. Ed è una cosa ‘confessata’
più volte dal demonio stesso sotto obbedienza
durante gli esorcismi”. Il Papa
ne è informato? “Certo che ne è stato
informato! Ma fa quello che può. E’ una
cosa agghiacciante. Tenga presente poi
che Benedetto XVI è un Papa tedesco,
viene da una nazione decisamente avversa
a queste cose. In Germania infatti praticamente
non ci sono esorcisti, eppure il
Papa ci crede: ho avuto occasione di parlare
con lui tre volte, quando ancora era
prefetto della Congregazione per la dottrina
della fede. Altroché se ci crede! E ne
ha parlato esplicitamente in pubblico parecchie
volte. Ci ha ricevuto, come associazione
di esorcisti, ha fatto anche un bel
discorso, incoraggiandoci e elogiando il
nostro apostolato. E non dimentichiamo
che del diavolo e dell’esorcismo moltissimo
ne ha parlato anche Giovanni Paolo
II”. Allora è vero quello che diceva Paolo
VI: che il fumo di Satana è entrato nella
chiesa? “E’ vero, purtroppo, perché anche
nella chiesa ci sono adepti alle sètte sataniche.
Questo particolare del ‘fumo di Satana’
lo riferì Paolo VI il 29 giugno 1972.
Poi, siccome questa frase ha creato uno
scandalo enorme, il 15 novembre dello
stesso 1972 ha dedicato tutto un discorso
del mercoledì al demonio, con frasi fortissime.
Certo, ha rotto il ghiaccio, sollevando
un velo di silenzio e censura che
durava da troppo tempo, però non ha avuto
conseguenze pratiche. Ci voleva uno come
me, che non valeva niente, per spargere
l’allarme, per ottenere conseguenze
pratiche”.
Padre Gabriele Amorth è oggi uno dei
più grandi esorcisti a livello internazionale.
Svolge il proprio incarico nella città di
Roma. Nelle sue memorie raccolte da
Marco Tosatti in “Padre Amorth. Memorie
di un esorcista. La mia vita in lotta contro
Satana” (Piemme) è anzitutto una denuncia
alla chiesa che intende fare. Alla chiesa
e ai suoi vescovi: “Abbiamo moltissimi
preti e molti vescovi che purtroppo non
credono a Satana”, dice. E ancora: “Ci sono
nazioni intere senza esorcisti: la Germania,
l’Austria, la Svizzera, la Spagna, il
Portogallo… Molti vescovi non credono
nel demonio e arrivano addirittura a dire
in pubblico: l’inferno non esiste, il demonio
non esiste. Eppure Gesù nel Vangelo
ne parla abbondantemente per cui verrebbe
da dirsi, o non hanno mai letto il
Vangelo o non ci credono proprio!”.
Molti vescovi non credono nel demonio,
dunque. E, infatti, la battaglia di padre
Amorth è su due fronti: contro l’avversario
di sempre e contro il silenzio o l’incredulità
della chiesa: “Il codice di diritto
canonico dice che gli esorcisti dovrebbero
essere scelti fra il fior fiore del clero”,
spiega. E, invece, non avviene così.
Spesso i migliori sacerdoti sono destinati
dai vescovi ad altri incarichi. E quei pochi
esorcisti che ci sono hanno poca esperienza.
Dovrebbe essere l’opposto. Per tutti
dovrebbe verificarsi quanto capitò a
don Amorth: il cardinale Ugo Poletti lo affiancò
a padre Candido Amantini che da
quaranta anni era esorcista alla Scala
Santa. Dice don Amorth: “Devo a lui tutto
quello che so”. Racconta ancora don
Amorth: “Ci sono vari episodi che mi raccontava
padre Candido. Un giorno un sacerdote
gli disse chiaramente che non
credeva a nulla di tutto questo: demonio,
esorcismi e così via. Padre Candido replicò:
venga una volta ad assistere. Padre
Candido raccontò che questo sacerdote
stava con le mani in tasca, in piedi; alla
Scala Santa gli esorcismi li fanno in sacrestia,
e lui stava lì, con un’aria quasi di
disprezzo. A un certo punto il demonio si
è rivolto a lui e gli ha detto: tu non credi a
me ma alle femmine ci credi, eccome se ci
credi nelle femmine. Il sacerdote, cammi-
nando all’indietro, tutto vergognoso, ha
raggiunto la porta ed è filato via”.
Don Amorth riceve nel suo studio centinaia
di persone all’anno. Di queste soltanto
poche sono davvero possedute. La maggior
parte ha semplicemente gravi problemi
psichici e psichiatrici. Ma i posseduti ci
sono. Si presentano da don Amorth per essere
liberati. Lo fanno spontaneamente
seppure la “presenza” che si è impossessata
del loro corpo faccia di tutto perché
gli esorcismi non abbiano effetto.
Come avviene la possessione? La maggior
parte della gente rimane posseduta
dopo aver partecipato a messe nere o a riti
satanici. Dice don Amorth: “La principale
caratteristica delle messe nere è che
c’è il disprezzo dell’eucaristia. Nella vera
messa nera c’è una donna nuda che fa da
altare, e che dovrebbe essere vergine, e
viene violentata da quello che fa da sacerdote
e poi da tutti gli altri, dopodiché fra
di loro succede di tutto. Ossia diventa un
vero bordello. Per cui molti alla messa nera
ci vanno per il ‘dopo’, per il bordello”.
Don Amorth ha un metodo – che a volte
riesce altre no – per riconoscere se una
persona è davvero posseduta: l’acqua benedetta.
Ne parla raccontando di una
donna che gli chiese di essere esorcizzata.
Don Amorth non sapeva se si trattava
davvero di una possessione. Così preparò
sul tavolo due bicchieri, uno con acqua
comune e uno con acqua benedetta: “Le
offersi da bere l’acqua comune; mi ringraziò
e bevve. Alcuni minuti dopo le porsi
l’altro bicchiere, con l’acqua benedetta.
La bevve, ma questa volta il suo aspetto
cambiò di colpo: da bimba impaurita a
persona in collera. Scandendo le parole
con timbro di voce basso e forte, come se
un uomo parlasse dentro di lei, mi disse:
‘Ti credi furbo, prete!’. Ebbe così inizio la
preghiera di esorcismo e solo un’ora dopo,
compiuto il rito, avvenne la liberazione
in chiesa”.

