DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Meditazioni per il Papa: l’”apostolo abbandonato” di Dal Covolo (testo integrale)

Settimana scorsa Enrico Dal Covolo, salesiano, docente di Letteratura cristiana antica, ha tenuto gli esercizi di quaresima per il Papa e la curia romana. Nella decima meditazione ha presentato la figura del Curato di campagna di George Bernanos. Palazzoapostolico.it la pubblica integralmente. C’era molta attesa attorno ai testi che Dal Covolo avrebbe presentato. E, a leggere questa meditazione, devo dire che il sacerdote salesiano non ha tradito le attese ed è stato all’altezza.

di Enrico Dal Covolo
Decima meditazione
Terzo “medaglione sacerdotale”:
il Curato di campagna di Georges Bernanos

1. A conclusione di questa “giornata penitenziale”, ho scelto un “medaglione” piuttosto singolare.
In verità, il sacerdote di cui intendo parlare non è mai esistito nella storia della Chiesa. Mi riferisco infatti al protagonista del celebre romanzo, che Georges Bernanos ha pubblicato nel 1936, il Journal d’un curé de campagne.
Come è noto, il Diario ha avuto una fortuna enorme. Fu tradotto in varie lingue, e numerose ne furono le trascrizioni (o meglio le “riscrizioni”) teatrali e cinematografiche.
Se oggi ne parliamo, al termine di questa giornata penitenziale, è perché nella figura dolente del curato di campagna troviamo enfatizzati in maniera tragica – eppure sommamente istruttiva – i dubbi, le tentazioni e le resistenze, che accompagnano la vocazione sacerdotale.
In modo speciale, mi propongo di illustrare il tema teologico della solitudine dell’apostolo, trascorrendo attraverso tre personaggi: Gesù Cristo, Paolo di Tarso e il curato di Ambricourt, al quale Bernanos non ha “osato” dare un nome.
In realtà la solitudine di Gesù e quella di Paolo le evocheremo appena, in forma di introduzione. Resta il fatto che esse rappresentano il punto di riferimento fondamentale per lo sviluppo della nostra meditazione.

E che dire della solitudine del sacerdote, oggi?
A questo riguardo, mi preme ripetere quello che afferma il Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri: la solitudine del sacerdote, “lungi da intendersi come isolamento psicologico, può essere del tutto normale, e conseguente alla sincera sequela evangelica, e costituire una dimensione preziosa della sua vita” (n. 97).
Proprio a questo tipo di solitudine il prete va educato: ed è il motivo per cui ne parliamo adesso.

2. Gesù Cristo e Paolo di Tarso
Il tema della solitudine di Gesù – che scorre “carsicamente” lungo i quattro Vangeli – raggiunge il suo acme nel racconto della Passione, soprattutto nel Vangelo più antico e più breve, quello di Marco.
Sono due le scene che ci interessano in modo speciale, quella del Getsemani (14,32-42) e quella della morte in croce (15,33-39). In tutt’e due le scene Gesù è tragicamente solo, fino al suo ultimo grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Marco 15,34).
Eppure – nella più profonda afflizione dello spirito e nel silenzio “scandaloso” del Padre – Gesù continua a esprimere la certezza di essere Figlio, mentre il Padre rivela, misteriosamente, il suo volto paterno.
“Abbà, Padre mio!…”: così, con il più tenero affetto, si rivolge a lui Gesù, proprio nel momento supremo della sua solitudine (Marco 14,36).

Che cosa vuol dire tutto questo per noi?
Significa che l’apostolo non raggiunge il vero volto di Dio senza passare attraverso l’agonia del proprio intimo. La notte dolorosa dello spirito e la spoliazione radicale di sé sono tappe obbligate nell’itinerario della missione. Non per caso il termine greco apóstolos significa, senza dubbio, “inviato”, “missionario”; ma anche “congedato”, “mandato via”: in un certo senso, “abbandonato”.
Nell’agonia del Getsemani, come sulla croce del Golgota, Gesù racconta al Padre la propria intima lacerazione, come sempre fanno i grandi uomini di Dio.
E nel silenzio sconcertante di quel Dio, si staglia nel cuore dell’Apostolo il volto del Padre.

Anche nell’Epistolario paolino la solitudine dell’apostolo è sottolineata molte volte.
Ma questo tema diventa più esplicito nella confessione amara di Paolo durante la sua prima prigionia a Roma, intorno all’anno 63: “Tutti mi hanno abbandonato…”, scrive Paolo a Timoteo (2 Timoteo 4,16), uno dei principali episcopi della seconda generazione cristiana.
A prescindere dai problemi di autenticità di queste “Lettere pastorali”, la vicenda di Paolo rispecchia esattamente l’imago Christi. Il verbo usato nella seconda Lettera a Timoteo (enkataléipo) è lo stesso impiegato da Gesù in croce, almeno nella traduzione greca che ne dà Marco: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato (eis tí enkatélipés me)?” (Marco 15,34).
In effetti, si tratta in tutti e due i casi del Servo sofferente, dell’apostolo che dona la propria vita, nonostante l’abbandono dei suoi. “Quanto a me”, Paolo lo aveva appena scritto, “il mio sangue sta per essere sparso in libagione, ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa…” (2 Timoteo 4,6-7).

Quello dell’apostolo è un donarsi ostinato. Abbandonato e tradito da…, egli muore per…
Quella dell’apostolo è una solidarietà universale, nonostante l’incomprensione e il rifiuto dei suoi. Il vino della cena deve essere bevuto, il medesimo pane deve essere mangiato, lungo i secoli. Perché, alla fine, quello che vince è l’amore: l’amore di Gesù, che supera perfino l’abbandono e il tradimento dei discepoli.

