DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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La simbologia delle fiamme dall'Antico Testamento a Rabelais. I mille nomi del fuoco. di Gianfranco Ravasi

È in corso a Milano, a Palazzo Reale, la mostra "Anima del fuoco. Da Eraclito a Tiziano, da Previati a Plessi" curata da Elena Fontanella. Dal catalogo (Milano, Fabbrica delle idee, 2010, pagine 311) pubblichiamo stralci del saggio dell'arcivescovo presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.

di Gianfranco Ravasi

Certo il fuoco è il grande maestro delle arti, come scriveva Rabelais nel suo celebre Gargantua e Pantagruel: con la sua scoperta si è aperta una delle tappe fondamentali della storia dell'umanità. Da quella scintilla primigenia sbocciava l'economia domestica, come ricordava già il profeta Isaia: "L'uomo ha cedri, cipressi, querce, allori per bruciare: ne prende una parte e si riscalda e anche accende il forno per cuocersi il pane..., la brucia al fuoco, vi arrostisce la carne, poi mangia l'arrosto e si sazia. Ugualmente si scalda e dice: mi riscaldo, mi godo il fuoco" (Isaia, 44, 14-16). E un altro profeta biblico, Ezechiele, metteva in scena il sorgere della tecnica con la quale "si uniscono insieme argento, bronzo, ferro, piombo, stagno dentro un crogiuolo e si soffia sul fuoco per fonderli" (22, 20).
Che il fuoco sia "maestro delle arti" significa, però, qualcosa di più: l'uomo introduce nel suo pensare e agire l'elemento simbolico, assegnando valori e funzioni trascendenti alle realtà che manipola o che incontra sul suo cammino. È ciò che vorremmo brevemente illustrare all'interno di quel capitale codice di riferimento culturale e religioso dell'intero Occidente che sono le Sacre Scritture. In esse il fuoco lampeggia ripetutamente. Se stiamo alla mera statistica, il vocabolo ebraico 'esh, "fuoco", brilla per 378 volte, accanto all'unico termine aramaico 'esshah, e al sinonimo nur (17 volte) che esprime invece la luminosità, come avviene anche in arabo. Nel greco del Nuovo Testamento, 71 volte è il classico pyr a evocare il fuoco, mentre altri otto termini ne contengono la radice e descrivono il bruciare, l'ardere, l'incendio, la pira, ma anche il color rosso fuoco oppure l'avere la febbre, simile a fuoco che sembra consumare le ossa e le energie vitali.
Questo dilagare del fuoco, però, si protende verso un'altra meta che è appunto quella simbolica. Essa fiorisce dalla contemplazione poetica e spirituale, anticipando il Cantico di Francesco.
Infatti, per l'uomo biblico quel risplendere non può che rimandare al Dio trascendente eppur immanente, inafferrabile eppur vicino, proprio come accade al fuoco che non può essere trattenuto nelle mani ("la Parola di Dio è un ferro incandescente", dirà Bernanos, il noto autore del Diario di un curato di campagna), eppure ti riscalda e ti illumina, penetrando nella tua carne. Ecco, allora, in quel tramonto misterioso che s'affaccia sul buio fitto della notte il braciere fumante e la fiaccola ardente che avanzano tra gli animali squartati nella scena emozionante che vede per protagonista Dio e Abramo nella Genesi. Ecco anche il roveto ardente di fuoco inestinguibile del Sinai che si para innanzi a Mosè e dalla cui fiamma esce la voce del Signore, come si legge nell'Esodo. La teofania ha, quindi, nel fuoco il suo emblema, contemplare il fuoco è affacciarsi sull'infinito e sull'eterno; il volto di Dio è irradiato di fiamme, la sua lingua è come un fuoco divorante (Isaia, 30, 27). Il suo inviato, il profeta, ha le labbra purificate dal carbone ardente dell'altare sacro degli olocausti (Isaia, 6, 6-7): "Farò delle mie parole - dice il Signore - come un fuoco sulla tua bocca e questo popolo sarà la legna che esso divorerà" (Geremia, 5, 14).
Anche il Cristo dell'Apocalisse entra in scena con "occhi che sono come fiamma di fuoco" (1, 14; 2, 18). Egli dichiara esplicitamente di essere venuto a portare il fuoco sulla terra e il suo desiderio è che esso incendi il mondo cancellandone il gelo, consumandone le scorie perverse (cfr. Luca, 12, 49). La funzione catartica del fuoco, tratteggiata già dal profeta Malachia che raffigura il messaggero messianico di Dio come il fuoco del fonditore che purifica nel crogiuolo (3, 2-3), è costantemente ribadita dalla Bibbia. Essa, da un lato, a più riprese parla del fuoco dell'ira divina e, d'altro lato, ricorre alla Geenna - la valle ove si incenerivano i rifiuti di Gerusalemme - per rappresentare il giudizio di Dio sul peccato dell'umanità.
È sulla scia di queste immagini che la tradizione cristiana ha immerso nel fuoco l'inferno, la sede dei peccatori, anche se il citato scrittore francese Bernanos, nel suo romanzo Monsieur Ouine, provocatoriamente affermava: "Si parla sempre del fuoco dell'inferno. Ma nessuno l'ha mai visto. L'inferno è freddo". E la spiegazione l'offrirà nel Diario di un curato di campagna, quando metterà in bocca al protagonista questa frase: "L'inferno è non amare più".
Il fuoco può acquistare, perciò, un'altra tonalità, quella che ci fa parlare della fiamma dell'amore o dell'ardore divino che è luce e calore. È il caso, allora, di fare un cenno a un'altra presenza del fuoco all'interno della Bibbia: esso incarna la risposta orante - e quindi di fede e di amore - del fedele al suo Dio. Ci riferiamo al fuoco sacrificale. Non per nulla uno dei riti fondamentali dell'ebraismo è l'olocausto, termine greco che evoca la totale consumazione della vittima sacrificale attraverso il fuoco; in ebraico, invece, mediante il termine 'olah, si vuole rimandare allo sprigionarsi verso l'alto, cioè il cielo e quindi Dio, del fumo dell'animale consumato dal fuoco. La sacralità di questo fuoco è tale che in qualche situazione particolare viene concepito come di origine divina. Nel momento iniziale del culto ebraico, secondo il racconto del Levitico, il primo fuoco sacrificale non è attizzato da mano umana, ma "un fuoco uscì dalla presenza del Signore e consumò sull'altare l'olocausto" (9, 24).
Così avverrà quando Salomone consacrerà il tempio di Gerusalemme: "Cadde dal cielo il fuoco che consumò l'olocausto e le altre vittime, mentre la gloria del Signore riempiva il tempio" (2 Cronache, 7, 1). Un analogo evento si compirà durante la celebre ordalia che il profeta Elia preparerà sul monte Carmelo per sfidare i sacerdoti idolatrici del dio cananeo Baal: "Cadde il fuoco del Signore e consumò l'olocausto, la legna, le pietre e la cenere" (1 Re, 18, 38), mentre le vittime sacrificali dell'idolo rimanevano irrimediabilmente intatte, gelide nella loro cadaverica staticità.
Tuttavia, esiste anche un fuoco perverso che si accompagna al culto idolatrico. Esso rimandava a una prassi condannata nella Bibbia, quella di offrire in olocausto il figlio primogenito nell'illusione di placare la collera divina. Così farà il re di Moab (2 Re, 3, 17), ma anche i sovrani di Giuda, gli empi Acaz (2 Re, 16, 3) e Manasse (21, 6), imitati dai governanti e dai sudditi dell'altro regno ebraico, quello di Samaria (2 Re, 17, 17). L'espressione passare il figlio o la figlia in onore di Molok definirà questo atto sacrificale infame legato al culto della divinità degli indigeni della Terra Santa, i cananei. Questo rito si compiva soprattutto nella valle della Geenna, in un'area denominata Tofet, ossia il "focolare" abominevole ove si bruciavano i bambini, accanto alle immondizie. I profeti Geremia (7, 31) ed Ezechiele (16, 21) condanneranno aspramente queste pratiche.
La fiamma divampante assume, così, profili differenti: luce divina e perversione satanica (è il caso dello stagno di fuoco dell'Apocalisse, 20, 14). Anche nei sentimenti umani il fuoco brilla di luce torva - nella collera (Osea, 7, 6), nell'adulterio (Giobbe, 31, 12; Proverbi 6, 27-29), nei litigi (Proverbi, 26, 20-21) - ma risplenderà anche come una fiamma divina, simbolo dell'invincibilità dell'amore: "Forte come la morte è l'amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma del Signore!" (Cantico dei cantici, 8, 6). Un fuoco inestinguibile perché divino.



