DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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I cristiani dimenticati del Vietnam


Anna Bono


Abitano sugli altipiani centrali del Vietnam. Per questo li chiamano Montagnards, uomini delle montagne, e anche, sprezzantemente, “moi”, selvaggi. Sono i Degar, un gruppo di etnie minoritarie, da molti secoli confinate nelle inospitali regioni montuose del paese. Le difficoltà derivanti dalle condizioni ambientali avverse tuttavia sono poca cosa al confronto di quel che devono patire per colpa del loro governo. Durante la guerra (1955-1975) tra il Vietnam del Nord, comunista, e il Vietnam del Sud i Montagnards, così come i Hmong che vivono più a nord e in Laos, si erano schierati con i Francesi prima e con gli Stati Uniti poi, sperando così di poter costituire una nazione autonoma. Già bastava perché, dopo l’unificazione dei due Vietnam nel 1975 e l’imposizione del regime comunista, subissero ritorsioni e una dura repressione.
Ma, quel che è peggio agli occhi del governo vietnamita, sia i Montagnards che i Hmong sono cristiani. In Vietnam le chiese sono viste con sospetto, le autorità considerano il cristianesimo una influenza straniera e i cristiani agenti dell’Occidente. Nel 2013 è stata varata una legge che impone a tutte le chiese di registrarsi, con una procedura che però rende molto difficile farlo il che ostacola, fino a renderle talvolta impossibili, le attività dei sacerdoti e in generale dei religiosi. Inoltre vengono esercitate pressioni sulla popolazione affinché abbandoni il cristianesimo. Perciò nell’elenco degli stati che più perseguitano i cristiani, pubblicato ogni anno dall’associazione internazionale Open Doors, il Vietnam compare da tempo tra quelli in cui la persecuzione è definita grave: occupava il 21° posto nella classifica del 2013 e in quella del 2014, a conferma di un peggioramento della situazione, figura 18°, tra l’Etiopia e il Qatar.
Sono migliaia i Montagnards e i Hmong che hanno scelto la fuga in Cambogia e Thailandia nel corso degli anni, pur sapendo che oltre confine li attendono condizioni di vita difficilissime e il rischio di essere arrestati ed espulsi. Ultimi in ordine di tempo, all’inizio di novembre, in 13 sono riusciti a varcare la frontiera con la Cambogia, dopo un viaggio estenuante durato settimane durante le quali hanno quasi sempre dormito all’aperto e a mala pena sono stati in grado di sfamarsi. La loro vicenda è nota grazie ai giornalisti di Radio Free Asia che li hanno intervistati. Hanno accettato di parlare con loro a condizione che non rivelassero la loro identità e il luogo in cui sono nascosti. Si sa soltanto che si trovano nelle foreste della provincia cambogiana di Ratanakiri, infestate dalle zanzare. Mancano di tutto, ma sono disposti a morire di fame e di malaria piuttosto che tornare in patria e sanno che, nonostante gli appelli internazionali e le pressioni dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, le autorità cambogiane tendono a rimpatriare i cristiani vietnamiti e sono restie e concedere lo status di rifugiato.
Come chi li ha preceduti, hanno raccontato ai giornalisti storie di intimidazioni e abusi, minacce di morte, terre perdute, espropriate dalle autorità locali: una vita di persecuzioni che aumentano, in Vietnam come altrove, all’approssimarsi delle principali festività religiose. Lo scorso anno, a Natale, nella provincia da cui sono fuggiti, Gia Lai, la polizia ha aggredito dei volontari cattolici che stavano portando doni ai bimbi orfani e alle famiglie più povere – coperte, cibo, altri generi di prima necessità – e ha impedito loro di consegnarli. Il capo della sezione locale del Partito Comunista ha seviziato uno dei fedeli procurandogli lesioni che ne hanno reso necessario il ricovero in ospedale.
Più a nord, la stessa sorte tocca ai cristiani Hmong. Nella provincia di Dak Lak quasi tutte le chiese sono state chiuse fin dal 2002. Da allora ogni pratica religiosa collettiva – battesimi, matrimoni, funerali, amministrazione dei sacramenti – è soggetta a restrizioni. Molti Hmong residenti in Vietnam sono originari del Laos da dove sono fuggiti per sottrarsi a persecuzioni ancora più feroci. Altri hanno tentato e tentano la sorte in Thailandia dove non li attende sorte migliore.
Si danno casi di intere famiglie sterminate dai reparti militari governativi laotiani o accerchiate, isolate e fatte morire di stenti nella foresta. Anche in Laos il Partito Comunista considera i cristiani agenti stranieri, limita la stampa e l’importazione di materiali cristiani e controlla le attività religiose per svolgere le quali occorre un permesso governativo che viene raramente concesso. 


La Nuova Bussola Quotidiana


La Chiesa vietnamita si prepara alle nuove sfide pastorali

di J.B. An Dang
La preparazione della grande Assemblea del popolo di Dio, vista anche come occasione per superare momenti di divisione che ci sono stati tra i cattolici, le celebrazione conclusiva dell’Anno giubilare, il rilancio della spinta missionaria all’esame dell’XI assemblea della Conferenza episcopale.

Ho Chi Minh City (AsiaNews) - La preparazione della grande Assemblea del popolo di Dio, vista anche come occasione per superare momenti di divisione che ci sono stati tra i cattolici vietnamiti, è stato, finora, l’argomento di maggiore respiro dell’XI assemblea della Conferenza episcopale vietnamita. I responsabili delle 26 diocesi del Paese, riuniti nel Centro pastorale dell’arcidiocesi di Saigon, stanno elaborando l’organizzazione dell’Assemblea che si terrà, nell’ambito dell’Anno giubilare della Chiesa vietnamita, a Ho Chi Minh City dal 22 al 25 novembre, in particolare per quanto riguarda il documento di lavoro.
L’assemblea, secondo tradizione, sta anche esaminando le attività svolte nei tre anni passati, il che permette di parlare di temi come i contrasti sorti tra alcune comunità cattoliche del nord e del sud e lo Stato, in particolare per questioni connesse con beni ecclesiastici, le dimissioni, in aprile, dell’arcivescovo di Hanoi, Joseph Ngo Quang Kiet, e l’atteggiamento tenuto dai cattolici in tale occasione. Da rilevare, peraltro, che dello stesso mons. Kiet, segretario della Conferenza episcopale, non è neppure indicata la presenza.
Dal vescovo d Hue, Etienne Nguyên Nhu Thê, è poi venuta l’illustrazione della preparazione della celebrazione conclusiva dell’Anno giubilare per i 350 anni del cattolicesimo nel Paese e i 50 dell’istituzione della gerarchia nazionale, in programma il 6 gennaio 2011 nel Centro nazionale mariano di La Vang.
A portare materiale alla discussione dei vescovi sono state anche le conclusioni raggiunte dagli incontri per chierici, tenuti nell’ambito dell’Anno sacerdotale, che hanno avuto largo seguito.
Attenzione suscita anche quello che il vicepresidente della Conferenza episcopale, mons. Joseph Nguyen Chi Linh, ha definito “un fenomeno senza precedenti nella storia della Chiesa in Vietnam”, e cioè che gruppi di fedeli e alcuni siti cattolici hanno pubblicamente criticato gli atteggiamenti di qualche vescovo. Ciò in particolare per il “silenzio” su “ingiustizie”, come la generale accettazione dell’aborto e altri atti contro la morale o la scarsa resistenza contro l’appropriazione da parte di autorità pubbliche di beni della Chiesa.
All’esame dei vescovi, infine, anche il problema del rilancio della spinta missionaria di una Chiesa indubbiamente presente nella società, ma che nel corso dei decenni non è riuscita a far crescere la sua forza. I cattolici vietnamiti sono, secondo i dati del 2007, circa 6.087.700 e rappresentano il 7,15% della popolazione. Nel 1933 erano il 7,2% e nel 1939 il 7,6%.

VIETNAM Mons. Kiet: non volevano che mi ritirassi, l’ho dovuto chiedere io al Papa

di J.B. An Dang
Lettera dell’ex arcivescovo di Hanoi che rivela come Vaticano e Conferenza episcopale si opponessero alla sua domanda di potersi ritirare. Crescente timore tra i cattolici di manovre del governo per creare divisioni e istillare sospetti verso alcuni vescovi.

