
DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi
CENTO ANNI DI MASSACRI DI CRISTIANI NEL MONDO. di Mario Adinolfi
La vulgata corrente, ogni volta che si prova a parlare dei 105mila cristiani che ogni anno sono uccisi nel mondo, riporta sempre frasi del tipo: "E allora voi con l'Inquisizione? E allora le streghe bruciate, le crociate, i colonizzatori del Cinquecento?". Di solito ci si ferma a mezzo millennio fa, perché stragi compiute da gente con la Croce in mano non se ne conoscono da 500 anni a questa parte, ma insomma se Giovanni Marcotullio invita ad andare a vedere Cristiada sul massacro deciso dai massoni messicani al potere contro i cattolici, le repliche sono di quel tenore. Sarà dunque utile, forse, rammentare i massacri subiti dai cristiani nell'ultimo secolo di Storia. Anche per far capire che l'eventuale avanzata dell'anticlericalismo e del laicismo massonico può portare a conseguenze davvero tragiche.
1915: genocidio degli Armeni ad opera degli Ottomani (turchi), 1.200.000 fedeli della Chiesa apostolica armena uccisi (altre statistiche parlano di 2.500.000 di morti);
1926-1929: massacro dei cattolici messicani ordinato dal presidente Calles, anticlericale e massone, 85.000 morti compresi sacerdoti, donne e bambini; la mattanza provocò la rivolta nota come Cristiada;
1936-1939: massacro dei cattolici spagnoli nel corso della guerra civile, 10.000 i morti la metà dei quali sacerdoti, uccise anche 283 religiose sempre da parte di comunisti e anarchici;
1917-1945: i regimi nazista in Germania e comunista in Unione Sovietica attivano una persecuzione in larga scala dei religiosi e dei fedeli cristiani, i numeri delle vittime sono oscillanti ma si calcolano milioni di morti considerando anche i regimi comunisti post-Seconda Guerra Mondiale in Europa e nel Sud-Est Asiatico;
1975-1999: in Indonesia nella regione di Timor Est le autorità affogano nel sangue la comunità cristiana, provocando duecentomila morti;
In Algeria, Egitto, Nigeria, Libia, Somalia e Sudan i cristiani sono esplicitamente discriminati e si susseguono chiusure di luoghi di culto oltre ad attentati continue e stragi. Nel Medio Oriente l'Isis massacra i cristiani con continue decapitazioni ed uccisioni di massa. In Afghanistan e Pakistan diventare cristiani significa essere automaticamente passibili di pena di morte, in Arabia Saudita è reato anche solo possedere una Bibbia, in Iran, Iraq e Siria i cristiani si espongo settimanalmente a terribili attentati e violenze di ogni genere, in India i cristiani a migliaia sono oggetto di violenze da parte dei fondamentalisti indù, in Corea del Nord è vietato essere cristiani, in Cina anche nel 2014 il governo continua a demolire chiese cattoliche e simboli religiosi cristiani, lo stesso si fa in Vietnam.
In Stati che comprendono molto più della metà della popolazione mondiale i cristiani sono ancora perseguitati. Da duemila anni la Chiesa non fa altro che innalzare martiri agli onori degli altari, gli ultimi cento anni di storia sono stati gli anni di un anticristianesimo violento e militante. Il frutto avvelenato è l'infamia di non raccontare mai questa storia, avendo cura di narrarne con insistenza un'altra, quella di una Chiesa violenta. Che, semplicemente, non esiste. E' il solito ribaltamento della verità, una narrazione bugiarda che tramuta il falso nel vero. Ma la verità è tremenda, forte come nel film Cristiada, purtroppo colorata di rosso, colorata di sangue cristiano. Oggi come ieri.
La Croce
Siria. Nel villaggio cristiano a due chilometri da Al Qaeda. «Se cancelli il Verbo qui, la cristianità non avrà futuro»
Izra, citato nella Bibbia, faceva parte dell’antica Cananea. I cristiani sono in fuga: «Anche i musulmani sono spaventati. L’Occidente smetta di armare i terroristi»


«Il Verbo è partito in questa terra. Se tu cancelli il Verbo qui, allora la cristianità di tutto il mondo non avrà futuro», continua padre Elias, pensando forse anche ai 700 mila cristiani rimasti oggi in Siria. Nel 2011 erano 1 milione e 750 mila.

Da Izra, come da tante altre città della Siria, sono molti i cristiani che cercano di scappare. Eva Astefan ha fatto richiesta di asilo alle Nazioni Unite: «Mia figlia di 14 anni è stata uccisa da un cecchino dei ribelli nel 2012. Questo è il nostro Paese e noi lo amiamo ma non abbiamo altra scelta [che andarcene]. I terroristi rapiscono e uccidono i nostri uomini, facendo penzolare sui loro cadaveri la santa croce».

Tempi.it
Cina, chiese demolite e croci distrutte
Avvenire
Non solo in medio Oriente. Anche in altri Paesi va avanti, magari in modo più soft e strisciante, la persecuzione dei cristiani.
