DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Velenosa ma impietosamente lucida analisi della situazione della donna

“Le donne sono le prime vittime della modernizzazione. Sono perennemente insoddisfatte. Non ce n'è una fra le mie amiche, quelle comprese fra i 25 e i 55 anni che non sia attratta da esoterismi e altre stronzate orientali. Segno che manca loro qualcosa, il maschio. Mentre infatti la donna si mascolinizzava, l'uomo si femminilizzava”…


C'è sottomessa e sottomessa. Di Costanza Miriano



di Costanza Miriano  Il Foglio 18 dicembre 2013
Pensa che c’ero caduta anche io. Col fatto che da un mesetto rispondo a giornalisti stranieri che mi chiedono “perché sottomessa?” (in molteplici varianti tra cui “cos’è la sottomissione?” e, la più stupida, “chi lava i piatti a casa sua?”), e lo faccio in varie lingue (itagnolo, inglano) con abnegazione e grande padronanza di me, cercando di evitare alterazioni isteriche del tono di voce, mi ero ingenuamente convinta che fosse la parola sottomessa a disturbare nel titolo del mio libro.
A far scomodare addirittura la ministra della sanità e delle pari opportunità, Ana Mato, che ha chiesto il ritiro in Spagna del mio libro “Cásate y se sumisa” dal commercio. A far parlare l’intero parlamento spagnolo (sono contenta di sapere che tutti i problemi più urgenti del paese siano stati finalmente risolti, tanto da poter mettere all’ordine del giorno il libro di una sconosciuta moglie e mamma italiana che scrive lettere alle sue amiche per convincerle a sposarsi: pare che il prossimo tema di discussione sarà la sfumatura delle casacche di Topolino nei fumetti degli anni ’50). A farmi finire in vari programmi della BBC (strano, in Italia nessuno si è accorto che un governo stava chiedendo la censura di un’italiana, ma in Inghilterra si sono scandalizzati), tra cui le News Night, in cui mi sono buttata a spregio del pericolo col mio inglese da lesson number two (the book is on the table), tanto per la soddisfazione di citare John Paul the second sul programma di punta della terra anglicana.BBC3
Pensavo anche, in un ingenuo attacco di comprensione, che la parola sottomissione potesse avere evocato, in qualche donna più grande e più insicura di me, lo spettro di antichi ricordi di tempi in cui si doveva lottare per affermare la pari dignità tra uomo e donna, dignità che oggi nessuna ragazza europea normale sente realmente messa in discussione.
Poi ho fatto la scoperta. Ci sono diversi libri in vendita in Spagna con la parola sumisa nel titolo. Per esempio Aprendiendo a ser sumisa, o La formaciòn de la mentalidad sumisa, e molti altri ben più espliciti. Occhieggiano tranquillamente dagli scaffali delle librerie – e ci mancherebbe – senza che nessuno abbia trovato nulla da ridire.
Allora il problema, mi dico, non è quello. Gridano tutti che il mio titolo è offensivo. Deve essere dunque per forza la parola Casate, sposati. Strano, perché il ministro che ne chiede la messa al bando per incitazione alla violenza sulle donne è del PPE, partito che una volta fu cattolico, anche se la signora non avverte la contraddizione di essere titolare di un ministero responsabile di centinaia di migliaia di aborti all’anno (uccisioni almeno presumibilmente anche di bambine: ma quella pare non sia violenza sulle donne).
Dunque va bene sottomettersi, ma sia ben chiaro, solo sessualmente, a un amante, sottomettersi in cinquanta sfumature a un passante, a chiunque, anche all’idraulico che viene a controllare la caldaia. Libri così non vengono avvertiti come offensivi della dignità della donna. Proporre invece un atteggiamento interiore (per la seicentesima volta: sì, le donne possono lavorare, e no, non sono una casalinga, ma una giornalista tv), una disposizione spirituale di dolcezza, di accoglienza, di obbedienza a un solo marito, sempre allo stesso, a un uomo che sarà pronto a morire, cioè a dare tutto alla sposa senza risparmiare niente, questo invece viene percepito come offensivo per la dignità femminile, ma talmente offensivo da far ravvisare addirittura la possibilità di un reato: istigazione alla violenza sulle donne (dove? In quale frase, parola, virgola, o retropensiero la violenza viene vagamente incoraggiata, giustificata, scusata, o anche solo nominata, nel mio libro? Dove?). Il punto è che la dolcezza femminile disinnesca la parte peggiore dell’uomo, e lo rende nobile. Non ha nulla a che vedere con la violenza, anzi, al contrario.
Parliamoci chiaro: è il matrimonio il vero obiettivo della polemica, che continua con sorprendente tenacia da settimane, sulle prime pagine dei giornali e sulla rete, in televisione e in radio. E lo scandalo si allarga: i giornalisti ormai chiamano dalla Colombia, dall’Argentina, dal Messico, dalla Francia, dal Belgio, dall’Inghilterra, dalla Russia…
Cosa esattamente sconvolge nell’idea del matrimonio? Del matrimonio cristiano, precisamente?
Fondamentalmente l’uomo contemporaneo può accettare tutto tranne l’idea di ascoltare una voce che non provenga da se stesso. Non può accettare la possibilità che non sia sempre bene seguire le proprie emozioni, inclinazioni – i pensieri quando è già a uno stadio più progredito – la propria idea di bene e di male. È tutto lì il punto del cuore dell’uomo, dalla Genesi in giù: sono io che decido cosa è Bene e Male?
Il vero nodo della questione è che noi cristiani siamo contenti di obbedire perché sappiamo a chi obbediamo: abbiamo conosciuto, davvero, personalmente, un pastore buono, un pastore che pasce gli agnelli e non i lupi. È per questo che ci piace ascoltare la voce del pastore, non perché siamo repressi, ma perché siamo furbi. Abbiamo capito che quello è il meglio, che ci conviene seguirlo, perché lui è l’autore dell’universo, del dna, della fisica, dei movimenti degli astri. Figuriamoci se non sa come funzioniamo noi, suoi figli (che invece non solo non abbiamo idea di come funzioni l’universo, ma abbiamo problemi anche col tostapane. E con l’uomo, mistero a se stesso). Io capisco dunque l’odio che suscitiamo noi cristiani, stoltezza di fronte al mondo: è un mondo che non sa quanto è buono il Padre, e quindi lo vuole uccidere (lo ha idealmente accoppato già da tempo). Se togli l’amore di Dio, obbedire, sottomettersi, la croce, nulla di tutto questo ha senso.sposala
Qualsiasi cosa, anche morire (il mio secondo libro, Sposala e muori per lei, non ha fatto fremere di sdegno mezzo labbro) può essere accettata. Ma obbedire a qualcuno che non sia me stesso, quello no. Non si può tollerare.
Eppure per noi quello è il primo comandamento: ascolta, Israele. Non fidarti di te. Ascolta una voce che non provenga da te stesso. Sappi che il tuo cuore, ferito dal peccato originale, a volte è inaffidabile. Ascolta uno che ti ama e che spinge dalla tua parte più ancora di te stesso, che ti ama come un figlio unico.
Per questo la Chiesa propone agli uomini impegni definitivi che lo custodiscano da se stesso. “Il matrimonio cristiano – scrive per esempio papa Francesco nella Evangelii gaudium – supera il livello dell’emotività. Il matrimonio non nasce dal sentimento amoroso, effimero per definizione, ma dalla profondità dell’impegno assunto”. Per noi cristiani il matrimonio è una via di conversione, un laboratorio in cui l’uomo e la donna affrontano i loro peccati – o, laicamente, i difetti – principali: il desiderio di controllo femminile e l’egoismo maschile, esattamente ciò di cui parla san Paolo.
Ma l’uomo contemporaneo, che ha dimenticato la visione giudaico cristiana della storia come lineare e non ciclica, è un bambino tutto emotività, assolutizza il comfort, il soddisfacimento dei propri bisogni immediati e superficiali, impedendosi di capire quelli più profondi. Impedendo per esempio alle donne di riconoscere che quello che le realizza profondamente è dare la vita per qualcuno, e darla facendo spazio, mettendo da parte la mania di controllo per affidarsi a un uomo solido e sicuro, riconoscendone la bellezza, rivelandola anche a lui stesso. L’uomo viene così restituito a se stesso – Dio affida l’umanità alla donna, scrive Giovanni Paolo II nella Mulieris Dignitatem – e può così scoprire la bellezza di dare la sua vita per la sposa, morendo per lei, seppur giorno dopo giorno, a fettine, salvando il mondo una pratica alla volta.YOUNG POLISH WOMAN EMBRACES POPE JOHN PAUL II
La cultura dominante tenta in tutti i modi di abbattere il recinto del tempio della trasmissione della vita, e di tagliare tutti i vincoli che appunto legano il sesso all’unione indissolubile tra due anime che cercano per tutta una vita di diventare una sola carne (in unam carnem, moto a luogo). È questo che dicono i loro corpi e questo dicono – con i loro corpi fatti di geni e cellule impastati inscindibilmente – i figli che nascono da quell’unione. Dicono che l’intimità sessuale è sacra, ed è ciò a cui Dio ha affidato la trasmissione della vita: una visione magnifica e sconvolgente. Può essere sublime o terribile, ma non potrà mai essere neutra, né per l’uomo né per la donna. Mai il sesso potrà dunque essere normalizzato, banalizzato, ma avrà sempre a che fare con qualcosa di sconvolgente, con una dedizione che un giorno potrà anche sembrare non corrisponderci più, ma che ha toccato la nostra più profonda essenza.
Un uomo e una donna così sono reciprocamente sottomessi solo al loro cammino di conversione a Dio, e sono liberi dal pensiero dominante, dal totem della laicità, sono liberi e non manipolabili, e questo non è tollerabile dal pensiero unico.
È per questo che noi cristiani veniamo censurati. È per questo che in Francia ogni giorno decine di ragazzi finiscono in carcere nel silenzio generale, perché hanno indossato una maglietta con l’immagine di una famiglia, o perché hanno recitato il rosario fuori da una clinica dove si uccidono i bambini nel posto più sicuro del mondo, sotto al cuore della loro mamma. È per questo che le persecuzioni e le uccisioni dei cristiani nel mondo vengono sistematicamente taciute. È per questo che chi si oppone alle teorie del gender in alcuni paesi rischia il posto di lavoro, (forse leggendo l’incredibile decalogo che lUNAR, l’Ufficio nazionaleantidiscriminazioni razziali del Ministero delle Pari Opportunità vorrebbe imporre ai giornalisti, anche noi: esempio, dire “utero in affitto” sarà discriminatorio, occorrerà dire “gestazione di sostegno”) anche se le teorie di genere sono appunto teorie, e quindi andrebbero dimostrate, e comunque non imposte con la forza. È per questo che una giornalista norvegese, neanche particolarmente fervente, è stata rimossa dalla conduzione del tg perché indossava una croce di due centimetri al collo.
Noi cristiani invece non censuriamo. Noi viviamo in una casa bella, pulita, divertente, libera, dove si respira una buona aria. Dove tutto, persino il dolore, ha un senso. Noi se vediamo qualcuno che abita in un posto brutto sporco e triste non è che ci arrabbiamo, casomai ci dispiace per lui. Al limite lo invitiamo a casa nostra, per fargli vedere come si sta bene vivendo senza idoli, quando tutto sta al proprio posto. E se proprio siamo parecchio avanti nel cammino, ci offriamo anche di andare a casa dell’amico, a mettere a posto insieme a lui (non guardate me, io ho già i miei, di calzini da raccogliere, con dodici piedi in giro per casa).