Hanoi (AsiaNews) - Solo scrivendo direttamente al Papa, che ha capito la sua situazione, mons. Joseph Ngo Quang Kiet è riuscito a far accettare le sue dimissioni, che Vaticano e Conferenza episcopale si rifiutavano di accogliere E’ lo stesso ex arcivescovo di Hanoi a rivelarlo in una lettera di commiato indirizzata a sacerdoti, religiosi e fedeli di quella che per sette anni, fino a ieri, è stata la sua diocesi.
“Ogni volta che ho fatto cenno alla mia intenzione di dimettermi - scrive - le Congregazioni romane si sono opposte con forza”. Alla fine mons. Kiet dice di aver scritto personalmente a Benedetto XVI che “ha compreso a fondo la mia situazione e con il suo cuore patermo ha accolto la mia richiesta di ritirarmi”.
La lettera di mons. Kiet giunge in un momento nel quale i cattolici di Hanoi e di tutto il Vietnam temono di trovarsi di fronte a una manovra del governo mirante a incrinare la loro fiducia verso la Santa Sede e la Conferenza episcopale. Avvisate in anticipo (come da loro richiesta) dal Vaticano della nomina di nuovi vescovi a Hanoi e Vinh, le autorità hanno intenzionalmente lasciato trapelare le notizie, presentandole in modo da cercare di convincere i cattolici che Roma stava seguendo una “road map” tracciata dal Vietnam per rimuovere i vescovi “testardi”, con un lungo passato di ferma resistenza e opposizione a ogni tentativo di limitare la libertà religiosa o di impadronirsi dei beni della Ciesa.
La manovra è giunta a dipingere alcuni vescovi vietnamiti come “collaboratori” dello Stato. Dello stesso nuovo arcivescovo di Hanoi, Peter Nguyen Van Nhon, che è il presidente della Conferenza episcopale, è stato fatto intendere che avesse collaborato per spingere mons. Kiet alle dimissioni.
L’operazione sembra in parte riuscita. Il 7 maggio, in occasione della cerimonia di ingresso di mons. Van Nhon a Hanoi, se migliaia di fedeli lo hanno ben accolto, c’è stata anche, fuori della chiesa, la protesta di alcuni gruppi. E ieri il nuovo arcivescovo non ha potuto celebrare la messa per l’Ascensione per la presenza di contestatori davanti alla cattedrale. Nessuno però ha potuto confermare che i manifestanti fossero tutti cattolici.
Quest’ultimo avvenimento spiega la crescente preoccupazione dei cattolici che ora le autorità stiano lavorando a un progetto mirante a incrinare l’unità dei fedeli e provocare disordine nell’arcidiocesi.
Una preoccupazione che appare condivisa anche da mons. Kiet che nella sua lettera chiede a sacerdoti e fedeli di “fare del vostro meglio per preservare l’unità e l’amore tra di voi. E’ il tesoro più prezioso della nostra arcidiocesi. Amate mons. Peter - è la sua ultima richiesta - con l’amore che avete sempre avuto per me”.

Papa: nomina nuovi vescovi a Hanoi e Vinh

Accettate le dimissioni per motivi di salute di mons. Kiet, al quale succede il coadiutore mons. Pierre Nguyên Văn Nhon. A Vinh, all’83enne mons. Paul-Marie Cao Dình Thuyên succede un domenicano, padre Paul Nguyên Thai Hop, 65 anni, docente di dottrina sociale.

Città del Vaticano (AsiaNews) – E’ ufficiale: il Papa ha accettato oggi le dimissioni presentate per motivi di salute (canone 401 § 2 del Codice di diritto canonico) dall’arcivescovo di Hanoi, Joseph Ngô Quang Kiêt, e per raggiunti limiti di età (canone 401 § 1) dal vescovo di Vinh, l’83enne Paul-Marie Cao Dình Thuyên.
Nuovo arcivescovo di Hanoi è il coadiutore, mons. Pierre Nguyên Văn Nhon.
A Vinh diviene vescovo il domenicano padre Paul Nguyên Thai Hop. Padre Paul Nguyên Thai Hop, O.P., è nato a Lang Anh, Nghe An, diocesi di Vinh, il 2 febbraio 1945. Ha frequentato il Centro di studi dei Domenicani e l’Università statale di Saigon, dove ha ottenuto una licenza in Filosofia orientale (1970). Ha conseguito in Svizzera un dottorato in Filosofia all’Università di Friburgo (1978), e poi un dottorato in Teologia morale alla facoltà di Teologia di São Paolo (Brasile). E’ stato ordinato sacerdote l’8 agosto 1972.
Dopo l’ordinazione ha svolto i seguenti incarichi: insegnante nella Facoltà di teologia a Lima (Perù), negli anni ‘80, e alla Pontificia università S. Tommaso d’Aquino di Roma (1997-2003); responsabile della formazione intellettuale della Provincia domenicana del Vietnam (2003-2007); consigliere della Provincia domenicana (2003-2007). Dal 2000 insegna Etica e Dottrina sociale della Chiesa presso il Centro di studi domenicano e in vari istituti religiosi, nonché Scienze religiose all’Università statale di Ho Chi Minh City.

L’arcivescovo di Hanoi dà le dimissioni. Trionfo del regime

di J.B. An Dang - E. Nguyen
Il prelato inviso al governo dovrebbe lasciare entro metà mese. I media statali si preparano a celebrare la sua dipartita come “una vittoria” del regime, che ha dettato una “road map” al Vaticano. L’ipotesi più accreditata è che le dimissioni di mons. Ngo sono il prezzo per aprire dialoghi diplomatici con il Vaticano e per permettere una visita di Benedetto XVI in Vietnam nel 2011. Stupore e dolore fra i fedeli.

Hanoi (AsiaNews) – Fonti locali hanno dichiarato ad AsiaNews che l’arcivescovo di Hanoi darà le dimissioni nei prossimi giorni, dopo l’installazione del suo coadiutore, avvenuta il 7 maggio scorso.
Giornalisti statali hanno confermato che le dimissioni del prelato avverranno fra il 13 e il 18 maggio al più tardi. Essi hanno ricevuto dallo Stato indicazioni di far apparire il ritiro dell’arcivescovo come una vittoria del governo, che è riuscito a far accettare una “road map” al Vaticano. Secondo tali giornalisti, per il fine settimana, le autorità governative locali stanno preparando un enorme party per celebrare la “vittoria”.
Interrogato da AsiaNews, mons. Ngo non ha confermato né smentito la notizia. Ma movimenti e commenti all’interno della curia e fra i sacerdoti rendono la notizia molto probabile.
Da almeno due anni mons. Ngo Quang Kiet, l’arcivescovo di Hanoi, è al centro di una campagna del regime per eliminarlo. Il prelato infatti ha sempre sostenuto le richieste e le preghiere dei fedeli di Hanoi che subiscono soprusi, espropri di terreni, chiese, cimiteri, insieme a violenze gratuite.
Nell’effervescenza della crescita economica del Paese e degli investimenti stranieri, i membri del Partito sequestrano terreni per impossessarsene a titolo personale, arricchendosi con le speculazioni edilizie.
Mons. Giuseppe Ngo Quang Kiet, 58 anni, sarà sostituito da mons. Pietro Nguyen Van Nhon, 72 anni, installato come vescovo coadiutore di Hanoi lo scorso 7 maggio. La cerimonia è stata contestata da gruppi di centinaia di fedeli.
La nomina di un vescovo coadiutore (con diritto di successione) più anziano dell’ordinario appare strana, anche se lo stesso mons. Kiet ha spesso sottolineato motivi di salute che gli suggeriscono il ritiro. E fra i cattolici è sempre più accreditata l’ipotesi che il governo abbia convinto Vaticano e Conferenza episcopale vietnamita ad allontanare mons. Kiet e che per questo sarebbe disposto a pagare “qualunque prezzo, anche varando i rapporti diplomatici” e dare il segnale verde per una visita di Benedetto XVI in Vietnam per il 6 gennaio del 2011.
Anche i media statali, nel riportare la notizia del coadiutore e della sua installazione, hanno di continuo sottolineato che tutto ciò è avvenuto “secondo l’approvazione del Primo ministro vietnamita”.
John Nguyen Thach Ha, osservatore locale, ha commentato ad AsiaNews. “La strategia dei media statali sembra essere quella di scuotere la fiducia dei cattolici verso il Vaticano. Con ogni probabilità essi vogliono strappare quanto rimane di fede nel cuore dei cattolici”.

Abusi e violenze, il nuovo “ideale” dei giovani vietnamiti

di Nguyen Hung
Secondo uno studio del governo docenti universitari e insegnanti fanno carriera grazie a minacce e ingiustizie compiute contro i rivali e trasmettono questi “nuovi valori” ai loro studenti. Essi considerano la violenza un normale comportamento della società e ogni anno oltre 6 milioni di giovani sono vittime o artefici di abusi.

Hanoi (AsiaNews) – In Vietnam i giovani crescono sempre di più in un clima di violenza fisica e psicologica. Ogni anno oltre 6 milioni di adolescenti sono vittime di abusi o coinvolti in casi di violenza. Detti tradizionali come “se un cavallo sta male gli altri non mangiano l’erba”, o “ama il prossimo tuo come te stesso” non sono più contemplati dalla società.

Uno studio del dipartimento di educazione del governo afferma che i docenti universitari e i professori di scuola fanno carriera grazie a corruzione, minacce e ingiustizie contro i possibili rivali. Gli studenti seguono l’esempio dei maestri e per loro il nuovo scopo non è imparare, ma promuovere se stessi. Secondo l’analisi è normale per i ragazzi tra 5 e 11 anni di età mentire, picchiare e minacciare i compagni di scuola. Il dato cresce nelle scuole superiori dove gli studenti utilizzano armi e oggetti affilati nelle dispute contro i compagni.

L’utilizzo della violenza è sempre più frequente nel Paese e per i giovani è un normale comportamento della società, che ha nel modello economico dello sviluppo ad ogni costo sponsorizzato dal governo i principali promotori.

Di recente i giornali hanno riportato la storia di Hao Anh, ragazzo di 14 anni della provincia Ca Mau, inviato a lavorare in un’azienda agricola, per aiutare la madre da poco abbandonata dal marito. Dopo due anni di duro lavoro il ragazzo è stato picchiato e torturato senza motivo dai proprietari dell’azienda ed è ora invalido al 60% e non si hanno notizie sull’eventuale condanna degli aguzzini.

