DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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I cancelli d'Europa: il Novecento e gli imperi del male

Il X capitolo del libro I Cancelli d'Europa, di Giorgio Zauli, pubblicato da Ares (www.ares.mi.it) riflette sull'importanza nella Storia degli uomini provvidenziali che possono essere metà santi e metà eroi, comparsi a volte prodigiosamente nel luogo e nel momento del bisogno. Tuttavia contro una minaccia esterna o interna alla civiltà occidentale, scrive Zauli ci fu sempre e comunque il Vescovo di Roma con le sue gerarchie, i vari e diversissimi ordini religiosi, i valorosi ordini monastico-cavallereschi, i suoi santi e beati.
Il segreto di questa invincibilità parte dalla morte e dalla Risurrezione di quel Nazareno, autore della più grande, anzi dell'unica vera rivoluzione socio-culturale di tutta la storia dell'umanità.
Chiaramente Zauli in questo ottimo libro che dovrebbe essere utilizzato come sussidio nelle nostre scuole, fa delle sintesi su alcuni avvenimenti e sugli uomini e donne che hanno costruito la nostra civiltà, per gli approfondimenti rimanda all'abbondante bibliografia esistente, lui stesso ne propone un significativo elenco a pagina 175.

Cadono i cancelli e siamo alla prima guerra mondiale. E' un periodo della storia tra i più caotici, sia per il veloce sviluppo industriale, sia per il diffondersi di ideali anarco-socialisti. Per le numerose scoperte in tutti i campi del sapere, dilagava l'ottimismo e la fede nel Progresso. In punta di piedi però il mondo scivola in una guerra spietata e sanguinosa, una guerra totale: per la prima volta nella storia, la popolazione civile viene coinvolta nella guerra che ha causato milioni di vittime militari e non.
Anche Zauli registra la caduta degli imperi, annientati, proprio perchè rappresentavano la tradizione, la continuità col passato, il legame indissolubile con le religioni. In particolare l'impero austro-ungarico dell'ultimo imperatore il beatoCarlo I, erede del Sacro Romano Impero. La caduta degli Imperi, - scrive Zauli –cancellati in nome delle ragioni della modernità e del progresso, e l'emarginazione delle religioni dalla vita civile, rappresentò il vero cedimento dei provvidi “cancelli”, alzati nei secoli a difesa dell'Europa e gli esiti nefasti non tardarono a manifestarsi.
In pratica la caduta degli imperi aprì la strada agli innumerevoli genocidi del 900 causati dal socialcomunismo, dal nazismo e da tutti gli ismi.
Infatti il capitolo XII è dedicato agli imperi del male. Caduti i 'cancelli', l'Europa assistette alla nascita di due disumane dittature, diverse nelle premesse, simili negli effetti: l'Unione delle repubbliche Socialiste Sovietiche (Urss) e il Terzo Reich.
Molto è stato scritto sulla più longeva tra le dittature della Storia (74 anni, dal 1917 al 1991)e, probabilmente, anche la più feroce (decine di milioni di vittime). E sebbene ancora ostinatamente alcuni cercano di distinguere una improbabile dottrina pura e pulita dalla sua deficitaria applicazione pratica, Zauli ribadisce alcuni concetti dell'ideologia marxista leninista, dove il male era già intrinseco: la nostra passione è distruggere, non edificare, scriveva Bakunin. L'esperienza comunista fallì su tutti i piani, come è ormai dimostrato dalla maggior parte degli storici.
Se l'Urss è caduta per il fallimento della sfida economica con l'Occidente, l'insuccesso decisivo è stato nel mancato conseguimento dell'obiettivo principale della rivoluzione comunista: la creazione dell'uomo nuovo.
Zauli però ricorda che la più pesante eredità del comunismo oggi è la disgregazionedelle coscienze causata in generazioni di Russi, e non solo di Russi perché il metodo della menzogna e del pregiudizio ideologico sulla realtà si sono trasferiti, per esempio, nell'ambientalismo,, nel terzomondismo, nel laicismo, nel vago umanitarismo, nel sincretismo, nel neopaganesimo...Odierni, ambiti vuoti e nichilisti.
Il comunismo ha creato guasti devastanti e duraturi, forse irreparabili, soprattutto nei Paesi ove riuscirono ad attecchire grandi partiti, fratelli (o servi) di quello sovietico, come quello italiano. Il risultato è che ancora oggi nonostante tutto, un film di denuncia dello stalinismo come Katyn, viene rifiutato dai principali circuiti cinematografici, i libri di Giampaolo Pansa sulla Resistenza, devono essere presentati sotto scorta delle forze dell'ordine, infine un grandissimo scrittore come Eugenio Corti, dichiarato anticomunista, è più conosciuto all'estero che nel suo Paese.
Nonostante governi da molti anni il centrodestra, ad ogni livello sussiste una sorta di 'soccorso rosso' organizzato, pronto non solo ad aiutare, difendere, favorire, lanciare i 'buoni compagni' in tutti i campi, ma anche a ostacolare, emarginare, soffocare chi la pensa diversamente.

S. Teresa di Riva, 10 gennaio 2011
DOMENICO BONVEGNA

L’Europa sappia sempre alimentarsi dalle proprie radici cristiane

Autore: Oliosi, don Gino Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
giovedì 28 ottobre 2010

