DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Il Papa: Imparare ad essere pastori secondo il cuore di Dio


CITTA' DEL VATICANO, domenica, 25 aprile 2010 (ZENIT.org).- Riportiamo le parole pronunciate questa domenica a mezzogiorno da Papa Benedetto XVI affacciandosi alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare il Regina Caeli con i fedeli e i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.





* * *



Cari fratelli e sorelle,

in questa quarta Domenica di Pasqua, detta "del Buon Pastore", si celebra la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, che quest’anno ha per tema: "La testimonianza suscita vocazioni", tema "strettamente legato alla vita e alla missione dei sacerdoti e dei consacrati" (Messaggio per la XLVII G. M. di preghiera per le vocazioni, 13 novembre 2009). La prima forma di testimonianza che suscita vocazioni è la preghiera (cfr ibid.), come ci mostra l’esempio di santa Monica che, supplicando Dio con umiltà ed insistenza, ottenne la grazia di veder diventare cristiano suo figlio Agostino, il quale scrive: "Senza incertezze credo e affermo che per le sue preghiere Dio mi ha concesso l’intenzione di non preporre, non volere, non pensare, non amare altro che il raggiungimento della verità" (De Ordine II, 20, 52, CCL 29, 136). Invito, pertanto, i genitori a pregare, perché il cuore dei figli si apra all’ascolto del Buon Pastore, e "ogni più piccolo germe di vocazione … diventi albero rigoglioso, carico di frutti per il bene della Chiesa e dell’intera umanità" (Messaggio cit.). Come possiamo ascoltare la voce del Signore e riconoscerlo? Nella predicazione degli Apostoli e dei loro successori: in essa risuona la voce di Cristo, che chiama alla comunione con Dio e alla pienezza della vita, come leggiamo oggi nel Vangelo di san Giovanni: "Le mie pecore ascoltano la mia voce ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano" (Gv 10,27-28). Solo il Buon Pastore custodisce con immensa tenerezza il suo gregge e lo difende dal male, e solo in Lui i fedeli possono riporre assoluta fiducia.

In questa Giornata di speciale preghiera per le vocazioni, esorto in particolare i ministri ordinati, affinché, stimolati dall’Anno Sacerdotale, si sentano impegnati "per una più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi" (Lettera di indizione). Ricordino che il sacerdote "continua l’opera della Redenzione sulla terra"; sappiano sostare volentieri davanti al tabernacolo"; aderiscano "totalmente alla propria vocazione e missione mediante un’ascesi severa"; si rendano disponibili all’ascolto e al perdono; formino cristianamente il popolo a loro affidato; coltivino con cura la "fraternità sacerdotale" (cfr ibid.). Prendano esempio da saggi e zelanti Pastori, come fece san Gregorio di Nazianzo, il quale così scriveva all’amico fraterno e Vescovo san Basilio: "Insegnaci il tuo amore per le pecore, la tua sollecitudine e la tua capacità di comprensione, la tua sorveglianza … la severità nella dolcezza, la serenità e la mansuetudine nell’attività … i combattimenti in difesa del gregge, le vittorie … conseguite in Cristo" (Oratio IX, 5, PG 35, 825ab).

Ringrazio tutti i presenti e quanti con la preghiera e l’affetto sostengono il mio ministero di Successore di Pietro, e su ciascuno invoco la celeste protezione della Vergine Maria, alla quale ci rivolgiamo ora in preghiera.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Stamani, rispettivamente a Roma e a Barcellona, sono stati proclamati Beati due Sacerdoti: Angelo Paoli, Carmelitano, e José Tous y Soler, Cappuccino. A quest’ultimo farò cenno tra poco. Del beato Angelo Paoli, originario della Lunigiana e vissuto tra i secoli XVII e XVIII, mi piace ricordare che fu apostolo della carità a Roma, soprannominato "padre dei poveri". Si dedicò specialmente ai malati dell’Ospedale San Giovanni, prendendosi cura anche dei convalescenti. Il suo apostolato traeva forza dall’Eucaristia e dalla devozione alla Madonna del Carmine, come pure da un’intensa vita di penitenza. Nell’Anno Sacerdotale, propongo volentieri il suo esempio a tutti i sacerdoti, in modo particolare a quanti appartengono ad Istituti religiosi di vita attiva.