Altro caso è quello avvenuto in questi giorni nella parrocchia di Con dau, diocesi di Da Nang. Qui polizia e teppisti assoldati dal governo hanno picchiato e arrestato un gruppo di fedeli in protesta contro la lottizzazione del cimitero.

Vietnam: la libertà religiosa in pericolo? Rapporto della Commissione statunitense sulla Libertà Religiosa

WASHINGTON, mercoledì, 5 maggio 2010 (ZENIT.org).- La Commissione statunitense sulla Libertà Religiosa ha proposto di tornare a inserire il Vietnam nella lista dei "Paesi particolarmente preoccupanti in materia di libertà religiosa", a causa del peggioramento della situazione dei credenti.

La Commissione per la Libertà Religiosa nel Mondo ha presentato il 30 aprile il suo Rapporto sull'anno 2009 (dal giugno 2008 al giugno 2009). Il Vietnam è uno dei cinque Paesi che la Commissione propone di inserire nella lista di quelli in cui le violazioni della libertà religiosa sono più gravi.

Uno dei membri della Commissione statunitense, Scott Flinse, incaricato delle questioni relative all'Asia sud-orientale, ha spiegato questa decisione, informa Eglises d'Asie, l'agenzia delle Missioni Estere di Parigi.

Flinse ha dichiarato a Radio Free Asia che, se il progresso compiuto nelle relazioni tra Vietnam e Stati Uniti in vari settori - soprattutto nel campo del commercio, della sicurezza o della lotta alla droga - è stato notevole, è lungi dall'esserlo in materia di libertà religiosa.

La Commissione stima attualmente che il reinserimento del Vietnam nella lista dei "Paesi particolarmente preoccupanti" a causa della sua politica religiosa sarebbe una misura del tutto adeguata.

Quando il Vietnam è stato iscritto per la prima volta nella lista, nel 2004, si sono percepiti progressi sensibili, e si può pensare che la reiterazione di questa sanzione avrebbe effetti positivi.

La proposta della Commissione statunitense di reiscrivere il Vietnam nella famosa lista è giustificata dalle persecuioni che subiscono oggi i credenti, ha precisato Flinse.

A questo proposito, ha citato l'espulsione dei monaci buddisti dal loro monastero di Bat Nha, avvenuta in un clima di violenza e di odio.

Allo stesso modo, ha sottolineato le gravi difficoltà che devono affrontare i protestanti dell'altopiano del centro del Vietnam e di altri luoghi nell'esercizio del loro culto.

Nel Rapporto presentato al Dipartimento di Stato, una decina di pagine viene dedicata agli errori della politica religiosa del Vietnam. Oltre ai fatti già citati, il testo ripercorre le varie persecuzioni che hanno colpito le grandi religioni.

Si menzionano il severo controllo esercitato dalle autorità civili sul buddismo unificato, la repressione del buddismo Hoa Hao autentico e tutte le questioni che, nel 2008 e nel 2009, hanno affrontato le comunità cattoliche con le autorità civili, così come la repressione e il controllo dei protestanti.

La Commissione per la Libertà Religiosa nel Mondo è un'organizzazione indipendente del Governo statunitense con la funzione di consigliare il Presidente, gli Affari Esteri e i membri del Congresso degli USA sulle questioni relative alla libertà religiosa e ai diritti umani nel mondo. Il suo ruolo è unicamente consultivo. La lista dei Paesi particolarmente preoccupanti, redatta dalla Commissione, deve essere approvata dal Dipartimento di Stato per diventare effettiva. Nel 2009, il Governo del Presidente Obama non ha adottato i cambiamenti proposti alla lista dalla Commissione.

Il nome del Vietnam è stato introdotto nella lista del 2004 perché il Paese non aveva risposto alle richieste statunitensi di liberare un certo numero di personalità religiose in prigione o con residenza vigilata. Alla fine del 2006, poco prima che il Presidente George W. Bush visitasse Hanoi, il Vietnam venne ritirato dalla lista considerando i progressi compiuti dal Paese nel campo della libertà religiosa.

Negli anni 2006, 2007 e 2008, tuttavia, la Commissione aveva proposto al Dipartimento di Stato di reinserirlo nella lista, tenendo conto del peggioramento della situazione religiosa, proposta che non è stata accettata.

Nell'ottobre 2009, il rapporto annuale degli Affari Esteri statunitensi sulla situazione religiosa in 198 Paesi del mondo ha segnalato che il Vietnam continua a progredire in questo campo, ma che permangono numerosi problemi.

Per consultare il testo completo del rapporto: http://www.uscirf.gov/images/annual%20report%202010.pdf

Sacerdoti punto di riferimento per 5,7 milioni di cattolici vietnamiti

In occasione della 47ma giornata mondiale per le vocazioni i cattolici pregano per oltre 3700 sacerdoti. Essi operano tra la gente di campagne e città, rischiando ogni giorno soprusi e violenze da parte del governo comunista.

Ha Noi (AsiaNews) – Nella 47ma giornata internazionale per le vocazioni, i cattolici del Vietnam hanno ricordato con messe e momenti di preghiera il lavoro di oltre 3700 sacerdoti. Le celebrazioni sono avvenute il 25 aprile scorso e hanno coinvolto tutte le diocesi del Paese.

In Vietnam vivono circa 5,7 milioni di cattolici (6,8% della popolazione) pari a 1634 fedeli per ciascun sacerdote e - almeno nel sud - dal 1975 i preti cattolici compiono la loro missione sotto il costante controllo delle autorità comuniste, e rischiano ogni giorno di subire soprusi e violenze. La restrizione dell’attività pastorale non ha fermato il lavoro dei sacerdoti, che operano nelle campagne tra i contadini e nelle città, nuovi centri economici del Paese e meta per decine di migliaia di cattolici.

“Lavoro 12 ore al giorno – racconta p. Nguyen della parrocchia di Tan Hoa (provincia di Bao Loc) – ma le cose da fare sono sempre più. Oltre all’attività della parrocchia, aiuto anche le associazioni realizzate dai cattolici nella comunità”. La realizzazione di opere di carità aperte a tutta la popolazione ha reso i sacerdoti un punto di riferimento per la gente.

“La presenza e la vitalità di sacerdoti e religiosi hanno portato la felicità nelle nostre diocesi e nella Chiesa - ha affermato p. Gustave della diocesi di Da Lat (Regione degli altopiani) durante la sua predica - essi hanno risposto all’invito di Cristo, vivendo la vita quotidiano in ogni suo istante”. “Noi – ha aggiunto - dobbiamo servire e aiutare questi uomini di Dio perché rendano più luminosa la nostra terra e siano sempre di più testimoni per tutta la cristianità”.

Vietnam, 35 anni fa finiva la guerra. Grandi foto

La guerra è inferno

(AP Photo/Horst Faas)

Sono trascorsi 35 anni dalla fine della lunga Guerra del Vietnam, un conflitto che ha segnato la storia, la vita politica e la cultura degli Stati Uniti d’America e del mondo intero. Iniziato nel 1962 - quando il fragile equilibrio dell’area, disegnato nel dopoguerra dalle superpotenze, non resse al peso della guerra fredda - il conflitto devastò il Sud-est Asiatico per ben 13 anni, fino alla ‘liberazione’ dell’ex Saigon (oggi Ho Chi Minh City), avvenuta il 30 aprile 1975, e il ritiro delle truppe statunitensi.

Aprile 1969

(AP Photo/Horst Faas)

In questa galleria di fotografie dell’epoca, un percorso nella memoria.

La guerra è inferno
Il monaco buddhista Quang Duc si dà fuoco in una strada di Saigon
Un uomo porta tra le braccia il cadavere del proprio figlio, mostrandolo a un gruppo di soldati sudvietnamiti, nei pressi del confine con la Cambogia
Attacco degli elicotteri USA contro un campo di Viet Cong
Paracadutisti americani attraversano il fiume

Donne e bambini cercano riparo dai bombardamenti
Elicotteri USA in supporto delle truppe di terra
Morti e feriti
Il soldato Lacey Skinner di Birmingham, Alabama, in trincea
All'alba, dopo tre giorni di combattimento

Soccorso inutile a un soldato ferito
Nel fango sotto il tiro dei cecchini
Un soldato Usa incendia una capanna presso Saigon
Pistola alla tempia di un sospetto Viet Cong
Il Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon indica la zona di guerra su una cartina geografica

Una donna vietnamita del Sud piange accanto al corpo del marito morto
La foto-simbolo della Guerra in Vietnam
Un carro armato nordvietnamita attraversa il cancello del Palazzo presidenziale di Saigon, a simboleggiare la caduta del Vietnam del sud.
Una madre e i suoi tre figli evacuati da Saigon
Ritorno a casa


8 giugno 1972

(AP Photo/Nick Ut)

25 settembre 1965

(AP Photo/Henri Huet)



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Per gli studenti vietnamiti la violenza nelle scuole è “normale”. Allarmanti dati: il 96,7% dei giovani ha assistito a violenza nella scuola

Allarmanti dati del Ministero per l’educazione: il 96,7% dei giovani ha assistito a scene di violenza o a scontri all’interno degli istituti. na delle ragioni fondamentali va cercata nel degrado dell’educazione morale nelle famiglie, nei sistemi educativi, nel consumismo e nello stile di vita materialistico degli adulti di oggi.

