DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Emancipate ma sole. Le occidentali viste dalle indiane (e viceversa)

Roma. Sole, affannate, sopraffatte dall’emancipazione.
Per nulla invidiate, semmai
compatite. Sono così le donne occidentali
agli occhi di molte orientali, a voler
dar retta ad alcune tra le più importanti
scrittrici indiane che, tra oggi e domani,
partecipano al Salone del libro di Torino,
dove l’India è ospite d’onore. Intervistata
da Cristina Taglietti sul Corriere della Sera
di martedì scorso, la quarantenne Kiran
Desai, figlia della grande scrittrice indiana
Anita Desai e vincitrice del Booker
Prize con “Eredi della sconfitta”
(Adelphi), ha parlato addirittura di “grande
pena” per donne dalle “vite familiari
distrutte”, che “viaggiano in posti lontani
per cercare l’amore, adottare figli, trovare
badanti che si occupino dei loro vecchi”.
Donne sole, sempre sole. Che da sole si
trovano un lavoro, un marito, una casa, da
sole pagano le tasse, cucinano, puliscono,
da sole vanno al cinema, in vacanza, dal
medico, al ristorante, da sole “uccidono i
topi di New York”. Per questo, Kiran Desai
nel suo prossimo romanzo parlerà della
paura che il sogno della modernità si
trasformi in incubo, soprattutto per le giovani
donne indiane: “A volte questa libertà
tanto inseguita sembra essere esattamente
il contrario e il desiderio di avvicinarsi
a uno stile di vita occidentale sembra
di fatto soltanto un avvicinarsi alla solitudine
occidentale”.
E’, questo di Desai, solo un punto di vista
da cosmopolita privilegiata, studi a
Cambridge e sempre in movimento tra
New York, dove vive con il fidanzato
Orhan Pamuk, Nobel per la Letteratura,
Londra e Nuova Delhi? Eppure, anche la
sua conterranea Anita Nair, scrittrice di
successo nata a Bangalore, dove tuttora vive,
legge la stessa condanna alla solitudine
nella vita delle occidentali. La attribuisce
alla difficoltà di “trovare un equilibrio
tra essere una persona indipendente ed
essere una donna”, mentre “dalle ‘sorelle’
indiane voi potreste imparare che per
quanto ci si possa scrollare di dosso le norme
e i limiti di un’impostazione patriarcale,
bisogna comunque accettare il fatto che
donne e uomini sono diversi”.
Nel suo ultimo libro (“L’arte di dimenticare”,
Guanda) Anita Nair racconta l’India
contemporanea attraverso le vicende di
Mira, una donna che si trova a ripensare e
riorganizzare la propria vita dopo la fine
del matrimonio. Tema globalizzato (e strapazzato)
quant’altri mai, che nel bel libro
di Nair è il pretesto per dipingere il paese
delle mescolanze e delle contraddizioni,
dove le donne occupano molte posizioni
fondamentali nella vita politica ed economica,
ma dove la tecnica è messa al servizio
degli aborti selettivi delle bambine,
eterne indesiderabili. E dove moltissime
donne vivono tuttora in condizioni di atroce
soggezione. Lo testimonia la vicenda di
un’altra ospite al Salone del libro, Sampat
Pal. Nel libro “Con il sari rosa” (Piemme),
racconta la sua vita di intoccabile nell’Uttar
Pradesh, di come la famiglia l’abbia
data in sposa, bambina analfabeta dodicenne,
a un uomo molto più anziano. E di
come, dopo essere stata ripudiata, ha creato
un movimento per la difesa dei diritti
fondamentali delle donne e dei bambini,
la “Banda rosa”.
Se però deve dare un consiglio alle “sorelle
d’occidente”, Anita Nair non se la
prende con la tradizione: “Una delle cose
che più aiutano la donna indiana a combattere
nella vita – dice al Foglio – è la rete
di sostegno offerta dalla famiglia. Tendiamo
a non risparmiare sforzi per mantenere
vivi i legami familiari, anche se a volte
può sembrare che non siano un bene
per noi o che lascino spazio a intromissioni.
Quando siamo colpiti dalle difficoltà o
dalla solitudine, sono quelle stesse persone
che ci danno conforto. Forse sarebbe
una buona idea, per le occidentali, trarne
la lezione che bisogna lavorare per rinnovare
e tener vivi i legami”.
La storica Lucetta Scaraffia considera
la tesi con interesse: “Le donne occidentali
hanno conosciuto le costrizioni della famiglia
e le hanno combattute. Da lì, l’idea
che nella libertà individuale ci sia il luogo
della felicità. Le indiane, che arrivano più
tardi, hanno l’opportunità di vedere anche
certi effetti indesiderati. Mi ha colpito, per
esempio, in molti recenti film indiani, anche
diretti da donne, una sorta di riabilitazione
nostalgica del matrimonio combinato”.
“Ma le cose da noi sono andate un
po’ diversamente – dice la femminista Letizia
Paolozzi, animatrice del sito donnealtri.
it – perché qui abbiamo vissuto il patriarcato
ma anche la sua fine. Trovo un
tantino sprezzante, questa immagine di
donne occidentali sole e desolate, che rinunciano
a tutto per non voler rinunciare
a niente, e un po’ tagliata con l’accetta
quella che ci vedrebbe noncuranti rispetto
ai legami in nome della libertà. E’ vero,
invece, che le donne vogliono tutto: vogliono
i figli, vogliono i legami, e vogliono anche
lavorare. Nella famiglia la donna ha
semmai più ruolo di prima”.

Nicoletta Tiliacos

© Copyright Il Foglio 14 maggio 2010