Rivolgo uno speciale saluto all’Associazione "Meter", che da 14 anni promuove la Giornata nazionale per i bambini vittime della violenza, dello sfruttamento e dell’indifferenza. In questa occasione voglio soprattutto ringraziare e incoraggiare quanti si dedicano alla prevenzione e all’educazione, in particolare i genitori, gli insegnanti e tanti sacerdoti, suore, catechisti e animatori che lavorano con i ragazzi nelle parrocchie, nelle scuole e nelle associazioni. Saluto i fedeli venuti da Brescia, da Cassana presso Ferrara, da alcune parrocchie dell’Umbria e da Toronto, in Canada; i ragazzi delle parrocchie della Valposchiavo, in Svizzera, e quelli di Francavilla al Mare; e il gruppo di fidanzati di Altamura. A tutti auguro una buona domenica.

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]

Angeli. In volo oltre la New Age. Di Gianfranco Ravasi

All’improvviso s’incrina il soffitto, le crepe s’allargano e da un varco aperto, in mezzo ai calcinacci s’affaccia un volto radioso:­Un angelo! Pensai.
Tutto il giorno vola verso di me e io, scettico come sono, non lo sapevo. Adesso mi parler. In realtl’angelo scompare senza proferire parola e Kafka, che incastona questa angelofania nei suoi­Diari, lascia aperto il dilemma reiterato nei secoli, destinato sia a cogliere il delicato e misterioso­brusio( Peter L. Berger) dell’angelo sia a dissolverne la presenza in sogno, anche se con nostalgia e con un rigurgito di fede, come confessava Czeslaw Milosz:­Vi ho tolto le vesti bianche,/ le ali e perfino l’esistenza,/ tuttavia io vi credo, messaggeri­.
L’angelo, per, ha come sua culla generativa per la civiltoccidentale soprattutto le Sacre Scritture. Dalla prima pagina coiCherubini dalla fiamma della spada folgorante­, posti a guardia del giardino dell’Eden ( Genesi 3, 24) fino alla folla angelica che popola l’Apocalisse, l’intera Bibbia­animata dalla presenza di queste figure sovrumane ma non divine, la cui realtera nota anche alle culture circostanti a Israele, sia pure con modalitdifferenti.
Il nome stesso ebraico,­mal’ak­( 215 volte nell’Antico Testamento), e greco,nghelos( 175 volte nel Nuovo Testamento), ne denota la funzione: significa, infatti,­messaggero­. Da qui si riesce a intuire la missione e, per usare un’espressione del filosofo Massimo Cacciari, lanecessit­(
L’Angelo necessario ­il titolo di una sua opera) di questa figura biblica, affermata ripetutamente dalla tradizione giudaica e cristiana, confermata dal magistero della Chiesa nei documenti conciliari ( a partire dal Credo di Nicea del IV secolo) e papali e accolta nella liturgia e nella pietpopolare.
Il compito dell’angelo­sostanzialmente quello di salvaguardare la trascendenza di Dio, ossia il suo essere misterioso e­altrorispetto al mondo e alla storia, ma al tempo stesso di renderlo vicino a noi comunicando la sua parola e la sua azione, proprio come fa ilmessaggero­.per questo che in alcuni casi l’angelo nella Bibbia sembra quasi ritirarsi per lasciare spazio a Dio che entra in scena direttamente. Cosnel racconto del roveto ardente ad apparire a Mostra quelle fiamme­ innanzitutto­l’angelo del Signore, ma subito dopo­­Dio che chiama dal roveto: Mos, Mos!­( Esodo 3, 2- 4). La funzione dell’angelo­, quindi, quella di rendere quasi visibili e percepibili in modo mediato la volont, l’amore e la giustizia di Dio, come si legge nel Salterio:­L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva… Il Signore darordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi; sulle loro mani ti porteranno perchnon inciampi nella pietra il tuo piede( 34, 8; 91, 11- 12). Si ha qui l’immagine tradizionale dell’angelo custode­, bene raffigurata nell’angelo Azaria- Raffaele del libro di Tobia.
Il compito dell’angelo­, quindi, quello del mediatore tra l’infinito di Dio e il finito dell’uomo e questa funzione la espleta anche per il Cristo. Come scriveva il teologo Hans Urs von Balthasar,­gli angeli circondano l’intera vita di Ges, appaiono nel presepe come splendore della discesa di Dio in mezzo a noi; riappaiono nella Risurrezione e nell’Ascensione come splendore della ascesa in Dio. La loroancora una volta la missione di mettersi vicini all’umanitper svelare il mistero della gloria divina presente in Cristo in un modo che non ci accechi come sarebbe con la luce divina diretta.