L'implacabile distruttore che porta la vita


di Simona Verrazzo

Il fuoco e i suoi significati religiosi, storici, artistici e sociali; i suoi mutevoli colori e labili contorni; il suo spegnersi e propagarsi; il fuoco e il millenario rapporto con l'uomo, che tenta di domarlo per metterlo al servizio della società. È questo elemento, con molteplici livelli di lettura, il protagonista della mostra "Anima del fuoco", ospitata al Palazzo Reale di Milano e organizzata dalla Fondazione DNArt e dal Comune.
L'esposizione è il secondo appuntamento con il ciclo dedicato a quelli conosciuti come i quattro elementi della natura: si è cominciato due anni fa, nel 2008, con "Anima dell'acqua. Da Talete a Caravaggio, da Segantini a Bill Viola" e - dopo l'odierna "Anima del fuoco. Da Eraclito a Tiziano, da Previati a Plessi" - si proseguirà con l'aria, per poi concludere con la terra. L'iniziativa è affascinante perché offre lo spunto per soffermarsi sull'antichissima teoria dei quattro elementi della natura, nota sia al pensiero greco sia a quello ebraico. Acqua, fuoco, aria e terra nel corso dei secoli sono stati associati ai più disparati campi del sapere, dai liquidi umorali del corpo umano - bile nera, bile gialla, flegma e sangue - a metalli preziosi come l'oro, il rame, l'argento e il ferro.
Dei quattro elementi naturali, il fuoco è quello che ha raccolto su di sé il maggior numero di significati, sia positivi sia negativi: fonte di luce e calore nel buio e freddo delle tenebre; implacabile distruttore che porta alla morte piante, animali, uomini, campagne e città.
Una pluralità simbolica che è evidenziata dalle sezioni in cui il percorso espositivo è organizzato: Fuoco creatore, Fuoco nel mito, Fuoco sotterraneo, Araba fenice, Fuoco utile, Fuoco della comunità, Paure ancestrali, Luce di redenzione, Luce e tenebre, Apocalissi di conoscenza, Disvelamento.
Tra i molteplici significati che racchiude in sé questo elemento non si può tralasciare l'aspetto religioso, dal roveto ardente dell'Antico Testamento allo Spirito Santo che nella Pentecoste discende sugli apostoli e su Maria sotto forma di "lingue come di fuoco" (Atti, 2, 1-4).
La mostra ripercorre la straordinaria storia del fuoco, da sempre intimamente legata a quella dell'uomo: dall'archeologia alla pittura, dalla religione alla letteratura, dall'etnologia alla musica. Il semiologo Gian Paolo Caprettini, che nel catalogo firma l'intervento "La fiaba e l'esperienza simbolica del fuoco", ricorda quanto scritto nel 1929 dallo storico delle religioni e antropologo scozzese James George Frazer, che nel suo celebre Myths of the Origin of Fire sottolineava come "la scoperta della tecnica per accendere il fuoco è stata probabilmente quella più importante e ricca di conseguenze".
Il fuoco stimola l'ingegno dell'uomo, che si attiva per accenderlo e in seguito per mantenerlo vivo. A differenza dell'acqua, dell'aria e della terra, il fuoco nasce da un intervento esterno, che sia lo sfregamento di due pezzi di legno oppure dai raggi del sole convogliati da una lente come nel celebre esperimento degli specchi ustori di Archimede.
Il fuoco ha bisogno della presenza dell'uomo per esistere: per quanto possa propagarsi autonomamente, distruggendo tutto ciò che trova sul suo cammino, se non viene sorvegliato alla fine si estingue.
Un rapporto di forza, quello tra l'uomo e il fuoco, che la mitologia dell'antica Grecia aveva incarnato nella figura di Efesto, che doma le fiamme per plasmare i metalli e mettere il frutto del suo lavoro al servizio della comunità. In mostra è possibile ammirare La fucina di Vulcano di Giorgio Vasari, dove attorno al fuoco e a Efesto-Vulcano ruotano ferventi attività "artigianali", e opere in cui il tema delle potenzialità creative del fuoco è stato trasfigurato simbolicamente, come Il carro del Sole di Gaetano Previati e La danza delle Ore, dello stesso artista.
L'aspetto distruttivo e demoniaco della combustione e dell'"incenerimento" delle cose è invece incarnato dall'animale simbolo delle fiamme portatrici di morte, il drago, tradizionalmente contrapposto al "guerriero di Cristo" san Giorgio; un tema che ha ispirato una quantità infinita di opere, rappresentate nella mostra milanese da miniature, sculture, frammenti di elmi e corazze del xv secolo e capolavori della pittura, come San Giorgio e il drago di Lucas Cranach il Vecchio, o del disegno, come Il drago e il leone di Leonardo.
Il fuoco, infine, è simbolo di coesione sociale e tradizione.
Nella lingua italiana la parola "focolare" indica il cuore della casa, la cucina, centro dell'unità familiare; in passato attorno al fuoco le persone mangiavano e si scaldavano, e davanti alle sue fiamme gli anziani tramandavano ai giovani il loro sapere.


(©L'Osservatore Romano - 7 maggio 2010)

Perché il papa chiama icona e non reliquia la sindone

Benedetto XVI a Torino per l’ostensione della Sindone ha parlato di icona e non di reliquia. Nel celebre lenzuolo il Papa vede riflessa la vicenda di Cristo; anzi il telo permette di osservare, come specchiati, i nostri patimenti nelle sue sofferenze. Sono state così lasciate in un canto le diatribe sulla datazione. Inoltre, il richiamo a Maria, all’inizio del mese a lei dedicato, reca una riflessione di fede.

Fu proprio Maria, del resto, la prima a riconoscere con certezza, oltre ogni prova, nel volto umano di suo figlio quello di Dio. Viene ora da chiedersi se la distinzione avrà un seguito e se si scriveranno altri capitoli per questa storia millenaria. La «reliquia» (da reliquus, resto, residuo) è quel che rimane di un corpo umano o di parte di esso (in tal caso era detta ex ossibus). In senso lato, la tradizione cattolica così chiamò anche gli oggetti che furono a contatto di una persona, giacché avevano quasi assorbito le sue «preclare virtù». Vi è un’antica prassi, nata nelle catacombe, che faceva porre delle reliquie entro l’altare, nell’atto della sua dedicazione al culto. Successivamente esse diventeranno oggetto di abusi e commerci, tanto che il Concilio Lateranense del 1215 comminò gravi pene contro i trafficanti. Quasi superfluo aggiungere che prosperavano ovunque e a Roma si ricordava ancora un falsificatore, il diacono Deusdona (prima metà del IX secolo), che spediva corpi di gente comune sino in Germania, trafugando i cadaveri dai cimiteri dell’Urbe e spacciandoli per martiri. Finite in mille dispute e in altrettante opere letterarie, le reliquie si ritrovano in quasi tutte le religioni, come prova il culto tributato al pelo della barba di Maometto a Bijapur o il fatto che le ceneri del corpo del Buddha furono divise in otto parti e conservate in santuari.

È poi pratica antichissima. Diversamente non si spiegherebbe il perché gli egizi nel Serapeo di Alessandria meditassero sulla mummia del bue Api, considerata reliquia dell’Osiride ultramondano, né perché i greci conservassero la testa di Orfeo a Lesbo (in verità ce n’era una anche a Smirne, mentre la sua lira era ovunque), né perché i romani si recassero in pellegrinaggio alla tomba di Romolo nel Foro e venerassero i sandali e la conocchia di Tanaquilla (la moglie, secondo la tradizione, di re Tarquinio Prisco). E c’è dell’altro. Le reliquie laiche dei personaggi del nostro tempo, più o meno trasformati in miti, vengono disputate sulla rete. Si va dalla biancheria intima di Marylin Monroe al pettine di Elvis Presley, dalle magliette dei calciatori a qualcosa che non è il caso di segnalare. «Icona», invece, dal greco eikón, ci porta al significato di immagine, anche se la tradizione bizantina ne ha fatto qualcosa di più (e di meno di una reliquia). Nel libro dell’Esodo (20,4) si legge la proibizione: «Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra»; tuttavia qualche eccezione ci fu, come provano i cherubini dell’arca dell’alleanza (Esodo 25,18) o il serpente di bronzo (Numeri 21, 8-9). Di certo agli inizi del cristianesimo vi sono le molteplici pitture delle catacombe, le sculture dei sarcofagi; nel IV e V secolo l’uso si rileva ovunque, anche se, in un primo tempo, il culto era rivolto alla Croce.

Tra gli altri, Eusebio di Cesarea nella sua Storia ecclesiastica (7,18), dice di aver visto con i propri occhi dipinti dei santi Pietro e Paolo e dello stesso Gesù. L’inizio della libertà portò con sé casi di idolatria verso talune rappresentazioni: se così non fosse, sarebbe difficile spiegare i discorsi di Leonzio, vescovo a Cipro alla fine del VI secolo, che appunto difende dall’accusa i cristiani e traccia le prime linee di una teologia del culto della Croce e delle immagini. Poi, si sa, nel 726 l’imperatore bizantino Leone III Isaurico fece rimuovere un’icona venerata del Cristo, dando avvio al movimento degli iconoclasti. Da allora, anche se le figure sacre popolano buona parte dell’arte occidentale, la tentazione di abolirle non si è spenta e periodicamente invoca il versetto dell’Esodo. Nell’epoca delle immagini digitali e delle icone mediatiche papa Benedetto XVI è andato oltre. Anzi, forse ha ripreso in chiave teologica la Teoria estetica di Theodor W. Adorno. In essa il loro compito, più che di riprodurre il mondo, è quello di offrire il «contenuto di verità » che si è sedimentato nella forma stessa dell’immagine o dell’icona. E ne costituisce la storicità immanente.

Armando Torno
03 maggio 2010

© Copyright Corriere della Sera

Il corpo e il volto di Cristo nella tradizione cristiana antica E Pilato fece fare il ritratto di Gesù

Dal catalogo della mostra "Gesù. Il corpo, il volto nell'arte" (Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2010, pagine 336, euro 35) allestita alla Venaria Reale in occasione dell'ostensione della Sindone, pubblichiamo ampi stralci del saggio scritto dal nostro direttore.