3. Il curato di Ambricourt
E’ stato osservato che tutto il cammino del curato di Ambricourt ripercorre una “imitazione di Cristo”, spesso particolarmente evidente, altre volte più nascosta e simbolica, ma che in ogni caso va considerata come la “struttura profonda” delle confessioni del curato.
Gesù Cristo è per lui il modello di vita, ma anche un compagno, il solo Amico con il quale parlare a cuore aperto, a cui confidare anche le righe cancellate del diario, le pieghe più scabrose del proprio intimo segreto…
Di fatto, il curato sperimenta Gesù come un meraviglioso Amico vivente, che soffre delle nostre pene, si commuove delle nostre gioie, che condividerà la nostra agonia, che ci accoglierà nelle sue braccia, sopra il suo cuore.

Se il cammino umano di Gesù è un cammino che culmina nella croce, quello del curato è segnato dal medesimo silenzio e dalla stessa notte.
Questo silenzio tenebroso, drammatico, è uno dei temi preferiti di Bernanos.
E’ il tema del silenzio di Dio. “Ho scritto questo”, confessa ad esempio il curato, in fondo a una pagina del suo diario: le righe sono cancellate parecchie volte, ma ancora decifrabili, annota Bernanos; “ho scritto questo in una profonda e completa angoscia di cuore e di sensi. Tumulto di idee, immagini, parole. L’anima tace. Dio tace. Silenzio” (mi riferisco alla traduzione italiana più recente, edita negli Oscar Mondadori, Cles [TN] 2009: p. 105).
E’ la notte dell’agonia, la notte spaventosa; l’esperienza del vuoto, dell’angoscia del curato di Ambricourt, “apostolo abbandonato”.
Egli sperimenta drammaticamente il silenzio di Dio, ma insieme – come Gesù nel Getsemani – percepisce la sua presenza, in una maniera misteriosissima e mai provata prima.
Superata questa prova, la notte spaventosa si apre alla luce divina. Il curato assume tutti i limiti della sua umanità, compresa la diagnosi del cancro che ha ormai divorato il suo organismo, e accetta una “morte piccola”, a sua misura.
Il paesaggio, strettamente in simbiosi con il cammino interiore del protagonista – il paesaggio piovoso e scuro, il paesaggio inzuppato di pioggia e di nebbia –, si schiarisce teneramente nei colori di un’alba in cui il curato, sul letto di morte, confessa il “tutto è grazia” di santa Teresa di Lisieux.

Anche qui, come abbiamo già fatto con il racconto della passione secondo Marco, propongo di osservare soprattutto due scene.
La prima scena si riferisce al singolare incontro del curato con Serafita, una delle bambine del catechismo parrocchiale, nella quale lo spirito dell’infanzia si alterna con la malizia del mondo.
Il curato rinviene faticosamente, nel buio della notte, al bordo di un campo bagnato dalla pioggia. Ha avuto una terribile emorragia.
“Ha vomitato”, gli spiega Serafita che l’ha scoperto per caso, mentre pascolava le mucche. “E’ sporco in faccia come se avesse mangiato le more”. E “senza smettere di parlare”, scrive il curato, la ragazzina mi passava uno straccio bagnato “sulla fronte, le guance. L’acqua fresca mi faceva bene, mi sono alzato, ma tremavo ancora forte. Finalmente il tremore è cessato. La mia piccola Samaritana sollevava la lanterna all’altezza del mio mento: per meglio giudicare la sua opera, immagino…” (p. 178).
Chi non legge, nella filigrana di questo racconto, un’immagine tanto cara alla tradizione cristiana, l’immagine della Veronica, che deterge il volto insanguinato e sofferente di Gesù?
Siamo nel cuore della via crucis – quella di Gesù, come quella del curato di Ambricourt –. L’imitatio Christi è palese. La solitudine scandalosa del condannato a morte è consolata dal gesto misericordioso di una donna. Intanto, il cammino della croce continua.

La seconda scena che propongo è quella conclusiva. Narra l’agonia e la morte del curato, un po’ a immagine dell’agonia di Gesù.
Siamo nell’ultima pagina del romanzo, scritta “fuori testo”.
Il diario è ormai finito, e chi scrive è un ex-prete. Nella sua casa, a Lilla, il curato di Ambricourt si è rifugiato per trascorrere la notte, dopo aver appreso la propria condanna a morte: un medico morfinomane gli ha appena svelato, brutalmente, lo stadio irreversibile del suo tumore. “Verso le quattro”, annota l’ex-prete, “non riuscendo a prendere sonno, sono andato in punta di piedi alla porta della sua camera e ho trovato il mio povero compagno riverso per terra, privo di sensi… Mentre aspettavo il medico, il nostro povero amico ha ripreso conoscenza. Ma non parlava. Aveva i goccioloni di sudore in fronte, sulle guance, e il suo sguardo, che si intravedeva appena tra le palpebre socchiuse, sembrava esprimere una grande angoscia… Dato che il prete non arrivava, ho creduto di dover dire al mio sfortunato compagno quanto mi rincrescesse quel ritardo, che rischiava di privarlo delle consolazioni riservate dalla Chiesa ai moribondi. Non sembrava avermi udito. Ma poco dopo ha posato la mano sulla mia, mentre con lo sguardo mi faceva chiaramente intendere di avvicinare l’orecchio alla sua bocca. Allora ha pronunciato in modo distinto, benché molto lentamente, queste parole, che sono certo di riferire con esattezza: ‘Che cosa importa? Tutto è grazia’.
Penso che sia morto di lì a pochi istanti” (p. 240).

Come è noto, sono queste le parole che chiudono il romanzo. Una conclusione di grande effetto, senza dubbio. Una conclusione che riporta al centro i due grandi temi che qui interessano: la solitudine dell’apostolo e l’imitazione di Cristo.