«Conosciamo bene gli avvenimenti della vita di santa Brigida, perché i suoi padri spirituali ne redassero la biografia per promuovere il processo di canonizzazione subito dopo la morte, avvenuta nel 1373. Brigida era nata settant’anni prima, nel 1303, a Finster, in Svezia, una nazione del Nord – Europa che da tre secoli aveva accolto la fede cristiana con il medesimo entusiasmo con cui la Santa l’aveva ricevuta dai genitori, persone molto pie, appartenenti a nobili famiglie vicine alla Casa regnate.
Possiamo distinguere due periodi nella vita di questa Santa.
Il primo è caratterizzato dalla sua condizione di donna felicemente sposata. Il marito si chiamava Ulf ed era governatore di un importante distretto del regno di Svezia. Il matrimonio durò ventott’anni, fino alla morte di Ulf. Nacquero otto figli, di cui la secondogenita, Karin (Caterina), è venerata come santa. Ciò è un segno eloquente dell’impegno educativo di Brigida nei confronti dei propri figli. Del resto, la sua saggezza pedagogica fu apprezzata a tal punto che il re di Svezia, Magnus, la chiamò a corte per un certo periodo, con lo scopo di introdurre la sua giovane sposa, Bianca di Namur, nella cultura svedese.
Brigida, spiritualmente guidata da un dotto religioso che la iniziò allo studio delle Scritture, esercitò un influsso molto positivo sulla propria famiglia che, grazie alla sua presenza, divenne una vera “chiesa domestica”. Insieme con il marito, adottò la Regola dei Terziari francescani. Praticava con generosità opere di carità verso gli indigenti; fondò anche un ospedale. Accanto alla sua sposa, Ulf imparò a migliorare il suo carattere e a progredire nella vita cristiana. Al ritorno da un lungo pellegrinaggio a Santiago di Compostela, effettuato nel 1341 insieme ai membri della famiglia, gli sposi maturarono il progetto di vivere in continenza; ma poco tempo dopo, nella pace di un monastero in cui si era ritirato, Ulf concluse la sua vita terrena.
Questo primo periodo della vita di Brigida ci aiuta ad apprezzare quella che oggi potremmo definire un’autentica “spiritualità coniugale”; insieme, gli sposi cristiani possono percorrere un cammino di santità, sostenuti dalla grazia del Sacramento del Matrimonio. Non poche volte, proprio come è avvenuto nella vita di santa Brigida e di Ulf è la donna che con la sua sensibilità religiosa, con la delicatezza e la dolcezza riesce a far percorrere al marito un cammino di fede. Penso con riconoscenza a tante donne che, giorno dopo giorno, ancor oggi illuminano le proprie famiglie con la loro testimonianza di vita cristiana. Possa lo Spirito del Signore suscitare anche oggi la santità degli sposi cristiani, per mostrare al mondo la bellezza del matrimonio vissuto secondo i valori del Vangelo: l’amore, la tenerezza, l’aiuto reciproco, la fecondità nella generazione e nell’educazione dei figli, l’apertura e la solidarietà verso il mondo, la partecipazione alla vita della Chiesa.
Quando Brigida rimase vedova, iniziò il secondo periodo della sua vita. Rinunciò ad altre nozze per approfondire l’unione con il Signore attraverso la preghiera, la penitenza e le opere di carità. Anche le vedove cristiane, dunque, possono trovare in questa Santa un modello da seguire. In effetti, Brigida, alla morte del marito, dopo aver distribuito i propri beni ai poveri, pur senza mai accedere alla consacrazione religiosa, si stabilì presso il monastero cistercense di Alvastra. Qui ebbero inizio le rivelazioni divine, che l’accompagnarono per tutto il resto della sua vita. Esse furono dettate da Brigida ai suoi segretari – confessori, che le tradussero dallo svedese in latino e le accolsero in un’edizione di otto libri, intitolate Revelationes (Rivelazioni). A questi libri si aggiunge un supplemento, che ha per titolo appunto Revelationes exstravagantes (Rivelazioni supplementari).
Le Rivelazioni di santa Brigida presentano un contenuto e uno stile molto vari. A volte la rivelazione si presenta sotto forma di dialoghi fra le Persone divine, la Vergine, i santi e anche i demoni; dialoghi nei quali anche Brigida interviene. Altre volte, invece, si tratta del racconto di una visione particolare; e in altre ancora viene narrato ciò che la Vergine Maria le rivela circa la vita e i misteri del Figlio. Il valore delle Rivelazioni di santa Brigida, talvolta oggetto di qualche dubbio, venne precisato dal Venerabile Giovanni Paolo II nella Lettera Spes Aedificandi: “Riconoscendo la santità di Brigida la Chiesa, pur senza pronunciarsi sulle singole rivelazioni, ha accolto l’autenticità complessiva della sua esperienza interiore” (n. 5).
Di fatto, leggendo queste Rivelazioni siamo interpellati su molti temi importanti. Ad esempio, ritorna frequentemente la descrizione, con dettagli assai realistici, della Passione di Cristo, verso la quale Brigida ebbe sempre una devozione privilegiata, contemplando in essa l’amore infinito di Dio per gli uomini. Sulla bocca del Signore che le parla, ella pone con audacia queste commoventi parole: “O miei amici, Io amo così teneramente le mie pecore che, se fosse possibile, vorrei morire tante altre volte, per ciascuna di esse, di quella stessa morte che ho sofferto per la redenzione di tutte”(Revelationes, Libro I, c. 59). Anche la dolorosa maternità di Maria, che la rese Mediatrice e Madre di misericordia, è un argomento che ricorre spesso nelle Rivelazioni.
Ricevendo questi carismi, Brigida era consapevole di essere destinataria di un dono di grande predilezione da parte del Signore: “Figlia mia – leggiamo nel primo libro delle Rivelazioni -, Io ho scelto te per me, amami con tutto il tuo cuore…più di tutto ciò che esiste al mondo” (c. 1). Del resto, Brigida sapeva bene, e ne era fermamente convinta, che ogni carisma è destinato ad edificare la Chiesa. Proprio per questo motivo, non poche delle sue rivelazioni erano rivolte, in forma di ammonimenti anche severi, ai credenti del suo tempo, comprese le Autorità religiose e politiche, perché vivessero coerentemente la loro vita cristiana; ma faceva questo sempre con un atteggiamento di rispetto e di fedeltà piena al Magistero della Chiesa, in particolare al Successore dell’Apostolo Pietro.
Nel 1349 Brigida lasciò per sempre la Svezia e si recò in pellegrinaggio a Roma. Non solo intendeva prendere parte al Giubileo del 1350, ma desiderava anche ottenere dal Papa l’approvazione della Regola di un Ordine religioso che intendeva fondare, intitolato al Santo Salvatore, e composto da monaci e monache sotto l’autorità dell’abbadessa. Questo è un elemento che non deve stupirci: nel Medioevo esistevano fondazioni monastiche con un ramo maschile e un ramo femminile, ma con la pratica della stesa regola monastica, che prevedeva la direzione dell’Abbadessa. Di fatto, nella grande tradizione cristiana, alla donna è riconosciuta una dignità propria, e – sempre sull’esempio di Maria, regina degli Apostoli – un proprio posto nella Chiesa, che, senza coincidere con il sacerdozio ordinato, è altrettanto importante per la crescita spirituale della Comunità. Inoltre, la collaborazione di consacrati e consacrate, sempre nel rispetto della loro specifica vocazione, riveste una grande importanza nel mondo d’oggi…
La santità di Brigida, caratterizzata dalla molteplicità dei doni e delle esperienze che ho voluto ricordare in questo breve profilo biografico – spirituale, la rende una figura eminente nella storia d’Europa. Proveniente dalla Scandinavia, santa Brigida testimonia come il cristianesimo abbia profondamente permeato la vita di tutti i popoli di questo Continente. Dichiarandola compatrona d’Europa, il Papa Giovanni Paolo II ha auspicato che santa Brigida – vissuta nel XIV secolo, quando la cristianità occidentale non era ancora ferita dalla divisione – possa intercedere efficacemente presso Dio, per ottenere la grazia tanto attesa della piena unità di tutti i cristiani. Per questa medesima intensione, che ci sta tanto a cuore, e perché l’Europa sappia sempre alimentarsi delle proprie radici cristiane, vogliamo pregare invocando la potente intercessione di santa Brigida di Svezia» [Benedetto XVI, Udienza Generale, 27 ottobre 2010].

Bruxelles premia i mammi. Il congedo di paternità è diventato obbligatorio

La direttiva di Strasburgo: per i neopapà congedo di 15 giorni a stipendio pieno
di Francesca Angeli
Tratto da Il Giornale del 21 ottobre 2010

Roma - L’Unione europea rivoluziona il concetto di famiglia. Forse non in tutta l’Europa ma sicuramente in Italia. Strasburgo ha detto sì a due settimane di congedo per la paternità, obbligatorie e retribuite, una novità assoluta per i papà italiani. Poi sale fino a 20 settimane il congedo a retribuzione piena per la maternità. Le mamme italiane, comunque, già potevano usufruire di un periodo analogo alle stesse condizioni economiche ma la situazione migliorerà decisamente ad esempio per paesi come la Francia e la Germania dove le settimane di congedo si fermavano rispettivamente a 15 e a 16 settimane.

L’Europa con questa direttiva, che dovrà essere recepita dalle singole nazioni, prende la strada intrapresa da tempo dai paesi scandinavi: fare i figli è una questione che riguarda la società e non soltanto le mamme.

E sembra proprio che le famiglie debbano i loro ringraziamenti all’eurodeputata del Pdl, Licia Ronzulli che il 10 agosto scorso ha avuto una bambina, Victoria, e in questi giorni ha partecipato al voto sui congedi in aula con la piccola in braccio. È il quotidiano tedesco Bild a ipotizzare che la presenza della piccola abbia «intenerito» i rappresentanti di quei paesi che osteggiavano la direttiva soprattutto per motivi economici, inducendoli a votare a favore del provvedimento. «Se davvero è così non può che farmi piacere - dice la Ronzulli- È una bellissima vittoria per tutte le famiglie. Con il congedo di paternità obbligatorio conquistiamo un importante cambio di prospettiva rispetto alla nascita di un bambino, responsabilizzando i padri come le madri». La Ronzulli spiega che molto si è discusso sull’obbligatorietà del congedo che in molti avrebbero voluto facoltativo. Alla fine però ha prevalso la volontà di riequilibrare il peso della responsabilità rispetto alla donna che ha comunque l’obbligo del congedo.

«La norma poi varrà anche per le coppie conviventi, non sposate - spiega la Ronzulli- Abbiamo privilegiato il diritto del bambino rispetto a quello del vincolo del matrimonio». Un’altra novità per l’Italia riguarda l’allungamento del congedo in caso di nascita di un bambino disabile: otto settimane in più per le mamme.

La direttiva sarà approvata nel giro di un paio di mesi dal Consiglio, a quel punto andrà recepita da singoli membri. Contro la direttiva tutti i paesi che al momento hanno una regolamentazione sui congedi più restrittiva: Francia, Germania ma anche Inghilterra.

Tra gli altri emendamenti approvati dall’europarlamento anche quello che vieta il licenziamento delle donne dall’inizio della gravidanza fino almeno al sesto mese dopo la fine del congedo di maternità. Queste devono poi poter tornare al loro impiego precedente o a un posto equivalente con la stessa retribuzione, categoria professionale e responsabilità. La relatrice, la socialista portoghese Edite Estrela, conta su un’approvazione rapida da parte del Consiglio, perché, dice, «la maternità non può essere vista come un fardello sui sistema nazionali di sicurezza sociale ma come un investimento per il futuro».

Musulmani d'Europa

di Angelo Panebianco
Tratto da Il Corriere della Sera del 21 ottobre 2010

La dichiarazione del cancelliere Angela Merkel («il multiculturalismo è fallito») è stata interpretata da tutti come una constatazione di fatto sugli errori della politica dell'immigrazione tedesca degli ultimi decenni ma anche come il segnale di una svolta imminente.