Al centro della fede cristiana sta la realtà dell'incarnazione di Dio. E a mostrarlo bastano due testi emblematici del Nuovo Testamento. Meno di trent'anni dopo la conclusione della vicenda terrena di Gesù di Nazaret, Paolo detta intorno all'anno 57 la sua lettera più importante. Lo scopo è presentarsi a una comunità, quella di Roma, che ancora non conosce, e il risultato è il capolavoro del giudeo di Tarso divenuto il propagandista più fervido della nuova "via" (hodòs). Proprio all'esordio della lettera Paolo si definisce "scelto per annunciare il vangelo di Dio", e questo annuncio, promesso dalle Scritture ebraiche, "riguarda il figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne (katà sàrka), costituito figlio di Dio con potenza, secondo lo spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore" (Romani, 1, 1-4).
A una data non precisabile ma altrettanto antica (se non addirittura anteriore) risale un altro testo, che apre il quarto vangelo canonico. Si tratta del celeberrimo prologo giovanneo, il cui inizio solenne - "in principio" (en archè) - richiama esplicitamente quello del Libro della Genesi; poco più avanti questo testo abissale identifica Dio con il Verbo creatore incarnatosi in Gesù di Nazaret: "E il Verbo (Lògos) si fece carne (sarx)" (Giovanni, 1, 14).
Centrale in queste affermazioni è dunque l'incarnazione, fondamentale nel complesso dei testi neotestamentari e sulla quale piuttosto presto s'intrecciano riflessioni e dibattiti che si protrarranno per molto tempo prima di arrivare alle sintesi dottrinali dei grandi concili: nell'anno 325 quello di Nicea giungerà alla più importante formulazione della fede cristiana - il "simbolo" che, ripreso e completato nel concilio di Costantinopoli del 381, costituisce l'attuale Credo, detto appunto niceno-costantinopolitano, condiviso da tutte le Chiese e confessioni cristiane - mentre al concilio di Calcedonia, nel 451, Cristo sarà definito vero Dio e vero uomo. Per oltre due secoli ancora continueranno però le controversie cristologiche, concluse dalle decisioni del terzo concilio di Costantinopoli (680-681), sulla base delle definizioni di quelli precedenti.
L'unione degli estremi contenuta nell'espressione del prologo giovanneo - ha sintetizzato con efficacia il gesuita spagnolo Antonio Orbe - "è uno scandalo per la filosofia. Gli gnostici la manterranno facendo a meno della "carne". Qualche giudeocristiano sacrificherà il Lògos. Secondo la migliore tradizione cristiana, il Lògos non cancella l'immagine umana del Salvatore". In questo contesto dottrinale, che si va configurando progressivamente, il motivo dell'incarnazione è invece esplicitato in senso ortodosso intorno all'anno 95 dal terzo successore di Pietro sulla sede di Roma, Clemente, che scrive in greco alla comunità cristiana di Corinto: per salvare l'essere umano nella sua completezza, Cristo ha assunto per intero la natura umana, e così "diede per noi il suo sangue, la sua carne (sàrka) per la nostra carne, la sua anima per la nostra anima".
Dunque Cristo ha un corpo umano reale. Ma com'era questo corpo? E quali tratti aveva il suo volto? Come già aveva sostenuto intorno alla metà del ii secolo il palestinese Giustino, anche Tertulliano afferma - allo scopo di enfatizzare l'umanità di Cristo contro Marcione e gli eretici negatori della carne del Figlio di Dio - che l'aspetto esteriore di Gesù era privo di bellezza, come si può desumere dalle sofferenze subite durante la passione, secondo quanto avevano annunciato le profezie messianiche (cfr. Giustino, Dialogo con il giudeo Trifone, 88, 8, e Tertulliano, De carne Christi, 9), in particolare quella di Isaia: "Come molti si stupirono di lui, tanto era sfigurato per essere d'uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell'uomo, così si meraviglieranno di lui molte nazioni"; e poco più avanti: "Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima" (Isaia, 52, 14-15, e 53, 2-3).
In realtà, gli autori cristiani che vogliono sottolineare l'umanità di Cristo sono ben coscienti che i testi messianici applicati a Gesù mettono in luce tanto la sua umanità del tutto normale, e dunque sofferente e sfigurata nella sua passione, quanto la sua divinità rivestita di splendore. A venire citate erano soprattutto le parole di Isaia da una parte, come si è accennato, e quelle del salmo dall'altra: "Tu sei il più bello tra i figli dell'uomo" (Salmi, 44, 3). Ma soprattutto chiara è la coscienza che appunto di testi profetici si tratta, da non assumere come letteralmente descrittivi dell'aspetto di Cristo. Così argomenta Ireneo (cfr. Ireneo di Lione, Contro le eresie, iii, 19, 2), e così soprattutto ragiona Origene nella raffinata e stringente polemica contro il Discorso vero di Celso (scritto intorno al 180), nel rinfacciare all'intellettuale pagano debolezza nell'interpretazione delle Scritture: "Ora invece, dal momento che né i vangeli né gli apostoli affermano che Gesù "non aveva forma né bellezza", è chiaro che Celso è costretto ad ammettere come veritiero riguardo a Cristo ciò che deriva dalla profezia" (Origene, Contro Celso, v, 76).
Ed è proprio Ireneo ad attestare la più antica notizia su un ritratto di Gesù, che il vescovo di Lione connette a un gruppo gnostico, quello dei seguaci di Carpocrate, intorno alla metà del ii secolo: "Si dicono gnostici. Hanno anche immagini, alcune dipinte, altre fatte di altro materiale, e affermano che l'immagine di Cristo era stata fatta fare da Pilato, quando Gesù era stato fra gli uomini (dicentes formam Christi factam a Pilato, illo in tempore quo fuit Iesus cum hominibus). Tali immagini essi ornano di corone ed espongono con le immagini dei filosofi del mondo, cioè con le immagini di Pitagora, Platone, Aristotele e degli altri. Per il resto si comportano con queste immagini come i pagani" (Ireneo di Lione, Contro le eresie, i, 25, 6). Per quanto riguarda l'immagine di Cristo, l'interesse di questo testo sta innanzi tutto nella sua antichità, che spiega l'iniziale diffidenza, ereditata dal giudaismo, nei confronti delle immagini stesse, a proposito delle quali si mette in evidenza il rischio che favoriscano l'idolatria, con un atteggiamento destinato a essere superato (ma anche a persistere) nella storia del cristianesimo (cfr. A. Besançon, L'image interdite. Une histoire intellectuelle de l'iconoclasme, Paris, Fayard, 1994, e Il volto di Cristo, a cura di G. Morello - G. Wolf, Milano, Electa, 2000). Se questo però non meraviglia, è invece sorprendente l'antichità della connessione stabilita tra l'immagine del volto di Cristo e la sua passione.
A Ponzio Pilato, principale protagonista pagano della passione di Cristo, è infatti attribuita la committenza di un ritratto di Gesù, secondo una tradizione - risalente al più tardi alla prima metà del ii secolo, stando a Ireneo - che ritornerà negli scritti apocrifi variamente elaborati nei secoli successivi intorno alla figura del prefetto della Giudea e divenuti molto popolari sia in Oriente che in Occidente (cfr. Écrits apocryphes chrétiens, ii, Paris, Gallimard, 2005, pp. 241-413). In questi scritti si affaccia il motivo di un ritratto miracoloso di Gesù, connesso con la figura di un inviato di Tiberio, Volusiano, e di una donna chiamata Berenice (Veronica) e identificata con la donna che soffriva di perdite di sangue guarita da Gesù. Dell'episodio, narrato dai vangeli sinottici (cfr. Matteo, 9, 20-22; Marco, 5, 25-29; Luca, 8, 42-48), agli inizi del iv secolo Eusebio di Cesarea aveva visto a Paneade (la cittadina alle pendici dell'Ermon che al tempo di Gesù era chiamata Cesarea di Filippo) un'antica raffigurazione in bronzo, fatta distruggere un sessantennio più tardi da Giuliano l'Apostata e che lo storico spiega e deplora come un uso antico e di origine pagana, quasi un residuo del passato da lasciarsi alle spalle: "E non v'è niente di straordinario nel fatto che un tempo i pagani beneficati dal Salvatore nostro abbiano fatto questo, poiché abbiamo saputo che anche dei suoi apostoli Pietro e Paolo e di Cristo stesso si conservano le immagini (eikònas) in dipinti, come è naturale, giacché gli antichi erano soliti onorarli incautamente in questo modo come salvatori, secondo l'uso pagano esistente tra loro" (Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, vii, 18, 4).
I primi secoli cristiani mostrano dunque un panorama variegato che, se ignora i tratti fisici reali del corpo e del volto di Cristo, diffida delle immagini ma inizia comunque ad attestarne la presenza già verso la metà del ii secolo, come indica la notizia di Ireneo sui carpocraziani; a partire poi dalla prima metà del iii secolo, secondo testimonianze letterarie e dati archeologici convergenti, si diffondono raffigurazioni simboliche di Cristo (come il buon pastore) o rappresentazioni di episodi evangelici che lo vedono protagonista (come l'incontro con la donna samaritana o la resurrezione di Lazzaro).
Dell'iniziale diffidenza per le immagini, destinata a essere superata (ma anche a persistere nei vari iconoclasmi), resta comunque traccia nella loro connessione con il paganesimo, nei confronti del quale peraltro il cristianesimo presto supera imbarazzi ed esitazioni. Il legame con gli usi pagani è così esplicitato nelle critiche di Ireneo ed Eusebio, o implicitamente suggerito: come nell'attribuzione a Pilato del ritratto di Gesù ma anche nella Dottrina dell'apostolo Addai, un apocrifo siriaco collocato tra iii e iv secolo che narra di un ritratto di Gesù dipinto dall'archivista di Abgar, re pagano di Edessa (cfr. Écrits apocryphes chrétiens, i, Paris, Gallimard, 1997, 1471-1525), e ancora nell'Exègesis ton prachthènton en Persìdi (Racconto dei fatti persiani, Narratio de rebus Persicis), un testo greco datato tra v e vi secolo che riferisce di un'immagine del piccolo Gesù e di sua madre eseguita da un giovane pittore al seguito dei magi, anch'essi pagani, e da questi portata in Persia (cfr. M. Bacci, La fisionomia di Cristo nelle testimonianze letterarie del Medioevo, in Il volto di Cristo, cit., pp. 33-34). Un'altra soluzione per superare le diffidenze nei confronti delle immagini è quella dell'origine sovrumana delle raffigurazioni di Cristo, che si ritrova in quelle acheropite (cioè non attribuite a mano umana), culminanti nel velo della Veronica e nella stessa Sindone (cfr. H. Belting, Bild und Kult. Eine Geschichte des Bildes vor dem Zeitalter der Kunst, München, Beck, 1990, e Il volto di Cristo, cit.). Ricorrente in molte delle tradizioni accennate - che concorreranno allo sviluppo dell'iconografia cristiana e di una vera e propria teologia delle immagini - è il collegamento con la passione di Cristo, culmine dell'incarnazione del Figlio di Dio e della sua missione di salvezza, mentre tutte sono percorse dal desiderio, inesausto e inesauribile, di contemplarne il volto.


(©L'Osservatore Romano - 18 aprile 2010)

Splendide icone dei Santi di tutte le Russie. Dieci secoli di Cristianesimo russo a Parigi

Ecco i Santi di tutte le Russie.Dieci secoli di Cristianesimo  russo a Parigi


"Santa Russia – L'arte russa dalle origini a Pietro il Grande" è la mostra con cui il Louvre celebra l'anno dell'amicizia franco-russa, all'insegna di una concentrazione di opere d'arte senza precedenti: icone, calici dorati, pietre funerarie e moltissimi altri oggetti - tra cui la Porta d'oro di Souzdal e il collier di Riazan – per raccontare la grande storia della Madre Russia, dal IX secolo fino al regno di Pietro il Grande. Modelli bizantini e romanzi che si mescolano e, sullo sfondo, le influenza mongole: uno spettacolo ricco di notevoli suggestioni.

