DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Vietnam: la libertà religiosa in pericolo? Rapporto della Commissione statunitense sulla Libertà Religiosa

WASHINGTON, mercoledì, 5 maggio 2010 (ZENIT.org).- La Commissione statunitense sulla Libertà Religiosa ha proposto di tornare a inserire il Vietnam nella lista dei "Paesi particolarmente preoccupanti in materia di libertà religiosa", a causa del peggioramento della situazione dei credenti.

La Commissione per la Libertà Religiosa nel Mondo ha presentato il 30 aprile il suo Rapporto sull'anno 2009 (dal giugno 2008 al giugno 2009). Il Vietnam è uno dei cinque Paesi che la Commissione propone di inserire nella lista di quelli in cui le violazioni della libertà religiosa sono più gravi.

Uno dei membri della Commissione statunitense, Scott Flinse, incaricato delle questioni relative all'Asia sud-orientale, ha spiegato questa decisione, informa Eglises d'Asie, l'agenzia delle Missioni Estere di Parigi.

Flinse ha dichiarato a Radio Free Asia che, se il progresso compiuto nelle relazioni tra Vietnam e Stati Uniti in vari settori - soprattutto nel campo del commercio, della sicurezza o della lotta alla droga - è stato notevole, è lungi dall'esserlo in materia di libertà religiosa.

La Commissione stima attualmente che il reinserimento del Vietnam nella lista dei "Paesi particolarmente preoccupanti" a causa della sua politica religiosa sarebbe una misura del tutto adeguata.

Quando il Vietnam è stato iscritto per la prima volta nella lista, nel 2004, si sono percepiti progressi sensibili, e si può pensare che la reiterazione di questa sanzione avrebbe effetti positivi.

La proposta della Commissione statunitense di reiscrivere il Vietnam nella famosa lista è giustificata dalle persecuioni che subiscono oggi i credenti, ha precisato Flinse.

A questo proposito, ha citato l'espulsione dei monaci buddisti dal loro monastero di Bat Nha, avvenuta in un clima di violenza e di odio.

Allo stesso modo, ha sottolineato le gravi difficoltà che devono affrontare i protestanti dell'altopiano del centro del Vietnam e di altri luoghi nell'esercizio del loro culto.

Nel Rapporto presentato al Dipartimento di Stato, una decina di pagine viene dedicata agli errori della politica religiosa del Vietnam. Oltre ai fatti già citati, il testo ripercorre le varie persecuzioni che hanno colpito le grandi religioni.

Si menzionano il severo controllo esercitato dalle autorità civili sul buddismo unificato, la repressione del buddismo Hoa Hao autentico e tutte le questioni che, nel 2008 e nel 2009, hanno affrontato le comunità cattoliche con le autorità civili, così come la repressione e il controllo dei protestanti.

La Commissione per la Libertà Religiosa nel Mondo è un'organizzazione indipendente del Governo statunitense con la funzione di consigliare il Presidente, gli Affari Esteri e i membri del Congresso degli USA sulle questioni relative alla libertà religiosa e ai diritti umani nel mondo. Il suo ruolo è unicamente consultivo. La lista dei Paesi particolarmente preoccupanti, redatta dalla Commissione, deve essere approvata dal Dipartimento di Stato per diventare effettiva. Nel 2009, il Governo del Presidente Obama non ha adottato i cambiamenti proposti alla lista dalla Commissione.

Il nome del Vietnam è stato introdotto nella lista del 2004 perché il Paese non aveva risposto alle richieste statunitensi di liberare un certo numero di personalità religiose in prigione o con residenza vigilata. Alla fine del 2006, poco prima che il Presidente George W. Bush visitasse Hanoi, il Vietnam venne ritirato dalla lista considerando i progressi compiuti dal Paese nel campo della libertà religiosa.

Negli anni 2006, 2007 e 2008, tuttavia, la Commissione aveva proposto al Dipartimento di Stato di reinserirlo nella lista, tenendo conto del peggioramento della situazione religiosa, proposta che non è stata accettata.

Nell'ottobre 2009, il rapporto annuale degli Affari Esteri statunitensi sulla situazione religiosa in 198 Paesi del mondo ha segnalato che il Vietnam continua a progredire in questo campo, ma che permangono numerosi problemi.

Per consultare il testo completo del rapporto: http://www.uscirf.gov/images/annual%20report%202010.pdf

Preoccupazione tra le minoranze in Indonesia: confermata la legge sulla blasfemia

Varie organizzazioni per la difesa dei diritti umani in Indonesia stanno manifestando – riferisce L’Osservatore Romano - la loro disapprovazione per la decisione della Corte Costituzionale di mantenere in vigore la legge sulla blasfemia del 1965. Nel passato, le organizzazioni, a nome delle minoranze, avevano chiesto di introdurre degli emendamenti al testo normativo, sottolineando la necessità di garantire la libertà religiosa. Infatti, in Indonesia, ma anche in altri Paesi, tra cui il Pakistan, la legge sulla blasfemia è spesso utilizzata come pretesto per colpire le minoranze musulmane che non si uniformano alla tradizione islamica, ma anche gli appartenenti alle altre religioni non riconosciute, considerati come eretici. Il Governo riconosce soltanto sei religioni, tra cui la cattolica. Tuttavia, anche se riconosciute, le sei religioni devono rispettare leggi o regolamenti ben precisi. Tra questi, il Revised Joint Ministerial Decree on the Construction of Houses of Worship, sulla costruzione di luoghi di culto; l'Overseas Aid to Religious Institutions in Indonesia, sulle donazioni all'estero e il Guidelines for the Propagation of Religion, che vieta il proselitismo nella maggior parte delle situazioni. L'organo costituzionale ha dunque rigettato l'istanza delle organizzazioni umanitarie, riaffermando la piena validità della normativa che “promuove l'armonia sociale”, necessaria in una nazione multiculturale come l'Indonesia, suscitando così l'entusiasmo dei gruppi religiosi legati alla tradizione islamica, alcuni rappresentanti dei quali hanno espresso la loro gioia per il verdetto gridando “Allah è grande” di fronte alla sede della Corte. La legge sulla blasfemia, fra l'altro, proibisce a chiunque di manifestare, in maniera pubblica e deliberata, sentimenti di odio e disprezzo contro le religioni e la pena comminata, in caso di violazione, prevede una massimo di cinque anni di carcere. Talvolta, come accennato, in maniera del tutto pretestuosa è in verità utilizzata per limitare il diritto alla libertà religiosa. La legge è stata utilizzata, per esempio, nel 2008 per spingere il governo a mettere al bando le attività pubbliche della setta musulmana “Ahmadiyah”, considerata eretica dai musulmani legati alla tradizione. Per questo, nel 2009, il gruppo “Alliance for Freedom of Religion”, sostenuto da Ong e leader del dialogo interreligioso, ha dato vita a una campagna per sensibilizzare il Governo sul problema, chiedendo appunto alcuni emendamenti alla legge sulla blasfemia. Dal governo si ribadisce, invece, che “l'islam è aperto a diverse interpretazioni, ma che non si possono toccare i punti fondamentali della fede e della dottrina”. In alcune aree del Paese, i gruppi fondamentalisti islamici stanno tentando di promuovere, in collaborazione con le autorità locali, una politica di chiusura nei confronti delle altre religioni. Nei giorni scorsi, le autorità della reggenza di Bogor, nel West Java, su pressione dei gruppi fondamentalisti, hanno imposto il blocco delle funzioni religiose, senza alcuna comunicazione preventiva, alla comunità dell'Indonesian Christian Church, per presunte irregolarità edilizie. L'iter per la costruzione di una chiesa cristiana nella regione è assai lungo e tormentato, proprio per la pressione dei gruppi fondamentalisti islamici che, pur di fronte alle regolari autorizzazioni, lottano per far revocare i permessi. Dall'inizio di gennaio, sono almeno undici le chiese protestanti e cattoliche che hanno dovuto interrompere l'attività comunitaria. (R.G.)




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Guerra alla Chiesa: il Medioevo dei laicisti. di Giancarlo Perna

Assistiamo a una specie di ritorno al passato a ruoli rovesciati: oggi siamo oppressi dalla prepotenza di chi combatte il cattolicesimo con toni da Inquisizione. E la vicenda dei preti pedofili diventa lo spunto per distruggere duemila anni di storia

Tutti si sentono in diritto di sbertucciare la Chiesa e fare sberleffi al Papa. I concittadini di Ratzinger imbrattano la sua casa natale e i maltesi lo accolgono con manifesti offensivi. Con la scusa dello 0,03 di preti pedofili - questa la percentuale dei viziosi sul totale degli ecclesiastici - si è partiti lancia in resta contro duemila anni di storia. C’è in questa ventata distruttiva qualcosa di così nevrotico e apocalittico da fare temere che in troppi abbiano perso la trebisonda. I laici dimenticano la loro essenza - la razionalità - per combattere la Chiesa con i toni del fanatismo inquisitorio: o ti penti o ti brucio.
L’artificiosità della diatriba sui preti pedofili è dimostrata da questo. Per l’errore di pochi, si mette in discussione la Chiesa nella sua totalità. Il Papa, le gerarchie, il culto, la missione che si è data, il ruolo che un miliardo di esseri umani le attribuisce. Non si fa però altrettanto con lo Stato, l’omologo laico della Chiesa. Accade ogni giorno che funzionari rubino, politici si arricchiscano, magistrati esercitino sadicamente il potere, militari rinneghino il giuramento. A nessuno però viene in mente di dire: è lo Stato che ruba, che spergiura, ecc. Semmai, subisce. Si puniscono gli individui che hanno sbagliato, non si abbatte l’edificio. Non si confonde il frammento con l’intero come invece si sta facendo con la Chiesa. Eppure è anch’essa, come lo Stato, la prima vittima delle infedeltà dei suoi rappresentanti. Si dice: la Chiesa non è più credibile perché predica la castità e poi la infrange. Ma vale anche per lo Stato: impone la legalità e poi la viola. Posizioni identiche e conseguenze opposte: pollice verso per l’una, indulgenza per l’altro.
Due pesi e due misure, più una grave intolleranza per qualsiasi tentativo di autodifesa cattolica. Quando un ecclesiastico ha cercato di distinguere tra i pochi preti pedofili e il corpo sano della struttura, si è finto di fraintenderlo moltiplicando le polemiche. È successo col predicatore apostolico, padre Raniero Cantalamessa. Il barbuto cappuccino ha detto che «il passaggio dalla responsabilità e colpa personale a quella collettiva ricorda gli aspetti più vergognosi dell’antisemitismo». Non fa una piega. La molla dell’Olocausto fu appunto addebitare a un intero popolo il pregiudizio contro alcuni. Lo sbaglio di Cantalamessa è stato quello di usare un espediente retorico. Ha attribuito la frase a un ignoto «amico ebreo» anziché dire che l’osservazione era farina del suo sacco. Apriti cielo. Si è sparato a zero sul cappuccino accusandolo di citare a sproposito la Shoah, di sublimare le brutture della chiesa pedofila con l’accostamento a una dramma universale, ecc. Tanto si è fatto - nel desiderio di dare comunque addosso ai cattolici - che l’argomentazione è stata travolta da un polverone senza neanche valutarla. Eppure Cantalamessa aveva denunciato con precisione l’espediente usato per mettere la Chiesa in cattiva luce: estendere a tutto il clero le colpe di una sua frazione.
Spacciare la parte per il tutto. Un trucco logico, vecchio come il cucco, adoperato dai disonesti per annichilire il nemico. Se ne sono serviti i nazisti contro ebrei e zingari, i sovietici contro i kulaki, la monarchia francese contro i Templari ribaltando su di essi le presunte colpe del loro capo De Molay, i giacobini contro la nobiltà, i turchi contro gli armeni. Gli esiti sono stati diversi. Relativi - si fa per dire - in alcuni casi. Incommensurabili con gli ebrei. Ma l’argomento è sempre stato lo stesso: fare pagare a tutti le presunte colpe di pochi, legando irrazionalmente gli uni agli altri col filo ignobile della responsabilità collettiva.
La verità è che - al di là di qualche ombra - alla Chiesa si manca ormai impunemente di rispetto. Si chiama in causa il Papa, anche se non c’entra niente, e lo si usa come un punching ball. È stato trattato come se il pedofilo fosse lui o, almeno tanto complice, da confondersi con loro. Una specie di responsabilità oggettiva per essere il capo di una struttura che contiene al suo interno quattro malfattori quattro. Un’idiozia equivalente a prendersela con Napolitano, numero uno della Repubblica, perché un funzionario intasca una mazzetta o un maestro adesca un ragazzino.
D’accordo che il mondo è secolarizzato ma qui si esagera. Di questo passo, l’esplosione del laicismo finirà per affossare la laicità e la sua nobile storia. Ogni volta che la Chiesa apre bocca si grida all’ingerenza. Anche se l’intervento riguarda la sfera morale e familiare, essenziali per l’etica religiosa: divorzio, aborto, concepimento, fine vita. Poi, però, gli stessi che gridano all’ingerenza ficcano il naso nelle cose della Chiesa. Se il Papa predica l’astinenza agli africani in alternativa al preservativo, si inalbera Angela Merkel accusando il connazionale di diffondere l’Aids come un untore. Se il cardinale Bertone attribuisce la pedofilia di alcuni preti alla loro latente omosessualità, salta su Sarkozy che lo incolpa - cadendo nell’ennesima generalizzazione - di coinvolgere indiscriminatamente i gay. Nessuno si chiede invece se Bertone - prete tra i preti - sappia con esattezza quel che dice conoscendo certamente meglio di Sarkozy episodi e protagonisti della pedofilia nella Chiesa. Se la Congregazione apposita vuole fare santo Pio XII, si mette di traverso un rabbino. Se pensa di beatificare De Gasperi si intromette Silvius Magnago, l’ex capo della Suedtiroler Volkspartei, che gli rinfaccia di avere impedito il ritorno dell’Alto Adige all’Austria. Se un biblista afferma che il diavolo esiste, si catapultano Piergiorgio Odifreddi, Margherita Hack e l’Associazione degli sbattezzati per bollarlo di oscurantismo.
La Chiesa, per suoi mazzolatori, è una specie di paradiso fiscale che va abbattuto perché antistorico. I credenti, frastornati da tante variopinte accuse, si chiedono se aderiscano ancora a una fede o non invece a una comunità di avventurieri. A migliaia - succede in questi giorni in Germania e nella già cattolicissima Baviera - meditano lasciarsi alle spalle la religione degli avi.
Per me, da agnostico, è il trionfo della prepotenza e una perdita secca di libertà. Per tutti è un ritorno al medioevo a parti rovesciate: non più plagiati dalla Chiesa ma oppressi dal laicismo.