© Copyright Il Foglio 25 febbraio 2010

IL BLOOM DEGLI ANGELI. All’inizio del nuovo millennio è cresciuta l’ossessione per le creature alate Ma in fondo è satana a sedurci

di Stefania Vitulli

Si comincia così, con una piccola
ferita. E si diventa raccapriccianti
quanto può esserlo un angelo. Non
più cherubini arcieri traboccanti di
piegoline adipose. Non più l’angelo
dentro di noi alla Wenders, telepate
di un quotidiano sciapo, infiltrazione
subliminale di trascendenza. Non più
giocose presenze riportate a trasferello
a immagine dei nostri cari scomparsi,
personaggi a metà tra zombie,
fantasmi e visioni, magari spaventosi
ma insomma, sotto sotto, gondolieri
della gran consolazione: la vita non finisce
col corpo mortale. L’angelo che
propinano oggi scrittori e sceneggiatori
è carnoso d’una carnosità maschia
e sessuata. Presente d’una presenza
che puzza, sporca, invade,
preoccupa. Deficitario più d’ogni altra
cosa di divino. Ingombrante come
un cane trovatello troppo cresciuto rispetto
alle attese di chi lo raccolse
dalla strada. Adottammo gli angeli
per farne una scintilla di grazia nel
pensiero occidentale abbrutito dalla
razionalità assolutizzata. E ci svegliamo
oggi circondati da saggi e romanzi
in cui gli angeli sono creature semiselvagge,
inarrestabili come centauri,
incomprensibili come bambini, innamorati
come teenager. In due parole,
creature pagane.
Si può cominciare, dicevamo, con
una piccola ferita. Nella minuscola
schiena bianca di un neonato. Il bimbo
perde sangue e macchia le lenzuola.
Poi due gobbucce sporgono al posto
delle scapole e intanto il carattere
si fa più irritabile, più irritabile di
quello di un qualsiasi bimbo che metta
i dentini. Ma quando al posto di
quelle protuberanze si palesano due
alucce da pollo ancora implumi, ecco
che il pensiero va subito alla trasformazione
angelica. Diventare angeli,
angeli materiali, è una malattia, suggeriva
“Ricky”, il film di François
Ozon di qualche mese fa. Avere ali è
vergogna e maledizione e librarsi solo
occasione di raduno per qualche telecronista
a corto di omicidi. Il baby-angelo
di Ozon non solo non riesce ad
entrare in contatto nemmeno con sua
madre, non solo assomiglia a una zanzara
gigante che terrorizza i clienti di
un supermercato, ma è davvero corpo
estraneo in un mondo tanto più normale
quanto più secolare, attento soltanto
alla mutazione, come se farsi angeli
potesse essere una nuova declinazione
di transgenderness.
Angeli, dunque. Dov’è la novità? Se
ne parlò molto, negli anni Novanta,
forse perché stava per avvicinarsi la fine
del millennio e sembrò necessario
compilare dei baedeker angelologici,
così da riconoscere eventualmente
quei custodi che ci avrebbero condotto
al di là nel giorno dell’Armageddon.
Guide, dovevano essere, e proliferarono
soprattutto negli Usa, ad opera di
healer specializzati in cherubinità, per
entrare in contatto con questi spiriti
alieni un po’ prima, farci riconoscere
per nome, cognome e aura, chiedere
una raccomandazione. E soprattutto
non confonderli, quell’ultimo giorno,
con i demoni. Ma ora che anche in Italia
possiamo dare un’occhiata ad “Angeli
caduti” (Bollati Boringhieri), il
nuovo breve saggio del professor Harold
Bloom che sottolinea come nel disinvolto
melting pot del sacro che pratichiamo
ormai con convinzione, ci
eravamo dimenticati che angeli e demoni,
nonostante quel che ha cercato
di farci credere Dan Brown, ci possono
ingannare sempre e ci inganneranno
quell’ultimo giorno e molti altri, la
questione si fa, per così dire, accademica,
anzi canonica.
“All’approssimarsi del nuovo millennio
la nostra ossessione per gli angeli
si è intensificata. Questi angeli popolari
sono benigni, direi banali, quasi
insipidi” attacca Bloom nelle prime
pagine del suo volumetto, che nell’edizione
americana è pregevolmente illustrato
con coloratissime “Illuminations”
di angeli e umani a cura di
Mark Podwal. “Per la maggior parte di
noi, l’angelo caduto per antonomasia è
Satana, o il Diavolo, la cui iniziale storia
letteraria è decisamente in contrasto
con la sua perdurante celebrità…
Il Libro di Giobbe esordisce con un
angelo chiamato ‘il satana’ – una specie
di pubblico ministero di Dio, o denunciatore
dei peccati – che entra alla
corte divina e fa una scommessa con
Dio… Il primo Satana, quello di Giobbe,
sembra il capo dei Servizi Segreti
di Dio, e promette molto male per il
povero Giobbe… Nella Bibbia ebraica
dunque appare la parola satan, ma decisamente
non appare Satana – angelo
caduto, diavolo e principe dei demoni.
Il Satana vero e proprio, quello che acquista
un ruolo cruciale nella cristianità,
non ha origini ebraiche ma persiane,
fu un’invenzione di Zoroastro
(Zaratustra), dunque anteriore di oltre
mille anni l’epoca del Gesù storico”.
Se tutto ciò che manca di divino è demoniaco,
atroce è quando non riusciamo
più a distinguere, in una creatura,
le componenti approvate dal Padre e
quelle suggerite da Mammona. Dall’incipit
di Bloom si evince ancor più che
il ruolo di Satana stesso come rovescio
della medaglia angelica è un’invenzione
satanica (“Vanità, il mio peccato
preferito” serpentava Al Pacino-Anticristo
nell’ultima inquadratura de
“L’avvocato del diavolo”). Il principe
dei demoni non è un angelo caduto o
almeno non secondo la tradizione cristiana.
E dunque perché non lo trattiamo
come qualsiasi altro orco, gnomo,
mago o eretico? Perché attribuiamo ai
demoni discendenze angeliche?
