DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Il messaggio del Sinodo

Ai nostri fratelli presbiteri, diaconi, religiosi, religiose, alle persone consacrate e a tutti i nostri amatissimi fedeli laici e a ogni persona di buona volontà.

Introduzione

1. La grazia di Gesù nostro Signore, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo sia con voi.
Il Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente è stato per noi una novella Pentecoste. “La Pentecoste è l’avvenimento originario, ma anche un dinamismo permanente. Il Sinodo dei Vescovi è un momento privilegiato nel quale può rinnovarsi il cammino della Chiesa e la grazia della Pentecoste” (Benedetto XVI, Omelia della Messa d’apertura del Sinodo, 10.10.2010).

Siamo venuti a Roma, noi Patriarchi e vescovi delle Chiese cattoliche in Oriente con tutti i nostri patrimoni spirituali, liturgici, culturali e canonici, portando nei nostri cuori le preoccupazioni dei nostri popoli e le loro attese.

Per la prima volta ci siamo riuniti in Sinodo intorno a Sua Santità il Papa Benedetto XVI con i cardinali e gli arcivescovi responsabili dei Dicasteri romani, i presidenti delle Conferenze episcopali del mondo toccate dalle questioni del Medio Oriente, e con rappresentanti delle Chiese ortodosse e comunità evangeliche, e con invitati ebrei e musulmani.

A Sua Santità Benedetto XVI esprimiamo la nostra gratitudine per la sollecitudine e per gli insegnamenti che illuminano il cammino della Chiesa in generale e quello delle nostre Chiese orientali in particolare, soprattutto per la questione della giustizia e della pace. Ringraziamo le Conferenze episcopali per la loro solidarietà, la presenza tra noi durante i pellegrinaggi ai Luoghi santi e la loro visita alle nostre comunità. Li ringraziamo per l’accompagnamento delle nostre Chiese nei differenti aspetti della nostra vita. Ringraziamo le organizzazioni ecclesiali che ci sostengono con il loro aiuto efficace.

Abbiamo riflettuto insieme, alla luce della Sacra Scrittura e della viva Tradizione, sul presente e l’avvenire dei cristiani e dei popoli del Medio Oriente. Abbiamo meditato sulle questioni di questa parte del mondo che Dio, nel mistero del suo amore, ha voluto fosse la culla del suo piano universale di salvezza. Da là, di fatto, è partita la vocazione di Abramo. Là, la Parola di Dio si è incarnata nella Vergine Maria per l’azione dello Spirito Santo. Là, Gesù ha proclamato il Vangelo della vita e del regno. Là, egli è morto per riscattare il genere umano e liberarlo dal peccato. Là è risuscitato dai morti per donare la vita nuova a ogni uomo. Là, è nata la Chiesa che da là è partita per proclamare il Vangelo fino alle estremità della terra.

Il primo scopo del Sinodo è di ordine pastorale. È per questo che abbiamo portato nei cuori la vita, le sofferenze e le speranze dei nostri popoli e le sfide che si devono affrontare ogni giorno, convinti che “la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5, 5). È per questo che vi rivolgiamo questo messaggio, amatissimi fratelli e sorelle, e vogliamo che sia un appello alla fermezza della fede, fondata sulla Parola di Dio, alla collaborazione nell’unità e alla comunione nella testimonianza dell’amore in tutti gli ambiti della vita.

i. La Chiesa nel Medio Oriente: comunione e testimonianza attraverso la storia

Cammino della fede in Oriente

2. In Oriente è nata la prima comunità cristiana. Dall’Oriente partirono gli Apostoli dopo la Pentecoste per evangelizzare il mondo intero. Là è vissuta la prima comunità cristiana in mezzo a tensioni e persecuzioni, “perseverante nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere” (At 2, 42). Là i primi martiri hanno irrorato con il loro sangue le fondamenta della Chiesa nascente. Alla loro sequela gli anacoreti hanno riempito i deserti col profumo della loro santità e della loro fede. Là vissero i Padri della Chiesa orientale che continuano a nutrire con i loro insegnamenti la Chiesa d’Oriente e d’Occidente. Dalle nostre Chiese partirono, nei primi secoli e nei secoli seguenti, i missionari verso l’estremo Oriente e verso l’Occidente portando la luce di Cristo. Noi ne siamo gli eredi e dobbiamo continuare a trasmettere il loro messaggio alle generazioni future.