© Copyright Il Giornale, 20 aprile 2010

Radici dell'antipapismo USA (e non solo)

Di Lorenzo Bertocchi del 19/04/2010

Il Prof. Philip Jenkins in un intervista al Corriere della Sera del 27 maggio 2003 presentava la sua ultima opera - “Il nuovo anticattolicesimo: l'ultimo pregiudizio accettabile” (Ed. Oxford University Press, 2003) - indicando che il fenomeno anticattolico negli Stati Uniti può essere definito “come l'antisemitismo dell'uomo colto”.

Il professore di Storia delle Religioni dell’Università della Pennsylvania, inglese episcopaliano, dimostra che la Chiesa Cattolica in America è spesso considerata «un nemico pubblico», e ridotta «a uno stereotipo grossolano», perciò gli attacchi contro di essa, a differenza di quelli contro il giudaismo o l'islamismo, sono quasi sempre approvati o condonati.

Egli sostiene che il motivo di questo pregiudizio possa essere individuato nella “centralità dei problemi sessuali nella società americana: il cattolicesimo è considerato antigay, antifemminista, e così via.” Nel libro Jenkins contesta questa lettura, tanto che intitola polemicamente un capitolo "La Chiesa odia le donne" e un altro "La Chiesa uccide i gay".

A proposito del tema pedofilia, nell’intervista citata il professore sosteneva (2003) che «i pregiudizi lo hanno ingigantito. Il termine preti pedofili è discriminatorio. Gli abusi sessuali nella Chiesa cattolica non sono più frequenti che nelle altre chiese o tra gli insegnanti delle scuole. Inoltre, di rado si tratta di pedofilia, perché le vittime hanno raggiunto o superato la pubertà. Gli abusi sono orrendi, sono crimini da punire e stroncare, non da strumentalizzare.”

Curioso notare che sarà Paolo Mieli il 22 settembre 2004, sempre sul Corriere della Sera, a citare ancora il libro di Jenkins per ricordarci come l'autore “rintraccia le origini di questo forte pregiudizio nel puritanesimo antipapista dei Padri pellegrini”.

Facciamo così un salto indietro nel tempo fino agli ultimi decenni del XVI secolo in Inghilterra laddove il puritanesimo nacque come istanza di radicalizzazione della Chiesa Anglicana da parte del protestantesimo calvinsita inglese. Caratteristica preminente dei puritani era appunto l’antipapismo, espressione particolare di un diffuso anticattolicesimo che ben si era sviluppato durante il regno di Elisabetta I (1558-1603). Per questi protestanti radicali la parola “riforma” era intesa come distruzione e ricostruzione dalle fondamenta: «Rimuovete l'Anticristo, testa, corpo e rami, ed insediate la purezza della Parola» (W. H. FRERE-C. E. DOUGLAS (eds. ), Puritan Manifestoes. A Study of the Origin of the Puritan Revolt, London, Society for Promoting Christian Knowledge 1954, 19). L'Anticristo era la struttura gerarchica della Chiesa anglicana, che riproduceva quella cattolica, la vera fonte di ogni male. Il loro anticattolicesimo era così acceso che non esitavano a definire il “Prayer book” anglicano come una liturgia “presa da quel letamaio papista che è il libro della messa” (Puritan Manifestoes, cit., 21; H. GEE, The Elizabethan Prayer Book and Ornaments, London, 1902, 25).

L’obiettivo di questa lotta insistente può essere individuato nella eliminazione della Messa cattolica, obiettivo che aveva trovato nella Regina Elisabetta I l’alleato decisivo quando, nel 1559, con l’Atto di uniformità proibì la cosiddetta “Messa papista”. I Vescovi che ricusarono furono sostituiti con altri fedeli alla Regina, numerosi sacerdoti finirono in carcere presto destinati al patibolo. Elisabetta mobilitò spie e sgherri a caccia dei “papisti”, colpevoli semplicemente del fatto di essere sacerdoti e, nel caso dei laici, soltanto di essere cattolici.
Per far fronte alla persecuzione alcuni seminari (Douai e Reims in Francia) vennero destinati alla formazione di giovani sacerdoti da inviare in Inghilterra e a partire dal 1578 anche il Collegio Inglese di Roma fu trasformato in seminario per lo stesso fine. Diversi furono i martiri che provenivano dall’istituto romano, al punto che si meritò il titolo di Seminarium Martyrium.

Tra questi giovani che donarono la loro vita brilla la figura di S. Edmond Campion, gesuita che, prima di salire al patibolo il 1 dicembre 1581, riuscì anche a scrivere una lettera alla Regina - la “provocazione di Campion” - in cui smentiva le calunnie rivolte ai preti cattolici. Dei circa 140 sacerdoti e 61 laici uccisi per ordine della Regina, 101 furono beatificati da Pio XI il 15-12-1929 e 20 furono canonizzati da Paolo VI il 25-10-1970. Questa vera e propria persecuzione si può dire attraversò un periodo di circa 150 anni che va da Enrico VIII fino a Carlo II Stuart e produsse migliaia di morti.

Queste sono le radici di quel pregiudizio anticattolico statunitense che Jenkins fa risalire appunto al puritanesimo, quel puritanesimo che tanto contribuì alla nascita dell’America. A tal proposito possiamo ricordare una recente (Zenti.org 07/09/2009) dichiarazione rilasciata dalla Prof.ssa Elisabeth Lev, docente di Arte e Architettura Cristiane nel campus italiano della Duquesne University, in occasione della commemorazione di Eunice Kennedy Shriver ed Edward Kennedy: “Boston è stata costruita sulle colonne granitiche dell’anticattolicesimo. Dall’epoca dei suoi fondatori puritani, i protestanti hanno rappresentato per tre secoli la maggior parte della popolazione della città (…) Gli statuti puritani settecenteschi bandivano tutti i sacerdoti dal territorio e prevedevano la pena di morte nel caso in cui fossero tornati (nel 1690 questa pena fu mitigata e trasformata nel carcere a vita). I cattolici sono stati esclusi da ogni tipo di adorazione pubblica fino al 1780. Ogni 5 novembre, il Guy Fawkes Day, i bostoniani celebravano il “Pope Day” [il Giorno del Papa] bruciando l’effigie del Papa, facendo processioni in cui il Romano Pontefice e il diavolo camminavano mano nella mano e compiendo atti di vandalismo contro case e uffici cattolici.”

A proposito di queste radici si può aggiungere anche quanto indicato da David Gelernter, docente di Storia americana e Cultura ebraica all’American Enterprice Institute di Washington, nel suo libro Americanism. The Fourth Great Western Religion (Doubleday, New York 2007). Egli illustra, con invidiabile padronanza della materia, quanto sia arbitrario e fuorviante non rimarcare il debito che l’America ha nei confronti del cristianesimo evangelico e dell’ebraismo, a tal punto, a suo avviso, da doversi considerare un’entità nata sotto la spinta di una forma originale di Sionismo, quella coltivata dai puritani inglesi che nel Seicento fondarono la colonia del Massachusetts.

Sempre in questa direzione colpisce ciò che Vittorio Messori disse (Jesus, n. 2, febbraio 2004) nel parlare di “american way of life”: “Il mio "istinto" cattolico si sente estraneo a un Paese che è figlio prima del protestantesimo radicale, poi della massoneria (tutti i Padri della Patria erano massoni e vollero riempire dei loro simboli non soltanto il dollaro ma ogni altro emblema, a cominciare dalle bandiere dei singoli Stati), infine di un ebraismo, soprattutto ashkenazita, che è sceso in profondo attraverso la cultura, i mass media, lo spettacolo.”

Tutte queste culture citate da Messori finiscono per incontrarsi proprio nell’antipapismo, un pensiero che le ha storicamente attraversate, che si è coagulato in una certa cultura americana e che non esita a fomentare un tipo di anticattolicesimo mediatico. Oggi, in una società sempre più informata, questa modalità di azione può essere devastante, soprattutto perché si può sfruttare l’antico adagio per cui “una bugia ripetuta mille volte diviene verità”, ma anche perché a partire da dati reali si può distorcerli per raggiungere obiettivi che vanno molto oltre il dato stesso. I tremendi casi di abusi sessuali nel clero cattolico possono fornire un esempio di entrambe le situazioni, ma l’attacco mediatico di natura anticattolica diviene evidente quando l’obiettivo è la persona del Santo Padre Benedetto XVI dove oggettivamente l’impianto accusatorio manifesta precisi intenti diffamatori.

Tutto questo può trovare una similitudine con quelle che sono sempre state assunte come le cause della Riforma, infatti, le tesi tradizionali hanno sempre fatto riferimento ad abusi e disordini diffusi nella Chiesa e in particolare nella curia romana. Tuttavia molti studiosi dubitano che le vere cause, quelle più profonde, possano davvero trovarsi qui. A tal proposito risultano illuminanti alcune citazioni dello stesso Lutero: “Se anche il Papa fosse Santo come S.Pietro, sarebbe sempre per noi un empio”, oppure “Non impugno la immoralità o gli abusi, ma la sostanza e la dottrina del papato” (G. Martina, La Chiesa nell’età dell’assolutismo, del liberalismo, del totalitarismo – Morcelliana 1970, pag. 33).

Si può compiere un passo in più citando le bande armate di Guillame Farel, amico di Calvino, che assalivano le Chiese cattoliche non per punire i parroci della loro immoralità, ma per strappare loro di mano l’ostia consacrata. (L. Febbre – Au couer religieux du XVI siecle. Paris 1957, pag. 22).

Possiamo allora scorgere il motivo radicale dell’avversione alla « Messa papista »: il sacrificio che si attualizza realmente nella liturgia cattolica con il miracolo della transustanziazione. Come diceva Paolo VI, “la S.Messa è il Sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari” (Professione di Fede del 30/06/1968); lo scandalo della Croce di un Uomo che ha detto e mostrato di essere Dio, il Figlio di Dio.