Anche in Germania, come in tutto il resto dell'Europa, la questione degli immigrati è ora un problema politico di prima grandezza: dare risposte incoerenti con le domande dell'opinione pubblica può significare perdere le elezioni. È la nuova grande questione che divide, e dividerà a lungo, le democrazie europee e che va ad aggiungersi alle più tradizionali divisioni sui temi economici.

Partiti anti-immigrati sorgono come funghi e fanno pienoni elettorali in tanti Paesi europei. Dove questo non accade è solo perché i partiti più tradizionali, già insediati, hanno indurito per tempo il loro approccio all'immigrazione. Due giorni fa, il Sole 24 Ore ha pubblicato un'utile inchiesta sulle politiche europee dell'immigrazione mostrando un quadro assai differenziato. Si va dai Paesi fino ad oggi più accoglienti, come la Svezia o l'Olanda (che però stanno sperimentando forti rivolte anti-immigrati) a quelli più chiusi come la Grecia. Ma non è difficile immaginare che le varie democrazie europee, adattandosi alle domande delle loro opinioni pubbliche, col tempo finiscano tutte per convergere su politiche selettive, che mettano più filtri, e più rigorosi, di quelli utilizzati nel recente passato.

C'è la reazione delle opinioni pubbliche ma c'è anche un'incertezza obiettiva su come fronteggiare il problema. Nessuna delle due strade fin qui adottate, quella originariamente francese dell'assimilazionismo (chi arriva deve spogliarsi della precedente identità per abbracciare identità e cultura del Paese ospitante) e quella, originariamente anglosassone, del multiculturalismo, sembra funzionare. Il multiculturalismo, soprattutto, ben prima che lo riconoscesse la Merkel, appariva più un sogno da idealisti che una politica realisticamente praticabile. Il multiculturalismo prevede infatti che le varie culture presenti sul territorio vengano preservate, anche con leggi apposite, e che le diverse comunità culturali si autogovernino per tutti gli aspetti che riguardano la tutela della propria identità. Una società multiculturale è una società segmentata, divisa in tante comunità culturali che, si suppone, non sentendosi minacciate nelle proprie tradizioni, siano in grado di coesistere pacificamente. Ma il punto è che una società siffatta è difficilmente compatibile con la democrazia. Salvo specialissime eccezioni, può essere tenuta insieme solo con un alto grado di coercizione, in modo non democratico. Per questo, il multiculturalismo non è una politica adatta per le democrazie europee. Gran Bretagna, Olanda, Germania avevano scelto quella strada e ne hanno verificato l'impraticabilità.

Ma se la via francese (l'assimilazionismo) è difficilissima e quella multiculturale impraticabile, che fare allora? Assistere passivamente al montare dei conflitti?

Il problema della maggiore o minore capacità di convivenza con la nuova immigrazione dipende non da uno ma da un insieme di fattori: la qualità e il rigore dei filtri predisposti (le politiche dell'immigrazione in senso stretto), i cicli economici, la capacità di offrire servizi agli immigrati che lavorano, la capacità di reprimere i comportamenti illegali, eccetera. Ma dipende anche dalle tradizioni di provenienza e appartenenza degli immigrati. È inutile girarci intorno. Ci sono immigrati che, per la tradizione di provenienza, possono trovare un loro ruolo nei Paesi ospitanti (e col tempo, potranno forse anche essere assimilati nel senso francese del termine. E, se non loro, i loro figli) con relativa facilità. Episodi di intolleranza, anche gravi, ci sono e ci saranno. Ma nel complesso, molti immigrati, soprattutto dell'Est europeo, riusciranno ad inserirsi con successo nelle società europeo-occidentali.

C'è però il caso dell'islam. Non è casuale che proprio ai musulmani (e non agli altri immigrati) si faccia sempre riferimento quando si constata il fallimento del multiculturalismo. Ciò che ovunque in Europa si teme è che una crescita eccessiva delle comunità musulmane, grazie anche al differenziale demografico, finisca per imporre le trasformazioni più forti nelle regole di convivenza delle società europee. La domanda di cui nessuno conosce la risposta è la seguente: cosa può succedere quando due grandi civiltà, altrettanto forti e orgogliose, come quella europea-cristiana (oggi anche liberale e democratica) e quella islamica, che si ispirano a principi e norme antitetiche, e che, anche per questo, si sono aspramente combattute attraverso i secoli, si trovano a condividere lo stesso territorio e lo stesso spazio politico? La risposta dipenderà in parte da noi europei, dagli atteggiamenti che assumeremo e dalle politiche che adotteremo. Ma, in larga parte dipenderà anche dalla evoluzione del mondo islamico. Se il ciclo fondamentalista (connesso al cosiddetto «risveglio islamico») che ha investito l'islam mondiale negli ultimi decenni non si esaurirà presto, dovremo attenderci aspri conflitti e fortissime tensioni anche in Europa (altro che pacifica convivenza multiculturale). Se invece quel ciclo, raggiunto un picco e punte di massima espansione, andrà ad esaurirsi, come è possibile che prima o poi accada, allora nasceranno forse esperimenti inediti e interessanti: la democrazia potrà misurare il proprio successo anche sulla sua capacità di favorire la piena adesione dei musulmani immigrati alle regole della società aperta e libera. Oggi ciò non appare probabile. Ma è lecito, per lo meno, sperarlo.

C'è un'Europa che vuole eliminare la famiglia

di Gianfranco Amato
Tratto da Il Sussidiario.net il 6 ottobre 2010

In Europa tira una preoccupante aria antifamilista.

Il governo spagnolo ha irrogato una sanzione pecuniaria di 100. 000 euro ad un’associazione cattolica denominata Intereconomía Corporación, che si occupa di comunicazione multimediale, per aver mandato in onda una campagna pubblicitaria televisiva in difesa dei valori legati al concetto tradizionale di famiglia.

Ciò che è stato ritenuto intollerabile dagli occhiuti censori ispanici del politically correct, è che l’immagine pubblicitaria, trasmessa 273 volte, mostrasse la scena di un gruppo di omosessuali durante la parata di un Gay Pride, e ponesse ai telespettatori una serie di domande, del tipo: «E’ questo il modello di società che desiderate?», «E’ questo l’esempio che vorreste per i vostri figli?». Inevitabile che venisse invocata la mannaia della legge spagnola che vieta forme comunicative discriminatorie basate su razza, sesso, nazionalità, religione ed opinione. Con buona pace del diritto di opinione dell’associazione cattolica multata.

La stessa Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, peraltro, ha più volte affermato che la libertà di espressione rappresenta un pilastro essenziale di una società democratica, e che tale libertà non si applica solo alle idee condivisibili da tutti o ritenute inoffensive, ma anche ad espressioni che possono irritare, scioccare, dispiacere le autorità pubbliche o altri gruppi della popolazione. Anche la Corte Suprema della laicissima Francia, per esempio, con la recente sentenza n. 7-83. 398, ha stabilito, nel caso Vannest contro l’Associazione Act Up Paris, che l’affermazione secondo cui l’omosessualità è una condizione inferiore all’eterosessualità, non eccede i limiti della libertà di espressione.

In realtà, è proprio l’idea di difendere la famiglia tradizionale che è stata colpita dal provvedimento del governo socialista spagnolo. E non è soltanto una questione politica, poiché l’attacco alla famiglia in Europa sta assumendo, purtroppo, dimensioni trasversali. Mi viene in mente l’ultima trovata dell’impareggiabile Boris Johnson, sindaco conservatore di Londra, che lo scorso 3 luglio si è fatto vedere, sorridente e festante, alla testa del Gay Pride, in occasione del 40° anniversario del Gay Liberation Front (GLF), organizzazione che propugna l’eliminazione della famiglia.

Nel 1971 il GLF, allora considerato fuori legge, pubblicò un manifesto in cui si teorizzava lo sradicamento e l’abolizione dell’odiato istituto, identificato come la condizione di «un uomo in catene, di una donna schiava e di figli costretti a subire quei modelli». Da qui l’esigenza di una «cultural revolution» per archiviare definitivamente dalla storia dell’umanità l’idea stessa di famiglia.

Neppure la Chiesa veniva risparmiata dagli strali del manifesto, perché si imputava proprio agli «arcaici ed irrazionali insegnamenti» del cristianesimo la definizione regressiva e oscurantista del concetto di famiglia e di matrimonio. L’ignoranza gioca sempre brutti scherzi. Se gli attivisti del GLF si fossero informati, avrebbero scoperto che famiglia e matrimonio sono istituti ben antecedenti all’avvento del cristianesimo, e che le evolute civiltà classiche già ne conoscevano l’importanza.

