DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Chi possiede la ricchezza mondiale?


La serietà del problema è inversamente proporzionale a quanto se ne parla: il mondo è in mano ad una élite sempre più ricca, a spese del resto della popolazione, tant'è che oggi circa metà della ricchezza è detenuta dall'1% della popolazione mondiale. Il rapporto di ricerca Working for the few diffuso da Oxfam presenta i dati di questo squilibrio. 
Vediamoli in punti:
- lo 0,7% della popolazione mondiale possiede quasi la metà delle ricchezze planetarie
- il reddito di 85 super ricchi equivale a quello della metà della popolazione mondiale;
- 7 persone su 10 vivono in paesi dove la disuguaglianza economica è aumentata negli ultimi 30 anni;
-i più ricchi nascondono al fisco 21.000 miliardi di dollari in una rete di paradisi fiscali;
- negli Usa, l’1 per cento dei più ricchi ha intercettato il 95% delle risorse a disposizione dopo la crisi finanziaria del 2009, mentre il 90% della popolazione si è impoverito;
- in Europa, la politica di austerity ha gravato sulle classi povere e sulle classi medie a causa dell’enorme pressione dei mercati finanziari, dove i ricchi investitori hanno invece beneficiato del salvataggio statale delle istituzioni finanziarie;
- in India, il numero di miliardari è aumentato di dieci volte negli ultimi dieci anni;
- in Africa, le grandi multinazionali – in particolare quelle dell’industria mineraria/estrattiva – hanno evitato l’imposizione fiscale e le royalties, riducendo in tal modo la disponibilità di risorse che i governi avrebbero potuto utilizzare per combattere la povertà.
 Il Rapporto aggiunge che questa crescente disuguaglianza è stata possibile per l'influenza che le élite economiche e finanziarie hanno sulla politica dei loro paesi. Ad esempio in ambito fiscale: dalla fine del 1970 la tassazione per i più ricchi è diminuita in 29 paesi sui 30 per i quali erano disponibili dati.
Working for the few  è stato pubblicato, in occasione del World Economic Forum di Davos, inaugurato il 21 gennaio, al quale anche Papa Francesco ha mandato un messaggionel quale ha chiesto «di fare in modo che la ricchezza sia al servizio dell’umanità e non la governi».

 Tabella Richezza


http://www.documentazione.info/


Il Papa: la verità preserva e incanala la forza liberatrice della carità nelle strutture e negli eventi umani sempre contingenti

Udienza del Papa alla plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali


CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 30 aprile 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso che Benedetto XVI ha rivolto questo venerdì mattina ai partecipanti alla XVI Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, sul tema "Crisis in a Global Economy. Re-planning the Journey", ricevuti in udienza nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano.


* * *



Cari membri dell'Accademia,

sono lieto di salutarvi all'inizio della vostra xvi Sessione Plenaria, dedicata a un'analisi della crisi economica globale alla luce dei principi etici consacrati nella dottrina sociale della Chiesa. Ringrazio la Presidente, professoressa Mary Ann Glendon, per le cordiali parole di saluto e offro i miei ferventi e buoni auspici per la fecondità delle vostre deliberazioni.

Come sappiamo, la crisi finanziaria mondiale ha dimostrato la fragilità dell'attuale sistema economico e delle istituzioni a esso collegate. Ha anche mostrato l'erroneità dell'idea secondo la quale il mercato sarebbe in grado di autoregolarsi, indipendentemente dall'intervento pubblico e dal sostegno dei criteri morali interiorizzati. Quest'idea si basa sulla nozione impoverita della vita economica come una sorta di meccanismo che si autocalibra guidato dal proprio interesse e dalla ricerca del profitto. Essa trascura la natura essenzialmente etica dell'economia come attività di e per gli esseri umani. Piuttosto che una spirale di produzione e consumo in vista di necessità umane definite in modo molto limitato, la vita economica dovrebbe essere considerata in maniera adeguata come un esercizio di responsabilità umana, intrinsecamente orientato alla promozione della dignità della persona, alla ricerca del bene comune e allo sviluppo integrale, politico, culturale e spirituale, di individui, famiglie e società. Un apprezzamento di questa dimensione umana più piena esige, a sua volta, proprio il tipo di ricerca e di riflessione interdisciplinari che questa sessione dell'Accademia ha ora intrapreso.

Nella mia Enciclica Caritas in veritate, ho osservato che «la crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno» (n. 21). Di certo, riprogettare il cammino significa anche guardare ai criteri generali e obiettivi con cui giudicare le strutture, le istituzioni e le decisioni concrete che guidano e orientano la vita economica. La Chiesa, fondata sulla sua fede in Dio Creatore, afferma l'esistenza di una legge naturale universale che è la fonte definitiva di questi criteri (cfr. Ibidem n. 59). Tuttavia, è anche convinta del fatto che i principi di questo ordine etico, iscritti nella creazione stessa, sono accessibili alla ragione umana e, in quanto tali, devono essere adottati come base per scelte concrete. Come parte della grande eredità della saggezza umana, la legge morale naturale, che la Chiesa ha assunto, purificato e sviluppato alla luce della Rivelazione cristiana, è un faro che guida gli sforzi di individui e comunità nel cercare il bene ed evitare il male, mentre si impegnano per l'edificazione di una società autenticamente giusta e umana.

Fra i principi indispensabili che plasmano questo approccio etico integrale alla vita economica deve essere presente la promozione del bene comune, basata sul rispetto per la dignità della persona umana e riconosciuta come scopo primario dei sistemi di produzione e di commercio, delle istituzioni politiche e del benessere sociale. Al giorno d'oggi, l'interesse per il bene comune ha assunto una dimensione marcatamente globale. È anche divenuto sempre più evidente che il bene comune implica la responsabilità per le generazioni future. Di conseguenza la solidarietà intergenerazionale deve essere riconosciuta come criterio fondamentale per giudicare qualsiasi sistema sociale. Queste realtà evidenziano l'urgenza di rafforzare le procedure di governo dell'economia globale, sempre con il dovuto rispetto per il principio di sussidiarietà. Alla fine, comunque, tutte le decisioni e le politiche economiche devono essere orientate alla «carità nella verità», perché la verità preserva e incanala la forza liberatrice della carità nelle strutture e negli eventi umani sempre contingenti. Perché «senza la verità, senza fiducia e senza amore per il vero, non c'è coscienza e responsabilità sociale, e l'agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società» (Caritas in veritate, n. 5).

Con queste considerazioni, cari amici, esprimo ancora una volta la mia fiducia nel fatto che questa Sessione Plenaria contribuirà a un discernimento più profondo delle gravi sfide sociali ed economiche del nostro mondo e contribuirà a indicare la strada per affrontare tali sfide con spirito di saggezza, giustizia e umanità autentica. Assicuro ancora una volta le mie preghiere per la vostra importante opera e su di voi e sui vostri cari invoco di cuore le benedizioni divine di gioia e di pace.

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana, traduzione a cura de "L'Osservatore Romano"]

Mao & Mercato così la Cina va

A vent’anni dalla fine della guerra fredda, le democrazie faticano ad arginare la prima e vera crisi economica della globalizzazione. La Cina comunista, al contrario, non solo ne contiene l’impatto, ma sfrutta la contrazione della domanda estera per avviare riforme sociali ed economiche rivoluzionarie. Tra queste: maggiori garanzie per i lavoratori e un nuovo sistema monetario internazionale, possibilmente ancorato alla moneta nazionale.

Il nord della bussola della stabilità economica si sta inesorabilmente spostando in Cina grazie a una serie di cataclismi economici che ridisegnano l’aspetto macroeconomico del pianeta. L’ultimo, la crisi del credito e la recessione, ha catapultato Pechino tra le nazioni più potenti del mondo. Nessuno oggi può negare che il New Deal cinese sia stato l’ancora di salvezza della recessione e abbia evitato che questa degenerasse in una nuova grande depressione. E molti sono convinti che i cambiamenti in atto finiranno per spodestare il primato economico statunitense.

Le metamorfosi cinesi non sono però circoscritte all’economia. La crescita del Pil va a braccetto con riforme sociali e politiche impensabili al tempo del maoismo, una strana coppia in un paese ancora comunista. Dalla difesa dei diritti umani al potenziamento dell’energia rinnovabile, fino al rispetto delle regole del World Trade Organization e all’esperimento della democrazia partecipativa, questa nazione è impegnata in un nuovo modello di società. E sebbene per ora la democrazia di stampo occidentale non rientri tra i traguardi che si prefigge, è pur vero che da almeno un decennio ha preso definitivamente le distanze dal totalitarismo post bellico e guarda solo al futuro. Possiamo parlare di capi-comunismo? Potrebbe essere proprio questo il modello del ventunesimo secolo.

Chi visita città come Shangai o Pechino ha infatti un anteprima delle metropoli del domani. Il loro dinamismo è una droga che intossica tutti, specialmente gli stranieri. Migliaia di giovani occidentali scelgono di vivere a Shangai, perché intuiscono che questa è la piattaforma di lancio del nuovo mondo, e non solo per via dell’Expo del 2010. Chi vive in Cina da tempo ne è cosciente, sa di far parte del laboratorio del futuro, una fucina socio-economica, ma anche politica, dove si lavora giorno e notte per dar vita alla modernità. Un’immagine totalmente diverse emanano le metropoli occidentali. Un senso di decadenza impregna le istituzioni socio-economiche e la macchina politica è arrugginita dal tempo e dalle intemperie finanziarie. Siamo vecchi, si legge sui visi dei pendolari che ogni giorno salgono sui mezzi di trasporto sempre più pieni e sempre meno efficienti. Siamo vecchi, ci dicono i nostri giovani destinati al precariato e alla disoccupazione. Siamo vecchi e la ricchezza futura dell’Europa potrebbe ridursi al patrimonio storico e culturale del continente, trasformato nel più grande museo del mondo. Anche l’economia è vecchia, e persino la nostra democrazia risente dell’età avanzata. I giovani occidentali che trovano occupazione percepiscono salari troppo bassi rispetto al costo della vita; le discriminazioni nei confronti degli immigrati, che svolgono i lavori più umili, sono all’ordine del giorno; ce la prendiamo con loro per gli errori commessi dalla nostra classe politica, un’èlite cha non rappresenta più la volontà della popolazione e lavora esclusivamente per rimanere al potere. E la stampa sembra impossibilitata ad esercitare quella libertà che è costata tante battaglie e tante vite umane. Osservando con attenzione, è evidente che la genesi della senilità dell’occidente è la stessa del rinascimento socio-economico cinese: la caduta del Muro di Berlino. Quella che per noi è un’assurdità, ovvero il binomio capitalismo-comunismo o capi-comunismo, per i cinesi è un dato di fatto. Ed è una coppia felice, benedetta da Karl Marx. I leader cinesi hanno letto Il Capitale e capito che si tratta semplicemente dell’analisi sullo sviluppo del capitalismo. Marx non ha mai scritto di distruggere il sistema di produzione per rimpiazzarlo con un altro, non predicava di bruciare le fabbriche e di tornare ad un’economia agraria, non ha parlato di protezionismo né della fine del commercio internazionale, piuttosto ha spiegato la necessità storica di sostituirne la guida con la dittatura del proletariato per poi arrivare al capolinea di questa evoluzione: la società senza classi. E questa è la direzione in cui si muovono i cinesi.

