DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Svizzera, il business dell'eutanasia

In marzo il parlamento svizzero discuterà una legge che restringa la possibilità di suicidio assistito, giacché la Svizzera è diventata la meta preferita del turismo eutanasico. Ora, qui non voglio ripercorre gli argomenti che mi fanno schierare nel campo di quelli contrari al suicidio, medicalizzato o meno. Solo una considerazione: è chiaro che chi vuol farla finita crede di metter fine alle sue sofferenze. Ciò implica, evidentemente, o una visione atea o una buonista. Per la prima, rinunciare alla vita significa tornare al nulla, dove non gode ma neanche si soffre; semplicemente si cessa di esistere. La seconda ritiene in qualche modo che Dio sarà meno cattivo della ria sorte che mi ha fatto venir voglia di farla finita. Ambedue le visuali si fondano su un atto di fede, una pia speranza senza uno straccio di prova. Altrettanto valida, dunque, è quella opposta: come la mettiamo, infatti, se esiste l’Inferno e i suicidi ci finiscono? Insomma, chi chiede l’eutanasia fa una scommessa molto azzardata, sulla posta della quale occorrerebbe che qualcuno inducesse il candidato a utilmente riflettere. In verità, alla dipartita dell’eutanasizzato chi tira un respiro di sollievo (per il momento) è chi ha dovuto occuparsene. Tranne le apposite cliniche svizzere, ovviamente.

http://www.rinocammilleri.com/

Nelle scuole di Zurigo è "sconsigliato" cantare "Stille Nacht"

Mentre tutti quanti ci accingevamo a festeggiare il Natale è sfuggita la notizia che il Dipartimento dell’Istruzione del canton Zurigo ha emanato una circolare dove si sconsiglia ai maestri e docenti di far cantare ai bambini nelle scuole il canto “Stille Nacht, heilige Nacht”. La ragione che sta dietro a questo "premuroso consiglio" è che non si vogliono ferire i sentimenti di bambini di altre religioni, che non potrebbero accettare questo e tutti i canti in cui si afferma esplicitamente che Gesu’ è Figlio di Dio. Domani mattina, 28 dicembre, esce sul GdP cartaceo un mio articolo che riprende le severe parole del nostro vescovo contro quel falso multiculturalismo che nel nome di una vuota neutralità appiattisce e riduce ogni identità. Mons. Grampa non si riferisce direttamente a questo episodio, ma ad altri molto simili, che hanno costellato in Europa le cronache dei giorni precedenti il Natale. E’ l’assunzione incondizionata del solito falso concetto di tolleranza ad oltranza, quel credere che le religioni siano fenomeno comprensibile a partire da una posizione “neutrale” e il dialogo sia possibile solo eliminando le differenze. Dunque, si intima di far sparire ogni identità religiosa dalle scuole, nel tentativo di ricondurre tutti ad una presunta “normalità”. Ma quale “normalità”, visto che l’uomo, ogni uomo, per il semplice fatto di pensare produce una posizione precisa e non neutrale? E poi, non è nascondendo le differenze che si aiuta la società a crescere, ma è mettendole in comune, dialogando, incontrandosi a partire da posizioni ben precise. Solo sulla via dell'incontro e della conoscenza reciproca si contribuisce al bene comune. Come si pensa di dialogare con culture che hanno quale elemento portante la religione, se la nostra civiltà cristiana gioca per prima a nascondere il suo proprio credo religioso? Questa non è la strada per "integrare" il diverso, invitandolo a conoscere e rispettare la nostra cultura, ma quella giusta per "disintegrarci" tutti quanti.

http://www.gdp.ch/

Blog Davide e Golia

l’Exit strategy del minotauro Viaggio nel labirinto della Svizzera smarrita tra pietà e persuasion di morte

Comincia dalla città prediletta da Friedrich Dürrenmatt, il viaggio nella Svizzera che molto ragiona sulle questioni ultime, che discute e legifera (lo ha appena fatto) sui modi di morire e che appare, anche su questo piano, ben decisa a tenersi strette le proprie singolarità. Un paese che tuttavia è sempre più costretto, con i suoi trecento suicidi assistiti l’anno, a valutare le conseguenze di una legislazione penale nella quale, fin dalle origini, si prevede di fatto la non punibilità dell’aiuto al suicidio, se fornito “per motivi onorevoli, segnatamente per pietà”. Un’impostazione ottocentesca, che non poteva fare i conti con l’era dell’offerta organizzata di aiuto al suicidio. E’ in questo varco che operano associazioni dai nomi che non sfigurerebbero nel “Mondo Nuovo” di Huxley, come Exit o Dignitas. Grandi agenzie di promozione del suicidio su richiesta (anche se soltanto una domanda su tre viene accettata) e che spiegano ai vecchietti negli ospizi come ci si possa liberare, all’occorrenza, di una vita diventata troppo scomoda o gravosa. Agenzie che, oltretutto, attirano dall’estero un turismo suicidario (cinquanta casi su trecento riguardano stranieri) di cui perfino l’imperturbabile Confederazione elvetica non può essere contenta. Ma, accanto a questa Svizzera, c’è anche quella delle associazioni protestanti e cattoliche che lavorano per promuovere le cure palliative, o le organizzazioni per la tutela dei disabili, come la grande Pro Infirmis, che riesce a ottenere norme pionieristiche a tutela dei più deboli.

A tenere insieme tutto, c’è la capacità di un popolo, né veramente nordico né mediterraneo, che ha saputo trasformare in istinto naturale la storica e culturale necessità di mediare, discutere, armonizzare, contemperare, salvando allo stesso tempo una certa idea di libertà e di autodeterminazione. Ci sono ventisei cantoni di cui tener conto, e diverse chiese – la cattolica e le chiese protestanti – a loro volta dotate di autonomia cantonale. E’ proprio l’idea di autodeterminazione a dominare su tutto e a tenere insieme tutto, come se l’incubo del “Minotauro” di Dürrenmatt, la prigionia impotente in un labirinto che non si è scelto e da cui non si riesce a evadere, fosse l’incarnazione di un’angoscia nazionale da tenere continuamente a bada.

E’ per questo che di “promozione dell’autodeterminazione della persona” ci parla subito il giurista Olivier Guillod, direttore dell’Institut de droit de la santé di Neuchâtel, per spiegare la genesi, dopo dieci anni di lavoro, dell’approvazione di una riforma del diritto civile nella quale si introducono a livello confederale, e tra molto altro, le direttive anticipate sui trattamenti medici e la possibilità di nominare un rappresentante che prenda decisioni per chi non fosse in futuro più in grado di intendere e di volere.
Su questo campo, tuttora minato, di confronto in Italia – a seguito del caso Englaro e mentre è ancora in corso la discussione parlamentare sul biotestamento – in Svizzera ci sono andati con i piedi di piombo. Guillod spiega che “c’è stato un percorso molto lungo e capillare di consultazioni, con vari progetti preliminari e molti pareri chiesti. Grazie a questo, nessuno si è opposto con richiesta di referendum al testo ora approvato, che prevede l’obbligo per il medico – con alcune eccezioni – di rispettare le decisioni espresse con direttive anticipate dal paziente (anche se all’inizio metà della commissione incaricata di studiare il provvedimento era contraria a questa vincolatività)”. Nelle direttive si può chiedere al medico di astenersi da qualsiasi trattamento, comprese la nutrizione e l’idratazione assistite. La forma deve essere “scritta, con data e firma”, ma per il resto rimane libera “perché una modulistica troppo generica o troppo particolareggiata rischierebbe di creare problemi”, dice Guillod, mentre “si cerca di valorizzare il rapporto con il medico di fiducia e con il rappresentante designato”. Il giurista, che ha partecipato ai lavori della commissione incaricata di elaborare la legge, ci tiene a sottolineare che con le direttive anticipate “non si può chiedere il suicidio assistito, che ha bisogno di una volontà piena e consapevole in atto”.

Esprime anche la sua contrarietà all’invadenza delle organizzazioni che fanno marketing del suicidio, “ma si sta pensando a una legge che consenta una sorveglianza minima su alcune di queste organizzazioni, in particolare Dignitas”. Guillod spiega anche che “nessuno, nelle strutture pubbliche, ha l’obbligo di rispondere alle richieste di suicidio assistito, che invece sono possibili a opera di personale esterno”, perché la mano che cura non può essere la stessa che offre il bicchiere con il mortale pentobarbital. Ma “ci sono municipalità, come Zurigo, che vietano comunque l’attuazione del suicidio assistito negli ospizi comunali”. La volontà di morire non è, in teoria e soltanto in teoria, sufficiente per ottenere un suicidio assistito: “Andrebbero sempre aggiunti motivi di ordine clinico, come una malattia terminale, e si dice anche che la volontà di morire non dovrebbe essere espressione della malattia psichica di cui si soffre, come la depressione. Ma come è possibile stabilire se voglio morire perché sono depresso o se voglio morire al di là del fatto che sono depresso? Io stesso non saprei quali criteri usare. Il risultato è che Exit procede a pratiche di suicidio assistito in caso di malattia soltanto psichica nella parte tedesca del paese, mentre non lo fa nella Svizzera romanda”.