Le nostre Chiese non hanno smesso di donare santi, preti, consacrati e di servire in maniera efficace in numerose istituzioni che contribuiscono alla costruzione delle nostre società e dei nostri paesi, sacrificandosi per l’uomo creato all’immagine di Dio e portatore della sua immagine. Alcune delle nostre Chiese non cessano ancora oggi di mandare missionari, portatori della Parola di Cristo nei differenti angoli del mondo. Il lavoro pastorale, apostolico e missionario ci domanda oggi di pensare una pastorale per promuovere le vocazioni sacerdotali e religiose e assicurare la Chiesa di domani.

Ci troviamo oggi davanti a una svolta storica: Dio che ci ha donato la fede nel nostro Oriente da 2000 anni, ci chiama a perseverare con coraggio, assiduità e forza, a portare il messaggio di Cristo e la testimonianza al suo Vangelo che è un Vangelo di amore e di pace.

Sfide e attese

3.1. Oggi siamo di fronte a numerose sfide. La prima viene da noi stessi e dalle nostre Chiese. Ciò che Cristo ci domanda è di accettare la nostra fede e di viverla in ogni ambito della vita. Ciò che egli domanda alle nostre Chiese è di rafforzare la comunione all’interno di ciascuna Chiesa sui iuris e tra le Chiese cattoliche di diversa tradizione, inoltre di fare tutto il possibile nella preghiera e nella carità per raggiungere l’unità di tutti i cristiani e realizzare così la preghiera di Cristo: “perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 21).

3.2. La seconda sfida viene dall’esterno, dalle condizioni politiche e dalla sicurezza nei nostri paesi e dal pluralismo religioso.

Abbiamo analizzato quanto concerne la situazione sociale e la sicurezza nei nostri paesi del Medio Oriente. Abbiamo avuto coscienza dell’impatto del conflitto israelo-palestinese su tutta la regione, soprattutto sul popolo palestinese che soffre le conseguenze dell’occupazione israeliana: la mancanza di libertà di movimento, il muro di separazione e le barriere militari, i prigionieri politici, la demolizione delle case, la perturbazione della vita economica e sociale e le migliaia di rifugiati. Abbiamo riflettuto sulla sofferenza e l’insicurezza nelle quali vivono gli Israeliani. Abbiamo meditato sulla situazione di Gerusalemme, la Città Santa. Siamo preoccupati delle iniziative unilaterali che rischiano di mutare la sua demografia e il suo statuto. Di fronte a tutto questo, vediamo che una pace giusta e definitiva è l’unico mezzo di salvezza per tutti, per il bene della regione e dei suoi popoli.

3.3. Nelle nostre riunioni e nelle nostre preghiere abbiamo riflettuto sulle sofferenze cruente del popolo iracheno. Abbiamo fatto memoria dei cristiani assassinati in Iraq, delle sofferenze permanenti della Chiesa in Iraq, dei suoi figli espulsi e dispersi per il mondo, portando noi insieme con loro le preoccupazioni della loro terra e della loro patria.

I padri sinodali hanno espresso la loro solidarietà con il popolo e le Chiese in Iraq e hanno espresso il voto che gli emigrati, forzati a lasciare i loro paesi, possano trovare i soccorsi necessari là dove arrivano, affinché possano tornare nei loro paesi e vivervi in sicurezza.

3.4. Abbiamo riflettuto sulle relazioni tra concittadini, cristiani e musulmani. Vorremmo qui affermare, nella nostra visione cristiana delle cose, un principio primordiale che dovrebbe governare queste relazioni: Dio vuole che noi siamo cristiani nel e per le nostre società del Medio Oriente. Il fatto di vivere insieme cristiani e musulmani è il piano di Dio su di noi ed è la nostra missione e la nostra vocazione. In questo ambito ci comporteremo con la guida del comandamento dell’amore e con la forza dello Spirito in noi.

Il secondo principio che governa queste relazioni è il fatto che noi siamo parte integrale delle nostre società. La nostra missione basata sulla nostra fede e il nostro dovere verso le nostre patrie ci obbligano a contribuire alla costruzione dei nostri paesi insieme con tutti i cittadini musulmani, ebrei e cristiani.

ii. Comunione e testimonianza all’interno delle Chiese cattoliche del Medio Oriente

Ai fedeli delle nostre Chiese

4.1. Gesù ci dice: “Voi siete il sale della terra, la luce del mondo” (Mt 5, 13.14). La vostra missione, amatissimi fedeli, è di essere per mezzo della fede, della speranza e dell’amore nelle vostre società, come il “sale” che dona sapore e senso alla vita, come la “luce” che illumina le tenebre e come il “lievito” che trasforma i cuori e le intelligenze. I primi cristiani a Gerusalemme erano poco numerosi. Nonostante ciò, essi hanno potuto portare il Vangelo fino alle estremità della terra, con la grazia del “Signore che agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano ” (Mc 16, 20).