In Cina, monsignor Vincenzo Zhu Weifang, vescovo di Wenzhou, ha denunciato il governo dello Zhejiang per le demolizioni forzate delle chiese e la distruzione delle croci dalle chiese protestanti e cattoliche della provincia.
Il vescovo, riferisce AsiaNews, ha diffuso una lettera pastorale con la data del 30 luglio dicendo ai suoi fedeli "di non temere ma di avere fede". E il 31 luglio, anche i suoi sacerdoti hanno chiesto alle autorità di fermare la campagna che va avanti ormai da mesi. Fedeli cristiani, sia protestanti che cattolici, sono stati feriti nel tentativo di fermare la polizia mentre distruggeva chiese e croci.
Monsignor Zhu, 87 anni, nella sua lettera confessa che la campagna di distruzione lo ha sorpreso e spiega che all'inizio non è intervenuto perchè pensava che questa campagna sarebbe finita presto.
Chiede perdono, dunque, ai fedeli per il ritardo del suo intervento. La politica delle demolizioni, sottolinea, è "sbagliata e ingiusta" perchè anche "edifici dentro la norma" sono stati distrutti. Il vescovo nota che la campagna "prende di mira le croci sui tetti delle chiese" come "un segno della fede cristiana".
Ciò accresce la tensione fra la Chiesa e il governo e causa violenze, distruggendo l'armonia religione-Stato e aumenta l'instabilità sociale. Secondo il vescovo la campagna si sta intensificando. Monsignor Zhu domanda ai fedeli di pregare per il destino della diocesi, offrendo un Rosario al giorno e una Via Crucis ogni venerdì. "Preghiamo - è la sua esortazione - perchè coloro che ci perseguitano possano cambiare".
Voci dall'esodo di Mosul
Dopo duemila anni, al Qaida caccia i cristiani dal medio oriente?
Il vescovo di Baghdad ci dice: “Noi siamo qui da prima dei terroristi, come fiori nel giardino dell’Iraq”
di Marco Pedersini
Tratto da Il Foglio del 4 novembre 2010
Secondo un comunicato diffuso su Internet da al Qaida in Iraq, “tutte le chiese e le organizzazioni cristiane e i loro capi sono un obiettivo legittimo dei mujaheddin”. A quattro giorni dall’attacco alla cattedrale siro-cattolica di Nostra Signora del perpetuo soccorso di Baghdad – costato la vita ad almeno 58 persone, tra cui tre sacerdoti – i terroristi che si riuniscono sotto la bandiera dello Stato islamico dell’Iraq battono di nuovo sullo stesso pretesto per aggredire i cristiani in medio oriente. A essere sotto accusa è la chiesa copta egiziana, che avrebbe rinchiuso in un convento le mogli di due sacerdoti copti – Camilia Chehata e Wafa Constantine – come punizione per la loro conversione all’islam.
La notizia della doppia apostasia è stata smentita da tutti, anche dai Fratelli musulmani, ma lo Stato islamico tira dritto: “E’ scaduto l’ultimatum che abbiamo lanciato per la liberazione delle due donne musulmane prigioniere. Non abbiamo avuto alcuna risposta e ora siete tutti coinvolti nella guerra all’islam, per cui state attenti alle anime dei vostri seguaci”.
Un portavoce di al Qaida ha detto che l’attacco di domenica a Baghdad è servito ad “accendere la miccia della campagna contro i cristiani”. L’annuncio, purtroppo, è nei canoni dell’ordinario per i fedeli della chiesa irachena, che vent’anni fa erano quasi un milione e mezzo e nel 2003, all’inizio della guerra, erano stimati dall’Onu attorno alle 700 mila persone – il tre per cento della popolazione. Durante il conflitto, quasi 400 mila cristiani sono scappati dal paese, spesso verso la Siria, dove rappresentano il 15 per cento dei rifugiati. Nell’editoriale di ieri, il Monde parlava della “più grande emorragia degli ultimi decenni in medio oriente”, il cui traguardo è segnato: “L’esilio dei cristiani orientali”. Sarebbe la fine dei duemila anni di storia di una comunità cristiana che rivendica con orgoglio la sua discendenza diretta dagli apostoli (attraverso san Tommaso), rifiutando lo status di “terra di missione”.
Secondo l’Onu, “molti cristiani sono il bersaglio di attacchi sistematici e non sono più sicuri qui”. Eden Naby e Jamsheed K. Choksy, dell’americano Foreign Policy, hanno scritto che “c’è la possibilità allarmante che, entro la fine del secolo, non ci sia più una presenza significativa di comunità cristiane in Iraq o in Iran. Le scuole cristiane, gli spazi delle loro comunità, i siti storici e le chiese sono in corso di espropriazione da parte del governo centrale e delle autorità provinciali, delle organizzazioni musulmane finanziate dal governo e dei gruppi islamici radicali. Chi si converte all’islam ottiene in cambio incentivi economici e personali”.