Nel 1989 Deng Xiaoping intuisce le vere motivazioni dietro i fatti di Tiananmen, sa bene che la popolazione confonde il capitalismo con la democrazia. La sua risposta è quindi l’apertura economica: rende accessibile il profitto al popolo e ne incoraggia la produzione. «Arricchitevi» è il mantra che riecheggia nella Cina ancora scossa dalla repressione. Come vedremo, ai contadini che a stento sopravvivono nelle campagne vengono concesse la proprietà dei prodotti e la mobilità; a chi vive nelle campagna viene data la possibilità di diventare lavoratori migranti e guadagnare in pochi anni quanto necessario per tornare a casa e avviare una propria attività commerciale. Si tratta di dinamiche politiche e sociali rivoluzionarie, avviate già alla fine degli anni Settanta, un paio di anni dopo la morte di Mao, per le quali il 1989 ha rappresentato una battuta di arresto che si protrae fino al 1992, quando l’esperimento riparte con successo e maggior impeto.

La storia ci dice che il capitalismo si evolve naturalmente verso la globalizzazione, perché il motore della crescita è il progressivo sfruttamento di nuove risorse. Anche la democrazia tende a globalizzarsi. Ma le numerose catastrofi economiche degli ultimi secoli sono lì a ricordarci che il binomio capitalismo-democrazia non funziona in questa fase di espansione, mentre il capi-comunismo potrebbe essere meglio equipaggiato per sfruttare sia le fasi ascendenti che quelle discendenti dell’economia globalizzata. Dietro la crisi del credito e la recessione c’è dunque una profonda rivoluzione che sta facendo crollare gran parte dei postulati del passato, incluso il primato sociale, economico e politico delle democrazie occidentali: un rivolgimento epocale che ridefinisce anche e soprattutto il concetto di modernità. Allora ha vinto Marx? Quel che è certo è che per comprendere i cambiamenti in atto c’è bisogno di una rilettura della teoria di marxista a Pechino. La via cinese si rivela infatti una lente potentissima per analizzare la società e il capitalismo occidentale, che potrebbe aiutarci a correggere gli errori commessi a casa nostra negli ultimi vent’anni.

Loretta Napoleoni


© Copyright Avvenire 21 aprile 2010




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SAN PAOLO AL FORUM DI DAVOS

Un manuale per sviluppare l`inventiva necessaria all`apostolato dei laici: ecco in estrema sintesi l`ultimo libro di Carl Anderson (Una civiltà dell`amore, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2009, pagine 251, euro 15,50). L`autore, statunitense, guida una realtà non sufficientemente conosciuta in Europa e in Italia: sono i Cavalieri di Colombo (Knights of Columbus), la più grande organizzazione di laici cattolici del mondo che, fondata negli Stati Uniti nel 1882, conta oggi oltre un milione e settecentomila aderenti. I Cavalieri di Colombo - di cui Anderson è "cavaliere supremo" - sono impegnati in attività caritative sparse in tutto il mondo. Insomma, un esempio di quella santa inventiva che Benedetto XVI, rivolgendosi il 9 aprile 2006 ai partecipanti alla ventunesima Giornata mondiale della gioventù, ha esortato a sviluppare per cambiare la società.
Nella prefazione al volume, il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, ricorda in proposito le parole di san Paolo nella prima lettera ai Corinzi: "Noi siamo i collaboratori di Dio" (3, 9). Ma per produrre buoni risultati bisogna essere collaboratori dotati di inventiva. Questo l`autore del libro insegna, indicando le strade per costruire quella civiltà dell`amore intravista da Paolo vi alla fine dell`anno santo 1975 e per prevenire possibili scontri di civiltà nel mondo globalizzato.
Anderson comincia chiedendosi cosa mai potrebbe dire san Paolo al forum economico internazionale di Davos, dove si riuniscono ogni anno i maggiori leader mondiali. Probabilmente li esorterebbe a impegnarsi per cambiare le persone ancora prima degli strumenti economici. L`apostolo spiegherebbe ai suoi ascoltatori che le grandi crisi economiche sono prima di tutto crisi di uomini, non di mezzi. Che si tratta di cedimenti di quei valori morali che invece dovrebbero ispirare le azioni di tutti, a partire proprio dai leader politici ed economici. Anderson conosce bene la teoria elaborata da Samuel P. Huntington sullo scontro tra civiltà e ha compreso quali sono i fattori che generano un conflitto tra culture diverse, con diversi comportamenti socio-economici.
E sempre Anderson ha capito che il vero punto di equilibrio - per quanto fragilissimo - andrà rintracciato nella visione dell`uomo e della sua dignità. Perché si tratta di far incontrare su questo terreno culture e religioni molto distanti. E queste dovranno poi confrontarsi con visioni laiciste e scientiste aggressive, che giungono a considerare l`uomo soltanto come frutto casuale dell`evoluzione di un microrganismo. In sintesi: come può coesistere la visione di chi pensa che solo la libertà di scegliere può fare trovare la verità, con quella di chi, al contrario, crede che la verità sia la base di un`autentica libertà responsabile?
Questa è la non facile arena dove Anderson si cimenta, partendo dall`analisi di pensatori - quali Nietzsche, Freud e Marx - che hanno fortemente influenzato la cultura moderna. Come alternativa alla logica del relativismo morale sulla dignità dell`uomo, l`autore propone la logica della verità e della libertà espressa da Giovanni Paolo ii nella Redemptor hominis, la sua prima enciclica. Cita poi Cartesio, Eliot, Mauriac e Merton per ribadire con forza il principio di una dignità umana valida per tutti e ovunque. Una dignità basata su un unico modello di relazione universale: l`amore.
Si giunge così a individuare il ruolo essenziale del laico e del suo necessario contributo. Il laico ha un vantaggio, perché opera in tre realtà diverse dove può sviluppare unità di vita e produrre valore sinergico: Chiesa, casa e lavoro. Sono ambienti da valorizzare in senso apostolico per produrre una vera etica economica. Quella appunto che san Paolo predicherebbe a Davos. In parrocchia, in famiglia, al lavoro - e poi in politica - gli uomini possono, con la grazia di Dio e grazie alla loro inventiva, cambiare le idee, le culture, il mondo. Possono fare la storia. La prossima storia, quella della civiltà dell`amore. Lungo la strada oggi indicata da Benedetto XVI.

Ettore Gotti Tedeschi

© Copyright L`Osservatore Romano 9 Aprile 2010

Il Papa: La crisi può aprire un tempo nuovo per ripensare l'economia

La sopravvivenza di un'impresa alla crisi dipende "dalla sua attenzione a tutti i soggetti con cui intesse relazioni, dall'eticità del suo progetto e della sua attività". Lo ha ricordato il Papa giovedì mattina, 18 marzo, ai membri dell'Unione degli industriali e delle imprese di Roma, ricevuti in udienza nella Sala Clementina.

