DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Cristiani e musulmani in Nigeria. di padre Piero Gheddo

Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 17 aprile 2010

Dopo i massacri di cristiani nel gennaio e febbraio scorsi, la Nigeria è scomparsa dalle prime pagine dei giornali, ma continua a vivere una situazione difficile che ogni tanto esplode in lotte e scontri violenti con decine di morti fra popolazioni del Nord e quelle del Sud, di etnie e soprattutto di religioni diverse, musulmani al Nord e cristiani (o animisti) al Sud.

La Nigeria è comunemente definita “il gigante dell’Africa”, con circa 150 milioni di abitanti, con un tasso di crescita del 2, 2% (tre milioni l’anno), seguita da Egitto (73 milioni), Sud Africa (48) e Congo (42). Un paese esteso tre volte l’Italia con tante risorse naturali (l’ottavo produttore di petrolio al mondo), ma purtroppo anche uno di quelli a maggior rischio di violenze inter-etniche, con una delle Chiese locali più vive e in maggior crescita.

La storia dell’indipendenza nigeriana dall’Inghilterra (1960) è fra le più tormentate, con nove colpi di Stato in 50 anni, una sanguinosissima guerra civile (Biafra, 1967-1970, un milione e mezzo di morti) e un sistema democratico che funziona poco, anche se la Nigeria, con le sue università, ha una élite intellettuale e politica di primo piano. Lo Stato non riesce ad imporre la sua autorità poiché, con un popolo diviso a metà fra musulmani e cristiani, lo Stato conta poco. È più importante l’appartenenza alla propria etnia e religione.

Sono stato in Nigeria nel 1985 e 25 anni fa cristiani e musulmani convivevano con difficoltà (nelle regioni islamiche i cristiani erano cittadini di serie B), ma senza gravi violenze di massa. La situazione è andata peggiorando negli ultimi tempi, da quando si è esteso anche nella Federazione nigeriana l’influsso dell’estremismo islamico espresso dall’ideologia di “Al Qaida” ed è particolarmente grave nei 12 stati del Nord (su 36 federati) che hanno adottato la “Sharia” (legge islamica) come legge di Stato.

La situazione è complessa e anche i cristiani hanno le loro colpe, specialmente l’avventata e indebita propaganda religiosa di sette cristiano-pagane (più di cento), che predicano Cristo ma nelle regioni e fra le popolazioni islamiche battezzano facilmente (la Chiesa cattolica richiede due anni di catecumenato) e usano gli aiuti economici come strumento di penetrazione cristiana, come d’altronde fanno i musulmani in Africa.

In queste difficili situazioni, i cattolici sono circa 21 milioni (più numerosi i protestanti delle varie Chiese e sette), con un buon numero di conversioni dall’animismo e numerose vocazioni sacerdotali e religiose. In Nigeria c’è il maggior seminario cattolico nel mondo, quello teologico di Enugu con più di 600 alunni! Il presidente della Conferenza episcopale, mons. Felix Adeosin Job, ha dichiarato all’Osservatore Romano: “Siamo una Chiesa povera, ma grazie a Dio stiamo vivendo un periodo luminoso di crescita. Molte persone sono giunte a conoscere e amare Cristo e ad accettarlo come loro Dio. I nostri cristiani lo sono di fatto. Quelli che alla domenica non vengono in chiesa sono una minoranza”. I giovani cristiani della Nigeria aprono il cuore alla speranza. La Chiesa attraversa una crisi nel nostro paese e in Europa, ma fiorisce specialmente nel mondo non cristiano. Lo Spirito Santo non dorme mai, non va mai in pensione e neppure in vacanza.

Segnalo agli amici lettori che lunedì prossimo parlerò della Nigeria in una catechesi su Radio Maria (ore 21-22, 30) e qualche tempo dopo si potrà trovare il testo della conversazione nel mio Sito (vedi qui sotto).

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*Padre Piero Gheddo ( www.gheddopiero.it ), già direttore di Mondo e Missione e di Italia Missionaria, è stato tra i fondatori della Emi (1955), di Mani Tese (1973) e Asia News (1986). Da Missionario ha viaggiato nelle missioni di ogni continente scrivendo oltre 80 libri. Ha diretto a Roma l'Ufficio storico del Pime e postulatore di cause di canonizzazione. Oggi risiede a Milano.

