Senza mettere in discussione il celibato, le popolazioni indigene
hanno chiesto che in Amazzonia «si apra la strada all’ordinazione
sacerdotale degli uomini sposati residenti nelle comunità» e si
individui «un ministero adatto alle donne dirigenti di comunità». Lo ha
detto il cardinale Claudio Hummes, relatore generale del Sinodo per
l’Amazzonia, in un passaggio della sua introduzione. In apertura della
prima mattinata di lavori assembleari il porporato brasiliano ha passato
in rassegna i molti temi al centro del Sinodo aperto dal Papa ieri a
San Pietro (6-27 ottobre), denunciando gli interessi economici e
politici che sfruttano l’Amazzonia ed invitando la Chiesa a farsi
prossima della regione fedele non già al «tradizionalismo» ma alla
tradizione, che è «la storia viva della Chiesa».
«Fin
dall’inizio del suo ministero papale, Francesco ha sottolineato la
necessità della Chiesa di camminare», ha detto Hummes, arcivescovo
emerito di San Paolo, prefetto emerito della congregazione vaticana del
Clero e presidente della Rete Ecclesiale panamazzonica (Repam) nel suo
discorso in portoghese. «Essa non può rimanere ferma in casa,
occupandosi solo di sé stessa, racchiusa dentro mura protette. E ancor
meno guardando indietro con la nostalgia dei tempi passati», ha detto il
cardinale, che, riprendendo il titolo dell’assemblea, “Amazzonia: Nuovi
Cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”, ha sottolineato
che «il camminare rende la Chiesa fedele alla vera tradizione. Non il
tradizionalismo che rimane legato al passato, ma la vera tradizione che è
la storia viva della Chiesa, in cui ogni generazione, accogliendo ciò
che le è stato dato dalle generazioni precedenti, come la comprensione e
l’esperienza della fede in Gesù Cristo, arricchisce la tradizione
stessa con la propria esperienza e comprensione della fede in Gesù
Cristo nei tempi attuali».
In un discorso ampiamente
dedicato alla questione ecologica e sociale dell’Amazzonia, il cardinale
Hummes ha sottolineato che c’è anche una questione sacramentale, ossia
la «carenza di presbiteri al servizio delle comunità locali sul
territorio, con la conseguente mancanza della Eucaristia, almeno
domenicale, e di altri sacramenti. Mancano anche preti incaricati,
questo significa una pastorale fatta di visite sporadiche anziché di
un’adeguata pastorale con presenza quotidiana. Ebbene, la Chiesa vive
dell’Eucaristia e l’Eucaristia edifica la Chiesa (San Giovanni Paolo
II). La partecipazione nella celebrazione dell’Eucaristia, almeno la
domenica, è fondamentale per lo sviluppo progressivo e pieno delle
comunità cristiane e per la vera esperienza della Parola di Dio nella
vita delle persone. Sarà necessario definire nuovi cammini per il
futuro. Nella fase di ascolto, le comunità indigene hanno chiesto che,
pur confermando il grande valore del carisma del celibato nella Chiesa –
questo non si tocca – di fronte all’impellente necessità della maggior
parte delle comunità cattoliche in Amazzonia», ha detto Hummes, «si apra
la strada all'ordinazione sacerdotale degli uomini sposati residenti
nelle comunità. Al tempo stesso, di fronte al gran numero di donne che
oggi dirigono le comunità in Amazzonia, si riconosca questo servizio e
si cerchi di consolidarlo con un ministero adatto alle donne dirigenti
di comunità».
Il cardinale brasiliano, che al Conclave
del 2013 sedeva accanto all’allora arcivescovo di Buenos Aires e – lo ha
raccontato lo stesso Jorge Mario Bergoglio – suggerì al nuovo Papa, al
momento dell’elezione, di non dimenticare i poveri, suggestione
all’origine della scelta del nome Francesco - ha ricordato diversi
interventi che sin dall’inizio il Pontefice argentino ha dedicato
all’Amazzonia, fin da quando, alla Giornata Mondiale della gioventù di
Rio de Janeiro (2013), parlò di «consolidare il volto amazzonico della
Chiesa» e «di formare un clero autoctono», sollecitando i vescovi ad
«essere coraggiosi, intrepidi». Hummes ha citato poi l’enciclica del
Papa Laudato si’ e il discorso tenuto quando a gennaio del 2018 a Puerto
Maldonado, in Perù, ha simbolicamente aperto il Sinodo che entra ora
nel vivo.