L’idea che la famiglia fosse considerata una cellula della società e che il matrimonio fosse l’unione di un uomo e di una donna finalizzata alla procreazione, si perde nella notte dei tempi della civiltà umana. Se avessero studiato, gli stessi militanti del GLF, avrebbero saputo che gli unici due tentativi di abolire la famiglia attuati nella storia recente (il codice di famiglia sovietico del 1918 e l’organizzazione sociale dei kibbutz israeliani) si sono rivelati un tragico fallimento, al quale è stato subito posto rimedio.

Non è davvero soltanto una questione di fede. Il cristianesimo si è semplicemente limitato a riconoscere e valorizzare ciò che la ragione umana ha sempre percepito come un ineludibile fattore positivo. La famiglia come luogo dell’educazione all’appartenenza e al rapporto con l’altro, resta un elemento imprescindibile per la stessa coesione sociale dell’umanità.

La libertad de conciencia se impone en el Consejo de Europa. Apoyada la objeción de conciencia ante el aborto

La Asamblea Parlamentaria ratifica el derecho de médicos y hospitales a negarse a provocar abortos y practicar la eutanasia



Madrid, 7 de octubre de 2010. Hoy ha tenido lugar en la Asamblea Parlamentaria del Consejo de Europa de Estrasburgo la votación del llamado Informe McCaffert. Este documento, que pretendía traducirse en una Recomendación del Consejo de Europa, obligaba a médicos, personal sanitario e instituciones asistenciales a practicar abortos al restringir e incluso suprimir (en el caso de las instituciones sanitarias) el derecho a objetar a la realización o colaboración en abortos provocados.
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El citado Informe convertía el aborto en un «derecho», una prestación sanitaria enmarcada en la «salud sexual y reproductiva» de las mujeres y consideraba que la objeción de conciencia de los médicos obstaculizaba de manera caprichosa «los derechos sexuales y reproductivos» de las mujeres. El Informe preveía igualmente mecanismos efectivos de control, es decir persecución, de los médicos y personal sanitario que se negara a practicar o colaborar en abortos provocados.

Pues bien, la votación celebrada hoy en la Asamblea Parlamentaria del Consejo de Europa no sólo ha rechazado los presupuestos del Informe McCafferty y la propuesta de recomendación que limitaba el derecho a la objeción sino que ha aprobado una Resolución (nº 1763) titulada Derecho a la objeción de conciencia en la atención médica.

El texto de la citada Resolución es el siguiente:

1. Ninguna persona, hospital o institución será coaccionada, considerada civilmente responsable o discriminada debido a su rechazo a realizar, autorizar, participar o asistir en la práctica de un aborto, la realización de un aborto involuntario o de emergencia, eutanasia o cualquier otro acto que cause la muerte de un feto humano o un embrión, por cualquier razón.

2. La Asamblea Parlamentaria enfatiza la necesidad de afirmar el derecho a la objeción de conciencia junto a la responsabilidad del Estado de asegurar que los pacientes tienen un acceso adecuado a la atención sanitaria prevista por la ley. La Asamblea es consciente de que el ejercicio sin regulación de la objeción de conciencia puede afectar de modo desproporcionado a las mujeres, especialmente a las que tienen bajos niveles de renta o viven en zonas rurales.

3. En la gran mayoría de los Estados miembros del Consejo de Europa, la práctica de la objeción de conciencia está regulada de modo adecuado. Existe un marco legal claro y completo que garantiza que -en el ejercicio de la objeción de conciencia por los profesionales sanitarios- se respetan los intereses y derechos de quienes buscan un acceso a prestaciones sanitarias admitidas por la ley.

4.- A la luz de las obligaciones de los Estados miembros de asegurar el acceso a los servicios y prestaciones sanitarias admitidas por la ley y de proteger el derecho a la protección de la salud, así como su obligación de asegurar el respeto al derecho a la libertad ideológica, de conciencia y religión de los profesionales sanitarios, la Asamblea invita a los Estados miembros del Consejo de Europa a desarrollar marcos legales claros y completos que definan y regulen la objeción de conciencia en relación con los servicios médicos y de salud, los cuales:

4.1. garanticen el derecho a la objeción de conciencia en relación con la participación en el procedimiento en cuestión:

4.2. aseguren que los pacientes son informados de cualquier objeción, en un plazo adecuado, así como que son derivados a otro profesional sanitario.

4.3. aseguren que los pacientes reciben tratamiento adecuado, en particular en casos de emergencia.

Para Leonor Tamayo, responsable de Relaciones Internacionales de Profesionales por la Ética,«se trata de una gran noticia, fruto de la colaboración de una verdadera red europea de personas e instituciones comprometidas con el derecho a la vida y la salvaguarda de la libertad religiosa y de conciencia. Este hecho nos enseña que es posible trabajar unidos por los derechos fundamentales y la dignidad de la persona, fundamentos de la construcción europea. Y obtener frutos de este trabajo». Tamayo recuerda que las Recomendaciones del Consejo de Europa no son vinculantes pero se utilizan frecuentemente como preámbulo de leyes y normas de rango nacional.

Una de las instituciones que ha contribuido al éxito de la votación de hoy en la Asamblea Parlamentaria del Consejo de Europa ha sido el Observatorio Europeo por la Dignidad, una organización no gubernamental con sede en Bruselas que interviene en las instituciones europeas a favor de la familia, la defensa de la vida y las libertades fundamentales. Su directora ejecutiva, Sophia Kuby, denunció las implicaciones del Informe McCafferty en un desayuno de trabajo convocado por Profesionales por la Ética en Madrid el pasado 23 de septiembre.

Por su parte, Profesionales por la Ética ha solicitado expresamente a los parlamentarios españoles del Consejo de Europa que votáran a favor del derecho a la objeción de conciencia, recogido en numerosos tratados internacionales suscritos por España.


Estrasburgo (Jueves, 07-10-10, Gaudium Press) La Asamblea Parlamentaria del Consejo de Europa ha aprobado el día de hoy una resolución instando a que hospitales, establecimientos y personas "no sean objeto de presiones" y "discriminaciones" al momento de rechazar practicar un aborto, informa el diario La Razón.

La declaración incluye el rechazo a acoger o asistir a un aborto, un falso parto provocado y "toda intervención que provoque la muerte de un feto o de un embrión humano, cualesquiera que sean las razones".

El informe original sobre el cuál debatió la Cámara, y que había sido aprobado por la Comisión de Asuntos Sociales, Salud y Familia, fue modificado sustancialmente. Así, el titulo previo, "Acceso de las mujeres a la atención médica legal: problema del recurso no reglamentado a la objeción de conciencia", se trasformó en "El derecho a la objeción de conciencia en el marco de la atención médica legal".

Las modificaciones fueron el resultado de 89 enmiendas introducidas al informe inicial, en su mayoría de autoría de dos parlamentarios del Grupo Popular (PPE), el irlandés Roman Mullen y el italiano Luca Volonté.

En opinión de Volonté, el informe original violaba el artículo 14 del Convenio Europeo de Derechos Humanos, relativo a la prohibición de la discriminación. La resolución ahora aprobada pide a los Estados a que garanticen el derecho a la objeción de conciencia en los servicios médicos y que los pacientes sean informados en ese caso y enviados a otro centro.