Quando sente queste analisi, monsignor Shlemon Warduni, vescovo cattolico di Baghdad e guida spirituale dei caldei, si infervora: “Invece di fare pubblicità a chi attacca la pace e la sicurezza inneggiando all’estinzione dei cristiani, dovrebbero aiutarci a riottenere i nostri diritti”, dice al Foglio monsignor Warduni, “dove sono la libertà e la democrazia per cui sono venuti a combattere?”. Monsignor Warduni è determinato a resistere – “questo è il nostro paese, qui siamo nati e qui vogliamo essere seppelliti”, dice con fermezza – ma sente di essere stato abbandonato da quelli che chiama genericamente “gli occupanti”: “Quelli che hanno occupato l’Iraq sono venuti e se ne sono andati senza avere alcuna cura della sicurezza del nostro paese, senza lasciarci una vera democrazia. Se vogliono aiutarci a ottenere quello per cui sono venuti devono fare di tutto per riportare la sicurezza nei luoghi cruciali, che poi sono la Palestina, l’Iraq e direi anche il Libano”.
La democrazia potrebbe fare un passo avanti il prossimo lunedì, quando il fragile Parlamento iracheno eleggerà il proprio presidente. Un voto che, a otto mesi dalle elezioni del 7 marzo scorso, potrebbe preparare la strada alla creazione di una coalizione di governo, ancora in bilico tra il vincitore ufficiale, Iyyad Allawi, e il premier uscente, Nouri al Maliki – con lo zampino rumoroso del leader radicale Moqtada al Sadr e del regime di Teheran. Le speranze avare della politica irachena, però, non fanno molta presa su monsignor Warduni, che osserva: “Io non sono preoccupato, l’Iraq è un paese molto proficuo e pieno di possibilità, se ci sarà garantita un po’ più di sicurezza sociale la chiesa tornerà a fiorire. Noi cercheremo di garantire un minimo di sorveglianza almeno attorno alle chiese principali. Per il resto, io tra mezz’ora celebro la messa, come tutti i giorni. Chiederò l’aiuto al Signore, che è molto meglio di quello degli uomini”.
Da vescovo ausiliare di Baghdad, monsignor Warduni è al centro dell’offensiva martellante di al Qaida. Ma, assicura, “non è semplice dire con chiarezza perché i terroristi ce l’abbiano con noi. Di sicuro i cristiani non hanno fatto male a nessuno: le loro case sono aperte a tutti, le chiese sono pronte ad aiutare chiunque ne abbia bisogno. I fanatici religiosi, che sono aumentati durante la guerra, ci prendono di mira per diversi motivi. A volte ci collegano agli occidentali, come se non fossimo sempre stati qui. Ma, a dire la verità, a volte i terroristi di al Qaida ci attaccano semplicemente perché non vogliono vedere nessuno vivere in pace. Loro pensano che la nostra umiltà e il nostro amore siano una debolezza. E forse lo pensano anche certi governi occidentali, che non sono sempre stati molto svelti nel condannare gli attentati contro la comunità cristiana”.
Gli oltre settecento fedeli che hanno affollato i funerali delle vittime dell’attacco di domenica hanno confortato monsignor Warduni, che è determinato a fare “come Gesù nel giardino degli ulivi: poteva fuggire ma non l’ha fatto. Noi non scappiamo, non per fanatismo ma per principio. Dobbiamo essere pronti anche alla Croce”. Chiedere ai cristiani di non lasciare l’Iraq, esortandoli a vivere con lo spettro quotidiano della morte violenta e del martirio, non è facile, osserva monsignor Warduni: “Certo, un uomo che fugge non è proprio quello che io chiamerei un coraggioso. Noi diciamo alla gente di non andarsene, di restare, ma la cosa è molto difficile. Quando noi diciamo ‘stiamo fermi qui e seguiamo Cristo’, spesso i fedeli ci rispondono ‘ma Cristo si può seguire anche altrove’. Ma noi rispondiamo: ‘Ci ha voluto qui, e quindi noi restiamo qui’”. Monsignor Warduni sa di rappresentare quello che resta dell’esigua minoranza non islamica dell’Iraq, ma non teme per il futuro della sua chiesa: “I terroristi qualche volta se lo dimenticano, ma noi siamo qui da prima di loro, come fiori nel giardino dell’Iraq”.
Cristiani in Medio Oriente aumentano fedeli trucidati. I cristiani in Oriente e la fine del panda
Dopo la strage di Bagdad, solo in Irak sono stati ben 864. E in Turchia e in Egitto il clima peggiora. Parla il vescovo: "Torna la paura, siamo in prima linea"
di Andrea Tornielli
Tratto da Il Giornale del 2 novembre 2010
«Il Corano ordina di imporre la religione con la spada e dà al musulmano il diritto di uccidere i cristiani con la guerra santa». Lo aveva scritto nel suo intervento al Sinodo il vescovo libanese Raboula Antoine Beylouni, chiedendo agli islamici una riforma che contestualizzi certi passaggi coranici e ne impedisca l’uso violento. Ancora una volta, purtroppo, quelle parole si sono trasformate in triste realtà, con l’eccidio nella chiesa siro-cattolica di Bagdad. Certo, si dirà, i fatti che accadono in Irak e che vedono spesso vittime di una guerra intestina gli stessi musulmani sono provocati dall’instabilità e dall’ingovernabilità del Paese, divenuto sentina di ogni terrorismo ed estremismo. Ma colpisce che stiamo aumentando, e proprio nei luoghi che hanno visto il cristianesimo nascere e convivere per secoli con altre religioni, i casi di fedeli cristiani assassinati soltanto perché la domenica hanno partecipato alla messa. Berthold Pelster, ricercatore dell’associazione «Aiuto alla Chiesa che soffre», ha dichiarato di recente ad Avvenire che tra il 75 e l’85 per cento degli atti contro una religione nel mondo avvengono contro i credenti di Cristo. L’Irak «liberato» dopo la guerra del 2003 detiene un triste primato nell’area, dato che negli ultimi sette anni i cristiani ammazzati sono stati 864, e c’è il progetto – a cui si oppongono i cristiani dei vari riti – di creare una sorta di riserva protetta al Nord del Paese, sradicando una presenza millenaria da molte regioni e città.