Nigeria. L'ennesima strage

di Anna Bono
Tratto dal sito Ragionpolitica.it il 10 marzo 2010

Jos, Stato di Plateau, Nigeria centro-settentrionale. Nella notte tra il 6 e il 7 marzo un gruppo di pastori di etnia Fulani sono scesi dalle colline armati di panga (un lungo coltello simile a una roncola), sono piombati su tre villaggi immersi nel sonno, hanno costretto gli abitanti - uomini, donne, bambini: tutti di etnia Berom - a uscire dalle loro abitazioni e ne hanno fatto strage.

In poche ore hanno sterminato 500 persone: più di quante ne abbia uccise il terremoto del Cile. Poi, mentre i sopravvissuti si rifugiavano nei dintorni, hanno distrutto e saccheggiato case e beni lasciando sul terreno alcune centinaia di feriti. L'episodio di violenza è l'ultimo di una serie infinita, il secondo dall'inizio dell'anno. A metà gennaio la città di Jos era stata teatro di scontri tra immigrati di etnia Hausa e popolazione autoctona, durante i quali perirono circa 500 civili, furono saccheggiati, distrutti e incendiati diversi esercizi commerciali e abitazioni e migliaia di persone si diedero alla fuga. Allora il fattore scatenante sembrò quello dei contrasti sorti in merito alla ricostruzione di alcune abitazioni di proprietà di famiglie Hausa distrutte nel novembre del 2008 durante analoghi disordini costati la vita a 400 persone. Forse all'origine dell'incursione Fulani dei giorni scorsi vi è invece l'improvvisa destituzione di un funzionario addetto alla sicurezza nazionale ordinata dalla presidenza della Repubblica.

Ma, al di là della causa occasionale, una conflittualità endemica divide le etnie locali, di tradizione agricola e di religione cristiana, e quelle immigrate - principalmente Hausa e Fulani - dagli Stati del nord, di fede islamica e tradizionalmente dedite alla pastorizia transumante. A Jos, la capitale del Plateau, la posta in gioco è il controllo politico ed economico della città. Nelle campagne circostanti motivo di conflitto è l'incessante contesa per le sorgenti, i pascoli, le terre coltivabili. Hanno ragione, quindi, l'arcivescovo di Jos, monsignor Ignatius Ayau Kaigama, e quello della capitale federale Abuja, monsignor John Olorunfemi Onaiyekan, quando affermano che non si tratta di scontri di religione, non in senso proprio: infatti a muovere i contendenti non è in questo caso la fede diversa e l'obiettivo di imporla al resto della popolazione o di indurre con l'intimidazione e la forza gli infedeli in quanto tali ad andarsene. Per intenderci, furono scontri di religione, pur contando l'influenza esasperante di antagonismi economici, etnici e politici, i disordini scoppiati nel 2002, in seguito ad un'accusa di blasfemia rivolta a un giornalista che aveva scritto parole giudicate irriverenti a proposito di Maometto in occasione del concorso di Miss Mondo che avrebbe dovuto concludersi in Nigeria, e nel 2006, dopo la pubblicazione in Danimarca delle vignette satiriche sul Profeta che provocarono manifestazioni di protesta in tutto il pianeta. «Quello a cui si assiste - ha spiegato l'arcivescovo di Abuja nel corso di un'intervista rilasciata all'indomani della strage - è il più classico dei conflitti tra pastori e agricoltori, ma siccome i pastori Fulani sono musulmani e gli agricoltori Berom sono cristiani, la stampa internazionale tende a dire che sono cristiani e musulmani a uccidersi».