4.2. Vi salutiamo, cristiani del Medio Oriente, e vi ringraziamo per tutto ciò che voi avete realizzato nelle vostre famiglie e nelle vostre società, nelle vostre Chiese e nelle vostre nazioni. Salutiamo la vostra perseveranza nelle difficoltà, pene e angosce.

4.3. Cari sacerdoti, nostri collaboratori nella missione catechetica, liturgica e pastorale, vi rinnoviamo la nostra amicizia e la nostra fiducia. Continuate a trasmettere ai vostri fedeli con zelo e perseveranza il Vangelo della vita e la Tradizione della Chiesa attraverso la predicazione, la catechesi, la direzione spirituale e il buon esempio. Consolidate la fede del popolo di Dio perché essa si trasformi in una civiltà dell’amore. Dategli i sacramenti della Chiesa perché aspiri al rinnovamento della vita. Radunatelo nell’unità e nella carità con il dono dello Spirito Santo.

Cari religiosi, religiose e consacrati nel mondo, vi esprimiamo la nostra gratitudine e ringraziamo Dio insieme con voi per il dono dei consigli evangelici – della castità consacrata, della povertà e dell’obbedienza – con i quali avete fatto dono di voi stessi, al seguito del Cristo cui desiderate testimoniare il vostro amore e predilezione. Grazie alle vostre iniziative apostoliche diversificate, siete il vero tesoro e la ricchezza delle nostre Chiese e un’oasi spirituale nelle nostre parrocchie, diocesi e missioni.

Ci uniamo in spirito agli eremiti, ai monaci e alle monache che hanno consacrato la loro vita alla preghiera nei monasteri contemplativi, santificando le ore del giorno e della notte, portando nella loro preghiera le preoccupazioni e i bisogni della Chiesa. Con la testimonianza della vostra vita voi offrite al mondo un segno di speranza.

4.4. Fedeli laici, noi vi esprimiamo la nostra stima e la nostra amicizia. Apprezziamo quanto fate per le vostre famiglie e le vostre società, le vostre Chiese e le vostre patrie. State saldi in mezzo alle prove e alle difficoltà. Siamo pieni di gratitudine verso il Signore per i carismi e i talenti di cui vi ha colmato e con i quali voi partecipate per la forza del Battesimo e della Cresima al lavoro apostolico e alla missione della Chiesa, impregnando l’ambito delle cose temporali con lo spirito e i valori del Vangelo. Vi invitiamo alla testimonianza di una vita cristiana autentica, a una pratica religiosa cosciente e ai buoni costumi. Abbiate il coraggio di dire la verità con obbiettività.

Portiamo nelle nostre preghiere voi, sofferenti nel corpo, nell’anima e nello spirito, voi oppressi, espatriati, perseguitati, prigionieri e detenuti. Unite le vostre sofferenze a quelle di Cristo Redentore e cercate nella sua croce la pazienza e la forza. Con il merito delle vostre sofferenze, voi ottenete per il mondo l’amore misericordioso di Dio.

Salutiamo ciascuna delle nostre famiglie cristiane e guardiamo con stima la vocazione e la missione della famiglia, in quanto cellula viva della società, scuola naturale delle virtù e dei valori etici e umani, e chiesa domestica che educa alla preghiera e alla fede di generazione in generazione. Ringraziamo i genitori e i nonni per l’educazione dei loro figli e dei loro nipoti, sull’esempio del fanciullo Gesù che “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2, 52). Ci impegniamo a proteggere la famiglia con una pastorale familiare grazie ai corsi di preparazione al matrimonio e ai centri d’accoglienza e di consultazione aperti a tutti e soprattutto alle coppie in difficoltà e con le nostre rivendicazioni dei diritti fondamentali della famiglia.

Ci rivolgiamo ora in modo speciale alle donne. Esprimiamo la nostra stima per quanto voi siete nei diversi stati di vita: come ragazze, educatrici, madri, consacrate e operatrici nella vita pubblica. Vi elogiamo perché proteggete la vita umana fin dall’inizio, offrendole cura e affetto. Dio vi ha donato una sensibilità particolare per tutto ciò che riguarda l’educazione, il lavoro umanitario e la vita apostolica. Rendiamo grazie a Dio per le vostre attività e auspichiamo che voi esercitiate una più grande responsabilità nella vita pubblica.