La mostra sulle cure palliative, ospitata nelle cantine del Palais di Neuchâtel, si intitola “Si un jour je meurs…”. La organizza la fondazione “La Chrysalide”, collegata all’ospedale cittadino, perché “è più facile capire il concetto di eutanasia e di suicidio, piuttosto che quello di cure palliative – dice il presidente della fondazione, Michel von Wyss – e allora noi lavoriamo per spiegare che il dolore si può alleviare, che si può seguire l’evolvere naturale della malattia, senza accelerare la morte”. L’infermiera Cecilia Bisi aggiunge che “è importante sostenere le famiglie dei malati. In dieci anni di attività, tra le persone che abbiamo seguito, soltanto tre hanno chiesto il suicidio assistito e lo hanno ottenuto, fuori dalle nostre strutture”. La terza via tra accanimento e eutanasia viene spiegata con pacatezza, e sempre sottolineando che “si rispetta l’autonomia dei pazienti, e non si condannano scelte diverse. Ma qui non si viene a chiedere il suicidio”.

Più tardi, a Berna, incontriamo il consigliere e delegato di Pro Infirmis, Ruedi Prerost. Un uomo vigoroso che si muove in carrozzella, e che dopo il nostro incontro salirà in macchina e guiderà fino a casa, nel Canton Ticino. Scherza sulla sua “carriera di handicappato”. Sano fino a trent’anni, due anni di immobilità assoluta dopo un’operazione al midollo, quindici anni di stampelle e ora, da quindici anni, su una carrozzella, Prerost dice di sentirsi come “qualcuno che ha una vita faticosa, come un contadino dell’Ottocento, ma non soffro”. Per lui la parola autodeterminazione si declina soprattutto nel senso di affermazione del diritto “alla vita, all’assistenza e all’accesso alla scuola e al lavoro per gli handicappati”. Racconta che anche in Svizzera i margini economici per garantire tutto questo si vanno restringendo, “e allora bisogna essere vigili, perché sappiamo che in ogni liberalizzazione ci può essere un pericolo per il valore della vita dell’handicappato. Come associazione non ci opponiamo alla nuova legge sulle direttive anticipate, ma sappiamo che molto dipenderà dalla sua interpretazione. Tutti gli studi, ma anche la comune esperienza, dimostrano che più un malato ha l’impressione di pesare, più avrà voglia di morire, e viceversa”. A preoccupare Prerost è soprattutto “la tendenza a creare le condizioni per abbreviare la vita di persone che ‘costano’ tanto, come i malati di Alzheimer”.

Il professor Alberto Bondolfi, docente di Etica a Losanna, ha partecipato ai lavori della Commissione nazionale per la revisione del diritto di tutela, nel quale è contenuta la norma sulle direttive anticipate. Confessa però “di non aver ancora pensato a redigerle, perché ho fiducia in chi mi sta intorno”. La (non) scelta del professore non è, più di tanto, un’eccezione. Nonostante il biotestamento sia già da tempo oggetto di regolamentazioni cantonali, e nonostante il novanta per cento della popolazione si sia espresso nei sondaggi per la sua introduzione, si calcola che non più del dieci per cento lo abbia davvero stilato. Bondolfi sottolinea che in Svizzera c’è, insieme, “fiducia nel diritto e poca voglia di ricorrere ai giudici. Le direttive anticipate devono servire a eliminare margini di dubbio, ad avere meno casi conflittuali e a dare spazio a quella libertà negativa (non voglio quel certo trattamento o quell’intervento) che qui è considerata essenziale. Ne discende il vincolo all’osservanza da parte del medico, con alcuni limiti: le disposizioni anticipate non devono violare prescrizioni legali e non devono esserci dubbi sul fatto che possano essere frutto di costrizione”.

Il professor Bondolfi, ovviamente ottimista sulla funzione della legge che ha contribuito a scrivere, è invece preoccupato per quanto riguarda il suicidio assistito “e quello che questa opportunità sta provocando nella testa degli svizzeri”. Ci sono tremila suicidi all’anno su sette milioni di abitanti (trecento dei quali assistiti, a cura di Exit e Dignitas, come si è già detto), vale a dire uno dei tassi più alti d’Europa. Eppure, spiega Bondolfi, “non avrebbe senso, come pure si è pensato in passato, cambiare gli articoli del codice penale (114 e 115), il cui combinato disposto rende possibile la non punibilità dell’aiuto al suicidio. La Svizzera non è come l’Olanda, il Belgio, il Lussemburgo, che hanno legiferato sul suicidio allo scopo di liberare il medico, e soltanto lui, dal peso del reato. Qui c’è uno spazio di ‘tolleranza’ di cui si può abusare da parte di alcune associazioni, ma nessuno vuole una lex mortis, che rischierebbe di creare un obbligo attivo dello stato. Un problema comunque c’è, e per questo anche la responsabile del Dipartimento della Giustizia, Eveline Widmer-Schlumpf, sta pensando a intervenire per controllare l’attività delle organizzazioni che si occupano di suicidio assistito”.

Nessuno, nemmeno le chiese, chiede attivamente di cambiare gli articoli del codice penale che “tollerano” l’aiuto al suicidio, ma semmai di arginare le organizzazioni che lo trasformano in missione e di scongiurare una loro modifica peggiorativa. Il dottor Frank Mathwig, incaricato delle questioni etiche nella Federazione delle chiese protestanti svizzere, spiega che “nel dibattito sull’eutanasia e l’aiuto al suicidio consideriamo tre elementi: la tutela della vita, il valore dell’autonomia e quello dell’assistenza ai più deboli. Le chiese evangeliche cercano costantemente di trovare un punto di equilibrio tra questi tre aspetti, sapendo che dall’assolutizzazione dell’autonomia non può discendere un ‘diritto alla morte’ che obblighi lo stato a esaudirlo. Né all’autonomia può essere legato il concetto di dignità umana. Non è dotato di dignità soltanto chi può decidere”. Mathwig, che a titolo personale non si dice contrario alle nuove direttive anticipate, ricorda che “in Germania esistono ma non sono vincolanti, e non possono andare contro l’ethos del medico”.

“La chiesa cattolica – spiega infine il sacerdote André-Marie Jerumanis, docente di Teologia a Lugano e rappresentante della Conferenza dei vescovi svizzeri – difende un criterio di dignità umana che può essere accettato anche da chi non ha fede. E’ quello che vorrei dire al vostro presidente della Camera, Gianfranco Fini, quando parla di leggi che non devono essere ispirate dalla religione. Qui non si tratta di principi di fede, ma di una visione dell’uomo che è la stessa di filosofi laici come Hans Jonas. Delle direttive anticipate, sulle quali come Conferenza episcopale svizzera non ci siamo ufficialmente pronunciati, non penso siano da rifiutare a priori, ma non nascondo che rimane critico l’aspetto della vincolatività. Il medico potrà sempre obiettare che la sua scienza e la sua coscienza gli impediscono di adempiere a certe indicazioni, e allora un provvedimento che dovrebbe risolvere certi problemi ne creerà fatalmente altri e provocherà altri conflitti. Lo dice anche la Convenzione di Oviedo: nessuna legge può intervenire su un aspetto che pertiene esclusivamente al medico. Togliergli la libertà di coscienza sarebbe molto grave. A proposito dell’autonomia dell’individuo, dobbiamo ricordarci che si tratta di un concetto che deve tener conto della relazione, non può trasformarsi in autoreferenzialità”.

di Nicoletta Tiliacos

In Svizzera l'eutanasia diventa a domicilio Concessa l'autorizzazione alla Dignitas per praticare i suicidi assistiti in un'abitazione

In Svizzera la “dolce morte” raddoppia: Dignitas potrà praticare i suicidi assistiti in un’abitazione di Wetzikon, nel Canton Zurigo. Lo ha stabilito il Tribunale amministrativo, che ha accolto un ricorso dell’associazione contro una decisione delle autorità comunali, che si erano rifiutate di concedere la licenza edilizia per il nuovo utilizzo della proprietà. Diventano così due i locali, visto che oggi Dignitas opera in un immobile nella zona industriale di Pfäffikon, nell’Oberland zurighese.
La controversia tra l’organizzazione che pratica il suicidio assistito (legale in Svizzera) e Wetzikon era cominciata nell’agosto del 2008, quando Ludwig Minelli, presidente dalla Dignitas, aveva annunciato l’acquisto dell’abitazione. L’amministrazione comunale, riferisce l’agenzia Swissinfo, aveva bloccato tutto, non concedendo la licenza edilizia per la nuova utilizzazione dell’immobile. Adesso – dopo il ricorso – dovrà per forza darla.

La reticenza del Comune era dettata dal luogo scelto
: nelle immediate vicinanze di un asilo, di una scuola professionale, di un centro per anziani e di case private. Un quartiere pieno di vita, dove un’abitazione che pratica il suicidio è veramente fuori luogo.
Per i sostenitori del “diritto” a morire la decisione del Tribunale amministrativo è una vittoria, visto che il terreno è di proprietà e la Dignitas non sarà più sfrattata come è successo quest’anno a luglio, quando è stata cacciata dall’immobile di Schwerzenbach, sempre nel Canton Zurigo.
Prima ancora era successo a Forch, dove tutt’ora c’è la sede legale dell’associazione (e la casella postale a cui inviare la documentazione). Non è riuscita invece a trovare nessuno disposto ad affittargli un’abitazione nei comuni di Stäfa e persino di Maur, dove vive lo stesso Minelli.