“Voi chi dite che io sia?” (Mc 8,29), questa è l’eterna domanda che interpella il cuore di ognuno ad ogni celebrazione di una Messa Cattolica, domanda su cui inciampano tutti i detrattori della Chiesa. Forse perché la loro risposta è di indifferenza o forse perché, per una qualche perversione, attaccano la Chiesa e il Papa proprio in quanto attualizzano e custodiscono quel Sacrificio che ha salvato l’uomo.

© Copyright http://www.libertaepersona.org/

Sarajevo, la diaspora dei cristiani. Il Card. Puljic: «Contro i cattolici una pulizia etnico-religiosa»

DI L AURA B ADARACCHI

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na diaspora silenziosa, una pulizia etnica in sordina, un esodo causato da una persecuzione implicita. La condizione non rosea dei cristiani a Sarajevo è sempre più quella di una minoranza, come racconta il cardinale Vinko Puljic, dal 1990 arcivescovo della capitale della Bosnia-Erzegovina, allo storico Roberto Morozzo della Rocca, in un denso libro-intervista pubblicato dalle Paoline e dai prossimi giorni in libreria ( Cristiani a Sarajevo, pagine 152, euro 13,00).
Denso per il peso specifico delle parole del porporato e dell’analisi del docente, che insegna storia contemporanea all’Università Roma Tre ed è un appassionato studioso dell’Europa orientale: «Prima della guerra i cattolici a Sarajevo erano 60mila, adesso sono 13mila: c’è stata una sorta di pulizia etnico-religiosa. E l’islamizzazione scoraggia i cattolici, che tendono ad andarsene». Una situazione estesa a macchia d’olio in Bosnia­Erzegovina, dove si contavano 860mila cattolici prima della guerra scoppiata nel ’92: ora sono scesi a quota 420mila, passando dal 17 al 9% della popolazione: «Migrano in Croazia, in Germania e negli Stati Uniti», riferisce lo storico.
Aumentano invece i serbo­ortodossi, passati dal 33% al 37%, ed esponenzialmente i musulmani, che nel 2005 hanno superato il 50% degli abitanti del Paese balcanico.
Un secolo fa, contava una popolazione di 52mila persone che parlavano 13 lingue differenti; i cattolici – annota Morozzo – erano quasi il 35%, poco meno dei musulmani, mentre gli ortodossi superavano il 16% e gli ebrei il 12%. «Storica e simbolica vetrina di multietnicità, multiculturalismo e multiconfessionalismo» – così la definisce lo studioso –, oggi Sarajevo non si può più definire una «città pluralista marcata dalla più larga tolleranza», visto che quasi il 90% degli abitanti sono musulmani e restano soltanto «piccole comunità di cattolici, ortodossi ed ebrei. Altri sono atei», riferisce l’arcivescovo, che è anche presidente della Conferenza episcopale della Bosnia­Erzegovina, denunciando: «Ai visitatori stranieri, alla comunità internazionale si dice: 'Siamo aperti alla convivenza'. Ma si vede poi che non c’è spazio per la convivenza, specialmente per quanto riguarda il lavoro, l’amministrazione, l’informazione.
È tutto in una sola mano». I cristiani non ricevono alcun appoggio per rimanere. E gli aiuti internazionali arrivano, ma «non ufficiali o dagli Stati: solo dalla gente comune e da enti privati.
L’Europa, quando vede un cattolico, non aiuta. Dalla Germania ci sostengono solo le fondazioni della Chiesa cattolica, Renovabis e Kirche in Not. Dopo la guerra, c’è stato l’aiuto di tante piccole comunità e associazioni italiane». Ma chi sono i musulmani in Bosnia-Erzegovina? «Non sono arabi, ma slavi islamizzati – spiega il cardinale –. Con l’ultima guerra si è creata la loro identità in senso
nazionale. Ma anche tanti musulmani radicali provenienti dai Paesi arabi portavano denaro, aiuti e insieme costumi e ideologie. È nato così un radicalismo».
Situazione non negativa, secondo Puljic, fino a quando non genera tensioni: «Il male è quando si contrappongono ai cristiani.
Quando vivono da veri musulmani, grazie a Dio, sono credenti. Il
problema sorge quando pensano la loro identità contro gli altri». In questo scenario le difficoltà pratiche si moltiplicano, per i cattolici: a parte il fatto che le domande per aprire una chiesa possono attendere un decennio prima di avere una risposta, e gli episodi di aggressioni al clero e vandalismi nelle chiese, in ambito sociale l’esistenza è resa abitualmente problematica da «lavoro negato; assistenza sanitaria pure, di fatto, negata; risorse economiche pubbliche, assistenza sociale, giustizia e sicurezza solo per la parte islamica della popolazione», osserva Morozzo della Rocca. Nella vita quotidiana, tuttavia, musulmani e cristiani cercano anche di trovare equilibri fatti di contatti e di dialogo spicciolo, informale e semplice, aperto e cordiale. Come un saluto al cardinale, ad esempio, quando a piedi raggiunge la cattedrale.
Oppure il tassista islamico – pochi i radicali fra loro – che nota il clergyman e dice: «Sacerdote?
Avanti, non c’è problema». Eppure
c’è chi fomenta il clima di tensione: media e politici, secondo l’arcivescovo di Sarajevo, «manipolano i sentimenti popolari. Un centro culturale ha stampato più di 100mila copie di un libro contro Gesù.
Quando proclamiamo la nostra fede, dobbiamo farlo non contro gli altri». Il cardinale Puljic resta un testimone di pace, convinto di una possibile convivenza; non si arrende, anzi invita la gente a
riappriopriarsi di quei comportamenti scritti nel Dna da secoli: «Da noi esiste il rispetto per il vicino, perché è più vicino di un fratello: aiuta quando si è nel bisogno». E l’auspicio si estende anche a un maggiore protagonismo dei cattolici nell’arena sociale, nonostante i numeri esigui, per essere evangelicamente come lievito nella pasta: «Voglio incoraggiare il mio popolo a non essere inerte: create con la vostra fede!
Bisogna influenzare di più la sfera pubblica con la fede. Non solo in Bosnia-Erzegovina, anche in Europa».


© Copyright Avvenire 13 aprile 2010

Contro gli attacchi al Cristianesimo. Nella poesia di Eliot la Chiesa era una "Roccia" da edificare e difendere

di Pietro De Marco

Un amico, presentando in un sito fiorentino alcuni interventi che si opponevano all’attacco cui il Pontefice è sottoposto da settimane, anche prima dell’articolo della Goodstein sul NYT, li introduceva, acutamente, con la citazione di celebri versi del dramma sacro La roccia ("The Rock", del 1934; generalmente reso con Rocca in italiano, ma The Rock è la Chiesa, la roccia dunque) di T.S.Eliot.

Nel Coro quinto, che ha movenza di salmo, Eliot evoca gli uomini dalle “eccellenti intenzioni” che “corrono attorno come cani, … e fiutano e abbaiano”, decisi a metter fine alle “turpitudini dei cristiani”. Contro l’assalto degli uomini dalle “eccellenti intenzioni (e cuore impuro)” il moderno salmista esclama: “Siamo circondati da serpenti e da cani: per cui qualcuno deve stare all’opera [di costruzione], e altri reggere le lance”. È che i cristiani devono riedificare senza sosta la Città. Il Coro quarto, che rievoca il ritorno di Neemia in una Gerusalemme cadente, aveva anticipato il tema: “Così edificarono, come gli uomini devono edificare,/ Con la spada in una mano e la cazzuola nell’altra”. Tanto più colpisce, nella meditazione di T.S. Eliot, che questa debba essere anche la modalità dell’esistere cristiano. La vita del cristiano è dare opera alla città di Dio in terra; ma in Gerusalemme vi sono “fuori nemici per distruggerla/ E dentro (…) spie ed opportunisti”. Per questo l’agire che edifica (la cazzuola) dovrà essere difeso (le metafore delle lance, della spada). La voce dei Salmi, di cui Eliot si fa eco, è sempre realistica, che celebri l’intronizzazione del Signore o scruti l’incombere del nemico, dell’aggressore magico, o denunci a Dio ferite e patimenti. Non si può non pensare, in quegli anni, all’ebreo che nella Palestina del mandato britannico ricostruisce Israele (“con la cazzuola in una mano, e la pistola/ pronta nella fondina”, un’altra delle versioni della formula eliotiana).

Ma Eliot mostra una lettura fine, importante per l’oggi, della congiuntura nihilistica indotta dalle “eccellenti intenzioni”, dall’agitarsi provvidente. Per queste persone eccellenti la Chiesa è una “casa il cui uso è dimenticato”; coloro che vi abitano appaiono “come serpenti distesi su scale cadenti,/ soddisfatti al sole”. Gli altri fiutano e abbaiano, e “dicono, Questa casa è/ un nido di serpi, distruggiamola,/ Mettiamo fine a questi abomini, alle turpitudini/ dei Cristiani”. Sensibile alle culture anticristiane, specialmente a quelle del nuovo engagement degli anni Trenta, Eliot scruta il contrasto tra la Chiesa e gli uomini del pacificato nichilismo, ai quali Essa ricorda “il male e il peccato, e altri fatti spiacevoli” (Coro sesto). E aggiunge: “[uomini che] cercano sempre d’evadere/ dal buio esterno e interiore/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno/ avrebbe bisogno d’essere buono./”. Eliot penetrava quello che altri chiamavano alienazione e ne colpiva, contemporaneamente, gli aberranti ideali di uomo disalienato; lo faceva adottando la simbolica cristiana. La sua lettura è, di conseguenza, duratura, senza declino.

Ascoltavamo queste parole nelle rappresentazioni della Rocca, non rare nel dopoguerra, ed erano attuali. Attualissime oggi, dopo un certo oblio: la cattolicità ha supposto, infatti, per decenni che la costruzione della Città di Dio non avesse avversari, se non quelli evocati dalle retoriche ‘rivoluzionarie’ (equivocando tra le due Città). Ha talora disperso, in questo mezzo secolo, il sapere che edifica non solo l’anima ma la Città, e perduta la coscienza che l’edificio in costruzione ha dei nemici, e va difeso. T.S.Eliot non suggeriva visioni di gloria prossima – coltivate semmai da chi confonderà Chiesa e Proletariato, ed oggi identifica la Chiesa con una vita buona e garantita, corpi integri e sani, senza peccato né colpa: un nichilismo sorridente e ordinatore, nella “totale confusione del bene e del male”. Ma scriveva, quasi intravedesse il decennio imminente: “se il sangue dei Martiri deve fluire sui gradini/ Dobbiamo prima costruire i gradini;/ E se il tempio dev’essere abbattuto/ Dobbiamo prima costruire il Tempio”.

In una popolazione prevalentemente cristiana e cattolica, come l’italiana, le arene del costruire e del difendere la Città sono numerose, ad un tempo personali (fatti dell’anima), di relazione e pubbliche: istituzioni, pratiche, leggi. Una maggioranza cattolica, sia pure difforme e multiforme, non può mostrarsi inerte e soddisfatta di fronte a coloro che “fiutano e abbaiano” contro la verità e l’istituzione cattolica. Non è incantata dalle apparenze di bene, dalle impure “ragioni del cuore” degli anticristiani dal volto umano; il Coro quinto inizia con versi indimenticabili, da citare per intero: “O Signore, difendimi dall’uomo che ha eccellenti/ intenzioni e cuore impuro: perché il cuore/ è su tutte le cose fallace, e disperatamente/ malvagio”.

Abbiamo avuto notizia dell’ennesimo intervento (intempestivo) del Card. Carlo Maria Martini, per un ripensamento del celibato nella Chiesa. Più recentemente anche di una sua ferma difesa di Benedetto XVI. Pastore di grande sensibilità, teologo spirituale, il Cardinale ha nei decenni poco contribuito a mettere in guardia i fedeli cattolici dalla schiera di uomini che hanno “eccellenti intenzioni”; la “Cattedra dei non credenti” era destinata a dar autorità ad intelletti dai quali ci si sarebbe dovuto, contemporaneamente, saper difendere. È ormai urgente chiedersi se in quella stagione (di cui la “Cattedra” è solo un istituto simbolico) i credenti non avessero posato e la cazzuola e la spada, e se ne stessero senza azione propria né responsabilità verso se stessi (come cittadini della Città di Dio) alla mercè di nuovi maestri.