Ho Chi Minh City (AsiaNews) - Il 96,7% degli studenti vietnamiti ha assistito a scene di violenza o a scontri all’interno delle scuole. E dicono che la violenza è “normale”. Il dato è stato fornito dal Ministero dell’educazione e la formazione, a dimostrazione che la violenza crece sempre di più all’interno delle scuole.
Un rapporto del Dipartimento per l’educazione di Ho Chi Minh City, dal canto suo, afferma che dal 2003 sono più di 8.000 gli studenti delle scuole superiori della città ad essere stati coinvolti in episodi di violenza.
Secondo Huynh Cong Minh, direttore del Dipartimento, “gli scontri tra giovni non sono una novità, ma il fenomeno sta crescendo in modo grave e pericoloso. Gli studenti usano coltelli e oggetti affilati. Questo è davvero pericoloso per la vita e la sicurezza dei ragazzi”.
Secondo uno studio, le ragioni all’origine della violenza sono estremamente semplici: odio, vendetta, insoddisfazione, ingiustizia nei comportamenti.
Alcuni educatori sostengono che una delle ragioni fondamentali va cercata nel degrado dell’educazione morale nelle famiglie, nei sistemi educativi, nel consumismo e nello stile di vita materialistico degli adulti di oggi.
Numerosi responsabili delle scuole, inoltre, lavorano per la propria realizzazione e non per gli esseri umani. Essi insegnao solo conoscenza e pratica, ma non insegnano modo di pensare, comportamento con gli altri e umanità. Ancor peggio, gli “adulti” e i genitori non sono interessati all’educazione morale dei loro figli. Gli studenti sono vittime dei meccanismi sociali. Sono poveri in moralità.
Ora, il viceministro per l’educazione, Tran Quang Do, ha firmato un documento sulla prevenzione delle situazioni illegali e della violenza nelle scuole. Il Ministero chiede continuamente alle scuole di incrementare l’educazione morale, di curare lo stile di vita degli studenti, di lavorare in rapporto con le autorità locali, la società civile e le famiglie nella gestione e nell’educazione dei giovwni. Ma tutte le richieste rimangono sulla carta.

Il dramma dei migranti dietro la crescita economica del Vietnam

di J.B. Vu
Mentre ad Hanoi i delegati Asean discutono le future strategie di crescita economica, milioni di migranti provenienti dalle campagne abbandonate dal governo vivono in condizioni miserevoli. Nella sola Ho Chi Minh City sono oltre 2 milioni i giovani giunti in città con la speranza di migliorare le proprie condizioni di vita.

Ho Chi Minh City (AsiaNews) – Con una crescita economica del 6,6% registrata nel 2009, il Vietnam è uno dei pochi Paesi che non ha sofferto la crisi globale. In questi giorni è in corso ad Hanoi il Summit dell’Associazione delle Nazioni del Sud est asiatico (Asean). Qui i delegati discutono di cambiamenti climatici e di future strategie di crescita economica, ma ignorano che il mantenimento dello sviluppo ha generato numerosi problemi a carattere sociale. Tra questi la migrazione di milioni di persone dalle aree rurali alle città.
Il Vietnam è per tradizione un Paese agricolo, ma il recente sviluppo economico ha spinto milioni di giovani residenti nelle aree rurali a recarsi in città per migliorare la propria condizione economica e accedere agli studi. Lo stato non investe nelle campagne e le autorità locali mancano dei fondi necessari per creare nelle comunità più povere adeguati programmi di sviluppo economico. I giovani in età lavorativa rappresentano circa il 60% della popolazione e solo ad Ho Chi Minh City su 6,5 milioni di abitanti i migranti sono oltre 2milioni. Di questi il 76% è composto di giovani tra i 16 e i 37 anni provenienti dalle campagne. Tra loro sono pochi quelli che hanno soldi a sufficienza per pagare le tasse universitarie, che ammontano a circa 1000 dollari Usa all’anno.
“Volevo arrivare a Ho Chi Minh City per guadagnare soldi e dopo un anno avrei avuto soldi a sufficienza per tornare a casa e aprire un'officinw per moto – racconta Thuan della provincia di Nam Dinh – ma sono ormai giorni che cerco un lavoro che mi dia i soldi a sufficienza per sopravvivere”. La gran parte dei giovani vive in condizioni miserevoli per i bassi salari e l’alto costo della vita nella metropoli e una volta terminati gli studi non fa più ritorno a casa.
Per risolvere il problema il Ministero del lavoro degli invalidi di guerra e del Welfare ha di recente dato la possibilità ai giovani studenti migranti di accedere a programmi sociali e sviluppo da applicare nelle proprie comunità d’origine.

Il Vietnam “è la nuova Cina”, con pregi e difetti molto simili

Uno sguardo alla 3a economia dalla crescita più rapida in Asia, dove il Pil dal 2000 è cresciuto del 7,2% annuo. Aumenta la ricchezza privata, ma pure il divario tra città e campagna e lo sfruttamento degli operai. Ma nelle grandi città si vive l’entusiasmo per i rapidi cambiamenti.

Ho Chi Minh City (AsiaNews/Agenzie) – Da quando il Paese nel 1986 si è aperto a un’economia di mercato, ha attirato l’attenzione degli investitori internazionali. Dal 2000 al 2009 il Prodotto interno lordo è cresciuto alla media del 7,2% annuo, secondo i dati del Fondo monetario internazionale, e in Asia è dietro solo a Cina e Cambogia. Per il 2010 il governo prevede una crescita del 6,5%, con definitivo superamento dei problemi portati dalla crisi finanziaria globale. Sempre dal 1986, gli investimenti esteri diretti sono cresciuti da 0 a 60,3 miliardi di dollari nel 2008, circa 3 volte le riserve di valuta estera del Paese.
Ma il Vietnam è un mercato difficile, con repentini e violenti mutamenti di tendenza, come molti investitori hanno imparato a proprie spese. Il mercato azionario, dopo anni di ottimi risultati, nel 2008 è crollato del 66%, per le conseguenze della crisi mondiale e per la rapida inflazione in atto, che ha avuto un picco del 28,3% nell’agosto 2008. Per contenerla, sempre nel 2008 la Banca centrale ha alzato più volte i tassi di interesse, giungendo al 14%. Molti grandi investitori hanno liquidato le loro partecipazioni in ditte locali, con grandi perdite finanziarie. Ma nel 2009 l’indice del mercato azionario di Ho Chi Minh City è salito del 57% e quest’anno è salito di circa il 3,5% al 24 marzo. Con grande soddisfazione di chi, invece, ha rischiato ed è rimasto nel mercato.
Esperti osservano che il Paese ha 86 milioni di abitanti e dicono che non bisogna seguire le ondate emotive, ma puntare sulla continua espansione del mercato interno e del settore privato. Grazie agli investimenti esteri, il reddito pro-capite medio è passato dai 375 dollari del 1999 ai 1.042 del 2008.
Son Nam Nguyen, imprenditore della primaria ditta di consulenza finanziaria Vietnam Capital Partners, osserva all’agenzia Bloomberg che il Vietnam “è la nuova Cina, nessuno vuole restarne fuori”.
Il paragone con la Cina appare valere anche per i problemi che spesso accompagnano il rapido sviluppo dei Paesi emergenti: sfruttamento di mano d’opera a basso costo, rapida crescita del divario tra un’economia cittadina in rapida espansione e quella rurale più statica, corruzione diffusa.
Di certo i consumi privati sono in rapido aumento, almeno nelle città, flagellate dal traffico caotico che appare conseguenza inevitabile della crescita economica. Si affermano persino caffè e ristoranti di tipo occidentale. Come la catena Highlands Coffee, considerata la Starbucks del Paese, creata nel 2002 da David Thai, fuggito a Seattle dopo la fine della guerra, tornato dopo la svolta liberista economica. Si rivolge a una clientela abbiente: un latte piccolo costa 44mila dong, circa 1,80 euro, l’equivalente di una scodella di brodo di manzo per due persone. Gli 80 locali della catena hanno aria condizionata, televisori e schermo piatto, connessione wi-fi. A gennaio lo stesso gruppo ha aperto il primo Hard Rock Café del Paese a Ho Chi Minh City, con un investimento di oltre 2 milioni di dollari. Ma in molte zone rurali il problema è ancora la sussistenza quotidiana. Nel luglio 2008 l’agricoltura occupava 22 milioni di persone, circa la metà dell’intera forza lavoro, secondo i dati dell’Ufficio statistiche generali di Vietnam. E’ vero che dal 2000 al 2008 gli operai nel settore manifatturiero sono raddoppiati giungendo a 6,3 milioni, il 14% della forza lavoro. Ma, come in Cina e in altri Paesi, i capitali esteri sono attirati dal basso costo della mano d’opera e dal limitato rispetto dei diritti civili e sindacali dei lavoratori.
Peraltro la crescita significa anche il proliferare rapido della industrie locali. Come la Socbay.com, ditta leader quale motore per le ricerche internet in lingua vietnamita, che molti ritengono sarà la Google locale.
Il gruppo Transparency International, che studia la corruzione nel settore economico in tutto il mondo, nella classifica di integrità mette il Vietnam al 120° posto su 180 Paesi considerati, dietro a Cina, Thailandia e Indonesia. Il gruppo, in un rapporto del 2006, rileva il grande divario tra la condanna ufficiale della corruzione e la sua diffusione di fatto, e conclude che “avere i giusti collegamenti –e il denaro- è decisivo per ottenere quanto occorre”.
Sembra in un’altra epoca il 30 aprile 1975, quando un carro armato nordvietnamita entrò attraverso le porte del palazzo presidenziale a Saigon, per simboleggiare il controllo comunista del Paese. Nei mesi e anni successivi milioni di vietnamiti fuggirono dal Paese, anche a piedi o su incerte imbarcazioni attraverso il Mar Cinese Meridionale. La fuga dei cervelli e la politica del nuovo governo spinsero il Paese nell’isolamento. Fino a quanto nel 1986 Pham Van Dong, primo premier della Repubblica socialista di Vietnam, ammise le imprese a capitale privato, tolse il controllo dei prezzi e aprì poi le porte agli investimenti esteri. Nel 1994 il presidente Usa Bill Clinton tolse l’embargo verso il Paese. Negli ultimi anni c’è stato il ritorno di tanti profughi, entusiasti di investire nel loro Paese e creare nuove iniziative.