Gli storici sono soliti dividere le vicende russe in due grandi periodi: prima di Pietro il Grande e dopo. La seconda epoca è ben nota: l'entrata nella modernità e l'apertura all'Europa, il rinnovamento dello Stato, la fondazione di San Pietroburgo e le influenze che le arti occidentali andranno a esercitare su tutta la vita culturale dell'Impero zarista. L'irruzione dei Lumi, con la nascita della grande letteratura, la musica e la pittura, avviene, dunque, a partire dal XIX secolo, cioè molto in ritardo rispetto al resto dell'Occidente. Il primo periodo, invece, è meno considerato e viene sovente percepito come un lungo e drammatico ciclo di oscurità e sonno della ragione – si pensi al regno di Ivan il Terribile – ma, nei fatti, così non è. E questa superba mostra apre squarci di conoscenza sorprendenti.

Inizialmente, il cristianesimo russo appare come un ramo della Chiesa greca - per gli usi, la liturgia, le nuove forme di monachesimo. Per cui i primi capolavori dell'arte russa danno l'impressione di essere in tutto e per tutto manufatti bizantini. L'Occidente, tuttavia, non è totalmente ignorato. I prìncipi hanno sempre un occhio rivolto verso l'Europa, che associato alla sensibilità locale aiuterà questa arte religiosa a divenire molto più che una semplice copia della tradizione iconografica di Bisanzio. In breve tempo l'arte russa acquisisce una propria cifra stilistica autonoma, a partire dagli evidenti influssi del romanico. In fondo i legami con l'Europa sono già intensi, a partire dalla documentata presenza, sul territorio della Russia antica e già dall'anno mille, di vichinghi e commercianti ebrei tedeschi. Prima di Pietro il Grande, tuttavia, la tentazione all'occidentalizzazione verrà sempre respinta, e con estremo vigore. La Santa Russia è poco tollerante nei confronti delle influenze esterne – si pensi che la stampa di immagini sacre verrà per lungo tempo considerata una vera e propria eresia – ma solo a parole. Nei fatti gli influssi sono più che evidenti. Prestiti iconografici e parentele stilistiche si susseguono, senza sfiorire mai.

E' il caso della "Vergine di Tolga", uno dei pezzi forti della mostra. Nota anche come "Vergine della Tenerezza", è un soggetto tipico dell'arte bizantina, molto popolare durante i secoli XI e XII: Maria siede su un trono con lo schienale alto, sopra il quale vi sono due angeli in adorazione, lei tiene il Bambino, che sta sulle ginocchia e l'abbraccia.

Adesso, sotto la pressione della Chiesa ortodossa russa, le icone hanno iniziato a prendere la via dei monasteri. Ciò le renderà presto più difficili da vedere. Per cui la mostra del Louvre diviene una ricognizione essenziale e imperdibile. Oltre 400 opere che raccontano tutta la grande storia del cristianesimo in Russia, a partire dalla fine del X secolo - quando il principe Vladimir di Kiev è stato battezzato, seguito dal suo popolo, per immersione nel Dnieper – fino alla successiva fortunata espansione, avvenuta con il crollo dell'impero bizantino, in cui Mosca diverrà (con Ivan IV) la "Nuova Gerusalemme" (o la "Terza Roma").

Sainte Russie - L'art russe des origines à Pierre le Grand
Museo del Louvre
Parigi, Francia
Fino al 24 maggio 2010
http://www.louvre.fr



Epitaffio del Principe Dmitry Shemyaka, Mosca(?), 1444; Seta, oro, argento; cm 124x183; Novgorod, Museo di Stato


I Santi Boris e Gleb, Metà del XIV sec.; tempera su legno; cm 162x104; Mosca, Museo Storico di Stato


Battesimo del Principe Vladimir, Kiev, XV sec.; carta; cm 31,5x21; San Pietroburgo, Biblioteca dell'Accademia Russa di Scienze



Vangeli di Ostromir, Kiev o Novgorod, 1056-1057; pergamena; cm 35,5x29; San Pietroburgo, Biblioteca Nazionale


Porta d'oro della Cattedrale della Nativit� di Suzdal, Prima Met� del XIII sec.; Rame dorato e vernis brun su ferro; Porta sinistra: cm 377X131; Porta destra: cm 375x119; Cattedrale di Suzdal


Pokrov (Sindone idealizzata) di Alessandro Nevskij, Manifattura Stroganov, 1670-1680; Raso, cotone, seta e fili d'oro e argento; Sergiev-Posad, Museo Nazionale di Storia dell'arte



Vergine di Tolga, Yaroslavl o Rostov, fine del XIII sec.; Tempera su legno di tiglio; Mosca, Galleria Tretyakov


Icona di San Giorgio che uccide il drago, Seconda met� del XV sec.; Tempera su tavola; cm 58,5x42; San Pietroburgo, Museo di Stato Russo


Due santi martiri, Chiesa della Nativit� di Pskov, Seconda met� del XVI sec.; Affresco, cm 187x131; San Pietroburgo, Museo dell'Ermitage


Iconostasi della Cattedrale della Dormizione del Monastero di San Cirillo del Lago Bianco: Cristo in maest�; Mosca, 1497 Tempera su legno di tiglio e argento dorato; Kirillov-Belozersky, Museo di Storia dell'arte e architettura


Icona: San Giovanni Battista, Mosca, 1560 circa; Tempera su tavola; argento dorato, filigrana, smalti, cm 100x75; Mosca, Museo del Cremlino


"Ritratto" di Ivan IV, il Terribile, Mosca, Prima met� del XVII sec. Tempera su tavola; cm 36x34; Copenhagen, Nationalmuseet


Oklad (Riza, ossia copertura metallica) dell'icona della Trinit� di Andrej Rubl�v, Mosca 1599-1600/1626, Oro, argento dorato, filigrana, niello, smalti, perle e pietre preziose: 31 diamanti, 74 smeraldi, 7 rubini, 44 zaffiri, ecc; cm 140x115; Sergiev-Posad, Museo Nazionale di storia dell'Arte


Icona del Beato Basilio, Mosca, fine XVI - inizio XVII sec. Tempera su tavola; cm 31,5x27; Mosca, Galleria Tretyakov


Artista ignoto, ritratto del Patriarca Nikon, 1660-1665 circa; Olio su tela; cm 234x180; Istra, "New Jerusalem" Museum of History


Gottfried Kneller, Ritratto di Pietro il Grande, Londra, 1698, Olio su tela; cm 241x145; Londra, Collezione Reale di Kensington Palace



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Splendide foto dalla Mostra alla Basilica di Assisi. Giotto e il suo avatar

Gli interni della Basilica di Assisi

Gli interni della Basilica di Assisi - Credits: Franco Origlia

di Manuela Grassi

Giovane e bello, Gian Gaetano Orsini morì improvvisamente per una caduta da cavallo.

Il fratello Napoleone, potente cardinale legato ai frati minori di Assisi, fece costruire per lui una cappella nella Basilica Inferiore, la dedicò a San Nicola e la fece interamente affrescare.

Fino a oggi rimasta in ombra, la cappella sarà protagonista della mostra “I colori di Giotto. La Basilica di Assisi tra restauro e restituzione virtuale” (11 aprile-5 settembre 2010, tutte le informazioni su www.civita.it) insieme all’allestimento “Giotto com’era” nel Palazzo di Monte Frumentario, che attraverso tecniche digitali d’avanguardia e un lavoro durato cinque anni restituirà al pubblico gli affreschi della Leggenda francescana nella loro integrità originale.

Su Giotto, il più grande fra i grandi artisti che hanno narrato le gesta di San Francesco in quella che è considerata «la più compiuta decorazione museale del Duecento e del Trecento italiano» (Elvio Lunghi, La Basilica di San Francesco di Assisi, la Scala), è aperto il dibattito critico.

Famosa per esempio la presa di posizione di Federico Zeri e del restauratore Bruno Zanardi, secondo i quali nelle storie di Francesco c’è più la mano del romano Pietro Cavallini che del pittore toscano.

«Questa sarà un’ottima occasione per confrontarsi» dice Giuseppe Basile, curatore dell’intero progetto, un curriculum impressionante di restauri di grandi opere (come gli affreschi nella Basilica danneggiati dal terremoto del 1997).

«Ma lo scopo di quest’operazione, per me addetto alla conservazione, è quello di attirare l’attenzione del pubblico più vasto e spesso più sensibile sul fatto che le opere una volta restaurate non restino abbandonate a se stesse».

Nel 1993 Basile e la sua équipe fecero una revisione dello stato di conservazione delle storie francescane: da 280 metri quadrati di affresco furono tolti 80 chili di «particellato atmosferico», detto anche polvere.

Scortati dal capo restauratore Sergio Fusetti in cappellaccio nero, Panorama ha visitato in anteprima il «cantiere aperto» della Cappella di San Nicola.

Ai lati dell’entrata sono vivide le due scene La morte del fanciullo di Sessa e La resurrezione del fanciullo, attribuite a Giotto, che raccontano la tragica morte di un bambino nel crollo di una casa e la sua resurrezione a opera di Francesco.

Anche Fusetti fu in un certo senso miracolato quando, nel 1997, sopravvisse, unico in un gruppo di cinque, al crollo di una volta nella Basilica.

La cappella è suddivisa in quattro piani dalle impalcature, vi saranno ammessi gruppi di 25 persone per circa 15 minuti mentre quattro restauratori saranno all’opera.



Si parte dall’alto, una porzione del volto di San Francesco (che con San Nicola presenta a Cristo i committenti Orsini, il cui stemma ricorre 91 volte nelle decorazioni) è già ripulita e ha acquistato una trasparenza luminosa.

Spiega Fusetti:

«Negli anni Settanta venne fatto un restauro un po’ pesante, noi interveniamo con leggerezza»

Si pulisce con acqua distillata e carbonato di ammonio, poi si passa alla fase di consolidamento e all’integrazione pittorica. «Ad acquerello, con colori neutri».

Il pubblico vede riaffiorare l’azzurrite del cielo originale, ora un po’ nascosta da pennellate grigiastre. Finissimo il sepolcro in pietra caciolfa di Gian Gaetano Orsini, che ha lo stesso schema adottato poi da Arnolfo di Cambio per la tomba di Bonifacio VIII in San Pietro.

Gli affreschi sono attribuiti a maestri giotteschi, ma l’ipotesi è che anche il sommo pittore vi abbia messo mano. Il problema è la mancanza di documenti.