La sentenza del Tribunale amministrativo riconosce il “diritto” a morire di coloro che si rivolgono a Dignitas, ma non tutela assolutamente il “diritto” alla vita dei bambini, degli anziani e degli abitanti di Wetzikon, che si ritrovano per vicino di casa un’organizzazione che aiuta le persone a suicidarsi, siano esse malate fisicamente o psichicamente, se non addirittura sane, perché scegliere di morire per Minelli è una “opportunità meravigliosa”.
Eppure non poco tempo fa, era soltanto ottobre, il ministro della Giustizia svizzero, Eveline Widmer-Schlumpf, aveva annunciato un disegno di legge per limitare il “turismo suicida” e “controlli più rigidi” alle organizzazioni che ruotano attorno a questo fenomeno (sociale-culturale?). “Non abbiamo alcun interesse, come paese, ad attirare i turisti del suicidio – aveva detto il guardasigilli elvetico – si muovono ai confini della legge”.
Il Comune di Wetzikon si prepara così a ricevere un’invasione (sono centinaia le persone aiutate da Dignitas a suicidarsi), perché chi vuole togliersi la vita è quasi sempre accompagnato da uno o più familiari, che provano sentimenti i sentimenti più disparati. Lo racconta proprio oggi il quotidiano inglese Times, dove c’è la testimonianza di Lesley Close, sorella del musicista inglese John Close. Lui dal 2001 era affetto da SLA (sclerosi laterale amiotrofica) e nel 2003 si è suicidato assistito da Dignitas: spiega il viaggio, l’addio e gli ultimi istanti di vita del fratello.

Dieci ragioni per un No. Le ragioni dei vescovi svizzeri sulla questione dei minareti

Mi è stato chiesto di riassumere le ragioni che giustificano l’invito dei Vescovi svizzeri a
respingere l’iniziativa popolare contro i minareti. Le ho condensate in questi dieci punti.

I Vescovi ritengono che è una strada sbagliata:

1. perché non affronta i veri problemi posti dall’integrazione degli islamici nel nostro
contesto sociale e culturale;

2. perché per disciplinare la costruzione di luoghi di culto basta la legislazione ordinaria
che regola una urbanizzazione intelligente, di coerenza col paesaggio, di rispetto
dell’ordine pubblico, di proporzionalità verso le nuove presenze, di armonia sociale;

3. perché la Costituzione deve iscrivere i diritti e i doveri fondamentali validi per tutti e
non contenere proibizioni discriminanti per qualcuno;

4. perché i cattolici ticinesi non devono dimenticare i tre articoli d’eccezione una volta
presenti nella Costituzione federale che li riguardavano, proibendo di istituire nuove
diocesi, di costruire nuovi conventi, di accogliere i gesuiti. Perché percorrere una
strada che la storia ha già giudicato inopportuna e superata?

5. perché il vero problema non sta nei minareti, cui si attribuisce una valenza di
occupazione del territorio che non hanno, ma in quello che si predica nelle moschee,
che si insegna nelle scuole coraniche, nell’accettazione dei nostri principi democratici
di libertà, uguaglianza e distinzione tra leggi religiose e civili;

6. perché poniamo le premesse per azioni ricattatorie, esponendo a nuovi pericoli di
boicotto i cristiani dimoranti nei paesi islamici;

7. perché contravveniamo alla Carta internazionale dei diritti dell’uomo, che la Svizzera
ha firmato, aprendo un pericoloso varco a ritorsioni che si riterranno giustificate;

8. perché rendiamo più difficile l’azione del Governo che in politica estera si dichiara
neutrale e non nemico di qualcuno ed indeboliamo la sua credibilità sul piano
internazionale anche a difesa dei cristiani perseguitati;

9. perché non è con la paura né sventolando il panorama di una Svizzera riempita di
minareti, che è un falso evidente, che si risolvono i problemi, ma con il dialogo, la
difesa convinta della nostra civiltà e il rispetto dei nostri ordinamenti;

10.perché i cristiani non dovrebbero mai dimenticare uno dei principi fondamentali del
Vangelo: “Non fate agli altri quello che non volete che gli altri facciano a voi”.

Mi pare ce ne sia abbastanza per un voto sereno e coraggioso, perché critico, onesto e
giusto.

+ Pier Giacomo Grampa
Vescovo di Lugano

Il partito dei minareti. Massimo Introvigne

È ufficiale: in Europa c’è un partito dei minareti.
Parte dai neo-fondamentalisti islamici alla Tariq Ramadan – lupi travestiti da agnelli, meno solerti quando si tratta di chiedere libertà di culto per i cristiani in Arabia Saudita o in Pakistan –, passa per gli eurocrati di Bruxelles e di Strasburgo – quelli del no al crocifisso e del sì invece al minareto – e arriva fino all’immancabile Gianfranco Fini.
Ma frequentando, come mi capita in questi giorni, qualche dibattito e talk show assisto pure a una strana rinascita di affetto e stima per la Chiesa cattolica da parte della sinistra nostrana. Zitti – ci intimano –: “il Vaticano” ha parlato e tutti i buoni cattolici devono stringersi intorno alla difesa dei minareti. L’antico motto “Roma locuta, quaestio soluta”, “Quando Roma ha parlato la questione è risolta” è invocato da comunisti, dipietristi e persino musulmani. Fateci caso: quando la Congregazione per la Dottrina della Fede – che, lei sì, esprime la posizione ufficiale della Chiesa – afferma che sospendere l’alimentazione e l’idratazione dei malati in coma è omicidio per molti media italiani si tratta dell’“opinione del cardinal Levada”, subito contraddetta nella colonna accanto dello stesso giornale da un altro cardinale, magari in pensione, anziano e milanese. Se invece un vescovo o un collaboratore dell’“Osservatore Romano” attacca gli elettori svizzeri sui minareti ecco che “il Vaticano” ha parlato e i cattolici devono stare zitti.
Non ignoro l’opinione dei vescovi della Svizzera. Ma il loro presidente eletto si è dichiarato anche contrario al celibato dei sacerdoti, ed è difficile presentare pure questa come opinione “del Vaticano”. Se poi dai titoli passiamo alla sostanza, vediamo che si fa una gran confusione tra tre questioni diverse. La prima riguarda la libertà di culto. Questa deve essere garantita anche ai musulmani, i quali hanno diritto di radunarsi in sale di preghiera – beninteso per pregare, non per reclutare (è successo) terroristi da inviare in Afghanistan – pulite, igieniche e note alle forze dell’ordine come tali. L’Occidente, che ha una cultura giuridica diversa, garantisce la libertà religiosa anche a chi non la offre in patria ai cristiani: anche se fa bene quando gli fa notare l’esigenza di reciprocità, come il Papa stesso ha fatto parlando agli ambasciatori dei Paesi islamici a Castel Gandolfo il 25 settembre 2006.
La seconda questione riguarda i minareti. Non sta scritto da nessuna parte che per esercitare la libertà di culto ci sia bisogno del minareto. La sua funzione propria è quella di chiamare i fedeli alla preghiera – oggi in genere tramite un altoparlante – ma questo di norma non avviene in Europa dove non ci sono muezzin, neppure elettronici. Pertanto il minareto è nel migliore dei casi un ornamento estetico, nel peggiore un’affermazione identitaria, volta a segnare la conquista di un territorio: di qui la corsa a minareti più alti dei campanili cristiani. Nel secondo caso quella che si risolve in una provocazione può essere vietata dallo Stato in nome del bene comune; nel primo, se del caso, in nome della tutela dell’identità architettonica e paesaggistica delle nostre città.
Ma c’è una terza questione, che viene prima del minareto: la moschea. Purtroppo si continuano a confondere moschee e sale di culto. A differenza della sala di culto, la moschea è un’istituzione globale dove la comunità musulmana si trova per affrontare questioni non solo religiose ma giuridiche, sociali e politiche. “È dunque scorretto – ha scritto l’islamologo gesuita padre Samir Khalil Samir su “Avvenire”, un quotidiano talora presentato anch’esso (erroneamente) come “il Vaticano” – parlando della moschea, parlare unicamente di ‘luogo di culto’. Com’è scorretto, parlando della libertà di costruire moschee, farlo in nome della libertà religiosa, visto che non è semplicemente un luogo religioso, ma una realtà multivalente (religiosa, culturale, sociale, politica, eccetera)”. Non si può escludere che ci siano in Europa situazioni locali in cui – dopo avere considerato con grande prudenza chi è che la propone, la finanzia e la gestirà – le dimensioni, la rilevanza e il contesto in cui si muove una comunità musulmana rendano accettabile che si prenda in esame l’idea della moschea. Ma non sempre e non dovunque. Non abbiamo bisogno di lezioni sulla libertà religiosa né da Fini né da Rosy Bindi. Si può essere a favore della libertà religiosa ma contro le autorizzazioni indiscriminate a costruire moschee. E minareti.