Il cervello delle neo mamme è più grande

Le risonanze magnetiche hanno mostrato una crescita nella materia grigia, più accentuata nelle donne che mostravano maggiore entusiasmo nei confronti del figlio

MILANO - Il cervello delle neo mamme cresce dopo il parto. Lo ha dimostrato uno studio condotto dal National Institute of Mental Health in Maryland, secondo cui ci sono delle piccole ma significative differenze prima e dopo la nascita. I ricercatori, che hanno pubblicato il risultato dello studio sulla rivista della American Psychological Association, hanno analizzato il cervello di 19 mamme che hanno dato alla luce 10 maschi e 9 femmine due settimane prima e quattro mesi dopo il parto.

ORMONI - Le risonanze magnetiche hanno mostrato una crescita nella materia grigia, più accentuata nelle donne che mostravano maggiore entusiasmo nei confronti del figlio. Le differenze sono state notate nell'ipotalamo, che elabora le emozioni, nell'amigdala, legata agli stimoli sensoriali, nel lobo parietale e nella corteccia prefrontale. «Il cambiamento nei livelli ormonali - scrivono i ricercatori nella rivista Behavioural Science - uniti alla necessità di far fronte alla cura del bambino potrebbero essere alla base dei cambiamenti». (Fonte: Agi)


22 ottobre 2010


© Copyright Corriere della Sera

Emancipate ma sole. Le occidentali viste dalle indiane (e viceversa)

Roma. Sole, affannate, sopraffatte dall’emancipazione.
Per nulla invidiate, semmai
compatite. Sono così le donne occidentali
agli occhi di molte orientali, a voler
dar retta ad alcune tra le più importanti
scrittrici indiane che, tra oggi e domani,
partecipano al Salone del libro di Torino,
dove l’India è ospite d’onore. Intervistata
da Cristina Taglietti sul Corriere della Sera
di martedì scorso, la quarantenne Kiran
Desai, figlia della grande scrittrice indiana
Anita Desai e vincitrice del Booker
Prize con “Eredi della sconfitta”
(Adelphi), ha parlato addirittura di “grande
pena” per donne dalle “vite familiari
distrutte”, che “viaggiano in posti lontani
per cercare l’amore, adottare figli, trovare
badanti che si occupino dei loro vecchi”.
Donne sole, sempre sole. Che da sole si
trovano un lavoro, un marito, una casa, da
sole pagano le tasse, cucinano, puliscono,
da sole vanno al cinema, in vacanza, dal
medico, al ristorante, da sole “uccidono i
topi di New York”. Per questo, Kiran Desai
nel suo prossimo romanzo parlerà della
paura che il sogno della modernità si
trasformi in incubo, soprattutto per le giovani
donne indiane: “A volte questa libertà
tanto inseguita sembra essere esattamente
il contrario e il desiderio di avvicinarsi
a uno stile di vita occidentale sembra
di fatto soltanto un avvicinarsi alla solitudine
occidentale”.
E’, questo di Desai, solo un punto di vista
da cosmopolita privilegiata, studi a
Cambridge e sempre in movimento tra
New York, dove vive con il fidanzato
Orhan Pamuk, Nobel per la Letteratura,
Londra e Nuova Delhi? Eppure, anche la
sua conterranea Anita Nair, scrittrice di
successo nata a Bangalore, dove tuttora vive,
legge la stessa condanna alla solitudine
nella vita delle occidentali. La attribuisce
alla difficoltà di “trovare un equilibrio
tra essere una persona indipendente ed
essere una donna”, mentre “dalle ‘sorelle’
indiane voi potreste imparare che per
quanto ci si possa scrollare di dosso le norme
e i limiti di un’impostazione patriarcale,
bisogna comunque accettare il fatto che
donne e uomini sono diversi”.
Nel suo ultimo libro (“L’arte di dimenticare”,
Guanda) Anita Nair racconta l’India
contemporanea attraverso le vicende di
Mira, una donna che si trova a ripensare e
riorganizzare la propria vita dopo la fine
del matrimonio. Tema globalizzato (e strapazzato)
quant’altri mai, che nel bel libro
di Nair è il pretesto per dipingere il paese
delle mescolanze e delle contraddizioni,
dove le donne occupano molte posizioni
fondamentali nella vita politica ed economica,
ma dove la tecnica è messa al servizio
degli aborti selettivi delle bambine,
eterne indesiderabili. E dove moltissime
donne vivono tuttora in condizioni di atroce
soggezione. Lo testimonia la vicenda di
un’altra ospite al Salone del libro, Sampat
Pal. Nel libro “Con il sari rosa” (Piemme),
racconta la sua vita di intoccabile nell’Uttar
Pradesh, di come la famiglia l’abbia
data in sposa, bambina analfabeta dodicenne,
a un uomo molto più anziano. E di
come, dopo essere stata ripudiata, ha creato
un movimento per la difesa dei diritti
fondamentali delle donne e dei bambini,
la “Banda rosa”.
Se però deve dare un consiglio alle “sorelle
d’occidente”, Anita Nair non se la
prende con la tradizione: “Una delle cose
che più aiutano la donna indiana a combattere
nella vita – dice al Foglio – è la rete
di sostegno offerta dalla famiglia. Tendiamo
a non risparmiare sforzi per mantenere
vivi i legami familiari, anche se a volte
può sembrare che non siano un bene
per noi o che lascino spazio a intromissioni.
Quando siamo colpiti dalle difficoltà o
dalla solitudine, sono quelle stesse persone
che ci danno conforto. Forse sarebbe
una buona idea, per le occidentali, trarne
la lezione che bisogna lavorare per rinnovare
e tener vivi i legami”.
La storica Lucetta Scaraffia considera
la tesi con interesse: “Le donne occidentali
hanno conosciuto le costrizioni della famiglia
e le hanno combattute. Da lì, l’idea
che nella libertà individuale ci sia il luogo
della felicità. Le indiane, che arrivano più
tardi, hanno l’opportunità di vedere anche
certi effetti indesiderati. Mi ha colpito, per
esempio, in molti recenti film indiani, anche
diretti da donne, una sorta di riabilitazione
nostalgica del matrimonio combinato”.
“Ma le cose da noi sono andate un
po’ diversamente – dice la femminista Letizia
Paolozzi, animatrice del sito donnealtri.
it – perché qui abbiamo vissuto il patriarcato
ma anche la sua fine. Trovo un
tantino sprezzante, questa immagine di
donne occidentali sole e desolate, che rinunciano
a tutto per non voler rinunciare
a niente, e un po’ tagliata con l’accetta
quella che ci vedrebbe noncuranti rispetto
ai legami in nome della libertà. E’ vero,
invece, che le donne vogliono tutto: vogliono
i figli, vogliono i legami, e vogliono anche
lavorare. Nella famiglia la donna ha
semmai più ruolo di prima”.