Gentile Presidente,
illustri Signori e Signore!
Sono lieto di porgere il mio cordiale benvenuto a ciascuno di voi, in questa vigilia della festa di San Giuseppe, che è un esempio per tutti coloro che operano nel mondo del lavoro. Rivolgo il mio deferente pensiero al Dottor Aurelio Regina, Presidente dell'Unione degli Industriali e delle Imprese di Roma, ringraziandolo per le cortesi espressioni che mi ha indirizzato. Con lui saluto la Giunta e il Consiglio direttivo del Sodalizio.
La realtà imprenditoriale romana, formata in gran parte da piccole e medie imprese, è una delle più importanti associazioni territoriali appartenenti alla Confindustria, che oggi opera anch'essa in un contesto caratterizzato dalla globalizzazione, dagli effetti negativi della recente crisi finanziaria, dalla cosiddetta "finanziarizzazione" dell'economia e delle stesse imprese. Si tratta di una situazione complessa, perché la crisi attuale ha sottoposto a dura prova i sistemi economici e produttivi dei vari Paesi. Tuttavia, essa va vissuta con fiducia, perché può essere considerata un'opportunità dal punto di vista della revisione dei modelli di sviluppo e di una nuova organizzazione del mondo della finanza, un "tempo nuovo" - com'è stato detto - di profondo ripensamento.
Nell'Enciclica sociale, Caritas in veritate, ho notato che veniamo da una fase di sviluppo in cui si è privilegiato ciò che è materiale e tecnico, rispetto a ciò che è etico e spirituale, ed ho incoraggiato a porre al centro dell'economia e della finanza la persona (cfr. n. 25), che Cristo svela nella sua dignità più profonda. Proponendo, inoltre, che la politica non sia subordinata ai meccanismi finanziari, ho sollecitato la riforma e la creazione di ordinamenti giuridici e politici internazionali (cfr. n. 67), proporzionati alle strutture globali dell'economia e della finanza, per conseguire più efficacemente il bene comune della famiglia umana. Seguendo le orme dei miei predecessori, ho ribadito che l'aumento della disoccupazione, specie giovanile, l'impoverimento economico di molti lavoratori e l'emersione di nuove forme di schiavitù, esigono come obiettivo prioritario l'accesso ad un lavoro dignitoso per tutti (cfr. nn. 32 e 63). Ciò che guida la Chiesa nel farsi promotrice di un simile traguardo è il convincimento che il lavoro è un bene per l'uomo, per la famiglia e per la società, ed è fonte di libertà e di responsabilità. Nel raggiungimento di tali obiettivi sono ovviamente coinvolti, assieme ad altri soggetti sociali, gli imprenditori, che vanno particolarmente incoraggiati nel loro impegno a servizio della società e del bene comune.
Nessuno ignora quanti sacrifici occorre affrontare per aprire o tenere nel mercato la propria impresa, quale "comunità di persone" che produce beni e servizi e che, quindi, non ha come unico scopo il profitto, peraltro necessario. In particolare le piccole e medie imprese risultano sempre più bisognose di finanziamento, mentre il credito appare meno accessibile ed è molto forte la concorrenza nei mercati globalizzati, specie da parte di quei Paesi dove non vi sono - o sono minimi - i sistemi di protezione sociale per i lavoratori. Ne deriva che l'elevato costo del lavoro rende i propri prodotti e servizi meno competitivi e sono richiesti sacrifici non piccoli per non licenziare i propri lavoratori dipendenti e consentire ad essi l'aggiornamento professionale.
In tale contesto, è importante saper vincere quella mentalità individualistica e materialistica che suggerisce di distogliere gli investimenti dall'economia reale per privilegiare l'impiego dei propri capitali nei mercati finanziari, in vista di rendimenti più facili e più rapidi. Mi permetto di ricordare che invece le vie più sicure per contrastare il declino del sistema imprenditoriale del proprio territorio consistono nel mettersi in rete con altre realtà sociali, investire in ricerca ed innovazione, non praticare un'ingiusta concorrenza tra imprese, non dimenticare i propri doveri sociali ed incentivare una produttività di qualità per rispondere ai reali bisogni della gente. Esistono varie riprove che la vita di un'impresa dipende dalla sua attenzione a tutti i soggetti con cui intesse relazioni, dall'eticità del suo progetto e della sua attività. La stessa crisi finanziaria ha mostrato che entro un mercato sconvolto da fallimenti a catena, hanno resistito quei soggetti economici capaci di attenersi a comportamenti morali e attenti ai bisogni del proprio territorio. Il successo dell'imprenditoria italiana, specie in alcune regioni, è sempre stato caratterizzato dall'importanza assegnata alla rete di relazioni che essa ha saputo tessere con i lavoratori e con le altre realtà imprenditoriali, mediante rapporti di collaborazione e di fiducia reciproca. L'impresa può essere vitale e produrre "ricchezza sociale" se a guidare gli imprenditori e i manager è uno sguardo lungimirante, che preferisce l'investimento a lungo termine al profitto speculativo e che promuove l'innovazione anziché pensare ad accumulare ricchezza solo per sé.
L'imprenditore attento al bene comune è chiamato a vedere la propria attività sempre nel quadro di un tutto plurale. Tale impostazione genera, mediante la dedizione personale e la fraternità vissuta concretamente nelle scelte economiche e finanziarie, un mercato più competitivo ed insieme più civile, animato dallo spirito di servizio. È chiaro che una simile logica di impresa presuppone certe motivazioni, una certa visione dell'uomo e della vita; un umanesimo, cioè, che nasca dalla consapevolezza di essere chiamati come singoli e comunità a far parte dell'unica famiglia di Dio, che ci ha creati a sua immagine e somiglianza e ci ha redenti in Cristo; un umanesimo che ravvivi la carità e si faccia guidare dalla verità; un umanesimo aperto a Dio e proprio per questo aperto all'uomo e ad una vita intesa come compito solidale e gioioso (cfr. n. 78). Lo sviluppo, in qualsiasi settore dell'esistenza umana, implica anche apertura al trascendente, alla dimensione spirituale della vita, alla fiducia in Dio, all'amore, alla fraternità, all'accoglienza, alla giustizia, alla pace (cfr. n. 79). Mi piace sottolineare tutto questo mentre ci troviamo in Quaresima, tempo propizio per la revisione dei propri atteggiamenti profondi e per interrogarsi sulla coerenza tra i fini a cui tendiamo e i mezzi che utilizziamo.
Gentili Signori e Signore, vi lascio queste riflessioni. E, mentre vi ringrazio per la vostra visita, auguro ogni bene per l'attività economica, come pure per quella associativa, e volentieri imparto a voi e a tutti i vostri cari la mia Benedizione.


(©L'Osservatore Romano - 19 marzo 2010)

RATZINGER E SEN MAESTRI DI WELFARE.

MARCO RONCALLI
L
e radici della crisi attuale?
Finanziarie, congiunturali, dovute a squilibrati processi nell’accumulazione e nella distribuzione della ricchezza.
Ma anche legate ai profondi cambiamenti della condizione umana e dei rapporti sociali. E all’assolutizzazione della politica. Che fare allora in quello che dovrebbe essere il tempo della responsabilità e dell’investimento a lungo termine? Che fare quando gli stessi studi di settore invecchiano in fretta? Secondo l’epistemologo Mauro Ceruti e il giuslavorista Tiziano Treu – che firmano insieme il recente «Organizzare l’altruismo.
Globalizzazione e welfare» (Laterza) – occorre ricercare un nuovo paradigma «più rispondente all’esigenza di sviluppare capacità personali e benessere collettivo, di alimentare i valori della cooperazione e dell’altruismo anche nei rapporti economici«.
Così sostengono indicando tra le condizioni del percorso delineato «nuove responsabilità delle comunità e degli Stati nazionali, per un governo democratico della globalizzazione; una società aperta rivolta all’Europa e un nuovo ruolo dell’Europa stessa; nuovi rapporti fra Stato, mercato e società; nuovi orientamenti e nuove strutture del welfare». In una parola, prendendo atto della globalizzazione non ancora realizzata (quella «dal volto umano» o «senza esclusione» indicata dal cardinale Dionigi Tettamanzi), sono da ripensare poteri, confini, relazioni, compiti e ruoli fra pubblico e privato. E sono da ridefinire assetti anacronistici per superare le conseguenze della vigente separazione fra logiche di mercato e istanze di socialità.
Insomma le questioni trascurate dalla riflessione politica, e che invece – come non dimenticano i due autori – sono state svolte ampiamente dai teorici dello sviluppo umano come Amartya Sen o nella «Caritas in veritate» di Benedetto XVI. Davanti alle illusioni di chi attende una miracolistica ripresa e all’assenza di profonde discussioni su fenomeni come la denatalità, la longevità, l’immigrazione, o la scomparsa dei ceti medi (l’allarmante anomalia indicata da Paul Krugman), nell’insufficienza delle soluzioni affidate alle teorie economiche (specie nel delineare scenari futuri), ecco l’indicazione netta di un cambio di prospettiva (inderogabile e fondamentale). Somma al positivo («vinci tu e vinco io», cioè reciprocità dell’unicità), di tanti sguardi competenti: per migliorare i sistemi di welfare e far funzionare meglio il mercato. Come? Fra gli esempi proposti: l’allineamento alla media europea degli ammortizzatori sociali o la partecipazione dei lavoratori all’azionariato delle aziende. Ma in queste pagine si chiede anche di superare la contrapposizione fra gli investimenti e gli obiettivi a breve periodo e quelli a lungo periodo, generando invece una complementarità e un’ecologia dei tempi e dei progetti. E c’è spazio per ribadire il valore proscrittivo e non prescrittivo delle regole, per comparare soluzioni che passano per il pluralismo economico e le reti di imprese, l’innovazione tecnologica e la «green economy», per chiedere la più corretta applicazione del principio di sussidiarietà , nonché la rinuncia a forme di conflittualità per una convivenza responsabile dove i legami sociali siano più forti.
Insomma, i valori della solidarietà, della fiducia, persino dell’altruismo: liberati dall’alone moralistico che sin qui li ha circondati.