Sostiene Basile:

«Si può dire che qui Giotto prevalga come disegno e concezione generale. I critici hanno opinioni sottili, anche la discrepanza di qualche anno è rilevante per loro»

Giotto è di nuovo ad Assisi, dove ha operato fino alla fine del 1200, nel 1301-02, periodo in cui si lavora alla Cappella di San Nicola, poi va a Padova e ritorna ad Assisi nel 1309. Agli studiosi l’ultima parola.

Terminata la visita alla cappella, si può salire alla Basilica Superiore per rivedere le mirabili storie di San Francesco, e da lì raggiungere il Palazzo di Monte Frumentario, dove è ricostruita in piccolo la Basilica.

E dove, su pannelli grandi circa la metà degli originali, sono riprodotte le 28 scene nel loro stato originale (solo l’affresco dedicato alla Conferma della Regola di San Francesco da parte di Papa Innocenzo III, immagine guida dell’evento per la ricorrenza del suo VIII centenario, è proposto in scala reale).

Questo è stato possibile perlustrando punto per punto l’opera su un trabattello, fotografando i minimi dettagli e riproducendoli digitalmente, per farli poi ritoccare dal restauratore e pittore Fabio Fernetti.

Grazie alla tecnologia di Hal9000, un touch screen sotto ogni pannello permette di vedere lo stato attuale degli affreschi.

Che cosa colpisce di più nel Giotto originale? Risponde Basile:

«Già ad Assisi, prima di Padova, si dimostra colorista grandissimo, tale da poter stare vicino a Tiziano o Velázquez. Gli elementi secondari, come coltri, tappeti, colonnine tortili, sono riccamente lavorati e dunque è artista che si raccomandava anche per la sua magnificenza. Il gioco teatrale è fortissimo, come il gioco tra vero e illusorio»

Un perfetto prologo alla grande mostra in preparazione per il 2011: Giotto e Assisi.




© Copyright Panorama

«Noli me tangere», la disputa degli artisti

Ancora oggi l’espressione noli me tangere
evoca subito l’incontro di Maria Maddalena con Gesù risorto presso la tomba vuota, quando voltandosi vide un uomo che le chiedeva: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Lei lo prese per il custode del giardino, finché Gesù si rivelò col solo pronunciare il nome: «Maria!».
«Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va dai miei fratelli…». Si comprende che un episodio così intenso sia stato felice soggetto delle sacre rappresentazioni e della pittura religiosa.
L’influenza delle prime si nota in un che di teatralità nei dipinti. I quali fioriscono principalmente a partire dal Trecento, di pari passo con la crescita della devozione a santa Maria Maddalena.
Nel XIII secolo furono fatti grandi sforzi in Francia, Italia e Germania per convertire le donne che conducevano una vita peccaminosa. E tale apostolato era messo sotto il patronato di Maria Maddalena. Ebbe in questo un ruolo importante l’ordine domenicano. Nel 1286, Carlo II d’Angiò promosse la devozione a santa Maria Maddalena, e nel 1297 la festa veniva celebrata con solennità in tutto l’ordine, come il capitolo generale di Bologna aveva raccomandato. La Maddalena appariva come modello sia del peccatore convertito sia dell’anima contemplativa, oltre che araldo della Risurrezione.
Ma c’era di più: la
Legenda Aurea riporta di questa santa la più rocambolesca storia dell’intera raccolta: imbarcata con Marta e Lazzaro e altri cristiani, giunge fortunosamente a Marsiglia, dove predica con efficacia la nuova fede. Abbiamo quindi un culto legato principalmente ai domenicani e alla Francia.
Eppure tutto ciò poggia su un equivoco esegetico.
La Chiesa latina accomunava le tre distinte donne di cui parla il Vangelo e che la liturgia greca commemora separatamente: Maria di Betania

di
Michele Dolz
sorella di Lazzaro e di Marta, la peccatrice che lavò i piedi di Cristo in casa di Simone, e Maria Maddalena, l’ossessa miracolata da Gesù, che poi lo assistette con le altre donne fino alla crocifissione.
L’identificazione era facilitata dal comune nome Maria e dalla sentenza di San Gregorio Magno che vide indicata in tutti i passi evangelici la medesima donna. Oggi si è d’accordo nel separare i personaggi. Ma nell’interpretazione 'integrata' Maddalena era stata peccatrice pentita e amica di Gesù (come il resto della famiglia in Betania). Ce n’è per far lavorare l’immaginazione.
Il dipinto più famoso, perché più riprodotto, del
Noli me tangere è quello del Beato Angelico nel Convento di San Marco a Firenze. Maria si inginocchia dinnanzi al riconosciuto Gesù con le mani estese elegantemente mentre Cristo si volta in una sorta di passo di danza tendendo la mano in segno di diniego, come per evitare il contatto.
questo è un altro equivoco, specifico della scena. Il testo greco recita
me mou aptou , dal verbo apto dal significato amplissimo che la Vulgata traduceva, bene ma restrittivamente, con tango (toccare). Si crea così la situazione affascinante di un corpo di Cristo risorto 'intoccabile', sebbene la cosa sia contraddittoria perché lo stesso Gesù invitava gli apostoli a toccare il suo corpo, le sue ferite, per dimostrare che era veramente risorto. Comunque su tale presupposto sono nati capolavori in fondo non contrari al racconto evangelico. Girolamo Savoldo (National Gallery, Londra) prende così sul serio questa 'intangibilità' da raffigurare la Maddalena avvolta in uno splendido manto che riflette la luce di Cristo, il quale non si vede. Anche Giotto ad Assisi aveva dipinto il Cristo di questa scena circonfuso da una mandorla di raggi: non era più di
E
questo mondo. In seguito si alternano le raffigurazioni di Cristo come risorto coperto dal lenzuolo a quelle di Gesù vestito da ortolano in ossequio alla confusione che fece Maria. Le prime daranno origine a belle anatomie, che sono anche un canto al corpo glorioso, come quella del Correggio al Museo del Prado, in cui Cristo indica il cielo ('«on sono ancora salito»). E poi Andrea del Sarto, Tiziano, Bronzino, Garofalo e tanti altri. Le seconde creeranno ambienti bucolici e contemplativi, e qui prevalgono le raffigurazioni fiamminghe o di influenza fiamminga, come il Juan de Flandes del Prado, ma anche Lavinia Fontana (1581), e giù fino a Poussin (1653), sempre al Prado, dipinto intensissimo. In questa foggia prescriveva di rappresentarlo Francisco Pacheco in
El arte della pintura (1649), opera molto influente nella sua epoca, non solo in Spagna. Ma altri ancora hanno preferito un Gesù perfettamente vestito: Fra Bartolomeo (1506) Louvre, Hans Holbein il Giovane (1524), Tintoretto, eccetera.
Una variante figurativa singolare è quella in cui Gesù tocca la testa della Maddalena, cosa a tutta prima contraria al Noli me tangere. Lo troviamo nel Memling (1470) della Galleria Sabauda di Torino, nel Bramantino del Castello Sforzesco di Milano, e avanti fino al commovente Alonso Cano (1640) di Budapest. La tradizione deriva da una leggenda domenicana del XV secolo,
Aurea Rosa , secondo la quale la Maddalena stessa avrebbe rivelato il particolare a Carlo II. E nella chiesa di Saint­Maximin, in Provenza, si conserva una presunta reliquia della Maddalena, un frammento del teschio che avrebbe conservato miracolosamente la traccia di quel contatto.
Fu una iconografia di scarso successo, a confronto con il perdurante schema tradizionale.
Recentemente è apparso nel mercato accurato un dipinto del neoclassicista Gaspare Landi perfettamente 'ortodosso' nell’iconografia.