Attraverso una serie “imperdonabile” di insuccessi umani (la gente rimane diffidente, i bambini del catechismo si prendono gioco di lui, il suo nutrirsi solo di pane e vino lo fa ritenere un alcoolizzato, il conte del castello lo disprezza e sua figlia lo odia, la gestione economica della parrocchia e della casa parrocchiale è disastrosa, il “piano pastorale” non riesce a decollare…), il “piccolo” curato giunge alla totale spoliazione di sé, che gli consente una trasparenza assoluta nell’esercizio della sua missione.
Riesce addirittura a liberare la contessa dalla disperazione, in cui l’ha rinchiusa la morte del figlio: un autentico miracolo.
La solitudine dell’agonia e la radicale spoliazione dell’apostolo – sia egli Gesù di Nazaret o Paolo di Tarso, oppure il curato di Ambricourt – sono in definitiva la via paradossale della vittoria dell’amore sopra la morte.
E davvero, in questa prospettiva, che cosa importa ancora? “Tutto è grazia!”.

4. Conclusione: Hans Urs von Balthasar
Chi ha trattato con maggiore profondità e ampiezza il tema teologico della solitudine dell’apostolo, con specifico riferimento all’opera letteraria di Georges Bernanos, è uno dei più grandi teologi del secolo ventesimo.
Alludo manifestamente a Hans Urs von Balthasar, e alla sua poderosa monografia, intitolata Il cristiano Bernanos, pubblicata in lingua tedesca nel 1954.
Non trovo di meglio – per concludere questa meditazione, e anche questa giornata penitenziale dei nostri Esercizi – non trovo di meglio che postillare un paio di passaggi del quinto capitolo, nella seconda parte del libro, là dove von Balthasar descrive l’agonia finale dell’apostolo come “centro stesso della vita”.
“Il Vangelo”, commenta il teologo svizzero, tenendo sempre sullo sfondo l’agonia del Getsemani, “ha insegnato a Bernanos che la povertà dello spirito, la spoliazione radicale e la debolezza… fanno un tutt’uno con la beatitudine, quella delle braccia spalancate” (mi riferisco alla traduzione francese di M. de Gandillac, Le chrétien Bernanos, Seuil, Paris 1956, pp. 431-433).
Ritornano così – significativamente intrecciati fra loro, e sempre nella contemplazione di Cristo – i grandi temi della passione e della croce, dell’angoscioso silenzio di Dio, dell’abbandono e della solitudine dell’apostolo.
In questa stessa agonia si colloca la comunione dei santi, uno dei temi centrali della teologia balthasariana.
“Affinché si realizzi la comunione dei santi”, spiega infatti von Balthasar, “bisogna che ogni membro del corpo mistico doni il suo essere totale – e radicalmente spogliato –, perché divenga parte di un tutto; bisogna che egli si lasci colpire da quelle ferite, che sole permettono la circolazione del sangue attraverso il corpo intero. Ma dopo il Giardino degli Ulivi, questa ferita ha preso la forma dell’agonia, dell’essere che viene meno nell’angoscia. Il carattere gratuito dell’amore si manifesta nella sofferenza sotto forma di inutilità: ‘Mi sembra’, dice il curato di campagna, ‘che la mia vita, tutte le forze della mia vita, vadano a perdersi nella sabbia’. E finalmente, di fronte alla morte: ‘Piangevo con gli occhi spalancati, piangevo come ho visto piangere i moribondi: era ancora la vita che usciva da me’” (p. 470).

Siamo di fronte al mistero cruciale della “solitudine dell’innocente nel mondo del peccato”: quel mistero, per cui il parroco di Torcy – il confidente, o meglio il “direttore spirituale” del curato di campagna – giunge a parlare “della ‘solitudine sorprendente’ e della ‘tristezza verginale’ di Colei che ‘era l’innocenza’, la Madre di Dio, ‘nata senza peccato’…” (p. 474).

Ancora una volta, la solitudine dell’apostolo è consacrata come via di salvezza.

Pubblicato su palazzoapstolico.it venerdì 5 marzo 2010

Paolo e le radici cristiane d'Europa

ROMA, lunedì, 25 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il contributo del dr. Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani, contenuto nel "Codex Pauli", un'opera unica dedicata a Benedetto XVI al termine dell'Anno Paolino.

* * *

Se penso alle radici cristiane d'Europa mi viene in mente la notte di Pasqua dell'anno di Cristo 387 quando, a Milano, Agostino riceve il battesimo da Ambrogio.

Agostino, africano-latino con qualche percentuale di sangue berbero nelle vene, viene battezzato e diventa cristiano per mano di Ambrogio, un germanico-latino originario di Treviri, già funzionario imperiale nell'Illirico e in Val Padana, che gli abitanti di Milano avevano fatto vescovo a furor di popolo.

L'Europa cristiana nasce quella notte di Pasqua dell'anno 387 e nasce sotto il segno del meticciato, della mescolanza di stirpi e di patrie.

Dietro quell'episodio che stringe in emblema il destino ecumenico del Cristianesimo, c'è il diritto romano che affermava l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge ma c'è anche Paolo di Tarso, il quale aveva detto non esserci più né greci né latini, né servi né padroni, ma solo uomini resi liberi dal Vangelo.

Paolo di Tarso, l'uomo di tre culture, il giudeo di legge e di sinagoga che parlava, scriveva e in parte pensava in greco ed era orgoglioso della sua cittadinanza romana, ha vissuto sulla sua pelle le contraddizioni ma anche la meravigliosa ricchezza della contaminazione e della pluralità e ha tradotto tutto questo in messaggio universale.