«La missione della Chiesa oggi in Amazzonia è
il nodo centrale del sinodo», ha spiegato Hummes. «È un Sinodo della
Chiesa per la Chiesa. Non una Chiesa chiusa su se stessa, ma integrata
nella storia e nella realtà del territorio – in questo caso,
dell’Amazzonia – attenta al grido di aiuto e alle aspirazioni della
popolazione e della “casa comune”, aperta al dialogo, soprattutto al
dialogo interreligioso e interculturale, accogliente e desiderosa di
condividere un cammino sinodale con le altre chiese, religioni, scienza,
governi, istituzioni, popoli, comunità e persone, rispettando le
differenze, con l’intento di difendere e promuovere la vita delle
popolazioni dell’area, soprattutto dei popoli originari e preservare la
biodiversità del territorio nella regione amazzonica». Una Chiesa,
ancora, «aggiornata, “semper reformanda”, secondo l’Evangelii Gaudium,
ossia, una Chiesa in uscita, missionaria, con l’annuncio esplicito di
Gesù Cristo, dialogante e accogliente, che cammina accanto alla gente e
alle comunità, misericordiosa, povera, per i poveri, e con i poveri, e
dunque con una opzione preferenziale per i poveri, inculturata,
interculturale e sempre più sinodale». E infine «una Chiesa di
dimensione mariana, alimentata con la devozione per Maria Santissima,
secondo molti titoli locali, soprattutto quello di Maria de Nazaré, la
cui festa a Belém do Pará riunisce ogni anno milioni di devoti e di
pellegrini».
In merito alla «ecologia integrale», Hummes
ha passato in rassegna diverse questioni: «Secondo il processo di
ascolto sinodale della popolazione, la minaccia alla vita in Amazzonia
deriva da interessi economici e politici dei settori dominanti della
società odierna, in particolare delle imprese che estraggono in modo
predatorio e irresponsabile [legalmente o illegalmente] le ricchezze del
sottosuolo e alterano la biodiversità, spesso in connivenza, o con la
permissività dei governi locali e nazionali e a volte anche con il
consenso di qualche autorità indigena», ha detto Hummes. «L’ecologia
integrale ci palesa che tutto è collegato, gli esseri umani e la natura.
Tutti gli esseri viventi del pianeta sono figli della terra». Il
Sinodo, inoltre, «si svolge in un contesto di grave e urgente crisi
climatica ed ecologica che coinvolge tutto il nostro pianeta». Ancora,
«l’enorme realtà urbana dell’Amazzonia, in parte conseguenza delle
migrazioni interne, e la presenza della Chiesa nelle città è un altro
tema centrale di questo sinodo, perché anche la Chiesa, nella città,
deve sviluppare e consolidare il suo volto amazzonico». Non da ultimo,
la questione dell’acqua: «La scarsità di acqua potabile e sicura è una
minaccia crescente in tutto il pianeta» e «l’Amazzonia è una delle più
voluminose riserve di acqua dolce nel pianeta».
La
Chiesa, che in passato ha mostrato «luci e ombre – sicuramente più luci
che ombre», e che conta, ha visto, accanto ai missionari, «leader laici e
indigeni che hanno dato una testimonianza eroica e che spesso sono
stati – e lo sono tuttora – uccisi», evangelizza inculturando la fede:
«Il compito dell’inculturazione e dell’interculturalità si svolge
soprattutto nella liturgia, nel dialogo interreligioso ed ecumenico,
nella pietà popolare, nella catechesi, nella convivenza dialogale
quotidiana, con le popolazioni autoctone, nelle opere sociali e
caritatevoli, nella vita consacrata, nella pastorale urbana», ha detto
il cardinale, che ha concluso con un invito: «Non lasciamoci sopraffare
dall’autoreferenzialità, ma dalla misericordia davanti al grido dei
poveri e della terra. Sarà necessario pregare molto, meditare e
discernere una pratica concreta di comunione ecclesiale e di spirito
sinodale. Questo sinodo è come un tavolo che Dio ha imbandito per i suoi
poveri e ci chiede di servire a quel tavolo».