http://ilsillabo.wordpress.com

Così monsignor Brunner si allea coi protestanti a favore dei minareti e vuole abolire il celibato

di Paolo Rodari

Roma.
Uno dei principali trascinatori dell’episcopato svizzero su una decisa presa di distanza dal risultato del referendum che ha detto “no” ai minareti nel paese è stato monsignor Norbert Brunner. Vescovo di Sion (Canton Vallese), la diocesi più antica della Svizzera, presidente designato della Conferenza episcopale elvetica – dal prossimo gennaio il mandato diverrà effettivo e durerà due anni – Brunner ha definito “inaccettabili” i contenuti della campagna anti minareti. Una posizione, la sua, in linea con il Vaticano, stando almeno alle dichiarazioni rilanciate l’altro ieri dalle agenzie di stampa (ma precedenti al risultato del referendum svizzero) di monsignor Antonio Maria Vegliò, presidente del pontificio consiglio dei Migranti.
Brunner ha portato avanti le sue posizioni assieme ai vescovi cattolici del paese (tutti concordi con lui) e ai principali esponenti del mondo del protestantesimo elvetico.
Tra questi Thomas Wipf, presidente della Federazione delle chiese evangeliche svizzere, e Max Schläpfer, presidente delle chiese evangeliche libere. I tre hanno insistito sul fatto che proibire la costruzione di minareti in un paese in cui i musulmani sono una minoranza pacifica e ben integrata altro non è che un autogol. Nel senso che, a loro dire, l’unico effetto sarebbe stato quello di esacerbare le diverse posizioni creando conflitti mai verificatisi in precedenza.
Brunner ha combattuto sui contenuti del referendum convinto che la maggior parte dei cittadini condividesse il suo sentire.
Mentre minore importanza ha dato alla forma, ovvero alla modalità con la quale i promotori del referendum hanno chiesto al popolo il voto contro i minareti. Questi hanno tappezzato le città svizzere di manifesti che i musulmani hanno ritenuto offensivi. Ma Brunner, come in precedenza aveva mantenuto una linea accondiscendente verso i manifesti affissi dall’Associazione dei liberi pensatori nei quali si affermava che “Dio probabilmente non esiste. Godetevi la vita”, anche in questo caso ha ritenuto che non fosse necessario vietare i manifesti perché il modo migliore attraverso il quale reagire sarebbe stato quello d’intervenire sul contenuto del referendum stesso. Una linea, alla prova dei fatti, perdente.
Le posizioni pubbliche di Brunner sono sostanzialmente condivise dai suoi confratelli vescovi. E, anche se la Conferenza episcopale elvetica non ha il peso nei confronti delle istituzioni che ha quella italiana, le sue dichiarazioni sono sempre ascoltate. Particolare attenzione nell’operato dei vescovi svizzeri e, in virtù del suo nuovo ruolo, nell’operato di Brunner, pone anche la Santa Sede.
Oltre Tevere, infatti, la Conferenza episcopale elvetica – la stessa cosa vale ad esempio per le Conferenze episcopali tedesca e austriaca –, è osservata con un certo occhio di riguardo perché la tendenza a smarcarsi da Roma in nome di una propria autonomia d’azione e di governo è sempre possibile.
Un esempio in questo senso sono le recentissime dichiarazioni in merito al celibato sacerdotale rilasciate proprio da monsignor Brunner. Questi, poche ore dopo la designazione a succedere a monsignor Kurt Koch, vescovo di Basilea, alla guida dell’episcopato del paese, in un’intervista alla Nzz am Sonntag ha affermato che “non c’è legame sostanziale tra celibato e sacerdozio”.
E ancora: “Ordinare preti uomini sposati dovrebbe quindi essere possibile. Il celibato dovrebbe essere volontario. Credo – ha detto ancora – che la Conferenza episcopale sia quasi all’unanimità dell’opinione che in Svizzera debba essere possibile ordinare sacerdoti uomini sposati”. Subito i quotidiani del paese hanno ripreso l’uscita del vescovo, per la maggior parte titolando così: “Sì ai sacerdoti cattolici sposati. E’ la proposta del presidente dei vescovi svizzeri”.
L’eco delle dichiarazioni di Brunner sul celibato sono arrivate in Vaticano dove sempre, dopo uscite del genere, si ricorda il fatto che Benedetto XVI più volte, pur consapevole del fatto che il celibato sacerdotale non è un dogma bensì una norma disciplinare, ha insistito sulla preziosità del celibato stesso e sul fatto che l’ordinazione di preti sposati non è una controffensiva valida alla carenza di vocazioni. Per questo, le dichiarazioni di Brunner non sono state del tutto digerite. E anche perché augurarsi l’abolizione del celibato sacerdotale all’inizio di un mandato pubblico così delicato come è quello di Brunner viene letto come un messaggio politico lanciato a chi, nella chiesa, la pensa diversamente.
In queste ore i vescovi elvetici sono riuniti in summit. E’ probabile che ne escano con un comunicato dedicato, tra le altre cose, anche al voto del referendum sui minareti. Più difficile che possano spendere parole congiunte sul celibato. Infatti, non è scontato che sull’argomento i presuli la pensino tutti come Brunner. A conti fatti la cosa potrebbe concludersi come si concluse il “caso Hummes”. Il cardinale brasiliano Claudio Hummes, quando arrivò in Vaticano a guidare la congregazione del clero, aprì il proprio mandato con dichiarazioni a favore dell’abolizione del celibato sacerdotale. Ma poi, in successive interviste, tornò sui propri passi.

© Copyright Il Foglio, 2 dicembre 2009

Il voto sui minareti è “la dichiarazione d’indipendenza della Svizzera”

Roma. Mentre Egemen Bagis, ministro
turco per gli Affari europei, invita i musulmani
a non depositare più il denaro
nei conti correnti in Svizzera, su al Jazeera
il predicatore dei Fratelli musulmani
Yusuf Qaradawi condanna così il referendum
che ha bocciato la costruzione di
nuovi minareti nella confederazione elvetica:
“E’ razzismo, si tratta della negazione
della carta dei diritti dell’uomo, va
contro la libertà religiosa e il multiculturalismo”.
Intanto si parla già di un impatto
negativo sull’export svizzero verso i
paesi islamici e sul turismo, che attira
molti visitatori dal mondo arabo, specie
dal Golfo persico. Il precedente è quello
della Danimarca dopo le vignette su Maometto
del quotidiano Jyllands-Posten che
infiammarono il mondo islamico.
Mireille Valette è una storica intellettuale
femminista e una celebre studiosa
svizzera dalle impeccabili credenziali di
sinistra. Un anno fa, scuotendo il dibattito
ancora acerbo sui minareti e l’islam,
Valette ha pubblicato un libro che ha avuto
un enorme successo nel suo paese, dal
titolo “Islamofobia o legittima difesa”. Si
tratta di micidiale atto d’accusa neoilluminista
contro l’islamizzazione dell’Elvezia.
“Penso che nessun paese abbia mai
avuto la possibilità di esprimersi tramite
un voto simile, soltanto in Svizzera si è data
alla popolazione la possibilità di farlo”,
dice Valette al Foglio. “Nessuno sa cosa
succederebbe in altri paesi. Molti svizzeri
non hanno votato contro i minareti, ma
contro il fondamentalismo islamico che i
minareti rappresentano. Nessun partito
aveva sostenuto finora questa battaglia
contro l’estremismo islamista. In Svizzera
c’è un problema di fondamentalismo, anche
se i musulmani si integrano molto bene
e non c’è alcuna paura dell’altro, come
scrivono i giornali in questi giorni. Nessuna
violenza o intolleranza ai danni dei
musulmani. La Svizzera è all’inizio di un
processo di islamizzazione, come Olanda
e Inghilterra. Non c’è alcuna discriminazione
dei musulmani. Ci sono sempre più
donne velate, piscine separate, certificati
medici di verginità, poligamia, apostasia,
giustificazione della lapidazione, la gente
non è cieca e quando le è stata data la
possibilità di esprimersi, ha detto no all’islamismo.
Qui gli imam ufficiali sono fondamentalisti,
tranne a Zurigo. Abbiamo
voluto dare un limite a tutto questo. Siamo
un paese libero e tollerante, abbiamo
anche noi gli xenofobi, ma il 57 per cento
degli svizzeri che ha votato contro i minareti
non è fascista o razzista, siamo soltanto
un piccolo paese alle prese con l’islamizzazione.
L’élite politica dovrà fare i
conti con il problema grazie al referendum.
Questo voto è la nostra dichiarazione
d’indipendenza”. Valette rigetta l’accusa
di islamofobia, che il filosofo inglese
Roger Scruton ha paragonato all’accusa
di anticomunismo durante la Guerra fredda,
una sorta di “caccia alle streghe intellettuale”.
“L’islam è oggi parte dell’Europa,
ma una visione fondamentalista della
religione ha creato una situazione drammatica
che sta destabilizzando le democrazie”,
dice Valette. “Basta osservare come
l’islam sta penetrando nelle istituzioni:
preghiere nelle aziende e nelle scuole,
cibo speciale nelle mense, rifiuto di corsi
e materie scolastiche come letteratura e
Olocausto, declino dell’eguaglianza uomo
e donna. A Rotterdam ci sono avvocati
che si rifiutano di alzarsi di fronte alla
corte e nei teatri si riservano posti per sole
donne in nome della sharia. La libertà
d’espressione sull’islam e i musulmani,
per i giornalisti, gli scrittori, gli artisti, i
musulmani laici, è oggi in serio pericolo.
Questa situazione, associata alla cecità di
politica e intellettuale, lascia crescere la
destra in Europa”. Valette fa un esempio
dell’islamizzazione. “L’imam di Ginevra,
Youssef Ibram, ha scritto un libro di fatwe
in cui spiega che le donne sono inferiori
agli uomini, che le donne devono obbedire
ai mariti e che andare in bicicletta mette
a rischio la verginità e quindi è proibito.
Questa ‘Recueil de fatwas’, per le edizioni
Tawid, ha la prefazione di Tariq Ramadan”.
E’ l’intellettuale ginevrino, legato
ai Fratelli musulmani, che ha accusato
la Svizzera di intolleranza e ha riempito
anche i giornali italiani di strali sull’islamofobia.
“Per me il referendum significa
che siamo in grado di porre un freno all’integralismo
islamico, di difendere i nostri
valori di libertà, specialmente la libertà
d’espressione, restando la più antica
democrazia europea e un modello per
gli altri paesi che vogliono resistere”.