L’

angelo pu, per, sconfinare paradossalmente in demonio. Il tema della caduta degli angeli, in verit,­molto caro alla tradizione giudaica e cristiana soprattutto popolare ma ha una presenza solo allusiva nella Bibbia: ad esempio, c’la ­Lettera di Giuda­che parla diangeli che non conservarono lo loro dignitma lasciarono la propria dimora­( v. 6); oppure ci si puriferire alla seconda Lettera di Pietro che presenta­gli angeli che avevano peccato, precipitati negli abissi tenebrosi dell’inferno­( 2, 4). Ciche­ nettal’affermazione biblica della presenza oscura di Satana che cerca proprio di spezzare quel dialogo di vita e di amore tra Dio e l’umanitche l’angelo, invece, favorisce e sostiene.
Non per nulla il poeta madrileno Pedro Salinas nel suo
Angelo smarrito cantava:­Le mani di chi ama/ terminano in angeli. Ma il tracciato dei voli angelici pervade tutto il cielo del Natale e della Pasqua quasi come una mappa di luce, di salvezza, di speranza.
Una posizione privilegiata­occupata da Gabriele, ministro nel consiglio della corona di Dio: non per nulla Luca ( 1,19) gli mette in bocca una frase che nel linguaggio orientale definisce i ministri (Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dioe i ministri erano appunto­coloro che avevano accesso al cospetto del re). Ma con Gabriele appaiono altri angeli anonimi nel Natale di Cristo; anzi Luca ( 2,14) in quella notte, come sivisto, introduce­tutta la milizia celeste­, ciotutto l’esercito di Dio composto da legioni angeliche, pronte a combattere il male e l’ingiustizia. Quelle legioni che Gesal momento dell’arresto nel giardino del Getsemani dirdi non voler convocare per bloccare il suo destino sacrificale ( Matteo 26,53:Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito pidi dodici legioni di angeli?­). Ma la presenza angelica si era affacciata giprima di quell’ora terribile. Ci sono, infatti, gli angeli che si accostano a Gesal termine delle tentazioni sataniche per servirlo ( Matteo 4,11). C’l’angelo che veglia sul piccoli:Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perchvi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che­nei cieli( Matteo 18,10).
C’l’angelo consolatore nella sera dell’agonia:­Gli apparve ( nel Getsemani) un angelo del cielo a confortarlo­ ( Luca 22,43).
C’l’angelo che indica il destino dell’uomo oltre la morte:­Alla risurrezione... si sarcome angeli nel cielo( Matteo 22,30). Ma, importanti come quelli del Natale, sono gli angeli della Pasqua. Se l’angelo del Natale era simile a un profeta che annunziava l’incarnazione, ciol’ingresso di Dio nella
storia proprio sotto le spoglie di quel bambino nato nella­cittdi Davide­Betlemme, l’angelo della Pasqua proclama la redenzione piena operata da Cristo e sigillata dalla sua vittoria sulla morte.­Vi fu un grande terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accost, rotolla pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve. Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite. Ma l’angelo disse alle donne: ' Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesil crocifisso.
Nonqui.risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto.
Presto, andate a dire ai suoi discepoli:­risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; llo vedrete. Ecco, io ve l’ho detto'­( Matteo 28,2- 7). Sulle labbra dell’angelo risuona la professione di fede pasquale della Chiesa:risorto!.ciche ripeteranche l’angelo pasquale di Marco raffigurato comeun giovane vestito di una veste bianca­( 16,5- 6) oi due uomini in vesti sfolgorantidel racconto di Luca ( 24,4- 6).
Essi inaugurano anche la missione della Chiesa quando, nel giorno dell’ascensione di Cristo nella sua gloria celeste, sotto l’aspetto didue uomini in bianche vesti( e il bianco nella Bibbia­ simbolo dell’eterno), si rivolgeranno agli apostoli cos:­Uomini di Galilea, perchstate a guardare il cielo?
Questo Ges, che­stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerun giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo( Atti 1,10- 11). La Chiesa vive da quel momento accompagnata dagli angeli. C’l’angelo degli apostoli: apre loro le porte del carcere a notte fonda ( Atti 5,19). C’l’angelo di Pietro: di notte gli scioglie le catene, lo riveste e gli spalanca le porte della prigione ( Atti 2,7- 11). C’l’angelo del diacono Filippo: mette questo ministro del Vangelo sulla strada di Gaza per incontrare l’eunuco etiope, funzionario della regina Candace, e cosconvertirlo ( Atti 8,26). C’l’angelo del centurione romano Cornelio: gli annunzia la via della salvezza attraverso l’incontro con Pietro ( Atti 10,3; 11,13). C’l’angelo di Paolo: durante la tempesta che colpisce la nave che porta l’apostolo a Roma per essere processato, lo conforta e gli
assicura che raggiungeril tribunale di Cesare per testimoniare Cristo ( Atti 27,2324). C’l’angelo di tutti gli annunziatori del Vangelo: assiste alla lotta che il discepolo deve condurre per compiere la sua missione ( 1Corinzi 4,9). C’l’angelo della liturgia e ce lo presenta lo stesso Paolo nel passo un po’ folcloristico sul velo delle donne ( 1Corinzi 11,10). Come si vede, la presenza angelica popola le strade della Chiesa e della sua storia. E non l’abbandona nel momento estremo, quello dell’approdo alla Gerusalemme celeste. Lo stesso Gesnel suodiscorso escatologico­, dedicato alla meta ultima della vicenda umana e cosmica, aveva evocato la funzione degli angeli quasi come cerimonieri dell’evento del giudizio finale ( Matteo 13,41- 42; Marco 13,27.32; Luca 16,22). Ma sarl’Apocalisse ad affollare il cielo di angeli, riflettendo in questo un modello tipico di una letteratura allora popolare, quella chiamata appunto apocalittica e che abbiamo giavuto occasione di evocare per l’Antico Testamento e per il giudaismo. In un trionfo di luce gli angeli dell’Apocalisse cantano, assistono al soglio divino, suonano trombe, scagliano i flagelli del giudizio, scardinano dalle fondamenta Babilonia, la cittdel male, simbolo della Roma imperiale, incatenano la Bestia infernale, vegliano alle porte della Gerusalemme celeste, la cittdella gioia, seguono Michele nella lotta estrema tra bene e male. La coreografia dell’Apocalisse ha l’angelo come attore di grande rilievo, nella prospettiva di una palingenesi di tutto l’essere e in particolare dell’umanit, chiamata alla cittadinanza celeste e alla comunione angelica, come ricorda Paolo ( Efesini 1,18; Filippesi 3,20). Ma lo stesso libro nelle sue pagine di apertura, cionelle lettere indirizzate ad altrettante comunitcristiane dell’Asia Minore ( capitoli 2- 3), rivela che su ogni Chiesa ancora pellegrina sulla terra veglia un angelo del Signore.
Egli raccoglie il messaggio ora dolce ora aspro che il Cristo rivolge ai fedeli di Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia e Laodicea, divenendo cospartecipe delle sorti della comunitche assiste.