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Scacco alla famiglia

Autore: Amato, Gianfranco Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
giovedì 7 ottobre 2010

In Europa tira una preoccupante aria antifamilista.
Il governo spagnolo ha irrogato una sanzione pecuniaria di 100.000 euro ad un’associazione cattolica denominata Intereconomía Corporación, che si occupa di comunicazione multimediale, per aver mandato in onda una campagna pubblicitaria televisiva in difesa dei valori legati al concetto tradizionale di famiglia.
Ciò che è stato ritenuto intollerabile dagli occhiuti censori ispanici del politically correct, è che l’immagine pubblicitaria, trasmessa 273 volte, mostrasse la scena di un gruppo di omosessuali durante la parata di un Gay Pride, e ponesse ai telespettatori una serie di domande, del tipo: «E’ questo il modello di società che desiderate?», «E’ questo l’esempio che vorreste per i vostri figli?».
Inevitabile che venisse invocata la mannaia della legge spagnola che vieta forme comunicative discriminatorie basate su razza, sesso, nazionalità, religione ed opinione. Con buona pace del diritto di opinione dell’associazione cattolica multata.
La stessa Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, peraltro, ha più volte affermato che la libertà di espressione rappresenta un pilastro essenziale di una società democratica, e che tale libertà non si applica solo alle idee condivisibili da tutti o ritenute inoffensive, ma anche ad espressioni che possono irritare, scioccare, dispiacere le autorità pubbliche o altri gruppi della popolazione.
Anche la Corte Suprema della laicissima Francia, per esempio, con la recente sentenza n.7-83.398, ha stabilito, nel caso Vannest contro l’Associazione Act Up Paris, che l’affermazione secondo cui l’omosessualità è una condizione inferiore all’eterosessualità, non eccede i limiti della libertà di espressione.
In realtà, è proprio l’idea di difendere la famiglia tradizionale che è stata colpita dal provvedimento del governo socialista spagnolo. E non è soltanto una questione politica, poiché l’attacco alla famiglia in Europa sta assumendo, purtroppo, dimensioni trasversali.
Mi viene in mente l’ultima trovata dell’impareggiabile Boris Johnson, sindaco conservatore di Londra, che lo scorso 3 luglio si è fatto vedere, sorridente e festante, alla testa del Gay Pride, in occasione del 40° anniversario del Gay Liberation Front (GLF), organizzazione che propugna l’eliminazione della famiglia. Nel 1971 il GLF, allora considerato fuori legge, pubblicò un manifesto in cui si teorizzava lo sradicamento e l’abolizione dell’odiato istituto, identificato come la condizione di «un uomo in catene, di una donna schiava e di figli costretti a subire quei modelli». Da qui l’esigenza di una «cultural revolution» per archiviare definitivamente dalla storia dell’umanità l’idea stessa di famiglia.
Neppure la Chiesa veniva risparmiata dagli strali del manifesto, perché si imputava proprio agli «arcaici ed irrazionali insegnamenti» del cristianesimo la definizione regressiva e oscurantista del concetto di famiglia e di matrimonio.
L’ignoranza gioca sempre brutti scherzi.
Se gli attivisti del GLF si fossero informati, avrebbero scoperto che famiglia e matrimonio sono istituti ben antecedenti all’avvento del cristianesimo, e che le evolute civiltà classiche già ne conoscevano l’importanza. L’idea che la famiglia fosse considerata una cellula della società e che il matrimonio fosse l’unione di un uomo e di una donna finalizzata alla procreazione, si perde nella notte dei tempi della civiltà umana.
Se avessero studiato, gli stessi militanti del GLF, avrebbero saputo che gli unici due tentativi di abolire la famiglia attuati nella storia recente (il codice di famiglia sovietico del 1918 e l’organizzazione sociale dei kibbutz israeliani) si sono rivelati un tragico fallimento, al quale è stato subito posto rimedio.
Non è davvero soltanto una questione di fede.
Il cristianesimo si è semplicemente limitato a riconoscere e valorizzare ciò che la ragione umana ha sempre percepito come un ineludibile fattore positivo. La famiglia come luogo dell’educazione all’appartenenza e al rapporto con l’altro, resta un elemento imprescindibile per la stessa coesione sociale dell’umanità.

VESCOVI EUROPEI: LA CRISI DELLA FAMIGLIA HA UNA BASE CULTURALE La mancanza di politiche familiari non basta a spiegare l'“inverno demografico”

ZAGABRIA, lunedì, 4 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Il problema dell'inverno demografico in Europa non è dovuto solo alla mancanza di politiche familiari, anche se ovviamente questo fattore influisce. Secondo i Vescovi europei, si deve anche a una pressione culturale.

I presuli lo affermano nel Messaggio finale della 40ma Assemblea Generale del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE), svoltosi questo fine settimana a Zagabria (Croazia).

I Vescovi europei constatano l'esistenza di una chiaro calo demografico e affermano che la sua vera causa non è “il tipo di politiche familiari che i diversi Paesi stabiliscono”, anche se questo “ha sicuramente un influsso”.

“Ciò non pare sufficiente per spiegare la pesante e generalizzata denatalità che viene qualificata come 'inverno demografico'”, sostengono. “Il clima culturale diffuso, infatti, incide non poco sui comportamenti personali e sociali”.

Come esempio, segnalano come sia “seriamente preoccupante” “il dibattito di questi giorni presso il Consiglio d’Europa, che vuole limitare il diritto all’obiezione di coscienza del personale medico per rendere piu facile l’accesso all’aborto”.

Per questo, ricordano che la Chiesa “non cessa di affermare i valori fondamentali della vita, del matrimonio fra un uomo e una donna, della famiglia, della libertà religiosa e educativa”, “valori sui quali s’impianta ed è garantito ogni altro valore declinato sul piano sociale e politico”.

In questo panorama, i Vescovi chiedono ai cattolici “una fede più consapevole e documentata per poter valutare con senso critico la cultura dominante che ha messo in discussione valori come la vita umana dall’inizio al tramonto naturale, la persona nella sua struttura oggettiva, la libertà come responsabilità morale, la fedeltà, l’amore, la famiglia”.

“Tutto questo fa vedere che oltre la necessità di tenere ben radicata e viva la fede, c’è bisogno di credere nella capacità della ragione di scoprire la verità delle cose in se stesse e dell’etica”.

I Vescovi sottolineano infine l'importanza della testimonianza dei fedeli: “Le molte famiglie che accolgono la presenza di Gesù e vivono secondo la verità della famiglia non cessano di dare testimonianza della bellezza e della corrispondenza al cuore dell’uomo di quanto la Chiesa proclama mostrando che è possibile vivere in famiglia come Cristo invita”.

Politica familiare

Questo tema è stato affrontato anche dal Cardinale Péter Erdő, Arcivescovo di Esztergom-Budapest e presidente del CCEE, nel suo discorso di inaugurazione.

“Conseguenza chiara del disagio della nostra società” sono “il problema demografico e il suo necessario legame con la questione della famiglia”, al centro della riflessione del CCEE, ha affermato.

“La famiglia e la vita sono parte integrante del piano di Dio e sono il modo di Dio per farci pregustare la piena comunione con Lui”, ha sottolineato il Cardinale.

Il porporato ha anche segnalato la diffusione attuale di una cultura incapace di contemplare “la bellezza dell’amore fra un uomo e una donna, che per tutta la vita si uniscono e fanno del loro amore un dono anche per accogliere ed educare nuove persone”, che “è e sarà sempre la più bella immagine di Dio”.

Per questo motivo, “spesso manca la disponibilità per un sì alla vita. L’organizzazione della vita urbana moderna rende difficile mantenere una famiglia numerosa. Le donne non sono abbastanza valorizzate nella loro maternità. La crisi economica e la disoccupazione entrano nelle case di tante famiglie portando tante angustie e paure”.

Questa crisi della famiglia “è soprattutto un aspetto della crisi culturale: se viviamo nel momento e per il momento, perdiamo il legame non solo intellettuale ma anche biologico e psicologico con il futuro e non ci sentiamo legati e sostenuti dall’insieme del creato”.

Per questo, ha concluso, la Chiesa “invita a mettere in atto delle politiche adeguate ai reali bisogni della famiglia e chiede che misure di aiuto concreto siano sempre più aderenti ed efficaci alla realtà della famiglia”.

La versión española de Educación para la Ciudadanía: un asalto a la libertad de educación en Europa

Teresa García-Noblejas
Sat, 02 Oct 2010 21:01:00

CAMINEO.INFO.- Varsovia/POLONIA.- Tal como estaba previsto, ayer fué presentado el conflicto español de Educación para la Ciudadanía en la reunión que está celebrando en Varsovia la Organización para la Cooperación y la Seguridad en Europa (OSCE), una institución formada por 56 países de Europa, América y Asia.

La presentación ha corrido a cargo de Miguel Gómez de Agüero, en representación de Profesionales por la Ética y ha tenido lugar en dos ocasiones a lo largo de la jornada. En primer lugar, Gómez de Agüero ha protagonizado un evento organizado por el European Center for Law and Justice (ECLJ) en el marco de la Conferencia de la OSCE. En segundo lugar, el representante de Profesionales por la Ética ha intervenido ante las más de 250 personas que formaban la Asamblea plenaria de la OSCE.

La intervención, titulada «The spanish versión of education for ctizenship: an assual on freeedm of education in Europe» (La versión española de Educación para la Ciudadanía: un asalto a la libertad de educación en Europa) ha expuesto el conflicto ocasionado por la imposición de estas asignaturas en España, mostrando su carácter adoctrinador en frases textuales de los decretos oficiales y en libros de texto y materiales gubernamentales para la enseñanza de Educación para la Ciudadanía.