Nicoletta Tiliacos

© Copyright Il Foglio 14 maggio 2010

MAMMINE CARE. Knowsley, la cittadina inglese capitale delle madri single, disoccupate e soddisfatte

In Inghilterra c’è una cittadina piena
zeppa di bambini. Li vedi abbarbicati
al collo delle madri, spesso giovanissime
e in giro in gruppo. Mamme
e bambini ovunque, a Knowsley, ma di
padri nemmeno l’ombra. Figuriamoci
di mariti. L’hanno ribattezzato “Single
Mum Central” questo paesino tutto
vialetti e prati ben pettinati, in cui si
usa moltissimo rimanere incinte e farsi
mantenere dallo stato. Qui quasi il
settanta per cento delle nascite avviene
fuori del matrimonio e la percentuale
di famiglie con un genitore solo
è quasi il doppio della media nazionale.
Uno scorcio di futuro:
secondo l’equivalente
britannico
dell’Istat, in Gran Bretagna
fra cinque anni
saranno meno di un
quarto sul totale i
bambini con mamma
e papà, addirittura
sposati fra loro.
Il novantenne ex
parroco del paese
racconta che, fino
agli anni Settanta,
questa era una
“roccaforte della
famiglia di solidi principi cristiani”.
Poi le fabbriche hanno cominciato
a chiudere e la gente ha smesso
di sposarsi. Non di fare figli, anzi. Il
governo, nel tentativo di sostenere il
nord dell’Inghilterra postindustriale,
ha rovesciato un miliardo di sterline
su Knowsley. Dotata di ogni sorta di
servizio statale, di incentivi fiscali, di
sussidi per malattia e disoccupazione
(è al secondo posto nella classifica nazionale).
L’Amministrazione locale sta
tentando in ogni modo (corsi di formazione,
incentivi) di invogliare le mamme
a lavorare. Niente da fare. Lo stesso
comune garantisce la maggior parte
degli alloggi: a parte quattro palazzoni,
solo villette con giardino fiorito.
L’altra faccia della medaglia? Qui ci
sono alcuni dei peggiori licei del Regno
Unito, dove una minima percentuale
di studenti raggiunge gli standard
nazionali di istruzione.
Sally, ventidue anni, non ha mai
avuto un lavoro. Non l’avevano sua
madre, sua nonna, la madre del suo
ragazzo. Primo bambino a quindici
anni, da un compagno di scuola, poi
altri due. Vive – naturalmente – in un
appartamento del comune e racconta
che la gente (a parte le sue amiche,
tutte single disoccupate e con figli) la
guarda dall’alto in basso. Alla giornalista
del Daily Mail che le chiede se
pensa di cercarsi un lavoro, risponde:
“Perché mai dovrei mettermi a lavorare?
Mica voglio lasciare i miei bambini,
che razza di madre crede che
sia?”. Anche Kate, 29 anni e due figli,
dice che mai rinuncerebbe ad andare
a prendere i suoi figli a scuola. Con il
sussidio comunale e quello nazionale,
che cos’altro le manca? “Magari un
padre?”. “Hanno padri diversi”.
“Mantengono i bambini?”. “Non sia
sciocca. E poi io tornerei pure a lavorare,
fra la campanella d’ingresso e
quella d’uscita, ma nessuno stipendio
è alto quanto i miei sussidi”

© Copyright Il Foglio 1 maggio 2010

“Neda uccisa due volte”. Così l’Onu ha ceduto all’Iran anche i diritti delle donne. E un premio al peggior satrapo africano



Roma. “Neda Soltan è stata uccisa due
volte”, hanno gridato ieri le donne iraniane
riparate negli Stati Uniti. La Repubblica
islamica dell’Iran, che aveva rinunciato
a diventare membro del Consiglio delle
Nazioni Unite per i diritti umani, ha conquistato
un seggio quadriennale alla Commissione
Onu per la protezione dei diritti
delle donne. Il regime dei mullah è uno
dei più duri al mondo verso il sesso femminile,
che vive in uno stato di semi segregazione.
Sono all’ordine del giorno arresti
e violenze contro donne non “sufficientemente
coperte” o che si comportano in
“maniera poco islamica”. Così, mentre l’opinione
pubblica era impegnata a denunciare
la “crescente islamofobia” del Belgio
dove era stato appena messo al bando
il burqa, al Palazzo di Vetro l’Iran metteva
a segno uno dei colpi più micidiali alla
credibilità (già bassa) dell’Onu.
Alla preghiera del venerdì, lo scorso 16
aprile, il mullah di Teheran Kazem Sadighi
aveva detto che le donne che non indossano
il velo sono responsabili del
diffondersi dell’adulterio e “accrescono il
rischio di terremoti” (la capitale iraniana
è soggetta a fenomeni sismici). L’Iran è
uno dei paesi con il più alto tasso al mondo
di suicidi femminili. Il seggio alla commissione
dell’Onu arriva nello stesso giorno
in cui a Teheran il capo della polizia,
generale Hossein Sajedinia, proclama che
l’abbronzatura è “una delle manifestazioni
del male” e che per questo va messa al
bando.
Le donne iraniane possono essere fermate
dalla polizia e portate in cella (se
non persino frustate) perché indossano un
foulard che lascia scoperti collo e capelli.
Le loro maniche devono essere abbastanza
lunghe da coprire i polsi, lo stesso vale
per i pantaloni con le caviglie. Proibito un
cappotto sopra il ginocchio o avvitato e
aderente sui fianchi. Sono messi al bando
i colori sgargianti, “richiami satanici” perché
attirano gli sguardi degli uomini. Un
poliziotto può condurre in centrale una
donna perché ha lo smalto sui piedi o sulle
mani, oppure perché il taglio dei suoi
capelli è simile a quello delle donne occidentali,
o se le sue labbra hanno troppo
rossetto e gli occhi il kajal.
All’Onu il regime iraniano è stato premiato
con un simile incarico mentre languono
ancora in carcere alcune “madri in
lutto”, fra le figure più famose e temute
dell’Onda Verde. Si tratta per lo più di
donne minute e semplici, sono le madri di
ragazzi e ragazze uccisi o scomparsi dopo
l’ultima repressione del regime iraniano.
Dall’estate, ogni sabato, si trovano per protestare
nel parco Laleh al centro di Teheran.
Marciano e cantano, con le dita alzate
a formare la “V” di vittoria, quasi sempre
tengono una candela in mano. C’è anche
Hajar Rostami-Motlaq, la mamma di Neda
Soltan, che tutti nel mondo conoscono come
l’icona assassinata della rivolta. Sono
state paragonate alle madri di Plaza de
Mayo a Buenos Aires, o a quelle madri
curde di Galata a Istanbul.
All’Onu le attiviste iraniane avevano fatto
circolare una lettera per invitare i paesi
membri a scongiurare l’elezione dell’Iran
alla commissione: “Le donne non hanno
la libertà di scegliere i propri mariti,
non hanno diritto all’istruzione dopo il
matrimonio, non hanno diritto al divorzio,
non hanno diritto alla custodia dei figli,
non hanno protezione dalle violenze, sono
arrestate, picchiate e imprigionate”.
Sulla rivista Foreign Policy, alcuni celebri
dissidenti e promotori dei diritti umani
in Iran avevano già scritto un articolo
per denunciare le politiche dell’Iran sulle
donne. Vi si spiegava in particolare come
il presidente Ahmadinejad abbia da mesi
ristretto i diritti femminili nelle università,
negli ospedali e nel giornalismo, chiudendo
numerose testate per donne.
Come se non bastasse, sempre all’Onu,
stavolta nella sede parigina dell’Unesco, si
sta per assegnare un “Premio Internazionale
per la Ricerca in Scienze Biologiche”
a Obiang Nguema Mbasogo. E’ il presidente-
satrapo della Guinea Equatoriale, noto
anche come “il peggior dittatore d’Africa”,
peggio anche di Mugabe. Obiang detiene
99 dei 100 seggi nel suo Parlamento, ha fatto
uccidere numerosi dissidenti e oppositori
e ha coltivato un culto della personalità
tale che la maggior parte dei cittadini
porta vestiti con la sua faccia impressa.
Adesso Obiang ha dato tre milioni di dollari
all’Unesco per far istituire un premio
a suo nome.


© Copyright Il Foglio 1 maggio 2010

Un mese dedicato alla faccia delle donne Contro la sterilità imperante. Dopo anni di maschilizzazione liberal

