DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Paideia: don Giussani, Hadjadj e San Paolo


Articolo di Amicone sul Foglio


di Luigi Amicone


Caro direttore, avendo noi ricevuto nel nostro piccolo torrente entrambe, in un certo senso, le acque giussaniane e, via il suo mentore direttore, quelle straussiane (al che viene da pensare che gli opposti si incontrino, e cioè lo sfacciatamente veritativo Rio delle Amazzoni e lo scetticismo protettivo dei fiumi carsici che scorrono sotto il teatro di vanità e persecuzione che è il mondo), al suo interrogativo polanskiano la nostra modesta esperienza dice questo. Visto che lo ha citato lei, noterei innanzitutto che don Giussani, di cui mi picco di aver avuto una certa consuetudine di filiazione e dialogo, non ci ha mai e poi mai parlato di sesso. Solo in un paio di occasioni ascoltai da lui qualcosa in proposito, e solo per richiesta a cui il Giuss parve concedersi annoiato. Una volta quando accennò con fare compassionevole all’attivismo e alle solitudini del manager, che si capisce, vado a memoria, “stancano, così che il sesso poi non è nient’altro che una valvola di sfogo”. Un’altra, in privato, alla presenza della nostra amica Carmen di Madrid, su mia espressa domanda che nasceva proprio dalla considerazione che lui non parlava mai di sesso, e anche in quell’occasione egli sbuffò e liquidò l’affare come “una tenda che viene giù di colpo”. Non solo, Giussani aveva una tale concetto superiore del “pensiero dominante” leopardiano e degli “scambiati oggetti”, che tra le tante citazioni ricorrenti gli piaceva ricordare con Cesare Pavese che “il sesso è un incidente: ciò che ne riceviamo è momentaneo e casuale; noi miriamo a qualcosa di più riposto e misterioso di cui il sesso è solo un segno».
Ciò detto, come era implicita nella sua paternità la considerazione della grande attrattiva che attrezza tutta la persona umana, compreso la biologia e la caratura ormonale, verso la Felicità! Ora, di tutto ciò non si trova traccia nella moderna e postmoderna medicalità, fitness e sciatteria con cui si parla a scuola, in famiglia, nei rotocalchi, nel cinema (non a caso ormai rassegnato a compulsarne solo la perversione) e negli ospedali; nessuna traccia nelle comunicazioni con cui si lubrifica, si strizzano i cervelli e si possono mettere i peni perfino dentro i buchi delle serrature (direbbe Hadjadj), la vagina perfino in un Campari (dice l’advertising), senza arrivare neppur lontanamente a sfiorare la materia, il significato, la jussance del sesso vissuto non casualmente (non cavalcare sellini causali, girl) e perciò come “segno”. Di Strauss, del quale ammetto di saper poco o niente, mi par di sorprendere l’asciuttezza del richiamo alla struttura consapevole e classica greca, da te, se ho capito bene, mi pare accennata, direttore. E cioè il sesso come sereno e consapevole esercizio della parte nel tutto, al di là di quella sciocchezza idolatrica, orgiastica e dionisiaca, che sembra essere stata colta e accentuata solo da noi moderni - e su tutti Nietsche - mentre anche per i pagani quella ricerca di una particolare esperienza orgasmica (“unione e pazzia divina”) sembra facesse parte di una delle tante forme di ritualità e iniziazione alla pratica della prostituzione.
Tant’è che i pratici romani sapevano che “non a tutti è consentito andare a Corinto”. Nel senso che la prostituzione sacra che in Corinto si praticava esigeva un portafogli gonfio, non altri busillis di liberazione sessuale o di emancipazione culturale. Dunque, in un certo senso, si potrebbe osservare che, in materia di sesso, nonostante la fantasia, la vera propria ossessione e l’infinita casistica della sua perversione in cui, a partire da quel boy scout di De Sade, noi moderni o noi postmoderni ci siamo cimentati, modernità e postmodernità sono serie B rispetto alla grande esperienza e conversazione (e in certi casi vera e propria fusione) intavolata tra greci, romani, cristiani ed ebrei religioso (mentre mi pare che ebrei assimilati ed ebrei agnostici si sono genialmente divisi tra Freud e i mille rivoli della secolarizzazione).
Per dirla tutta, perfino quel Paolo, che una tradizione bigotta e clericale, ritiene un “moralista”, un “misantropo” e un “maschilista”, molto realisticamente richiamava le chiese primitive, dove continuavano a praticarsi certi “peccati” (anche “sodomiti” e anche “c’è qualcuno tra voi che giace con la donna di suo padre”), semplicemente al “segno”, cioè al fatto che “tutto è nostro, ma noi siamo di Cristo”. Insomma, quando MacKenzie Phillips – è successo due settimane fa - dichiara all’Oprah Winfrey’s Show che, “come servizio pubblico”, voleva che tutti sapessero che aveva fatto sesso consenziente con suo padre, John Phillips, uno dei fondatori del gruppo rock the Mamas and the Papas, morto nel 2001 (mi informa Lorenzo Albacete che «la Phillips sta promuovendo il suo nuovo libro aperto “High on Arrival.” Senz’altro scritto come servizio pubblico»), non dice più niente di nuovo. Se non che l’asticella continua a spostarsi e che il femminismo è roba da vecchine del pleistocene. Ora, come si sa dai tempi in cui al catechismo insegnavano che una lieve e devota palpatina sì, ma il petting no, quando tutto il sesso si risolve in asticelle e in trasgressione all’asticella precedente, siamo al muro del moralismo. Da cui modernità e postmodernità non riescono a cavare né un ragno dal buco, né un sesso come Dio comanda.