Giulio Meotti

Minareti e crocifissi pari (non) sono

mercoledì 2 dicembre 2009

Il referendum svizzero sui minareti segue di poche settimane la vicenda del crocifisso. Nel merito le due questioni non hanno in comune alcunché. Ma ambedue esprimono il disagio, l’imbarazzo, l’incapacità dell’ “uomo europeo colto” a trovare un nesso accettabile tra la fede e la politica, intesa nel senso della polis, della res publica.

Esponenti leghisti hanno un bel dire che “occorre ascoltare sempre il popolo”, contrapponendolo a una supposta élite di politici e intellettuali (e giornalisti ovviamente) come se da una parte risiedessero purezza dei sentimenti e innocenza delle scelte, e dall’altra malizia e infingardaggine.

Nella modernità del nostro amato e logoro continente (che pure, in un sussulto di autocoscienza il vecchio preambolo alla defunta “costituzione” definiva “spazio privilegiato della speranza umana”) popolo ed élite partecipano della stessa frattura tra fede e ragione, causa di quella citata tra fede e politica.

È possibile che alla luce della protesta popolare contro la deposizione del crocefisso l’Italia faccia almeno in parte eccezione, ma si tratterebbe appunto di una eccezione - la cui disamina non è il caso di affrontare qui. Negli Stati Uniti il problema è tuttora molto meno sentito: alla chiara e sana separazione tra Stato e Chiesa (qualunque Chiesa) fa da contrappeso l’inclusione altrettanto chiara e sana della fede e delle fedi nello spazio pubblico.

“Le vostre discussioni sono per me surreali”, raccontava un influente americano da poco residente in Italia, “nessuno da noi si sognerebbe di teorizzare la privatezza della fede, nessuno vive la fede come un imbarazzo, come un possibile disturbo per gli altri”. Piuttosto, aggiungeva, “i miei figli sono scioccati dal fatto che alla messa domenicale non vedono né giovani, né famiglie intere e mi chiedono perché, non vorrei che cominciassero anche loro a sentire la fede come un problema”.

Un altro aspetto messo in luce dal voto svizzero è la “territorialità” della fede. I sostenitori del referendum affermavano che “il popolo svizzero ha respinto l’occupazione del territorio” e i loro alleati italiani come l’ex ministro Castelli hanno proposto di inserire la croce nella bandiera italiana, in analogia con quella svizzera.

Marchiare la terra, la nazione, con caratteri sovrapolitici, con simboli che esprimono la tradizione autoctona, “la nostra civiltà”. Quella altrui è una “invasione”, una presa di possesso concreta e materiale, sulla quale si ergerebbero, appunto, i minareti, simboli di una “conquista”. Occorre dunque difendere confini, villaggi e vallate. Con le bandiere piantate e i campanili svettanti sulla nostra terra.

È una linea di pensiero che non appartiene solo alla Lega (che all’inizio puntava al dio Po e ai miti celtici, ma certo il crocefisso cristiano è molto più efficace), ma anche a settori della Destra militante, così come a certe aree cattoliche. L’universalismo cristiano, che ha avute sempre ben presenti le dimensioni della terra e delle culture umane senza mai (o quasi mai) idolatrarle, viene sostituito dall’Occidente cristiano.

Infine un terzo aspetto, che è quello della cosiddetta “reciprocità”, secondo la formula ben nota: una moschea in Europa per una chiesa in Arabia. Ma reciprocità è un concetto molto più complesso (forse nel caso si dovrebbe parlare di simmetria) e usato con molta parsimonia persino dagli ecclesiastici impegnati nel dialogo con l’Islam.

La vera battaglia infatti è che il principio della libertà religiosa (di culto e di espressione pubblica) che l’Occidente riconosce e garantisce, si diffonda in tutto il mondo musulmano. Non può essere oggetto di scambio, “io la concedo ai tuoi se tu la concedi ai miei”, poiché si tratta del fondamento stesso del diritto umano. Se perdesse anche questa certezza, dell’Occidente rimarrebbe ben poca cosa.


http://www.ilsussidiario.net/



Brunner, capo dei vescovi, si allea con i protestanti a favore dei minareti e vuole abolire il celibato

Roma. Uno dei principali trascinatori
dell’episcopato svizzero su una decisa
presa di distanza dal risultato del referendum
che ha detto “no” ai minareti nel
paese è stato monsignor Norbert Brunner.
Vescovo di Sion (Canton Vallese), la
diocesi più antica della Svizzera, presidente
designato della Conferenza episcopale
elvetica – dal prossimo gennaio il
mandato diverrà effettivo e durerà due
anni – Brunner ha definito “inaccettabili”
i contenuti della campagna anti minareti.
Una posizione, la sua, in linea con il
Vaticano, stando almeno alle dichiarazioni
rilanciate l’altro ieri dalle agenzie di
stampa (ma precedenti al risultato del referendum
svizzero) di monsignor Antonio
Maria Vegliò, presidente del pontificio
consiglio dei Migranti.
Brunner ha portato avanti le sue posizioni
assieme ai vescovi cattolici del paese
(tutti concordi con lui) e ai principali
esponenti del mondo del protestantesimo
elvetico. Tra questi Thomas Wipf, presidente
della Federazione delle chiese
evangeliche svizzere, e Max Schläpfer,
presidente delle chiese evangeliche libere.
I tre hanno insistito sul fatto che proibire
la costruzione di minareti in un paese
in cui i musulmani sono una minoranza
pacifica e ben integrata altro non è che
un autogol. Nel senso che, a loro dire, l’unico
effetto sarebbe stato quello di esacerbare
le diverse posizioni creando conflitti
mai verificatisi in precedenza.
Brunner ha combattuto sui contenuti
del referendum convinto che la maggior
parte dei cittadini condividesse il suo
sentire. Mentre minore importanza ha dato
alla forma, ovvero alla modalità con la
quale i promotori del referendum hanno
chiesto al popolo il voto contro i minareti.
Questi hanno tappezzato le città svizzere
di manifesti che i musulmani hanno ritenuto
offensivi. Ma Brunner, come in
precedenza aveva mantenuto una linea
accondiscendente verso i manifesti affissi
dall’Associazione dei liberi pensatori
nei quali si affermava che “Dio probabilmente
non esiste. Godetevi la vita”, anche
in questo caso ha ritenuto che non fosse
necessario vietare i manifesti perché il
modo migliore attraverso il quale reagire
sarebbe stato quello d’intervenire sul
contenuto del referendum stesso. Una linea,
alla prova dei fatti, perdente.
Le posizioni pubbliche di Brunner sono
sostanzialmente condivise dai suoi confratelli
vescovi. E, anche se la Conferenza
episcopale elvetica non ha il peso nei confronti
delle istituzioni che ha quella italiana,
le sue dichiarazioni sono sempre
ascoltate. Particolare attenzione nell’operato
dei vescovi svizzeri e, in virtù del suo
nuovo ruolo, nell’operato di Brunner, pone
anche la Santa Sede. Oltre Tevere, infatti,
la Conferenza episcopale elvetica –
la stessa cosa vale ad esempio per le Conferenze
episcopali tedesca e austriaca –, è
osservata con un certo occhio di riguardo
perché la tendenza a smarcarsi da Roma
in nome di una propria autonomia d’azione
e di governo è sempre possibile.
Un esempio in questo senso sono le recentissime
dichiarazioni in merito al celibato
sacerdotale rilasciate proprio da
monsignor Brunner. Questi, poche ore dopo
la designazione a succedere a monsignor
Kurt Koch, vescovo di Basilea, alla
guida dell’episcopato del paese, in un’intervista
alla Nzz am Sonntag ha affermato
che “non c’è legame sostanziale tra celibato
e sacerdozio”. E ancora: “Ordinare
preti uomini sposati dovrebbe quindi essere
possibile. Il celibato dovrebbe essere
volontario. Credo – ha detto ancora –
che la Conferenza episcopale sia quasi all’unanimità
dell’opinione che in Svizzera
debba essere possibile ordinare sacerdoti
uomini sposati”. Subito i quotidiani del
paese hanno ripreso l’uscita del vescovo,
per la maggior parte titolando così: “Sì ai
sacerdoti cattolici sposati. E’ la proposta
del presidente dei vescovi svizzeri”.
L’eco delle dichiarazioni di Brunner
sul celibato sono arrivate in Vaticano dove
sempre, dopo uscite del genere, si ricorda
il fatto che Benedetto XVI più volte,
pur consapevole del fatto che il celibato
sacerdotale non è un dogma bensì una
norma disciplinare, ha insistito sulla preziosità
del celibato stesso e sul fatto che
l’ordinazione di preti sposati non è una
controffensiva valida alla carenza di vocazioni.
Per questo, le dichiarazioni di
Brunner non sono state del tutto digerite.
E anche perché augurarsi l’abolizione
del celibato sacerdotale all’inizio di un
mandato pubblico così delicato come è
quello di Brunner viene letto come un
messaggio politico lanciato a chi, nella
chiesa, la pensa diversamente.
Summit di crisi
In queste ore i vescovi elvetici sono
riuniti in summit. E’ probabile che ne
escano con un comunicato dedicato, tra
le altre cose, anche al voto del referendum
sui minareti. Più difficile che possano
spendere parole congiunte sul celibato.
Infatti, non è scontato che sull’argomento
i presuli la pensino tutti come
Brunner. A conti fatti la cosa potrebbe
concludersi come si concluse il “caso
Hummes”. Il cardinale brasiliano Claudio
Hummes, quando arrivò in Vaticano a
guidare la congregazione del clero, aprì
il proprio mandato con dichiarazioni a favore
dell’abolizione del celibato sacerdotale.
Ma poi, in successive interviste,
tornò sui propri passi.