“Satana – grandioso amalgama di
angelo caduto, demone e diavolo – ci
disturba poiché avvertiamo quanto intima
sia la nostra relazione con lui”,
spiega il più grande critico letterario
americano vivente. “Ho il sospetto che
tutti noi, senza eccezioni e senza distinzioni,
abbiamo atteggiamenti molto
ambigui nei confronti dell’idea di
angelo caduto – molto più ambigui, comunque,
che verso quella di diavolo,
per non parlare di quella di demone e
demonio”. Secondo Bloom, se qualcuno
ci dice: “Sei un diavolo!”, o ci descrive
come “un diavolo d’uomo” oppure
“diavolo d’una donna”, non sempre
ci offendiamo, ma comunque proviamo
un certo disagio. Forse dovuto
all’impressione, o alla dottrina, che
apparire come un diavolo significhi
anche essere in qualche modo “posseduti”
da una forza che non possiamo
controllare e dunque compiere prima
o poi, anche se “simpaticamente”,
azioni malvagie. Ma il creatore del
“canone occidentale” sostiene che si
verifichi una reazione sorprendente,
eppure comune, nel caso che invece ci
sentiamo definire “angeli caduti”:
“Non conosco molte persone – personaggi
letterari o della vita reale – che
non siano lusingate se viene loro attribuita
la qualifica di ‘angelo caduto’.
L’espressione ‘angelo caduto’, anche
se dal punto di vista teologico è identica
a ‘diavolo’ e in certi casi a ‘demone’,
conserva un pathos, una dignità e
un fascino singolari. In un certo senso
l’aggettivo qualificativo non cancella
il sostantivo: seppure caduto, resta
pur sempre un angelo”.
Certi angeli oggi cominciano con
una piccola ferita. Altri spostando oggetti
e facendo di tutto pur di rendersi
visibili, carnali. Appunto, carnali: questa
sembra essere l’aspirazione degli
angeli contemporanei. Non messaggeri,
non tramiti con Dio, non salvatori di
anime smarrite, ma sperimentatori,
anche infinitesimali, di terrestrità. E
senza le lagne degli angeli anni Ottanta
e Novanta, che nei film e nei libri
scendevano in terra e non volevano
più risalire. Ma con passione, visceralità
e noncuranza che ci assomigliano
troppo per non essere nostre, di noi
che non osiamo più nemmeno immaginarlo,
figuriamoci indagarlo, il sovrannaturale,
e perciò sempre più lo riduciamo
a nostra somiglianza: “Gli angeli
– caduti o meno – hanno per me un
significato solo se rappresentano qualcosa
che era nostro e che abbiamo il
potenziale di ridiventare” chiosa ancora
Bloom nel suo saggio. “Coloro che
definiamo schizofrenici erano un tempo
chiamati angeli: forse dovrebbe essere
ancora così, benché questo certamente
non significhi che la malattia
mentale sia un mito, o non si debbano
trovare le cure adatte. L’alterità è l’essenza
degli angeli; ma è anche la nostra.
Il Museo Vaticano colleziona angeli.
Ciò che il Vaticano e la religione
americana non accetterebbero è la
mia crescente convinzione che tutti gli
angeli, considerati dalla prospettiva
dell’essere umano – che è poi la prospettiva
shakespeariana –, siano ormai
necessariamente angeli caduti. Ogni
angelo è terrificante, scriveva il poeta
Rilke, che non si era trovato di fronte
a uno schermo sul quale saltella l’angelo
John Travolta”.
E’ dunque questo il motivo per cui
le rappresentazioni d’angeli che ci
circondano in questa fine degli anni
Dieci son così umani e carnali. Carnali
e baciabili, infine. Da un bacio nascono
i vampiri di “Twilight” e tutta
la generazione che li idolatra. E solo
fino ad un bacio arrivano gli angeli di
Elizabeth Chandler, che stanno per
sostituirli tra i teenager nell’immaginario
anglosassone (non è che di vampiri
non si fosse mai parlato. La novità
è stata metterli tra noi, belli come
noi e desiderosi d’essere noi. Renderli
noi. Irriconoscibili come vampiri e
dunque baciabili, appunto). Come
teenager gli angeli custodi da un milione
di copie del suo “Baciata da un
angelo” – in Italia è appena uscito il
secondo volume della trilogia per
Newton Compton – sono passibili
d’essere oggetto d’un amore che non
muore e come teenager hanno una
missione impossibile, una missione
che appena il Paradiso si allontana
lascia spazio al flirt.
Quale abisso rispetto agli angeli della
patristica e della scolastica, individuati
dallo pseudo-Dionigi a Tommaso
come ministri del mondo e dimenticati
nelle narrazioni come si dimenticano
gli anonimi burocrati che reggono
anagrafici destini compilando carte
come le Parche cuciono: “Non soltanto
la trattazione più ampia che Tommaso
dedica all’angelologia è parte integrante
della sezione della ‘Summa
theologica’ dedicata al governo del
mondo” spiega Giorgio Agamben nell’introduzione
al suo nuovo “Angeli”
(Neri Pozza), duemila pagine di saggio
che risarciscono quella schiera di esseri
alati burocrazia celeste e milizia
divina ormai così lontani dalla nostra
sensibilità angelologica, “ma gli stessi
nomi delle gerarchie angeliche coincidono
fin dall’inizio in buona parte con
la terminologia del potere: “Dominazioni,
principati, potestà, troni”; non
solo il trattato dello pseudo-Dionigi sugli
angeli s’intitola “Del sacro potere
(tale è il senso originario della parola
“gerarchia”) celeste”, ma le stesse gerarchie
del potere terreno, tanto ecclesiastico
che profano, si presentano
puntualmente come un’imitazione di
quelle angeliche. La stessa terminologia
della pubblica amministrazione
moderna trova nell’angelologia la sua
prima formulazione a proposito degli
“uffici”, dei “ministeri” e delle “missioni”
dei funzionari celesti: non solo
il concetto di gerarchia è un’invenzione
dello pseudo-Dionigi, ma anche il
termine “ministero” assume per la prima
volta il significato moderno di “insieme
degli uffici e dei funzionari” in
una lettera di san Girolamo, in cui egli
chiede: “Quando Dio ha posto in essere
i troni, le dominazioni, le potestà,
gli angeli e tutto il ministero celeste”.