La guerra inter e intra etnica - di rapina, per integrare con la razzia risorse cronicamente scarse, e di conquista, per assicurarsi fonti naturali di sostentamento indispensabili - è in effetti un elemento strutturale delle economie di sussistenza africane. A partire dalle indipendenze, etnie, clan e lignaggi lottano inoltre per il controllo dell'apparato statale, dai vertici alla più piccola amministrazione locale. Tuttavia, in Nigeria, all'identità etnica si sovrappone quella religiosa, accentuando ostilità e antagonismi. Il diffondersi di un islam intollerante e fondamentalista, predicato con successo da militanti non di rado legati al terrorismo internazionale, peggiora poi una situazione già resa difficile da fattori secolari di divisione e, a partire dall'indipendenza, dall'avvicendarsi al potere di leader privi di scrupoli, che hanno meritato al paese il tutt'altro che invidiabile primato africano del malgoverno e della corruzione.

Va aggiunto che in Nigeria, come nel resto del continente africano, quando le tensioni etniche e religiose degenerano in atti di violenza, gruppi di giovani sbandati, privi di lavoro e di prospettive, colgono l'occasione per darsi impunemente a regolamenti di conti, atti di vandalismo e saccheggi, approfittando della confusione e aggravando il bilancio dei danni e delle vittime.

Per finire, lo scenario attuale è ulteriormente complicato dalla crisi politica apertasi con la malattia del presidente Umaru Yar'adua. La sua lunga assenza dal paese - si è sottoposto per tre mesi a cure mediche in Arabia Saudita - ha indotto il 9 febbraio il parlamento federale a nominare il suo vice, Jonathan Goodluck, presidente ad interim. Questo ha evitato il rischio di destabilizzazione delle istituzioni politiche, ma, con il ritorno in patria di Yar'adua, il 24 febbraio, è sorto un nuovo problema: Goodluck infatti non intende rinunciare alla carica appena assunta. Il fatto che Yar'adua sia islamico e Goodluck cristiano contribuisce senza dubbio a peggiorare i rapporti tra etnie cristiane e musulmane.

Nigeria, 500 cristiani massacrati col machete "E' un conflitto etnico"

Nuova ondata di violenze contro i cristiani in Nigeria: 500 morti, tra cui molte donne e bambini. Le tribù nomadi musulmane sono scese dalle montagne. Centinaia in fuga. L'intervento delle autorità: 95 in arresto

Lagos - Una vera e propria carneficina. E' di 500 morti, tra cui molte donne e bambini, il bilancio della nuova ondata di violenze contro i cristiani in Nigeria. "Abbiamo compiuto 95 arresti - ha detto il governatore dello stato centrale di Platea, Dan Manjang - ma allo stesso tempo più di 500 persone sono state uccise dai nomadi Fulani". Il riferimento è alle tribù nomadi musulmane, che, secondo le testimonianze, sono scesi durante la notte dalle montagne su tre villaggi alle porte della città di Jos.

Il massacro a colpi di machete Sparando hanno costretto gli abitanti a uscire dalle abitazioni e li hanno massacrati a colpi di machete. Teatro della peggiore carneficina è stato il villaggio di Dogo Nahava a sud di Jos. Il presidente ad interim, Goodluck Jonathan, ha dichiarato di aver "collocato tutte le forze di sicurezza a Plateau e nelle regioni vicine in stato di massima allerta in modo di evitare qualsiasi estensione del conflitto". La situazione nel Paese è sempre più tesa da quando il 9 febbraio scorso il vicepresidente Goodluck Jonathan è stato nominato presidente provvisorio in vista delle prossime elezioni presidenziali nel primo semestre 2011. Il rientro a sorpresa poi dell’ex presidente Umaru Yar’adua. Musulmano del sud, ha poi accentuato il clima di violenza, dal momento che Jonathan, cristiano, ha dichiarato di non voler lasciare la carica.

Il vescovo: "Non è un conflitto religioso" "Ci rattrista moltissimo che il Governo, che avrebbe il compito di garantire la sicurezza di tittii cittadini, sembra non avere la capacità di farlo". Ai microfoni della Radio Vaticana l’arcivescovo di Abuja, monsignor Jhon Olorunfemi Onaiyekan, punta il dito contro le autorità locali: "Non è che non abbia la volontà di farlo, ma è un Governo molto debole". Poi assicura: "Non è un conflitto religioso, ma etnico".


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