Il rispetto dei diritti umani in Vietnam. Continuano le restrizioni alla libertà religiosa

di padre John Flynn, LC

ROMA, domenica, 28 marzo 2010 (ZENIT.org).- Recenti studi dimostrano che vi è ancora una grave carenza di libertà religiosa in Vietnam. Il rilascio di padre Nguyen Van Ly, il 15 marzo scorso, è una notizia buona ma rara, dopo mesi di continue pressioni da parte delle autorità.

Padre Ly ha trascorso tre anni in prigione, durante i quali ha sofferto di cuore. È stato rilasciato per consentirgli di ricevere cure mediche, secondo quanto riferito dall'Associated Press il 15 marzo.

Come ricorda l'agenzia, padre Ly è uno dei più noti personaggi a battersi per il rispetto dei diritti umani in Vietnam. Ha trascorso in prigione più di 15 anni della sua vita, a partire dal 1977.

Lo scorso luglio, 37 senatori degli Stati Uniti hanno indirizzato al Presidente del Vietnam, Nguyen Minh Triet, una lettera in cui chiedevano la sua liberazione. Secondo alcune fonti, dopo le cure mediche, le autorità potrebbero farlo rientrare in carcere.

La notizia è giunta poco dopo la pubblicazione, l'11 marzo, del rapporto del Dipartimento di Stato USA sui diritti umani per l'anno 2009. Nel capitolo dedicato al Vietnam, il rapporto sottolinea le restrizioni all'esercizio dei diritti umani.

Sulla questione della libertà di credo, il rapporto osserva che sebbene le leggi vietino gli abusi fisici, la polizia ha regolarmente maltrattato fisicamente gli imputati arrestati o detenuti. Alcuni di questi abusi sono stati perpetrati quando membri di Chiese protestanti non riconosciute hanno tentato di svolgere le loro funzioni in alcune province del Vietnam.

Il rapporto ammette che vi sono stati miglioramenti in relazione alla libertà di culto, ma osserva anche che le restrizioni a danno di gruppi religiosi continuano ad esistere. Ad esempio, le organizzazioni religiose devono essere ufficialmente riconosciute o registrate, e le loro attività e le nomine di vertice delle Congregazioni religiose devono essere approvate dalle autorità. Questo processo di registrazione avviene in modo "lento e non trasparente", osserva il rapporto.

Controlli

I controlli più severi si verificano quando il Governo ritiene che il gruppo religioso possa essere impegnato politicamente o possa in qualche modo rappresentare un ostacolo al suo operato, afferma il documento, che sottolinea ad ogni modo come la partecipazione alle attività religiose abbia continuato a crescere significativamente.

Il Dipartimento di Stato rileva che, secondo la Chiesa cattolica, il Governo ha continuato ad allentare le restrizioni sull'ammissione di nuovi sacerdoti e non ha obiettato alla nomina di tre nuovi Vescovi nel 2009.

Alcuni sacerdoti cattolici hanno inoltre riferito di un progressivo allentamento dei controlli da parte delle autorità sulle attività di alcune Diocesi fuori Hanoi.

Tuttavia, non tutti i funzionari del Governo USA sono così convinti che il rispetto della libertà religiosa stia migliorando in Vietnam. Il 12 marzo, la Commissione USA sulla libertà religiosa internazionale (U.S. Commission on International Religious Freedom - USCIRF) ha emanato un comunicato stampa in cui denuncia l'arresto di Le Thi Cong Nhan.

Le Thi Cong Nhan è una dissidente di spicco, impegnata per la tutela dei diritti umani e della libertà religiosa, ricorda il comunicato. È stata scarcerata due mesi prima di aver concluso i tre anni di reclusione comminati per "attività antigovernativa". Pochi giorni dopo, però, è stata nuovamente arrestata per aver dichiarato ai giornalisti che il periodo di detenzione ha confermato in lei la "fede" nel pacifico "impegno per i diritti umani e la democrazia in Vietnam".

"L'USCIRF ha sottoposto all'Amministrazione Obama e al Congresso prove inconfutabili delle gravi e continue violazioni della libertà religiosa in Vietnam", dichiara il comunicato.

L'USCIRF riporta anche la testimonianza, resa durante l'audizione presso la Commissione affari esteri della Camera dei Rappresentanti, del Sottosegretario Kurt Campbell, che ha riconosciuto che il Vietnam sta "arretrando" sulle questioni dei diritti umani e della libertà religiosa.

Cresce la repressione

Anche Human Rights Watch stigmatizza la carenza di libertà religiosa in Vietnam. Il comunicato stampa che accompagna la presentazione del suo World Report 2010, il 21 gennaio, fa riferimento a un "clima di repressione politica sempre più dura in Vietnam".

Secondo Human Rights Watch, il Governo sta cercando di tacitare ogni opposizione in vista del congresso del Partito comunista vietnamita, previsto nel 2011.

Il comunicato sottolinea, oltre all'arresto di militanti politici, la dura repressione contro i cattolici del Centro e Nord Vietnam che si sono opposti alla confisca delle proprietà della Chiesa.

Secondo il rapporto, lo scorso anno i tribunali del Vietnam hanno condannato alla reclusione almeno 20 persone tra oppositori del Governo e militanti di Chiese indipendenti. Questi si aggiungono alle centinaia di pacifici attivisti politici e religiosi che già si trovano a scontare lunghe pene detentive in Vietnam, osserva.

Diversamente da quanto affermato nel rapporto del Dipartimento di Stato, l'organizzazione Human Rights Watch sostiene che la situazione della libertà religiosa si sia deteriorata nel 2009. "Il Governo ha preso di mira esponenti religiosi e loro seguaci che hanno fatto appello ai diritti civili, alla libertà religiosa e all'equa risoluzione delle controversie sui beni immobili", afferma.

Il rapporto evidenzia, ad esempio, i contrasti tra la polizia e le migliaia di cattolici che a Quang Binh hanno protestato contro le confische, operate dal Governo, delle proprietà della Chiesa. A luglio erano 200.000 i cattolici che hanno protestato pacificamente a Quang Binh, dopo che la polizia aveva distrutto una struttura temporanea adibita a cappella, eretta accanto alle rovine di una chiesa storica. Secondo Human Rights Watch, la polizia ha usato gas lacrimogeni e manganelli elettrici contro i fedeli; ha arrestato 19 persone, di cui 7 sono stati imputati di violazione dell'ordine pubblico.

Un altro esempio è quello dell'aggressione, da parte di una folla coordinata dal Governo, ai seguaci di Thich Nhat Hanh, noto monaco buddista che rivendica maggiore libertà religiosa.

Il rapporto riferisce anche degli arresti compiuti lo scorso anno dalle autorità negli altipiani centrali del Vietnam a danno di decine di cristiani locali, accusati di appartenere a Chiese domestiche non registrate.

In diverse occasioni, la polizia ha percosso gli abitanti degli altipiani con i manganelli elettrici, perché si erano rifiutati di sottoscrivere l'impegno ad aderire a Chiese autorizzate dal Governo, constata il rapporto.

Nessun cambiamento

Ad oggi, il 2010 non dà segni di miglioramento nel rispetto della libertà religiosa in Vietnam, come testimonia una serie di servizi. L'8 gennaio, AsiaNews ha riferito che nel cimitero di Dong Chiem è stato distrutto il crocifisso.

Secondo l'agenzia, padre John Le Trong Cung e i fedeli erano intervenuti prima della distruzione della croce per chiedere alla polizia di non perpetrare questa azione sacrilega, ma le centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa hanno reagito con violenza.

Il 18 gennaio, Compass Direct News ha riferito che Sung Cua Po, convertito al cristianesimo nel novembre del 2009, è stato percosso dagli agenti delle autorità locali nella provincia nord-occidentale di Dien Bien finché non ha abiurato la sua fede cristiana.

Il 25 gennaio, UCA News ha pubblicato un servizio sulle difficoltà dell'Arcidiocesi di Hanoi. A molti sacerdoti è stato impedito di visitare i cattolici locali, ha detto padre John Le Trong Cung, segretario della casa arcivescovile di Hanoi.

Il mese seguente, un gruppo di suore e laici, nella Diocesi di Dong Chiem, è stato violentemente aggredito dalle autorità locali, secondo un servizio di AsiaNews del 26 febbraio.

Il 24 febbraio alcune religiose della Congregazione delle Suore amanti della Santa Croce, provenienti da Ho Chi Minh City, e decine di fedeli laici sono stati aggrediti e percossi da agenti in borghese.