Certo, la postmodernità ha corretto l’utopia evocata da Eliot: da qualche decennio il sogno è quello di “sistemi talmente imperfetti che più nessuno abbia bisogno d’essere buono”. Ma quel duplice volto del falso amico, eccellenti intenzioni/cuore impuro, è ancora più marcato nel magma postmoderno; anzi, potrebbe esserne assunto ad emblema. Abbiamo bisogno di guide che, contraddicendo il magma, costruiscano mura e sappiano usare le armi; cristiane, spirituali, intellettuali, ma armi. Cosa non facile, perché l’edificare e il combattere sono virtù che la postmodernità ignora o aborrisce.

Copyright L'Occidentale, 11 aprile 2010

Come rispondere a tanta aggressività verso il cattolicesimo?

“Comunione e vicinanza”: le ha espresse al Papa il card. Angelo Sodano, decano del Collegio cardinalizio, all'inizio della Messa di Pasqua sul sagrato della basilica vaticana, il 4 aprile. Un intervento inusuale per un momento difficile, in cui è in atto una campagna di diffamazione e calunnia contro la Chiesa e Benedetto XVI, a partire da episodi di pedofilia di cui si sono resi colpevoli alcuni sacerdoti e religiosi. Eppure, Papa Ratzinger si è sempre speso con ogni mezzo per togliere “ogni sporcizia” dalla compagine degli uomini di Chiesa. A Giuseppe Savagnone, direttore del Centro diocesano per la pastorale della cultura di Palermo e membro del Forum della Cei per il Progetto culturale, abbiamo chiesto un parere su questi attacchi alla Chiesa e al Pontefice.

Professore, come interpreta questi attacchi alla Chiesa degli ultimi tempi?

“Da molti anni è aperto un abisso culturale tra larghe frange della borghesia intellettuale occidentale - soprattutto in Europa, ma anche in America - e la Chiesa. Prendo come sintomo il successo di quel libro mediocre di Dan Brown che è 'Il Codice da Vinci', che aveva come suo unico fulcro l'attacco alla Chiesa. Purtroppo, qualsiasi errore la Chiesa registri al suo interno da parte di uomini e donne che ne fanno parte, si crea un vespaio di polemiche”.

A suo avviso, perché?

“Pur non escludendo una strategia di gruppi che cercano di attaccare scientificamente la Chiesa, il problema è che queste strategie hanno successo nella misura in cui trovano un terreno culturale fertile. La pedofilia non è certo un problema solo dei cattolici, anzi. Eppure, è stato trasformato in un'arma aggressiva verso il cattolicesimo. L'immagine della Chiesa non è offuscata nelle classi popolari che restano vicine e fedeli, ma la borghesia ha maturato, sulla scia dell'illuminismo di bassa lega, un'ostilità laicista verso la Chiesa, da non confondere con un atteggiamento autenticamente laico. Ricordo la bella distinzione tra laico e laicista, fatta da Norberto Bobbio, che non volle firmare il 'Manifesto laico' del 1999, perché a lui pareva laicista in quanto configurava una specie di settarismo anti-ecclesiastico non condivisibile, una sorta di clericalismo capovolto. Ed è quello che oggi registriamo ampiamente. C'è un evidente fondamentalismo contro la Chiesa”.

Chi ha interesse a veicolare un'immagine negativa della Chiesa?

“Ci sono lobby che hanno operato sempre contro la Chiesa. Certo, la massoneria, che si è rafforzata negli ultimi decenni, ha un ruolo importante in quanto avviene oggi, come è successo con il negare le radici cristiane dell'Europa: in quel caso fu la massoneria belga e francese a evitare che si citassero le radici cristiane nel Trattato europeo. Anche i media hanno certamente un ruolo decisivo in questa campagna contro la Chiesa, perché veicolano la cultura dominante, che contribuiscono comunque essi stessi a produrre. In effetti, in questa vicenda, alcuni media si sono mossi in modo molto superficiale, aggressivo e violento”.

Come possiamo contrastare questo atteggiamento ostile?

“Qui dobbiamo fare un grosso lavoro noi cristiani, facendo una compiuta traduzione del Vangelo nel linguaggio comprensibile agli uomini e alle donne del nostro tempo. Ad esempio, quando sono in gioco le questioni bioetiche o della famiglia, la gente discute della posizione della Chiesa come se questa fosse un interlocutore per le riforme in campo giuridico. Ma la Chiesa non è solo questo, tanto che su questi temi ci si può ritrovare con uomini e donne di buona volontà, che condividono la condanna dell'aborto, della pillola Ru486, della dissoluzione della famiglia, del problema delle scuole non statali. Dobbiamo annunciare meglio lo splendore del Vangelo, uno splendore che richiede una forte traduzione nel linguaggio degli uomini e delle donne di oggi”.

Concretamente cosa si può fare?

“Per quanto riguarda la comunità cristiana bisogna insistere in una nuova prospettiva culturale, così da impostare tutta la pastorale ordinaria in modo nuovo, affinché elabori stili nuovi, prospettive nuove a livello di quotidianità. In questa direzione continuerà certamente a operare il “Progetto culturale”. Dobbiamo far in modo di calare la forza del Vangelo nella cultura del nostro tempo, nel modo di pensare della gente. Per altro verso dobbiamo respingere con fermezza e chiarezza gli attacchi a Benedetto XVI, che si è sempre battuto contro 'la sporcizia nella Chiesa. Questi attacchi rivelano faziosità e dimostrano che il vero problema non è il merito delle questioni, non è la verità, ma l'atteggiamento di fondo contro la Chiesa”.

© Copyright Sir

Fumo di Oxford. Chi è il professore che vorrebbe la chiesa cattolica simile a un’associazione culturale rionale

Lo scorso Venerdì Santo una lettera
aperta del Times ha invitato il Papa
a fronteggiare i recenti scandali con un
programma concreto. Il quotidiano
britannico indicava “un piano in tre
punti all’attenzione di Sua Santità”:
riconoscere che i preti pedofili non
sono una minoranza di mele marce ma
un problema “che risale a secoli
addietro e si annida nelle strutture
stesse della chiesa”; porre fine alla
confusione fra le vocazioni al
sacerdozio e al celibato, “una follia
lunga nove secoli”; rinunciare all’idea
che l’ordinazione sacerdotale cambi la
maniera in cui un uomo si rapporta al
suo prossimo, interpretazione che porta
“a rifarsi della frustrazione in giochi di
potere sessuali ai danni di chi è
innocente e vulnerabile”.
I suggerimenti sono stati partoriti da
Diarmaid MacCulloch, professore di
storia del Cristianesimo a Oxford. La
facoltà di teologia non è la più celebre
nell’università ma lui è noto al grande
pubblico per due ragioni frivole: lo
scorso anno ha curato un documentario
a puntate sulla Bbc e ha fornito
ispirazione a Dan Brown per il
protagonista de “Il simbolo perduto”.
Se un professore può specchiarsi senza
vergogna nel personaggio di un thriller
psico-archeo-pseudo-religioso,
un’ombra piuttosto sinistra si allunga
sul suo metodo di ricerca. Altrettanto
rivelatrice è la storia personale di
MacCulloch: figlio di un sacerdote
presbiteriano, ha intrapreso in prima
persona la carriera ecclesiastica salvo
rinunciarvi polemicamente una volta
raggiunto il diaconato. “Da
omosessuale”, ha dichiarato alla Bbc,
“non avevo modo di proseguire oltre;
ma ero determinato a non cedere di un
millimetro riguardo alla mia identità”.
L’insistenza sull’“io” è la chiave di volta
della sua teologia. Nonostante perfino
Machiavelli e Voltaire concordassero
sul fondamentale carattere comunitario
della religione – il termine ha la stessa
radice di “legame” – MacCulloch, da
trentacinque anni membro del Gay
Christian Movement, sembra ritenere
che ogni credo debba anteporre le
istanze individuali al bene della
collettività. In particolare non accetta
che sia dovere del singolo muoversi
verso le regole universali ma che
queste debbano allinearsi a quello che
lui, il singolo MacCulloch, ritiene di
volta in volta cosa buona e giusta. Sarà
per questo che da qualche anno il suo
passatempo preferito è firmare appelli
contro i più impensati e fantasiosi
generi di discriminazione all’interno di
tutti i culti, cristiani e non; esauriti gli
appelli, ha ritenuto opportuno passare
direttamente alle istruzioni per l’uso di
una chiesa alla quale non appartiene.
Da mandato divino a leadership
Se il Papa applicasse i consigli di
MacCulloch, dovrebbe implicitamente
rinnegare duemila anni di storia e
fondare una religione che col
cattolicesimo avrebbe ben poco a che
spartire, non tanto per l’abolizione del
celibato quanto per il senso
completamente diverso che verrebbe
conferito all’istituto del sacerdozio,
ridotto da mandato divino a leadership
di un’associazione rionale. Lo stesso
MacCulloch dichiara apertamente di
essere cristiano “solo nei fondamentali:
l’affermazione della vita, il non-fareagli-
altri-ciò-che-non-vuoi-che-sia-fattoa-
te e il senso di meraviglia di fronte
alla pazza idea, al paradosso di un Dio
che potrebbe essersi fatto uomo”. Che si
tratti di fondamentali piuttosto blandi è
confermato dal suo volumaccio “A
History of Christianity: the first 3.000
years”. Tremila, non duemila: perché
McCulloch rende merito agli influssi
platonici nel cristianesimo facendolo
iniziare intorno al 1000 a.C. Il suo
cristianesimo retrocede Gesù da svolta
nella storia e centro della redenzione a
fortunata coincidenza nello sviluppo di
una profonda teologia intellettuale il
cui culmine, a quanto pare, è il suo
articolo sul Times di venerdì scorso.

Antonio Gurrado

© Copyright Il Foglio 6 aprile 2010

E morto Dio… vennero gli dei. Il neopaganesimo di Alain de Benoist si costituisce in antitesi al cristianesimo