Paolo Rodari
Il Foglio 2 dic. 2009

Padre Sale ci dice che nei rapporti tra chiesa e islam non basta parlare di reciprocità

Roma. Il “no” ai minareti sancito in Svizzera da un referendum
è per i vescovi elvetici – il giudizio è stato ribadito
ieri anche da monsignor Antonio Maria Vegliò, presidente
del Pontificio consiglio per i migranti – “un duro
colpo alla libertà religiosa e all’integrazione”. Dunque
“un segnale negativo”. Significa che per la chiesa cattolica
si devono concedere all’islam i luoghi in cui pregare,
nonostante nei paesi musulmani la medesima libertà non
venga concessa ai cristiani? “Perché no?”, è la risposta
che dà al Foglio padre Giovanni Sale, gesuita, redattore
storico della Civiltà cattolica. Padre Sale, che all’islam ha
dedicato un recente libro – “Stati islamici e minoranze
cristiane” (Jaca Book, 2008) – dice anche di più: “Ogni credente
dovrebbe mobilitarsi per garantire a tutti il diritto
di pregare in qualsiasi posto”. E il principio di reciprocità,
più volte auspicato da Benedetto XVI? “Il Papa ha
auspicato che il principio di reciprocità venga messo in
pratica. L’auspicio è rivolto ai governi degli stati, ma non
è uno dei presupposti che la dottrina cattolica pone quando
parla di dialogo interreligioso. La chiesa si rifà agli insegnamenti
del Concilio Vaticano II e lì la parola reciprocità
non ricorre mai. Certo, sarebbe buona cosa che gli stati
si accordassero per lasciare piena libertà d’espressione
religiosa a tutti. Ma è materia che attiene il diritto pubblico
internazionale e non il dialogo tra fedi diverse”.
Dottrina o meno, resta il fatto che le proteste degli islamici
che non possono avere i minareti in Svizzera – Al Jazeera
ha parlato ieri di “shocking result” a proposito dell’esito
del referendum – stridono con le persecuzioni a cui
sono sottoposti i cristiani in certi paesi. Oppure no? “Non
metto in dubbio che in alcuni paesi musulmani i cristiani
soffrono, ma a maggior ragione un cristiano deve battersi
perché ai musulmani venga concessa piena libertà d’esercizio
della propria fede. Solo così è possibile e ammissibile
chiedere libertà in casa loro. E poi: che paura fa un
uomo che prega?”. In che senso? “Il voto in Svizzera mi
sembra dettato dalla paura dello straniero. Ma che paura
può fare un uomo che prega?”.
Padre Sale ricorda che anche a Roma c’è una moschea.
E’ stata costruita col beneplacito di papa Paolo VI. Già,
eppure vi sono alcuni paesi arabi nei quali di chiese cattoliche
non ve n’è neppure una: “Ripeto – dice –, questo è
un problema diplomatico non religioso. Un problema grave,
ma che non giustifica la non concessione in Europa di
luoghi di culto ai musulmani. Cristiani e musulmani hanno
molto da darsi: anche Benedetto XVI in Terra Santa ha
usato parole nuove verso i musulmani. E ha ribadito come
alla base del dialogo debbano esserci le questioni inerenti
la vita, la conezione dell’uomo e della persona, non
dunque anzitutto questioni cosiddette di reciprocità”.
Gli articoli pubblicati sulla Civiltà cattolica sono generalmente
sottoposti alla revisione della segreteria di Stato
vaticana. Prima di Giovanni XXIII invece, era direttamente
il Papa che leggeva i testi e dava il proprio benestare
o censurava. Insomma, ciò che padre Sale scrive, come
ciò che scrive ogni gesuita sulla rivista, si ritiene goda
dell’imprimatur vaticano. In un saggio dedicato a islam e
democrazia uscito recentemente, padre Sale espone in
merito tre tendenze che vanno per la maggiore in occidente:
quella degli ottimisti, quella dei pessimisti e quella degli
scettico-possibilisti. “Vi sono – spiega padre Sale – gli
ottimisti gradualisti che si rifanno allo storico di Princeton
Bernard Lewis, poi gli ottimisti realisti, decisi a impiantare
la democrazia nei paesi musulmani, eppure
pronti anche ad allearsi con regimi dispotici amici. Quindi
ci sono i pessimisti che, sulla scia di Samuel Hungtington,
non vedono possibilità di congiunzione tra islam e democrazia.
Infine vi sono i possibilisti per i quali il modello
della democrazia può nascere nei paesi musulmani solo
se non viene esportata”. Padre Sale appartiene a questi
ultimi? “Esatto: è così che islam e democrazia possono
incontrarsi”.

Il Foglio 1 dicembre 2009

La Svizzera e il tabù della reciprocità con l’islam. Dove si muore per la fede

Bat Ye’or, Weigel e Podhoretz contro
il multiculturalismo a senso unico.
“La libertà religiosa perno del dialogo”

Roma. Nel mondo islamico è proibito
costruire nuove chiese o sinagoghe. E
questa libertà è soppressa dagli stessi che
la pretendono per sé in Europa. Non c’è
reciprocità nel multiculturalismo a senso
unico che in Svizzera ha subito un contraccolpo
con il referendum che ha bandito
i minareti. Sulla reciprocità, chiesta anche
da Benedetto XVI, parla la storica
svizzera Bat Ye’or: “La
reciprocità è un tabù
che nasce dall’odio di
sé europeo e dall’abbandono
di cristiani ed
ebrei in medio oriente”.
Opinioni diverse.
Se il decano neoconservatore
Norman
Podhoretz lega la reciprocità a “una riforma
radicale dell’islam”, per Gianfranco
Fini il no elvetico è “un formidabile regalo
all’islamismo più eccessivo”. Per il saggista
cattolico George Weigel, la libertà
religiosa è il volano di un più grande cambiamento:
“Spero che il voto svizzero costringa
i regimi islamici a rispettare il più
basilare diritto umano. L’occidente deve
fare della libertà religiosa il perno del
dialogo con l’islam”.