Onan è la pietra di paragone dell’indignazione. Disperde il proprio seme in terra piuttosto che inseminare la donna. Musil è la pietrificazione del risentimento. Disperde il proprio seme in ogni donna perché non vuole più perdonare la terra («non potrei più guardare una donna allo stesso modo se sapessi che è stata inseminata da un altro uomo»). Sade è puro e semplice onanismo assistito. Il razionalismo, come diceva il vecchio Diderot alla vista delle passeggiatrici, del «sono le idee le mie puttane». Altra forma di dispersione del seme (oltre che di anestesia, o privazione dell’estasi) è, per esempio, il “savianesimo”. Il quale rinvia all’efebìa ateniese. Efebo, “recluta”, l’adolescente a cui era richiesta una esibizione pubblica di adesione agli ideali della polis. Nella attuale variante trombona italiana, la prova pubblica di efebìa è il reclutamento antimafia (vedi in proposito la recente messa alla scuola di giornalismo di Perugia cantata da Avatar Al Gore e dal Tristano di Gomorra di famosa e delicata peluria; o si veda il rito mediatico officiato intorno all’albero di Falcone profanato e orbato dai disegni dei bambini antimafia).
Diversamente da questo maschilismo imperante – questo maschilismo che si esprime nelle narrazioni giornalistiche e nell’intrattenimento televisivo come seme disperso, risentimento, efebìa – Tempi rimane persuaso che tutto (nell’economia come nello spettacolo) e tutti (anche i leader dei partiti e quelli di Chiesa) starebbero meglio (e di conseguenza anche noi persone in società) se vi fosse occasione di lasciarsi educare dal talento femminile. Che, come scrisse Cesare Pavese, «è un talento innato, una disposizione originaria, un assoluto virtuosismo nel conferire al finito un senso». Nasce di qui l’idea di dedicare un maggio alla “faccia delle donne”. Non un’evasione civettuola dalla cronaca cicisbea (per esempio, non può essere che anche il siparietto, pericoloso per l’Italia, tra Fini e Berlusconi, abbia radici maschiliste?), ma un diverso abitare la cronaca. Tant’è che l’idea ci è venuta dalla solida provocazione della nostra amica Susanna Tamaro. Che dopo averci fatto l’onore di una visita in redazione, si è esibita sul Corriere della Sera in un bel tuffo nel femminismo italiano d’antan, riguardato dall’autrice di Anima mundi come “fallimento” (diverso, e forse meritorio di un’altra crime scene investigation, il caso del femminismo virago che ha messo radici in Nordeuropa e Nordamerica). Non staremo qui a discutere le tesi di Susanna (per altro già dibattute dagli interventi della Comencini, Rodotà e Terragni). Ma partendo da lei, prendendo le mosse da una questione che sembrava perduta nelle rughe de “l’utero è mio”, riprenderemo in chiave di grimaldello, di lettura dell’attualità, l’intuizione secondo cui «la donna concilia l’uomo e se stessa col mondo» (Pavese). Per esempio: come si concilia (si concilia?) la donna con il “manipulitismo”, cioè con quella forma di violento onanismo che a fronte delle continue “perdite” del reale, persegue la purità cercando di imporre (alle donne, alla politica, alle imprese, al calcio, alla Chiesa, eccetera) sistemi sempre più pazzeschi – o come li chiamano loro, “perfetti” – di purificazione e abluzione?
Proveremo a sondare il lato femminile della cronaca e a fare un mese di giornale femminile. Nonché – e questo è il punto – proveremo a capire se è proprio questo il lato della vicenda umana che decide di personalità e società aperta o chiusa; di giustizia matrigna o misericordiosa; di bellezza chirurgica-preservativa o di “cara Beltà-freschezza più cara” (e dire che Leopardi era un “materialista”, e dire che Gerald Manley Hopkins era un gesuita!). Insomma, poiché il tratto essenziale del femminile sulla terra non è il fatto che la donna dia la vita (è infatti possibile, in un futuro, che si avveri quella tremenda e schifosa cosa prometeica che è la riproduzione per via completamente artificiale) ma è l’atteggiamento originale insito nel suo dare la vita e, soprattutto, insito nella vita stessa (perfino Eugenio Scalfari sarà stato quell’urlo in utero, poi lo stupore di cose fuori di sé, poi lo stupore di sé, insomma il bambino che domanda e non chiude mai la porta al mondo), cercheremo la biblica “costola dell’uomo”. Che come ha notato il grande storico Jacques Le Goff è tutt’altro che la prima affermazione di un maschilismo ancestrale. Ma è la prima parola di uguaglianza uomo-donna che sia risuonata nella storia. Parola di liberazione, precisa l’agnostico Le Goff, quando tutte, ma proprio tutte, le radici non giudeo-cristiane del mondo (compresa l’attuale, liberal, occidentale, Homo Sapiens New York Times, come ci spiega in questo numero Irene Vilar) erano state e restano saldamente maschiliste.

La libertà fraintesa Discutere sul metodo abortivo è come discutere su quale solitudine sia la migliore

Donna italiana, donna libera? E più libera con la RU? La libertà di scelta procreativa è al centro del dibattito su aborto e pillola RU486. O meglio: la libertà femminile decisa a tavolino. Già, perché per essere liberi bisogna esserlo in prima persona, ben informati e senza coercizioni, e la donna italiana – e quella in genere occidentale – è davvero libera in quest’ottica? Vediamo. Forse sarebbe meglio sentire la voce delle donne, per capire in che senso vogliono esercitare la loro libertà. Ma le ascoltano? Le donne, quando intervistate dopo un aborto, spiegano di gradire la pillola abortiva meno dell’intervento chirurgico (Health Technology Assessment, novembre 2009) e solo il 53 per cento delle donne che hanno abortito con la pillola la riprenderebbe per abortire, contro il 77 per cento delle donne che hanno abortito chirurgicamente che ripeterebbero l’aborto nella stessa maniera (British Journal of Obstetrics and Gynecology, 1998).

Ma anche l’aborto chirurgico non sembra essere una loro aspirazione, dato che poi risentimenti psicologici, a quanto riporta la rivista Lancet del 2008, non sono presenti in misura minore in quelle che hanno abortito il figlio indesiderato rispetto a quelle che invece lo hanno “tenuto”. Come libertà non c’è male. Ma cosa dire sulla coercizione, quando un gruppo di psicologi dell’Ohio nel luglio 2009 ha pubblicato uno studio in cui si dimostra che l'atteggiamento del partner è fondamentale nella scelta di abortire, che a questo punto più che una scelta sembra spesso un’imposizione? Non è un'osservazione da poco: mostra come il passo fondamentale per l'aborto è la solitudine, non la libertà. E allora discutere sul metodo abortivo è discutere su quale solitudine sia la migliore. Il fil rouge della libertà femminile rivela forti sorprese anche quando socchiudiamo la porta della diagnosi prenatale: lo screening di massa per la sindrome Down è stato introdotto in Francia, secondo studi di Carine Vassy, senza analizzare il parere delle donne, che ne risultano solo fruitrici passive e non attive richiedenti, e quasi la metà delle donne, per uno studio scandinavo del 2006, ignora la possibilità di falsi positivi o negativi negli screening genetici e i rischi legati all'amniocentesi.

Libertà? Ma c’è altro: in occidente si persegue culturalmente
una politica del figlio unico che differisce nei mezzi ma non nei risultati e nella pervicacia da quella cinese, proprio mentre l’Istat mostra che le adolescenti italiane vorrebbero una famiglia numerosa, ma poi si riducono a fare un solo figlio (le più audaci arrivano a due). Libera scelta o imposizione sociale? Per non parlare poi dell’età a cui la donna inizia ad esser libera di cercare di procreare, che stranamente coincide con l’età in cui i figli in pratica non arrivano più: anche questa una libera scelta? Una spia di questa libertà fraintesa è l’imbarazzo con cui negli ambienti “evoluti” si parla (anzi, si tace) dell’aborto selettivo in base al sesso, che nella maggioranza dei casi elimina feti femmine: non esistono più motivi per ribellarsi una volta stabilito il dogma che nessuno può sindacare le ragioni di un aborto; ma eliminare un feto perché femmina è una libera scelta della donna o un atto di autoflagellazione di “genere”?

Leggendo i quotidiani beninformati, sembra che il problema della pillola abortiva sia se dare o non dare alle donne la libertà (di abortire), come se abortire fosse una scelta libera. Ma non lo è, perché scegliere in condizioni drammatiche, senza alternative, spesso nell’abbandono e nella coercizione è tutto tranne che libertà. Così come, spostando di poco la mira, non è libertà dar mille modi anticoncezionali, cioè auto somministrazione di ormoni per anni e anni, senza dare altrettanti sistemi per far famiglia al momento giusto. Si potrà rispondere che libertà è fornirli entrambi e lasciar scegliere. Ma oggi si fornisce solo la prima opzione, con la prospettiva riproduttiva di rimandare e rimandare finché si decide che arriva il momento buono… quando i figli non arrivano più (quadro sconfortante ma realistico).

Allora, libertà vera e libertà per tutti: chi ne ha il dovere culturale ed economico, dia alle donne i mezzi reali per realizzarsi, e non si senta l’animo politicamente a posto dopo aver dato le chiavi della stanza delle Ivg, e chi difende la donna ricordi – perché lo sa – che non può più negare l’umanità e la vita del feto; chi difende il feto d’altronde ricordi bene che la prima garanzia per il bimbo è il benessere della mamma. E dare libertà a tutti significa non “pensare” una libertà a tavolino quando si parla di aborto, escludendo quella di chi non può esprimersi (il feto) e surclassando paternalisticamente quella di chi si vorrebbe esprimere (la donna) ma per la quale si parlano – e con che verve! – i media alla moda.

di Carlo Bellieni

Asia, il continente dove essere donna a volte è una colpa In India sono «scomparse» 25milioni di femmine

di Stefano Vecchia
Un gran numero di con­traddizioni accompa­gna il cammino dell’A­sia, continente che cerca di su­perare le disparità economi­che ma che nelle pieghe del suo sviluppo conserva tradi­zioni e discriminazioni tenaci. Poche sono drammatiche co­me la scomparsa stimata di 96 milioni di donne in Cina e In- dia, in maggioranza, morte per cure mediche discriminatorie o per abbandono oppure eli­minate prima della nascita.
Un risultato è lo sbilancia­mento dei sessi, con la netta predominanza dei maschi e con gravi effetti demografici nel prossimo futuro. L’altro un’accelerazione dello sgreto­lamento dell’istituzione fami­liare e di conseguenza un’ipo­teca sul futuro delle società.
Per Anuradha Rajivan – che ha guidato lo staff responsabile del Rapporto sullo sviluppo u­mano nella regione Asia-Paci­fico del Programma per lo svi­luppo delle Nazioni Unite (Undp) rilasciato lo scorso 8 marzo – non è solo l’infantici­dio infantile ma l’aborto delle bambine prima della nascita ad essere responsabile delle troppe figlie dell’Asia che man­cano drammaticamente dalla contabilità dei censimenti. «U­na situazione che contrasta con il costante miglioramento della speranza di vita delle femmine alla nascita e con u­na migliore educazione», dice la dottoressa Rajivan.
Una questione trasversale al continente più popoloso del mondo che riguarda soprat­tutto aree culturali o­mogenee. La prima di cultura confucia­na, dove il colosso ci­nese ha avuto per molti anni nella pia­nificazione demografica in­centrata sulla politica del figlio unico e oggi una relativa libertà di interruzione della gravidan­za, un cardine del controllo i­stituzionale sulla popolazione e sull’economia, ma con un ruolo consolidato della svilup­pata e liberista Corea del Sud. In quest’area estremo-orien­tale, dove vi sono 119 maschi nati contro 100 femmine, il ruolo subordinato della don­na è scritto nelle regole, nella morale ma soprattutto nell’as­servimento alla esigenze fami­liari e dinastiche più che in u­na lettura più o meno fedele della tradizioni socio-religiosa com’è invece il caso dell’Asia meridionale, dominata dal­l’India. In questa regione, in passato colpita da politiche demografiche repressive ma li­mitate nel tempo e nell’esten­sione, dove ora la determina­zione prenatale del sesso è possibile anche nei villaggi e utilizzata con disinvoltura nei grandi centri urbani, si evi­denziano anche profonde discrimina­zioni in termini di ac­cesso a cure, istruzio­ne, impieghi.
Per il censimento del 2001, sono 99,3 le femmine per ogni 100 maschi, una rappor­to che va divaricandosi secon­do le stime. Una situazione che ha fatto dire al premio Nobel per l’Economia Amartiya Sen che la scomparsa di 25 milio­ni di donne in India rappre­senta «un dramma nazionale di cui qualcuno dovrà prima o poi rendere conto».
Molto più distanziati rispetto a questi fenomeni, sono i Paesi di tradizione musulmana e li­mitazione delle nascite “al femminile” è di scarso peso nelle cattoliche Filippine, do­ve è però rovente il dibattito sul disegno di legge che con­sentirebbe l’aborto terapeuti­co, oltre all’uso di anticonce­zionali sotto controllo medico. Il fatto che questo si scontri so­vente con legislazioni sulla car­ta ugualitarie e favorevoli ai settori tradizionalmente più deboli della popolazione ag­grava la situazione in quanto la loro inefficacia pratica impe­disce ogni ulteriore rivendica­zione.
Potere economico, partecipa­zione politica e tutela legale so­no le armi con cui le donne cercano di confrontarsi con le discriminazioni, ma la man­canza di tutela per le non na­te resta un dato drammatico e, sia nell’estremo Oriente, sia nel Subcontinente indiano, ag­gravato da materialismo, di­sinteresse, crisi dell’etica.
«Avvenire» del 23 aprile 2010



