DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Bagnasco: La mia Genova. Di Luigi Amicone

«Genova ha ancora risorse senza confronti. Però non può vivere di rendita. Per crescere bisogna fare. Le infrastrutture, per esempio». Il cardinale arcivescovo del capoluogo ligure Angelo Bagnasco chiede concordia e laboriosità

Bacchettoni e laicisti sono rimasti spiazzati dall’immagine di un presidente della Cei che, pur non avendo (ovviamente) simpatie zapateriane e, anzi, combattendo senza tregua la mala educación logica e morale, è stato fotografato in una comunità di accoglienza per ex prostitute e transessuali, in amabile conversazione con dei “pubblici peccatori”. In realtà, a capo alla Conferenza episcopale italiana c’è un uomo a cui il destino delle persone non è così indifferente da meritare solo richiami omiletici e legulei. È forse una specie di ribellione quella che si riverbera in certe parole del primus inter pares dei vescovi italiani? Chissà. Sta di fatto che, come ha richiamato nella sua ultima prolusione al Consiglio permanente della Cei, è «insopportabile concentrarsi unicamente sulla denigrazione reciproca, arrivando talora a denigrare il paese intero pur di far dispetto alla controparte». Insopportabile «il sistematico disfattismo». «Il tuo nome nacque da ciò che fissavi». Nel verso di una poesia wojtyliana, il suo nome era Veronica. La Veronica che deterse con un panno di lino il volto di Gesù che saliva il Calvario. E così, ciò che il capo della Chiesa italiana sembra voler fissare nella discendenza apostolica che lo lega al Nazareno è l’amore per il popolo di questa Italia. Un paese che «ha bisogno di uscire dalle proprie pigrizie mentali, dai pregiudizi ammantati di superiorità, per essere meglio consapevole delle risorse e delle qualità di cui dispone, per dare una giusta considerazione ai successi conseguiti ad esempio sul fronte della lotta alla criminalità, o dell’eccellenza tecnologica, o della ricerca medico-scientifica, o della bio-alimentazione, o dell’industria creativa». In sintesi, «occorre essere fieri del proprio buon nome, della propria fatica, dell’impegno speso senza vanità e che, quando c’è, non può essere annullato da nessuno». È per questo che, buona o cattiva sia la sorte della città marinara dalla bandiera crociata, il principe della Cei va fiero anche della “sua” Genova. Che come sta scritto sullo stemma cardinalizio, «per grazia di Dio e designazione della Sede Apostolica» ha come «Arcivescovo Metropolita, Sua Eminenza Reverendissima Angelo Bagnasco».
Eminenza, «Genova per noi» cantava Paolo Conte. E per lei?
Per molti versi Genova è una città invidiabile. Per la sua gente, i suoi sacerdoti, la sua dimensione portuale, industriosa, mercantile. Genova è sostanzialmente abituata ed essere accogliente, aperta, perché è una città di mare. Una città con un grande senso di dignità anche quando la sua gente vive difficoltà serie dal punto di vista economico-familiare. C’è sempre una nota di grande distinzione, di pudore. Poi, dal punto di vista sociale, Genova vanta una lunga e intensa storia imprenditoriale. La sua è una cultura veramente ricca e che per certi aspetti ancora oggi non ha confronti. È chiaro però che non si può vivere di rendita. Occorre continuamente non solo custodire un patrimonio, ma anche alimentarlo ed espanderlo. Penso alle diverse industrie, anche di alta tecnologia, che hanno arricchito Genova negli ultimi decenni.
La collocazione di città schiacciata tra i monti e il mare, da una parte è la bellezza di Genova, dall’altra è il suo limite. Insomma, la geografia (e adesso un po’ anche la pandemia giudiziaria che ne sta irrigidendo l’anima portuale) sembra una condanna. Come superare il rischio di un isolamento di Genova e del prolungarsi strutturale di una crisi che morde su tutto il fronte delle attività produttive?
Sì, quello che un tempo era una risorsa difensiva oggi diventa un ostacolo che si cerca di superare anche grazie alle grandi opere. Terzo valico, Bruco (il tunnel che via Voltri sfocerà in basso Piemonte, ndr), Gronda (il nuovo asse autostradale che servirà a snellire il traffico sulle quattro autostrade che originano a Genova, ndr), uno snodo ferroviario più veloce… Sono tutte opere necessarie per superare quell’impasse legato alla difficile congiuntura economica. Opere che appaiono indispensabili allo sviluppo del lavoro, dell’industria e dei commerci. Serviranno a collegare in termini rapidi Genova con il resto dell’Italia e l’Europa.
Eminenza, lei sa che la sindrome del “non nel mio giardino” è molto diffusa anche qui. Tutti si lamentano per la mancanza di servizi e infrastrutture adeguati. Ma poi è più facile dividersi e protestare se i servizi e le infrastrutture vengono progettati dalle parti di casa tua piuttosto che di un tuo prossimo lontano…