Paura

Il Guardian Weekly, nell'edizione del 3 marzo, ha pubblicato un articolo dal titolo "Vietnam's religious living in fear" ("I religiosi del Vietnam vivono nella paura").

"Per molti degli 8 milioni di cristiani del Vietnam, la domenica - una volta giorno di celebrazione e di riflessione - è diventata un momento di attenzione e di paura, di nascondimento nel culto", osserva l'articolo.

In un messaggio del 17 novembre, Papa Benedetto XVI ha scritto al presidente della Conferenza episcopale del Vietnam, il Vescovo Pierre Nguyen Van Nhon, di Da Lat.

Il messaggio è stato inviato in occasione dell'inizio dell'anno giubilare in Vietnam, che segna i 350 anni dalla creazione dei primi due vicariati apostolici e i 50 anni dall'istituzione della gerarchia cattolica nel Paese.

"Il Giubileo è anche un tempo speciale offerto per rinnovare l'annuncio del Vangelo ai concittadini e divenire sempre più una Chiesa che è comunione e missione", ha affermato il Papa. Una missione che la Chiesa in Vietnam continuerà a portare avanti, nonostante l'opposizione da parte delle autorità di governo.

Migliaia di donne e bambini vietnamiti venduti come “schiavi del sesso”

di J.B. Vu
Dal 1998 al 2010 almeno 4500 fra donne e minori hanno varcato i confini del Vietnam per alimentare il racket della prostituzione. Il 65% è destinato in Cina, poi Cambogia, Laos, fino ai Paesi europei, africani e americani. Siti internet vendono i bambini in rete. È la nuovo forma di schiavitù che caratterizza il 21mo secolo.

Ho Chi Minh City (AsiaNews) – Bambini venduti con aste su internet al miglior offerente, attraverso siti specializzati che vengono rinnovati almeno “tre o quattro volte al giorno con nuovi arrivi”. Donne che finiscono nella rete della prostituzione, trattate alla stregua di “schiave del sesso” da trafficanti dei Paesi confinanti – Cambogia e Cina – o dirette al mercato europeo, americano e africano. In Vietnam non si ferma la piaga del commercio di vite umane, con numeri che aumentano ogni anno.
Un documento del governo, pubblicato di recente, mostra che dal 1998 ai primi mesi del 2010 circa 4500 fra donne e bambini hanno varcato i confini del Vietnam, nelle mani di trafficanti senza scrupoli. Un fenomeno che ha avuto inizio nel 1987, quando il governo di Hanoi ha aperto le frontiere all’economia di mercato, e acuito dai molteplici casi di corruzione che vedono coinvolte autorità locali o persone della “classe media”. E a nulla è servito l’intervento delle organizzazioni non governative ed enti di carità che operano fra Vietnam, Cambogia e Thailandia.
Nel 2009 operazioni congiunte del governo vietnamita e cambogiano hanno portato all’arresto di 31 trafficanti, salvando la vita a 70 vittime pronte a varcare il confine verso la Cambogia. Un attivista che lavora nel sociale riferisce che, sempre lo scorso anno, 981 fra donne e bambini sono stati venduti in Cambogia o in Cina. Almeno 781 le persone coinvolte nel traffico di vite umane.
Il flusso maggiore si registra al confine fra Cina e Vietnam, dove avviene il 65% circa del volume di traffico totale. Le donne alimentano il mercato della prostituzione, oppure vengono vendute come spose al miglior offerente o sfruttate per lavoro. Un altro 10% si registra lungo i confini fra Vietnam e Cambogia: le donne vengono usate come prostitute, oppure transitano nel Paese prima di raggiungere nazioni europee fra cui Inghilterra, Francia e Germania. Vi è inoltre un 6,3% che attraversa la frontiera vietnamita in direzione Laos, passando attraverso le province di Nghe An, Ha Tinh, Thanh Hoa e Quang Tri.
In alcuni casi le vittime del racket vengono portate agli scali di Tan San Nhat e Noi Bai, dove partono alla volta della Malaysia, Hong Kong, Macao, oppure verso nazioni europee, africane e americane. Da quando le autorità di Bangkok hanno impresso un giro di vite sulla prostituzione, soprattutto quella minorile, il Vietnam si è trasformato nella nuova “zona calda” per il turismo sessuale. E come sempre i punti di richiamo sono i bar, le discoteche, le zone turistiche delle città più importanti fra cui Hanoi, Ho Chi Minh City e le province di Da Nag e Hai Phong.
P. Martino, membro di una ong che si occupa del sociale, spiega che l’obiettivo “è aiutare i bambini vietnamiti, venduti come ‘schiavi del sesso’ in Cambogia”. I minori sono venduti “a centinaia” anche su internet, su siti che li definiscono “nuovi prodotti” e rinnovati almeno “tre o quattro volte al giorno”. Il mercato del sesso, conclude, è “una nuova forma di schiavitù caratteristica del 21mo secolo”.

VIETNAM - Giovani in fila, che bussano ai monasteri: la testimonianza di Padre Luigi De Giambattista, della Congregazione dei Servi della Carità

oma (Agenzia Fides) – “Giovani in fila, che bussano ai monasteri per una radicale scelta di consacrazione. Vietnam anno 2010”, è quanto si legge in una nota di padre Luigi De Giambattista della Congregazione dei Servi della Carità - Opera don Guanella. “La Chiesa – continua il sacerdote - dal 1975 può operare solo all'interno delle parrocchie: non c'è più scuola, ospedale o orfanotrofio che può esserle affidato. Ma questo non le impedisce di far fronte alla povertà....anche spirituale. I giovani vengono per corsi di catechesi e formazione. Un centinaio ogni domenica solo in una parrocchia di Saigon, per fare discernimento vocazionale. Restano tutto il giorno, portandosi il pranzo. Nel pomeriggio quattro ore di confessioni. E’ recente la richiesta del governo vietnamita al Cardinale di Saigon, l’arcivescovo Jean Baptist Pham Minh Man, di mettere insieme un team che si occupasse dei malati di AIDS. La Chiesa ha risposto con un team intercongregazionale che opera ai confini della Cambogia. In Vietnam, per diffondere una prima conoscenza del carisma del fondatore dei Guanelliani, l’amore e la cura dei poveri, specialmente dei più abbandonati, cerca di fare fronte alle povertà. Avvicinare i giovani in particolare, con questo annuncio e accompagnare chi si innamora ad un cammino di formazione che lo porti a divenire missionario nella propria realtà e far nuove così tutte le cose”, conclude padre De Giambattista. I Servi della Carità si dedicano in particolare al ministero della carità tra i disabili mentali tra gli anziani, i fanciulli e i giovani.

VIETNAM Ancora violenza a Dong Chiem: la polizia aggredisce tre studenti cattolici

di J.B. An Dang
I giovani si erano recati a pregare nella parrocchia. Aggrediti da un gruppo di agenti. Uno dei tre è stato anche arrestato. Le autorità preparano rapporti contro coloro che hanno protestato per la distruzione del crocefisso. Torna sotto tiro l’arcivescovo di Hanoi.

Hanoi (AsiaNews) - Non è finite a Dong Chiem. Distrutta la croce sul monte Che, costretta la gente a togliere quelle messe al suo posto, picchiati e minacciati sacerdoti, giornalisti e fedeli, le autorità continuano a tenere sotto assedio, anche se meno visibile, la parrocchia e ad assalire chi vi si reca. E’ accaduto, il 30 gennaio, a tre studenti della società Sant’Antonio da Padova di Vinh. Uno di loro è stato anche arrestato.
I tre, nella ricostruzione data da padre John Luu Ngoc Quynh, consigliere spirituale della società, a Vinh, “avevano compiuto l’adorazione eucaristica nella chiesa di Dong Chiem”. “Sulla via del ritorno, a un chilometro dalla parrocchia, ad An Tien, un gruppo di agenti li ha fermati e li ha ferocemente attaccati”. Uno dei tre, Anthony Tran Van Son “ha tentato di fuggire nei campi, ma è stato preso e picchiato con maggiore violenza”. “Alle 23.30 del 31, poi, la polizia lo ha portato al suo dormitorio e, dopo una perquisizione, ha arrestato altri due studenti che abitavano nella stessa camera”.
“Ferma” la protesta di padre Luu Ngoc Quynh per la “continua serie di violazioni della legge contro cittadini vietnamiti, in particolare cattolici”. La dichiarazione domanda l’immediato rilascio del giovane e “la fine dell’assedio alla parrocchia di Dong Chiem, il rispetto del diritto di movimento e di visitare la chiesa” e chiede “di investigare sull’attacco per portare i colpevoli davanti alla giustizia”.
Sulla vicenda di Dong Chiem, a quanto riferisce Eglises d’Asie, le autorità stanno preparando due rapporti, che mirano a individuare i responsabili del movimento di protesta contro l’abbattimento del crocefisso, fato saltare il 6 gennaio. Il primo, preparato dal comune di An Phu (nel quale è la parrocchia) chiama in causa in modo particolare alcuni fedeli laici e numerosi religiosi redentoristi. Ognuno è puntigliosamente citato per nome.
Il secondo rapporto è del distretto di My Duc (nel quale rientra Dong Chiem) ed è stato inviato alle autorità di Hanoi. Esso ha per obiettivo l’arcivescovado di Hanoi e indica esplicitamente il cancelliere, padre Le Trong Cung, firmatario dei due comunicati di denuncia di quanto accaduto. Ma il maggiore responsabilità viene attribuita all’arcivescovo, mons. Joseph Ngo Quang Kiêt che avrebbe mobilitato sacerdoti e fedeli e che avrebbe consentito la pubblicazione dei comunicati.
Quest’ultima notizia da un lato ricorda i precedenti attacchi contro mons. Kiet, del quale il sindaco della capitale chiese la rimozione, dall’altro conferma quanto detto ad AsiaNews da padre Vincent Pham Trung Thanh, superiore dei redentoristi del Vietnam, secondo il quale, con la vicenda di Dong Chiem, “il governo ha fatto del suo meglio per attirare l’arcivescovo di Hanoi e i redentoristi di Thai Ha in una trappola, nella quale un loro piccolo errore avrebbe dato alle autorità buoni pretesti per una aperta persecuzione, o almeno l’occasione per lanciare accuse contro di loro”.