© Copyright Avvenire 17 marzo 2010

Assistere o partecipare un dilemma da sciogliere. di Massimo Introvigne

Corrono i dieci anni di uno studio famoso di due dei padri dell'economia religiosa quali Rodney Stark e Roger Finke: La vocazione religiosa cattolica: declino e risveglio. I due sociologi vi prendono in esame la caduta libera delle vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa maschile e femminile cattolica negli Stati Uniti d'America, in Canada, in Francia, in Germania, in Gran Bretagna e in Olanda, nei trent'anni successivi al concilio Vaticano ii. Dal punto di vista quantitativo, la caduta è stata spettacolare soprattutto fra i candidati al sacerdozio: dal -81 per cento in Olanda al -54 per cento in Gran Bretagna; quindi fra le vocazioni religiose maschili: dal -82 per cento in Gran Bretagna al - 68 per cento in Francia; nonché, in misura minore, fra le femminili: dal -51per cento in Olanda al -43 per cento in Gran Bretagna.
Tra l'altro, la caduta negli Stati Uniti delle vocazioni maschili inizia alla fine degli anni 1960 e ha i suoi tassi più significativi in un'epoca antecedente ai casi di pedofilia attribuiti a sacerdoti, che dunque - per quanto possano avere contribuito alla crisi vocazionale - non ne sono la causa principale.
Per Stark e Finke la caduta delle vocazioni è repentina e discontinua, e avviene principalmente nel quadriennio 1966-1969, con successiva stabilizzazione verso il basso fino almeno alla fine del xx secolo. Finke e Stark ne concludono che si deve cercare come causa principale del declino delle vocazioni una serie di circostanze verificatesi nella seconda metà degli anni Sessanta. Per i due sociologi, può trattarsi solo dell'insieme di fattori legati alla crisi successiva al Vaticano ii, come è noto particolarmente grave negli Stati Uniti.
Se si paragona la situazione dei sei Paesi studiati da Stark e Finke con quella del Portogallo, della Spagna e dell'Italia ci si accorge che dopo il 1965 in questi Paesi il numero di vocazioni, se diminuisce, non lo fa con lo stesso ritmo drammatico. Qui le figure sacerdotali e religiose continuano a godere di autorevolezza e stima. Non si deve naturalmente esagerare la tenuta dei dati quantitativi relativi al clero e alle comunità cattoliche in Paesi come l'Italia. Tra l'altro i dati sulla partecipazione alla messa devono tenere conto del cosiddetto over-reporting, cioè della discrepanza fra quanti affermano di andare a messa tutte le domeniche nelle survey condotte per telefono o via questionari, e quanti di fatto sono contati alle porte delle chiese in un week-end tipo. Sono in grado di anticipare i risultati di una ricerca, non ancora pubblicata, da me diretta nel 2009 nella diocesi siciliana di Piazza Armerina, che comprende oltre al capoluogo alcuni grossi centri come Enna e Gela. Nell'area della ricerca dichiara di andare a messa almeno una volta la settimana il 30, 1 per cento della popolazione mentre la rilevazione alle porte delle chiese ha attestato una frequenza del 18, 3 per cento. Senza far dire al dato statistico più di quello che effettivamente dice, i numeri meritano qualche riflessione.
Tutta la discussione va inquadrata in un contesto sociologico più generale, applicando alle organizzazioni religiose la teoria del free rider: il soggetto "che non paga il biglietto", che partecipa a un'organizzazione sociale cercando di ottenerne i benefici senza pagare i costi. Anche tra chi frequenta i sacerdoti e va a messa molti vogliono solo "assistere", non "partecipare" o contribuire. Le organizzazioni, le congregazioni e le parrocchie più rigorose e "ortodosse" chiedono di più, e quindi diminuiscono il numero di free rider. Si potrebbe ritenere che "chiedendo di più" sia i fedeli sia le vocazioni diminuiscano. In realtà spesso avviene il contrario. I "consumatori religiosi" sono disposti a pagare di più - entro certi limiti - se pensano di ottenere di più.
Naturalmente affinché una congregazione cattolica non sia composta in maggioranza di free rider, abbia un buon rapporto con i suoi sacerdoti e generi anche vocazioni non basta una sociologia dell'efficienza. Occorre che ciascuno si senta partecipe - non solo spettatore - e prima di dare il suo contributo si senta "preso in cura" dal sacerdote. Se si vuole ridurre il numero di free rider occorre assicurarsi che il contatto personale e autorevole fra sacerdote - in particolare, parroco - e fedeli sia sempre garantito.
La sociologia di per sé non risolve problemi pastorali e può dare contributi utili solo se si presenta con la necessaria umiltà metodologica. Ultimamente, vale anche per i sociologi il richiamo di Benedetto XVI nel discorso all'udienza generale del 1° luglio 2009, dedicata all'Anno Sacerdotale: "A fronte di tante incertezze e stanchezze anche nell'esercizio del ministero sacerdotale, è urgente il recupero di un giudizio chiaro ed inequivocabile sul primato assoluto della grazia divina, ricordando quanto scrive san Tommaso d'Aquino: "Il più piccolo dono della grazia supera il bene naturale di tutto l'universo"".


(©L'Osservatore Romano - 12 marzo 2010)

Crisi economica e spese militari Come cambia il mondo. di Ettore Gotti Tedeschi

Molti si chiedono se possa realmente cominciare una guerra fredda fra Stati Uniti e Cina. Per dare una risposta esauriente è necessario analizzare la correlazione tra budget militari, sviluppo e crisi economica. Valutando se le esigenze di spesa per la difesa concorrano a spiegare la congiuntura attuale e considerando i possibili rischi futuri.
Per un trentennio - sino alla fine degli anni Ottanta - il mondo ha vissuto la guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, una dinamica che ha giustificato alti investimenti nella difesa, sostenuti in America da una forte crescita economica. Ma quella crescita, in un mondo allora molto meno globalizzato, è stata a sua volta dovuta agli investimenti per lo scudo stellare, che si sono tradotti in vantaggi tecnologici per il sistema industriale. Sempre verso la fine degli anni Ottanta le previsioni economiche dei falsi profeti neomaltusiani, e il successivo crollo della natalità nel mondo occidentale, hanno provocato il progressivo rallentamento dello sviluppo economico, riducendo conseguentemente la capacità di assorbimento dei budget della difesa.
Per cercare di compensare la flessione economica è stato così accelerato il processo di globalizzazione attraverso la strategia di delocalizzazione produttiva in Asia. Il continente ha così iniziato la sua travolgente crescita economica, acquisendo un nuovo ruolo geopolitico. Insieme alla globalizzazione, è stato accelerato anche il processo di pacificazione che ha condotto alla conclusione della guerra fredda tra Stati Uniti e Russia, con il crollo del muro di Berlino. La fine della tensione internazionale ha permesso l'affermazione della strategia economica su quella bellica. In pratica i missili sono stati sostituiti dal mercato, con la drastica riduzione dei budget militari.
Ma dopo la guerra fredda ha avuto luogo un evento imprevisto: l'avvento su vasta scala del terrorismo internazionale. Dopo l'11 settembre 2001 è stata più forte l'esigenza di riprendere gli investimenti nella difesa, riconoscendo come insufficiente la prevenzione dell'intelligence. Negli Stati Uniti - impegnati nei conflitti in Afghanistan e in Iraq - le spese militari hanno ricominciato a crescere con un tasso annuo superiore al 14 per cento. Dal 2001 a oggi lo sforzo economico americano in chiave bellica è quasi raddoppiato. Ma lo stesso è avvenuto in Asia, con la conseguente affermazione di un nuovo assetto geopolitico.
La rinnovata crescita del budget per la difesa statunitense ha avuto bisogno di una copertura immediata, quindi di un sostanzioso aumento del prodotto interno lordo per non penalizzare gli altri investimenti e le spese sociali. Si è così prodotta l'espansione del debito per finanziare i consumi necessari alla crescita economica, giungendo all'eccesso dei famosi mutui subprime, causa della crisi attuale.
Il terrorismo ha perciò indirettamente provocato il collasso economico e la successiva vulnerabilità di famiglie, imprese e Stati. Sono inoltre ancora da valutare le conseguenze della crescita eccessiva del debito e del suo indispensabile sgonfiamento (deleveraging), che potrà causare effetti di austerità su tempi lunghi e rischi di inflazione in tempi brevi. Ma potrebbe anche generare una sorta di deglobalizzazione per attuare manovre di protezionismo domestico a discapito dei Paesi asiatici, peraltro detentori di gran parte del debito pubblico statunitense.
Ma tutto questo potrebbe avvenire in un mondo molto cambiato, i cui assetti geopolitici lasciano davvero intuire il rischio di nuove guerre fredde. La Cina di oggi, però, non è paragonabile all'Unione Sovietica degli anni Settanta, né gli Stati Uniti sono quelli degli anni Ottanta, che dominavano monopolisticamente tecnologie, produzione e finanza e che fronteggiavano i sovietici, ricchi di armamenti ma senza efficienti strutture industriali. Il potere economico, e probabilmente anche bellico, non è più dominio esclusivo dell'Occidente.
Il mondo sempre più bipolarizzato tra est e ovest fa inoltre intravedere la difficoltà di un dialogo tra culture tanto distanti. Rendendo ancora più prezioso il contributo di chi - come Benedetto XVI - invoca la pace appellandosi alla ragione delle donne e degli uomini di oggi.


(©L'Osservatore Romano - 20 febbraio 2010)

Il virus nichilista che contagia il capitalismo di Ettore Gotti Tedeschi

Nel riflettere su cause, conseguenze e soluzioni di questa crisi economica, ritengo che non sia il capitalismo a dover avere sensi di colpa bensì piuttosto il moralismo perduto. Ciò perché l'origine vera della crisi è di ordine morale. Il comportamento dell'uomo economico operante in un sistema capitalistico è regolato dal suo pensiero. Se la crisi è nel suo pensiero si trasferirà inesorabilmente nelle azioni, perciò ritengo che se qualcuno debba aver "sensi di colpa" sia piuttosto chi ha avuto la responsabilità morale di ispirare tali comportamenti.
Non è poi così difficile risalire a questa responsabilità. Essa risiede nel pensiero nichilista che ha confuso le ultime generazioni dissacrando l'uomo, riducendolo ad animale intelligente da soddisfare appunto solo materialmente. Pertanto trovo ingiusto responsabilizzare uno strumento, come il capitalismo, anziché chi lo ha mal usato perché mal ispirato.
Il mondo dell'impresa non è in contraddizione con il pensiero etico o non etico, sono due cose diverse. Il primo spiega cosa fare, il secondo spiega perché. Già Sant'Agostino scrisse che da oriente a occidente sta disteso un gigantesco malato contagiato da un virus universale che non provoca malattie fisiche, ma nelle idee e perciò nel comportamento. Perché se lo spirito è malato lo diventa anche il comportamento, economico in specifico.
Questo virus, questo pensiero nichilista che rifiuta ogni valore e verità oggettiva e porta a considerare l'uomo solo un animale intelligente da soddisfare materialmente, impedisce all'uomo di fare vera economia arrivando a ignorare persino le leggi di economia naturale e negare la vita, camuffare le leggi economiche, barare nel loro uso. In pratica sovvertendo le leggi stesse dell'economia, come è successo negli ultimi anni. È il nichilismo il nemico dell'economia per l'uomo.
Ora, oltre a fare tanti progetti di soluzione della crisi, sarebbe bene cercare di lavorare anche sulle idee, distinguendo che cosa è mezzo da che cosa è fine, e pertanto smettendo di riconoscere all'economia una sua autonomia morale, facendola tornare alla responsabilità personale di chi fa economia. Ma anche il senso di responsabilità personale, essendosi un po' affievolito, deve essere rieducato perché le scelte economiche producono effetti sociali e morali importanti.
È "come e perchè" queste leggi economiche sono applicate che spiega se si sta facendo o no vera economia. Deve anche esser rieducata perché mentre gli strumenti economici sono diventati piuttosto sofisticati (si pensi ai famosi prodotti finanziari derivati), l'uomo sembra aver avuto una evoluzione inversa di maturità nella conoscenza e sapienza.
Così questi strumenti tendono a sfuggirgli di mano... (come predisse Giovanni Paolo II nella Sollecitudo). Provocando e gestendo questa crisi, l'uomo immaturo ha dimostrato di saper sprecare molte risorse anziche valorizzarle; ha sostenuto uno sviluppo economico incompleto, fittizio e persino falsato; non ha operato per la distribuzione della ricchezza come avrebbe dovuto.
La presunta autonomia morale, sempre nichilista, dell'economia ha portato a prescindere relativisticamente da valori e regole etiche, spingendo al massimo egoismo e ricerca del piacere e potere. Non solo, lo ha portato a credere che etico sia solo ciò che si tocca. Che sia il profitto in quanto tale (prescindendo da come si è creato) o le cose disponibili in un sistema consumistico e materialistico.
Sì, c'è una crisi morale alla base di questa economica, c'è una crisi che si fonda sulla certezza che solo la libertà totale (anche irresponsabile e ignorante) può condurre alla conquista della verità, anziché il contrario. Che cioè la vera libertà nasca solo dall'accettazione di una verità originale.
Senza questa verità, per esempio, la soluzione di questa crisi nel nostro paese si potrebbe trovare a breve in una bella bolla edilizia condita da dosi massiccie d'inflazione (con evidenti vantaggi e svantaggi), anziché in un giusto periodo di austerità condita da sobrietà dovuta, dato un benessere precedente insostenibile.
Persino Bertrand Russell scrisse profeticamente che, senza il senso morale civile, le comunità spariscono e senza morale privata la loro sopravvivenza non ha valore... In fondo se, ragionando nichilisticamente, la vita umana non ha un senso, perché mai dovrebbe averlo l'economia? La risposta si trova nella Caritas in Veritate di Benedetto XVI.