C
i rimane un’ultima nota da fare. facile colmare i cieli di deliziosi angioletti,­ancor pifacile bamboleggiare ideologicamente con le ­misteriose presenze­alla­New Age­. ­pericoloso inoltrarsi nel mondo angelico con intenti esoterico- magici perchquesta­idolatria nel caso peggiore o stupiditnel caso dell’ingenuitsuperstiziosa. Ritornare al rigore e alla sobrietdella fede, in questo come in altri campi,­ necessario. Ce lo ricorda soprattutto Paolo. Egli aveva gireagito con veemenza a questa riduzione idolatrica del mistero cristiano quando, scrivendo ai cristiani di Colossi, una cittdella piprofonda provincia dell’Asia Minore, aveva polemizzato con un loro culto angelico esasperato, forse simile a quello che sta ai nostri giorni qua e laffiorando:Nessuno si compiaccia in pratiche di poco conto e nella venerazione degli angeli, seguendo le proprie pretese visioni( 2,18).
A quale degli angeli Dio ha detto: ' Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato'?­, si domanda l’anonimo autore neotestamentario della Lettera agli Ebrei ( 1,5). Al centro dell’autentica fede cristiana non ci sono gli angeli ma il Cristo che­­al di sopra di ogni potenza angelica­ e nel cui nome­ogni ginocchio si piega in cielo, sulla terra e
sotto terra( Filippesi 2,10).