Marcel Van, giovane redentorista vietnamita, fratello spirituale di Santa Teresa di Lisieux: l'incontro tra Oriente e Occidente

Intervista al sacerdote domenicano Gilles Berceville


di Marine Soreau

PARIGI, lunedì, 1° febbraio 2010 (ZENIT.org).- Marcel Van, giovane redentorista vietnamita, nacque nel 1928 in un villaggio cattolico del nord del Vietnam. Fratello spirituale di Santa Teresa di Lisieux, scoprì con lei che la santità era per tutti.

Teresa gli rivelò la sua vocazione: non sarebbe stato sacerdote; imparò alla sua scuola ad essere l'Apostolo nascosto dell'amore, con il grande desiderio di rendere presente Dio dove non c'era. Morì a 31 anni in un campo comunista, dov'era stato condannato a 15 anni di lavori forzati.

Padre Gilles Berceville, domenicano francese autore di “Marcel Van ou l'infinie pauvreté de l'Amour” (“Marcel Van o l'infinita povertà dell'Amore”) (Ed. de l'Emmanuel/Les Amis de Van, 2009), evoca per ZENIT la figura di questo giovane vietnamita nel quale Oriente e Occidente si incontrano.

Si può separare Marcel Van dalla figura di Santa Teresa del Bambin Gesù, oggi considerata un po' come la sua grande sorella spirituale?

Gilles Berceville: Van era un ragazzo molto credente che ebbe sempre una relazione intima con Cristo, una pratica eucaristica regolare, la convinzione che Dio è amore e un grande legame con la Santissima Vergine.

A 14 anni scoprì la “Storia di un'anima” di Santa Teresa e poco dopo sentì che la santa gli parlava. Questo scambio misterioso durò fino alla fine del suo noviziato.

Che cosa ha scoperto con lei?

Gilles Berceville: Con Teresa scoprì che il suo desiderio di santità si poteva realizzare perché era anche il desiderio di Dio.

Dio è “condiscendente”: non è un Dio che ci punisce con rigore esigendo ciò che non siamo in grado di fare, ma un Dio che pensa come aiutarci e in qualche modo si adatta a ciò che siamo perché noi ci adattiamo a come Egli è.

Quando Van lesse “Storia di un'anima”, si sentì unito a ciò che aveva vissuto. Venne liberato dalla sua paura di Dio.

Alla scuola di Teresa, imparò anche un nuovo modo di pregare: come un figlio parla al padre. Tutto ciò che vive un bambino interessa a un padre come a Dio.

Teresa gli rivelò anche la sua vocazione: non sarebbe stato sacerdote. Dovette allora rinunciare al progetto di vita che aveva avuto fino a quel momento.

Conobbe questo ideale di essere l'apostolo dell'Amore in una vita nascosta agli occhi del mondo: una vita di preghiera, di intercessione per i sacerdoti e per i peccatori, per i bambini, per la Chiesa.

Condivise poi con Dio, secondo la sua espressione, “l'infinita povertà dell'Amore”.

Marcel Van era redentorista. Che cosa ci dice sul mistero della redenzione?

Gilles Berceville: Marcel Van aveva un grande desiderio di rendere Dio presente dove non c'era. Questa era un'intuizione forte.

Durante il noviziato, i suoi confratelli gli chiesero scherzando se gli sarebbe piaciuto vivere con i comunisti. Disse di sì. I suoi compagni lo presero in giro.

Marcel però non stava scherzando: voleva realmente amare Dio con i comunisti perché ci fosse almeno una persona che amava Dio con i “senza Dio”.

Si unì nella fede all'opera redentrice di Cristo, provando spesso una grande solitudine.

Negli anni di postulato e noviziato conobbe una grande intimità con Cristo, e dovette poi attraversare le tentazioni, l'asprezza e la notte.

Van si unì anche ai peccatori dove si trovavano. Visse le sue notti, ma le visse nell'amore.

Sentiva che questo gli avrebbe permesso di trasmettere l'amore di Gesù ad altri. Era il suo ingresso nel cuore di Cristo redentore.

Si è unito a Cristo nell'opera di salvezza che dura ancora oggi e partecipa alla comunione dei santi.

Durante la sua vita, Van ricevette la missione di pregare per la Francia. Il suo Paese viveva una fase turbolenta con la fine dell'Indocina francese. Che rapporto aveva con la Francia e con i francesi?

Gilles Berceville: Van aveva un rapporto complesso con la Francia. Solidale con i suoi compatrioti umiliati dalla colonizzazione, era spontaneamente antifrancese, ma non dimenticava che la sua Chiesa era nata e si era sviluppata grazie ai missionari francesi (a nord c'era anche l'azione degli spagnoli).

La Francia è il Paese di Teresa, ed egli ricevette la missione – come si vede nei suoi scritti – di pregare perché la Francia si mettesse al servizio dell'amore di Gesù.

Credo però che questo non riguardi solo il destino della Francia. Si tratta del destino di tutte le Nazioni: ogni popolo ha valore agli occhi di Dio.

C'è qualcosa di simbolico in ciò che Van dice delle relazioni tra Vietnam e Francia. Riguarda la relazione tra tutti i popoli, le Nazioni e le culture. E' un messaggio di pace.

E un messaggio universale?

Gilles Berceville: L'universalità non è un ideale astratto. Nell'amore c'è un arricchimento concreto di tutti per tutti. E' un po' quello che Van ci permette di vivere. Ci fa scoprire, grazie al Vangelo, quello che dovrebbe essere l'incontro tra Oriente e Occidente.

Il suo messaggio è fortemente attuale. Per la prima volta, si scopre un cristiano dell'Estremo Oriente che vive intensamente la sua fede, il cui messaggio è originale e di tale ampiezza che un teologo francese come me si mette a studiare il vietnamita per imparare qualcosa in più sul Vangelo.

Nel XVII secolo, Papa Innocenzo XI, beatificato da Pio XII, ha detto: “L'Oriente ci ha dato il Vangelo. Oggi l'Occidente deve restituirlo”.

Con Van, l'Oriente dice di nuovo qualcosa del Vangelo all'Occidente. E' un magnifico esempio di scambio tra due Chiese.

VIETNAM La violenza ha vinto: rimosse le croci di Dong Chiem

di J.B. An Dang
“Scortati” dalla polizia, alcuni fedeli sono stati costretti a riportarsi a casa i crocefissi che erano stati portati sul monte Che. I media statali parlano di parrocchiani “persuasi ed educati” dalle autorità, il parroco nega che sia stato un atto volontario.

Hanoi (AsiaNews) – Alla fine, la forza ha vinto. “Scortati” dalla polizia, alcuni fedeli di Dong Chiem sono saliti sul monte Che e si sono riportati a casa (nella foto) le croci che vi erano state piantate dalla gente dopo il 6 gennaio, quando agenti e militari avevano fatto saltare con l’esplosivo il crocefisso che vi sorgeva.
I media di regime (Hà Nội Mới, An Ninh Thủ Đô, Radio The Voice of Vietnam, Hanoi Television), secondo abitudine consolidate, ieri hanno dato della vicenda una versione addomesticata e trionfalistica, per la quale “dopo molto tempo, persuasi ed educati dai funzionari del comune di An Phu e della contea di My Duc, domenica 24, sotto la guida del parroco Nguyen Van Huu e del suo vicario Nguyen Van Lien, un gruppo di parrocchiani ha rimosso tutte le croci sul monte Che”.
Tale ricostruzione dei fatti viene respinta dai due sacerdoti, che nel corso della vicenda sono stati pubblicamente insultati con gli altoparlanti e ripetutamente vessati dalla polizia con una serie di ordini di comparizione e lunghe ore di interrogatori. “Da venerdì - spiega il responsabile della parrocchia - gli altoparlanti annunciavano la decisione dei dirigenti locali del Partito comunista e delle autorità civili e militari di rimuovere domenica 24 tutte le croci sul monte”. “Un gruppo di parrocchiani è stato costretto dai funzionari a mettere in pratica la decisione, sotto stretto controllo della polizia. Non è stato fatto volontariamente. Abbiamo protestato contro la rimozione delle croci”.
Di buono c’è che, vinta la loro battaglia, le centinaia di agenti e attivisti che avevano occupato il villaggio se ne stanno andando, “per il ritorno alla vita normale”, come dicono i media statali.
Che sembrano non voler porre fine all’attacco contro i cattolici. Sotto tiro ora c’è padre Peter Nguyen Van Khai, redentorista, accusato di “organizzare pellegrinaggi a Dong Chiem” e “esagerare la portata degli incidenti, per motive politici”. Né ha fine la campagna contro l’arcivescovo di Hanoi, mons. Joseph Ngo Quang Kiet e contro I redentoristi della parrocchia di Thai Ha, qualificati “istigatori di sommosse”, per i quali si chiedono severe punizioni.