Gli angeli che oggi raccontiamo caduti
(a Los Angeles, dove sennò?) ci
obbligano invece a distinguerli subito
per ferite grandi, e gesti sanguinari.
Come accade nel supernatural action
thriller “Legion”, il film con Paul Bettany-
arcangelo Michele appena uscito
negli Usa guadagnandosi la “R” per
scene e linguaggio violenti, che da noi
arriverà il 12 marzo. Un arcangelo leader
di guerrieri umani, che sul manifesto
regge un pugnale nella destra e
un mitra nella sinistra. Un arcangelo
da palestra, con una tartaruga di muscoli
molto più eccitante delle ali. Un
arcangelo ribelle, che alla volontà punitrice
di un dio precristiano che ha
perso fiducia nel genere umano (in
realtà la sceneggiatura direbbe più o
meno “Un dio sfinito da tutte le nostre
stronzate”) e del suo arcangelo antagonista
e vendicatore Gabriele, spedito
sulla Terra a far di noi carne da macello,
decide di opporre una volontà
troppo umana e di proteggere dalla
furia del Padre una donna incinta che
porterebbe in grembo il Messia.
Il protoangelo caduto che ha aperto
la strada a questa nuova schiera, in
cui delle ali si sente il battito pesante
e il palpito animale, in cui le piume
non sono bianche e per la prima volta
si pensa che dentro vi scorre il sangue,
in cui l’angelo ha sesso, fa sesso e
cerca sesso, è stato senz’altro quello
concepito da Tony Kushner per i suoi
“Angels in America”, classico degli
anni Novanta che a rivedersi oggi risulta
non solo apripista di un’angelicità
bestiale, ma voragine centripeta
di umori e secrezioni di migliaia di
corpi umani malati e dunque “caduti”,
alla vita e alla speranza: “Angels
in America (1992) di Tony Kushner è
l’esempio più recente di che cosa significhi
dire che noi tutti siamo angeli
caduti” scrive Bloom. “Gli angeli di
Kushner sono stati abbandonati da
Dio e decidono di fargli causa per diserzione.
Sfortunatamente per noi,
Dio ingaggia come avvocato difensore
il satanico Roy Cohn (di nuovo Al Pacino,
nella versione cinematografica,
ndr), e così gli angeli perdono la causa.
Come parabola della nostra attuale
situazione, la visione di Kushner è
magnificamente appropriata”
Ma ancora da più lontano cadono
gli angeli fatti di fiction e poesia, sebbene
poi di questo precipitare si sia
persa la rotta per quasi due puritanissimi
secoli. Meravigliosamente ambiguo,
incestuoso, sadomasochista, omosessuale
e fatale per le donne: è a Byron
che Bloom fa risalire il vero, il nobile
“fallen angel”. Morì a trentasei
anni mentre capitanava la rivolta di
un gruppo di briganti, ma rivisse in
migliaia di volti e gesti e specchi decadenti
e diabolici, non ultimi, sempre
secondo Bloom, quelli delle rockstar
inglesi, parodie spesso inconsapevoli
del poeta che spiegò ottenebranti e
carismatiche ali miltoniane sulla sua
vita e sulla sua morte.
Sminuire il fascino di Satana è un
altro dei compiti di maestro Bloom:
non è granché, né per imprese, né per
rilevanza nelle scritture. La verità è
che noi cattolici abbiamo “bisogno” di
lui, tanto più quanto siamo più ortodossi
(per i particolarmente rigidi, si
consiglia un’occhiata a “666. Io sono il
diavolo”, bestseller british di Glen
Duncan tradotto da Newton Compton
che sta per diventare “I, Lucifer”, film
di Dan Harris con un papabile Ewan
McGregor protagonista: Dio dà al diavolo
un’ultima possibilità di redezione
sulla terra e il diavolo, naturalmente,
si monta la testa e si sente subito
umano). Adamo, prosegue Bloom, era
un angelo caduto ben più grande di
Satana ed è quella la discendenza che
ci assomiglia così tanto agli angeli caduti.
A loro per la carne, “agli angeli
per l’intelligenza”, come scriveva
Shakespeare. A loro per il peccato,
agli angeli per la poesia. E così gli angeli
ci proteggono, mentre gli angeli
caduti ci stanno accanto, sprezzanti e
muscolari, potentissimi e inerti alla
salvazione. Sgradevoli, inopportuni,
peccatori. E lo spavento che ci fanno è
il ricordo che risvegliano, la nostra
mortalità. Come conclude Bloom: “I
nostri impulsi più creativi ci spingono
verso un confronto con lo specchio
della natura, dove contempliamo la
nostra immagine, ce ne innamoriamo,
e ben presto prendiamo coscienza
della morte. Sebbene io attribuisca a
tale angelicismo il carattere della ‘caduta’,
esso è la condizione inevitabile
ogniqualvolta cerchiamo di creare
qualche cosa di nostro, si tratti di un
libro, di un matrimonio, di una famiglia,
dell’opera di una vita”.

Il Foglio 13 febbraio 2010

Il tema del Demonio in Joseph Ratzinger. “Dogma e predicazione”, pp. 189-197



Il Card. Ratzinger argomenta una riposta ad H. Haag, offrendo nello stesso tempo il criterio di come utilizzare positivamente il metodo storico - critico in un orizzonte, però, propriamente teologico cioè di fede.
Tesi di H. Haag:
  • “Noi abbiamo compreso che nel Nuovo Testamento il concetto di diavolo sta semplicemente al posto del concetto di peccato”.
  • Il diavolo altro non è che l’immagine del peccato in una visione del mondo che facilmente accettava l’azione di esseri invisibili negativi.
  • Haag critica Paolo come uno che legge la Scrittura in modo troppo letterale e che ancora non si è liberato da vecchi pregiudizi culturali passati.
  • “Nel significato delle forme giudaiche di pensiero di allora il diavolo appare nel Nuovo testamento come l’esponente del male. Gesù e gli apostoli si muovono entro queste forme di pensiero allo stesso modo del loro ambiente”.
  • Questa forma di vedere (che accetta i demoni come realtà esistenti) “non è più conciliabile con la mentalità secolarizzata contemporanea e quindi, va rifiutata”.