© Copyright Avvenire 18 aprile 2010

IL BLOOM DEGLI ANGELI. All’inizio del nuovo millennio è cresciuta l’ossessione per le creature alate Ma in fondo è satana a sedurci

di Stefania Vitulli

Si comincia così, con una piccola
ferita. E si diventa raccapriccianti
quanto può esserlo un angelo. Non
più cherubini arcieri traboccanti di
piegoline adipose. Non più l’angelo
dentro di noi alla Wenders, telepate
di un quotidiano sciapo, infiltrazione
subliminale di trascendenza. Non più
giocose presenze riportate a trasferello
a immagine dei nostri cari scomparsi,
personaggi a metà tra zombie,
fantasmi e visioni, magari spaventosi
ma insomma, sotto sotto, gondolieri
della gran consolazione: la vita non finisce
col corpo mortale. L’angelo che
propinano oggi scrittori e sceneggiatori
è carnoso d’una carnosità maschia
e sessuata. Presente d’una presenza
che puzza, sporca, invade,
preoccupa. Deficitario più d’ogni altra
cosa di divino. Ingombrante come
un cane trovatello troppo cresciuto rispetto
alle attese di chi lo raccolse
dalla strada. Adottammo gli angeli
per farne una scintilla di grazia nel
pensiero occidentale abbrutito dalla
razionalità assolutizzata. E ci svegliamo
oggi circondati da saggi e romanzi
in cui gli angeli sono creature semiselvagge,
inarrestabili come centauri,
incomprensibili come bambini, innamorati
come teenager. In due parole,
creature pagane.
Si può cominciare, dicevamo, con
una piccola ferita. Nella minuscola
schiena bianca di un neonato. Il bimbo
perde sangue e macchia le lenzuola.
Poi due gobbucce sporgono al posto
delle scapole e intanto il carattere
si fa più irritabile, più irritabile di
quello di un qualsiasi bimbo che metta
i dentini. Ma quando al posto di
quelle protuberanze si palesano due
alucce da pollo ancora implumi, ecco
che il pensiero va subito alla trasformazione
angelica. Diventare angeli,
angeli materiali, è una malattia, suggeriva
“Ricky”, il film di François
Ozon di qualche mese fa. Avere ali è
vergogna e maledizione e librarsi solo
occasione di raduno per qualche telecronista
a corto di omicidi. Il baby-angelo
di Ozon non solo non riesce ad
entrare in contatto nemmeno con sua
madre, non solo assomiglia a una zanzara
gigante che terrorizza i clienti di
un supermercato, ma è davvero corpo
estraneo in un mondo tanto più normale
quanto più secolare, attento soltanto
alla mutazione, come se farsi angeli
potesse essere una nuova declinazione
di transgenderness.
Angeli, dunque. Dov’è la novità? Se
ne parlò molto, negli anni Novanta,
forse perché stava per avvicinarsi la fine
del millennio e sembrò necessario
compilare dei baedeker angelologici,
così da riconoscere eventualmente
quei custodi che ci avrebbero condotto
al di là nel giorno dell’Armageddon.
Guide, dovevano essere, e proliferarono
soprattutto negli Usa, ad opera di
healer specializzati in cherubinità, per
entrare in contatto con questi spiriti
alieni un po’ prima, farci riconoscere
per nome, cognome e aura, chiedere
una raccomandazione. E soprattutto
non confonderli, quell’ultimo giorno,
con i demoni. Ma ora che anche in Italia
possiamo dare un’occhiata ad “Angeli
caduti” (Bollati Boringhieri), il
nuovo breve saggio del professor Harold
Bloom che sottolinea come nel disinvolto
melting pot del sacro che pratichiamo
ormai con convinzione, ci
eravamo dimenticati che angeli e demoni,
nonostante quel che ha cercato
di farci credere Dan Brown, ci possono
ingannare sempre e ci inganneranno
quell’ultimo giorno e molti altri, la
questione si fa, per così dire, accademica,
anzi canonica.
“All’approssimarsi del nuovo millennio
la nostra ossessione per gli angeli
si è intensificata. Questi angeli popolari
sono benigni, direi banali, quasi
insipidi” attacca Bloom nelle prime
pagine del suo volumetto, che nell’edizione
americana è pregevolmente illustrato
con coloratissime “Illuminations”
di angeli e umani a cura di
Mark Podwal. “Per la maggior parte di