La Stampa 7 ottobre 2019
DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi
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ECCO CHE COS’È UN SINODO
[...] dobbiamo anche prenderci cura della mondanità nel modo di richiedere punti di vista, cambiamenti nell'organizzazione. La mondanità si infiltra sempre e ci fa allontanare dalla poesia dei popoli. Veniamo a contemplare, a comprendere, a servire i popoli; e lo facciamo percorrendo un percorso sinodale, lo facciamo in Sinodo, non in tavoli rotondi, non in conferenze o in discussioni successive; lo facciamo in Sinodo, perché un sinodo non è un Parlamento, non è un parlatorio, non è dimostrare chi ha più potere sui mezzi e chi ha più potere tra le reti per imporre qualsiasi idea o qualsiasi piano. Questo configurato una chiesa congregacionalista, se vogliamo cercare attraverso i sondaggi chi ha maggioranza. O una chiesa tabloid così lontana, così distante dalla nostra santa madre la Chiesa Cattolica, o come piaceva dire a sant'Ignazio: "la nostra santa madre la chiesa gerarchica". Sinodo è camminare insieme sotto l'ispirazione e la guida dello Spirito Santo. [...]
http://w2.vatican.va/content/francesco/es/speeches/2019/october/documents/papa-francesco_20191007_apertura-sinodo.html
I MISSIONARI DEL PIME RACCONTANO LA VERA AMAZZONIA
Rodolfo Casadei
Padre Giovanni Andena ha 88 anni, 58 dei quali trascorsi in Amazzonia come missionario del Pontificio istituto missioni estere (Pime) di Milano […]non ha e non ha mai avuto un telefono cellulare o un computer portatile. «Mentre quando ho lasciato Parintins (città dell’Amazzonia brasiliana che conta 100 mila abitanti, ndr) nel 2016 tutti gli indios e i meticci che incontravo avevano il cellulare e ci guardavano i film», racconta seduto su un sofà della Casa di cura per missionari del Pime a Lecco.
Basterebbe questo aneddoto per spalmare una patina di scetticismo su tante pagine dell’Instrumentum laboris del Sinodo per l’Amazzonia (il documento di lavoro dell’assemblea sinodale di ottobre) dove si tessono le lodi dell’ecocompatibile vita indigena primitiva, proposta come esempio di rapporto sano con l’ambiente, e si celebra la sua «cosmovisione» fatta di relazioni dirette con gli spiriti degli animali e delle piante e di riti rivolti alla Madre Terra. Molto più spesso, il rito quotidiano degli indios e dei maggioritari caboclos (il nome locale dei meticci, incrocio di bianchi e indios) è quello di trascorrere alcune ore seduti davanti a una tv che trasmette una telenovela.
[…]
Padre Andena scuote la testa: «Gli indios puri non esistono più. Vengono in città e hanno già con sé le loro apparecchiature elettroniche, vendono i loro prodotti e versano il ricavato nel conto corrente bancario a loro intestato, hanno l’abbonamento a SkyBrasil per vedere i film e le telenovelas. Vogliono liberarsi della povertà, dire che devono rimanere come sono, anzi come erano, è una sciocchezza».
I vecchi missionari come padre Giovanni sono criticati da un certo numero di vescovi e teologi brasiliani o europei trapiantati in Brasile che li accusano di aver trascurato le culture locali e di essere gli eredi di un’ecclesiologia datata ed eurocentrica. Accuse in gran parte smentite dai fatti. A promuovere per primi la giustizia sociale e a creare le famose comunità cristiane di base nell’Amazzonia brasiliana sono stati proprio i missionari italiani degli anni Cinquanta e successivi. Racconta Andena, originario del lodigiano: «Quando siamo arrivati noi, i caboclos erano sfruttati in maniera inverosimile: barattavano il guaranà (un frutto da cui si ricava una bevanda eccitante, ndr) e la iuta con prodotti forniti a loro dai dai grandi fazendeiros […] Noi abbiamo creato la prima cooperativa di produttori di guaranà di tutta l’Amazzonia […] All’iniziativa dei missionari italiani è dovuto il primo ospedale e il sanatorio per i malati di Tbc a Parintins, la prima scuola media superiore a Maués, la seconda cittadina della diocesi (oggi ha 55 mila abitanti) che si trova a 12 ore di battello da Parintins, la prima fornace per i mattoni e altro ancora. Fino a Manaus, che dista 500 chilometri di fiume, non si trovano altre strutture del genere.
[…]
Anche l’idea che serpeggia per tutto il documento, quella secondo cui sotto l’aspetto religioso gli indios sono autosufficienti e la Chiesa cattolica deve limitarsi a difenderli politicamente e a fare la guardia forestale dell’Amazzonia, non convince per niente padre Mauro: «Gli indios hanno la consapevolezza della Caduta, esprimono nostalgia per la “terra senza male”, in cui abitavano e da cui sono stati cacciati. E che cos’è, questa ricerca della terra sem males, se non la attuale condizione umana dopo del peccato originale? E che cristiani siamo se non offriamo Gesù Cristo come risposta alla loro ricerca?»