Ma anche nel «laico» Egitto il fondamentalismo è in crescita. Fino a qualche tempo fa si diceva che l’unico problema nel Paese era l’eventuale volontà di cambiare religione, cioè di abbandonare l’islam per farsi cristiani, dato che il proselitismo è vietato. Poco meno di un anno fa, a Natale, sette cristiani copti erano stati uccisi a Nag Hammadi, villaggio egiziano nel governatorato di Qena, vicino al sito archeologico di Luxor. Stavano uscendo dalla chiesa di Anba Basaya, dopo la messa di mezzanotte.
Così come sono tristemente noti a tutti i problemi che esistono in Turchia, Paese dove i cristiani sono nel mirino: don Andrea Santoro è stato ammazzato dentro la sua chiesa nel 2006, mentre è del maggio scorso il brutale assassinio del vescovo Luigi Padovese, che ha avuto la testa quasi recisa dal suo autista al grido di «Allah è grande». Il coraggioso vicario apostolico di Smirne, l’arcivescovo Ruggero Franceschini, due settimane fa al Sinodo sul Medio Oriente aveva parlato di «omicidio premeditato», denunciando l’«oscura trama di complicità tra ultranazionalisti e fanatici religiosi».
E che dire dell’India e del Pakistan, delle violenze quotidiane, degli attacchi a chiese, scuole cattoliche e protestanti, dei massacri? È del gennaio scorso la notizia della morte di una dodicenne cristiana, Shazia Bashir, uccisa dalle violenze del suo datore di lavoro, un potente avvocato musulmano di Lahore, in Pakistan. Un’altra dodicenne cristiana, Lubna Masih, è stata stuprata e uccisa da un gruppo di giovani musulmani due settimane fa a Rawalpindi, nella stessa città in cui, poco tempo prima, Arshed Masih, autista trentottenne, è stato massacrato perché rifiutava di convertirsi come voleva il suo padrone, mentre la moglie che ha osato denunciare il fatto è stata stuprata dai poliziotti.
Gli atti di violenza cieca non si fermano davanti a niente, è venuto ormai meno il rispetto per i luoghi sacri delle altre religioni. In un comunicato diffuso ieri, il vescovo di San Marino e Montefeltro, Luigi Negri, a proposito delle vittime di Bagdad, ha dichiarato: «Io mi sento di ascrivere alla moltitudine dei santi questi nostri fratelli, fra i quali due sacerdoti, che sono stati massacrati per un atto di terrorismo. Si vede chiaro ogni giorno che passa, che il terrorismo internazionale ha un obiettivo esplicito: la conquista islamica del mondo e, all’interno di questo obiettivo che certamente sarà a più lunga scadenza, un obiettivo più immediato cioè la distruzione del cristianesimo in Terra Santa, nel Medio Oriente e poi, più o meno, in tutti i Paesi anche di antica tradizione cristiana».
Stiamo assistendo all’agonia degli eredi della fede bizantina? «Spariranno senza rumori né drammi, per lenta emorragia»
di Massimo Franco
Tratto da Avvenire del 2 novembre 2010
La «desertificazione» delle Chiese in terra di islam è in atto da un millennio, ma ora il processo d'espulsione o di emarginazione è diventato inesorabile
La desertificazione del cristia nesimo d’Oriente è andata a vanti per quasi mille anni. E adesso se ne vedono gli effetti. Fra il VII e il X secolo è stata la Chiesa caldea di Baghdad a creare la cul tura araba, non musulmana, ricor da Samir Khalil Samir. «I cristiani erano lì prima dell’islam, e hanno plasmato le società arabe. I chirur ghi e i medici del califfo erano cri stiani, figli della Chiesa d’Oriente, la più dinamica, al punto che allora si spinse fino in Mongolia». Ed era anche la maggioranza schiacciante della popolazione. «Poi, intorno al 1000, da maggioranza i cristiani so no diventati minoranza: intorno al 1400, la percentuale era caduta al 10%. Sono riusciti a proteggersi chiudendosi nelle loro enclave. Ma nell’ultimo secolo la mescolanza con gli islamici è aumentata nelle scuole, nelle università. Però – so stiene padre Samir – la gente non sa che il sistema musulmano è concepito per inghiottire lenta mente l’altro, il diverso, l’alieno: il cristiano, appunto». Più che perse cuzioni, apparse in modo vistoso soltanto negli ultimi anni per la ri nascita del fondamentalismo isla mico e dopo la guerra in Afghani stan e in Iraq, si è verificato un pro cesso inesorabile di emarginazio ne, assimilazione o, in alternativa, espulsione. Se n’è accorto nella pri ma metà degli anni Novanta del se colo scorso un diplomatico france se di stanza all’ambasciata a Geru salemme. Sotto lo pseudonimo di Jean-Pierre Valognes, ha pubblica to un tomo più che ponderoso di 972 pagine, scritto in caratteri mi nuscoli, sulla Vita e la morte dei cristiani d’Oriente. Titolo eufemi stico: la tesi del diplomatico, illu strata con una mole impressionan te di cifre, episodi, intrecci storico religiosi, è che in realtà si stia assi stendo all’agonia degli eredi della Chiesa di Bisanzio. Quando il libro uscì, fu accolto con grande interes se ma anche da un ostracismo di fatto delle gerarchie cattoliche. Era troppo «religiosamente scorretto».