Risposta del Card. Ratzinger:
  • Non si può negare la massiccia testimonianza sul diavolo del Nuovo Testamento.
  • La negazione di Haag non poggia su criteri interni esegetici ai testi dell’Antico Testamento, ma su un criterio esterno: “questo modo di pensare non è conciliabile con i criteri odierni”.
  • In realtà molte forme di pensiero del Nuovo testamento non sono più conciliabili con il pensiero odierno. Forse anche la stessa idea di Dio è per alcuni inconciliabile con il mondo contemporaneo di pensare. Dobbiamo allora rinunciare alla fede in Dio, assolutizzando la mentalità contemporanea?
  • C’è talvolta la paura di “altri casi Galileo”. Ma spesso sono molto più dannosi per la Chiesa criteri conformistici.


L’Antico Testamento ha solo valore in unione con il Nuovo e il Nuovo Testamento dischiude il suo contenuto nel suo riferirsi all’Antico. Ad es. Genesi 1,1 va letto alla luce di Gv 1,1: “All’inizio era il Verbo”, la Ragione creativa personale: lettura cristologica della creazione. Nel Nuovo Testamento si trova una intensificazione della figura del diavolo e la ragione è che l’Antico Testamento vuole salvaguardare la fede monoteista dal rischio di una fede in potenze demoniache.
La lotta contro il diavolo appartiene al nucleo della vita religiosa di Gesù. Egli è venuto a distruggere le opere del diavolo (1 Gv 3,8). Ritiene la lotta contro i demoni la parte centrale della sua missione (Mc 1,35-39). Gli Apostoli sono inviati a cacciare i demoni (Mc 3, 14s). “La figura di Gesù - argomenta Ratzinger -, la sua fisionomia spirituale non cambia se il sole gira intorno alla terra oppure se la terra si muove attorno al sole, se il mondo è formato per evoluzione oppure no, ma viene decisamente cambiata, se si esclude da essa la lotta con la sperimentata potenza del regno dei demoni”.
Il Battesimo cristiano introduce l’uomo nel modo di esistenza di Gesù come figli nel Figlio per opera dello Spirito Santo e nel Battesimo, come nella Cresima, si richiede una esplicita rinuncia a Satana. “Se si volesse - sempre Ratzinger - annullare la realtà della potenza demoniaca, si cambierebbe il battesimo e con esso la realizzazione della vita cristiana (p.185). L’esperienza dei santi parla di questa lotta con i demoni come in Gesù, descritta in forme diverse.
Nella richiesta quotidiana del Padre nostro, c’è “liberaci dal male-Maligno”. Il diavolo vuole ostacolare il disegno di Dio e della sua opera di salvezza e ognuno ne fa quotidianamente esperienza. Chi si affida a Dio non teme il diavolo. Cristo sulla croce ha vinto in modo definitivo il diavolo. La Chiesa partecipa alla vittoria di Cristo sul diavolo: “La Chiesa esercita tale potere vittorioso mediante la fede in Cristo e la preghiera, che in casi speciali può assumere la forma di esorcismo” (Giovanni Paolo II). La storia continua sotto l’influsso dello spirito ribelle (Ef 2,2) e “man mano che se ne avvicina il termine, diventa in certo senso, più violenta”. Ma il trionfo definitivo è dalla parte di Cristo.


Gli Apostoli e i discepoli di Gesù, all’origine della Chiesa, annunciatori del bene ed esorcisti del male
L’insegnamento della Chiesa sulla presenza del male richiede da noi la fede in Dio, Signore del mondo e della storia, accompagnata dalla convinzione che le vie della sua provvidenza, da cui viene solo il bene, spesso ci rimangono sconosciute: “Solo alla fine, quando avrà termine la nostra conoscenza imperfetta e vedremo Dio “faccia a faccia” (1 Cor 13, 12), conosceremo pienamente le vie lungo le quali, anche attraverso i drammi del male e del peccato, Dio avrà condotto la sua creazione fino al riposo di quel Sabato definitivo, in vista del quale ha creato il cielo e la terra” (CCC 314).
Benedetto XVI nel suo libro Gesù di Nazaret, ha affrontato due volte il tema del male, offrendoci una straordinaria pagina di lettura attualizzante della Scrittura e dell’insegnamento di Gesù al riguardo.
Parlando della chiamata dei Dodici, il Papa rivela che Gesù istituisce i Dodici, la Chiesa con una duplice destinazione: per stare con Lui e quindi per mandarli ad annunciare il bene ed esorcizzare cioè liberare dal male: “Devono stare con Lui per conoscerlo; per giungere a quella conoscenza di Lui che non poteva dischiudersi alla “gente”, che lo vedeva solo dall’esterno e Lo considerava un profeta, un grande della storia delle religioni, ma non poteva percepire la sua unicità (Mt 16,13ss). I Dodici devono stare con Lui per conoscere Gesù nel suo essere uno con il Padre e poter così diventare testimoni del suo mistero. Devono essere stati con Lui - come dirà Pietro prima dell’elezione di Mattia - “per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi” (At 1.8.21). Verrebbe da dire: dalla comunanza esteriore devono arrivare alla comunione interiore con Gesù” (pp. 206-207).
“Diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità” (Mt 10,1). Il primo incarico è quello di predicare: donare agli uomini la luce della Parola, il messaggio di Gesù. Gli apostoli sono innanzitutto evangelisti” (p. 207).
Lo stare con Gesù, allora nella sua fase terrena oggi da crocifisso risorto, prepara i discepoli alla missione, perché essere con Gesù, lasciarci assimilare a Lui nell’amore comporta la dinamica della missione. E la finalità di questa missione è l’annuncio del Vangelo, far incontrare sacramentalmente, liturgicamente, la Persona del Risorto con il conseguente dono dello Spirito, con il potere di scacciare i demoni cioè esorcizzare, liberare dal male: “Diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e di infermità” (Mt. 10,1). Prega e curati! Non pregare soltanto occorre anche curarsi, non solo curarsi ma anche pregare!
