DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Un cristiano può dire “Allah” per dire Dio? Battaglia in Malesia

Roma. I cristiani possono chiamare il loro
Dio col nome di Allah: così ha deciso il
31 dicembre l’Alta Corte della Malesia, accogliendo
il ricorso del Catholic Herald.
Un settimanale in inglese, cinese, tamil e
malese, questo, la cui sezione malese era
stata messa al bando dal governo il 10 dicembre
del 2007, per aver violato questo
copyright teologico. L’allora premier Abdullah
Badawi da ministro dell’Interno,
nel 2002, aveva invece bloccato un sequestro,
per ragioni analoghe, di copie della
Bibbia cristiana in malese e dayak. “Colpa
di burocrati troppo zelanti”, aveva spiegato.
Ma poi l’agitazione islamista è montata,
il governo si è lasciato condizionare, e ora
lo stesso Najib Tun Razak, successore di
Badawi alla testa del governo, annuncia ricorso
contro la decisione dell’Alta Corte.
La sentenza è stata invece elogiata dal capo
dell’opposizione Anwar Ibrahim, ex vicepremier
che, dopo aver rotto con l’allora
uomo forte Mahathir, finì in carcere con
l’accusa di “sodomia”: è tornato l’anno
scorso in Parlamento, nelle elezioni che
hanno visto una spettacolare avanzata della
sua coalizione, ma ora è di nuovo sotto
processo. A decidere il caso del Catholic
Herald è stata Lau Bee Lan, giudice cristiana,
a suo tempo nominata da Badawi.
In arabo, in effetti, Allah è nome generico
di Dio, per tutte le fedi. Al massimo i
cristiani specificano a volte Allah al Ab,
“Dio il Padre”; accanto ad Allah al ibn,
“Dio il Figlio”, e ad Allah al ruh al quds,
“Dio lo Spirito Santo”. I malesi, che con
una proporzione del 98 per cento sono il
popolo più cattolico della Terra, parlano
una lingua che deriva dall’arabo e pregano
però anche loro Allah. La cosa diventa
diversa in altri paesi islamici di lingua
non araba. Ma anche in indonesiano, lingua
strettamente imparentata al malese, è
normale che i cristiani chiamino Dio Allah
col vocabolo arabo: lì, semmai, è la
prassi imposta nel 1945 dal Padre della pa
tria Ahmed Sukarno a “consigliare” il termine
Maha Esa, “Essere Supremo”, a tutte
e cinque le religioni riconosciute: islamismo,
cattolicesimo, protestantesimo,
buddismo e induismo. “In malese i cristiani
possono dire Tuhan, ‘Signore’, o Isa,
‘Gesù’”, argomentano in Malesia i sostenitori
del copyright teologico. Il direttore del
Catholic Herald, padre Larence Andrew,
ha avuto però buon gioco nel mostrare un
dizionario malese-latino del 1631 e un libro
di preghiere cattolico stampato a
Hong Kong nel 1631, entrambi con traduzioni
inequivocabili: Dio = Allah.
I musulmani accusano però i cristiani di
voler “creare confusione” tra i “bumiputra”.
E’ questo il nucleo del problema. In
Malesia, paese multietnico, un 54 per cento
di malesi convive con un 25 per cento di
cinesi, un 7,5 per cento di indiani e un 11,8
per cento di altri malesi che si considerano
a parte, in quanto estranei all’islamizzazione
(in malese sono detti “orang asli”,
aborigeni). Sebbene la Costituzione li distingua
dai malesi doc, le leggi poi li mettono
tutti assieme nella categoria dei bumiputra
“figli della terra”, un’etnia più
uguale delle altre, che non soltanto ha diritto
di precedenza nei posti pubblici. Gli
stessi cinesi, che hanno in mano l’economia,
sono obbligati sempre ad assumere
un certo numero di bumiputra, e addirittura
di farne soci nelle loro società. Dopo
aver nel 1965 espulso Singapore dalla Federazione
per mettere i cinesi in minoranza,
i malesi hanno cercato di assimilare
gli “aborigeni”, proprio per mantenere
quel primato numerico che giustifica i loro
privilegi. Ma per gli aborigeni è stato
proprio il cristianesimo la bandiera contro
l’assimilazione: 9,1 per cento della popolazione
malese, i cristiani sono il 7,7 per
cento degli indiani, il 9,6 dei cinesi, ma oltre
la metà degli “aborigeni”. Per essere
riconosciuti malesi puri, la Costituzione
prescrive la fede islamica.