noi, l’angelo caduto per antonomasia è
Satana, o il Diavolo, la cui iniziale storia
letteraria è decisamente in contrasto
con la sua perdurante celebrità…
Il Libro di Giobbe esordisce con un
angelo chiamato ‘il satana’ – una specie
di pubblico ministero di Dio, o denunciatore
dei peccati – che entra alla
corte divina e fa una scommessa con
Dio… Il primo Satana, quello di Giobbe,
sembra il capo dei Servizi Segreti
di Dio, e promette molto male per il
povero Giobbe… Nella Bibbia ebraica
dunque appare la parola satan, ma decisamente
non appare Satana – angelo
caduto, diavolo e principe dei demoni.
Il Satana vero e proprio, quello che acquista
un ruolo cruciale nella cristianità,
non ha origini ebraiche ma persiane,
fu un’invenzione di Zoroastro
(Zaratustra), dunque anteriore di oltre
mille anni l’epoca del Gesù storico”.
Se tutto ciò che manca di divino è demoniaco,
atroce è quando non riusciamo
più a distinguere, in una creatura,
le componenti approvate dal Padre e
quelle suggerite da Mammona. Dall’incipit
di Bloom si evince ancor più che
il ruolo di Satana stesso come rovescio
della medaglia angelica è un’invenzione
satanica (“Vanità, il mio peccato
preferito” serpentava Al Pacino-Anticristo
nell’ultima inquadratura de
“L’avvocato del diavolo”). Il principe
dei demoni non è un angelo caduto o
almeno non secondo la tradizione cristiana.
E dunque perché non lo trattiamo
come qualsiasi altro orco, gnomo,
mago o eretico? Perché attribuiamo ai
demoni discendenze angeliche?
“Satana – grandioso amalgama di
angelo caduto, demone e diavolo – ci
disturba poiché avvertiamo quanto intima
sia la nostra relazione con lui”,
spiega il più grande critico letterario
americano vivente. “Ho il sospetto che
tutti noi, senza eccezioni e senza distinzioni,
abbiamo atteggiamenti molto
ambigui nei confronti dell’idea di
angelo caduto – molto più ambigui, comunque,
che verso quella di diavolo,
per non parlare di quella di demone e
demonio”. Secondo Bloom, se qualcuno
ci dice: “Sei un diavolo!”, o ci descrive
come “un diavolo d’uomo” oppure
“diavolo d’una donna”, non sempre
ci offendiamo, ma comunque proviamo
un certo disagio. Forse dovuto
all’impressione, o alla dottrina, che
apparire come un diavolo significhi
anche essere in qualche modo “posseduti”
da una forza che non possiamo
controllare e dunque compiere prima
o poi, anche se “simpaticamente”,
azioni malvagie. Ma il creatore del
“canone occidentale” sostiene che si
verifichi una reazione sorprendente,
eppure comune, nel caso che invece ci
sentiamo definire “angeli caduti”:
“Non conosco molte persone – personaggi
letterari o della vita reale – che
non siano lusingate se viene loro attribuita
la qualifica di ‘angelo caduto’.
L’espressione ‘angelo caduto’, anche
se dal punto di vista teologico è identica
a ‘diavolo’ e in certi casi a ‘demone’,
conserva un pathos, una dignità e
un fascino singolari. In un certo senso
l’aggettivo qualificativo non cancella
il sostantivo: seppure caduto, resta
pur sempre un angelo”.
Certi angeli oggi cominciano con
una piccola ferita. Altri spostando oggetti
e facendo di tutto pur di rendersi
visibili, carnali. Appunto, carnali: questa
sembra essere l’aspirazione degli
angeli contemporanei. Non messaggeri,
non tramiti con Dio, non salvatori di
anime smarrite, ma sperimentatori,
anche infinitesimali, di terrestrità. E
senza le lagne degli angeli anni Ottanta
e Novanta, che nei film e nei libri
scendevano in terra e non volevano
più risalire. Ma con passione, visceralità
e noncuranza che ci assomigliano
troppo per non essere nostre, di noi
che non osiamo più nemmeno immaginarlo,
figuriamoci indagarlo, il sovrannaturale,
e perciò sempre più lo riduciamo
a nostra somiglianza: “Gli angeli
– caduti o meno – hanno per me un
significato solo se rappresentano qualcosa
che era nostro e che abbiamo il
potenziale di ridiventare” chiosa ancora