Il primo incarico è quello di donare agli uomini Gesù che parla e la possibilità sacramentale di incontrarlo col dono dello Spirito del Risorto. Quindi gli apostoli sono tutti evangelisti e sacerdoti. E la Persona del risorto che parla attraverso il loro annuncio, la mediazione della Scrittura per giungere all’incontro sacramentale e quindi al dono dello Spirito del Risorto, oltre che illuminare la mente con la verità del Dio vivente che parla e agisce qui e ora come parlava e agiva allora, è anche una lotta contro il male da ogni parte venga: “Poiché il mondo è dominato dalle potenze del male, questo annuncio è allo stesso tempo una lotta contro queste potenze. “I messaggeri di Gesù mirano, al suo seguito, ad una esorcizzazione (o liberazione) del mondo, alla formazione di una nuova forma di vita nello Spirito Santo, che liberi dall’ossessione diabolica. Di fatto, il mondo antico ha vissuto l’irruzione della fede cristiana come liberazione dalla paura dei demoni, una paura che nonostante lo scetticismo e l’illuminismo dominava tutto; e lo stesso accade anche oggi ovunque il cristianesimo prende il posto delle antiche religioni tribali e, trasformando i loro elementi positivi, li assume in sé. Si sente tutto l’impeto di questa irruzione nelle parole di Paolo, quando dice: “Nessuno è Dio se non uno solo. E in realtà, anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo sia sulla terra, e difatti ci sono molti dèi e molti signori, per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per Lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per Lui” (1 Cor 8,4ss). In queste parole c’è un potere liberatorio - il grande esorcismo che purifica il mondo. Per quanti dèi possano fluttuare nel mondo - Dio è uno solo e uno solo è il Signore. Se apparteniamo a Lui, tutto il resto non ha più potere, perde lo splendore della divinità” (pp. 207-208).
“Esorcizzare” per Benedetto XVI significa collocare il mondo nella luce della retta ratio che proviene dall’eterna Ragione creatrice e risanatrice attraverso soprattutto la preghiera: “San Paolo nella Lettera agli Efesini, ha descritto una volta, da un’altra prospettiva, questo carattere esorcistico (liberatorio) del cristianesimo, dicendo: “Attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza! Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Ef 6,10-12). Heinrich Schlier ha spiegato così questa rappresentazione della lotta del cristiano, che oggi ci appare sorprendente o anche strana: “I nemici non sono questo o quell’altro e nemmeno io stesso, non sono carne e sangue (…), il contrasto va più nel profondo. Si rivolge contro una quantità innumerevole di nemici che sono instancabilmente all’attacco, avversari non ben definibili che non hanno veri nomi, ma solo denominazioni collettive; sono anche a priori superiori all’uomo e questo per la loro posizione superiore, per la loro posizione “nei cieli” dell’esistenza, superiori anche per l’impenetrabilità e l’inattaccabilità della loro posizione. La loro posizione è, appunto, “l’atmosfera” dell’esistenza, una atmosfera che essi stessi diffondono intorno a sé, essendo infine tutti ricolmi di una malvagità sostanziale e mortale” (p. 291).
Il Papa parla di una atmosfera malvagia per cui è assurdo pensare a Dio; è assurdo osservare i comandamenti di Dio; è superstizione pensare al demonio, a preghiere di liberazione; sono cose del passato. Vale soltanto vivere la vita per sé. Prendere in questo breve momento della vita tutto quanto ci è possibile prendere. Vale solo il consumo, l’egoismo, il divertimento. Questa è la vita. Così dobbiamo vivere poiché siamo un semplice prodotto della natura, e come tale non realmente libero e suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. L’etica viene ricondotta al relativismo e all’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso. Il male oggi non è solo azione di singoli o di gruppi ben individuabili, non proviene solo dai limiti della natura corporea, psichica, ma proviene da centrali oscure, da laboratori di opinioni false, da potenze anonime che martellano le nostre menti con messaggi falsi potenziati dai mass media, giudicando ridicolo e retrogrado un comportamento non solo conforme al Vangelo ma anche semplicemente religioso. Quale urgenza di esorcizzare, di liberare il mondo per quella speranza di cui non possiamo far a meno.
“E chi non vedrebbe che ci sono avvelenamenti mondiali del clima spirituale che minacciano l’umanità nella sua dignità, addirittura nella sua esistenza? La singola persona, anzi, le stesse comunità umane sembrano irrimediabilmente abbandonate all’azione di queste potenze. Il cristiano sa che, da solo, neppure lui può riuscire a dominare questa minaccia. Ma nella fede, nella comunione con l’unico vero Signore del mondo, gli è donata “l’armatura di Dio”, con cui - nella comunione dell’intero Corpo di Cristo (che è la Chiesa) - può opporsi a queste potenze, sapendo che il Signore ci restituisce nella fede l’aria depurata da respirare - il soffio del Creatore, il soffio dello Spirito Santo, nel quale soltanto il mondo può essere risanato” (p.210).
Oltre il compito di esorcizzare o liberare da questo potere malefico satanico, i discepoli hanno anche la missione di guarire ogni sorta di malattie e infermità (Mt 10,1), pregando e curando. Il cristianesimo ha anche una componente terapeutica, di guarigione dal male fisico: “Il potere di scacciare i demoni e di liberare il mondo dalla loro oscura minaccia in vista dell’unico e vero Dio - questo potere esclude al contempo ogni concezione magica della guarigione, in cui si cerca di servirsi proprio di queste potenze misteriose. Le guarigione magiche sono sempre legate anche all’arte di volgere il male contro il prossimo e di mettergli i “demoni” contro. Signoria di Dio, regno di Dio significa propriamente l’esautoramento di queste forze mediante il sopraggiungere dell’unico Dio, che è buono, il Bene in persona” (p. 211).

La preghiera del cristiano: “Ma liberaci dal male-Maligno”
La preghiera del cristiano, “questione di vita o di morte”, è l’invocazione al Padre misericordioso di essere liberati cioè esorcizzati dal male e dal tentatore, che è il maligno. Come Gesù, anche il cristiano è soggetto alla tentazione, agli assalti quotidiani e alle persecuzioni a lungo termine del drago dell’Apocalisse (cap. 12-13), della “bestia” uscita dal mare, salita dagli oscuri abissi del male, con gli attributi del potere politico assoluto.
Per non essere ingoiati da questo moloch vorace e maligno, il cristiano deve pregare con tutte le sue forze: Signore, liberaci dal male, liberaci dal maligno.