Il Foglio 5 gennaio 2010



Corte Suprema autorizza i cristiani a usare la parola Allah. Il governo fa ricorso

Ministro per gli affari religiosi: proteggere il nome di Allah da “insulti e abusi”. Il sito internet del settimanale cattolico Herald attaccato dagli hacker. Il direttore: garantiti i diritti costituzionali di libertà religiosa e di parola.

Kuala Lumpur (AsiaNews) – Il governo malaysiano ricorrerà contro la decisione della Corte Suprema, che ha autorizzato il settimanale cattolico Herald a usare la parola “Allah”. L’esecutivo invece, pur invitando i fedeli alla calma, ribadisce al contempo che “Allah” vale solo per i musulmani. Per p. Lawrence Andrew, direttore del settimanale cattolico, con la sentenza è stato rispettato il “diritto garantito dalla Costituzione di libertà religiosa e di libertà di pensiero”.
Il 31 dicembre scorso i giudici – dopo una lunga battaglia legale dei cattolici locali, sostenuta da AsiaNews – hanno stabilito che il termine “Allah” può essere usato nella lingua malay, come riferimento a Dio, anche dai non-musulmani.
Una decisione avversata dall’esecutivo che attraverso Jamil Khir Johari, Ministro per gli affari religiosi, afferma che “è importante proteggere l’uso della parola” e impedire “insulti e abusi”. Egli promette “tutte le misure giuridiche necessarie, nel rispetto della Costituzione federale” perché venga ripristinata la norma introdotta dal governo.
Proprio alla Costituzione fa riferimento p. Lawrence Andrew, direttore di Herald, che sottolinea il “diritto” sancito dalla Carta fondamentale dello Stato alla “libertà religiosa” e alla “libertà di pensiero e opinione”. Nella sentenza i giudici hanno spiegato che i cattolici “hanno il diritto costituzionale” di usare la parola “Allah”, bollando come “illegale, nullo e non avvenuto” il precedente bando governativo.
La notte scorsa il sito internet della testata cattolica – www.heraldmalaysia.com – è stato attaccato due volte dagli hacker. I tecnici hanno neutralizzato le incursioni e il sito ha ripreso la regolare attività. Il direttore non commenta l’incidente, per non “aggiungere tensione” in merito a una questione “assai delicata”.
In un editoriale che uscirà nel prossimo numero del settimanale – e ricevuto in esclusiva da AsiaNews – padre Andrew spiega che “i fedeli cristiani usavano la parola Allah già dai tempi del sultanato di Malacca”. Il sacerdote aggiunge che “uno dei primi dizionari stampati in lingua malay è il dizionario malay-latino, del 1631, e contiene la parola Allah”.
Egli ribadisce che “il settimanale cattolico è in linea con le libertà garantite dalla Costituzione” in tema di libertà di espressione, di parola e di religione. P. Andrew ringrazia infine quanti “ci hanno sostenuto in molte occasioni”, attraverso “la preghiera e il digiuno”.
Herald è pubblicato in quattro lingue e ha una tiratura di circa 14mila copie settimanali. La Malaysia è un Paese multi-culturale, ha una popolazione superiore ai 23 milioni di abitanti, con una presenza consistente di minoranze etniche, tra cui quella cinese e indiana. Il 60% circa è di religione musulmana: i cristiani sono circa il 10% della popolazione.