Mentre Caino è esaltato Abele viene disprezzato. Il nuovo paganesimo appare molto vicino a quello nazionalsocialista; per de Benoist, Hitler è “l’ultimo rappresentante della politica classica”. Il fascino cupo e vuoto che promana dalla Nouvelle Droite non ha tratto lezione dal dramma immane che ha insanguinato l’Europa negli anni ’40.
di Massimo Borghesi
«Un più alto spirito mandato dal cielo deve fondare fra noi questa nuova religione, l’ultima e più grande opera dell’umanità» scrivevano i giovani Hegel, Schelling, Hölderlin, in una sorta di programma filosofico-politico steso nel 1796, all’indomani della crisi degli ideali illuministici che il corso della rivoluzione in Francia aveva provocato negli animi di quasi tutta Europa. Essi auspicavano il sorgere di una «nuova mitologia» capace, dopo il declino della fede tradizionale, di accordare nuovamente tra loro intellettuali e popolo. Pochi anni dopo Friedrich Schlegel facendo eco a questo imperativo profetico affermava che una mitologia «siamo prossimi ad averla, o, piuttosto, s’avvicina il momento nel quale dobbiamo seriamente adoprarci a crearne una».
L’epoca dei miti è l’epoca del declino del cristianesimo dalla scena europea. Dagli inizi dell’800 sino a tutto il nostro secolo una schiera di pensatori, di artisti, di poeti viene vagheggiando una nuova fede, che non è semplicemente quella illuministico-rivoluzionaria (e poi marxista) animata dall’idea di progresso e volta verso il futuro di un’umanità redenta, bensì mossa dal desiderio di far rivivere gli dei dopo la «morte di Dio». Dalla mitologia germanica di Wagner (sia pure mitigata da elementi cristiani), al Dioniso di Nietzsche, a «Il mito del XX secolo» di Rosenberg, il filosofo del nazismo, è tutto un proliferare di immagini, di richiami, dal sapere vedico a quello celtico, che hanno un valore «sostitutivo». Quella che possiamo chiamare la variante di destra dell’«epoca della secolarizzazione» non si accontenta infatti della scomparsa del Dio cristiano, che pure combatte; ne vuole superare il vuoto che rimane conservando il senso del «sacro», della sacralità del mondo: di qui la funzione del mito. Esso «sostituisce» la fede cristiana impedendone la rinascita e bloccando al contempo l’esito necessario del processo di secolarizzazione verso il nichilismo. La realizzazione massima della capacità persuasiva ed ottundente del mito la si è avuta senza dubbio nella Germania dei dodici anni nazionalsocialisti. Qui nel suo coniugarsi con la politica, in quella che G. Mosse ha chiamato «l’estetica della politica», il mito si è fatto liturgia — nelle incredibili adunate nello stadio di Norimberga —, culto attorno all’unico Capo. La sconfitta del Reich e la fine della guerra hanno segnato in Europa l’emergenza della variante di sinistra dell’epoca della secolarizzazione, dal neoillumismo al marxismo, una mentalità de-mitizzante che privilegia l’utopia volta al futuro e relativamente povera di immagini. La crisi di questo pensiero nel periodo che segue al ‘68 coincide con una ripresa dell’opera di Nietzsche, quale profeta del «nichilismo», e di Heidegger per il quale il nichilismo occidentale concludendosi lascia ormai intravedere un nuovo spazio per il sacro come tale. E in questo clima, di declino del messianesimo marxista, di crisi del cristianesimo e di esigenza di nuove fedi che si inquadra il fenomeno di rinascita di una «Nouvelle Droite» in Francia. Come ha scritto J.-M. Domenach: «Tutto si svolge come se questi europei, dopo aver riposto le proprie speranze nel cielo (religioni verticali) e poi nella terra (religioni orizzontali), ritornassero alle religioni telluriche, al culto degli eroi morti e delle tradizioni sepolte». Questo avvenimento di cui recentemente, a partire dal 1979, si è occupata anche la stampa francese ed italiana è inquietante per almeno due fattori: per la diversità rappresentata rispetto alla destra tradizionale e classica, per il rapporto con il cristianesimo. Nei riguardi di quest’ultimo è certo che esso, più ancora che le ideologie di sinistra, viene rappresentato come il nemico principale. Già ai tempi della rivista «Europe-Action» (1963-66), uno dei periodici che costituiranno la fucina della nuova destra, gli argomenti anticristiani sono presenti. Questa tendenza si radicalizza con la fondazione del Grece (Groupment de Recherche d’etudes pour la Civilisation Européenne) nel 1969. Così la casa editrice dell’associazione — Copernic — edita opere anticristiane come L. Rougier, Celse contre les chrétiens; Id., Le conflit du christianisme primitif et de la civilisation antique; E. Renan, Judaism et Christianisme. Sulle consuetudini e tradizioni precristiane esce nel 1975 Les Solstices. Histoire et actualité di Jean Mabire e Pierre Vial sulle pratiche solstiziali europee; nel 1983 Alain di Benoist e Pierre Vial pubblicano il volume La mort. Tradition populaires / Histoire et actualité. In Italia d’altra parte la «nuova destra» italiana gli fa eco e la casa editrice AR dedica una collana («Paganitas») ai polemisti anticristiani antichi (Giuliano Imperatore, Celso, Porfirio) unitamente agli scritti di J. Evola sulla romanità tra cui L’imperialismo pagano. Se il filone italiano dipende nella sua critica al cristianesimo proprio da Evola quello francese è più direttamente influenzato da Nietzsche. Qui il vero e proprio organizzatore e ideologo del movimento è sicuramente Alain de Benoist, nato a Parigi nel 1942, collaboratore del «Figaro Magazine», autore di numerose opere tra cui ultimamente Comment peut-on être païen?, Paris 1981 («Come si può essere pagani?», tr. it., Basaia ed., Roma 1984) riguarda direttamente il nostro tema.
«Per chi considera con Nietzsche che la cristianizzazione dell’Europa [...] fu uno degli avvenimenti più disastrosi di tutta la storia fino ai nostri giorni — una catastrofe nel senso proprio del termine — che può significare oggi la parola “paganesimo”?» (p. 11). Questa domanda costituisce come la premessa all’intero scritto. Questo, che nell’insieme sta sotto la manifesta influenza di Nietzsche citato copiosamente, si prefigge di chiarire il senso di un paganesimo dopo il cristianesimo, di un paganesimo cioè che al di là di ogni intenzione non può più ripresentarsi nella sua immediatezza ma deve giocoforza assumere una nuova veste. Come avverte l’Autore poiché il «ritorno all’anteriore» è «impraticabile» ne consegue che «un nuovo paganesimo deve essere veramente nuovo» (p. 192). Per de Benoist ormai «non v’è bisogno di “credere” in Giove o in Wotan — [...] — per essere pagani. Il paganesimo oggi non consiste nell’innalzare altari ad Apollo o nel resuscitare il culto di Odino. Implica, invece il ricercare dietro la religione» l’«universo interiore cui essa rinvia». In «breve, implica il considerare gli dei come “centri di valori”», gli «dei e le credenze passano, ma i valori permangono» (pp. 23-24). La fede pagana ê allora una fede in divinità ridotte a simboli, una fede che richiama quella di tipo ellenistico cui il testo non a caso rinvia come possibile modello (pp. 193-195).
Qual è l’essenza di questo paganesimo per il quale gli dei, post-cristianamente, non possono più essere reali? Per de Benoist essa consiste nella sacralizzazione del mondo mediante i miti. Il paganesimo cioè, nei confronti del cristianesimo accusato di aver desacralizzato e demitizzato il mondo, si presenta come un’«altra spiritualità» più forte e più intensa: per essa il mondo non è separato da Dio ma è esso stesso divino. Qui sta secondo l’ideologo francese il vero punto di separazione tra paganesimo e cristianesimo, nel «dualismo» che caratterizza la posizione cristiana circa i rapporti Dio-mondo, per la differenza qualitativa che frappone tra uomo e Dio, differenza che viene invece a togliersi nella mitologia pagana per la quale il divino non è altro che la proiezione sublimata dell’umano. Il mondo paganamente inteso, come ciò che in se stesso è divino, è allora eterno, non ha né inizio né fine, è l’assoluta presenza dell’essere parmenideo. Questa sacralità del mondo non è però intesa da de Benoist alla maniera ad es. di Goethe o di Hölderlin, come splendore che promana dall’essere, bensì, dopo Nietzsche, come opera mitologizzante da parte dell’uomo, come creazione-trasfigurazione della volontà di potenza. La realtà infatti in sé non è che vuoto caos di fronte a cui si erge, sartrianamente e nietzschianamente, la libertà come assoluto creatore di forme, come energia che plasma il mondo secondo la misura del proprio volere. L’idea di un «cosmo», di un ordine in senso classico che la ragione e chiamata a «riconoscere», è qui definitivamente perduta.
In effetti il paganesimo di de Benoist è molto più la ripetizione del neopaganesimo nietzschiano che non quella del mondo precristiano, è un paganesimo cioè che si costituisce dialetticamente, mediante l’antitesi al cristianesimo e non già per forma propria ed originale. In ciò d’altra parte risiede la caratteristica propria del mito in senso moderno, nella sua volontà di superamento del cristianesimo senza però poter esser creduto nella sua verità: il mito nell’epoca post-cristiana è inevitabilmente ideologia. «Il paganesimo dell’avvenire — annunciato dal leader della “Nouvelle Droite” — sarà un paganesimo faustiano» (p. 192). Faust e, molto prima di lui, Caino, sono i prototipi di questa nuova umanità che trova il suo fondamento nella «volontà della volontà», nella volontà che vuole solo se stessa e che si afferma al di là di ogni norma, al di là del bene e del male. Il cuore del paganesimo starebbe infatti, Secondo l’Autore, nel senso della innocenza del mondo, nell’ignoranza felice di una colpa originaria, nel rifiuto della distinzione morale bene-male a favore di quella per cui è bene ciò che accresce la potenza e male ciò che la diminuisce. Nel campo della politica ciò significa, in accordo all’«ideologia del paganesimo indo-europeo» la fine dell’«antagonismo biblico tra la morale o il diritto e la sovranità politica» (p. 161). Qui le relazioni che dominano la scena sono «organiche» all’interno dello Stato e, come vuole Carl Schmitt, basate sul rapporto amico-nemico all’esterno. Nel campo della potenza la conflittualità è la norma. Le torbide immagini nietzschiane sull’uomo guerriero ed eraclitee sulla guerra madre di tutte le cose tornano enfaticamente in de Benoist. Di contro al «monoteismo giudeo-cristiano» il quale esige «l’estinzione dei conflitti, senza rendersi conto che la struttura conflittuale è quella stessa del vivente e che la sua estinzione implica l’entropia e la morte, il paganesimo europeo poggia su di un pluralismo antagonista di valori» (p. 164). Il paganesimo sacralizzerebbe così la lotta poiché «la contraddizione è il motore stesso della vita, il desiderio di farla sparire è un desiderio di morte» (p. 163). In questa concezione agonale che fa della lotta l’essenza stessa della vita risiede anche il tragico. Questi non muove però alla compassione o allo scoramento: «Il tragico implica una volontà di misurarsi col tempo, ben sapendo che questo alla fine vincerà, senza mai trovare nella certezza della caduta finale — la morte — il minimo pretesto per rinunciare» (p. 179). Questo «pessimismo della forza», che caratterizza la destra europea dopo Nietzsche, non è casuale ma emerge in rapporto al problema dell’ateismo. Mentre il pensiero pessimistico precedente a Nietzsche (Leopardi, Schopenhauer), apre in una qualche misura ad una prospettiva religiosa, la volontà nietzschiana di trarre ogni possibile conseguenza dall’opzione atea, impedisce, coniugando assieme pessimismo ed attivismo, un simile sbocco.
Quest’uomo, «esserci-per-la-morte» in senso heideggeriano, pura misura di se stesso, non ha un’«essenza» universale. Il paganesimo come politeismo diventa nella sua forma concettuale moderna sinonimo di nominalismo. La «svolta nominalista», cui era dedicato il numero dell’agosto ‘79 di «Nouvelle Ecole», la rivista teorica del gruppo, rappresenta anch’essa una logica conseguenza della posizione nietzschiana. Se non esiste più una verità obiettiva ma fondamento di tutto è la volontà di potenza, allora i concetti non sono che vuoti nomi con cui plasmiamo a piacere il mondo, essi non decifrano più nulla poiché nulla v’è da decifrare (con ciò la «NouveIle Droite» si separa anche dalla destra tradizionale, dallo stesso Evola, nella misura in cui questa conserva l’idea di una verità eterna). Lo stesso termine «uomo» non rimanderà più a nulla, non esiste più l’uomo come «immagine di Dio», ma solo una molteplicità di atomi in perenne lotta tra di loro. Viene meno così l’idea di universali diritti dell’uomo, cui l’Autore ha dedicato un saggio critico (A. de Benoist - G. Faye, La religion des droits de l’homme, in «Elements», gennaio-marzo 1981), nonché l’idea di uguaglianza, fondata sul presupposto che tutti gli uomini siano eguali di fronte a Dio. L’apologia della diversità e della differenza copre qui l’esaltazione dei più dotati, intellettualmente e fisicamente, di una «aristocrazia» che coincide perfettamente con l’ideale del superuomo nietzschiano. L’uomo — si afferma in Come si può essere pagani? — deve ambire «a diventare come gli dei», l’uomo «non deve soltanto essere se stesso, essere conforme alla propria “natura”, deve anche cercare di darsi una “supernatura”, di acquistare una sovrumanità» (p. 203). L’interesse per le scienze, coltivato dalla «Nouvelle Droite», dalla genetica, alla biologia (J. Monod), sociobiologia (E.O. Wilson), etologia (K. Lorenz), è finalizzato proprio, mediante la dimostrazione delle diversità innate e costitutive degli individui, a fondare questa «elite» antropologica. Il nuovo paganesimo appare così molto vicino a quello passato, nazionalsocialista, il cui capo non a caso viene esaltato da de Benoist come «l’ultimo rappresentante della grande politica classica». Il fascino vuoto e cupo che da esso promana non ha tratto lezione dal dramma immane che ha insanguinato l’Europa e il mondo negli anni ‘40. Il nuovo «mito del XX secolo» riemerge inquietante all’insegna del disprezzo di Abele e dell’esaltazione di Caino come una delle due fedi secolari, affatto estinta, dello spirito europeo nell’epoca della secolarizzazione.
«30Giorni», anno II, n. 7, luglio 1984, pp. 20-23