«Arrivava a conclusioni negative, e quindi rifiutate dagli stessi respon- sabili cristiani d’Oriente» ricorda padre Samir. Trasmetteva infatti quella sensazione di un soffoca mento progressivo che oggi è opi nione più o meno comune; ma in quegli anni contraddiceva tutti gli sforzi di dialogo fra Vaticano e au torità islamiche sciite e sunnite. E dava per scontata la fine del cristia nesimo d’Oriente proprio mentre gli episcopati locali e la Santa Sede facevano di tutto per ravvivarlo, tentando di imprimere una svolta alla situazione partendo dallo stal lo fra israeliani e palestinesi. Ma ri leggendo a 16 anni di distanza l’a nalisi contenuta in quel volume, si trovano previsioni che sembrano sul punto di avverarsi. In fondo i cristiani d’Oriente sono sopravvis suti alle vicissitudini di duemila anni, scrive l’autore. Ma questa im pressione «non deve indurci in er rore: dopo tante comunità mille narie delle quali il XX secolo è stata la tomba, stanno per morire» an che loro. La loro storia è stata dis seminata di compromessi più che di battaglie, di negoziazioni più che di scontri. La descrizione di Va lognes fotografa il risultato presso ché finale di questa parabola. Nei vecchi quartieri delle città arabe, di solito ferventi di attività, aveva vi sto «chiese museo» che trasmette vano soltanto l’idea del silenzio e della morte. Nell’Anatolia centrale, migliaia di monasteri erano ridotti a fabbriche agricole o depositi di pietre. «Quando il popolo cristiano sarà sparito in Oriente – scrive Va lognes – questi santuari divente ranno le decorazioni di una “Di sneyland spirituale” che prefigura già la Gerusalemme cristiana». A veva osservato lo sradicamento fi nale, ma senza sangue, senza tra gedie. «Scompariranno senza ru more, per un’emorragia discreta e inesorabile». Era il prodotto di una demografia sfavorevole. E soprat tutto di una condizione di mino ranza costretta a confrontarsi con una maggioranza arabo-islamica dominante; e a smettere di essere cristiana per adattarsi a quel mo dello.
Non si vedeva più la mesco lanza, l’ibridazione di culture, reli gioni, costumi ed etnie dei decenni e secoli passati. Si intravedeva l’u niformità, figlia dell’«incapacità della società musulmana di accettare quelli che non le somigliano».
Già allora si avevano i segni vistosi di un’emigrazione continua della borghesia cristiana da Egitto, Iraq, Libano, Siria. Quelli che potevano se ne andavano, rendendo più fra gile e precaria la situazione di chi restava. Già, ma quanti erano? E quanti sono oggi? Da tempo le sta tistiche risultano sfuggenti come le persone che ne sono l’oggetto. L’u nica cosa certa è che si tratta di mi noranze sempre più risicate e ac cerchiate. Ma con alcuni paradossi. Ci sono Stati i slamici che ten dono a ingigan tire la residua lità della pre senza cristiana.
Al contrario, gli stessi copti, cal dei, assiri, per paura di subire discriminazio ni, quando non rappresaglie, spesso nascondono la propria fe de. Quanto alle Chiese del Medio Oriente, sono inclini a gonfiare la consistenza delle loro comunità, magari includendo nelle percen tuali anche i fedeli che da anni in grossano la diaspora in alcuni Pae si europei e negli Stati Uniti o addi rittura in Australia. Non si tratta di discrepanze trascurabili. Le varia zioni delle stime spesso raggiungo no «il 50 o addirittura il 100, il 200 o perfino il 300% come in Egitto.