[…]
Conclude padre Mauro: «La Chiesa in Amazzonia non ha bisogno di creare nuovi ministeri, ma di riconoscere quello che è stato fatto e rafforzarlo. […] In Amazzonia come in tutto il Brasile il sentimento religioso è fortissimo, è qualcosa che viene prima dell’appartenenza alle varie denominazioni cristiane. E si esprime nel culto e nelle feste dei santi patroni, nelle grandi città come nelle comunità più sperdute. Ma è una religiosità che si intreccia con un modo di vivere naturalistico, istintivo, egoista. L’evangelizzazione non consiste nell’aggiustare, insegnando nuove regole morali, il modo di vita mondano, ma nel proporre una cosa diversa rispetto alle logiche del mondo, un’altra vita. Che si vede nei dettagli: l’uomo che smette di essere un ubriacone libertino e porta fuori l’immondizia o lava i piatti, passa il tempo con i suoi figli, ha stima di sua moglie; le donne che smettono di andare in caccia di un “altro” marito o (principale occupazione) spettegolare con le altre donne; la loro casa pulita e accogliente, mentre quella dei vicini, che pure sono poveri come loro, è lurida e disordinata».
da Tempi di settembre
Padre Giovanni Andena ha 88 anni, 58 dei quali trascorsi in Amazzonia come missionario del Pontificio istituto missioni estere (Pime) di Milano […]non ha e non ha mai avuto un telefono cellulare o un computer portatile. «Mentre quando ho lasciato Parintins (città dell’Amazzonia brasiliana che conta 100 mila abitanti, ndr) nel 2016 tutti gli indios e i meticci che incontravo avevano il cellulare e ci guardavano i film», racconta seduto su un sofà della Casa di cura per missionari del Pime a Lecco.
Basterebbe questo aneddoto per spalmare una patina di scetticismo su tante pagine dell’Instrumentum laboris del Sinodo per l’Amazzonia (il documento di lavoro dell’assemblea sinodale di ottobre) dove si tessono le lodi dell’ecocompatibile vita indigena primitiva, proposta come esempio di rapporto sano con l’ambiente, e si celebra la sua «cosmovisione» fatta di relazioni dirette con gli spiriti degli animali e delle piante e di riti rivolti alla Madre Terra. Molto più spesso, il rito quotidiano degli indios e dei maggioritari caboclos (il nome locale dei meticci, incrocio di bianchi e indios) è quello di trascorrere alcune ore seduti davanti a una tv che trasmette una telenovela.
[…]
Padre Andena scuote la testa: «Gli indios puri non esistono più. Vengono in città e hanno già con sé le loro apparecchiature elettroniche, vendono i loro prodotti e versano il ricavato nel conto corrente bancario a loro intestato, hanno l’abbonamento a SkyBrasil per vedere i film e le telenovelas. Vogliono liberarsi della povertà, dire che devono rimanere come sono, anzi come erano, è una sciocchezza».
I vecchi missionari come padre Giovanni sono criticati da un certo numero di vescovi e teologi brasiliani o europei trapiantati in Brasile che li accusano di aver trascurato le culture locali e di essere gli eredi di un’ecclesiologia datata ed eurocentrica. Accuse in gran parte smentite dai fatti. A promuovere per primi la giustizia sociale e a creare le famose comunità cristiane di base nell’Amazzonia brasiliana sono stati proprio i missionari italiani degli anni Cinquanta e successivi. Racconta Andena, originario del lodigiano: «Quando siamo arrivati noi, i caboclos erano sfruttati in maniera inverosimile: barattavano il guaranà (un frutto da cui si ricava una bevanda eccitante, ndr) e la iuta con prodotti forniti a loro dai dai grandi fazendeiros […] Noi abbiamo creato la prima cooperativa di produttori di guaranà di tutta l’Amazzonia […] All’iniziativa dei missionari italiani è dovuto il primo ospedale e il sanatorio per i malati di Tbc a Parintins, la prima scuola media superiore a Maués, la seconda cittadina della diocesi (oggi ha 55 mila abitanti) che si trova a 12 ore di battello da Parintins, la prima fornace per i mattoni e altro ancora. Fino a Manaus, che dista 500 chilometri di fiume, non si trovano altre strutture del genere.