Gómez de Agüero ha expuesto igualmente las características de la movilización social provocada por esta agresión a la libertad de educación de los padres, las casi 55.000 objeciones de conciencia presentadas, las contradicciones en los tribunales españoles ante las más de 2.300 demandas promovidas por las familias y la situación actual del conflicto. «Mientras cientos de padres mantienen a sus hijos fuera de clase, se esperan las sentencias del Tribunal Constitucional y del Tribunal Europeo de Derechos Humanos de Estrasburgo. La OSCE debe tomar conciencia de esta situación ya que las garantías para la protección de los derechos fundamentales de los menores y sus padres requiere la apertura de un debate que debe llegar a las instituciones internacionales para lograr una solución a la anomalía causada por el caso español de Educación para la Ciudadanía.

Enlace a VÍDEOS PRESENTADOS EN LA REUNIÓN DE LA OSCE DE VARSOVIA el 1 de octubre de 2010

Spanish Education for Citizenship

http://www.youtube.com/user/Prensaprofesionales#p/u/2/28NXbgXFUT4

Ni un paso atrás (en inglés)

http://www.youtube.com/user/Prensaprofesionales#p/u/1/v6U04rfnZDU

ANTECEDENTES de esta NOTICIA

Miguel Gómez de Agüero anuncia que presentará el conflicto de la Educación para la Ciudadanía española en la OSCE

http://www.youtube.com/user/Prensaprofesionales#p/u/7/Ec9TA2RmuRE

El conflicto de EpC será presentado esta semana en la OSCE

http://www.profesionalesetica.org/2010/09/28/el-conflicto-de-epc-sera-presentado-esta-semana-en-la-osce/


Il Dio dell’Europa

Corrispondenza Romana n.1155 del 28 agosto 2010

Negli ultimi anni il futuro della religione nelle società politiche occidentali è oggetto di attenta e articolata analisi nei vari campi del sapere. Mai come all’inizio del nuovo millennio la società civile occidentale è stata attraversata da un’ondata di ideologismo antireligioso che, pur essendosi manifestato già in forma radicale nei totalitarismi del XX secolo, ora impregna il tessuto sociale in forma forse meno viscerale ma sicuramente più dolorosa.


Philip Jenkins, docente alla Pennsylvania State University, noto esperto di storia delle religioni, affronta questa delicatissima tematica con il piglio pragmatico ed agile degli studiosi anglosassoni, conducendo il lettore dentro l’intricata trama dei profondi mutamenti che la società civile e politica in Occidente ha assunto nei confronti del fenomeno religioso e del Cristianesimo in particolare (Philip Jenkins, Il Dio dell’Europa, EMI – Editrice Missionaria Italiana, Bologna 2009, pp. 443, € 25). Jenkins sottolinea come lo «spazio pubblico» delle fede, nonostante la brutale aggressione intellettuale subita dall’Illuminismo in poi, non si sia affatto ristretto, quanto piuttosto abbia subito una profonda ridefinizione, nel solco della crisi generale dei valori pre-politici che sono alla base del vivere comune e dell’affermazione del ruolo dell’Islam in Europa.

Il pericolo ad esempio che minoranze estremiste ben agguerrite e determinate conducano la fede islamica e le masse islamiche ad essere vessilliferi di una società intollerante ben lontana dalla Koinè creata dal fecondo apporto del Cristianesimo nei tessuti sociali romani, germanici e slavi non è peregrina, come afferma l’autore citando George Weigel. Infatti, mentre è stata palesemente smentita la tesi dell’eclissi, se non della scomparsa della religione dalla sfera del pubblico e del politico nel mondo occidentale, contestualmente, annota Jenkins, si avverte la necessità di una nuova definizione del rapporto tra fede e laicità nella società civile, e conseguentemente di una nuovo franco confronto con i valori portati dall’Islam, nel solco del concetto pro-positivo espresso dal S.Padre Benedetto XVI, di «polifonia tra valori sacri e laici», alla ricerca comune della verità del senso della persona umana nella storia, ben oltre i ripiegamenti culturali del relativismo e del nihilismo imperanti in Europa che hanno condotto alla affermazione di pseudo-diritti positivi – non naturali – quali i matrimoni omosessuali, l’aborto, l’eutanasia, l’eugenetica.

In questo quadro di profondo mutamento, trasformazione e modificazione dei rapporti valoriali nella società, è necessario che la Chiesa sappia mantenere la barra a dritta nella scelta dei metodi, delle procedure, degli schemi politici di affermazione della verità evangelica nel mondo, evitando di cadere preda di risoluzioni pur in buona fede, che, già nell’epoca postconciliare del Vaticano II tanti dubbi hanno arrecato ai cristiani.

La crisi di valori morali ed etici nella civiltà occidentale si combatte, afferma Jenkins, scendendo in campo aperto ed accettando le innumerevoli sfide lanciate al Cristianesimo dalla modernità e dalla globalizzazione nella consapevolezza che solo il messaggio universalistico di verità di fede di Cristo sia in grado di ordinare e dare senso comune alle prassi politiche e sociali, e pure ai distinguo delle altre fedi monoteiste, Islam in primis.

Consejo de Europa aprobaría aborto como "derecho" en octubre

MADRID, 26 Sep. 10 / 11:10 pm (ACI)

La directora ejecutiva del Observatorio Europeo para la Dignidad (European Dignity Watch), Sophia Kuby, advirtió la existencia del Informe McCafferty, que promueve el aborto y podría ser aprobado por el Consejo de Europa el 7 de octubre.

Durante un encuentro convocado por Profesionales por la Ética (PPE), Kuby explicó que este informe ha sido presentado a votación en la Asamblea Parlamentaria del Consejo de Europa. El texto promueve el aborto bajo el pretexto de que las mujeres deben acceder a la "salud reproductiva".

Según informó PPE, Kuby advirtió que el objetivo es imponer este supuesto derecho por encima de las objeciones de conciencia de los médicos y profesionales sanitarios, que mayoritariamente se niegan a practicar abortos. Se trata de "excluir de la práctica médica a las personas de convicciones sólidas, sean cuales sean, que se separen de la práctica y la ideología dominante".

Explicó que de esta manera se invierten los términos y se contrapone la libertad de conciencia a un supuesto nuevo derecho. Añadió que se crearía un registro de objetores, que es una lista negra para denunciar a los profesionales que se nieguen a practicar abortos.

Kuby indicó que todo esto responde a la estrategia de determinadas minorías, que están llevando a cabo en Europa un verdadero proceso de reingeniería social para poner en juego la vida, la familia y los derechos fundamentales.

Europa y el crucifijo. Una alianza contra el laicismo

Por Grégor Puppinck, director del European Centre for Law and Justice, ECLJ (Estrasburgo) (Publicado en la edición española de L’Osservatore Romano, 01/08/2010)

El caso Lautsi ha levantado revuelo en Europa después de que el Tribunal europeo de derechos humanos condenara a Italia por la presencia de los crucifijos en las escuelas públicas, una presencia que supuestamente viola los derechos humanos. Para dar una base legal a su decisión, el Tribunal creó una nueva obligación, según la cual el Estado está «obligado a la neutralidad confesional en el campo de la educación pública».

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El Tribunal añadió que no veía «cómo la exposición en las clases de las escuelas públicas, de un símbolo que es razonable asociar al catolicismo (religión mayoritaria en Italia) puede servir al pluralismo educativo, que es esencial para preservar una “sociedad democrática” tal como la concibe la Convención». Así, según el Tribunal, los Estados europeos deberían ser arreligiosos (neutralidad confesional) para servir al pluralismo, que sería la causa constitutiva de una sociedad democrática. En otros términos, el Tribunal afirma que una sociedad, para ser democrática, debe renunciar a su identidad religiosa. Italia presentó recurso de apelación contra esta decisión ante la Grande Chambre del Tribunal de Estrasburgo. La apelación se expuso el 30 de junio pasado y el juicio del Tribunal se espera para otoño.

Este caso es sumamente importante. Es emblemático, puesto que está en juego la legitimidad misma de la presencia visible de Cristo en las escuelas italianas y, por extensión, de toda Europa. Se ha convertido en un símbolo en el conflicto actual sobre el futuro de la identidad cultural y religiosa de Europa. Un conflicto que enfrenta a los partidarios de la secularización completa de la sociedad y a los defensores de una Europa abierta y fiel a su identidad profunda. Los primeros ven el laicismo como la solución que permite gestionar el pluralismo religioso y el pluralismo como un argumento que permite imponer el laicismo. La secularización no es un fenómeno completamente espontáneo o ineludible. Procede incluso a través de opciones políticas, como la política anticlerical de Francia a comienzos del siglo xx.