A questo proposito - sottolinea mons. Angelo Amato in un suo intervento pubblicato in Cristianità,n. 341-341, da cui abbiamo tratto queste riflessioni -, nel capitolo quinto del suo libro, il Papa annota: “Anche se l’impero romano e le sue ideologie non esistono più - quanto è ancora attuale tutto ciò! Anche oggi ci sono, da un lato, le potenze del mercato, del traffico di armi, di droghe e di uomini - potenze che gravano sul mondo e trascinano l’umanità in vincoli ai quali non ci si può sottrarre. Anche oggi c’è, dall’altro lato, l’ideologia del successo, del benessere, che ci dice: Dio è solo una finzione, ci fa solo perdere tempo e ci toglie la voglia di vivere. Non ti preoccupare di Lui! Cerca da solo di carpire la vita quanto puoi! Anche a queste tentazioni sembra impossibile sottrarsi. Il Padre nostro nella sua interezza, e questa domanda in particolare, vogliono dirci: solo quando hai perduto Dio, hai perduto te stesso; allora sei ormai soltanto un prodotto casuale dell’evoluzione. Allora il “drago” ha vinto davvero. Finché egli non riesce a strapparti da Dio, tu, nonostante tutte le sventure che ti minacciano, sei ancora rimasto intimamente sano…Questo dunque chiediamo nel più profondo: che non venga strappata la fede che ci fa vedere Dio, che ci unisce a Cristo. Chiediamo che per i beni non perdiamo il Bene stesso; che anche nella perdita dei beni non vada perso per noi il Bene, Dio; che non andiamo persi noi: liberaci dal male!” (pp. 198-199). Il Papa si richiama al commento del Padre nostro di san Cipriano, il vescovo martire, che dovette sostenere di persona la situazione descritta nell’Apocalisse: “Quando diciamo “liberaci dal male”, non resta niente che dovremmo ancora oltre ciò chiedere. Una volta ottenuta la protezione chiesta contro il male, noi siamo sicuri e custoditi contro tutto ciò che diavolo e mondo possono mettere in atto. Quale paura potrebbe ancora sorgere dal mondo per colui, il cui protettore nel mondo è Dio stesso?” (p. 199).
E’ la fiducia che ha sostenuto i martiri e che san Paolo ha espresso con queste straordinarie parole: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?...Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?...In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,31-39).
Nella preghiera quindi oltre a confermare la nostra obbedienza alla sua divina volontà, noi chiediamo al Padre celeste anche di porre un limite alle tribolazioni e ai mali che devastano il mondo e la nostra vita. Anzi nella liturgia romana, questa domanda “liberaci dal male”viene ulteriormente ampliata e specificata: “Liberaci, o Signore, da tutti i mali, passati, presenti e futuri. Per l’intercessione di tutti i santi, concedi la pace ai nostri giorni, affinché, con l’aiuto della tua misericordia, viviamo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento”.
Conclude il Papa: “Si percepisce l’eco delle necessità in tempi turbolenti, si percepisce il grido per una redenzione completa. Questo “embolismo”, con cui nelle liturgie viene rafforzata l’ultima domanda del Padre nostro, mostra l’aspetto umano della Chiesa. Sì, noi possiamo, noi dobbiamo pregare il Signore anche di esorcizzare cioè di liberare il mondo, noi stessi e i molti uomini e popoli sofferenti dalle tribolazioni che rendono la vita quasi insopportabile” (p. 200).


La libertà dalla paura dei demoni portata dal cristianesimo
In occasione del IX Convegno Internazionale degli esorcisti a Collevalenza dal 14 al 18 luglio 2008 risuonano profetiche e ammonitrici le parole dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, oggi papa Benedetto XVI: “La cultura atea dell’Occidente moderno vive ancora grazie alla libertà dalla paura dei demoni portata dal cristianesimo. Ma, se questa luce redentrice del Cristo dovesse spegnersi, pur con tutta la sua sapienza e con tutta la sua tecnologia, il mondo ricadrebbe nel terrore e nella disperazione: ci sono segni di questo ritorno di forze oscure, mentre crescono nel mondo secolarizzato i culti satanici”.
Perché oggi si irride chi parla di Satana e dell’Inferno, di esorcismi e di preghiere di liberazione ma si affollano come non mai maghi e astrologhi, sette sataniche ed esoteriche?