[…]
Anche l’idea che serpeggia per tutto il documento, quella secondo cui sotto l’aspetto religioso gli indios sono autosufficienti e la Chiesa cattolica deve limitarsi a difenderli politicamente e a fare la guardia forestale dell’Amazzonia, non convince per niente padre Mauro: «Gli indios hanno la consapevolezza della Caduta, esprimono nostalgia per la “terra senza male”, in cui abitavano e da cui sono stati cacciati. E che cos’è, questa ricerca della terra sem males, se non la attuale condizione umana dopo del peccato originale? E che cristiani siamo se non offriamo Gesù Cristo come risposta alla loro ricerca?»
[…]
Conclude padre Mauro: «La Chiesa in Amazzonia non ha bisogno di creare nuovi ministeri, ma di riconoscere quello che è stato fatto e rafforzarlo. […] In Amazzonia come in tutto il Brasile il sentimento religioso è fortissimo, è qualcosa che viene prima dell’appartenenza alle varie denominazioni cristiane. E si esprime nel culto e nelle feste dei santi patroni, nelle grandi città come nelle comunità più sperdute. Ma è una religiosità che si intreccia con un modo di vivere naturalistico, istintivo, egoista. L’evangelizzazione non consiste nell’aggiustare, insegnando nuove regole morali, il modo di vita mondano, ma nel proporre una cosa diversa rispetto alle logiche del mondo, un’altra vita. Che si vede nei dettagli: l’uomo che smette di essere un ubriacone libertino e porta fuori l’immondizia o lava i piatti, passa il tempo con i suoi figli, ha stima di sua moglie; le donne che smettono di andare in caccia di un “altro” marito o (principale occupazione) spettegolare con le altre donne; la loro casa pulita e accogliente, mentre quella dei vicini, che pure sono poveri come loro, è lurida e disordinata».
da Tempi di settembre
LE PAROLE DEL PAPA (5 - 6 Ottobre 2019)
ANGELUS DEL 6 OTTOBRE 2019
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
L’odierna pagina evangelica (cfr Lc 17,5-10) presenta il tema della fede, introdotto dalla domanda dei discepoli: «Accresci in noi la fede!» (v. 6). Una bella preghiera, che noi dovremmo pregare tanto durante la giornata: “Signore, accresci in me la fede!”. Gesù risponde con due immagini: il granellino di senape e il servo disponibile. «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe» (v. 6). Il gelso è un albero robusto, ben radicato nella terra e resistente ai venti. Gesù, dunque, vuole far capire che la fede, anche se piccola, può avere la forza di sradicare persino un gelso. E poi di trapiantarlo nel mare, che è una cosa ancora più improbabile: ma nulla è impossibile a chi ha fede, perché non si affida alle proprie forze, ma a Dio, che può tutto.
La fede paragonabile al granello di senape è una fede che non è superba e sicura di sé; non fa finta di essere quella di un grande credente facendo a volte delle figuracce! È una fede che nella sua umiltà sente un grande bisogno di Dio e nella piccolezza si abbandona con piena fiducia a Lui. È la fede che ci dà la capacità di guardare con speranza le vicende alterne della vita, che ci aiuta ad accettare anche le sconfitte, le sofferenze, nella consapevolezza che il male non ha mai, non avrà mai, l’ultima parola.
Come possiamo capire se abbiamo veramente fede, cioè se la nostra fede, pur minuscola, è genuina, pura, schietta? Ce lo spiega Gesù indicando qual è la misura della fede: il servizio. E lo fa con una parabola che al primo impatto risulta un po’ sconcertante, perché presenta la figura di un padrone prepotente e indifferente. Ma proprio questo modo di fare del padrone fa risaltare quello che è il vero centro della parabola, cioè l’atteggiamento di disponibilità del servo. Gesù vuole dire che così è l’uomo di fede nei confronti di Dio: si rimette completamente alla sua volontà, senza calcoli o pretese.
Questo atteggiamento verso Dio si riflette anche nel modo di comportarsi in comunità: si riflette nella gioia di essere al servizio gli uni degli altri, trovando già in questo la propria ricompensa e non nei riconoscimenti e nei guadagni che ne possono derivare. È ciò che insegna Gesù alla fine di questo racconto: «Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (v. 10).
Servi inutili, cioè senza pretese di essere ringraziati, senza rivendicazioni. “Siamo servi inutili” è un’espressione di umiltà, disponibilità che tanto fa bene alla Chiesa e richiama l’atteggiamento giusto per operare in essa: il servizio umile, di cui ci ha dato l’esempio Gesù, lavando i piedi ai discepoli (cfr Gv 13,3-17).