Bugie sui preti. Le accuse alla chiesa di questi giorni sono già viste: i casi della Germania nazista e della Cina. Di F. Agnoli

L’attuale dibattito sulla pedofilia nella
chiesa è impostato sulla menzogna
sistematica. Infatti la campagna
mediatica in corso sovradimensiona e
amplifica il fenomeno oltre ogni misura; è
a senso unico, e occulta volutamente il
contesto generale, che vede un aumento
della pedofilia in tutti i settori della
società; dimentica che molti episodi
criminali vanno inseriti in una cultura
del sesso precoce e “libero” che ha
investito tutto l’occidente, a partire dagli
anni in cui il leader sessantottino Daniel
Cohn Bendit vantava di aprire la toppa
dei pantaloni dei suoi piccoli allievi, in
nome della loro libertà sessuale. Sino,
per stare al presente, all’esaltazione dei
rapporti precoci fatta da Aldo Busi, o alla
difesa della pedofilia come gusto
sessuale alternativo, qualora non sfoci in
atti criminosi, dei radicali. A tal riguardo
si può citare una dichiarazione ambigua
ed emblematica di Nichi Vendola: “Non è
facile affrontare un tema come quello
della pedofilia, cioè del diritto dei
bambini ad avere rapporti tra loro o con
gli adulti, tema ancora più scabroso, e
trattarne con chi la sessualità l’ha vista
sempre in funzione della famiglia e della
procreazione” (Il Giornale, 10/6/2000).
Altri depistaggi: l’ex presidente
dell’Arcigay, Franco Grillini,
analogamente a quanto fanno i Radicali,
da anni va ripetendo da un lato che la
gran parte dei casi di pedofilia avviene
nella “famiglia tradizionale”, e che
esisterebbe un nesso inestricabile tra di
essi e la perversa “ideologia romano
cattolica” della famiglia; dall’altro lato
sostiene l’esistenza di una connessione
tra pedofilia e sacerdozio cattolico, a
causa del celibato ecclesiastico. “La
pedofilia in questo paese… è quella
familiare e del clero cattolico”, ha
dichiarato Grillini, dimenticando che se
gli atti di pedofilia accadono soprattutto
in famiglia – non per questo da eliminare
– significa che non sono per nulla
conseguenti al celibato. Anche perché la
pedofilia interessa i pastori protestanti,
sposati, assai più dei preti cattolici,
celibi, mentre l’80 per cento dei casi di
pedofilia ecclesiastica riguarda rapporti
omosessuali. A Grillini, e a quelli come
lui che strumentalizzano fatti di cronaca
per trarne accuse generiche e ridicole,
rammento il pensiero dell’ideologo gay
Mario Mieli: “Altra grande rottura di
senso è il riconoscimento della sessualità
indistinta, gioiosa e vitale del bambino. Il
bambino è l’espressione più pura della
transessualità profonda cui ciascun
individuo è votato. E’ l’essere sessuale
più libero, fino a quando il suo desiderio
non viene irregimentato dalla Norma
eterosessuale, che inibisce le potenzialità
infinite dell’Eros. Discorso eversivo e
scomodo oggi più che mai, in una società
attanagliata dal tabù che investe senza
appello il binomio sessualità-infanzia,
ossessione quasi patologica che
trasforma il timore della pedofilia in una
vera e propria caccia alle streghe…”
(Liberazione, 11/3/2008).
I figli di Goebbels
Detto tutto questo, vista la falsità del
dibattito in corso, non può che essere
spontaneo il collegamento tra la
campagna anti chiesa di oggi e quella
nazista. “Tra il 1934 e il 1937 – scrive
George Mosse, in “Sessualità e
nazionalismo” – la Germania celebrò
processi pubblici contro sacerdoti e
monaci accusati di reati contro il pudore,
benché alla fine solo 64 dei 25.000
ecclesiastici tedeschi inquisiti poterono
essere dichiarati colpevoli, sia pure da
tribunali prevenuti”. I gerarchi nazisti,
noti per la loro dissolutezza, cercarono
dunque di infangare la chiesa per
chiuderne le scuole, gli orfanotrofi e i
giornali, e per stroncarne l’opposizione al
regime. “L’enfasi data a un piccolo
numero di crimini sessuali – scrive lo
storico di Oxford M. Burleigh in “In Nome
di Dio” – commessi nei pensionati
cattolici o nelle case religiose, consentì ai
nazisti di sostenere che la chiesa
cattolica era in balia dei demoni del
sesso. La deliberata inflazione delle
statistiche era uno dei sistemi preferiti
dai nazisti per soffiare sul fuoco
dell’isteria”. Si arrivò al punto che il
ministro Goebbels, il 28 maggio 1937,
riferendosi proprio ai processi a religiosi,
ebbe a dire: “Oggi parlo come il padre di
una famiglia con quattro figli: la
ricchezza più preziosa che possiedo.
Parlo come un padre che può
comprendere perfettamente come dei
genitori possano sentirsi colpiti nel loro
amore per il corpo e l’anima dei propri
figli, e che cosa possano provare quei
genitori che vedono il più prezioso dei
loro tesori dato in pasto alla bestialità dei
profanatori della gioventù. Parlo a nome
di milioni (sic) di padri tedeschi”. Otto
anni più tardi Goebbels avrebbe
avvelenato tutti i suoi figli. Ma non c’è
solo la Germania nazista: anche nella
Cecoslovacchia comunista le scuole
cattoliche furono chiuse con l’accusa di
pedofilia nei confronti dei preti. Nella
Cina di Mao, come raccontano Harry Wu,
Jung Chang e Tiziano Terzani, preti e
suore furono accusati di abusare dei
bambini, e persino di ucciderli. Scrive la
Chang nel suo “Cigni Selvatici”: “La
prima volta che sentii parlare di uno
stupro fu quando lessi un romanzo in cui
a compierlo era un sacerdote straniero, e
i preti passavano sempre per spie
imperialiste e malvagi che rapivano i
bambini dagli orfanotrofi per sottoporli a
esperimenti medici”.

Francesco Agnoli

© Copyright Il Foglio 25 marzo 2010

La battaglia campale del laicismo contro la Chiesa. Lettera aperta di Marcello Pera al direttore del Corriere della Sera

(Caro Direttore) La questione dei sacerdoti pedofili o omosessuali scoppiata da ultimo in Germania ha come bersaglio il Papa. Si commetterebbe però un grave errore se si pensasse che il colpo non andrà a segno data l’enormità temeraria dell’impresa. E si commetterebbe un errore ancora più grave se si ritenesse che la questione finalmente si chiuderà presto come tante simili. Non è cosí.

E’ in corso una guerra. Non propriamente contro la persona del Papa, perché, su questo terreno, essa è impossibile. Benedetto XVI è reso inespugnabile dalla sua immagine, la sua serenità, la sua limpidezza, fermezza e dottrina. Basta il suo sorriso mite per sbaragliare un esercito di avversari. No, la guerra è fra il laicismo e il cristianesimo. I laicisti sanno bene che, se uno schizzo di fango arrivasse sulla tonaca bianca, verrebbe sporcata la Chiesa, e se fosse sporcata la Chiesa allora lo sarebbe anche la religione cristiana. Per questo i laicisti accompagnano la loro campagna con domande del tipo “chi porterà più i nostri figli in Chiesa?”, oppure “chi manderà più i nostri ragazzi in una scuola cattolica?”, oppure ancora “chi farà curare i nostri piccoli in un ospedale o una clinica cattolica?”

Qualche giorno fa una laicista si è lasciata sfuggire l’intenzione. Ha scritto: “l’entità della diffusione dell’abuso sessuale su bambini da parte di sacerdoti mina la stessa legittimazione della Chiesa cattolica come garante della educazione dei più piccoli”. Non importa che questa sentenza sia senza prove, perchè viene accuratamente nascosta “l’entità della diffusione”: un per cento di sacerdoti pedofili? dieci per cento? tutti? Non importa neppure che la sentenza sia priva di logica: basterebbe sostituire “sacerdoti” con “maestri” o con “politici” o con “giornalisti” per “minare la legittimazione” della scuola pubblica, dei parlamenti o della stampa. Ciò che importa è l’insinuazione, anche a spese della grossolanità dell’argomento: i preti sono pedofili, dunque la Chiesa non ha autorità morale, dunque l’educazione cattolica è pericolosa, dunque il cristianesimo è un inganno e un pericolo.

Questa guerra del laicismo contro il cristianesimo è campale. Si deve portare la memoria al nazismo e al comunismo per trovarne una simile. Cambiano i mezzi, ma il fine è lo stesso: oggi come ieri, ciò che si vuole è la distruzione della religione. Allora l’Europa pagò a questa furia distruttrice il prezzo della propria libertà. E’ incredibile che soprattutto la Germania, mentre si batte continuamente il petto per la memoria di quel prezzo che essa inflisse a tutta l’Europa, oggi, che è tornata democratica, se ne dimentichi e non capisca che la stessa democrazia sarebbe perduta se il cristianesimo venisse ancora cancellato. La distruzione della religione comportò allora la distruzione della ragione. Oggi non comporterà il trionfo della ragion laica, ma un’altra barbarie.

Sul piano etico, è la barbarie di chi uccide un feto perchè la sua vita nuocerebbe alla “salute psichica” della madre. Di chi dice che un embrione è un “grumo di cellule” buono per esperimenti. Di chi ammazza un vecchio perchè non ha più una famiglia che se ne curi. Di chi affretta la fine di un figlio perchè non è più cosciente ed è incurabile. Di chi pensa che “genitore A” e “genitore B” sia lo stesso che “padre” e “madre”. Di chi ritiene che la fede sia come il coccige, un organo che non partecipa più all’evoluzione perchè l’uomo non ha più bisogno della coda e sta eretto da solo. E cosí via.

Oppure, per considerare il lato politico della guerra dei laicisti al cristianesimo, la barbarie sarà la distruzione dell’Europa. Perchè, abbattuto il cristianesimo, resterà il multiculturalismo, che ritiene che ciascun gruppo ha diritto alla propria cultura. Il relativismo, che pensa che ogni cultura sia buona quanto qualunque altra. Il pacifismo che nega che il male esiste. Oppure resterà quell’europeismo retorico e irresponsabile che dice che l’Europa non deve avere una propria specifica identità, ma essere il contenitore di tutte le identità. Salvo poi ricredersi e andare nella cattedrale di Strasburgo a dire: “ora abbiamo bisogno dell’anima cristiana dell’Europa”.

Questa guerra al cristianesimo non sarebbe cosí pericolosa se i cristiani la capissero. Invece, all’incomprensione partecipano molti di loro. Sono quei teologi frustrati dalla supremazia intellettuale di Benedetto XVI. Quei vescovi incerti che ritengono che venire a compromesso con la modernità sia il modo migliore per aggiornare il messaggio cristiano. Quei cardinali in crisi di fede che cominciano a insinuare che il celibato dei sacerdoti non è un dogma e che forse sarebbe meglio ripensarlo. Quegli intellettuali cattolici felpati che pensano che esista una questione femminile dentro la Chiesa e un non risolto problema fra cristianesimo e sessualità. Quelle conferenze episcopali che sbagliano l’ordine del giorno e, mentre auspicano la politica delle frontiere aperte a tutti, non hanno il coraggio di denunciare le aggressioni che i cristiani subiscono e l’umiliazione che sono costretti a provare dall’essere tutti, indiscriminatamente, portati sul banco degli imputati. Oppure quei cancellieri venuti dall’Est che esibiscono un bel ministro degli esteri omosessuale mentre attaccano il Papa su ogni argomento etico, o quelli nati nell’Ovest, i quali pensano che l’Occidente deve essere laico, cioè anticristiano.