Io non sono un teologo, né un filologo scritturista, né uno storico delle religioni. Per me, storico dell'arte, san Paolo è come me lo hanno consegnato Michelangelo e Caravaggio, Rubens e Rembrandt: folgorato sulla via di Damasco, decollato sulla via Ostiense, armato di spada e di libro. Di spada perché ha combattuto la buona battaglia, di libro perché i suoi scritti hanno incendiato il mondo. Ma quando, da cristiano, penso all'Europa nostra patria comune, mi vengono in mente il Corpus iuris e le Epistole del giudeo di Tarso.

L'uno e le altre fanno un dittico laico e religioso insieme che basta, da solo, a giustificare la storia e il destino del nostro continente. La certezza del diritto, il primato della legge da una parte e dall'altra l'immensa libertà che Cristo, per il tramite di san Paolo, ha consegnato ad ognuno.

Credo sia indubbio, anche alla luce di recenti studi, che all'origine dell'Europa cristiana vi siano proprio la persona e il pensiero di Paolo. Ma è soprattutto a partire da una rilettura spassionata degli Atti degli Apostoli che è possibile rinvenire la matrice originaria. L'evangelista Luca, autore degli Atti degli Apostoli, scorge in Paolo il prolungamento del ministero di Gesù e il primo adempimento di quanto inaugurato proprio con la venuta del Messia. Luca ravvisa, nella proclamazione paolina del Vangelo, un nuovo inizio della storia dell'umanità. Centro propulsore e meta è il continente europeo e naturalmente Roma, capitale dell'Impero.

Certamente né Luca né Paolo potevano aver razionalizzato l'idea di Europa, così come oggi la si intende, perché questo concetto nasce molto tardivamente rispetto all'epoca apostolica. Pur tuttavia, la realtà geografica così denominata aveva una certa delineazione. Così come era definita l'intenzione di Luca di scorgere il cammino di Cristo da Gerusalemme a Roma, centro e cuore dell'Europa pagana. Nell'opera di propagazione del Vangelo, è sempre il Cristo ad essere protagonista nel suo apostolo, che ripresenta fedelmente nel concreto della propria esistenza la vita, la morte e la risurrezione del Signore. Quindi l'Europa diviene la terra del "nuovo inizio" universale, dal significato non solo antropologico e teologico, bensì cristologico - ecclesiologico.

Alle origini del Cristianesimo europeo vi è allora un disegno salvifico che inizia con la sortita strategica di At 16 e, attraverso il mistero di sofferenza e di morte, di At 27 - 28 si perfeziona e si compie. Alle radici di valore dell'Europa, permane il mistero di morte e risurrezione di Gesù rivissuta nelle concrete vicende degli Apostoli. E' questa l'arma di "conquista" dell'Impero e la volontà di dare anima al Vecchio Continente.

La successiva testimonianza resa dai martiri espliciterà maggiormente questa realtà teologica: il mistero pasquale si evidenzia quale nucleo più autentico e verace delle radici spirituali di questa porzione geografica, la fonte sorgiva di ogni conquista per la pace, l'uguaglianza, la solidarietà e la libertà che proprio attraverso il Vangelo diventano patrimonio europeo.

Dr. Antonio Paolucci

Direttore dei Musei Vaticani

25 gennaio. Conversione di San Paolo

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Dal Vangelo secondo Marco 16,15-18.
Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura.
Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato.
E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove,
prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

IL COMMENTO

Un uomo lanciato in uno zelo smisurato. E un amore più grande d'ogni entusiasmo. Un amore d'acciaio che arriva come un fendente, e rovescia la vita. E tutto quello che è stato, certezze che sembravano rocce, e la storia, e i padri, e i bagagli, e le tradizioni, tutto travasato nel buio della cecità da una voce che scandisce una presenza e che trapassa il cuore. E anni di silenzi, il deserto, e occhi poggiati sul nulla, e quella voce a risuonar dentro, e le voci amiche di chi era nemico a racontare l'amore che ha vinto la morte. La vita in un frullatore a rimestare ogni molecola, ed il ricordo vivo di pietre e sangue ed il volto di un angelo piegato sulle ginocchia. Quell'immagine, quell'uomo piagato eppure sfolgorante di Cielo era lì, conficcata nella memoria, e s'intrecciava con quella voce che lo aveva afferrato e scaraventato giù dalla vita. Saulo di Tarso, quello che uccideva i cristiani era lì, in quell'eremo d'Arabia, ridiventato bambino, la mano stretta in quella di Anania, a camminare a ritroso nella storia dei suoi, ed ogni passo scioglieva il buio, e le cose si facevano chiare, e poi vere, e poi nette come un mattino sferzato di tramontana. E sempre Stefano impresso nella memoria, così simile a quella voce che lo aveva rapito e sconvolto. Era Stefano, era il Profeta di Nazaret, erano i piccoli che stava per mettere in catene. Non capiva, e intuiva. E poi la luce, un abbaglio più intenso ed ecco tutto era chiaro. La Verità aveva bussato, senza preavviso, se non quel volto tumefatto che gli era sembrato un angelo del Cielo. Allora era vero quel morire come un agnello, era vero che il Messia era i Servo, era vero che il Crocifisso era risorto. Eccola la Storia di salvezza, ecco le promesse, l'Alleanza, la Terra, la Legge, la Pasqua. Ecco, era Lui, era Gesù. Sì, quelle poche parole, dentro c'era tutto, la Chiesa, la Vita, la Verità, la Via, il perdono, l'amore. Quell'amore s'era impadronito di lui, ed era fuoco, ormai incontenibile. Partire, correre, e annunciare. Non era possibile arrestare quel fiume in piena, l'amore si faceva avventura, e lingue nuove a parlare in ogni angolo del mondo e dei secoli; e serpenti tra le mani, e veleni nella gola, persecuzioni ogni istante, fratelli che s'eran fatti nemici; e malati guariti, e comunità in ogni città. Era vivo Gesù, era vivo in Lui, era vittorioso e vinceva, nelle sue parole, ogni demonio. La conversione è ritorno, è teshuvà, è un cammino, sin dentro le radici, per scoprire un'elezione ed un amore eterni. Paolo, santo nella santità di Dio, come ciascuno di noi, lanciato nello zelo delle proprie idee, delle proprie storie, sino all'incontro decisivo, che disarciona dai giumenti delle certezze per abbandonarci ad un amore più grande, che illumina ogni rivolo delle nostre vite, che svela il senso misterioso di chi ha perduto la vita per noi. Un incontro, e la scintilla della conversione, una dolcezza ferma e vera che seduce e accompagna nel cammino alla Verità. E lo zelo nuovo che straripa da un cuore ricreato, il cuore di Cristo al posto della pietra. E la vita che scopriamo come una missione meravigliosa, amore che colma e che si fa annuncio, ovunque, sino al dono totale di sé. San Paolo e ciascuno di noi nel cammino di conversione, il cammino della Vita.