© Copyright «Il Sole 24 Ore» del 13 febbraio 2010

Viaggia in business class il capitalismo senza ali ed equità. La «provocazione» del Presidente dello Ior al mondo degli affari

di Davide Rondoni
Chissà che faccia hanno fatto. Sì, mi piacerebbe vedere che faccia hanno fatto i lettori del Sole24ore di sabato scorso, vedendo la prima pagina. Più precisamente l’articolo a destra sulla prima pagina.
Chissà che faccia han fatto banchieri, economisti, imprenditori e insomma tutto quel genere di rappresentanti dell’homo oeconomicus che è lettore abituale del foglio color salmone e confindustriale diretto da Gianni Riotta. Perché già il titolo era strano: «Il virus nichilista che contagia il capitalismo».
L’autore dell’articolo, Ettore Gotti Tedeschi, oggi presidente dello Ior, è banchiere di grande prestigio. Virus nichilista? L’autore è duro. La crisi economica non è crisi del capitalismo, ma una crisi di pensiero, innanzitutto. Il capitalismo, dice Gotti Tedeschi destreggiandosi tra sant’Agostino e papa Ratzinger, è un comportamento, se produce crisi è perché s’è fatto guidare da un comportamento sbagliato. Grande responsabilità dunque ce l’hanno i maestri di un certo pensiero, che lui indica subito: il nichilismo negando valore e realtà oggettiva, e riducendo l’uomo ad animale materiale, ha generato un sovvertimento generale delle regole, una finzione, un camuffamento.
Inutile accusare lo strumento, dice Gotti. È il pensiero di chi l’ha usato male che va individuato e condannato. Bisogna dunque «lavorare sulle idee». Il grande spreco di risorse che si è avuto in questo periodo invece che la loro valorizzazione, insiste Gotti Tedeschi, è il segno che lo strumento capitalista è stato gestito da mani male orientate. Da un pensiero errato. Allo sviluppo degli strumenti è corrisposta un’immaturità o un’evoluzione negativa del pensiero. L’articolo non si ferma a considerazioni filosofiche, ma si spinge a disegnare qualche scenario sul futuro, auspicando che per uscire dalla crisi non si ricorra a trucchi tipo bolle edilizie, bensì a un «giusto periodo di austerità condita da sobrietà dovuta, dato un benessere precedente insostenibile». Mi pare importante che sul giornale economico più autorevole trovi spazio una provocazione di questo genere. Non si tratta di un mero invito a 'essere buoni'. Non si riduce immediatamente la crisi a problema etico.
Prima del comportamento c’è la conoscenza.
E il nichilismo è un virus che conduce al terrorismo (lo aveva capito Dostoevskij), così come alla crisi del capitalismo. Si tratta dunque di un problema innanzitutto di pensiero, non di buoncostume. E qui sorge la grande questione che vedo tremolare negli occhi dei lettori, imprenditori, banchieri, manager. Forse non avevano mai pensato d’esser nichilisti. O pensavano d’esserlo magari in altri campi, e che però questo non c’entrasse con la crisi economica e con la visione degli affari. Il nichilista con la ventiquattr’ore, che viaggia in business class ,
il nichilista che sa contare velocemente i soldi, non è meno 'pericoloso' di quello che proclama idee filosofiche che aprono alla lotta di potere come unica strategia di vita. Come può un manager, un imprenditore, un uomo di affari evitare di diventare nichilista? Dove impara un modo di pensare che gli permetta di usare responsabilmente lo strumento potente che ha tra le mani? Non saranno mai le regole di per sé a insegnare un modo di pensare non nichilista. Occorrono maestri anche in economia. Maestri di pensiero. E i migliori maestri per chi è abituato a fare, a essere imprenditore e operatore saranno uomini forse di poche parole, ma che lavorando mostrano che conviene, che è più giusto ed è più bello trattare i soldi (e la vita intera) in modo non nichilista.
«Avvenire» del 16 febbraio 2010

Il Papa: Le imprese hanno una responsabilità sociale

l discorso del Papa a dirigenti e personale dell'Azienda comunale elettricità e acqua di RomaPiù attenzione ai bisogni dei lavoratori, al bene della comunità, al rispetto dell'ambiente: è questa la "responsabilità sociale" dell'impresa indicata dal Papa a dirigenti e personale dell'Azienda comunale elettricità e acqua (Acea) di Roma durante l'udienza di sabato mattina 6 febbraio, nella Sala Clementina.
di Benedetto XVI
Tratto da L'Osservatore Romano del 7 febbraio 2010

Signor Cardinale,
cari amici dell'Azienda Comunale Energia e Ambiente!
Sono lieto di accogliervi e di rivolgere a ciascuno di voi il mio cordiale benvenuto. Saluto il Signor Cardinale Salvatore De Giorgi e saluto il Presidente di Acea, il Dott. Giancarlo Cremonesi, che ringrazio per le cortesi parole con cui ha introdotto il nostro incontro e per i doni offerti, in particolare per il bel volume sull'applicazione al mondo dell'impresa dei principi dell'Enciclica Caritas in veritate, edito dalla Libreria Editrice Vaticana in collaborazione con l'Ucid, nella collana "Imprenditori per il bene comune". Desidero esprimere vivo apprezzamento per tale iniziativa editoriale, auspicando che possa diventare un punto di riferimento nel cercare soluzioni per i complessi problemi del mondo del lavoro e dell'economia. Vorrei, inoltre, esprimere il mio vivo compiacimento per il progetto di collaborazione con la Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel, che si propone l'obiettivo di rispondere all'urgenza di acqua e di energia in alcuni Paesi in via di sviluppo.

Ho, inoltre, visto con interesse la "Carta dei Valori" ed il "Codice Etico", nei quali vengono richiamati i principi di responsabilità, trasparenza, correttezza, lo spirito di servizio e di collaborazione cui si richiama l'Acea. Si tratta di orientamenti che codesta Azienda vuole ricordare e sui quali costruire la propria immagine e reputazione.

Avete da poco concluso le celebrazioni del centenario dell'Acea. Sono, infatti, passati cento anni da quel 20 settembre del 1909, quando i Cittadini romani, con referendum popolare, scelsero che l'illuminazione pubblica e i trasporti collettivi fossero municipalizzati. Da quel giorno la vostra Azienda è cresciuta insieme a Roma. Un cammino lungo e affascinante, ricco di sfide e di successi. Basti pensare a quanto è stato complesso garantire i servizi essenziali a fasce sempre più estese di cittadini, in quartieri nuovi, spesso cresciuti in maniera caotica e abusiva, in una Città che cambiava e si espandeva a dismisura. Così, nel corso degli anni, possiamo affermare che il rapporto fra l'Urbe e l'Acea è diventato sempre più stretto, e questo grazie soprattutto alla pluralità di servizi che l'Azienda ha erogato e continua ad erogare alla Città, sostenendone e favorendone la trasformazione in una moderna Metropoli.

La celebrazione centenaria giunge al termine di un periodo denso di difficoltà, caratterizzato da una grave crisi internazionale che ha portato il mondo a ripensare un modello di sviluppo basato soprattutto sulla finanza e sul profitto, per orientarsi a rimettere al centro dell'azione dell'uomo la sua capacità di produrre, di innovare, di pensare e costruire il futuro. Come sottolineavo nell'Enciclica Caritas in veritate, è importante che cresca la consapevolezza circa la necessità di una più ampia "responsabilità sociale" dell'impresa, che spinga a tenere nella giusta considerazione le attese e i bisogni dei lavoratori, dei clienti, dei fornitori e dell'intera comunità, e ad avere una particolare attenzione verso l'ambiente (cfr. n. 40). In questo modo la produzione di beni e servizi non sarà legata esclusivamente alla ricerca del profitto economico, ma anche alla promozione del bene di tutti. Mi rallegro perché la storia di questi cento anni non si traduce soltanto nei termini numerici di una sempre maggiore competitività, ma anche in un impegno morale che tende a perseguire il benessere della collettività.

Nello spirito di servizio che la caratterizza, desidero esprimere il mio apprezzamento per quanto l'Acea, grazie alla competenza professionale dei suoi dipendenti, ha realizzato nell'illuminazione dei monumenti che rendono Roma unica al mondo. A questo proposito, voglio ricordare con gratitudine il fattivo aiuto in occasione delle celebrazioni per l'80 Anniversario della fondazione dello Stato della Città del Vaticano. Anche numerose Chiese, ad iniziare dalla Basilica di San Pietro, sono valorizzate da sapienti giochi di luce che mettono in risalto quanto l'uomo ha saputo realizzare per manifestare la propria fede in Cristo, "la luce vera, quella che illumina ogni uomo" (Gv 1, 9).