Roma. Si muore e si va in galera per la libertà religiosa
nel mondo arabo islamico. E questa libertà è conculcata
nei loro paesi dalle stesse genti che la pretendono giustamente
per sé in Europa e in America. Non c’è reciprocità
in questo multiculturalismo a senso unico che, in Svizzera,
ha subito un duro contraccolpo con la messa al bando
di nuovi minareti, vessilli della rivendicazione islamista
in Europa. “La reciprocità è un soggetto tabù che nasce
dall’odio di sé europeo”, ci spiega la storica svizzera Bat
Ye’or, autrice di volumi di fama internazionale sull’estinzione
della cristianità e dell’ebraismo nel mondo islamico
(l’ultimo è “Il declino della cristianità sotto l’islam”, in
italiano per Lindau). “Mi aspettavo il voto sui minareti,
perché ormai c’è un grande scarto fra le élite politiche e
i popoli europei”, dice Bat Y’eor. “La Svizzera è la più vecchia
democrazia europea, dove il sentimento di libertà e
della dignità dell’uomo, della democrazia e della solidarietà
sociale, è ancora molto forte”.
Benedetto XVI ha chiesto all’islam di garantire ai cristiani
gli stessi diritti che i musulmani godono in Europa.
Ma ai “dhimmi”, cristiani ed ebrei nell’islam, a oggi sono
proibite le manifestazioni esterne di culto, come il suono
delle campane, le processioni con croci, i funerali e la
vendita di oggetti di culto. Possono conservare le chiese o
sinagoghe esistenti; ma non possono costruirne di nuove,
perché la terra islamica non può essere ceduta a nessuno,
essendo “sacra” ad Allah. Il divieto di convertirsi dall’islam
vige anche nei paesi “moderati”. Se in Iran o in Arabia
Saudita, per l’apostasia c’è la morte, in Tunisia un missionario
sorpreso a far opera di proselitismo viene espulso.
In Marocco la legge non vieta di convertirsi, ma per chi
cerca di “persuadere” i fedeli a cambiar fede sono previste
pene dai tre ai sei mesi di carcere. E in Egitto proselitismo
e apostasia, pur non vietati formalmente dalla legge,
sono stati puniti col carcere.
Podhoretz: “Serve prima una riforma radicale dell’islam”
“Il voto sui minareti è un rigetto simbolico dell’islamizzazione
in Europa”, dice Bat Ye’or. “In Europa il principio
della reciprocità è stato rifiutato anche dalle chiese in declino,
che ci ripetono che il cristianesimo deve essere tollerante
e accogliente con lo straniero. Ma poi rifiutano il
principio della reciprocità, così come hanno fatto le élite
europee. Secondo la sharia, non è permesso costruire
chiese e sinagoghe, il culto cristiano non può essere aperto
e visibile nell’islam, tanto che solo in Israele i cristiani
hanno vita pubblica. Il tabù della reciprocità nasce dall’odio
di sé, mentre i governi hanno soprattutto paura di reazioni
economiche. Non si è fatto nulla per proteggere la
cristianità in medio oriente e il risultato è stata la palestinizzazione
dell’Europa contro Israele. La resa europea
sulla reciprocità fa parte della dhimmitudine applicata ai
cristiani e agli ebrei nell’islam”.
Il più pessimista è il decano degli intellettuali neoconservatori,
Norman Podhoretz, che al Foglio spiega: “Sebbene
sia un gesto simbolico, il voto svizzero ha dato un duro
colpo all’assalto islamofascista. Ma fino a che non ci
sarà una riforma radicale dell’islam dall’interno, non c’è
speranza che giudaismo e cristianesimo siano tollerati in
medio oriente”. George Weigel, saggista cattolico americano
di grande successo e biografo di Giovanni Paolo II e
Benedetto XVI, ci dice che “come regola generale non dovremmo
violare la libertà religiosa al fine di dimostrare
il fallimento altrui nell’onorare il più elementare diritto
umano. Ma nella guerra delle idee al jihadismo, l’occidente
deve essere all’offensiva e fare della libertà religiosa il
perno del dialogo interreligioso. La libertà di culto spezza
il fanatismo e l’unione di religione e politica. Senza
questa, Ahmadinejad è solo un lunatico. Con quel potere,
è l’uomo più pericoloso della terra. Spero che il voto svizzero
concentri l’attenzione sugli stati islamici. Ma non sono
ottimista”.

"Non diventeremo mai come la Francia". Parla il vincitore del referendum svizzero

Ulrich Schlüer e il no elvetico ai minareti

“Con questo voto, la Svizzera ha mostrato che cosa non vuole: non vuole moschee, non vuole muezzin, non vuole sharia. In una parola, non vuole essere islamizzata”. Chi parla è Ulrich Schlüer, 65 anni, autore della proposta antiminareti approvata domenica con un referendum molto discusso. Schlüer è un deputato dei Popolari (Pps), il primo partito del paese. In patria, il 57 per cento dei cittadini ha promosso il quesito che impedisce di costruire nuove torri islamiche, ma nel resto dell’Europa le reazioni sono dure. Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, si dice “preoccupato” così come il presidente di turno dell’Unione europea, lo svedese Carl Bildt. Il responsabile del Pontificio consiglio dei migranti, monsignor Antonio Maria Vegliò, è “sulla stessa linea dei vescovi svizzeri”, che definiscono il voto “un duro colpo alla libertà religiosa e all’integrazione”. E c’è chi, come Amnesty International, non esclude di ricorrere al Tribunale europeo. “Le critiche erano prevedibili – commenta Schlüer con il Foglio – L’unica cosa che conta è il risultato delle urne e quello è stato impressionante. Non esiste opinione che può rovesciare una volontà così forte: nessun governo può ignorare le scelte del popolo”.

In Svizzera ci sono quattro minareti, 150 centri di preghiera e 400 mila persone di fede islamica. La maggior parte arriva dai Balcani e non mostra grande interesse per le pratiche religiose. Eppure, sostiene Schlüer, la situazione è già a livello di guardia. “Nel mio paese ci sono 17 mila matrimoni combinati e questo significa che 17 mila donne non sono libere – dice il deputato – E’ uno scandalo, è una contraddizione rispetto alle nostre leggi”.
Il Pps è noto per le campagne al limite dell’oltraggio. I manifesti stampati per il referendum mostrano una donna con lo sguardo torvo sotto il burqa. Schlüer è uno dei politici più discussi di questo movimento: nel 2007 criticò un inviato dell’Onu, Doudou Diéne, che aveva espresso perplessità sulla “dinamica xenofoba e razzista” che guidava la campagna dei popolari. “Lui arriva dal Senegal, un paese che ha molti problemi – disse allora – Non capisco perché sia venuto qui anziché pensare agli affari della sua nazione”. I popolari vinsero con il 28 per cento dei voti. Schlüer non teme che Berna diventi la capitale di una Repubblica islamica nel cuore delle Alpi: il modello che vuole evitare è quello di Francia, Olanda e Spagna, dove i musulmani possono aprire moschee in nome del pluralismo religioso.

“La Corte europea dice che dobbiamo togliere i crocefissi dalle scuole
e permettere l’apertura di nuove moschee – spiega – Io ritengo invece che i minareti devono essere respinti perché rappresentano il desiderio di introdurre un nuovo ordine in Europa. In Svizzera ne abbiamo quattro e questo significa che possiamo ancora fare qualcosa per opporci all’islamizzazione della nostra cultura. Guardate Parigi, Berlino e Londra: ci sono interi quartieri che vivono in una dimensione parallela, hanno le loro leggi, i loro costumi e il loro ordine. Non esiste alcuna possibilità di rimettere le cose a posto. Se un giorno avremo cento o duecento minareti anche in Svizzera, non saremo più in grado opporci”. Quello che colpisce non è tanto la percentuale delle persone che hanno votato “sì”, quanto la dimensione geografica del successo: 22 cantoni su 26 hanno approvato la proposta del Partito popolare: la Svizzera, dice Schlüer, non sarà mai come la Francia.

Presidente vescovi svizzeri: sì a preti sposati

Mons. Norbert Brunner, vescovo di Sion, e presidente designato della Conferenza episcopale svizzera, il cui mandato inizierà nel gennaio prossimo e durerà due anni, ha rilasciato un’intervista al settimanale elvetico NZZ am Sonntag in cui ha affermato che in Svizzera sarebbe possibile ordinare sacerdoti uomini sposati. Mons. Brunner succede nella carica di presidente della Conferenza episcopale a monsignor Kurt Koch, vescovo di Basilea.



Presidente vescovi svizzeri: sì a preti sposati

BERNA – Mons. Norbert Brunner, vescovo di Sion e presidente designato della Conferenza episcopale svizzera, afferma in un'intervista alla "NZZ am Sonntag" che non c'è legame sostanziale tra celibato e sacerdozio. "Ordinare preti uomini sposati dovrebbe quindi essere possibile." Il celibato dovrebbe essere volontario, sostiene il prelato che guida la diocesi di Sion dal 1995. "Credo - afferma nell'intervista - che la Conferenza episcopale sia quasi all'unanimità dell'opinione che in Svizzera debba essere possibile ordinare sacerdoti uomini sposati". Monsignor Brunner afferma anche di essere intervenuto più volte in Vaticano in favore dell'abolizione del celibato obbligatorio.
29 novembre 2009

Ipocrisia Svizzera. No ai minareti, La Santa Sede: «Duro colpo alla libertà religiosa e all'integrazione»

In Svizzera a quanto pare sarà vietata la costruzione di nuovi minareti, in seguito allo svolgimento del referendum in cui la maggioranza degli elettori elvetici si è detta d’accordo con tale divieto.
Tale provvedimento è a parere di chi scrive di una barbarie imbarazzante.
La costruzione dei luoghi di culto, con tutti i loro simboli, dovrebbe essere competenza delle varie comunità che ne sentono l’esigenza.
Dove ci sono musulmani dovrebbero esserci anche moschee e minareti, la questione è incredibilmente banale, per quanto è semplice.
Se mille musulmani di Berna decidono di costruirsi una moschea, finanziandola con i loro risparmi, non si capisce per quale motivo un pastore della valle del Simmental debba aver da ridire sul minareto.

In Grecia, ad esempio, dove addirittura la religione Cristiano Ortodossa è religione di stato, nessuno si sognerebbe mai di protestare contro le moschee e i minareti della Tracia, dove risiede una numerosa minoranza musulmana.
Ancora una volta, ci sono i musulmani, e di conseguenza ci sono le moschee e i minareti; nessuno può arrogarsi il diritto di impedire loro di costruire i loro luoghi di culto come meglio credono.

Il divieto sancito dal referendum elvetico invece è ancora più paradossale dal momento che ha avuto luogo proprio in Svizzera, dove la chiamata alle urne è stata promossa dai movimenti nazionalisti che volevano tutelare l’identità e la tradizione della nazione elvetica.
Quale identità e quale tradizione?
Una nazione che ha fondato la sua ricchezza sulla sua capacità di chinarsi ed accogliere tutto il marcio che si forma nel mondo, prona nei secoli dinanzi ai capitali più sporchi.
Dall’oro degli ebrei raccolto da Hitler fino ai miliardi dei più sanguinari dittatori del mondo, i tesori più sudici trovano calorosa accoglienza nei forzieri elvetici.
Uno stato che in tutto e per tutto si è venduto a Mammona, e che ora rifiuta la costruzione dei minareti in nome della propria “tradizione”.