© Copyright Avvenire 3 aprile 2010

Il tema delle donne al sepolcro vuoto. Il tesoro nascosto della Pompei d'Oriente

di Fabrizio Bisconti

Non tutti sanno che la più antica rappresentazione della risurrezione del Cristo si conserva nella Galleria d'Arte della Yale University, ridotta a un semplice pannello su cui è stato applicato un frammento di affresco, oramai assai provato dai restauri del passato, strappato dall'ambiente battesimale della domus ecclesiae di Dura Europos, l'antica città di fondazione romana, situata nei territori dell'antica Siria, sulle rive dell'Eufrate.
Questo centro urbano rappresenta, per gli archeologi che ne hanno scavato grandi settori, a cominciare dai primi anni del secolo scorso, una sorta di "città sigillata" e sepolta dalla sabbia, tanto da assurgere alla definizione di "Pompei dell'Oriente". Dura Europos, infatti, dopo un lungo assedio, nel 256 cedette alla pressione dei Parti e dei Sasanidi, ma gli abitanti, piuttosto che consegnare l'insediamento al nemico, preferirono insabbiarlo e obliterarlo completamente, talché gli archeologi, quando intrapresero gli scavi, rinvennero una città bloccata al 256, venendo a contatto con un centro romano della tarda età severiana, con tutte le caratteristiche urbane e monumentali dei centri sorti nelle province romane del maturo iii secolo dell'era cristiana.
Da queste indagini emerse un contesto politico-religioso estremamente composito, tanto che tornarono alla luce templi dedicati agli dei indigeni, a quelli romani, ma anche una sinagoga completamente decorata con affreschi ispirati alle storie dell'Antico Testamento, ora esposti, dopo essere stati strappati, in una sala del Museo Archeologico di Damasco.
In un isolato molto prossimo alle mura della città venne alla luce anche una domus ecclesiae, ossia un edificio di culto cristiano primitivo, del tipo che doveva essere molto diffuso in tutto l'orbis christianus antiquus, ma che ha lasciato solo questa testimonianza, proprio per il fenomeno dell'interramento, che ha provocato il "fermo immagine" di cui si è detto.
La domus, che presenta le caratteristiche delle abitazioni romane con peristilio centrale, fu cristianizzata negli anni Trenta del iii secolo, se prendiamo in considerazione alcuni graffiti eseguiti durante i lavori di trasformazione della casa in domus ecclesiae. Gli scavi archeologici, che recuperano questa preziosa testimonianza del più antico culto cristiano, si svolsero tra il 1931 e il 1932 e furono condotti dalla Yale University e dalla French Academy and Letter, sotto la direzione di Clark Hopkins.
Uno degli ambienti della domus, dotato di una vasca e, quindi, riconosciuto come battistero, mostrò una decorazione ad affresco, seppure estremamente lacunosa. Nella lunetta dell'arco che sormontava la vasca, si riconobbe la figura del buon pastore con il suo gregge, associata alla coppia dei protoparenti per significare il peccato dell'origine "lavato" dal Salvatore, come ribadisce il concetto dell'"illuminazione" a cui allude il cielo stellato che caratterizza il soffitto dell'ambiente.
Anche gli altri episodi che si snodano lungo le pareti attingono al comune significato della rigenerazione battesimale, come suggeriscono la guarigione del paralitico, il cammino di Pietro e del Cristo sulle acque e la samaritana al pozzo, ambientate in un habitat dove ricorre, come denominatore comune, l'elemento dell'acqua soterica, che guarisce, che fuga le tenebre, che elimina il male, come testimonia anche la scena della lotta tra Davide e Golia, chiamata in causa per significare la vittoria trionfale sul maligno, sulla forza bruta.
Nel medesimo contesto, si cala perfettamente la scena con cui abbiamo avviato i nostri ragionamenti. Si tratta di un affresco monumentale che, seppure lacunoso, lascia riconoscere tre donne munite di torce e di piccoli recipienti mentre incedono verso un grande sarcofago connotato da due luminose stelle sul coperchio. Questa particolarità ha indotto alcuni iconografi a riconoscere nella megalografia la traduzione figurata della parabola delle vergine stolte e delle vergini sagge (Matteo, 25, 1-13) che rappresenta una vera e propria allegoria del Regno dei cieli e del Giudizio universale, come sottolineano i Padri della Chiesa (Origene, Commentarium in Mattheum, 63-64; Agostino, Sermones, 93).
Ma la scena, invece, considerata in tutta la sua complessità, vuole fotografare, secondo una sequenza dinamica, l'arrivo delle donne al sepolcro e il passaggio attraverso la porta nell'ambiente sepolcrale dove è situato il sarcofago "illuminato" dalla luce della risurrezione. La visita delle donne al sepolcro del Cristo si propone, nelle narrazioni evangeliche, con alcune varianti se, per esempio, Matteo ne ricorda solo due (Matteo, 28, 1-10), mentre Marco (Marco, 16, 1-9) e Luca (Luca, 24, 1-10) ne contano tre e Giovanni (Giovanni, 20, 1-17) allude solo alla Maddalena. La scena, come è evidente, si addice perfettamente all'ambiente battesimale per la naturale interazione tra l'illuminazione e la risurrezione, ma essa si addice anche alla tematica funeraria, tanto che appare, sin dal iv secolo, in un gruppo di sarcofagi romani, milanesi, ravennati e provenzali. D'altra parte, episodi relativi alla risurrezione costellano il repertorio figurativo paleocristiano, a cominciare dalla visione di Ezechiele delle ossa aride (Ezechiele, 37, 1-10) e continuando con la risurrezione del figlio della vedova di Naim (Luca, 7, 11-17) e con quella della figlia di Giairo (Matteo, 9, 18-19; Marco, 5, 21-24; Luca, 8, 40-42), per sfociare nella risurrezione di Lazzaro (Luca, 16, 19-31), che appare nelle più antiche pitture delle catacombe, già nella prima metà del iii secolo, e che diviene il paradigma e la prefigurazione della Risurrezione del Cristo. Tornando a questo ultimo episodio e riprendendo il filo semantico di tipo battesimale dobbiamo rilevare che la scena, sullo scorcio del iv secolo, torna nella decorazione musiva del battistero napoletano di San Giovanni in Fonte.
Ma, con il volgere del tempo, la scena si diffonde nelle più diverse forme artistiche, tanto che, nel v secolo, essa appare sulla capsella ravennate dei Santi Quirico e Giulitta, dove sono rappresentate due donne inginocchiate dinnanzi al Cristo crucifero che ascende al cielo, sorretto dalla mano divina, mentre sullo sfondo si scorge la città di Gerusalemme. Ancora nel v secolo, su due formelle della porta lignea della basilica romana di Santa Sabina, si può ammirare la sequenza dettagliata che vede le due donne avvertite dall'angelo rappresentato dinnanzi al sepolcro e poi le stesse dinnanzi al Cristo risorto, secondo un'iconografia che torna in un pannello del ciclo cristologico di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna, decorato in mosaico in età teodoriciana, prima degli interventi giustinianei che, però, non interessarono il nostro quadro.
Ma già dal v secolo l'episodio ebbe fortuna anche nelle cosiddette arti minori e specialmente nei manufatti eburnei (dittico milanese Trivulzio, dittico di Monaco, capsella del British Museum), nelle ampolle provenienti dalla Terra Santa e ora conservate a Monza e a Bobbio e nelle miniature (Evangeliario di Rabbula).
Mentre il tema attraverserà con fortuna e con varianti iconografiche tutto il Medioevo, il nucleo narrativo della sorpresa, dello sgomento, della gioia della Risurrezione, vissuta proprio dalle pie donne, attrasse l'attenzione dei fedeli di tutto il mondo cristiano antico, tanto da essere sviluppato e "fotografato" nelle pareti del battistero più antico che gli archeologi abbiano recuperato.
Purtroppo, quell'affresco, così spontaneo e così eloquente, è ora ridotto ad un raggelato pannello didattico, tanto provato dallo strappo e dalle innumerevoli e scriteriate manipolazioni degli improvvisati "restauratori" del passato, da non essere quasi più riconoscibile. Eppure, da quella "larva colorata" emerge ancora con forza e urgenza l'emozione che le donne provarono dinanzi al sepolcro vuoto, la stessa emozione che commosse i fedeli della piccola comunità cristiana di Dura Europos, che volle rappresentare sulle pareti del proprio battistero il prodigioso mistero della risurrezione, attraverso gli occhi attoniti di quelle prime testimoni ricordate dagli evangelisti.



(©L'Osservatore Romano - 4 aprile 2010)

I colori di Giotto come li dipinse Giotto. Le bellissime foto della Mostra-evento in occasione dell'VIII centenario della Regola di San Francesco

ASSISI - Hanno rischiato di andare completamente distrutti con il terremoto del 1997, che pure ha cancellato alcuni degli antichi affreschi della basilica superiore, nel crollo di due delle volte che causò anche la morte di quattro persone. Ma i capolavori di Giotto che da secoli contribuiscono ad accrescere la misticità del complesso religioso dedicato al santo patrono d'Italia hanno resistito. E dopo una serie di interventi di restauro che hanno permesso di recuperare quasi tutto l'immenso patrimonio possono ora essere ammirati, grazie alle nuove tecnologie e all'utilizzo dell'alta definizione, nella forma con cui dovevano apparire ai primi fortunati che ebbero occasione di trovarvicisi di fronte. La mostra virtuale «Giotto com'era» è uno degli aspetti più qualificanti dell'evento che la città di Assisi e la comunità francescana promuovono a partire dall'11 aprile per accendere i riflettori sugli affreschi che hanno contribuito a rendere immortale la fama del pittore toscano. L'iniziativa arriva in concomitanza con l'ottavo centenario dell'Approvazione della Regola di San Francesco e vede nel restauro, in questo caso reale, dei dipinti murali di Giotto nella cappella di San Nicola, nella basilica inferiore, un ideale punto di partenza.

Giotto com'è e com'era Giotto com'è e com'era Giotto com'è e com'era Giotto com'è e com'era Giotto com'è e com'era Giotto com'è e com'era Giotto com'è e com'era Giotto com'è e com'era

INCONTRI RAVVICINATI - Nella basilica restano infatti ancora in posa alcuni ponteggi per il completamento delle operazioni di ripristino dei dipinti. E in questa occasione sarà possibile anche ai visitatori, in gruppi limitati, salire sulle impalcature per ammirare da pochi centimetri di distanza «i colori di Giotto», così come recita il titolo dato alla rassegna. L'iniziativa, curata da Giuseppe Basile, che ha diretto un'equipe dell'istituto centrale del Restauro, si sviluppa non solo nella basilica, ma anche nel Palazzo del Monte Frumentario, dove è possibile approfondire la conoscenza delle 28 scene delle storie di San Francesco. L'utilizzo della tecnologia computerizzata di fotoritocco e fotoelaborazione e dell'alta definizione ha permesso ai ricercatori di ricreare le immagini dei dipinti come erano stati realizzati da Giotto e dai suoi collaboratori all'inizio del 1300. «In un unico spazio che ricorda, in dimensioni ridotte, la basilica superiore - spiegano gli organizzatori -, gli affreschi sono presentati in quello che doveva essere il loro aspetto originario prima delle alterazioni che il tempo e le vicende storiche hanno fatalmente favorito». L'intervento sui dipinti di San Nicola è dunque un esempio di «recupero fisico» di un'opera d'arte mentre quelli di Monte Frumentario sono il primo esempio di «recupero virtuale» condotto sulla basi di ricognizioni specialistiche dell'opera.

VIRTUALI E REALI - Gli affreschi virtuali sono messi a confronto con il loro aspetto attuale su alcuni schermi con touch screen disposti in corrispondenza di ogni gruppo di scene. L'affresco dedicato alla conferma della Regola di san Francesco da parte di papa Innocenzo III, l'immagine che è stata scelta come «copertina» dell'evento, sarà invece riprodotta in scala reale. Non solo. In una specifica sezione dell'allestimento sarà anche possibile entrare virtualmente all'interno dell'affresco, la cui scena si può ammirare in tre dimensioni: i personaggi si animano e dialogano con Innocenzo III che accoglie Francesco e i suoi discepoli. Anche grazie a questo progetto, Assisi punta alla candidatura come Capitale europea della cultura per il 2019.