Ho appreso, poi, con favore dell'impegno dell'Azienda nel tutelare l'ambiente attraverso la gestione sostenibile delle risorse naturali, la riduzione dell'impatto ambientale e il rispetto del creato. È però ugualmente importante favorire un'ecologia umana, che sia in grado di rendere gli ambienti di lavoro e le relazioni interpersonali degne dell'uomo. Vorrei, a questo proposito, ribadire quanto ho affermato nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest'anno, auspicando "l'adozione di un modello di sviluppo fondato sulla centralità dell'essere umano, sulla promozione e condivisione del bene comune, sulla responsabilità, sulla consapevolezza del necessario cambiamento degli stili di vita" (n. 9).

Anche a Roma, come in ogni grande Città, si avvertono gli effetti di una cultura che esaspera il concetto di individuo: spesso si vive chiusi in se stessi, ripiegati sui propri problemi, distratti dalle tante preoccupazioni che affollano la mente e rendono l'uomo incapace di cogliere le semplici gioie presenti nella vita di ciascuno. La custodia della creazione, compito affidato dal Creatore all'umanità (cfr. Gen 2, 15), implica anche la custodia di quei sentimenti di bontà, generosità, correttezza e onestà che Dio ha posto nel cuore di ogni essere umano, creato a sua "immagine e somiglianza" (cfr. Gen 1, 26).

Vorrei, infine, rivolgere ai presenti l'invito a guardare a Cristo, l'uomo perfetto, a prendere sempre come esempio il suo agire, per poter crescere in umanità, e così realizzare una Città dal volto sempre più umano, nella quale ognuno è considerato persona, essere spirituale in relazione con gli altri. Anche grazie al vostro impegno nel migliorare i rapporti interpersonali e la qualità del lavoro, Roma potrà continuare ad assolvere quel ruolo di faro di civiltà, che l'ha resa illustre nel corso dei secoli.

Mentre vi rinnovo l'espressione della mia gratitudine per questa vostra visita, assicuro un particolare ricordo nella preghiera per ciascuno di voi e per le vostre attività, e di cuore vi benedico insieme ai vostri cari.

Caro Mieli, c’è un abisso che divide la Chiesa da Wall Street Versione adatta alla stampa

ntervista a Pietro Barcellona
Tratto da Il Sussidiario.net il 15 gennaio 2010

Sul Corriere di martedì 12 gennaio la pagina della cultura è molto ampia. “Le fedi come le aziende aspirano al monopolio” è il titolo di una lunga recensione dell’ex direttore, e storico, Paolo Mieli all’ultimo libro di Philippe Simonnot, giornalista ed economista francese, autore di Il mercato di Dio.

La matrice economica di ebraismo, cristianesimo, islam. La religione? «Un’“azienda” - spiega Mieli illustrando Simonnot - che offre beni di credenza, la cui qualità si basa sulla fiducia riposta in chi li produce dal momento che il risultato della pratica religiosa - cioè la salvezza eterna - non è, per sua natura, né verificabile né falsificabile». Le fedi, dunque, si contendono i credenti sul “mercato”. Chiesa cattolica compresa. E aspirano al monopolio, cioè ad essere le uniche sulla piazza. Un momento però. Simonnot lo dice: non si tratta di voler spiegare la religione con l’economia, ma, «più modestamente, di mettere a disposizione della scienza religiosa gli strumenti dell’analisi economica». Ma è una tesi che non convince del tutto Pietro Barcellona, filosofo del diritto.

Possiamo davvero investigare il fatto religioso con gli strumenti dell’analisi economica?
No, perché questi strumenti mi paiono davvero fuori luogo. Una ventina d’anni fa dall’America arrivò questa novità: invece di studiare le norme e il loro significato, la ratio, la funzione, il rapporto con l’idea - più o meno definibile - di una giustizia, bisognava valutare gli effetti dell’applicazione delle norme sulla vita economica delle imprese. Conviene di più, per intenderci, iniziare un procedimento giudiziario contro un debitore inadempiente, o fare una transazione e accontentarsi della metà dei soldi dovuti?

E dunque?
La cosa che subito mi colpì era che il diritto perdeva ogni significato, perché veniva trattato al pari di un qualsiasi ostacolo si incontri lungo un percorso che, partendo da una premessa, vuole raggiungere un risultato misurabile in termini di convenienza.

Qui la vittima designata non è più il diritto, ma la fede. Nella quale l’uomo impegna non solo il portafogli, ma la vita tutta. Ammesso beninteso che faccia sul serio.
Al di là delle tesi di Philippe Simonnot, quello che viene occultato è che le cose si mostrano nel modo in cui noi abbiamo deciso di osservarle. Ma le coordinate dell’analisi economica sono quelle di Adam Smith. Tanto è vero che Paolo Mieli, in questo articolo-manifesto…

Perché manifesto?
Ma perché è impressionante lo spazio che ha avuto sul Corriere. Mi pare che il discorso si possa inquadrare in una direzione ben precisa che ha assunto la divulgazione culturale non solo sul Corriere, ma anche su Repubblica. Quella che pretende di eliminare tutto ciò che non si spiega in termini di scientismo empiricamente verificabile. Direi un’eliminazione sistematica di tutto ciò che rimanda a giudizi di valore.

Le fedi come le aziende aspirano al monopolio. Ma il monopolio non fa felice nessuno, perchè frena lo sviluppo. Meglio dunque la frammentazione e il politeismo laico?
Una visione così apparentemente oggettiva elimina tutto ciò che è concretamente riferibile all’esperienza della bellezza, del bene e dei valori. È la soppressione dello specifico dell’umano: la psiche, l’anima, i pensieri, l’aspirazione a qualcosa che trascende l’apparenza. Ridurre l’oggettività all’economia è un altro dei tanti modi possibili per togliere di mezzo il vero “codice” di tutta la civiltà occidentale.

Lei parla evidentemente di un concetto inadeguato di ragione. Qual è quello giusto?
L’uomo oggi non ha bisogno soltanto di un concetto più adeguato di ragione, ma di ricollocare se stesso nella complessità del mondo, che è irriducibile ad una unità semplificata, ad un concetto semplice o a una definizione. Ha smarrito il fatto che la ragione stessa è complessa e non è una sola. C’è una ragione comunicativa e una calcolante. C’è la sapienza degli antichi, la ragionevolezza dei greci, la scienza dei moderni. L’uomo non ha solo un metodo per sapere come sono le cose che gli stanno di fronte. Ecco perché oggi il termine unico di ragione può apparire improvvisamente riduttivo.

Ma queste diverse forme della ragione trovano una sintesi nella vita o no?
Ma certo, perché se questo non accade la persona scompare. Anzi, sappiamo bene dove va: in manicomio. Si scinde, ha come esito la frammentazione. A livello individuale e politico. A livello individuale si impoverisce lo spazio interno, proprio dove normalmente si ritrovano le coerenze tra le diverse forme della propria esistenza. È il mio io interno che dal punto di vista della mia autorappresentazione mi dà il senso di me, la coscienza di essere un’identità non riducibile a tutto ciò che è fuori di me. Se il rapporto esterno-interno si distrugge, la conseguenza inevitabile è quella di un comportamento robotico o animale, cioè prevalentemente meccanico.

E cos’è che va perduto?
Ne va della nostra vita. La memoria umana, che è elaborazione e continuità, è ciò che ci permette di mantenere l’unità contro la disintegrazione esterna, e con essa l’unità del giudizio e della domanda di senso, perché la domanda di senso della vita non è dei vari momenti ma unitaria. Se sono al mondo ci sono per qualcosa che riguarda tutto me stesso e non solo una parte di me.

Ha parlato anche di una frammentazione politica. In che senso?
L’effetto della disintegrazione molecolare dell’identità della persona è ancor più disastroso dal punto di vista politico perchè distrugge lo spazio sociale, che non può essere frutto solo dell’individuo come di un suo parto originario, ma è il risultato di uno stare insieme che elabora collettivamente le esperienze comuni. Perché mai come oggi si parla di bene comune senza sapere da dove cominciare? Perché lo stare insieme non è più visto come originario. Invece tutto quello che gli uomini fanno è individuale e collettivo allo stesso tempo.

Lei non intende entrare nel supermercato delle fedi e lo abbiamo capito. Ma qual è la sua posizione personale?
Sono convinto che il concetto di creazione sia indispensabile per concepire la mia stessa libertà. Se invece sono il frutto di un’evoluzione meccanica o di una pura casualità, non mi posso pensare come un essere che decide tra bene e male, o anche solo tra un’opzione e un’altra. Se questa creazione l’ha fatta il Dio del monoteismo cristiano o un’altra entità che non riusciamo a definire, non sono in grado di dirlo. Comunque l’ho detto più volte: quello che mi colpisce di più della religione cristiana non è tanto l’idea di Dio, ma la figura di Cristo.

Perché?
La persona di Cristo è un fatto specifico, un incontro tra l’umano e il divino che non si è mai osato concepire nelle forme in cui è accaduto. La sua croce è un segno inesplicabile. E uno scacco per la ragione umana.

Quali rischi si corrono se a prevalere è una visione utilitaristica?
L’individualismo per come si sta manifestando provocherà un disastro. Gli uomini non possono essere ridotti a terminali di un apparato di consumo.

Ora ce l’ha col benessere?
Ogni volta mi si accusa di essere reazionario perché dico che il benessere è una cosa illusoria. Ma qui non si tratta di fare l’apologia della miseria, ma di chiamare le cose col loro nome. C’è un benessere come forma di vita sociale in cui il godimento delle cose è sacrosanto ma non corrisponde alla ricerca immediata della soddisfazione per ogni bisogno che nasce e alla conseguente, puntuale, nausea della vita. Ecco perché il benessere attuale è nichilista. Oggi non abbiamo un’economia della crescita ma della distruzione, e chi lo dice vene cacciato via, sia da destra che da sinistra.