Meditazione del giorno

San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), vescovo d’Antiochia poi di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelia su san Paolo, 4, § 1-2

« Che devo fare, Signore ? »

Il beato Paolo, che ci raduna oggi, ha illuminato la terra. Nell’ora della sua chiamata è stato accecato ; eppure questa cecità ha fatto di lui una fiaccola per il mondo. Vedeva chiaro per fare il male ; nella sua sapienza, Dio lo ha accecato per poi rischiararlo per il bene. Dio non gli ha semplicemente manifestato la sua potenza ; gli ha anche rivelato il cuore della fede che avrebbe dovuto predicare. Occorreva cacciare lontano da lui tutti i suoi pregiudizi, chiudere gli occhi e abbandonare le false luci della ragione per scorgere la retta dottrina, « farsi stolto per diventare sapiente », come egli dirà più tardi (1 Cor 3,18)… Nessuno creda tuttavia che questa vocazione gli fosse stata imposta ; Paolo era libero di scegliere…

Ardente, impetuoso, Paolo aveva bisogno di un freno energico per non disprezzare, travolto dalla foga, la voce di Dio. Dio quindi ha prima represso tale impeto ; mentre lo colpisce di cecità, placa la sua ira ; poi gli parla. Gli fa conoscere la sua sapienza ineffabile, perché riconosca colui che prima combatteva e capisca che non può più resistere alla sua grazia. Non è la mancanza di luce che lo ha accecato, bensì la sovrabbondanza di luce.

Dio ha scelto proprio il momento ; Paolo è il primo a riconoscerlo : « Quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio » (Gal 1, 15)…Impariamo dunque per bocca stessa di Paolo che nessuno ha mai trovato Cristo per mezzo del proprio spirito. È Cristo ad essersi rivelato e fatto conoscere. Così dice il Salvatore : « Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi » (Gv 15,16).

San Paolo, maestro dello spirito tra Oriente e Occidente Intervista al cardinale Tomáš Špidlík

ROMA, venerdì, 22 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito una intervista al cardinale Tomáš Špidlík, apparsa sul numero di gennaio di Paulus, dedicato al tema "Paolo l'orante" e contenente un dossier centrale sulla Lettera a Tito.



* * *

La vita di Tomáš Špidlík è come un profondo respiro con i due polmoni della Chiesa, Oriente e Occidente. Nato in Moravia nel 1919, il giovane gesuita si formò tra occupazione nazista e avanzata sovietica. Nel 1951 fu chiamato a Roma da Radio Vaticana, fornendo un prezioso aiuto per i Paesi d’oltre cortina. Per 45 anni insegnerà Teologia spirituale patristica e orientale in varie università divenendo, tra l’altro, il primo titolare della cattedra di Teologia Orientale fondata al Pontificio Istituto Orientale e membro onorario della Società di Studi Bizantini di Pietroburgo. Ma all’attività di ricerca e di sistematizzazione teologica, padre Špidlík afiancò sempre un intenso “esercizio pratico”: per ben 38 anni è stato direttore spirituale del Pontificio Collegio Nepomuceno. Nel marzo 1995 viene chiamato a predicare gli esercizi spirituali alla Curia vaticana e l’anno successivo papa Giovanni Paolo II lo incarica di ripensare la sua cappella privata Redemptoris Mater, insufflando la tradizione iconografica orientale nel cuore di Roma. Oggi Špidlík, creato cardinale nell’ottobre del 2003, vive e lavora presso il Centro di Studi e Ricerche Ezio Aletti per lo studio della tradizione dell’oriente cristiano in relazione ai problemi del mondo contemporaneo.

Eminenza, esistono molte definizioni della preghiera, ma in che cosa consiste, secondo l’apostolo Paolo?

«La preghiera cristiana è come il respiro della nostra umanità divinizzata, non se ne possono dare che definizioni approssimative, prese dall’esperienza umana. Se ne trovano numerose nella tradizione. Tre sono tuttavia divenute famose: la domanda a Dio dei beni convenienti, l’elevazione della mente a Dio e il colloquio con Dio. La prima è propria a tutte le religioni; san Paolo, però, vi aggiunge una nota: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare” (Rm 8,26). L’elevazione della mente è la definizione presa dai filosofi greci. I cristiani vi dovevano necessariamente aggiungere che il Dio, al quale ci rivolgiamo, è un Padre personale con cui entriamo in un dialogo fiducioso. Paolo, che si rivolgeva ai cristiani convertiti dall’ambiente greco, doveva quindi insistere fortemente che, per chiamare Dio Padre, bisogna essere “in Gesù Cristo” (Rm 8,1) e vivere nello Spirito Santo. Il Paraclito è lo Spirito di filiazione per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!” (Rm 8,15). Ne possiamo concludere che Paolo si sentiva obbligato a sottolineare fortemente questo fondamento teologico, trinitario della preghiera».