Bloom nel suo saggio. “Coloro che
definiamo schizofrenici erano un tempo
chiamati angeli: forse dovrebbe essere
ancora così, benché questo certamente
non significhi che la malattia
mentale sia un mito, o non si debbano
trovare le cure adatte. L’alterità è l’essenza
degli angeli; ma è anche la nostra.
Il Museo Vaticano colleziona angeli.
Ciò che il Vaticano e la religione
americana non accetterebbero è la
mia crescente convinzione che tutti gli
angeli, considerati dalla prospettiva
dell’essere umano – che è poi la prospettiva
shakespeariana –, siano ormai
necessariamente angeli caduti. Ogni
angelo è terrificante, scriveva il poeta
Rilke, che non si era trovato di fronte
a uno schermo sul quale saltella l’angelo
John Travolta”.
E’ dunque questo il motivo per cui
le rappresentazioni d’angeli che ci
circondano in questa fine degli anni
Dieci son così umani e carnali. Carnali
e baciabili, infine. Da un bacio nascono
i vampiri di “Twilight” e tutta
la generazione che li idolatra. E solo
fino ad un bacio arrivano gli angeli di
Elizabeth Chandler, che stanno per
sostituirli tra i teenager nell’immaginario
anglosassone (non è che di vampiri
non si fosse mai parlato. La novità
è stata metterli tra noi, belli come
noi e desiderosi d’essere noi. Renderli
noi. Irriconoscibili come vampiri e
dunque baciabili, appunto). Come
teenager gli angeli custodi da un milione
di copie del suo “Baciata da un
angelo” – in Italia è appena uscito il
secondo volume della trilogia per
Newton Compton – sono passibili
d’essere oggetto d’un amore che non
muore e come teenager hanno una
missione impossibile, una missione
che appena il Paradiso si allontana
lascia spazio al flirt.
Quale abisso rispetto agli angeli della
patristica e della scolastica, individuati
dallo pseudo-Dionigi a Tommaso
come ministri del mondo e dimenticati
nelle narrazioni come si dimenticano
gli anonimi burocrati che reggono
anagrafici destini compilando carte
come le Parche cuciono: “Non soltanto
la trattazione più ampia che Tommaso
dedica all’angelologia è parte integrante
della sezione della ‘Summa
theologica’ dedicata al governo del
mondo” spiega Giorgio Agamben nell’introduzione
al suo nuovo “Angeli”
(Neri Pozza), duemila pagine di saggio
che risarciscono quella schiera di esseri
alati burocrazia celeste e milizia
divina ormai così lontani dalla nostra
sensibilità angelologica, “ma gli stessi
nomi delle gerarchie angeliche coincidono
fin dall’inizio in buona parte con
la terminologia del potere: “Dominazioni,
principati, potestà, troni”; non
solo il trattato dello pseudo-Dionigi sugli
angeli s’intitola “Del sacro potere
(tale è il senso originario della parola
“gerarchia”) celeste”, ma le stesse gerarchie
del potere terreno, tanto ecclesiastico
che profano, si presentano
puntualmente come un’imitazione di
quelle angeliche. La stessa terminologia
della pubblica amministrazione
moderna trova nell’angelologia la sua
prima formulazione a proposito degli
“uffici”, dei “ministeri” e delle “missioni”
dei funzionari celesti: non solo
il concetto di gerarchia è un’invenzione
dello pseudo-Dionigi, ma anche il
termine “ministero” assume per la prima
volta il significato moderno di “insieme
degli uffici e dei funzionari” in
una lettera di san Girolamo, in cui egli
chiede: “Quando Dio ha posto in essere
i troni, le dominazioni, le potestà,
gli angeli e tutto il ministero celeste”.
Gli angeli che oggi raccontiamo caduti
(a Los Angeles, dove sennò?) ci
obbligano invece a distinguerli subito
per ferite grandi, e gesti sanguinari.
Come accade nel supernatural action
thriller “Legion”, il film con Paul Bettany-
arcangelo Michele appena uscito
negli Usa guadagnandosi la “R” per
scene e linguaggio violenti, che da noi
arriverà il 12 marzo. Un arcangelo leader
di guerrieri umani, che sul manifesto
regge un pugnale nella destra e
un mitra nella sinistra. Un arcangelo
da palestra, con una tartaruga di muscoli