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A chi piace far soffrire le donne?

di Tommaso Gomez
Povera Isabella! Lei magari non legge né Avvenire né il Foglio, ma noi leggiamo lei. Giovedì scorso, singolare coincidenza, sia noi di 'è vita' sia Francesco Agnoli sul Foglio ci accorgiamo delle «scemenze» – espressione di Agnoli! – scritte sul Corriere a proposito della Ru486 che garantirebbe un aborto senza dolore, mentre i perfidi cattolici esigono che la donna soffra sotto i ferri del chirurgo.
Roba da bassa letteratura anticlericale ottocentesca. Agnoli puntigliosamente sfoggia una girandola di studi scientifici e fonti autorevoli e giunge alla conclusioni «politiche»: «Allora, una volta appurato che l’aborto soft e indolore con la pillola è una sciocchezza, e l’accusa di un desiderio di fare soffrire le donne è una scemenza, rimangono i fatti. L’aborto chimico è uno strumento che consente ai medici abortisti di trasferire parte del carico di lavoro e del possibile stress al personale infermieristico (…). Con la Ru486 i radicali hanno un fenomenale strumento per abbattere i pur esilissimi limiti all’aborto previsti dalla legge 194 e realizzare così quello che non riuscirono a fare col loro referendum del 1981. Il cerchio si chiude: dall’aborto con la pompa in villetta, a quello in ospedale, per giungere a quello in ambulatorio e da qui spingersi al kit da portarsi a casa, completo di compresse, istruzioni e numero del call center per chiedere aiuto in caso di emorragia. Sempre che si arrivi in tempo…». Apocalittico Agnoli? E pensare che lo stesso giorno sulla Stampa usciva questa istruttiva notizia: «Sull’American Journal of obstetrics and gynecology è apparso uno studio sull’uso una volta al mese della Ru486 come contraccettivo». I vantaggi?
Ma sono evidenti: una pillola al mese, «al sedicesimo giorno del ciclo, due giorni dopo l’ovulazione», anziché una al giorno, «e l’eventuale concepimento ritarda o inibisce l’ovulazione e quindi la formazione di un embrione. Non vengono citati effetti collaterali. Lo si considera un metodo contraccettivo 'facile da usare' e 'sicuro'». Saremmo curiosi di sentire il parere di Silvio Viale, che sul Fatto Quotidiano (16 aprile) ribadisce il suo credo: «Se non ci sono controindicazioni a trattenere le donne, ciascuna di loro potrà assumersi la responsabilità di lasciare l’ospedale».
Traduzione: le inviteremo a tornarsene a casa noi per primi. «Ed è quanto – scrive Stefano Caselli – più frequentemente accade: 'In Toscana, ricorda Viale, dove il protocollo prevede il ricovero ordinario, nessuna paziente è mai rimasta ricoverata'». E all’ospedale Niguarda di Milano, dove Repubblica del 20 aprile, cronaca di Milano, racconta del primo aborto farmacologico, avvenuto lunedì 19? La paziente è rimasta in ospedale, ma forse soltanto perché veniva da fuori regione. Sulla sicurezza ed efficacia della Ru486 così si esprime il primario Mario Meroni: «Nel 5 per cento dei casi l’espulsione del feto avviene già il giorno successivo all’assunzione della pillola. Se così non sarà, mercoledì procederemo alla somministrazione di prostaglandina in ovuli e possiamo attendere l’espulsione nel 60 per cento dei casi». Se abbiamo capito bene, per Meroni tutto fila liscio in due casi su tre. E se la donna è sfortunata? «Se si supera invece il quarto giorno si rifarà il punto o, in caso, offriremo alla paziente l’opportunità di sottoporsi a un secondo ciclo di ovuli oppure, per accelerare i tempi, di optare per l’aborto chirurgico». Quel che si dice un metodo infallibile, indolore e antistress.
«Avvenire» del 22 aprile 2010





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Il femminismo non ha liberato le donne Tutti i messaggi si concentrano sul corpo. Susanna Tamaro

Appartengo alla generazione che ha combattuto, negli anni della prima giovinezza, la battaglia per la libertà sessuale e per la legalizzazione dell’aborto. La generazione che nei tè pomeridiani, tra un effluvio di patchouli e una canna, imparava il metodo Karman, cioè come procurarsi un aborto domestico con la complicità di un gruppo di amiche. Quella generazione che organizzava dei voli collettivi a Londra per accompagnare ad abortire donne in uno stato così avanzato di gravidanza da sfiorare il parto prematuro. È difficile, per chi non li ha vissuti, capire l’eccitazione, l’esaltazione, la frenesia di quegli anni. La sensazione era quella di trovarsi sulla prua di una nave e guardare un orizzonte nuovo, aperto, illuminato dal sole di un progresso foriero di ogni felicità. Alle spalle avevamo l’oscurità, i tempi bui della repressione, della donna oggetto manipolata dai maschi e dai loro desideri, oppressa dal potere della Chiesa che, secondo gli slogan dell’epoca, vedeva in lei soltanto un docile strumento di riproduzione. Erano gli anni Settanta.



Personalmente, non sono mai stata un’attivista, ma lo erano le mie amiche più care e, per quanto capissi le loro ragioni, non posso negare di essere stata sempre profondamente turbata da questa pratica che, in quegli anni, si era trasformata in una sorta di moderno contraccettivo. Mi colpiva, in qualche modo, la leggerezza con cui tutto ciò avveniva, non perché fossi credente — allora non lo ero — né per qualche forma di moralismo imposto dall’alto, ma semplicemente perché mi sembrava che il manifestarsi della vita fosse un fatto così straordinariamente complesso e misterioso da meritare, come minimo, un po’ di timore e di rispetto. Come sono cambiate le cose in questi quarant’anni? Ho l’impressione che anche adesso il discorso sulla vita sia rimasto confinato tra due barriere ideologiche contrapposte. La difesa della vita sembra essere appannaggio, oggi come allora, solo della Chiesa, dei vescovi, di quella parte considerata più reazionaria e retriva della società, che continua a pretendere di influenzare la libera scelta dei cittadini. Chi è per il progresso, invece, pur riconoscendo la drammaticità dell’evento, non può che agire in contrapposizione a queste continue ingerenze oscurantiste. Naturalmente, un Paese civile deve avere una legge sull’aborto, ma questa necessaria tutela delle donne in un momento di fragilità non è mai una vittoria per nessuno. I dati sull’interruzione volontaria di gravidanza ci dicono che le principali categorie che si rivolgono agli ospedali sono le donne straniere, le adolescenti e le giovani. Le ragioni delle donne straniere sono purtroppo semplici da capire, si tratta di precarietà, di paura, di incertezza—ragioni che spingono spesso ormai anche madri di famiglia italiane a rinunciare a un figlio, ragioni a cui una buona politica in difesa della vita potrebbe naturalmente ovviare.

Ma le ragazze italiane? Queste figlie, e anche nipoti delle femministe, come mai si trovano in queste condizioni? Sono ragazze nate negli anni 90, ragazze cresciute in un mondo permissivo, a cui certo non sono mancate le possibilità di informarsi. Possibile che non sappiano come nascono i bambini? Possibile che non si siano accorte che i profilattici sono in vendita ovunque, perfino nei distributori automatici notturni? Per quale ragione accettano rapporti non protetti? Si rendono conto della straordinaria ferita cui vanno incontro o forse pensano che, in fondo, l’aborto non sia che un mezzo anticoncezionale come un altro? Se hai fortuna, ti va tutto bene, se hai sfortuna, te ne sbarazzi, pazienza. Non sarà che una seccatura in più. Qualcuno ha spiegato loro che cos’è la vita, il rispetto per il loro corpo? Qualcuno ha mai detto loro che si può anche dire di no, che la felicità non passa necessariamente attraverso tutti i rapporti sessuali possibili? Chi conosce il mondo degli adolescenti di oggi sa che la promiscuità è una realtà piuttosto diffusa. Ci si piace, si passa la notte insieme, tra una settimana forse ci piacerà qualcun altro. I corpi sono interscambiabili, così come i piaceri. Come da bambine hanno accumulato sempre nuovi modelli di Barbie, così accumulano, spinte dal vuoto che le circonda, partner sempre diversi. Naturalmente non tutte le ragazze sono così, per fortuna, ma non si può negare che questo sia un fenomeno in costante crescita.