Il suo “stile orante” è più vicino alla tradizione orientale o a quella occidentale?

«La preghiera si fa nello Spirito, per mezzo del Figlio, al Padre. Questo principio paolino è fermamente mantenuto sia in Oriente che in Occidente. Si può forse indicare una sfumatura nell’espressione verbale. Gli orientali non temono di dire che lo Spirito è tanto unito a noi da far parte della nostra personalità. Professano la tricotomia antropologica, indicando tre parti della composizione umana: il corpo, l’anima, lo Spirito Santo. Gli occidentali hanno temuto che questo si potesse male interpretare come un panteismo, perciò preferiscono affermare che abbiamo nell’anima la “grazia” che è il “dono” dello Spirito, non la Persona stessa. Ma la differenza è veramente solo verbale. Il dono dello Spirito è la sua azione e dove Egli agisce è presente. D’altra parte, è vero che le preghiere allo Spirito degli orientali sono molto belle proprio perché sono così personali».

All’inizio del libro degli Atti si specifica che il compito degli apostoli sarà duplice: «Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della Parola» (At 6,4). Quasi a dire che l’apostolo non può essere tale, se non è uomo di preghiera...

«La scelta della propria vocazione deve essere molto seria e consapevole. Ma si considera da due punti di partenza diversi. Da parte nostra dobbiamo prima esistere, renderci conto delle nostre capacità e poi riflettere quale vocazione scegliere. Da parte di Dio, si agisce in modo inverso. L’uomo riceve prima la sua vocazione nel mondo e poi, per realizzarla, riceve l’esistenza. Paolo ne è sicuro. Si era convinto di essere stato chiamato a essere apostolo di Cristo già dal grembo della madre (cfr. Gal 1,13ss.) e non lo sapeva, perciò faceva il contrario. Ricevette però l’illuminazione da Cristo. È successo in modo straordinario sulla via in Damasco. Ma in seguito egli aspettava ulteriori illuminazioni nella preghiera assidua. Da queste illuminazioni ricevute nella preghiera si faceva guidare nei suoi viaggi. Si considera apostolo di Cristo, anche se non lo aveva conosciuto in modo visibile. Lo stesso atteggiamento vale per tutti i cristiani: pregando, ascoltando la voce di Dio, troveranno il loro giusto posto nel mondo».

Ecco allora che proprio Paolo – l’uomo di azione – prescrive più volte di pregare «incessantemente» (1Ts 5,17; Ef 6,18). Ma come vivere questa “preghiera perenne” nella quotidianità?

«I monaci d’oriente si sono sempre sforzati di seguire questo precetto. Il solo problema era come giungervi. Emersero tre soluzioni. I messaliani (“preganti”), una tendenza carismatica della Siria, volevano veramente concentrarsi sulla sola preghiera e rifiutavano ogni opera profana, lasciando lavorare soltanto gli “imperfetti”. Gli acemeti (“coloro che non dormono”), i monaci di un monastero di Costantinopoli, cercavano di giungere alla preghiera perpetua avvicendandosi tra di loro. Così, una parte della comunità era sempre in chiesa, mentre altri lavoravano o riposavano, poi si scambiavano il turno. La terza soluzione generalmente accettata è quella data da Origene: “Prega incessantemente colui che unisce la preghiera alle opere necessarie e le opere alla preghiera”. È il famoso Ora et labora del monachesimo benedettino».

L’invito alla preghiera incessante è all’origine della vicenda del Pellegrino russo...

«Per pregare bene si esige naturalmente una buona disposizione interiore, in particolare il sentimento della presenza di Dio, al quale ci rivolgiamo e per cui lavoriamo. Dobbiamo rendercene conto almeno all’inizio di ogni opera buona. Ma i contemplativi hanno sempre desiderato che sia un sentimento stabile. Esercitandosi, si arriva dai singoli “atti” di preghiera allo “stato” di orazione. Come raggiungerlo? Un metodo semplice consiste nella ripetizione frequente di qualche breve invocazione. In Oriente si raccomandava soprattutto la “preghiera di Gesù” (o piuttosto “a Gesù”): “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”. Serve a eliminare i pensieri malvagi, cioè a purificare il cuore e a rafforzare il sentimento del pénthos, cioè il ringraziamento per il perdono dei peccati e delle nostre debolezze. Questa giaculatoria va ripetuta in ogni momento libero. Ma il famoso Pellegrino russo propagò un metodo più conseguente. La preghiera è un pensiero rivolto a Dio unito a un simbolo esterno. Questo simbolo non è necessariamente una parola. Unire il pensiero alla respirazione e al battito del cuore ci assicura che possiamo sentire che la preghiera e la vita sono inseparabili».

Paolo insiste sul “rendimento di grazie” in ogni Lettera, ringraziando il Signore soprattutto per la fede di coloro che hanno accolto il suo annuncio. Quale “spazio” occupa la lode nell’esperienza del cristiano?

«Il peccato capitale dei pagani, secondo Paolo, è “di non aver dato gloria né aver reso grazie” a Dio (cfr. Rm 1,26). In ogni orazione devono ritrovarsi quattro elementi: la domanda, la preghiera, la supplica, l’azione di grazie (cfr. 1Tm 2,1). Gli esegeti però sottolineano che la parola “grazie” non esiste in ebraico. Nella maniera semitica si ringrazia lodando e glorificando il donatore, benedicendolo. Perciò conosciamo, nelle liturgie orientali, molte litanie, che cominciano in tale modo: “Benedetto sia (letteralmente: sia detto bene, parlato bene...) il Signore...”, perché ci ha fatto tale o tale bene. E concludono: “perché tuo è il regno, la potenza, la gloria”».