Possiamo affermare che, grazie alla presenza ecclesiale, sacramentale della Persona di Gesù Cristo risorto e alla sua potenza operante nella preghiera di liberazione e negli esorcismi, la cultura dell’Occidente è stata liberata sia dalla paura, sia dal dominio dei demoni che Egli è venuto a debellare e a sconfiggere. Chi vuole che non si parli più di Satana e di diavoli, di preghiere di liberazione e di esorcismi, anzi che non vengano più praticati, data la cultura secolarizzata, in realtà favorisce nuovamente il diffondersi di una cultura di paura e di dominio di Satana, dal quale Cristo è venuto a liberarci insegnandoci a pregare ogni giorno, soprattutto nella celebrazione eucaristica: non indurci, non abbandonarci nella tentazione, liberaci dal Male-Maligno. Nella preghiera di liberazione di tutti i sacramenti, della confessione in particolare, negli esorcismi sacramentali, il potere delle tenebre è annientato da Colui che è la vera luce e la vera pace del mondo. Ecco perché la preghiera di liberazione, l’attività esorcistica è per Gesù un’attività di estrema importanza: sciogliendo l’umanità dalla schiavitù di Satana, Cristo che era esorcista e il Vangelo documenta numerose liberazioni che egli ha operato a beneficio degli indemoniati dando agli apostoli il potere di cacciare i demoni, dimostra, infatti, di essere il Signore della vita attraverso il dono di Lui risorto cioè lo Spirito santo, immagine dello splendore del Padre, il Liberatore e il Redentore degli uomini. Questa è la visione obiettivamente cristiana della vita di ogni uomo e della storia; “ora - scrive mons. Luigi Negri nella Prefazione al libro di Francesco Bamonte Gli Angeli Ribelli che consiglia a tutti, ai sacerdoti in particolare -, non c’è concezione cristiana esatta della vita dell’uomo e della storia cristiana se si oblitera un particolare fondamentale come quello del centro dell’opposizione all’avvenimento di Cristo che permane nella storia, non più certo, con la possibilità di vincere che ha avuto prima dell’incarnazione del Signore, ma per la possibilità che egli largamente esercita di contestare e rendere difficoltosa l’affermazione della gloria di Cristo risorto nella storia… Con la paura del devozionismo, dello psicologismo, del riduzionismo spirituale … noi corriamo il rischio di perdere la natura profonda e cattolica della fede e di non averne una visione adeguata; proprio l’assenza di questa visione adeguata ci rende poi particolarmente vulnerabili nei confronti della storia. Non è un caso che sia questa difficoltà di tipo culturale ad avere chiaro il valore di Satana e della sua azione contro Cristo e contro il mondo, che rende poi il popolo cristiano così subalterno a questo tremendo proliferare di sette deviate, di forme deviate di cristianesimo fino a un satanismo a buon mercato che comunque è un satanismo che si sta diffondendo a larghissime ondate e che condiziona certamente la vita dei giovani italiani, almeno tanto quanto la tradizione cristiana”. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda che l’esistenza degli angeli e dei demoni “è una verità di fede”. La testimonianza della Sacra Scrittura è tanto chiara quanto l’unanimità della Tradizione (CCC 328). Il Magistero ecclesiastico su questi problemi è stato capace di conservare una continuità dinamica o Tradizione, valorizzando argomentazioni diverse e una straordinaria unità intellettuale e morale come ha saputo sintetizzare C. Vagaggini ne Il senso teologico della liturgia, pp. 303-304: “Concretamente e storicamente parlando, il male morale e fisico si è abbattuto sull’uomo non già per semplice effetto della sua disobbedienza, ma per effetto della volontà dell’uomo stesso dietro l’istigazione e l’influsso di Satana. Il peccato si colloca non nella cornice di una generica lotta tra il bene e il male, ma nello scontro tra Dio e Satana, tra il regno di Dio e il regno di Satana. Lo stato di spoliazione dei beni della grazia e dei doni preternaturali, in cui l’uomo è caduto per influsso di Satana, è uno stato di vero peccato, di vera avversione a Dio e di schiavitù sotto la potestà di Satana. Ogni conseguenza del peccato, alla quale tuttora noi sottostiamo, è sempre esercizio del potere di Satana sopra il mondo e sopra di noi. Tale signoria si evidenzia non solo nei nostri peccati personali, ma anche in tentazioni di ogni sorta, in persecuzioni, tribolazioni, influssi nocivi degli elementi infraumani, infortuni, malattie di ogni genere, morte. Nell’infinita scala dei mali fisici, psichici, morali, che noi subiamo, e a cui è sottoposto il mondo, si manifesta effettivamente l’influsso di Satana, il suo potere, la sua lotta incessante contro il regno di Dio. L’uomo, in virtù della grazia e dei doni preternaturali, nel paradiso terrestre godeva dell’immunità da tutti questi mali. La stessa redenzione di Cristo ci ridona la grazia, ma non ancora i doni preternaturali; ci reintegra nuovamente sin d’ora nelle file del regno di Dio, ma non ci sottrae ancora alla lotta e al possibile influsso di Satana e dei suoi “satelliti”. Tale influsso si esercita ogni volta che ci colpisce un qualsiasi male, fisico o morale. La nostra lotta non è solo contro la carne e il sangue, ma - ci ricorda san Paolo - anzitutto contro Satana e contro gli spiriti ribelli, che operano anche attraverso le molestie che la carne e il sangue ci infliggono. Dietro ogni male fisico e morale che ci colpisce si cela effettivamente l’influsso personale di Satana”.
Da parte di chi esercita il ministero dell’esorcismo come di chi parla e scrive sull’esorcismo c’è il rischio, analogo alla riduzione individualistica moderna della speranza cristiana, di restringere l’azione di Satana e dei suoi diavoli sugli effetti personali senza l’attenzione sulla storia, soprattutto oggi. Nel momento in cui san Giovanni scrisse l’Apocalisse il potere senza grazia, senza amore, dell’egoismo assoluto, del terrore, della violenza di Satana, del Dragone, come egli lo chiama, si inseriva nel potere degli imperatori romani anticristiani, da Nerone a Domiziano. “Vediamo - ha osservato Benedetto XVI nell’omelia dell’Assunta del 2007 - di nuovo realizzato questo potere, questa forza del dragone rosso nelle grandi dittature del secolo scorso: la dittatura del nazismo e la dittatura di Stalin avevano tutto il potere, penetravano ogni angolo, l’ultimo angolo. Appariva impossibile che, a lunga scadenza, la fede potesse sopravvivere davanti a questo dragone così forte, che voleva divorare Dio fattosi bambino e la donna, la Chiesa. Ma in realtà, anche in questo caso alla fine l’amore fu più forte di lui. Anche oggi esiste il dragone in modi nuovi. Esiste nella forma di ideologie materialiste che dicono: è assurdo pensare a Dio; è assurdo osservar i comandamenti di Dio; è cosa del tempo passato. Vale soltanto vivere la vita per sé. Prendere in questo breve momento della vita tutto quanto ci è possibile prendere. Vale solo il consumo, l’egoismo, il divertimento. Questa è la vita. Così dobbiamo vivere. E di nuovo, sembra assurdo, impossibile opporsi a questa mentalità dominante, con tutta la forza mediatica propagandistica. Sembra impossibile oggi ancora pensare a un Dio che ha creato l’uomo e che si è fatto bambino e che sarebbe il vero dominatore del mondo. Anche adesso questo dragone appare invincibile, ma anche adesso resta vero che Dio è più forte del dragone, che l’amore vince e non l’egoismo”. Solo questa fede libera, salva.
Avere chiaro culturalmente il ruolo di Satana e della sua azione contro Cristo su ogni persona e sulla storia, pregare sapendo e pensando cosa significa non abbandonarci alla tentazione, liberaci dal Male-Maligno a livello personale e storico, vuol dire evitare di cadere nel terrore e nella disperazione e liberare il mondo secolarizzato da un satanismo a buon mercato e i giovani da un condizionamento pericoloso nell’ambito educativo.