Sono più felici, mi chiedo, sono più libere le ragazze di adesso rispetto a quarant’anni fa? Non mi pare. Le grandi battaglie per la liberazione femminile sembrano purtroppo aver portato le donne ad essere soltanto oggetti in modo diverso. Non occorre essere sociologi né fini pensatori per accorgersi che ai giorni nostri tutti i messaggi rivolti alle bambine si concentrano esclusivamente sul loro corpo, sul modo di offrirsi agli altri. Si vedono bambine di cinque anni vestite come cocotte e già a otto anni le ragazzine vivono in uno stato di semi anoressia, terrorizzate di mangiare qualsiasi cosa in grado di attentare alla loro linea. Bisogna essere magre, coscienti che la cosa che abbiamo da offrire, quella che ci renderà felici o infelici, è solo il nostro corpo. Il fiorire della chirurgia plastica non è che una tristissima conferma di questa realtà. Pare che molte ragazze, per i loro diciotto anni, chiedano dei ritocchi estetici in regalo. Un seno un po’ più voluminoso, un naso meno prominente, labbra più sensuali, orecchie meno a vela. Il risultato di questa chirurgia di massa è già sotto ai nostri occhi: siamo circondate da Barbie perfette, tutte uguali, tutte felicemente soddisfatte di questa uguaglianza, tutte apparentemente disponibili ai desideri maschili. Sembra che nessuno abbia mai detto a queste adolescenti che la cosa più importante non è visibile agli occhi e che l’amore non nasce dalle misure del corpo ma da qualcosa di inesprimibile che appartiene soprattutto allo sguardo.

Siamo passati così dalla falsa immagine della donna come angelo del focolare, che si realizza soltanto nella maternità, alla mistica della promiscuità, che spinge le ragazze a credere che la seduzione e l’offerta del proprio corpo siano l’unica via per la realizzazione. Più fai sesso, più sei in gamba, più sei ammirata dal gruppo. Nella latitanza della famiglia, della chiesa, della scuola, la realtà educativa è dominata dai media e i media hanno una sola legge. Omologare. Ma questo lato apparentemente così comprensibile, così frivolo — voler essere carine o anche voler mitigare i segni del tempo — che cosa nasconde? Il corpo è l’espressione della nostra unicità ed è la storia delle generazioni che ci hanno preceduti. Quel naso così importante, quei denti storti vengono da un bisnonno, da una trisavola, persone che avevano un’origine, una storia e che, con la loro origine e la loro storia, hanno contribuito a costruire la nostra. Rendere anonimo il volto vuol dire cancellare l’idea che l’essere umano è una creatura che si esprime nel tempo e che il senso della vita è essere consapevoli di questo. La persona è l’unicità del volto. L’omologazione imposta dalla società consumista—e purtroppo sempre più volgarmente maschilista — ha cancellato il patto tra le generazioni, quel legame che da sempre ha permesso alla società umana di definirsi tale. Noi siamo la somma di tutti i nostri antenati ma siamo, al tempo stesso, qualcosa di straordinariamente nuovo e irripetibile. Cancellare il volto vuol dire cancellare la memoria, e cancellare la memoria, vuol dire cancellare la complessità dell’essere umano. Consumare i corpi, umiliare la forza creativa della vita per superficialità e inesperienza, vuol dire essere estranei dall’idea dell’esistenza come percorso, vuol dire vivere in un eterno presente, costantemente intrattenuti, in balia dei propri capricci e degli altrui desideri. Senza il senso del tempo non abbiamo né passato né futuro, l’unico orizzonte che si pone davanti ai nostri occhi è quello di una specchio in cui ci riflettiamo infinite volte, come nei labirinti dei luna park. Procediamo senza senso da una parte, dall’altra, vedendo sempre e soltanto noi stessi, più magri, più grassi, più alti, più bassi. All’inizio quel girare in tondo ci fa ridere, poi col tempo, nasce l’angoscia. Dove sarà l’uscita, a chi chiedere aiuto? Battiamo su uno specchio e nessuno ci risponde. Siamo in mille, ma siamo sole.

Susanna Tamaro

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Donne & sofferenza: basta con i luoghi comuni

di Paola Ricci Sindoni
C’

V
è un aspetto più corrosivo di altri nella gestione del potere massmediatico, ed è quello le­gato alla diffusione – con il suo effetto moltiplicatore – dei pre­giudizi e degli stereotipi pilo­tati con raffinata strategia persuasiva, che finisce per far apparire una verità che non c’è. È il caso dei continui attacchi alla Chie­sa e alla sua costante attenzione critica nei confronti della pillola abortiva Ru486, che – così tuonano alcune firme di importanti testate nazionali – finirebbe per condan­nare questa pratica indolore in nome della 'dottrina' (da qui lo stereotipo duro a mo­rire) secondo cui sin da Genesi la donna, obbligata a partorire con dolore, dovrebbe pur continuare a soffrire se vuol abortire – una forma di 'pena' per il suo peccato – in­vece che servirsi della modalità più sempli­ce e indolore dell’uso di un farmaco.
ale la pena smontare questi pregiudizi con almeno due differenti ordini di con­siderazione. Il primo è quello connes­so allo stereotipo sul presunto maschilismo della Chiesa cattolica, colpevole a causa del sacerdozio maschile di soffiare da secoli sul­l’antifemminismo e dunque sempre pron­ta a condannare quando vengono pretesi dei diritti delle donne, incluso quello di aborti­re. Si dimentica così facilmente quanto si sia impegnata la Chiesa sul fronte di una corretta visione del mondo delle donne: basti pen­sare al costante e innovativo magistero di Giovanni Paolo II sull’antropologia femmi­nile e anche all’impegno di Benedetto XVI in merito alla considerazione della natura dua­le dell’essere umano, entro cui maschile e femminile vengono disegnati da Dio con il sigillo creaturale della pari dignità e della sin­golare uguaglianza. L’intento di queste af­fermazioni, che hanno trovato riconosci­menti nel dibattito del femminismo cristia­no e non, oltre che nella prassi pastorale del­le singole realtà locali, non si ferma tanto al­la mera proclamazione dei diritti, quanto al­la cultura della promozione delle donne, molto spesso lasciate sole nella doppia e dif­ficile gestione della vita familiare e dell’im­pegno
lavorativo.
E’


in questo quadro di emergenza finan­ziaria, oggi complicata dalle difficoltà economiche e dal mercato del lavoro, pronto a sacrificare gli anelli più deboli del­la catena sociale, le donne appunto, che pren­de corpo il fenomeno (certo più complesso) delle gravidanze indesiderate e della conse­guente scelta dell’aborto, garantito nel no­stro Paese dalla 194. Una legge – lo si dice da più parti – che se da un lato ha prodotto una certa diminuzione dell’aborto clande­stino, dall’altro ha finito con l’abbassare il li­vello della percezione morale di questo e­vento drammatico che continua a pesare so­prattutto sul corpo e sull’anima della donna, come sul diritto negato ad una vita di veni­re
all’esistenza.
L’
introduzione della Ru486, specie – co­me sembra – se verrà deospedalizzata attraverso un uso privato del farmaco, non fa che esasperare questo dram­ma, che ha anche contorni clinici da non sottovalutare, come alcuni e­sponenti della Chiesa più volte ripe­tono anche in questi giorni, e non certo a motivo di una obbligata sof­ferenza, che costituirebbe il sigillo i­nevitabile – una sorta di condanna – che segnerebbe la donna per sempre. È qui che si annida il secondo ste­reotipo, quello legato alla falsa con­cezione della sofferenza di cui la Chie­sa cattolica sarebbe portatrice. Fede­le al suo evento fondatore – Gesù Cri­sto morto e risorto – il cristiano sa bene che la Croce non è la celebra­zione doloristica della rassegnazio­ne, ma è una tappa di condivisione della sofferenza del mondo da parte di Chi se ne è addossato tutta la col­pa.
Mai nessuno nella Chiesa osa affer­mare che il dolore è un valore, una pratica da raccomandare, quanto u­na evenienza che prima o poi attra­versa ogni esistenza finita e che, se ri­letta dentro il mistero del Maestro, trova una via di liberazione, quella che conduce, nonostante tutto, a ve­dere nell’oscurità del mondo una lu­ce. Calcare l’assurdità di una vita immer­sa nel dolore e tuttavia vedere un senso a questa stessa vita, è questa la risposta cri­stiana alla sofferenza e ai drammi che ci colpiscono. Specie quando hanno a che fare con la paura e la solitudine, con il senso di impotenza e di colpa che affer­rano le donne che si accingono ad abor­tire: in quel momento è più facile, in no­me dei diritti, consegnare loro due pillo­le e rimandarle a casa, piuttosto che so­stenerle, illuminarle e confortarle indi­cando loro le possibili vie alternative.
La Chiesa, sia nelle forme praticate dal Magistero che in quelle pastorali, vissute nelle centinaia di parrocchie disseminate sul territorio nazionale, fa proprio que­sto: aiuta e non condanna, orienta e non giudica, lenisce il dolore con la vicinan­za e con l’indicazione di prospettive più
liberanti.