Vietnam. BOOM DI VOCAZIONI: COSÌ LA CHIESA CELEBRA IL SUO GIUBILEO

BOOM DI VOCAZIONI: COSÌ LA CHIESA CELEBRA IL SUO GIUBILEO


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recentocinquant’anni fa (1659) nascevano i vicariati apostolici del Tonchino e della Cocincina; il 2010 scandirà il cinquantesimo di istituzione della gerarchia cattolica in Vietnam. Le celebrazioni, inaugurate con la Festa dei Santi martiri del Vietnam il 24 novembre scorso, si concluderanno il 6 gennaio 2011.
Un Giubileo che arriva in un tempo in cui il ruolo della Chiesa in Vietnam si sta fa facendo sempre più centrale, soprattutto perché ha saputo porsi in dialogo costruttivo con il potere e con le altre espressioni della società vietnamita. Vale ancora l’indicazione di qualche anno fa
del cardinale Pham Minh Man, arcivescovo di Città di Ho Chi Minh: mentre la Chiesa e i comunisti possono avere una diversa visione dei valori umani, è tuttavia possibile trovare «comuni denominatori» per un dialogo diretto, non mediato da una società civile che di fatto non c’è, che parta dal confronto sui diritti umani e sulle libertà civili. Ad esempio, mentre il Partito comunista basa la sua legittimazione sulla capacità di guidare il paese all’autodeterminazione, la corruzione che tocca molti dei suoi membri ha minato l’immagine di integrità del partito. Per questo la Chiesa non può tacere e interviene criticando il regime per la violazione dei suoi stessi presupposti, sottolineando come la corruzione che colpisce la gente comune annulli i valori fondamentali dello Stato. La Chiesa in Vietnam, organizzata in 26 diocesi e 2.200 parrocchie servite da 2.900 sacerdoti, 1.000 religiosi e 10mila religiose, è la seconda componente religiosa del paese con i suoi 8 milioni di battezzati, dopo quella buddhista cui aderiscono la maggioranza degli 87 milioni di vietnamiti. I battesimi sono 100mila l’anno, mentre le vocazioni sono cresciute del 50 per cento negli ultimi cinque anni, portando a 1.500 il numero seminaristi. Una cattolicità che ha acquisito in tempi recenti spazi di libertà di culto, ma il cui clero è ancora sottoposto a rigide direttive statali. La ripresa delle controversie sulle proprietà ecclesiastiche e l’impegno a salvaguardare luoghi della tradizione cattolica da altri usi, testimonia – insieme di un nuovo coraggio dei cattolici disposti a scendere in piazza per far sentire la propria voce – anche le difficoltà nel dialogo, che comunque continua, tra Santa Sede e Hanoi, in un contesto di pressioni internazionali sul governo vietnamita in tema di diritti umani e libertà religiose.
Stefano Vecchia



Vietnam turbocomunista

da Hanoi Stefano Vecchia
R
ipartire da Danang. Sulle sue spiagge interminabili, bianchissime tra il blu del mare e il verde della costa, iniziò nel marzo 1965 lo sbarco dei
marine che doveva portare a un livello nuovo – l’invasione, il conflitto corpo a corpo, la lotta senza quartiere – quella che fino ad allora per gli Usa era stata una sorta di guerra virtuale, elaborata dalla politica e dai vertici militari a Washington, combattuta con aerei spia e bombardieri. Danang, che punta su un turismo elitario, è al centro del Paese, dove questo si assottiglia quasi fino a spezzarsi, una cerniera sottile con la vicina Hué, che ricorda la passata grandezza, e l’operosa Hoi An, che assimila in un contesto di rara bellezza urbana vietnamiti e una folta comunità straniera, a definire insieme divisione e assimilazione ugualmente scolpite nella storia. Qui il Vietnam si bilancia e si mostra al meglio della sua natura e della sua cultura, equidistante dai suoi due poli. A 34 anni dalla riunificazione resta la tensione fra l’austera Hanoi, invasa alla sera da un fiume in piena di biciclette, da gente povera ma dignitosa e nuovi ricchi che spiccano distintamente, e Città di Ho Chi Minh, l’ex Saigon, che si è piegata sotto l’urto dei Vietcong per poi tornare se stessa, inevitabilmente vitale, benestante e intraprendente. Tra le due metropoli il Paese distende le sue contraddizioni ma anche le sue potenzialità. Il contrasto culturale, più che di reddito, tra la città e la campagna: le differenze etniche che si fanno discriminazione e anche persecuzione di regime nei confronti dei montagnard; un’economia e in particolare un’agricoltura che si è andata specializzando anche a costo di gravi sacrifici per potere penetrare i mercati globali, mentre la classe politica ancora persegue formalmente una via contraria a liberismo e capitalismo; corruzione a contrastare l’integrità ideologica e la pressione all’uguaglianza nella povertà; autonomia e orgoglio nazionale che si sciolgono nell’oceano di beni che arrivano dal sempre ingombrante e sovente nemico vicino cinese... Una domanda viene spontanea: è questo ancora un Paese che vive della memoria del conflitto, oppure questa memoria è un riflesso della ' nostra' memoria, quella di un Occidente testimone incerto e diviso del dramma vietnamita?
« V

edi, noi abbiamo prospettive diverse davanti a quella che comunque è stata una tragedia – mi diceva qualche anno fa una guida locale –. I francesi ci hanno colonizzato e per noi affrontarli con le armi è stato inevitabile.
Gli americani hanno tentato di impedirci di portare a termine un percorso di liberazione nazionale e per questo li abbiamo combattuti. Noi abbiamo sofferto ma vinto, loro hanno sofferto ma perduto.
Per questo non li odiamo e sono i benvenuti » . Ma è soprattutto il tempo che sana le ferite del passato e anche l’incontro per certi aspetti straziante con i veterani che inseguono elemosine nel centro di Hanoi sta diventando un elemento folcloristico, sempre più raro ma anche sempre più vissuto nell’indifferenza. Un’indifferenza anch’essa ' globalizzata', ma che sa tanto anche di voglia di dimenticare e di ricominciare per davvero.
Con un ruolo diverso anche per la cultura di un paese di antica tradizione letteraria ed artistica. Da tempo i vietnamiti si chiedono, come gli abitanti del villaggio di un’antica leggenda ripresa dallo scrittore Nguyen Huy Thiep: « Ma è possibile che la mucca abbia un tetto e il maestro non abbia neanche una casa? » .
Certo, il Paese evolve nonostante i rigidi controlli del potere e la sua cultura cerca modalità possibili per partecipare a questa evoluzione. Sottolinea Nguyen: « Nel 1950, alla mia nascita, la popolazione del mio Paese era di circa 30 milioni di abitanti, di cui il 90% analfabeti. Oggi la popolazione è di poco più di 80 milioni, con un tasso di analfabetismo circa del 15%. Poco più di 10 anni fa, nel 1997, internet è arrivato in Vietnam e oggi viene utilizzato dal 25% della popolazione. I miei figli non conoscono più le attrezzature agricole, leggono i libri e li trovano noiosi, leggono le notizie solo su internet e giocano al computer con i videogame » . Vi è quindi il rischio, per reazione a un sistema repressivo e per adesione a un sistema di vita lontano dai canoni tradizionali, che « alla fine, il maestro abbia il vestito per coprirsi, un gatto per catturare i topi, una mucca che fornisce il latte e una donna che lo aiuti per le faccende in casa » , ma senza più riuscire – come avverte la saggezza
popolare – a ritrovare il proprio equilibrio interiore, la propria spiritualità. Ecco allora che anche la religione recupera un ruolo. Qualche anno fa, il cardinale Pham Minh Man, arcivescovo di Città di Ho Chi Minh, dichiarò pubblicamente che mentre la Chiesa e i comunisti possono avere una diversa visione dei valori umani, è tuttavia possibile trovare « comuni denominatori » per un dialogo diretto, non mediato da una società civile che di fatto non c’è, e che parta dal confronto sui diritti umani e sulle libertà civili. Ad esempio, mentre il Partito comunista basa la sua legittimazione sulla capacità di guidare il Vietnam all’autodeterminazione, la corruzione che tocca molti dei suoi membri ha minato l’immagine di integrità del partito. Ecco quindi che la Chiesa interviene criticando il regime per la violazione dei suoi stessi presupposti, sottolineando come la corruzione che colpisce la gente comune annulli i valori fondamentali dello Stato vietnamita.
A trentaquattro anni dalla riunificazione resta la tensione fra l’austera Hanoi, fatta di gente povera ma dignitosa e nuovi ricchi, e Città di Ho Chi Minh, l’ex Saigon, che si è piegata sotto l’urto dei Vietcong per poi tornare se stessa: benestante e intraprendente




MODERNITÀ E TRADIZIONE COESISTONO A CITTÀ DI HO CHI MINH, L’ANTICA SAIGON. SOTTO, LA CATTEDRALE CATTOLICA DI SAN GIUSEPPE, A HANOI

Avvenire 24 gennaio 2010