Al. S.
01 aprile 2010

© Copyright Corriere della Sera

Ecce Homo. Cristo nello specchio dall’arte. Di Timothy Verdon

Aprescindere dalle molte questioni che la Sindone solleva, la sola possibilità dell’esistenza di una simile reliquia è specialmente significativa per l’arte, perché conferma la visibilità e quindi la rappresentabilità dell’uomo che si diceva Figlio dell’invisibile Dio d’Israele. «Un tempo non si poteva fare immagine alcuna di un Dio incorporeo e senza contorno fisico – ricordava san Giovanni Damasceno, evocando il divieto biblico ad ogni raffigurazione della Divinità –. Ma ora Dio è stato visto nella carne e si è mescolato alla vita degli uomini, così che è lecito fare un’immagine di quanto è stato visto di Dio», cioè a dire dell’uomo Gesù.
Non è esagerato affermare che l’idea stessa di persona elaborata dall’Occidente negli ultimi due millenni sia debitrice di questa tradizione iconografica, in cui libertà e dignità umana scaturiscono dal dono del corpo e si comunicano nel pathos dello sguardo. I coefficienti corpo-volto-persona, variamente interpretati nell’arte di civiltà diverse, esprimono diverse visioni dell’uomo. Il mondo greco-romano, su cui il cristianesimo s’innestò, ne conosceva almeno tre: quella arcaica, quella classica e quella ellenistica. Nella prima, la rigidità del corpo e la fissità dello sguardo parlavano della ricerca umana di ordine di contro al caos dell’universo; nella seconda, rilassatezza corporea insieme a interiorità nell’espressione facciale comunicavano un controllo sereno, semi-divino, della propria sorte; nella terza, che è quella culturalmente più vicina all’arte cristiana, spontaneità nelle pose e nei movimenti associata all’indagine psicologica e all’interesse per l’irrazionale sottolineavano il dramma dell’esistenza umana. Comune denominatore dell’equazione variabile antica era però un pessimismo
derivante dalla concezione labile del corpo­persona al di là della morte. Questo sottofondo fatalista colora l’esperienza del corpo nel mondo greco-romano e spiega sia l’estetismo sia l’edonismo riflessi nell’arte del periodo confinante con il diffondersi del cristianesimo. Il corpo bello dei personaggi divini e umani di Teocrito e d’Ovidio, il corpo strumento di arbitri sensuali e oggetto di desideri lussuriosi, costituisce infatti lo sfondo su cui dobbiamo leggere la reazione cristiana, come dichiara apertamente Paolo di Tarso quando condanna i suoi contemporanei pagani perché «hanno scambiato la gloria del Dio incorruttibile con un’immagine e una figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili» (Rm 1,23). Paolo collega a tale perverso scambio quella che egli considera l’immoralità sessuale dei pagani (Rm 1,26­28), e elenca i mali morali, etici e spirituali che secondo lui ne conseguono: ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia, invidia, odio omicida, litigiosità, fraudolenza, malignità, diffamazione, maldicenza, ostilità verso Dio, arroganza, superbia, presunzione, ingegnosità nel male, ribellione contro i genitori (Rm 1,29-30); conclude questo fosco ritratto affermando che i pagani sono «insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia» (Rm 1,31). Paolo era cristiano e prima ancora era ebreo, erede di un’immagine dell’uomo non dipinta o scolpita ma articolata nelle scritture e nelle tradizioni del suo popolo. A differenza dei miti pagani, che presentavano gli déi con tutti i difetti degli uomini, la cultura biblica di Paolo e dei primi cristiani riteneva che l’uomo dovesse aspirare alla perfezione di Dio, e soprattutto alla sua misericordia.
«Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso», Gesù aveva detto infatti (Lc 6,36), e questa misericordia caratteristica dell’essere umano aveva una singolare componente corporea. Già nell’Antico Testamento molte parole del Dio incorporeo lasciano intravedere l’importanza del corpo per comprendere le sue leggi: «Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai al tramonto del sole», l’Altissimo comanda a Israele, motivando questa norma divina con una ragione molto umana.
Secondo il Dio della Bibbia, un creditore deve rendere il pegno al povero prima di notte «perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo?» (Es 22,25-26) – un Dio incorporeo ma sensibile al tremore della pelle del povero! Nello stesso spirito ma fuori da ogni logica legale, Gesù descrive come, nel Giudizio Ultimo, il Figlio dell’uomo premierà quanti avranno avuto cura corporale del prossimo; parlando in prima persona dice: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo mi avete vestito» (Mt 25,35-
36). «Ho avuto fame». Per i credenti in lui, Gesù, Figlio di Dio, è diventato quel povero a cui bisogna rendere il mantello prima di notte: l’affamato, l’assetato, l’escluso, il senza tetto, l’ignudo da coprire. «Verbo» divino – perfetta espressione cioè della misericordia del Padre –, «si fece carne» (Gv 1,14), assumendo in sé tutte le sofferenze corporee e morali degli uomini. Soprattutto nella sua volontaria passione e morte divenne «l’icona dell’invisibile Dio» (Col 1,15) – la sua stessa immagine – secondo un paradossale principio funzionale: «Il contadino, quando si accinge a lavorare la terra, sceglie gli strumenti più adatti e veste anche l’abito più acconcio al genere di lavoro», dice un teologo greco del IV secolo, il vescovo san Macario. «Così Cristo, re dei cieli e vero agricoltore, prese un corpo umano, e, portando la croce come strumento di lavoro, dissodò l’anima arida e incolta, ne strappò via le spine e i rovi degli spiriti malvagi, divise il loglio del male e gettò al fuoco tutta la paglia dei peccati. La lavorò così col legno della croce e piantò in lei il giardino amenissimo dello Spirito. Esso produce ogni genere di frutti soavi e squisiti per Dio, che ne è il padrone». Ecco, l’immagine di Dio contemplata nel corpo sofferente di Gesù implica questa dinamica di purificazione e crescita. Implica anche un processo in cui il soggetto umano scopre e comprende se stesso, come suggerisce un padre della Chiesa, Pietro Crisologo, quando immagina Gesù crocifisso che invita i credenti a riconoscere nel suo corpo sacrificato il senso morale della loro vita.
«Vedete, vedete in me il vostro corpo, le vostre membra, il vostro cuore, il vostro sangue – dice Gesù –. E se temete ciò che è di Dio, perché non amate almeno ciò che è vostro? Se rifuggite dal padrone, perché non ricorrete al congiunto?». Sono citazioni utili per riscoprire la concezione di corporeità e di personalità elaborata nei secoli attraverso immagini di Gesù – l’idea del corpo come luogo di una dignità insita nell’essere umano – di una capacità «sacerdotale» di offrirsi –, e del volto come specchio di libertà consapevole. «Muoio, dice il Signore, per vivificare tutti per mezzo mio». Queste

Q
parole san Cirillo d’Alessandria sulla bocca di Cristo e prosegue: «Con la mia carne ho redento la carne di tutti. La morte infatti morrà nella mia morte e la natura umana, che era caduta, risorgerà insieme con me.
Per questo infatti sono divenuto simile a voi, uomo cioè della stirpe di Abramo, per essere in tutto simile ai fratelli». Non si trattava di un atto rituale, ma di vera morte preceduta da vera sofferenza, l’una e l’altra evocata nella frase del profeta Isaia, «uomo dei dolori» (Is 53,3). Isaia infatti parla a lungo di un misterioso servo di Dio, «disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire»: uno che «si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori»; uno «trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità», ma per le cui «piaghe noi siamo stati guariti».
uesto servo è descritto come il pastore di un gregge sperduto, un uomo che «maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (Is 53,3-7); un pastore quindi che accettò di farsi pecora e specificamente pecora d’espiazione, animale sacrificale, agnello che toglie i peccati.
Proprio queste citazioni, proprio questi concetti verranno associati a Gesù negli scritti neotestamentari come poi nella liturgia, e tale associazione costituisce infatti il nucleo centrale del messaggio cristiano, la «buona novella» di un Messia sofferente che «si è addossato i nostri dolori» così che «per le sue piaghe noi siamo stati guariti». I relativi testi scritturistici, solennemente proclamati ogni anno nella settimana che precede la Pasqua cristiana, e i riti altrettanto solenni che accompagnano tale proclamazione, a loro volta hanno generato una quantità d’immagini pittoriche e scultoree come nessun altro dei temi che riguardano Gesù. Sembra che ogni paragrafo, quasi ogni parola del dettagliato racconto della sua passione abbia stimolato l’inventiva degli artisti, così che la stessa
gamma di soggetti specifici risulta più articolata che in altre categorie d’iconografia cristiana. Corpo e volto insieme ora, drammaticamente eloquenti, rivelano la personalità dell’uomo che si offre: nell’«Orazione nell’orto» di Simone Peterzano, dove Gesù accetta di bere il calice della sofferenza; nel superbo «Gesù incoronato di spine» di Correggio; nello straordinario «Gesù e il manigoldo» del Giorgione o forse Tiziano; e nel dolcissimo «Gesù portacroce» del Garofalo. E all’epicentro assoluto il crocifisso che Michelangelo Buonarroti realizzò per la Basilica di Santo Spirito a Firenze, opera al contempo spirituale e sensuale: non l’austero «Christus patiens» del Medioevo, ma un giovane dal corpo efebico in cui albeggia già la Pasqua. Sugli eventi che seguono immediatamente la morte di Gesù domina un capolavoro dell’arte cristiana, la «Imbalsamazione di Cristo» di Giovanni Bellini, fatta come cimasa di una grande pala realizzata dal maestro per i francescani di Pesaro. Qui ancora il corpo e la persona di Gesù sono presentati all’interno di una rete di relazioni, la cui tempra umana è leggibile nei volti degli amici intorno al defunto.
Secondo i vangeli cristiani, Gesù non rimase prigioniero della morte ma risuscitò il mattino di Pasqua. Pienezza della fede in Cristo è infatti l’accoglienza della sua risurrezione, l’atto d’adesione intellettuale ed esistenziale al paradosso di un’umiliazione che sfocia in gloria, una morte che si trasmuta in vita. In una grande tela di Rubens si vede, seduto sulla tomba e ancora avvolto nella sindone, un Gesù dalla corporatura iperbolica, immaginato come «forte e potente… in battaglia». In battaglia: per la tradizione iconografica, Gesù risorge con le ferite riportate nella sua lotta ancora visibili sul corpo. Il rapporto particolare con Maria Maddalena emerge in due capolavori: la «Maddalena al sepolcro» del Guercino, dove questa donna da cui Gesù aveva scacciato sette demoni piange sulla sua tomba vuota; e il lussureggiante «Noli me tangere» di Federigo Barocci, dove la prossimità dei due corpi allude a una sponsalità trasfigurata in senso pasquale.