© Copyright Avvenire 15 aprile 2010

IL CONTROLLO CHIMICO SUL CORPO FEMMINILE. Una compressa per ogni stagione della vita

In un illuminante articolo uscito su Repubblica nel febbraio del 1991, a firma del giornalista scientifico Giovanni Maria Pace, si celebravano trionfalmente i venticinque anni della pillola che aveva cambiato il mondo, definita “l’anticoncezionale più affidabile e meno invasivo, il piccolo gesto quotidiano che ha dato leggerezza alla sessualità e ordine alla procreazione”. Solo luci e nessuna ombra (“la donna può tranquillamente prendere la pillola dai quindici ai quarantacinque anni”), nella certezza che Pincus era stato solo il battistrada di una tendenza che lo stesso autore dell’articolo sintetizzava efficacemente così: per ogni donna, c’è “una pillola, dal menarca alla tomba”. Dalla pillola anticoncezionale durante l’età feconda fino alla pillola per la terapia ormonale sostitutiva nella terza età (ora affiancata, da qualche anno, dalla pillola che sollecita il desiderio sessuale “anche per lei”) la donna moderna può contare su “una pillola per ogni stagione”. Anzi, “la pillola getta un ponte tra le varie stagioni della vita, livellando la distanza tra donna fertile e donna in menopausa”. Anche il luminare delle ginecologia citato da Giovanni Maria Pace, aveva in proposito idee molto chiare: “In realtà, ovulare continuamente senza necessità, come accade alle donne avviate al Duemila, non è meno anomalo del trattamento ormonale”.

La donna, insomma, è ontologicamente e decisamente antiquata, con quella noiosa ovulazione mensile, relitto di chissà quale stato ferino e spada di Damocle continua. Bisognava, bisogna modernizzarsi a forza di pillole, per stare al passo con i tempi. Non essere feconda quando lo si è e sembrarlo quando non lo si è più.
Non c’è molto da ridere, anche se verrebbe voglia. Solo poche settimane fa, la Società italiana di ginecologia e ostetricia ha fatto sapere che secondo uno “studio americano sono le magre (con un indice di massa corporea fra 15 e 25) a preferire i contraccettivi ormonali, i più sicuri in assoluto”. Più pillole si prendono, più magre, sane, più belle e più “moderne” si è, insomma.
Questa valenza di “normalizzazione” del femminile fecondo, del suo controllo chimico, dell’addomesticamento dei corpi di donna trasformati in corpi che non procreano, sul modello maschile, non è mai sfuggita alla critica del movimento femminista, o almeno alle sue componenti meno influenzate dal vecchio emancipazionismo, preso dal suo ideale di donna “libera proprio come un uomo”. A questa immagine – bisognosa delle pillole che promettono potere totale sulla capacità procreativa e sul desiderio sessuale (compresa la pillola abortiva Ru486, la pillola del giorno dopo e l’ultima arrivata, quella dei cinque giorni dopo) – il femminismo della differenza ha saputo invece opporre una visione tutt’altro che entusiasta. E’ proprio da quel femminismo che arrivano le critiche più forti alla medicalizzazione della vita sessuale delle donne (così come, più tardi, arriveranno anche le più forti opposizioni all’aborto con le prostaglandine, considerato “unsafe”, e al suo derivato perfezionato, la Ru486), anche quando continua a essere valorizzato l’aspetto della sessualità separata dalla procreazione.
Non c’è solo l’antesignana del femminismo italiano, Carla Lonzi, che nel suo anatema assoluto contro il patriarcato pure afferma che “col controllo delle nascite le donne, che prima hanno visto svalutata la loro sessualità, vedono svalutata anche la maternità”. La pillola anticoncezionale, per usare le parole della femminista e storica del corpo Barbara Duden, per molte era ed è “un prodotto ingerito ogni giorno, non per prevenire la rinite autunnale, ma per bloccare un intero processo, l’ovulazione, un processo che soltanto da poco, cioè dal 1923, era stato verificato empiricamente” (“I geni in testa, il feto nel grembo”, Bollati Boringhieri). La Duden si chiede se la pillola non sia altro che uno “strumento di automutilazione”. Scegliendola, la donna impartisce “un ordine chimico al proprio corpo”. Un ordine che, a torto, si ritiene facilmente reversibile. Da quell’ordine “normalizzante” in realtà la donna è cambiata nel profondo, nel suo modo di essere e di interagire. Non è affatto liberata ma “decorporeizzata”. Per questo è il caso di riflettere, dice Duden, fuori da ogni sospetto di condanna morale, sul “contesto di questo ‘meccanismo di controllo’ chimico della donna, che sta diventando routine anche in menopausa e oltre”. Un contesto nel quale la biografia femminile rischia “di diventare il protocollo di una gestione di sé completamente affidata alla chimica: la donna gira l’interruttore della procreazione su ‘off’ e poi cerca di rimetterlo temporaneamente su ‘on’, sempre che ci riesca. E già a quarant’anni passa alla pillola ormonale per prevenire non il concepimento, ma l’osteoporosi o l’Alzheimer”. Duden invita quindi le donne a “imparare a decifrare la logica simbolica che hanno ingollato insieme con la pillola”. A darle ragione, le paradossali cifre dei “fallimenti contraccettivi” nei paesi, come la Francia, dove al diffusissimo impiego di anticoncezionali orali (anche le adolescenti possono farseli prescivere dal ginecologo senza autorizzazione dei genitori) corrisponde, da vent’anni a questa parte, lo stesso, inamovibile e altissimo numero di aborti.

Nicoletta Tiliacos



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LA SCIENZA HA ALTERATO L`IDENTITA` DELLA DONNA

Francesco D`Agostino
Ordinario di Filosofia del diritto
Università Tor Vergata
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La procreazione da destino (o natura) a libera scelta
LA SCIENZA HA ALTERATO
L`IDENTITA` DELLA DONNA
La “rivoluzione della pillola”: l’espressione non è né felice, né precisa, ma indubbiamente coglie nel segno; induce a pensare che è successo qualcosa, un qualcosa di assolutamente rilevante e di assolutamente irreversibile (come sempre avviene, quando le rivoluzioni sono autentiche). La pillola anticoncezionale ha permesso alle donne che lo volessero di separare definitivamente sessualità e riproduzione o, se così si vuol dire, di vivere la loro sessualità esattamente come gli uomini. Una vera rivoluzione insomma, una vera rivoluzione antropologica.
Il merito (o la colpa) è da attribuire alla scienza, che dopo aver alterato irrimediabilmente il contesto demografico (con la vittoria sulle grandi malattie infettive ed epidemiche), il contesto delle comunicazioni (con l’invenzione dei mezzi di comunicazione di massa), il contesto geopolitico (con l’invenzione delle armi nucleari), con l’invenzione della pillola altera il contesto personalissimo del rapporto delle donne col proprio corpo, come corpo sessuato e fertile, e di conseguenza il contesto della familiarità e della coniugalità, il contesto al quale la donna partecipa assumendo il ruolo materno (cui allude esplicitamente il termine matri-monio) e contestualmente affidando al marito, chiamato ad assumere attraverso il matrimonio il ruolo di padre, la cura socio-economica della famiglia stessa (e del suo patri-monio). Dopo l’avvento della pillola le dinamiche sociali cambiano, cambiano ineluttabilmente: non nella loro materialità (ci si continua a sposare e a fare figli, sia pure tra tante difficoltà, come nel buon tempo antico!), ma nel principio che le governa. Enfaticamente, potremmo dire che per le donne ciò che loro era affidato dal destino (o dalla natura) cioè la funzione procreativa diviene una scelta. Destino e natura si dissolvono: al loro posto resta la volontà, una volontà assolutamente insindacabile.
L’effetto di questa rivoluzione, ci era stato promesso da tanti e tanti nuovi “profeti”, si sarebbe concretizzato in mirabolanti conquiste per l’umanità e per le donne in particolare: emancipazione, nuovi assetti delle relazioni politico-sociali, nuove esperienze di felicità, addirittura più “democrazia”. Che la società umana sia profondamente mutata (che si sia entrati nel “post-moderno”) è evidente, anche perché è sotto gli occhi di tutti. Che ciò che si è realizzato possa essere inquadrato nella cornice del bene dell’umanità è però tutto da dimostrare, a scorno di coloro che sono convinti che la storia marci sempre verso il meglio.
Mettiamo da parte i problemi strettamente morali che pone l’uso della pillola e in genere quello di tutti i metodi anticoncezionali “non naturali”: sono problemi pesanti, perché il bene umano si riverbera anche in atti privati o privatissimi, di nessun impatto “pubblico”, come possono appunto essere i rapporti sessuali coniugali o comunque tra adulti consenzienti. Se possiamo metterli da parte è perché se ne è parlato talmente tanto (anche se, ripeto, a ragione), da offuscare in tanti la percezione del rilievo antropologico, oltre che etico, della contraccezione chimica. Facendo passare, come si è appena detto, da destino a libera scelta la funzione procreativa femminile, la scienza, inventando la “pillola” ha alterato l’identità della donna. Ne è prova la serie di passi, che con profonda coerenza, la scienza ha compiuto e che sono successivi a questo: l’artificializzazione della procreazione (pratica ormai consolidata) e l’artificializzazione della gestazione: una pratica ancora sperimentale, ma in fase di avanzatissima realizzazione e che toglierà alla donna ogni identità propriamente materna, a parte quella della produzione ovocitaria (peraltro anch’essa in via di surrogazione, se avranno successo i tentativi di produrre in laboratorio i gameti a partire non dalle ovaie, ma da cellule adulte). Il passo successivo e conclusivo, dopo questi cui ho accennato, è già stato individuato da tempo: la scomparsa del dimorfismo sessuale, la completa artificializzazione del biologico, la creazione di ibridi uomo/macchina, i cyborg, Nuove forme di esperienza: esaltanti, per chi continui a pensare che la storia marci sempre verso il meglio.
Gli scenari cui sto alludendo hanno tutti una conclusione obbligata: l’identità femminile sta correndo un pericolo mortale, di cui pochi si stanno avvedendo; e, di conseguenza, sta correndo un pericolo mortale anche la stessa identità maschile, in quanto ogni maschio è un nato di donna. In quanto antropologica, la questione, si badi bene, non è principalmente né morale (e meno che mai moralistica), né religioso-confessionale. E’ in gioco il nostro io. Profonde delusioni attendono chi si illude che la nostra identità sia assolutamente e insindacabilmente plasmabile e dimentica il profondo e laicissimo ammonimento di Freud, quando ci ricordava che noi “non siamo padroni in casa nostra”. Il centro del nostro io non è dentro di noi, ma fuori di noi (è in Dio, sostiene la tradizione cristiana, è nella nostra natura, sostengono antichissime tradizioni sapienziali): ignorarlo o negarlo non rafforza la nostra identità, ma la indebolisce e la rende esangue (e la prova sta sotto i nostri occhi, nel carattere esangue che ha assunto nel mondo postmoderno la nostra sessualità: una sessualità sempre più narrata e rappresentata, artificialmente sforzata, vergognosamente e rozzamente esibita, comprata e venduta, e sempre meno personalmente vissuta). Siamo divenuti capaci di manipolare tecnomorficamente noi stessi: non siamo capaci, oggi più di quanto non lo fossimo ieri, di dare a queste manipolazioni un univoco significato umano.