NECESIDAD DE IDENTIDAD

Europa es distinta. El pluralismo religioso, el cosmopolitismo que sirve de paradigma para la reflexión del Tribunal, en realidad es una ficción extraña en la mayor parte del territorio europeo. Sin embargo, es verdad que estamos en una época en la cual las identidades nacionales se ponen en tela de juicio, pero al mismo tiempo es muy fuerte la necesidad de identidad. La Europaoccidental de finales de la segunda guerra mundial vivió jurídicamente en un régimen proclamado de libertad religiosa; pero, de hecho, lo que hemos conocido es más bien un régimen de simple tolerancia religiosa. Esto se explica con el hecho de que las minorías religiosas en aquel tiempo eran poco visibles y no pretendían modificar la identidad religiosa de las naciones a las que habían emigrado.

Hoy la situación es diferente. La presencia del islam obliga a Europa a tomar realmente posición sobre la libertad religiosa. Esta elección no es sólo una toma de posición filosófica, sino que tiene también importantes consecuencias concretas sobre la realidad de la identidad religiosa occidental. Resulta cada vez más evidente que las instituciones públicas de Europa occidental —y la sentencia Lautsi lo demuestra— han optado por limitar la libertad religiosa e imponer una secularización de la sociedad para promover un modelo cultural preciso en el cual la ausencia de valores (neutralidad) y el relativismo (pluralismo) son valores en sí mismos para sostener un proyecto político que se quiere que supere la religión y la identidad. Este proyecto político, en cuanto sistema filosófico, pretende tener el monopolio.

En este contexto de radicalización de la secularización se inserta el caso Lautsi. Es el último y principal obstáculo contra el cual ha topado el proceso de secularización después del debate relativo a las «raíces cristianas» en el preámbulo del Tratado constitucional europeo. El hecho de que una jurisdicción haya podido, en nombre de la libertad religiosa, llegar a la conclusión de que una sociedad, para ser democrática, debe renunciar a su identidad religiosa, exige una reflexión sobre la evolución del concepto. El caso Lautsi muestra que este concepto, ideado para proteger a la sociedad del ateísmo de Estado, al final se ha convertido en un instrumento de deslegitimación social y de privatización de la religión. En definitiva, este caso muestra que este modo de entender la libertad religiosa puede volverse contra la religión y ser el principal instrumento conceptual de la secularización de la sociedad.

SI SE NIEGAN LAS IDENTIDADES COLECTIVAS

La primera y principal carencia que el caso Lautsi revela es la incapacidad de la concepción moderna de libertad religiosa de pensar y de respetar la dimensión religiosa de la vida social y la dimensión social de la religión. La teoría que ha llevado a la sentencia Lautsi se basa en el reconocimiento exclusivo de los derechos del individuo, que se supone dotado de una conciencia considerada infalible por naturaleza y destinado a evolucionar en una sociedad imaginada como axiológicamente (moralmente) neutral. Esta libertad se considera universal en cuanto fundada en la naturaleza humana y es imperativa puesto que es la expresión de uno de los aspectos de la dignidad humana. Por el contrario, la sociedad pública, en cuanto considerada una entidad artificial al servicio del individuo, debe anularse frente a la única autoridad legítima: la libertad que deriva de la dignidad individual.

La identidad religiosa de la sociedad ya no tiene, de por sí, valor y legitimidad. Se considera un simple hecho heredado de la historia. En numerosos campos, el derecho internacional reconoce que las naciones pueden ser titulares de derechos subjetivos, como el derecho de proteger su identidad cultural, lingüística y ecológica y de transmitirla a las generaciones futuras; pero esto no vale para su identidad religiosa, aunque se trate de uno de los componentes más profundos de la identidad. En materia religiosa, las naciones no son titulares de ningún derecho. Según la concepción moderna de la libertad de religión, sólo los individuos, tomados aisladamente, poseen derechos religiosos que se ejercen en los límites que fijan las legislaciones nacionales. La religión y las distintas sociedades intermediarias no se benefician de una protección especial: sólo cada creyente, individualmente, es titular de este derecho, y este derecho se ejerce ante todo y sobre todo respecto a terceros y respecto a la sociedad.

Esta libertad religiosa implicaría, pues, la neutralización de la identidad religiosa de la sociedad, pero esa neutralidad es profundamente ilusoria. De hecho, aunque el poder civil puede ser indiferente a las convicciones íntimas de las personas, no puede serlo del todo respecto de la religión en cuanto que esta es por su naturaleza un fenómeno social. Así, pretender ser indiferente respecto de la religión al final significa negar la dimensión fundamentalmente social de la religión y limitarla a la esfera privada de las convicciones íntimas.

Es expresión de una opción filosófica afirmar en el caso Lautsi que el Estado debería actuar como si la sociedad y la cultura italianas no tuvieran nada de religioso. Sin embargo, un Estado, un pueblo, tiene necesariamente una identidad, y esta identidad tiene necesariamente una dimensión religiosa. Un Estado no es un concepto, no es una estructura neutral, no tiene la frialdad de una institución supranacional; un Estado es la emanación de un pueblo, con su historia y su identidad. En esta óptica, los símbolos sirven precisamente para representar, para encarnar los componentes de la identidad social. La identidad colectiva se construye en torno a símbolos. La dimensión religiosa de la identidad social de un pueblo la constituyen y manifiestan toda una serie de usos sociales y costumbres, como las fiestas, los nombres, un cierto tipo de relaciones humanas, el vestido e incluso la alimentación. Se manifiesta también mediante símbolos visibles, como los crucifijos en las escuelas, en los hospitales o en las plazas y en los monumentos públicos.

Para ser coherente consigo mismo, el Tribunal europeo debería renunciar a cerrar en Navidades o en Pascua, y adoptar, como habían hecho los revolucionarios franceses, un calendario nuevo sin referencias a la vida de Cristo. De hecho, la identidad religiosa de una sociedad no puede ser neutralizada: puede ser negada, atacada y sustituida, pero no neutralizada. Por consiguiente, el verdadero centro de la cuestión en el caso Lautsi es la legitimidad de una autoridad supranacional que pretende modificar con imperio la dimensión religiosa de la identidad de un país. La teoría jurídica de la libertad religiosa no es capaz de tener en cuenta la identidad cristiana de Europa; es precisamente esto lo que el caso Lautsi ha revelado. Por consiguiente, la reacción política sin precedentes que ha suscitado la sentencia de noviembre de 2009 reviste una gran importancia, en cuanto que es una verdadera reafirmación de la legitimidad propia y particular del cristianismo en la identidad de Europa, frente a la dinámica de la secularización.

INDIVIDUO Y SOCIEDAD

El caso Lautsi revela también que el modo como el Tribunal de Estrasburgo afronta la libertad religiosa se basa en una concepción conflictual de las relaciones entre el individuo y la sociedad. La sociedad y la persona no son consideradas en una relación de complementariedad, sino de oposición: la sociedad es el principal obstáculo a la libertad individual; son las sociedades las que limitan la libertad; por tanto, deberían anularse, llegar a ser lo más neutrales posible con el fin de liberar el espacio para el libre ejercicio de la conciencia individual.

Dicha concepción conflictual lleva a una lógica de reivindicación exclusiva de «mi derecho particular» contra el conjunto de la sociedad. El derecho de los hijos de la señora Lautsi a no estar obligados a ver el símbolo de Cristo debería prevalecer, sin ninguna componenda posible, sobre el deseo mayoritario de todo un pueblo, e incluso de todos los pueblos miembros del Consejo de Europa. La absolutización de la dignidad y de la autonomía individual lleva a la absolutización del derecho que la garantiza, y a la anulación de los intereses de la comunidad.

La libertad contra la religión

El caso Lautsi también debe llevar a interrogarse sobre el peligro que constituye la lógica de la libertad religiosa cuando se lleva al extremo, en cuanto que lleva a negar la religión en nombre de la libertad de religión, a defender la libertad de religión suprimiendo socialmente la religión. Es lo que ha hecho el Tribunal: ha pretendido defender la libertad religiosa suprimiendo el símbolo religioso. Se trata de un verdadero vuelco histórico y conceptual, puesto que en la posguerra se quiso la libertad religiosa como instrumento de defensa de la trascendencia del hombre ante el nihilismo de Estado. La libertad de religión es probablemente el derecho más violado en Europa en el siglo xx; sus enemigos se niegan a admitir que la religión y la libertad no son necesariamente antinómicas —utilizan la libertad contra la religión— e incluso consideran que la simple manifestación de la religión de los demás viola la libertad religiosa.