Anche circa la “preghiera di domanda” Paolo è molto insistente con le sue comunità, convinto che la preghiera apra le strade all’evangelizzazione (Col 4,3; Rm 1,10; 15,30...).

«Mettendosi in contatto con la divinità, gli uomini spontaneamente formulano le loro domande, chiedono qualche cosa. Possono essere esauditi? Non sarebbe contrario al giusto ordine che il Dio assoluto e onnipotente pieghi la sua volontà secondo il desiderio dell’uomo? Di questo parere erano, infatti, i filosofi ellenistici. E anche a san Paolo viene un dubbio, “perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare” (Rm 8,26). Però aggiunge subito dopo: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza» (ibid.). Questo, secondo Origene, si realizza nel modo seguente: noi preghiamo, ma lo Spirito “interviene”; la sua voce è più forte della nostra e così, pur desiderando le cose piccole, chiediamo anche le grandi cose che sono volute da Dio. Tale è evidentemente la salvezza del mondo. Ogni preghiera possiede quindi un aspetto missionario, che può divenire talvolta pienamente consapevole. Perciò ci ammonisce Origene: “Quando preghi, domanda le cose grandi!”. L’altezza dei beni domandati mostra l’idea che si ha della grandezza di Dio».

Paolo testimonia anche alcuni carismi che si manifestano nella preghiera comunitaria. Invita tutti a elevare inni e canti. Cosa insegna al nostro pregare insieme?

«Lo Spirito Santo è uno in molti, può essere quindi considerato “anima della Chiesa”. La preghiera nello Spirito, anche se è pronunciata individualmente, ha un carattere ecclesiale, è quindi essenzialmente comunitaria. Un santo russo, Giovanni di Kronštadt scrive: “Le letture, gli inni, le preghiere e le suppliche che facciamo nella chiesa sono la voce delle nostre anime..., sono la voce dell’umanità intera...; queste preghiere e questi inni sono meravigliosamente belli, rappresentano il respiro dello Spirito Santo”. Gli autori orientali recenti amano sottolineare l’aspetto “dossologico” della liturgia, dove si manifesta “il Signore della gloria” (1Cor 2,8)».

Paolo è il teologo della cristificazione (Gal 2,20): possiamo dire che è alla base della spiritualità della divinizzazione, tanto cara ai Padri?

«Infatti, i Padri orientali preferiscono parlare della vita cristiana come vita in Cristo (cfr. l’omonima opera di Cabasilas) più che della vita secondo Cristo (cfr. il libro L’imitazione di Cristo). In Paolo troviamo entrambe le espressioni, ma la prima è più fortemente sottolineata: “Paolo, apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio: ai santi che sono in Efeso... Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetto con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelto prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere figli adottivi per opera di Gesù Cristo... per realizzarlo nella pienezza dei tempi; il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra” (cfr. Ef 1,1-10). Questa riconciliazione in Cristo del cielo e della terra è un modo di esistenza. Divinizzazione è il termine con cui i Padri rendono il vivere in Cristo di Paolo».

Paolo Pegoraro

“Essere santi” con Paolo. Chi sono i «santi» ai quali si rivolge l’Apostolo?

ROMA, giovedì, 29 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo a firma di don Carlo Cibien, dottore in teologia con specializzazione in sacramentaria, apparso sul numero di novembre di Paulus, dedicato alla Prima lettera a Timoteo e al tema “Paolo l'organizzatore”.




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La fede dell’apostolo Paolo ha radici profonde nella fede secolare del popolo d’Israele. Quando ci si interroga sulla sua idea di “santità” occorre dunque ripercorrere, almeno a grandi linee, la strada intrapresa dall’Apostolo.

Dio solo è “il Santo”

Il comando del Signore, introdotto in Levitico 11,44: «Santificatevi e siate santi perché io sono santo» è poi ribadito nel cosiddetto “Codice di santità”: «Parla a tutta la comunità dei figli d’Israele e di’ loro: Siate santi, perché santo sono io, il Signore Dio vostro. Ognuno di voi abbia riverenza per sua madre e suo padre e osservate i miei sabati. Io sono il Signore Dio vostro» (Lv 19,2-3). Qualche commentatore si trova imbarazzato di fronte a questo particolare ordine (madre, padre, sabato). Forse gli sfugge che nel brano ci sono, ma in ordine crescente, le tre componenti essenziali della legge di Dio: Dio stesso; il sabato, come spazio cosmico in cui gli uomini s’incontrano con Dio; i genitori: madre e padre, come datori di vita ed educatori alla pratica del sabato e dunque al rapporto con Dio, e come educatori al rapporto con gli altri uomini e con la società nella storia. Quella indicata dal codice di Levitico 19 è dunque una santità densa: la santità che viene da Dio e che Dio chiede al suo popolo, una santità olistica, che investe ogni aspetto della vita. Santità presente e santità futura Nel Nuovo Testamento il plurale “santi” – mentre al singolare è usato solo per Dio – appare nella descrizione della risurrezione di Gesù: «Le tombe si aprirono e molti corpi dei santi che vi giacevano risuscitarono. Infatti, dopo la risurrezione di lui uscirono dalle tombe, entrarono nella città santa e apparvero a molti» (Mt 27,52-53). E quindi nelle descrizioni della parusìa: «Il Signore [...] confermi i vostri cuori irreprensibili nella santità davanti a Dio nostro Padre, nella venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi» (1Ts 3,13), assimilando così i santi agli angeli, che nella tradizione giudaica fanno corona al Signore nel giorno della sua venuta (cfr. Zc 14,5). Anche in questo caso la santità è un termine di unione tra Dio e gli uomini e tra il mondo presente e quello futuro. Potremmo allora collegare alla santità quella definizione che san Tommaso dava della grazia: Gratia nihil aliud est quam quaedam inchoatio gloriae in nobis (STh II-II, q 24, a 3, ad 3), la grazia è il canale che alimenta costantemente la nostra santificazione, fino alla glorificazione in Cristo.