Francesco D`Agostino



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"Piccoli mostri". Le donne sono passate da secoli di dominio maschile a una tirannia peggiore, quella dei figli

di Annalena Benini
"La popolazione italiana sopravvive decentemente perché rinuncia a fare figli”, dice il Rapporto annuale sulla famiglia del Cisf, centro culturale di Famiglia cristiana. Questioni economiche naturalmente: dovendo possedere l’ultimo modello di carrozzina olandese pensata per esplorare i boschi canadesi o passeggiare sulla cordigliera delle Ande (e rifiutandosi di accettarla in prestito dall’amica che, con l’uso, ha leggermente consumato le ruote), un figlio costa troppo. Dovendo egli indossare esclusivamente tutine in cotone organico e, d’inverno, riscaldarsi con un buon cachemire riciclato (riciclato non nel senso di non acquistato, riciclato nel senso di più costoso perché ecologico), soltanto Angelina Jolie può permettersi di fare e adottare figli. Bambini griffati come Suri, figlia di Katie Holmes e Tom Cruise, costretta a quattro anni a portare i tacchi e mini borse Chloé. Credere di dover crescere figli così, piccoli despoti loro malgrado, è un grandioso deterrente.
Non è soltanto una faccenda di denaro, è un fatto culturale: è il senso di oppressione contenuto nell’ideale dei genitori moderni e perfetti, della madre che cuce bambole steineriane per il corretto sviluppo psico-emotivo dei piccoli, lava i pannolini a mano (tra la vita degli alberi e la libertà delle ragazze non c’è gara, però), allatta fino a quando il ragazzo va alle medie per dargli anticorpi e sicurezza, compra solo uova ancora calde di gallina con certificato di sereno razzolamento, sviene quando incontra il male assoluto: gli omogeneizzati già pronti. “Ecco la risposta. Dai al bambino un biberon e fatti un bicchiere di vino e una sigaretta. Poi torna ai pannolini usa e getta, alle pappe industriali e trova il modo di riprenderti la tua vita”. E’ la visione di Elisabeth Badinter, una filosofa francese che ha scritto: “Le conflit. La femme et la mère”, in cima alla lista dei bestseller in Francia: le donne sono passate da secoli di dominio maschile a una tirannia ancora più pericolosa, quella dei loro figli.
Elisabeth Badinter spera nel ritorno al vecchio modello francese, un po’ più rude forse (latte in polvere, asili nido, eccetera), ma che impediva ai bambini di appropriarsi completamente della vita delle madri (quella dei padri, immutabile nella storia delle conquiste sociali, viene sbrigata così: “Sono contenti, si siedono e guardano il calcio”). Questo libro ha suscitato le furie di attivisti dell’allattamento, di alcune associazioni ecologiche e religiose, di femministe new age, di pediatri e antimperialisti che hanno accusato l’autrice (66 anni, tre figli, molti nipoti e la sigaretta in bocca) di essere una prezzolata al servizio della Nestlé.
«Il Foglio» del 27 marzo 2010

Per l’Onu le donne sono sì delle vittime, ma del riscaldamento globale

Roma. Ci sono cose che invecchiano in
fretta. Ma, più che invecchiato, sembra appartenere
a un’altra era geologica il rapporto
dell’Unpfa (United nations population
fund) sullo “Stato della popolazione
nel mondo 2009”, dedicato a “donne, popolazione
e clima”. Eppure, sono passati
solo quattro mesi dalla sua uscita, programmata
in occasione della conferenza
internazionale sul clima tenutasi a dicembre
a Copenaghen. Una kermesse tanto
pletorica quanto fallimentare, oltre che,
come si ricorderà, segnata dall’imbarazzo
per la scoperta dei taroccamenti operati
in seno al Gruppo intergovernativo di
esperti sui cambiamenti climatici (Ipcc)
allo scopo di accreditare, insieme con l’allarme
sul riscaldamento globale, la tesi
che a provocarlo siano soprattutto le attività
umane.
Una responsabilità per niente dimostrata
(così come non è affatto dimostrato
il riscaldamento globale stesso) ma ovviamente
data per scontata nell’introduzione
al rapporto Unpfa (pubblicato in Italia
dall’associazione non governativa Aidos),
che porta l’autorevole firma di Ban Kimoon:
“Prove sempre più evidenti mostrano
come i recenti cambiamenti climatici
siano principalmente il risultato dell’attività
umana”, scrive arditamente il
segretario dell’Onu. “Gli esseri umani
provocano il cambiamento climatico.
Questo li colpisce. Hanno bisogno di adattarvisi.
E solo gli esseri umani hanno il
potere di fermarlo”. Addirittura. “I gas
serra non si sarebbero accumulati così
drammaticamente se il numero degli abitanti
della terra non fosse cresciuto così
rapidamente, se cioè fosse rimasto a 300
milioni di persone, ossia la popolazione
mondiale di mille anni fa, anziché raggiungere
gli attuali 6,8 miliardi”. Per questo,
“gli scienziati, inclusi gli autori dei
rapporti del Gruppo intergovernativo di
esperti sui cambiamenti climatici, riconoscono
che l’importanza della velocità e
della portata della recente crescita demografica
inciderà sull’aumento delle future
emissioni di gas serra”.
Affermazioni davvero spericolate, quelle
del segretario delle Nazioni Unite, soprattutto
alla luce delle dimissioni a catena
nell’Ipcc dopo la scoperta della manipolazione
dei dati sul riscaldamento, e ridicolizzate
da studi come quello, recentissimo,
del National Oceanic and Atmospheric
Administration statunitense (pubblicato
da Science), che dimostra come
negli ultimi dieci anni la temperatura globale
non sia affatto aumentata ma semmai
diminuita. Ma la cosa che vale la pena sottolineare,
al di là dell’effetto patetico di
affermazioni “scientifiche”, è la morale
della favoletta raccontata dall’Unpfa, in
particolare sul ruolo che le donne avrebbero
negli scenari di cambiamento climatico,
come vittime dello stesso ma anche
come possibili agenti dei rimedi e delle
inversioni di rotta.
E allora, al di là dei catastrofismi presentati
come verità rivelate (“Non c’è tempo
da perdere, siamo già sull’orlo del precipizio”,
pag. 19), il rapporto non fa altro
che ripetere il solito, vecchio ritornello
della crescita demografica da arginare.
Le donne, da brave, sono pregate di farsene
carico, e gli stati di intervenire, con opportuni
programmi di “salute riproduttiva”,
per ottenere una crescita meno veloce.
Per premio, “se si concretizzasse lo
scenario con crescita bassa previsto dalla
Divisione per la popolazione delle Nazioni
Unite (circa 8 miliardi di persone entro
il 2050), potrebbero esserci tra 1 e 2 miliardi
di tonnellate in meno di emissioni
di carbonio rispetto allo scenario di crescita
media (un po’ più di 9 miliardi di
persone entro il 2050)”. Si riesuma addirittura
un rapporto del 1992 del comitato
dell’Accademia nazionale delle scienze
degli Stati Uniti, secondo il quale “gli effetti
della pianificazione familiare sulle
emissioni di gas serra sono importanti a
tutti i livelli di sviluppo”, vale a dire nel
primo come nel terzo mondo.
Anche la Nobel per la Pace Wangari
Maathai dice la sua, tra “empowerment”,
“sostenibilità ambientale” e “programmi
contraccettivi”. Auspica che si prendano
“in considerazione le differenze di genere
nell’impegno mondiale per la riduzione
del cambiamento climatico e per l’adattamento
a esso”. Ma non aspettatevi, né da
lei né da altri, nelle quasi cento pagine
molto patinate del rapporto Unpfa, una sola
parola sui cento milioni di bambine
scomparse in Asia (abortite, lasciate morire,
non curate) alle quali l’Economist ha
dedicato la sua storia di copertina due settimane
fa. Una catastrofe reale e senza
precedenti, contro la quale le diplomazie
onusiane non hanno mai mostrato una
gran voglia di intervenire. Preferiscono, si
sa, occuparsi di aria calda (anzi, fritta).

Nicoletta Tiliacos

© Copyright Il Foglio 17 marzo 2010