Quanti sono oggi i cristiani medio rientali: fra i 5 e i 6 milioni o più di 15?». Libano a parte, «tutti i Paesi dell’area sottostimano il numero dei loro cittadini cristiani, perché pensano che falsando le percen tuali sul numero reale possano se non risolvere almeno ridurre il problema a quello di una minoran za marginale». Abbracciare una statistica o l’altra significa «far va riare il rapporto cristiani-musul mani in Libano da 55-45% a 30 70%». Significa definire quella na zione «cristiana» oppure «musul mana», con tutte le conseguenze che questo comporta in termini di legislazione, modello di società, al leanze o comunque influenze in ternazionali. Le stime riflettono questa approssimazione. Ma sono in ogni caso coerenti nel segnalare un calo di presenza simile, in alcu ne realtà, a un vero e proprio crol lo. Le cifre possono essere noiose, però aiutano a capire. E quelle for nite da monsignor Robert Stern, presidente della Pontificia Missio ne per la Palestina e segretario del la Catholic Near East Welfare Asso ciation, e riferite al 2007, confer mano il dramma. In Israele, su 7. 337. 000 abi tanti, i cristiani rappresentano il 2% della po polazione: circa 147. 000, perlo più arabi. E a Betlemme sono passati in vent’anni dal 90 al 20%, falcidia ti dalla guerra e dalla politica del gruppo musulmano di Hamas.
In Giordania sono il 4%. In Libano, un tempo a maggioranza cattolica, sono scesi al 30%. E secondo le proiezioni della Cnewa, nello spa zio di 15 o 20 anni i cristiani in tut ta la regione potrebbero ridursi a 6 milioni: un numero considerato la soglia dell’estinzione. Allargando l’orizzonte si ha un 10%, circa 8 mi lioni di cristiani copti, in Egitto. In Siria il 10% su quasi 20 milioni. «E in Turchia – ricorda padre Samir – in meno di cento anni si è passati da un cristianesimo diffuso fra il 20 % della popolazione, a meno dell’1%: ormai è morto. Nella resi denza dei gesuiti ad Ankara sono rimasti 4 religiosi controllati dalla polizia.» E poi c’è l’Iraq, che ha a vuto il triste merito di attirare l’at tenzione su una «sindrome dei panda» già presente altrove, ma ac celerata e drammatizzata dal con flitto iniziato nella primavera 2003.
Rifugiati cristiani in Siria si prostituiscono per sopravvivere
Damasco (AsiaNews) - La prostituzione come mezzo di sopravvivenza per i rifugiati cristiani caldei in Siria. Padre Farid Botros, parroco della comunità caldea della capitale siriana, esprime la sua preoccupazione per un fenomeno che sta assumendo proporzioni prima sconosciute. “Abbiamo circa quattromila famiglie di cristiani caldei fuggiti dall’Iraq, spesso alcuni solo con i vestiti che avevano indosso, e minacciati di morte. La legge siriana non permette loro di lavorare; molti svolgono qualche attività di nascosto; e altri, in numero crescente, sono ridotti a prostituirsi”.
Padre Farid calcola in circa ventimila i cristiani che dall’Iraq sono attualmente a Damasco, sostenuti in vario modo dalla Chiesa; anche se sottolinea che si cerca di aiutare tutti i profughi, indipendentemente dalla loro fede. Assistenza medica, alloggio (non esistono campi di accoglienza, i rifugiati vivono in case private) e un aiuto materiale oltre all’assistenza spirituale sono i problemi prioritari.
Nei giorni scorsi anche il vescovo cattolico Caldeo di Aleppo, Siria, Antoine Audio, sj, a Londra ha toccato il problema dei rifugiati cristiani ridotti a prostituirsi per disperazione. "Questo è un grosso problema, e non sappiamo come affrontarlo," ha detto. "Ho chiesto alle piccole sorelle di Gesù di aiutarci. Il motivo è la povertà, e in Siria non ci sono né leggi né regolamenti per difenderli. E’ un problema nuovo questo, di avere la prostituzione in questa quantità in una comunità cristiana".
Il vescovo e padre Farid parlano però anche dei mille catechisti cristiani iracheni che si stanno preparando a Damasco e dei piani per aprire una nuova Scuola Superiore che servirebbe sia gli iracheni che i siriani. La Siria inizialmente ha accolto con favore 1,2 milioni di profughi, 60mila dei quali cristiani. Ora i confini sono molto meno penetrabili, per il timore di infiltrazioni terroristiche. Padre Farid accenna anche al fenomeno della crescente presenza di donne velate nelle strade e nei luoghi di lavoro. “E’ un fenomeno in sicura crescita, - dice – anche se in Siria non avvertiamo per ora nessuna pressione sociale intorno alle comunità cristiane”.
Siberia '45, un gesuita nel gulag
Per 15 anni nei lager sovietici come «spia». Per padre Walter Ciszek ora è in corso la causa di beatificazione • Era missionario in Polonia, la sua chiesa fu invasa dall'Armata Rossa. Da carcerato lavorava in miniera, celebrava messa su un tronco nel bosco
di Lorenzo Fazzini
Tratto da Avvenire del 24 agosto 2010
Quindici anni in un gulag so vietico, in totale 23 anni «detenuto» dal potere co munista di Mosca con l’ac cusa (falsa) di essere «una spia del Vaticano». Quasi rievocando un fatto di cronaca recente – lo scam bio, avvenuto a luglio scorso – tra 10 spie russi negli Usa e alcuni a genti yankee di stanza in Russia – fu anche lui oggetto di permuta con due membri del controspio naggio dell’Urss. Ma in questa sua dolorosa vicenda, padre Walter J. Ciszek, gesuita di Shenandoah, in Pennsylvania, classe 1904, non ha mai perso la fede nel suo Signore: «Ho imparato a ri volgermi a Dio per domandargli la sua consolazione e a non porre la mia fiducia in altri se non in Lui» racconta nella rievocazione degli anni di prigionia in Russia, un libro appena edito in Francia, Avec Dieu au goulag (Editions des Béatitudes, pp. 316, euro 19, 70), che si legge quasi come un nuovo Arcipelagosolgetsiniano, tanto è intrecciata la descrizione della disumanità del si stema penitenziario sovietico alla riflessione spirituale, precipua mente cattolica, del detenuto Ci szek. Del quale, va ricordato, nel 1990, è iniziata la causa di beatifi cazione, nel 2006 approdata in Va ticano.