È vero. C’è necessità di essere più collegati all’interno della città. È necessario che le diverse voci e le diverse opinioni divengano una sola voce, una concordia, una capacità di superare punti di vista, interessi particolaristici, in ordine a un fare squadra che è per il bene della città intera. Questa difficoltà a fare più rete armoniosa per il bene della città è una sfida grande e decisiva per lo sviluppo e il bene di Genova.
Don Gianni Baget Bozzo, il caro amico prete che a Genova mise radici e che ricordiamo con affetto per il genio e la passione che portò anche in questo nostro giornale, una volta ci disse scherzando che «i genovesi sono napoletani tristi». Gli replicammo, altrettanto scherzosi: «E allora i sacerdoti genovesi cosa sono? Allegri sanfedisti?». Perdoni il motteggio, Eminenza, parliamo della “sua” Chiesa.
Dal punto di vista ecclesiale, essendo genovesi, i nostri sacerdoti hanno l’indole del genovese. L’uno naturalmente non è la caricatura di cui lei riferisce, l’altro non è certamente un “sanfedista”. I nostri sacerdoti sono persone di poche parole, di fedeltà, operosità, radicamento al territorio e quindi alle proprie parrocchie, ai propri uffici. E questo è molto apprezzato dalla popolazione. I nostri sacerdoti presiedono le comunità cristiane e presidiano da sempre il territorio. Ricordo certe parrocchiette di quaranta-cinquanta abitanti, dove però il parroco c’era ed era lui che faceva la scuola, con le prime televisioni, oppure si dava da fare per far arrivare la luce nelle strade e il metano nelle case. Questi sono esempi di trent’anni fa. Oggi queste esigenze sono superate. Però, nonostante lo spopolamento dell’entroterra, fin quando è possibile e fin dove è possibile, rimane la presenza dei nostri sacerdoti. Magari raggruppando più parrocchiette. Noi qui in Liguria abbiamo la parrocchia più piccola d’Italia, Alpe di Vobbia, due abitanti che ho visitato con grande gioia. E comunque i nostri sacerdoti e le comunità cristiane sono sempre più punti di riferimento per tutti. Genova ha il centro storico più grande d’Europa e il centro storico, come è noto, è un concentrato di problemi vecchi e nuovi. Proprio lì, le nostre parrocchie continuano a crescere e diventano sempre più punti di riferimento per italiani, non italiani, uomini e donne di qualunque religione. Tutti sanno che a bussare alla porta delle parrocchie c’è da aspettarsi sempre un bene. E poi, qui a Genova, registriamo una vitalità anche dal punto di vista della vita consacrata. Ci sono molti istituti religiosi sia maschili che femminili e anche questi fanno buona rete. Naturalmente con le difficoltà anch’esse legate alle vocazioni e laddove ci sono scuole religiose paritarie con tutte le difficoltà che attraversano le scuole paritarie in questo momento. Però queste scuole resistono con molto spirito di sacrificio e dedizione. Inoltre, sono in visita pastorale da due anni e mezzo. Su ventisei vicariati ne ho visitati quindici, su 278 parrocchie ne ho visitate quasi 200. Riscontro la gioia di poter vedere il vescovo e sentire le sue indicazioni. Anche i movimenti hanno una loro presenza e vivacità qui in Liguria.
Però le vocazioni scarseggiano…
Le vocazioni non sono sufficienti rispetto al bisogno. Nella nostra diocesi ora ci sono sedici giovani che si preparano al sacerdozio. Il numero non è adeguato, ma è qualche cosa e ne siamo ben contenti. Si sta facendo una pastorale vocazionale cercando di renderla più incisiva.
Sotto il profilo anagrafico degli abitanti Genova è una delle città più vecchie d’Europa. Che problema pone alla Chiesa questo record?
Sì, Genova è una città sostanzialmente di anziani, come lo è tutta la Liguria. Questo pone la comunità cristiana nella condizione e nella responsabilità di avere una grande attenzione nei riguardi dei nostri anziani. Così come a riguardo dei nostri giovani, anche se sono pochi, nei quali riscontro grandi e buone attese. Per questo chiedo a tutti gli adulti che si adoperino per proporre punti di riferimento alti, ideali per avere speranza, per credere nel futuro, per alimentare l’anima e questa attesa religiosa, questa nostalgia di qualcosa di più grande che vada oltre il perimetro terreno e temporale.
È solo a causa della crisi o c’è anche una difficoltà, un disamore, da parte dei giovani, a restare in una regione che sembra offrire poche opportunità lavorative?
Non è vero che i giovani liguri non amano la loro terra. Mi sembra abbastanza naturale, specie in una regione dove le principali città sono città di mare e di trasporti marittimi, che i giovani abbiano una particolare propensione per i viaggi e le esperienze nuove, all’estero o in altre regioni italiane. Ma è anche vero, lo constato spesso nei miei incontri con loro, che il richiamo alle radici resta sempre forte. E poi, a proposito di crisi, vorrei che della nostra città e della Liguria si conoscessero anche le nicchie di grande riscossa produttiva e di eccellenza – a cui non sono certamente estranei i giovani – nel campo della imprenditoria, della ricerca e dell’innovazione. Un impegno e una laboriosità di tanti, che proseguono, a Genova come in tutta la Liguria, senza fare rumore, con dedizione e umiltà.



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