Paolo “strumento” di santificazione

Su questi ambiti di santità Paolo innesterà la nuova situazione che si è venuta a creare per l’umanità con l’incarnazione del Cristo e con tutti quegli eventi teantropici – cioè divino-umani – che hanno costituito poi il kérygma primitivo. Con l’incarnazione di Cristo, Dio dice una parola nuova sull’umanità, una sorta di “nuova creazione”. La comunità dei “cristiani” (cfr. At 11,26) sarà dunque identificata come comunità di santi. Anania, in dialettica con il Signore circa Saulo, dice: «Ho udito molti parlare di quest’uomo e di quanto male ha fatto ai tuoi santi in Gerusalemme» (At 9,13). E la stessa espressione sarà usata da Paolo nel suo discorso di difesa di fronte al re Agrippa (cfr. At 26,10) quando chiamerà in causa il compimento della promessa fatta da Dio ai padri (At 26,6-8) ed evocherà il suo incontro con il Cristo (At 26,13) che gli dice: «Ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali io ti mando, per aprire loro gli occhi perché si convertano dalle tenebre alla luce e [...] ottengano la remissione dei peccati e abbiano l’eredità tra i santificati per la fede in me» (At 17-18). Il “motore” di questa santificazione è subito precisato da Paolo: «Con l’aiuto di Dio fino a questo giorno io ho continuato a rendere testimonianza agli umili e ai potenti, non dicendo nient’altro se non ciò che i profeti e Mosè dissero che doveva avvenire, che il Cristo doveva soffrire e che, risuscitato per primo da morte, avrebbe annunciato la luce al popolo e ai pagani» (At 26,22-23). E quando Agrippa lo riprende con ironia – «Ancora un poco e mi persuadi a farmi cristiano» –, Paolo è pronto a rispondergli: «O poco o molto, Dio volesse che non solo tu, ma anche tutti quelli che oggi mi ascoltano diveniste come io sono, all’infuori di queste catene» (At 26,28-29).

I cristiani: comunità di santi

Paolo è cosciente di non diffondere un messaggio estraneo alla storia del popolo eletto: quel comando contenuto nel Levitico, ora si realizza, ma in un modo nuovo. Paolo non si distacca dal suo passato, non rinnega le proprie radici. Semplicemente è invitato a non fissarsi sulle posizioni raggiunte e lascia che Dio compia in lui il suo disegno: «Per grazia di Dio – dice in 1Corinzi 15,10 – sono quello che sono, e la sua grazia in me non fu vana; anzi, ho faticato più di tutti loro, non io invero, ma la grazia di Dio». Le comunità a cui sono indirizzate le lettere paoline sono spesso chiamate “santi” (Ef 1,4; Col 1,2; 1Cor 1,2; 2Cor 1,1; Rm 1,7). Nella Lettera ai Romani, espressione della maturità, l’Apostolo scrive: «Paolo, servo di Gesù Cristo, chiamato apostolo, consacrato al vangelo di Dio [...] a tutti coloro che si trovano in Roma, amati da Dio, chiamati santi». Quindi descrive il proprio mandato: «Per mezzo di Gesù Cristo abbiamo ricevuto la grazia e la missione apostolica per portare all’obbedienza della fede tutti i gentili a gloria del suo nome, tra i quali siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo»; non senza averne spiegato i contenuti: «Vangelo che egli aveva preannunciato per mezzo dei suoi profeti negli scritti sacri riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la natura umana, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti: Gesù Cristo Signore nostro». Come dirà in seguito: «Lo Spirito di Colui che risuscitò Gesù da morte abita in voi, Colui che risuscitò da morte Cristo Gesù darà la vita anche ai vostri corpi mortali, in forza dello Spirito che abita in voi» (Rm 8,11). Questa santità si concretizza in un “comportamento santo” molto concreto. Ad esso Paolo richiama a più riprese le sue comunità, spronandole alla carità verso la “comunità santa” per speciale vocazione: «Ora mi metto in viaggio verso Gerusalemme per rendere un servizio ai santi. È parso bene, infatti, alla Macedonia e all’Acaia, di fare una colletta per i poveri che si trovano tra i santi in Gerusalemme. È parso loro bene, poiché sono anche debitori verso di essi. Se, infatti, i gentili sono venuti a far parte dei beni spirituali, devono rendere loro un servizio sacro [= liturgia] nelle loro necessità materiali» (Rm 15,25-27). Nell’indirizzo della 1Corinzi, Paolo sinteticamente scrive: «Paolo [...] alla chiesa di Dio che è a Corinto, ai santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi con tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, nostro e loro». Egli esprime così le due modalità di santificazione: il cristiano è già oggettivamente santificato in Cristo Gesù, ma deve corrispondere soggettivamente rispondendo lungo tutta la sua vita alla chiamata alla santità. Tra l’azione oggettiva di Dio e la santità parusiaca in Cristo, si colloca dunque l’azione libera di ogni persona/comunità che risponde singolarmente/ comunitariamente al Padre, in Cristo, nello Spirito. Tale impegno è costante e investe ogni momento della vita, anche nel caso di valutazioni e giudizi: «Vi è tra di voi chi, avendo una questione con un altro, ha l’ardire di farsi giudicare dagli ingiusti anziché dai santi?». Ma anche in questo caso, la santità in Cristo lega il mondo terreno a quello celeste: «O non sapete che i santi giudicheranno il mondo? [...] Non sapete che giudicheremo gli angeli?» (1Cor 6,1ss.). Paolo quindi conclude: «O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? [...] E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!» (1Cor 6,9-11).

Carlo Cibien