Perché dice da destra e da sinistra?
Perché la sinistra non ha il coraggio di affermare che il problema della difesa del lavoro implica anche una modificazione profonda del tipo di consumo, in cui la soddisfazione dei bisogni non va a discapito dell’ambiente. Mentre la destra liberista continua a difendere l’idea che più libertà di produrre e consumare c’è meglio si sta, ma è un’idea che è stata smentita dalla storia. Le grandi crisi economiche hanno distrutto una quantità enorme di ricchezza. Oggi ci troviamo nella necessità di affrontare con grande creatività e originalità il modo in cui gli uomini possono produrre, senza distruggere la terra che abitano. Il Papa lo sta facendo.

Che cosa serve per uscire dalla crisi morale nella quale ci troviamo?
Occorrono comportamenti che vadano in direzione opposta a quelli del conformismo generale. Non ci si può più affidare solo ad un discorso persuasivo. Ci vuole l’esempio di chi, di fronte alla realtà, è capace di far vedere che si può vivere in un altro modo. Lo dico ai credenti, che in questo sono più fortunati: ci vogliono le testimonianze dei santi e dei mistici.

Macché allarme clima, a Copenhagen si decide chi guiderà l’economia

Bruxelles. Dietro alla guerra di cifre e
procedure da inserire nell’accordo globale
sul cambiamento climatico a Copenaghen,
si nasconde una battaglia che ha poco
a che vedere con il clima, ma dal cui
esito dipende chi comanderà l’economia
mondiale del Ventunesimo secolo. Da un
lato, la Cina si tiene le
mani libere sulle emissioni
e manovra i paesi
dell'Africa, per svincolarsi
da potenziali obblighi
che minerebbero la
sua crescita. Dall’altra
gli Stati Uniti non intendono
concedere a Pechino
un irragionevole vantaggio
competitivo. In
mezzo, l’Europa paga già
un prezzo costoso, nell’illusione di far sopravvivere
la sua economia con il business
della tecnologia pulita. Intanto, i paesi poveri
si fregano le mani sognando centinaia
di miliardi di aiuti, mentre Brasile, Russia
e Congo vogliono capitalizzare i polmoni
del pianeta che sono le loro foreste. Ma, alla
fine, è tra Cina e America che si gioca la
partita economica di Copenhagen, come
dimostra lo stallo di queste ore. Pechino
dice “no” alla richiesta di Washington di
monitoraggio internazionale delle emissioni
cinesi. “E’ una questione di principio”,
ha detto il negoziatore He Yafei. Eppure
il monitoraggio è una delle condizioni
del Congresso per dare il via libera a un
nuovo trattato: l’America non accetterà un
accordo che non protegga l’industria americana
da concorrenti stranieri non obbligati
a rispettare norme globali sulle emissioni,
hanno avvertito dieci senatori democratici.
Così, per i due più grandi inquinatori
al mondo, il dopo-Kyoto potrebbe
essere vuoto come il Protocollo di Kyoto.
L’ultima bozza di accordo messa sul tavolo
ieri dalla Danimarca non contiene alcun
obiettivo in cifre: nulla sulla riduzione delle
emissioni, né sui finanziamenti ai paesi
in via di sviluppo.
Oltre ai miliardi di dollari, in ballo ci sono
punti di pil. I cinesi “sono i migliori negoziatori
al mondo”, dice al New York Times
Barbara Finamore, direttrice del Natural
Resources Defense Council. Pechino,
con la sua offerta di ridurre l'aumento del
CO2 del 40-45 per cento per unità produttiva
entro il 2020, si garantisce un ampio
margine per far crescere la sua economia
senza il problema emissioni. Nel frattempo,
manovra l’Africa: la minaccia africana
di abbandonare Copenhagen se non verrà
preservato il Protocollo di Kyoto serve a
sancire il principio che i paesi in via di sviluppo
– Cina inclusa – non siano vincolati
sul clima e siano risarciti finanziariamente
per i danni passati delle nazioni industrializzate.
Washington però, lavora a una
norma per imporre tariffe contro chi non
ha gli stessi standard ambientali americani.

Il Foglio 16 dic 2009

La meritocrazia si concilia con il cattolicesimo?

M eritocrazia e dottrina cattolica, «parenti stretti» o realtà alternative? Il concetto di merito è entrato ormai a pieno titolo nel dibattito pubblico e si è affermato – almeno in teoria – come un valore da perseguire nelle (auspicate) riforme del Belpaese. Ma ora c’è chi mette in forte dubbio che la meritocrazia possa conciliarsi con i valori del Vangelo. Nei giorni scorsi, in un intervento su questo giornale, Giovanni Bazoli,
presidente di Banca Intesa San Paolo, chiedeva una «nuova e spregiudicata riflessione» su tale questione, in particolare domandandosi se «una concezione etica dell’economia che assolutizzi il primato del merito ed esalti la competizione al fine di selezionare i più bravi e i più forti sia aderente ai principi evangelici». A Bazoli replicava, sul

Riformista
di domenica scorsa, l’economista Alberto Mingardi,
direttore dell’Istituto Bruno Leoni di Torino, che ha qualificato come «curioso» l’interrogativo del banchiere bresciano.
Ma meritocrazia e Vangelo confliggono o s’accordano? Il filosofo
Dario Antiseri , docente di Metodologia delle scienze sociali all’università Luiss, propende per la seconda. Anzitutto Antiseri se la prende con quei «soloni, industriali, manager, intellettuali, che parlano di meritocrazia ma poi dietro a queste parole si scopre il baratro della più squallida logica di corte». Il filosofo liberale incentra il discorso sull’economia: «La democrazia economica consiste nel fatto che in un libero mercato funzionante il consumatore è sovrano. Lo studioso Ludwig Von Mises scriveva nel suo saggio
L’azione umana :
'Nel mercato ciò che ha da esser prodotto non sono né gli imprenditori né gli agricoltori né i capitalisti a deciderlo, ma i consumatori'».
Antiseri passa quindi ad un’analisi filologica: «La logica del mercato è quella della competizione,
cum­petere,
ovvero, come ha ribadito Michael Novak, 'cercare insieme la soluzione migliore in modo agonistico'. La competizione avvia lo sviluppo della scienza, della democrazia e del mercato». Di qui, secondo Antiseri, deriva il fatto che «le teorie migliori sono frutto di competizione, la più alta forma di collaborazione e che premia il merito». Ma quale spazio rimane per l’altruismo evangelico? «La competizione è una forma di
solidarietà. È stato proprio von Hayek, ma anche Rosmini, Sturzo, Einaudi e Röpke, a sostenere che la società aperta deve avere la massima attenzione ai più svantaggiati. Tale società può permetterselo, sostiene Hayek, perché è ricca». Insomma, secondo Antiseri, «senza competizione ci sono poche competenze e nessuna eccellenza».
«Il problema è sempre la
confusione di pensiero», annota
Stefano Zamagni ,
docente di Economia politica all’università di Bologna. «Si confondono meritocrazia e meritorietà: la seconda è un concetto tipicamente cattolico. Basta pensare alla parabola evangelica sui talenti, dove colui che ha ricevuto un solo talento, e non l’ha fatto fruttificare, vede quel bene dato a chi ne aveva 5 e li ha moltiplicati fino a 10!
Meritorietà significa dare in base al
merito, ed è indubbiamente un valore». E la meritocrazia? «È un’altra cosa. E su questo – precisa Zamagni – Bazoli ha ragione da vendere. Meritocrazia si oppone a democrazia, perché assegna il potere ai migliori. Invece la democrazia significa 'potere del popolo'. Lo indica bene Aristotele nella sua Politica: se diamo l’autorità ai più bravi si rischia l’oligarchia, qualcosa di illiberale».
Luca Diotallevi ,
docente di Sociologia della religione all’università di Roma Tre, tralascia ogni diplomazia e afferma: «La riflessione di Bazoli è quasi preoccupante». E prosegue: «Ha il merito di essere molto chiara: contrasta la finalizzazione al profitto dell’attività economica e rivaluta in modo radicale il concetto di uguaglianza. Ma queste due affermazioni potrebbero essere oggetto di una critica teologica perché, in tal forma, non si trovano nel magistero della Chiesa». Il sociologo umbro aggiunge: «L’antropologia cristiana, basata sul valore assoluto della persona umana e della differenza (pensiamo a uomo/donna) con pari dignità, non è riconducibile al concetto di uguaglianza.
L’esperienza cristiana è anti­egualitaria ». Diotallevi definisce «un classico pregiudizio teologico,
irricevibile però, l’idea che trafficare i propri talenti e realizzarsi come persone sia sbagliato. Il disinteresse non è una categoria cristiana, la gratuità è un’altra cosa. Il motore dell’economia è la realizzazione personale e, in senso cattolico, è genuinamente buona. Certo, poi esistono la politica e le leggi affinchè questa aspirazione non deragli».
«La meritocrazia è un principio che non esiste nella dottrina sociale della Chiesa»: è perentorio, a sua volta, monsignor
Mario Toso,
già rettore della Pontificia università salesiana e neo­segretario Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. «Nella dottrina cattolica c’è il concetto di remunerazione, citato da Giovanni XXIII, che supera l’idea di salario.
Esso indica il fatto che un operaio viene pagato anche per il fatto di essere padre di famiglia o perché ha realizzato bene il suo lavoro.
Oggi il merito viene inteso come un principio che discrimina e premia solo chi è virtuoso. In questo modo chi è in grado di fare meno viene escluso: questo è diventato anche, purtroppo, il cavallo di battaglia della politica attuale». Mentre invece, secondo Toso, sono ben altri i principi che contano nella formulazione teorico-sociale della Chiesa: «Il bisogno, anzitutto: questo è il valore fondamentale per ogni politica. Il merito crea più ingiustizia della giustizia che dice di perseguire». Secondo il filosofo salesiano, in questi anni si è vista un’applicazione concreta di tale scelta di principio: «Non va escluso chi non è intellettualmente capace o chi ha il cervello nelle mani invece che nella testa. E invece la politica ha smesso di sostenere le scuole professionali che andavano incontro a queste persone.
Cavalcare l’idea del merito in senso assoluto, senza tener conto dei bisogni reali delle persone, porta ad una società di esclusione e ingiustizia».