La Bibbia vietava di raffigurare la Divinità, per timore di cadere nell’idolatria. Ma san Giovanni Damasceno supera l’ostacolo: «Un tempo non si poteva fare immagine alcuna di un Dio incorporeo e senza contorno fisico. Però ora Egli è stato visto nella carne e si è mescolato alla vita degli uomini, perciò è lecito fare un’icona di quanto è stato visto di Lui: il suo Figlio Gesù di Nazareth»




© Copyright Avvenire 28 marzo 2010

E l’artista riscoprì la carne. Nella pittura dei secoli XVI e XVII avviene una vera rivoluzione: la rinnovata teologia del corpo epifania del Mistero

DI G IOVANNI B ONANNO
L
ingua non estetica, bensì eti­ca quella dell’arte sacra, che parla dell’uomo e della storia nel corso dei secoli. La sua forma è specchio delle stagioni in cui si ma­nifesta, di stupori e sogni, delusio­ni e lutti. Riflette il modo di essere della gente e la sua esperienza reli­giosa, l’opera politica dei gover­nanti, l’assolutismo di principi e re gli scontri intestini, le violenze e le guerre. Non può dirsi asettico il ver­bo di Giotto, che racconta del fran­cescanesimo, dell’avidità dei mer­canti e dei drammi della Chiesa.
Non resta ai margini delle questio­ni civili e morali l’umanesimo to­scano al tempo di Beato Angelico e di Savonarola. Dopo l’armonia in­franta della classicità, di fronte ai dubbi della ragione, agli interroga­tivi dei fedeli e alle accuse di Lute­ro l’arte si sente coinvolta. Diviene partecipe delle lacerazioni della Riforma, constata il fallimento dei papi e la decadenza della Chiesa, sente l’angoscia di intellettuali e santi, registra il coraggio di Trento con il pauperismo di Borromeo, e­sperimenta con i sensi dei mistici spagnoli la contemplazione, con i santi francesi l’azione sociale, l’e­vangelizzazione con gesuiti e cap­puccini. Nel tempo dell’inquisizio­ne è testimone del travaglio di Car­tesio e Pascal, dell’eticismo dei cal­vinisti, del libertinaggio di corte, di conflitti ideologici e spirituali, del­la purificazione giansenista e della sua deriva. Pittura della storia in cui portante è la funzione della fede, che si accompagna agli eventi e al­le persone nel riscatto e nella catar­si.
La forma della carne, si pone, nel­l’analisi e nell’esegesi dei dipinti, co­me forma della fede contenuta nel prologo giovanneo: Et Verbum caro factum est . Se Dio si fa uomo, se si offre allo sguardo nella realtà cor­porea, se da invisibile si rende visi­bile, allora assume evidenza il su­peramento della proibizione leviti­ca, come accerta la Chiesa dei padri. Non ha motivo l’aniconia né tanto meno l’iconoclastia. Per questo l’or­todossia latina afferma, con i pri­mitivi e i pittori del realismo e del naturalismo, l’urgenza di una ico­nologia che traduca la consistenza fisica di Cristo, della Vergine e dei Santi. Del resto è Tertulliano a sot­tolineare nell’apologetica che Cri­sto è carne, ossa e sangue come o­gni persona. Non è nell’astrazione la verità, ma nella corporeità che la pit­tura cristiana rappresenta secondo i molteplici stili dell’arte.
L’utilizzo delle icone sacre si rivela scelta estetica, memore del
pulch­rum
costitutivo dell’idea di Dio, con finalità culturale e cultuale:
ut de­votionem pariant ac pietatem . Di fatto l’immagine si connota come
predicazione visuale
in consonan­za con la Scrittura, comunicando un messaggio recepito dagli occhi e rie­laborato dalla mente, attraverso un metodo antropologico che la Chie­sa fa suo. Così l’arte si carica di va­lori trascendenti. La sua espressio­ne subito risulta efficace, grazie a un linguaggio, insieme popolare e intellettuale, che parla al sentimen­to e alla ragione. Connessa con la filosofia e la lette­ratura, esplicative del Rinascimen­to e del Barocco, l’arte sacra entra in rapporto con la visione della carne, quale essenza dell’uomo. Mette in chiaro come non solo la carne del Logos sia sacra, ma ogni carne nel­la
unidualità
di materia e spirito. Ri- percorre con l’innocenza della Bib­bia la creazione di Adamo ed Eva, la nudità dei corpi, l’energia del sesso, la gioia della procreazione, l’eroti­smo del Cantico dei Cantici, l’elegia di Sara e Rebecca, la bellezza sen­suale di Giuditta e Susanna, la pas­sione di Maria di Magdala. Temi di un amore fisico, concepito dal Crea­tore, che formano la verità fenome­nologica della natura, la sua corpo­reità sessuata e autocosciente.
Illuminata dalla Scrittura l’arte ri­scopre la sacralità dell’uomo che de­sidera la donna e ne documenta l’a­more con immagini di interiorità. Celebra con fantasia il corpo dei profeti e dei santi dell’Antico e del Nuovo Testamento e il corpo di mi­stici, martiri e fedeli che formano la Chiesa. Corpo quale asse prospetti­co dell’orizzonte terrestre e di quel­lo celeste; corpo vivente nell’eros e nell’agape, consapevole di essere manifestazione della gloria divina. Sarebbe assurdo negare nella pittu­ra dei secoli XVI e XVII la fragranza voluttuosa di angeli e santi, avalla­ta da una teologia ardita, come quella dei gesuiti, che consente nel­la volta del Gesù di Roma l’appari­zione della carnalità quale sacra­mento .
Se in non pochi ambienti imperversa la sessuofobia, nella cer­chia degli umanisti e dei biblisti è considerata consustanziale alla bea­titudine la corporeità, senza la qua­le non potrebbe esserci né vita né grazia. Da qui scaturisce il senti­mento sacro dei corpi e la visione delle Sante e della Vergine, nei cui volti gli artisti esprimono l’idea su­prema della bellezza.
Sa di poesia la nudità del piccolo Gesù, ma anche di dogma signifi­cante l’umanità. Profuma di para­diso la carne di Caterina nello
spo­salizio,
di Agnese che carezza l’a­gnello, di Agata nel martirio, di Ce­cilia che suona l’arpa e di tante al­tre donne che sugli altari rifulgono di splendore. Pura è la sensualità di Maria che con il neonato in braccio si mostra a Betlemme, o quando e­sibisce il seno che allatta, o quando nella luce appare Immacolata, cir­condata da putti festanti.
Soprattutto il Barocco non nascon­de l’incanto della natura, sapendo­la opera di Dio. Anzi ne recupera il senso trascendente, esaltando il corpo come epifania del mistero. Con maggiore o minore penetra­zione, tra il XIV e il XVII secolo, la pittura sacra, rifuggendo spesso da estetismi illustrativi, si connota di una teologia della carne, inquieta ed eroica, che testimonia come gli artisti si sentano poeticamente ese­geti del Verbo, mentre ne traduco­no la presenza in immagini umane.




Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, «Maddalena in estasi»

Il realismo cristiano nato nel Duecento rimarrà fino all’Ottocento il linguaggio dell’arte occidentale


Da Giotto a Rembrandt a Delacroix i presupposti rimangono immutati, con sviluppi di sistemi stilistici ma non di teologia.
Il naturalismo nato in Italia si svilupperà anche in Europa settentrionale e nella penisola iberica

DI T IMOTHY V ERDON

chiaro che, per tutto il primo millennio cristiano, al posto del realismo e dell’invadente fisicità della scultura greco romana, la Chiesa privilegerà altri stili e altre esperienze estetiche, preferendo al­la scultura monumentale il mosaico, l’oreficeria, la miniatura.
Questo cambierà all’epoca di san Francesco d’Assisi. Là dove nel V-VI secolo il corpo era stato sostituito dal segno, ora il corpo diventa esso stesso «segno» rivelatore. Nel
Cristo flagellato sul retro di una croce di­pinta francescana del secondo Due­cento, un’opera oggi alla Galleria na­zionale di Umbria, è la forte model­latura del corpo di Gesù a potenzia­re l’appello psicologico, presente nello sguardo che invita il credente a compatire il Salvatore e, partecipe per la compassione della sua soffe­renza, a penetrare il senso del «mi­stero della pietà». Similmente, nella maestosa Madonna col Bambino di Arnolfo di Cambio per il nuovo du­o­È mo di Firenze, iniziato nel 1296, è la plasticità della figura – le forme ab­bondanti del corpo materno intuite attraverso gli ampi drappeggi roma­ni – a comunicare il mistero dell’In­carnazione. Il piccolo Cristo che Ma­ria tiene davanti a sé sembra vera­mente venire dal corpo tridimen­sionale della madre, e, con il rotolo nella mano sinistra, rappresenta in termini quasi letterali le parole del Prologo giovanneo, «Il Verbo si è fat­to carne». Il corpo non si sostituisce al simbolo, ma il potere iconico del simbolo viene a inabitare corpi ora capaci di sostenerlo: corpi la cui di­gnitas
naturale lascia trasparire la presenza del soprannaturale. Tutto l’ambito dell’esperienza corporea – il mondo, la natura, l’ordinarietà del­le cose – acquista un’importanza quasi sacrale, come se si fosse a­dempiuta la profezia di Zaccaria, che nell’ultimo giorno «anche sopra i so­nagli dei cavalli si troverà scritto: 'Sa­cro al Signore'» (Zc 14,20).
Per la prima volta in più di mille an­ni, ambienti e cose vengono descritti
con realismo. Ad Assisi, nell’affresco della basilica superiore raffigurante il Natale a Greccio , l’artista situa l’e­vento nel presbiterio di una chiesa, e riproduce – con una fedeltà ottica assolutamente nuova – i compo­nenti caratteristici dell’area liturgi­ca di una chiesa conventuale dell’e­poca: il tramezzo con il pulpito e la croce dipinta, visti da dietro; il «ba­dalone » o leggio che serve alla scho­la cantorum, con perfino l’elenco dei canti appeso alla base; il bel ciborio sopra l’altare, che evoca quelli fatti a Roma nella cerchia di Arnolfo ap­pena dieci anni prima!
Da qui nasce il Giotto della Cappel­la Scrovegni, da qui Masaccio, Pie­ro, Giambellino, Michelangelo e Ti­ziano; e da loro poi i grandi maestri del Seicento. Il naturalismo che tra­sformò l’arte italiana tra la metà del Due e l’inizio del Trecento, e che si stava sviluppando anche in Europa settentrionale e nella penisola ibe­rica, fu poi destinato a rimanere il linguaggio dell’arte occidentale fino alla metà dell’Ottocento.