OMELIA NELLA MESSA DI APERTURA DEL SINODO PER L'AMAZZONIA
L’Apostolo Paolo, il più grande missionario della storia della Chiesa, ci aiuta a “fare Sinodo”, a “camminare insieme”: quello che scrive a Timoteo sembra rivolto a noi, Pastori al servizio del Popolo di Dio.
Anzitutto dice: «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani» (2 Tm 1,6). Siamo vescovi perché abbiamo ricevuto un dono di Dio. Non abbiamo firmato un accordo, non abbiamo ricevuto un contratto di lavoro in mano, ma mani sul capo, per essere a nostra volta mani alzate che intercedono presso il Signore e mani protese verso i fratelli. Abbiamo ricevuto un dono per essere doni. Un dono non si compra, non si scambia, non si vende: si riceve e si regala. Se ce ne appropriamo, se mettiamo noi al centro e non lasciamo al centro il dono, da Pastori diventiamo funzionari: facciamo del dono una funzione e sparisce la gratuità, e così finiamo per servire noi stessi e servirci della Chiesa. La nostra vita, invece, per il dono ricevuto, è per servire. Lo ricorda il Vangelo, che parla di «servi inutili» (Lc 17,10): un’espressione che può voler dire anche “servi senza utile”. Significa che non ci diamo da fare per raggiungere un utile, un guadagno nostro, ma perché gratuitamente abbiamo ricevuto e gratuitamente diamo (cfr Mt 10,8). La nostra gioia sarà tutta nel servire perché siamo stati serviti da Dio, che si è fatto nostro servo. Cari fratelli, sentiamoci chiamati qui per servire mettendo al centro il dono di Dio.
Per essere fedeli a questa nostra chiamata, alla nostra missione, San Paolo ci ricorda che il dono va ravvivato. Il verbo che utilizza è affascinante: ravvivare letteralmente, nell’originale, è “dare vita a un fuoco” [anazopurein]. Il dono che abbiamo ricevuto è un fuoco, è amore bruciante a Dio e ai fratelli. Il fuoco non si alimenta da solo, muore se non è tenuto in vita, si spegne se la cenere lo copre. Se tutto rimane com’è, se a scandire i nostri giorni è il “si è sempre fatto così”, il dono svanisce, soffocato dalle ceneri dei timori e dalla preoccupazione di difendere lo status quo. Ma «in nessun modo la Chiesa può limitarsi a una pastorale di “mantenimento”, per coloro che già conoscono il Vangelo di Cristo. Lo slancio missionario è un segno chiaro della maturità di una comunità ecclesiale» (Benedetto XVI, Esort. ap. postsin. Verbum Domini, 95). Perché la Chiesa sempre è in cammino, sempre in uscita, mai chiusa in sé stessa. Gesù non è venuto a portare la brezza della sera, ma il fuoco sulla terra.
Il fuoco che ravviva il dono è lo Spirito Santo, datore dei doni. Perciò San Paolo continua: «Custodisci mediante lo Spirito Santo il bene prezioso che ti è stato affidato» (2 Tm 1,14). E ancora: «Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza» (v. 7). Non uno spirito di timidezza, ma di prudenza. Qualcuno pensa che la prudenza è la virtù “dogana”, che ferma tutto per non sbagliare. No, la prudenza è virtù cristiana, è virtù di vita, anzi, la virtù del governo. E Dio ci ha dato questo spirito di prudenza. Paolo mette la prudenza all’opposto della timidezza. Che cos’è allora questa prudenza dello Spirito? Come insegna il Catechismo, la prudenza «non si confonde con la timidezza o la paura», ma «è la virtù che dispone a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati» (n. 1806). La prudenza non è indecisione, non è un atteggiamento difensivo. È la virtù del Pastore, che, per servire con saggezza, sa discernere, sensibile alla novità dello Spirito. Allora ravvivare il dono nel fuoco dello Spirito è il contrario di lasciar andare avanti le cose senza far nulla. Ed essere fedeli alla novità dello Spirito è una grazia che dobbiamo chiedere nella preghiera. Egli, che fa nuove tutte le cose, ci doni la sua prudenza audace; ispiri il nostro Sinodo a rinnovare i cammini per la Chiesa in Amazzonia, perché non si spenga il fuoco della missione.