La guerra dei laicisti continuerà, se non altro perchè un Papa come Benedetto XVI che sorride ma non arretra di un millimetro la alimenta. Ma se si capisce perchè non si sposta, allora si prende la situazione in mano e non si aspetta il prossimo colpo. Chi si limita soltanto a solidarizzare con lui o è uno entrato nell’orto degli ulivi di notte e di nascosto oppure è uno che non ha capito perchè ci sta.

http://www.marcellopera.it/index.php?page=primopianodisplay.php&cnt=1817

IL CASO/ La Gran Bretagna discrimina i cristiani e si affida ai tribunali islamici

da Il Sussidiario

Gianfranco Amato

lunedì 22 marzo 2010

Hamilton Burns WS, Solicitors & Solicitor Advocates, è il primo studio legale britannico specializzato in diritto islamico. L’iniziativa è partita dalla Scozia, Glasgow per la precisione, e rappresenta un ulteriore allarmante segnale della crescente diffusione della sharia nel Regno Unito. Non tutti sanno, infatti, che proprio in virtù di una legge varata quattordici anni fa (Arbitration Act 1996) l’applicazione stragiudiziale della sharia su questioni attinenti al diritto di famiglia (divorzio e custodia dei figli), e su questioni economico-finanziarie, è oggi pienamente riconosciuta in Gran Bretagna.

Proprio a seguito di quella legge sono sorti i Muslim Arbitration Tribunal (MAT), le cui decisioni hanno valore legale al pari delle sentenze emesse dai tribunali ordinari di Sua Maestà. Sono attualmente più di un’ottantina (ma continuano ad aumentare in maniera esponenziale) le “corti islamiche” giudicanti su materie che sono, comunque, lasciate alla libera disponibilità delle parti.

Il punto è che a tali arbitrati stanno sempre più ricorrendo anche non musulmani, attratti dall’informalità del relativo procedimento, ritenuto “less cumbersome” (meno gravoso) rispetto al sistema giudiziario britannico. Ad esempio, la sharia tiene conto anche di semplici accordi verbali su questioni per le quali la legge inglese prescrive come obbligatoria la forma scritta.

I non musulmani ricorrono ai Muslim Arbitration Tribunal quasi esclusivamente per questioni di carattere patrimoniale, e i loro contenziosi rappresentano il cinque per cento dei casi affrontati da quei particolari organi giudicanti. Ciò che appare incredibile in questa vicenda è la sottovalutazione del fenomeno da parte degli addetti ai lavori. Anzi, due anni fa il barone Nicholas Phillips of Worth Matravers, che ricopre la prestigiosa carica di Lord Chief Justice ed è uno dei più autorevoli magistrati inglesi, parlando in una moschea di Londra, non esitò ad affermare che, secondo la sua opinione, alcune parti del sistema legale islamico potevano benissimo essere utilizzate per dirimere questioni tra musulmani britannici.

L’illustre giurista non vedeva alcuna ragione al mondo perché i principi della sharia non dovessero essere utilizzati per regolare in via compromissoria contenziosi legali. In realtà non si è tenuto conto di due fattori niente affatto secondari. Il primo è che questa forma di giustizia alternativa, capace di attirare sempre più anche individui non musulmani, rientra comunque nella prospettiva di conversione tipica dell’Islam.

E’ pur sempre una forma culturale di espansione che riesce oggettivamente ad avere una sua presa, soprattutto in chi oggi – e sono molti purtroppo in Gran Bretagna –, avendo completamente smarrito la propria identità, è perennemente in cerca di un quid che riesca a definirlo. Fosse anche la proposta religiosa di Maometto.

Il secondo fattore sottovalutato è costituito dalla condizione della donna. Non è un caso che la notizia dell’iniziativa da parte dello studio legale di Glasgow abbia scatenato la reazione di Maryam Namazie, portavoce dell’associazione “One Law for All” (Una legge per tutti) che da anni promuove una campagna anti-sharia.

Maryam Namazie ha ribadito, parlando proprio a proposito dello studio Hamilton Burns WS, quanto il diritto islamico sia «antitetico rispetto alle leggi per cui hanno duramente combattuto e vinto i movimenti sociali progressisti, in particolare nell’ambito del diritto di famiglia», precisando, inoltre, che «l’applicazione della sharia in campo civile si pone in perfetta sintonia e continuità culturale rispetto alla stessa legge adottata in campo penale nei Paesi islamici, quella che prevede, tra l’altro, pene corporali come la lapidazione, l’amputazione, la fustigazione».

Sempre a proposito dell’iniziativa degli avvocati scozzesi dello studio Hamilton Burns WS, Joshua Rozenberg, uno dei più noti commentatori britannici in ambito legale ed una delle rare voci che attualmente mettono in guardia l’opinione pubblica sui rischi della diffusione della sharia nel Regno Unito, ha tenuto a precisare: «Per la legge islamica una donna non è considerata uguale all’uomo. Per cui si può arrivare al paradosso che una donna britannica sia trattata diversamente a seconda che a decidere sia un tribunale islamico o una corte laica». «Senza parlare del rischio», ha continuato Rozemberg, «che le donne musulmane possano non essere libere di scegliere ed essere, invece, fortemente condizionate dalla comunità ad adire un Muslim Arbitration Tribunal, anziché un tribunale ordinario». La questione mi ha particolarmente colpito. Anche perché ero curioso di conoscere quale tipo di consigli legali lo studio Hamilton Burns WS avrebbe fornito ai clienti islamici in materia di diritto di famiglia.

Sono così riuscito a recuperare le norme oggi applicate dai Muslim Tribunal Arbitration, peraltro facilmente accessibili anche online e comunque raccolte in diverse pubblicazioni, tra cui quella di Dennis MacEoin, edita nel febbraio 2009 per conto della londinese Civitas: Institue for the Study of Civil Society. Ne è venuto fuori un interessante florilegio.

Ad esempio: «una donna musulmana non può, in nessuna circostanza, sposare un uomo non musulmano, a meno che questi non si converta all’Islam, e nel caso tale regola venisse violata, alla donna verrebbe sottratta la custodia del figlio, a meno che non risposi un uomo musulmano»; «la moglie non può rifiutare di concedersi sessualmente ogni volta che il marito lo pretenda» (ma non vale il contrario); «una donna non può più convivere col marito se questi dovesse abbandonare l’Islam»; «i non-musulmani possono essere privati dei propri diritti in caso di successione»; «una donna non ha alcun diritto patrimoniale in caso di divorzio»; «la sharia deve comunque prevalere sui giudizi delle corti britanniche»; «i diritti sulla custodia dei minori possono differire da quelli previsti dalla vigente normativa britannica in materia»; «sottoscrivere assicurazioni per i musulmani è proibito, anche se imposto dalla legge statale»; «non esiste alcun obbligo di registrare un matrimonio, nonostante quanto prevedano le leggi britanniche»; «un avvocato musulmano ha il dovere morale di ignorare una legge del Regno Unito quando questa contrasti con i principi della sharia»; «una donna non può lasciare la propria abitazione senza il consenso del marito» (cosa che, peraltro, potrebbe integrare il reato di sequestro di persona); «l’adozione legale è proibita»; «una donna non può avere la custodia dei propri figli una volta che compiano 7 anni (per i maschi) e 9 anni (per le femmine)»; «una donna non può sposarsi senza la presenza ed il permesso di tutore maschio»; «un figlio illegittimo non può ereditare dalla linea paterna»; e così via.

Resta l’amarezza per la situazione sempre più schizofrenica in cui vive la società britannica. Da una parte vi è una sorta di odioso accanimento discriminatorio nei confronti dei cristiani e dall’altra una pavida accondiscendenza nei confronti della sempre più potente e temuta comunità islamica. Inimmaginabile sarebbe stata la reazione dell’anticlericale ed iperlaicista Terry Sanderson, presidente della National Secular Society, o dell’ateissima Polly Toynbee, presidente della British Humanist Association, se si fosse solamente ipotizzata l’idea di creare dei Christian Arbitration Tribunal, nei quali la regola fosse che «un avvocato cristiano ha il dovere morale di ignorare una legge del Regno Unito quando questa contrasti con i principi del diritto naturale». Apriti cielo!

Un’altra grave contraddizione di questa fragilissima società ormai alla deriva, emerge dal fatto che mentre si rasenta il ridicolo nell’esasperata esaltazione del principio di parità tra uomo e donna, si tollera, attraverso un connivente silenzio, il modo con cui vengono trattate le donne nei Muslim Arbitration Tribunal. Proprio nella patria del politically correct.

Solo pochi giorni fa, la House of Commons, su proposta di Harriet Harman – considerata un’icona dei diritti per le donne –, ha approvato con 206 voti favorevoli e 90 contrari, l’abolizione dal vocabolario parlamentare della parola “chairman” (presidente), ritenuta sessista, e la sostituzione con quella più neutra di “chair”. Le femministe hanno esultato per la grande conquista. Ormai il senso del ridicolo ha ceduto alla malinconia della pateticità. Che tristezza!

Ruini contro l’assedio etico al clero, critico sull’operazione Bonino. Intervista al Cardinale

Accetta di parlare della pedofilia dei sacerdoti. Difende il Papa, accusa i media e tutti coloro che alimentano il vento della diffamazione contro la chiesa cattolica. Perché quando l’argine delle diffamazioni supera il limite occorre reagire e dire una parola che resti. Nella sua abitazione appena fuori le mura leonine che delimitano la Città del Vaticano, di ritorno dall’abbazia benedettina di Santa Scolastica a Subiaco dove ha ricevuto il Premio “San Benedetto 2010”, il cardinale Camillo Ruini, 79 anni compiuti da poco, guarda sospettoso il risalto che i mezzi d’informazione – giornali, tv e Internet – danno ai reati di pedofilia nei quali sono coinvolti sacerdoti. Un’analisi oggi necessaria perché “seppure il reato di pedofilia è abominevole”, dice al Foglio il vicario generale emerito del Papa per la città di Roma, “alcune considerazioni è arrivato il momento di farle”.

Ruini non è per nulla sorpreso della campagna di stampa di questi giorni che arriva a chiamare in causa anche il Papa. “Davvero non lo sono” dice. E spiega: “I reati di pedofilia sono sempre infami, specialmente quando commessi da un sacerdote. Per questo è più che giusto denunciarli e reprimerli e, nella misura del possibile, aiutare le vittime a superarne le conseguenze. E’, inoltre, assolutamente doveroso prendere tutti i provvedimenti che possono prevenire nuovi reati”. Tuttavia? “Detto ciò non si può far finta di non vedere che l’attenzione di molti giornali e degli ambienti che si esprimono attraverso di essi si concentra sui casi di pedofilia dei sacerdoti cattolici, sicuramente non più frequenti di quelli di tante altre categorie di persone. E non si può nemmeno ignorare il tentativo tenace e accanito di tirare in ballo la persona del Papa, nonostante tutti i puntuali chiarimenti della sala stampa vaticana e di altre fonti attendibili”.

Sono anni che Ruini segue l’eco
che la stampa italiana e internazionale dà ai vari casi di abusi su minori attribuiti a sacerdoti, dal primo scandalo che occupò i titoli dei quotidiani di tutto il mondo – quello scoppiato nel 2002 in seguito alla scoperta di abusi sessuali perpetrati da più sacerdoti nei confronti di minorenni nell’arcidiocesi di Boston – fino a quelli di questi giorni che a macchia di leopardo sembrano poter interessare diversi paesi europei: Germania, Austria, Olanda, Irlanda, Svizzera. Due termini ricorrono con frequenza nella sua conversazione: “Campagna diffamatoria” e “strategia”. Cioè? “A mio avviso la campagna diffamatoria contro la chiesa cattolica e il Papa messa in campo dai media rientra in quella strategia che è in atto oramai da secoli e che già Friedrich Nietzsche teorizzava con il gusto dei dettagli. Secondo Nietzsche l’attacco decisivo al cristianesimo non può essere portato sul piano della verità ma su quello dell’etica cristiana, che sarebbe nemica della gioia di vivere. E allora vorrei domandare a chi scaglia gli scandali della pedofilia principalmente contro la chiesa cattolica, tirando in ballo magari il celibato dei preti: non sarebbe forse più onesto e realistico riconoscere che certamente queste e altre deviazioni legate alla sessualità accompagnano tutta la storia del genere umano ma anche che nel nostro tempo queste deviazioni sono ulteriormente stimolate dalla tanto conclamata ‘liberazione sessuale’?”.