molto più eccitante delle ali. Un
arcangelo ribelle, che alla volontà punitrice
di un dio precristiano che ha
perso fiducia nel genere umano (in
realtà la sceneggiatura direbbe più o
meno “Un dio sfinito da tutte le nostre
stronzate”) e del suo arcangelo antagonista
e vendicatore Gabriele, spedito
sulla Terra a far di noi carne da macello,
decide di opporre una volontà
troppo umana e di proteggere dalla
furia del Padre una donna incinta che
porterebbe in grembo il Messia.
Il protoangelo caduto che ha aperto
la strada a questa nuova schiera, in
cui delle ali si sente il battito pesante
e il palpito animale, in cui le piume
non sono bianche e per la prima volta
si pensa che dentro vi scorre il sangue,
in cui l’angelo ha sesso, fa sesso e
cerca sesso, è stato senz’altro quello
concepito da Tony Kushner per i suoi
“Angels in America”, classico degli
anni Novanta che a rivedersi oggi risulta
non solo apripista di un’angelicità
bestiale, ma voragine centripeta
di umori e secrezioni di migliaia di
corpi umani malati e dunque “caduti”,
alla vita e alla speranza: “Angels
in America (1992) di Tony Kushner è
l’esempio più recente di che cosa significhi
dire che noi tutti siamo angeli
caduti” scrive Bloom. “Gli angeli di
Kushner sono stati abbandonati da
Dio e decidono di fargli causa per diserzione.
Sfortunatamente per noi,
Dio ingaggia come avvocato difensore
il satanico Roy Cohn (di nuovo Al Pacino,
nella versione cinematografica,
ndr), e così gli angeli perdono la causa.
Come parabola della nostra attuale
situazione, la visione di Kushner è
magnificamente appropriata”
Ma ancora da più lontano cadono
gli angeli fatti di fiction e poesia, sebbene
poi di questo precipitare si sia
persa la rotta per quasi due puritanissimi
secoli. Meravigliosamente ambiguo,
incestuoso, sadomasochista, omosessuale
e fatale per le donne: è a Byron
che Bloom fa risalire il vero, il nobile
“fallen angel”. Morì a trentasei
anni mentre capitanava la rivolta di
un gruppo di briganti, ma rivisse in
migliaia di volti e gesti e specchi decadenti
e diabolici, non ultimi, sempre
secondo Bloom, quelli delle rockstar
inglesi, parodie spesso inconsapevoli
del poeta che spiegò ottenebranti e
carismatiche ali miltoniane sulla sua
vita e sulla sua morte.
Sminuire il fascino di Satana è un
altro dei compiti di maestro Bloom:
non è granché, né per imprese, né per
rilevanza nelle scritture. La verità è
che noi cattolici abbiamo “bisogno” di
lui, tanto più quanto siamo più ortodossi
(per i particolarmente rigidi, si
consiglia un’occhiata a “666. Io sono il
diavolo”, bestseller british di Glen
Duncan tradotto da Newton Compton
che sta per diventare “I, Lucifer”, film
di Dan Harris con un papabile Ewan
McGregor protagonista: Dio dà al diavolo
un’ultima possibilità di redezione
sulla terra e il diavolo, naturalmente,
si monta la testa e si sente subito
umano). Adamo, prosegue Bloom, era
un angelo caduto ben più grande di
Satana ed è quella la discendenza che
ci assomiglia così tanto agli angeli caduti.
A loro per la carne, “agli angeli
per l’intelligenza”, come scriveva
Shakespeare. A loro per il peccato,
agli angeli per la poesia. E così gli angeli
ci proteggono, mentre gli angeli
caduti ci stanno accanto, sprezzanti e
muscolari, potentissimi e inerti alla
salvazione. Sgradevoli, inopportuni,
peccatori. E lo spavento che ci fanno è
il ricordo che risvegliano, la nostra
mortalità. Come conclude Bloom: “I
nostri impulsi più creativi ci spingono
verso un confronto con lo specchio
della natura, dove contempliamo la
nostra immagine, ce ne innamoriamo,
e ben presto prendiamo coscienza
della morte. Sebbene io attribuisca a
tale angelicismo il carattere della ‘caduta’,
esso è la condizione inevitabile
ogniqualvolta cerchiamo di creare
qualche cosa di nostro, si tratti di un
libro, di un matrimonio, di una famiglia,
dell’opera di una vita”.

Il Foglio 13 febbraio 2010