Ma come arrivò il sacerdote gesuita nei gulag? A far sorgere la sua pas sione per la Russia fu l’appello nel 1929 di Pio XI per nuovi missionari per la Russia. Ciszek rispose nel ’37: fu il primo prete americano ad essere ordinato secondo il rito bi zantino. E visto che la missione verso il Paese più ateo (allora) del mondo era preclusa, Ciszek si «ac contentò» del villaggio di Albertyn, in Polonia. Dove il 17 ottobre 1939 la sua vita subì una virata imprevi sta. A seguito dell’accordo Riben tropp- Molotov, tedeschi e sovietici si spartirono la Polonia e il giovane gesuita si trovò l’Armata rossa in casa, letteralmente: nella sua par rocchia prese alloggio un gruppo di soldati sovietici. «Poco dopo l’inva sione cominciarono gli arresti. Le proprietà (ecclesiali, ndr) venivano confiscate. Gli interrogatori si suc cedevano senza fine. La Chiesa era divenuta il bersaglio degli attacchi dei comunisti. La nostra parroc chia orientale venne chiusa, quella latina potè proseguire per qualche tempo la sua attività» rievocail ge suita.
Di qui la decisione di seguire, per assistere spiritual mente gli operai po lacchi che tentarono la fortuna in Russia, precisamente a Te playa Gora, città negli Urali, dove lavorava no per una società di legnami. Ogni attività di fede era pressoché clandestina, ricorda l’ex prigioniero: «C’e rano delle spie e dei membri del Partito che segnalavano ogni atto religioso. Bisognava evitare di par lare di Dio». Unica consolazione, racconta Ciszek, celebrare la messa nella foresta, con un tronco come altare, senza abiti liturgici, i piedi nel fango.
Ma il 3 giugno 1940 il gesuita viene arrestato e condotto prima nella prigione di Perm, poi nel famigera to carcere moscovita della Lou bianka, fosco simbolo del terrore staliniano. Il viaggio-incubo in tre no da Teplaya Gora a Mosca Czisek lo ricorda bene: «Sembrava che tut- ti quei lunghi anni di propaganda sovietica aveva portato frutto. La maggior parte dei miei compagni di prigione considerava i preti co me parassiti della società. Mi insul tavano, mi evitavano, non si fidava no di me. Questo rappresentava per me un’umiliazione costante».
Due anni di interrogatori e sevizie psicologiche (poi altre tre primave re dietro le sbarre) alla Loubianka da parte degli agenti della NKDV, la terribile polizia segreta sovietica, portarono il 26 giugno 1942 il pove ro prete americano (esausto da tanta pressione) a «confessare» i suoi «crimini»: una firma sotto un foglio che lo portò a 15 anni di condanna come «spia». Durante i 5 anni di carcere a Mosca Czisek ha la fortuna di «ripassare» la lette ratura della Santa Russia, leggen do, in originale, Tolstoj, Dostoev sky, Turgenev, Gogol. Molto più dure furono le sue condizioni di vi ta nel gulag di Krasnoyarsk, a 800 chilometri nord di Mosca, dove il religioso Usa scontò la sua pena: lavorava anche 15 ore al giorno in un miniera di carbone.
Ma una consolazione almeno allie va quell’incubo: per la prima volta dopo 5 anni il «nostro» può incon trare un prete cattolico. Ed eserci tare il suo servizio di fede, nasco stamente: celebra la messa con vi no introdotto clandestinamente nel gulag e con il pane consacrato nascosto nelle baracche; ascolta di notte le confessioni dei prigionieri, da conforto ai morenti. Il gesuita racconta poi l’«ecumenismo della persecuzione», rievocando i pasto ri battisti e i pope ortodossi impri gionati nei gulag.
Il 22 aprile 1955 Czisek viene ri messo in libertà dal gu lag e può, dopo 15 anni, comunicare alla sua fa miglia che è vivo, visto che dal 1947 i suoi con fratelli celebravano del le messe in suo suffra gio, ritenendolo morto.
Ma la strada verso la piena libertà è ancora lunga: solo il 12 ottobre 1963, improvvisamente, il Kgb lo preleva nella città di No rilsk, dove era confinato, e lo por ta a Mosca dove un aereo lo ricon duce negli Stati Uniti. Padre Ci szek ha lavorato al John XXII Cen ter della Fordham University. È deceduto l’8 dicembre 1984. Non prima di aver guardato alla sua e sperienza nel gulag con queste parole: «Niente poteva separarmi da Dio perché egli è presente in tutte le cose. Nessun pericolo mi poteva minacciare, nessuna paura poteva più spaventarmi salvo quella di distogliere il mio sguar do da lui e non vederlo più».