Spazzar via la famiglia, l'ultima trovata degli economisti “illuminati”

di Marco Cobianchi
Tratto da Il Sussidiario.net il 19 novembre 2009

Hanno cominciato Alberto Alesina e Andrea Ichino, ha continuato Francesco Giavazzi, poi Umberto Galimberti e, infine, Silvia Vegetti Finzi. Cinque “venerati maestri” (come direbbe Edmondo Berselli) che sono d’accordo nel criticare i rapporti esistenti all’interno della famiglia.

Per gli economisti uno dei motivi della mancata modernizzazione dell’Italia sta proprio nell’eccessivo familismo. I giovani restano troppo in famiglia perché la famiglia glielo consente e ciò blocca la mobilità sociale e la meritocrazia perché inibisce la naturale propensione al rischio del giovane.

A enunciare questa teoria sono stati Alesina e Ichino (Il Sole24Ore del 29 ottobre): «La coesione famigliare riduce la fiducia verso il mondo esterno alla famiglia, diminuendo anche l’attenzione verso il bene pubblico e quindi il “capitale sociale”. La mancanza di mobilità geografica e sociale ostacola la meritocrazia e la concorrenza fra persone e imprese. La conseguenza è una minore produttività che si traduce in salari e profitti più bassi».

D’accordo su questa tesi anche l’economista Giavazzi e, da un punto di vista sociologico, Umberto Galimberti mentre per la Vegetti Finzi (Corriere della Sera 2 novembre) «è inutile riproporre, come siamo tentati di fare, la famiglia ideale perché non c' è più e, probabilmente, non c' è mai stata».

Tutti interventi che fanno emergere quanto lo scontro ideale che si sta consumando nel dopo-crisi continui a essere non tanto quello tra chi difende l’economia “reale” e chi quella “finanziaria” (se mai questa divisione ha un senso), ma quello tra una certa idea di modernizzazione tecnocratica che per realizzare sé stessa è costretta a teorizzare il superamento di ogni altra forma di organizzazione sociale naturale che tiene legata l’Italia alle sue tradizioni, alla sua storia.

In questa idea di modernità i rapporti famigliari restano l’ultimo muro da abbattere prima del compimento della perfetta liquidità del mercato del lavoro così come il rapporto tra erogatore del credito e richiedente era, nell’ideologia della meccanica allocazione delle risorse finanziarie, il rapporto da rescindere per raggiungere la “perfezione del mercato” del credito che non si può realizzare fino a quando le decisioni di allocazione vengono presi da uomini anziché da modelli (da qui la decisione di delegare a Basilea2 la decisione di concessione del credito).

Bisogna infatti notare che questa posizione ideologica è la stessa che, nel periodo che ha preceduto la crisi economica mondiale, sosteneva il primato delle regole del mercato rispetto a quelle del bene comune, così come si è visto nel momento in cui si doveva decidere se lasciare fallire l’intero sistema bancario americano (per mettere alla prova l’idea schumpeteriana della distruzione creatrice del mercato) oppure salvarlo (per permettere al sistema economico mondiale di non collassare del tutto).

Persa la battaglia pro-mercato in campo finanziario, gli economisti ci riprovano con una battaglia pro-mercato in campo sociale in nome della modernizzazione individuando, giustamente dal loro punto di vista, la famiglia come più potente freno alla loro idea di società perfetta, nella quale la competizione tra le persone e l’allocazione delle risorse intellettuali fa premio sulle tradizioni e i legami naturali. Che, per dirlo con la Vegetti Finzi, forse non sono mai esistiti.

Come certamente a tutti gli studiosi è chiaro, la modernizzazione italiana non è bloccata dai forti legami famigliari, ma dai più potenti (nel senso di meglio organizzati) legami lobbistici. Significa che se in Italia esiste una mobilità sociale tendente allo zero la responsabilità non può essere imputata alla famiglia, ma alle lobbies.

Se il figlio di un avvocato ha straordinarie probabilità di diventare avvocato a sua volta, la colpa non è del padre, ma della lobby degli avvocati (costituita dai padri) che impedisce, ad esempio, la liberalizzazione delle tariffe minime a favore della quale, guardacaso, sono i giovani avvocati. In un Paese governato da potenti lobby (altrimenti dette: caste) la famiglia, soprattutto se non abbiente, è, contemporaneamente ultima possibilità di riscatto sociale e vittima dell’ineguaglianza dei punti di partenza. Altro che colpevole.

Paideia: don Giussani, Hadjadj e San Paolo


Articolo di Amicone sul Foglio


di Luigi Amicone


Caro direttore, avendo noi ricevuto nel nostro piccolo torrente entrambe, in un certo senso, le acque giussaniane e, via il suo mentore direttore, quelle straussiane (al che viene da pensare che gli opposti si incontrino, e cioè lo sfacciatamente veritativo Rio delle Amazzoni e lo scetticismo protettivo dei fiumi carsici che scorrono sotto il teatro di vanità e persecuzione che è il mondo), al suo interrogativo polanskiano la nostra modesta esperienza dice questo. Visto che lo ha citato lei, noterei innanzitutto che don Giussani, di cui mi picco di aver avuto una certa consuetudine di filiazione e dialogo, non ci ha mai e poi mai parlato di sesso. Solo in un paio di occasioni ascoltai da lui qualcosa in proposito, e solo per richiesta a cui il Giuss parve concedersi annoiato. Una volta quando accennò con fare compassionevole all’attivismo e alle solitudini del manager, che si capisce, vado a memoria, “stancano, così che il sesso poi non è nient’altro che una valvola di sfogo”. Un’altra, in privato, alla presenza della nostra amica Carmen di Madrid, su mia espressa domanda che nasceva proprio dalla considerazione che lui non parlava mai di sesso, e anche in quell’occasione egli sbuffò e liquidò l’affare come “una tenda che viene giù di colpo”. Non solo, Giussani aveva una tale concetto superiore del “pensiero dominante” leopardiano e degli “scambiati oggetti”, che tra le tante citazioni ricorrenti gli piaceva ricordare con Cesare Pavese che “il sesso è un incidente: ciò che ne riceviamo è momentaneo e casuale; noi miriamo a qualcosa di più riposto e misterioso di cui il sesso è solo un segno».
Ciò detto, come era implicita nella sua paternità la considerazione della grande attrattiva che attrezza tutta la persona umana, compreso la biologia e la caratura ormonale, verso la Felicità! Ora, di tutto ciò non si trova traccia nella moderna e postmoderna medicalità, fitness e sciatteria con cui si parla a scuola, in famiglia, nei rotocalchi, nel cinema (non a caso ormai rassegnato a compulsarne solo la perversione) e negli ospedali; nessuna traccia nelle comunicazioni con cui si lubrifica, si strizzano i cervelli e si possono mettere i peni perfino dentro i buchi delle serrature (direbbe Hadjadj), la vagina perfino in un Campari (dice l’advertising), senza arrivare neppur lontanamente a sfiorare la materia, il significato, la jussance del sesso vissuto non casualmente (non cavalcare sellini causali, girl) e perciò come “segno”. Di Strauss, del quale ammetto di saper poco o niente, mi par di sorprendere l’asciuttezza del richiamo alla struttura consapevole e classica greca, da te, se ho capito bene, mi pare accennata, direttore. E cioè il sesso come sereno e consapevole esercizio della parte nel tutto, al di là di quella sciocchezza idolatrica, orgiastica e dionisiaca, che sembra essere stata colta e accentuata solo da noi moderni - e su tutti Nietsche - mentre anche per i pagani quella ricerca di una particolare esperienza orgasmica (“unione e pazzia divina”) sembra facesse parte di una delle tante forme di ritualità e iniziazione alla pratica della prostituzione.
Tant’è che i pratici romani sapevano che “non a tutti è consentito andare a Corinto”. Nel senso che la prostituzione sacra che in Corinto si praticava esigeva un portafogli gonfio, non altri busillis di liberazione sessuale o di emancipazione culturale. Dunque, in un certo senso, si potrebbe osservare che, in materia di sesso, nonostante la fantasia, la vera propria ossessione e l’infinita casistica della sua perversione in cui, a partire da quel boy scout di De Sade, noi moderni o noi postmoderni ci siamo cimentati, modernità e postmodernità sono serie B rispetto alla grande esperienza e conversazione (e in certi casi vera e propria fusione) intavolata tra greci, romani, cristiani ed ebrei religioso (mentre mi pare che ebrei assimilati ed ebrei agnostici si sono genialmente divisi tra Freud e i mille rivoli della secolarizzazione).
Per dirla tutta, perfino quel Paolo, che una tradizione bigotta e clericale, ritiene un “moralista”, un “misantropo” e un “maschilista”, molto realisticamente richiamava le chiese primitive, dove continuavano a praticarsi certi “peccati” (anche “sodomiti” e anche “c’è qualcuno tra voi che giace con la donna di suo padre”), semplicemente al “segno”, cioè al fatto che “tutto è nostro, ma noi siamo di Cristo”. Insomma, quando MacKenzie Phillips – è successo due settimane fa - dichiara all’Oprah Winfrey’s Show che, “come servizio pubblico”, voleva che tutti sapessero che aveva fatto sesso consenziente con suo padre, John Phillips, uno dei fondatori del gruppo rock the Mamas and the Papas, morto nel 2001 (mi informa Lorenzo Albacete che «la Phillips sta promuovendo il suo nuovo libro aperto “High on Arrival.” Senz’altro scritto come servizio pubblico»), non dice più niente di nuovo. Se non che l’asticella continua a spostarsi e che il femminismo è roba da vecchine del pleistocene. Ora, come si sa dai tempi in cui al catechismo insegnavano che una lieve e devota palpatina sì, ma il petting no, quando tutto il sesso si risolve in asticelle e in trasgressione all’asticella precedente, siamo al muro del moralismo. Da cui modernità e postmodernità non riescono a cavare né un ragno dal buco, né un sesso come Dio comanda.