Il fuoco di Dio, come nell’episodio del roveto ardente, brucia ma non consuma (cfr Es 3,2). È fuoco d’amore che illumina, riscalda e dà vita, non fuoco che divampa e divora. Quando senza amore e senza rispetto si divorano popoli e culture, non è il fuoco di Dio, ma del mondo. Eppure quante volte il dono di Dio non è stato offerto ma imposto, quante volte c’è stata colonizzazione anziché evangelizzazione! Dio ci preservi dall’avidità dei nuovi colonialismi. Il fuoco appiccato da interessi che distruggono, come quello che recentemente ha devastato l’Amazzonia, non è quello del Vangelo. Il fuoco di Dio è calore che attira e raccoglie in unità. Si alimenta con la condivisione, non coi guadagni. Il fuoco divoratore, invece, divampa quando si vogliono portare avanti solo le proprie idee, fare il proprio gruppo, bruciare le diversità per omologare tutti e tutto.
Ravvivare il dono; accogliere la prudenza audace dello Spirito, fedeli alla sua novità; San Paolo rivolge un’ultima esortazione: «Non vergognarti di dare testimonianza ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo» (2Tm 1,8). Chiede di testimoniare il Vangelo, di soffrire per il Vangelo, in una parola di vivere per il Vangelo. L’annuncio del Vangelo è il criterio principe per la vita della Chiesa: è la sua missione, la sua identità. Poco dopo Paolo scrive: «Sto per essere versato in offerta» (4,6). Annunciare il Vangelo è vivere l’offerta, è testimoniare fino in fondo, è farsi tutto per tutti (cfr 1Cor 9,22), è amare fino al martirio. Ringrazio Dio perché nel Collegio Cardinalizio ci sono alcuni fratelli Cardinali martiri, che hanno saggiato, nella vita, la croce del martirio. Infatti, sottolinea l’Apostolo, si serve il Vangelo non con la potenza del mondo, ma con la sola forza di Dio: restando sempre nell’amore umile, credendo che l’unico modo per possedere davvero la vita è perderla per amore.
Cari fratelli, guardiamo insieme a Gesù Crocifisso, al suo cuore squarciato per noi. Iniziamo da lì, perché da lì è scaturito il dono che ci ha generato; da lì è stato effuso lo Spirito che rinnova (cfr Gv 19,30). Da lì sentiamoci chiamati, tutti e ciascuno, a dare la vita. Tanti fratelli e sorelle in Amazzonia portano croci pesanti e attendono la consolazione liberante del Vangelo, la carezza d’amore della Chiesa. Tanti fratelli e sorelle in Amazzonia hanno speso la loro vita. Permettetemi di ripetere le parole del nostro amato Cardinale Hummes: quando arriva in quelle piccole città dell’Amazzonia, va nei cimiteri a cercare la tomba dei missionari. Un gesto della Chiesa per coloro che hanno speso la vita in Amazzonia. E poi, con un po’ di furbizia, dice al Papa: “Non si dimentichi di loro. Meritano di essere canonizzati”. Per loro, per questi che stanno dando la vita adesso, per quelli che hanno speso la propria vita, con loro, camminiamo insieme.
OMELIA NELLA MESSA DEL CONCISTORO ORDINARIO PUBBLICO PER LA CREAZIONE DI TREDICI CARDINALI
Al centro del racconto evangelico che abbiamo ascoltato (Mc 6,30-37a) c’è la «compassione» di Gesù (cfr v. 34). Compassione, parola-chiave del Vangelo; è scritta nel cuore di Cristo, è scritta da sempre nel cuore di Dio.
Nei Vangeli vediamo molte volte Gesù che sente compassione per le persone sofferenti. E più leggiamo, più contempliamo, e più comprendiamo che la compassione del Signore non è un atteggiamento occasionale, sporadico, ma è costante, anzi, sembra essere l’atteggiamento del suo cuore, nel quale si è incarnata la misericordia di Dio.
Marco, ad esempio, riferisce che quando Gesù incominciò ad andare per la Galilea predicando e scacciando i demoni, «venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”» (1,40-42). In questo gesto e in queste parole c’è la missione di Gesù Redentore dell’uomo: Redentore nella compassione. Lui incarna la volontà di Dio di purificare l’essere umano malato dalla lebbra del peccato; Lui è “la mano tesa di Dio” che tocca la nostra carne malata e compie quest’opera colmando l’abisso della separazione.
Gesù va a cercare le persone scartate, quelli che ormai sono senza speranza. Come quell’uomo paralitico da trentotto anni, che giace presso la piscina di Betzatà, aspettando invano che qualcuno lo aiuti a scendere nell’acqua (cfr Gv 5,1-9).
Questa compassione non è spuntata a un certo punto della storia della salvezza, no, è sempre stata in Dio, impressa nel suo cuore di Padre. Pensiamo al racconto della vocazione di Mosè, per esempio, quando Dio gli parla dal roveto ardente e gli dice: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido […]: conosco le sue sofferenze» (Es 3,7). Ecco la compassione del Padre!