Por último, como resulta de la jurisprudencia del Tribunal europeo, la libertad religiosa ya no es un derecho primario, fundamental, directamente derivado de la naturaleza trascendente de la persona humana, sino un derecho secundario, concedido por la autoridad civil y derivado del ideal de pluralismo democrático. Se trata de un vuelco conceptual. Así son cada vez más frecuentes en la jurisprudencia fórmulas como: la libertad de religión garantiza el pluralismo y por ello merece una tutela especial. La manifestación de las convicciones religiosas se encuentra así encuadrada por las exigencias de un orden público asimilado a la neutralidad.

No sólo, sino que en la realidad la libertad de religión se limita cada vez más sólo a la libertad de fe, es decir, a la libertad interior de creer o no creer. Sería un error considerar que la fe es independiente de la religión en cuanto que una es interior y la otra exterior. Limitar la libertad de religión (a causa de la no legitimidad social de la religión) para proteger sólo la libertad de fe (como expresión pura de la trascendencia humana) correspondería, en una familia, a prohibir las oraciones y el catecismo en nombre de la libertad del acto de fe de los hijos. De hecho, así habría poquísimas posibilidades de trasmitir la fe a los hijos. Lo mismo vale para la sociedad. Quitar la religión de la sociedad equivale a quitar la fe de los corazones de las generaciones futuras.

REACCIÓN SIN PRECEDENTES

La sentencia Lautsi ha provocado una reacción social y política sin precedentes en la historia del Consejo de Europa. Nunca una decisión del Tribunal de Estrasburgo fue tan contestada, con tanto vigor, no sólo por los creyentes, sino también por la sociedad civil y numerosos Gobiernos. Tres semanas después de la audiencia ante la Grande Chambre, es cada vez más evidente que se ha obtenido una gran victoria contra la dinámica de la secularización. Aunque jurídicamente Italia todavía no ha ganado, de hecho políticamente ya ha logrado una victoria magistral. En efecto, hasta ahora, no menos de veinte países europeos han manifestado su apoyo oficial a Italia defendiendo públicamente la legitimidad de la presencia de símbolos cristianos en la sociedad y, en particular, en las escuelas.

En un primer tiempo, diez países se comprometieron en el caso Lautsi con «intervenciones de terceros» (amicus curiae). Cada uno de ellos —Armenia, Bulgaria, Chipre, Grecia, Lituania, Malta, Mónaco, Rumanía, Federación Rusa y San Marino— ha entregado al Tribunal un memorial escrito invitándolo a retractarse de su primera decisión. Estos memoriales no sólo tienen valor jurídico, sino que son también y ante todo importantes testimonios de defensa del patrimonio y de la identidad de estos países ante la imposición de un modelo cultural único. Lituania, por ejemplo, no ha dudado en hacer un paralelo entre la sentencia Lautsi y la persecución religiosa que sufrió y que se manifestaba sobre todo en la prohibición de los símbolos religiosos.

A estos diez países, hasta ahora, se han añadido otros diez. En efecto, los Gobiernos de Albania, Austria, Croacia, Hungría, ex República yugoslava de Macedonia, Moldavia, Polonia, Serbia, Eslovaquia y Ucrania han cuestionado públicamente el juicio del Tribunal y pedido que se respeten las identidades y las tradiciones religiosas nacionales. Numerosos Gobiernos han insistido en decir que esa identidad religiosa está en el origen de los valores y de la unidad europea.

Así, junto con Italia, casi la mitad de los Estados miembros del Consejo de Europa (21 de 47) ya se ha opuesto públicamente a este intento de secularización forzada y ha afirmado la legitimidad social del cristianismo en la sociedad europea. Más allá de los argumentos reales de defensa de las identidades, de las culturas y de las tradiciones cristianas nacionales, de hecho estos veinte Estados han afirmado y defendido públicamente su adhesión a Cristo mismo; han recordado que es conforme al bien común que Cristo esté presente y sea honrado en la sociedad.

Esta coalición, que agrupa a casi toda Europa central y oriental, revela la persistencia de una división cultural interna en Europa; revela también que esa división se puede superar, como lo testimonia la importancia del apoyo a Italia por parte de los países de tradición ortodoxa.

IGLESIAS ORTODOXAS Y LAICISMO

La importancia del apoyo que dan los países de tradición ortodoxa resulta en gran parte de la determinación del patriarcado de Moscú a defenderse contra el avance del laicismo. Poniendo por obra la petición del Patriarca Kiril de «unir a las Iglesias cristianas contra el avance del laicismo», el metropolita Hilarión ha propuesto la creación de una alianza estratégica entre católicos y ortodoxos para defender juntos la tradición cristiana contra el laicismo, el liberalismo y el relativismo que prevalecen en la Europa moderna: «El laicismo que prospera hoy en Europa —ha escrito el presidente del Departamento de las relaciones exteriores del patriarcado— es en sí mismo una pseudo-religión con sus dogmas, sus normas, su culto y su simbología. Siguiendo el ejemplo del comunismo ruso del siglo xx, aspira al monopolio y no soporta ninguna competencia. Por este motivo, los líderes del laicismo reaccionan de modo exagerado a cualquier manifestación religiosa y a la mención del nombre de Dios. (…) El laicismo actual, al igual que el ateísmo ruso, se considera el sustituto del cristianismo. Por esto, no puede permanecer neutral e indiferente respecto a este último. Es abiertamente hostil a él». Este análisis está en sintonía con el que hizo el Papa, quien el 24 de enero de 2008 dijo a los obispos de la Conferencia episcopal de Eslovenia que el laicismo es «distinto pero no menos peligroso que el marxismo».

Este importante fenómeno denota que la transición democrática en los países del este no fue acompañada de la transición cultural, como Occidente deseaba vivamente. Hoy asistimos más bien a un movimiento inverso de reafirmación de identidad que pasa por una forma de restauración del modelo ortodoxo de relación entre la Iglesia y el poder civil. De hecho, el muro de separación entre el poder civil y el religioso desaparece en favor de una colaboración al servicio del bien común. El poder civil y el religioso consideran legítima y de por sí buena esta colaboración; les cuesta mucho comprender su regular condena de parte del Tribunal de Estrasburgo, que vela por la rígida separación entre la esfera religiosa y la civil.

El fuerte apoyo llegado del este podría anunciar además un gran cambio en la dinámica de construcción de la unidad europea. En efecto, siempre se ha pensado que la unidad europea se iba a realizar inevitablemente de oeste a este mediante una conquista de este último al liberalismo económico y cultural occidental. Ahora bien, evento raro, el caso Lautsi ha provocado un movimiento inverso, del este hacia el oeste. El este de Europa, apoyándose en el catolicismo, se opone al oeste en la defensa de la cultura cristiana y de una justa concepción de la libertad religiosa. Claramente los defensores de la libertad ante el materialismo ya no están donde estaban un tiempo.

Durante el procedimiento ante el Tribunal de Estrasburgo se ha podido apreciar un cierto malestar respecto de las naciones orientales que se atrevían a contestar que la labor del Tribunal fuese correcta. Este malestar se ha notado, por ejemplo, cuando los Estados terceros que han intervenido han intentado tomar la palabra durante la audiencia. Normalmente, esa petición no crea dificultades, y se conceden treinta minutos a cada Estado a fin de que exponga sus argumentaciones. En el caso Lautsi, en cambio, esos Estados se han encontrado con una negativa categórica. Sólo después de haber insistido mucho han obtenido, todos juntos, quince minutos. Algunos de esos países han vivido esto como una afrenta y un reflejo de autodefensa del Tribunal. Esta intervención común ante el Tribunal es, en cualquier caso, un acontecimiento histórico. Entre las cuestiones que hay que plantearse en el futuro inmediato está la de saber si el Tribunal será capaz de abrir de nuevo la discusión sobre su paradigma ideológico en materia religiosa. Veintiún países del Consejo de Europa, de cuarenta y siete, lo han invitado expresamente a hacerlo; rechazar de modo perentorio esta invitación minaría directamente la legitimidad del Tribunal.

El Consejo de Europa, del que depende el Tribunal de Estrasburgo, en su Carta de fundación afirma «el vínculo inquebrantable» de los pueblos de Europa con los «valores espirituales y morales que son su patrimonio común». Estos valores espirituales y morales no son de naturaleza privada; son constitutivos de la identidad religiosa de Europa y reconocidos como bases del proyecto político europeo. Como el Papa ha recordado recientemente, el cristianismo es la fuente de estos valores espirituales y morales. La alianza de estos veintiún países indica que es posible construir el futuro de la sociedad europea sobre este fundamento, al precio de una reflexión lúcida sobre el modelo cultural occidental contemporáneo y en la fidelidad cristiana. Europa no puede afrontar el futuro renunciando a Cristo.