DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Nigeria. L'ennesima strage

di Anna Bono
Tratto dal sito Ragionpolitica.it il 10 marzo 2010

Jos, Stato di Plateau, Nigeria centro-settentrionale. Nella notte tra il 6 e il 7 marzo un gruppo di pastori di etnia Fulani sono scesi dalle colline armati di panga (un lungo coltello simile a una roncola), sono piombati su tre villaggi immersi nel sonno, hanno costretto gli abitanti - uomini, donne, bambini: tutti di etnia Berom - a uscire dalle loro abitazioni e ne hanno fatto strage.

In poche ore hanno sterminato 500 persone: più di quante ne abbia uccise il terremoto del Cile. Poi, mentre i sopravvissuti si rifugiavano nei dintorni, hanno distrutto e saccheggiato case e beni lasciando sul terreno alcune centinaia di feriti. L'episodio di violenza è l'ultimo di una serie infinita, il secondo dall'inizio dell'anno. A metà gennaio la città di Jos era stata teatro di scontri tra immigrati di etnia Hausa e popolazione autoctona, durante i quali perirono circa 500 civili, furono saccheggiati, distrutti e incendiati diversi esercizi commerciali e abitazioni e migliaia di persone si diedero alla fuga. Allora il fattore scatenante sembrò quello dei contrasti sorti in merito alla ricostruzione di alcune abitazioni di proprietà di famiglie Hausa distrutte nel novembre del 2008 durante analoghi disordini costati la vita a 400 persone. Forse all'origine dell'incursione Fulani dei giorni scorsi vi è invece l'improvvisa destituzione di un funzionario addetto alla sicurezza nazionale ordinata dalla presidenza della Repubblica.

Ma, al di là della causa occasionale, una conflittualità endemica divide le etnie locali, di tradizione agricola e di religione cristiana, e quelle immigrate - principalmente Hausa e Fulani - dagli Stati del nord, di fede islamica e tradizionalmente dedite alla pastorizia transumante. A Jos, la capitale del Plateau, la posta in gioco è il controllo politico ed economico della città. Nelle campagne circostanti motivo di conflitto è l'incessante contesa per le sorgenti, i pascoli, le terre coltivabili. Hanno ragione, quindi, l'arcivescovo di Jos, monsignor Ignatius Ayau Kaigama, e quello della capitale federale Abuja, monsignor John Olorunfemi Onaiyekan, quando affermano che non si tratta di scontri di religione, non in senso proprio: infatti a muovere i contendenti non è in questo caso la fede diversa e l'obiettivo di imporla al resto della popolazione o di indurre con l'intimidazione e la forza gli infedeli in quanto tali ad andarsene. Per intenderci, furono scontri di religione, pur contando l'influenza esasperante di antagonismi economici, etnici e politici, i disordini scoppiati nel 2002, in seguito ad un'accusa di blasfemia rivolta a un giornalista che aveva scritto parole giudicate irriverenti a proposito di Maometto in occasione del concorso di Miss Mondo che avrebbe dovuto concludersi in Nigeria, e nel 2006, dopo la pubblicazione in Danimarca delle vignette satiriche sul Profeta che provocarono manifestazioni di protesta in tutto il pianeta. «Quello a cui si assiste - ha spiegato l'arcivescovo di Abuja nel corso di un'intervista rilasciata all'indomani della strage - è il più classico dei conflitti tra pastori e agricoltori, ma siccome i pastori Fulani sono musulmani e gli agricoltori Berom sono cristiani, la stampa internazionale tende a dire che sono cristiani e musulmani a uccidersi».

La guerra inter e intra etnica - di rapina, per integrare con la razzia risorse cronicamente scarse, e di conquista, per assicurarsi fonti naturali di sostentamento indispensabili - è in effetti un elemento strutturale delle economie di sussistenza africane. A partire dalle indipendenze, etnie, clan e lignaggi lottano inoltre per il controllo dell'apparato statale, dai vertici alla più piccola amministrazione locale. Tuttavia, in Nigeria, all'identità etnica si sovrappone quella religiosa, accentuando ostilità e antagonismi. Il diffondersi di un islam intollerante e fondamentalista, predicato con successo da militanti non di rado legati al terrorismo internazionale, peggiora poi una situazione già resa difficile da fattori secolari di divisione e, a partire dall'indipendenza, dall'avvicendarsi al potere di leader privi di scrupoli, che hanno meritato al paese il tutt'altro che invidiabile primato africano del malgoverno e della corruzione.

Va aggiunto che in Nigeria, come nel resto del continente africano, quando le tensioni etniche e religiose degenerano in atti di violenza, gruppi di giovani sbandati, privi di lavoro e di prospettive, colgono l'occasione per darsi impunemente a regolamenti di conti, atti di vandalismo e saccheggi, approfittando della confusione e aggravando il bilancio dei danni e delle vittime.

Per finire, lo scenario attuale è ulteriormente complicato dalla crisi politica apertasi con la malattia del presidente Umaru Yar'adua. La sua lunga assenza dal paese - si è sottoposto per tre mesi a cure mediche in Arabia Saudita - ha indotto il 9 febbraio il parlamento federale a nominare il suo vice, Jonathan Goodluck, presidente ad interim. Questo ha evitato il rischio di destabilizzazione delle istituzioni politiche, ma, con il ritorno in patria di Yar'adua, il 24 febbraio, è sorto un nuovo problema: Goodluck infatti non intende rinunciare alla carica appena assunta. Il fatto che Yar'adua sia islamico e Goodluck cristiano contribuisce senza dubbio a peggiorare i rapporti tra etnie cristiane e musulmane.