L’amore di Dio per il suo popolo è tutto impregnato di compassione, al punto che, in questa relazione di alleanza, ciò che è divino è compassionevole, mentre purtroppo sembra che ciò che è umano ne sia tanto privo, tanto lontano. Lo dice Dio stesso: «Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? […] Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. […] Perché sono Dio e non uomo, sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira» (Os 11,8-9).
I discepoli di Gesù dimostrano spesso di essere senza compassione, come in questo caso, di fronte al problema delle folle da sfamare. Loro in sostanza dicono: “Che si arrangino…”. È un atteggiamento comune a noi umani, anche quando siamo persone religiose o addirittura addette al culto. Ce ne laviamo le mani. Il ruolo che occupiamo non basta a farci essere compassionevoli, come dimostra il comportamento del sacerdote e del levita che, vedendo un uomo moribondo sul ciglio della strada, passarono oltre dall’altra parte (cfr Lc 10,31-32). Dentro di sé avranno detto: “Non tocca a me”. Sempre c’è qualche pretesto, qualche giustificazione per guardare da un’altra parte. E quando un uomo di Chiesa diventa un funzionario, questo l’esito più amaro. Ci sono sempre delle giustificazioni, a volte sono anche codificate e danno luogo a degli “scarti istituzionali”, come nel caso dei lebbrosi: “Certo, devono stare fuori, è giusto così”. Così si pensava, e così si pensa. Da questo atteggiamento molto, troppo umano derivano anche strutture di non-compassione.
A questo punto possiamo domandarci: siamo coscienti, noi per primi, di essere stati oggetto della compassione di Dio? Mi rivolgo in particolare a voi, fratelli Cardinali e in procinto di diventarlo: è viva in voi questa consapevolezza? Di essere stati e di essere sempre preceduti e accompagnati dalla sua misericordia? Questa coscienza era lo stato permanente del cuore immacolato della Vergine Maria, che loda Dio come il “suo salvatore” che «ha guardato l’umiltà della sua serva» (Lc 1,48).
A me fa tanto bene rispecchiarmi nella pagina di Ezechiele 16: la storia d’amore di Dio con Gerusalemme; in quella conclusione: «Io stabilirò la mia alleanza con te e tu saprai che io sono il Signore, perché te ne ricordi e ti vergogni e, nella tua confusione, tu non apra più bocca, quando ti avrò perdonato quello che hai fatto» (Ez 16,62-63). Oppure in quell’altro oracolo di Osea: «La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. […] Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto» (2,16-17). Possiamo domandarci: sento su di me la compassione di Dio? Sento su di me la sicurezza di essere figlio di compassione?
È viva in noi la coscienza di questa compassione di Dio per noi? Non si tratta di una cosa facoltativa, e nemmeno, direi, di un “consiglio evangelico”. No. Si tratta di un requisito essenziale. Se io non mi sento oggetto della compassione di Dio, non comprendo il suo amore. Non è una realtà che si possa spiegare. O la sento o non la sento. E se non la sento, come posso comunicarla, testimoniarla, donarla? Anzi, non potrò fare questo. Concretamente: ho compassione per quel fratello, per quel vescovo, quel prete?… Oppure sempre distruggo con il mio atteggiamento di condanna, di indifferenza, di guardare da un’alta parte, in realtà per lavarmene le mani?
Da questa consapevolezza viva dipende per tutti noi anche la capacità di essere leale nel proprio ministero. Anche per voi, fratelli Cardinali. La parola “compassione” mi è venuta nel cuore proprio nel momento di incominciare a scrivere a voi la lettera del 1° settembre. La disponibilità di un Porporato a dare il proprio sangue – significata dal colore rosso dell’abito – è sicura quando è radicata in questa coscienza di aver ricevuto compassione e nella capacità di avere compassione. Diversamente, non si può essere leali. Tanti comportamenti sleali di uomini di Chiesa dipendono dalla mancanza di questo senso della compassione ricevuta, e dall’abitudine di guardare da un’altra parte, dall’abitudine dell’indifferenza.
Chiediamo oggi, per intercessione dell’Apostolo Pietro, la grazia di un cuore compassionevole, per essere testimoni di Colui che ci ha amato e ci ama, che ci ha guardato con misericordia, che ci ha eletti, ci ha consacrati e ci ha inviati a portare a tutti il suo Vangelo di salvezza.
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