«Torturati, messi in fuga, ora esuli» l’odissea Ryadh, fabbro a Baghdad, è stato seviziato con la moglie, e ha visto distrutti la casa e la bottega
R yadh si risvegliò dal coma dopo tre giorni. La testa cucita, le lenzuola sporche di sangue, gli arti fasciati. Solo allora il fabbro cattolico di Baghdad realizzò che le minacce di una settimana prima erano anche per lui: «Via i cristiani. Per sempre». Due giorni dopo era in fuga verso la Siria. Mille chilometri di deserto, a tutto gas insieme alla moglie Shoua e alle due bimbe di sette e due anni. Correvano come inseguiti dai fantasmi di mille mattanze. «Il venerdì esplodevano le moschee, la domenica le chiese», ricorda la donna. Ryadh era finito in ospedale dopo due ore di torture sotto gli occhi di Shoua, a sua volta in balia di sette uomini in tuta nera e viso coperto. «Non piangevo per quello che mi facevano, né per le sigarette che mi spegnevano addosso. Ero disperata per quello che stavano facendo a lui e per le nostre bambine». Uno dei miliziani gliele aveva strappate dalle braccia. Mentre le trascinava fuori casa, fece con le mani quel gesto che già per undici volte aveva portato il lutto tra i parenti più stretti: «Si passò un dito sulla gola, da parte a parte».
A Ryadh risvegliarsi dalle percosse e vedere accanto ai medici le due piccole in braccio a Shoua dev’essere sembrato un miracolo. Era il 2008, lui aveva 31 anni, lei 26. Nel bagagliaio pochi vestiti e neanche una foto: né della casa prima della razzia, o della chiesa nel giorno del battesimo della primogenita, né di lui che picchia sull’incudine e neanche di Shoua, mai col velo, nel suo salone da parrucchiera. La bottega di fabbro verrà polverizzata da due granate sparate dai mujaheddin, il negozio per signora assaltato e distrutto mentre le clienti scappavano urlando come pazze. Restava però un piccolo tesoro accumulato negli anni: 40mila dollari. Mai avrebbero pensato di doverli usare fino all’ultimo biglietto per pagare l’odissea attraverso la Siria, il Libano e infine su un peschereccio con altri immigrati. Sbarcarono il 27 agosto 2008 in mezzo ai bagnanti di Roccella Jonica. «Non sapevamo di poter chiedere asilo politico, così dopo alcuni giorni siamo ripartiti diretti in Svezia, dove vivono alcuni nostri parenti, attraverso la Francia e la Germania». Le autorità di Stoccolma non ne hanno voluto sapere. Respinti. Non restava che la Calabria.
«All’inizio eravamo dispiaciuti di dover tornare qui. L’Italia era stata una delusione. Quando eravamo sulla barca – ricorda Ryadh – dicevo a mia moglie che eravamo fortunati ad essere ancora vivi, salvi e finalmente a poche ore dal più importante Paese cattolico del mondo, quello di Roma e del Papa». Una terra promessa. Shoua già si vedeva a pettinare le belle signore italiane viste sui canali satellitari. Più di ogni altra cosa immaginavano la domenica. «Prepararsi per uscire di casa, e con le bimbe andare a Messa senza paura ». Da nove mesi sono ospiti della piccola e cordiale Caulonia, in quella Calabria che sembra così lontana da Rosarno. Il sindaco Ilario Ammendolia, che ha fatto di questo borgo sul mare un approdo sicuro per oltre un centinaio di rifugiati, ha concesso una borsa lavoro. «Pochi soldi, 650 euro, per una breve occupazione in un ristorante locale. Di più non riusciamo a fare, anche se questa famiglia meriterebbe ben altra sistemazione». Shoua e Ryadh non chiedono nulla. È già tanto potersi raccontare. «Certo che se qualcuno si facesse avanti con qualche offerta di lavoro – spera Ammendolia – noi per primi saremmo felici».
Ogni giorno la giovane coppia trova un momento per pregare: «Chiediamo a Dio di portare la pace nel cuore degli uomini di ogni religione, perché non succeda ad altri ciò che è accaduto a noi». Ryadh non sorride quasi mai. Non è questo il domani che un padre può volere per i propri figli. Quel giovedì sera di due anni fa forse gli sarebbe bastato arrendersi e presentarsi scalzo in moschea il mattino dopo, per la preghiera del venerdì. «Questo mai. Sono cristiano, cattolico – scandisce spalleggiato da Shoua –. Lo erano i nostri genitori, lo sono i nostri figli. Siamo stati cacciati a causa della nostra fede, ma non siamo i soli. In Iraq soffrono anche i musulmani».
Chissà se riusciranno un giorno a rivedere Baghdad. «Senza protezione – temono –, i cristiani sopravvissuti non potranno svolgere una vita normale». A cominciare dal recarsi senza paura da un fabbro o da una parrucchiera.
Mosul, strage sul bus degli studenti cristiani
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