Una domanda non retorica, quella di Ruini. Una domanda che, probabilmente, molti vescovi e cardinali vorrebbero porre seppure spesso non riescano ad averne il coraggio o a trovare il contesto giusto in cui avanzarla.
“Quando l’esaltazione della sessualità pervade ogni spazio della vita e quando si rivendica l’autonomia dell’istinto sessuale da ogni criterio morale diventa difficile far comprendere che determinati abusi sono assolutamente da condannare. In realtà la sessualità umana fin dal suo inizio non è semplicemente istintiva, non è identica a quella degli altri animali. E’, come tutto l’uomo, una sessualità ‘impastata’ con la ragione e con la morale, che può essere vissuta umanamente, e rendere davvero felici, soltanto se viene vissuta in questo modo”.
La rivendicazione dell’autonomia dell’istinto sessuale da ogni criterio morale, un’impostazione narcisistica e dunque autoreferenziale della sessualità, è l’opposto di quanto propone la chiesa.

E’ un modello che vola sulle ali retoriche di altri pulpiti. Alcuni di questi radicalismi di tipo libertino hanno rappresentanza nelle prossime elezioni regionali. Argomento ghiotto. Che cosa ne pensa il predecessore del cardinale Angelo Bagnasco alla guida dei vescovi italiani e del cardinale Agostino Vallini alla guida operativa della diocesi di Roma? “Voglio dire – dice Ruini – che condivido pienamente nei contenuti e nello stile la nota uscita domenica su ‘Roma sette’. Visti i candidati che sono in gara, particolarmente nel Lazio ma anche in alcune altre regioni, è indispensabile richiamare l’attenzione sui temi veramente fondamentali che la nota richiama con chiarezza e precisione. Tra questi la difesa della vita umana in ogni fase della sua esistenza, il sostegno della famiglia fondato sul matrimonio tra uomo e donna e più in generale il rifiuto di un permissivismo che mina le basi della società”.

Ruini, come tutti i sacerdoti e i suoi confratelli vescovi, si attiene alle disposizioni che vietano loro di dare indicazioni di voto. Ma nello stesso ha letto bene il passaggio della nota che dice che “non è possibile equiparare qualunquisticamente tutti i progetti politici, perché non tutti incarnano i valori in cui crediamo”. E ancora: “Non si possono concedere deleghe di rappresentanza politica a chi persegue altro progetto politico, che ci è estraneo e che non condividiamo”. Dice, infatti, Ruini: “I cittadini che fanno riferimento all’etica cristiana, ma anche tutti coloro che vogliono salvaguardare le strutture portanti della nostra civiltà hanno qui un preciso criterio per l’esercizio del diritto/dovere del voto. Dopo le tormentate vicende relative alla presentazione delle liste è tempo infatti di concentrare l’attenzione sulle questioni di sostanza, anzitutto quella della scelta delle persone che dovranno guidare le regioni italiane”.

di Paolo Rodari

JOSEPH RATZINGER. Ottimismo moderno e odio alla Chiesa

Brano tratto da: JOSEPH RATZINGER, Guardare Cristo, JACA BOOK, 1989, pagg. 35-39.


Nella prima metà degli anni settanta, un amico del nostro gruppo fece un viaggio in Olanda, dove la Chiesa faceva sempre più parlare di sé, vista dagli uni come l'immagine e la speranza di una Chiesa migliore per il domani, dagli altri come sintomo di una decadenza che era la logica conseguenza dell'atteggiamento assunto. Con una certa curiosità aspettavamo il resoconto che il nostro amico ci fece al suo ritorno.
Poiché era un uomo leale e un preciso osservatore, egli ci parlò di tutti i fenomeni di disfacimento di cui avevamo già udito qualcosa: seminari vuoti, ordini religiosi senza vocazioni, preti e religiosi che in gruppi voltano le spalle alla loro vocazione, la scomparsa della confessione, la drammatica caduta della frequenza alla Messa e via dicendo. Naturalmente vennero descritti anche gli esperimenti e le novità, che non potevano, a dire il vero, cambiar nulla dei segni della decadenza, anzi piuttosto li confermavano.
La vera sorpresa del rendiconto fu però la valutazione conclusiva: a dispetto di tutto, una Chiesa grandiosa, perché non c'era da nessuna parte pessimismo, tutti andavano incontro al futuro pieni di ottimismo. Il fenomeno dell'ottimismo generale faceva dimenticare ogni decadenza e ogni distruzione; bastava a compensare ogni negativo.

Feci le mie riflessioni in silenzio.
Che cosa si sarebbe detto di un uomo di affari che scrive solo delle cifre in rosso, che, però, invece di riconoscere le sue perdite, di cercarne le ragioni e di opporvisi coraggiosamente, si raccomandava ai suoi credi tori con il solo ottimismo? Che cosa bisognava pensare della glorificazione di un ottimismo semplicemente contrario alla realtà?
Cercai di andare a fondo della questione ed esaminai diverse ipotesi.
L'ottimismo poteva essere semplicemente una copertura, dietro la quale si nascondeva proprio la disperazione che si cercava in tal modo di superare. Ma poteva trattarsi anche di peggio: questo ottimismo metodico veniva prodotto da coloro che desideravano la distruzione della vecchia Chiesa e che, senza tanto rumore con il mantello di copertura della riforma, volevano costruire una Chiesa completamente diversa, di loro gusto, che però non potevano iniziare per non scoprire troppo presto le loro intenzioni. Allora il pubblico ottimismo era una specie di tranquillante per i fedeli, allo scopo di creare il clima adatto a disfare possibilmente in pace la Chiesa e acquisire così dominio su di essa.

Il fenomeno dell'ottimismo avrebbe perciò due facce: da una parte suppone la beatitudine della fiducia, anzi la cecità dei fedeli, che si lasciano calmare da buone parole; consiste dall'altra in una consapevole strategia per un cambiamento della Chiesa in cui nessun'altra volontà superiore - volontà di Dio - ci disturba più, né inquieta più la coscienza, mentre la nostra propria volontà ha l'ultima parola.
L'ottimismo sarebbe alla fine la maniera di liberarci della pretesa, fattasi ormai ostica, del Dio vivente sulla nostra vita. Quest'ottimismo dell’orgoglio, dell'apostasia, si sarebbe servito dell'ottimismo ingenuo dell'altra parte, anzi l'avrebbe alimentato, come se quest'ottimismo altro non fosse che speranza certa del cristiano, la divina virtù della speranza, mentre era in realtà una parodia della fede e della speranza.

Riflettei anche su un'altra ipotesi.
Era possibile che un simile ottimismo fosse semplicemente una variante della fede liberale nel progresso perenne: il surrogato borghese della speranza perduta della fede.
Giunsi infine al risultato che tutte queste componenti agivano insieme, senza che si potesse facilmente decidere quale di esse, e quando e dove, avesse il peso prevalente.

Un po' più tardi il mio lavoro mi portò ad occuparmi del pensiero di Ernst Bloch, per il quale il "principio speranza" è la figura speculativa centrale. Secondo Bloch la speranza è l'ontologia del non ancora esistente. Una giusta filosofia non deve mirare a studiare ciò che è (sarebbe stato conservatorismo o reazione), ma a preparare ciò che ancora non è. Giacché ciò che è è degno di perire; il mondo veramente degno di essere vissuto dev'essere ancora costruito. Il compito dell'uomo creativo è dunque quello di creare il mondo giusto che ancora non esiste; per questo elevato compito però la filosofia deve svolgere una funzione decisiva: essa è il laboratorio della speranza, l'anticipazione del mondo di domani nel pensiero, anticipazione di un mondo ragionevole e umano, non più formatosi mediante il caso, ma pensato e realizzato dalla nostra ragione.
Ora, sullo sfondo delle esperienze appena raccontate, ciò che mi sorprese fu l'uso del termine "ottimismo" in questo contesto. Per Bloch (e per alcuni teologi che lo seguono) l'ottimismo è la forma e l'espressione della fede nella storia, ed è perciò doveroso per una persona che vuole servire alla liberazione, all'evocazione rivoluzionaria del mondo nuovo e dell'uomo nuovo (1). La speranza è perciò la virtù di un'ontologia di lotta, la forza dinamica della marcia verso l'utopia:
Leggendo Bloch io pensavo che 1'" ottimismo" è la virtù teologica di un Dio nuovo e di una nuova religione, la virtù della storia divinizzata, di una "storia" di Dio, dunque del grande Dio delle ideologie moderne e della loro promessa.
Questa promessa è l'utopia, da realizzarsi per mezzo della "rivoluzione", che per sua parte rappresenta una specie di divinità mitica, per cosi dire una "figlia Dio" in rapporto con il Dio-Padre "Storia".
Nel sistema cristiano delle virtù la disperazione, cioè la radicale opposizione verso fede e speranza, viene qualificata come peccato contro lo Spirito Santo, perché esclude il suo potere di guarire e di perdonare, e si nega cosi alla redenzione (2).
Nella nuova religione vi corrisponde il fatto che il "pessimismo" è il peccato di tutti i peccati, poiché il dubbio per l'ottimismo, per il progresso, per l'utopia è un assalto frontale allo spirito dell'età moderna, è la contestazione del suo credo fondamentale su cui si fonda la sua sicurezza, che è tuttavia di continuo minacciata per la debolezza di quella divinità illusoria che è la storia.

Tutto questo mi venne di nuovo in mente quando esplose il dibattito a riguardo del mio Rapporto sulla fede, pubblicato nel 1985. Il grido di rivolta sollevato da questo libro senza pretese culminava nell'accusa: è un libro pessimistico.
Da qualche parte si tentò perfino di vietarne la vendita, perché una eresia di quest'ordine di grandezze semplicemente non poteva essere tollerata. I detentori del potere d'opinione misero il libro all'indice. La nuova inquisizione fece sentire la sua forza. Venne dimostrato ancora una volta che non esiste peccato peggiore contro lo spirito dell'epoca che il diventare rei di una mancanza di ottimismo.
La domanda non era affatto: è vero o falso ciò che si afferma, le diagnosi sono giuste oppure no; ho potuto constatare che non ci si preoccupava di porsi simili questioni fuori moda. Il criterio era molto semplice: è ottimistico oppure no, e davanti a questo criterio il libro era senz'altro fallimentare.
La discussione artificialmente accesa sull'uso della parola "restaurazione", che non aveva niente a che fare con quanto detto nel libro, era solo una parte del dibattito sull'ottimismo: sembrava in questione il dogma del progresso.
Con la collera che solo un sacrilegio può evocare si picchiava su questa negazione del Dio Storia e della sua promessa. Pensai a un parallelo in campo teologico. Il profetismo viene da molti congiunto da una parte con la "critica" (rivoluzione), dall'altra con "ottimismo" e in questa forma reso criterio centrale della distinzione fra vera e falsa teologia.

Perché racconto tutto questo?
Io credo che è possibile comprendere la vera essenza della speranza cristiana e riviverla solo se si guarda in faccia alle imitazioni deformative che cercano di insinuarsi dappertutto.
La grandezza e la ragione della speranza cristiana vengono in luce solo quando ci liberiamo dal falso splendore delle sue imitazioni profane.
Prima di iniziare la riflessione positiva sull'essenza della speranza cristiana, mi sembra importante precisare e completare i risultati finora raggiunti.

Note

1 Cfr. l'enciclica sullo Spirito Santo di papa Giovanni Paolo II "La bestemmia contro lo Spirito Santo consiste proprio nel rifiuto radicale dell'accettazione di quel perdono" (II, 6,46).

2 Cfr. F. Hartl, Der Begriff des Schoplerischen. Deutungsversuche der Dialektik durch Ernst Bloch und Franz von Baader, Frankfurt a.M. 1979; G. Gutierrez, Theologie der Befreiung, Munchen-Mainz 1982(6), specie pp. 200-207 (tr. it., Teologia della Liberazione, Queriniana, Brescia). Importanti analisi circa l'opposizione di ottimismo e speranza in J. Pieper, Uber das Ende der Zeit, Munchen 1980 (3), cfr. per es. p. 85s., dove Pieper rinvia alla tesi di J. Burckhardt, secondo cui in tutta l'Europa occidentale sussiste il conflitto tra la Weltanschauung uscita dalla Rivoluzione francese e la Chiesa, esattamente la cattolica, conflitto che Burckhardt vede tra ottimismo e pessimismo. Al riguardo Pieper: "Può in qualche modo essere vero qualificare come ottimismo la Weltanschauung del 1789 (Burckhardt vede l'ottimismo nel 'senso di conquista' e 'senso di potere'); benché presumibilmente un'analisi più approfondita dovrebbe urtare nella disperazione come nella base che rende possibile questo ottimismo".