L’ipocrisia ormai regna sovrana nei nostri tempi, e i paradossi più grandi sfilano dinanzi ai nostri occhi in un carosello sempre più affollato.

http://santaruina.splinder.com

MILANO - Fa discutere il «no» ai minareti sancito in Svizzera da un referendum. Sono molte, infatti, le reazioni al risultato. Il presidente del Pontificio consiglio dei migranti, monsignor Antonio Maria Vegliò, spiega di essere «sulla stessa linea dei vescovi svizzeri», che hanno espresso forte preoccupazione per quello che hanno definito «un duro colpo alla libertà religiosa e all'integrazione». Lo stesso Vegliò, del resto, aveva espresso con chiarezza il suo pensiero sul referendum tre giorni fa, in occasione della presentazione del messaggio del Papa per la Giornata mondiale per i migranti. «Non vedo come si possa impedire la libertà religiosa di una minoranza, o a un gruppo di persone di avere la propria chiesa», aveva detto il presidente del Pontificio consiglio. «Certo - aveva aggiunto - notiamo un sentimento di avversione o paura un po' dappertutto, ma un cristiano deve saper passare oltre tutto questo, anche se non c'è reciprocità».

FRATTINI - Il ministro degli Esteri Franco Frattini si è detto preoccupato per la scelta della Svizzera e ha ricordato le ultime scelte del Consiglio europeo che sanciscono la «libertà di tutte le religioni». L'Italia, ha detto Frattini «difende il diritto di esporre il crocifisso nelle scuole, quindi guardiamo con preoccupazione a certi messaggi di diffidenza o addirittura proibizione verso un'altra religione».

UNIONE EUROPEA - Anche per il ministro degli Esteri svedese e presidente di turno dell'Ue, Carl Bildt, il no alla costruzione dei minareti emerso dal referendum svizzero lancia «un segnale negativo». «È un'espressione di un notevole pregiudizio e forse anche di paura, ma è chiaro che è un segnale negativo sotto ogni aspetto, su questo non c'è dubbio», ha dichiarato alla radio svedese. Per Bildt è anche «molto strana» la decisione di Berna di sottoporre la questione a referendum: «Di solito in Svezia e in altri Paesi sono gli amministratori delle città a decidere su queste cose».

COMMISSIONE UE - No comment invece dalla Commissione Europea. «La Commissione - ha affermato a Bruxelles il commissario alla Giustizia, la libertà e la sicurezza Jacques Barrot - non deve prendere posizione sulla questione, la Svizzera non è uno stato membro e del resto sono state seguite procedure democratiche».

CONSIGLIO D'EUROPA - Interviene anche il Consiglio d'Europa: «Nonostante sia espressione della volontà popolare, la decisione di vietare la costruzione di nuovi minareti in Svizzera suscita in me grande preoccupazione». afferma Lluis Maria de Puig, presidente dell'Assemblea parlamentare. «Se da un lato questa decisione riflette le paure della popolazione svizzera e dell'Europa, nei confronti del fondamentalismo islamico, dall'altra, mentre non aiuterà ad affrontare le cause di questo fondamentalismo, è molto probabile che incoraggi sentimenti di esclusione e approfondisca le spaccature all'interno della nostra società».

ONU - Posizione simile alle Nazioni Unite. Un portavoce dell'Alto commissariato per i diritti umani Onu afferma che «il comitato è preoccupato per l'iniziativa che mira a vietare la costruzione di minareti e per la campagna discriminatoria di manifesti che l'accompagna».

SVIZZERA - Lo stesso il ministro della giustizia elvetico, Eveline Widmer-Schlumpf, spiega che «non si tratta di un voto contro la religione islamica ma contro i minareti come edifici. In Svizzera si rispetta la libertà di fede, è un valore fondamentale, ma certo il risultato di questo referendum non è un bel segnale - ha affermato la Widmer-Schlumpf - È importante che nella nostra democrazia si abbia la possibilità di votare, e questo voto non è contro la religione islamica».

FRANCIA - Il dibattito investe anche la Francia, anche se il ministro francese dell'immigrazione, Eric Besson, dichiara che «i minareti non sono un tema politico, e il miglior modo per raggiungere l'integrazione dell'islam con i valori repubblicani è evitare i falsi dibattiti». «Bisognerebbe evitare di dare la sensazione che c'è una stigmatizzazione nei confronti di una religione, in questo caso l'Islam - ha sottolineato Besson -In Francia dobbiamo favorire l'emergere di un islam francese che si integri ai valori della repubblica, e il miglio modo per raggiungerlo è evitare i falsi dibattiti».


Corriere 30 novembre 2009


In Svizzera sì ai minareti, ma non al muezzin

di Samir Khalil Samir
Il referendum sul bando delle costruzioni di minareti in Svizzera è l’occasione per ripensare all’uso di questi elementi architettonici. Va escluso il loro uso per chiamare alla preghiera; o la corsa a farne di sempre più alti, in competizione con le chiese. L’Europa deve imparare a convivere con l’islam, ma anche l’islam deve ripensare al suo vivere in Europa come minoranza.

Roma (AsiaNews) – Il 29 novembre, gli elettori svizzeri saranno chiamati a votare per un referendum che chiede il bando della costruzione dei minareti nel Paese. La proposta è sostenuta dal Partito popolare svizzero che teme i minareti come segno di una progressiva totale islamizzazione della Federazione. I musulmani della Svizzera sono circa 400 mila, provenienti in maggioranza da Turchia o dai Balcani. Secondo un’inchiesta governativa, solo il 15% di essi praticano la fede in modo attivo. A tutt’oggi, su 150 moschee presenti nel Paese, solo cinque hanno un minareto.

La discussione sui minareti sì-o-no ha polarizzato la popolazione. Quelli a favore del bando più che i minareti, temono una diffusione dell’islam e della violenza nei quartieri delle pacifiche comunità svizzere. Il partito popolare cita una frase del premier turco Erdogan, secondo cui “i minareti sono le baionette dell’Islam”. Quelli contrari al bando sono preoccupati che esso manifesti xenofobia e tradisca la tradizione di apertura e libertà del Paese. Anche la comunità del business è preoccupata perché ha molti legami economici con i Paesi islamici e temono che un bando ai minareti produca un boicottaggio dei prodotti svizzeri nei mercati del Medio oriente, che lo scorso hanno registrato una crescita del 14%.

Il tema dei minareti in Europa, accanto a cattedrali e grattacieli, è comunque un tema che va affrontato, data la crescita della presenza islamica nell’Unione europea. Per p. Samir Khalil Samir la discussione è un’occasione per aiutare l’Europa ad accogliere l’islam e per l’islam ad integrarsi nella vita della società europea. Ecco la sua opinione di esperto:

Il 29 novembre in Svizzera si voterà un referendum per mettere al bando la costruzione dei minareti. Come affrontare questo problema? Vediamo anzitutto i fatti. All’origine dell’islam non c’era il minareto. Ci sono volute 3 generazioni per vederne spuntare qualcuno. E’ stata presa una torre di guardia per lanciare l’appello alla preghiera. La torre non doveva essere troppo alta, altrimenti la voce si disperdeva. In seguito il minareto è divenuto sempre più comune, fino a diventare un ornamento simbolico ed estetico.

Finché esso rimane un simbolo estetico, è possibile accettarlo anche in Europa. Ma se serve per chiamare alla preghiera, questo crea difficoltà: occorrerebbero microfoni e altoparlanti tenuti ben alti, superiori ai clacson delle macchine e al traffico. Poi, se davvero si deve annunciare le ore della preghiera, occorre annunciarle tutte, anche quelle alle 4 del mattino. E l’ora io non posso cambiarla perché, in qualche modo, essa è stabilita da Dio e non dall’uomo. Ma questa è un empasse: se si accetta che i minareti abbiano microfoni e appello alla preghiera, si deve accettare che esso sia fatto anche alle 4 del mattino e alle 10 di sera. Va detto che l’Arabia saudita ha minareti, ma senza microfoni. Il motivo è che ai tempi del Profeta non c’erano questi strumenti e quindi non vanno usati nemmeno ora.

Sì dunque al segno estetico, ma non al muezzin e all’appello della preghiera. Anche perché durante l’anno, vi sono periodi come nel Ramadan, in cui si prega a lungo, leggendo il Corano.

Poi va eliminata la corsa all’altezza. Nei Paesi islamici (e in parte in Europa) si cerca ovunque di fare i minareti più alti di qualunque cosa, soprattutto delle chiese. Ma allora bisogna confessare che con la costruzione del minareto si vuole in realtà gareggiare. Ma buttarla in competizione non è una cosa buona perché rovina la convivenza, che è il motivo per cui si domanda la costruzione dei minareti. Se perciò un minareto ci deve essere, vale la pena che esso sia un segno discreto, che abbia pure l’accordo della popolazione del quartiere e dell’ambiente circostante.

Questa discussione sul minareto, sui pro e i contro, è un esempio su come pensare la vostra situazione attuale in Europa, dove sempre più vi sono comunità musulmane. Ma è un’occasione anche per i musulmani a ripensare cosa significa vivere da voi, in una situazione di accoglienza, ma anche di minoranza. Ed essendo una minoranza, non possono comportarsi in tutto come nei Paesi islamici, dove essi sono la maggioranza.