Guardiamo a voi con amicizia, ragazzi e ragazze, come ha fatto Cristo con il giovane del Vangelo (cfr. Mc 10, 21). Voi siete l’avvenire delle nostre Chiese, delle nostre comunità, dei nostri paesi, il loro potenziale e la loro forza rinnovatrice. Progettate la vostra vita sotto lo sguardo amorevole di Cristo. Siate cittadini responsabili e credenti sinceri. La Chiesa si unisce a voi nelle vostre preoccupazioni di trovare un lavoro in funzione delle vostre competenze; ciò contribuirà a stimolare la vostra creatività e ad assicurare l’avvenire e la formazione di una famiglia credente. Superate la tentazione del materialismo e del consumismo. Siate saldi nei vostri valori cristiani.

Salutiamo i capi delle istituzioni educative cattoliche. Nell’insegnamento e nell’educazione ricercate l’eccellenza e lo spirito cristiano. Abbiate come scopo il consolidamento della cultura della convivialità, la preoccupazione dei poveri e dei portatori di handicap. Malgrado le sfide e le difficoltà di cui soffrono le vostre istituzioni, vi invitiamo a mantenerle vive per assicurare la missione educatrice della Chiesa e promuovere lo sviluppo e il bene delle nostre società.

Ci rivolgiamo con grande stima a quanti lavorano nel settore sociale. Nelle vostre istituzioni siate al servizio della carità. Noi vi incoraggiamo e sosteniamo in questa missione di sviluppo, che è guidata dal ricco insegnamento sociale della Chiesa. Attraverso il vostro lavoro, voi rafforzate i legami di fraternità tra gli uomini, servendo senza discriminazione i poveri, i marginalizzati, i malati, i rifugiati e i prigionieri. Voi siete guidati dalla parola del Signore Gesù: “tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40).

Guardiamo con speranza i gruppi di preghiera e i movimenti apostolici. Sono scuole di approfondimento della fede per viverla nella famiglia e nella società. Apprezziamo le loro attività nelle parrocchie e nelle diocesi e il loro sostegno ai pastori in conformità con le direttive della Chiesa. Ringraziamo Dio per questi gruppi e questi movimenti, cellule attive della parrocchia e vivai per le vocazioni sacerdotali e religiose.

Apprezziamo il ruolo dei mezzi di comunicazione scritta e audio-visiva. Ringraziamo voi, giornalisti, per la vostra collaborazione con la Chiesa per la diffusione dei suoi insegnamenti e delle sue attività, e in questi giorni per aver diffuso le notizie dell’Assemblea del Sinodo sul Medio Oriente in tutte le parti del mondo.

Ci felicitiamo del contributo dei media internazionali e cattolici. Per il Medio Oriente merita una menzione particolare il canale Télé Lumière-Noursat. Speriamo che possa continuare il suo servizio di informazione e di formazione alla fede, il suo lavoro per l’unità dei cristiani, il consolidamento della presenza cristiana in Oriente, il rafforzamento del dialogo inter-religioso e la comunione tra gli orientali sparsi in tutti i continenti.

Ai nostri fedeli nella diaspora

5. L’emigrazione è divenuta un fenomeno generale. Il cristiano, il musulmano e l’ebreo emigrano e per le stesse cause derivate dall’instabilità politica ed economica. Il cristiano, inoltre, comincia a sentire l’insicurezza, benché a diversi gradi, nei paesi del Medio Oriente. I cristiani abbiano fiducia nell’avvenire e continuino a vivere nei loro cari paesi.

Vi salutiamo amatissimi fedeli nei vostri differenti paesi della diaspora. Chiediamo a Dio di benedirvi. Noi vi domandiamo di conservare vivo nei vostri cuori e nelle vostre preoccupazioni il ricordo delle vostre patrie e delle vostre Chiese. Voi potete contribuire alla loro evoluzione e alla loro crescita con le vostre preghiere, i vostri pensieri, le vostre visite e con diversi mezzi, anche se ne siete lontani.

Conservate i beni e le terre che avete in patria; non affrettatevi ad abbandonarli e a venderli. Custodite tali proprietà come un patrimonio per voi e una porzione di quella patria alla quale rimanete attaccati e che voi amate e sostenete. La terra fa parte dell’identità della persona e della sua missione; essa è uno spazio vitale per quelli che vi restano e per quelli che, un giorno, vi ritorneranno. La terra è un bene pubblico, un bene della comunità, un patrimonio comune.

Non può essere ridotta a interessi individuali da parte di chi la possiede e che da solo decide a proprio piacimento di tenerla o di abbandonarla.

Vi accompagniamo con le nostre preghiere, voi figli delle nostre Chiese e dei nostri Paesi, forzati a emigrare. Portate con voi la vostra fede, la vostra cultura e il vostro patrimonio per arricchire le vostre nuove patrie che vi procurano pace, libertà e lavoro. Guardate all’avvenire con fiducia e gioia, restate sempre attaccati ai vostri valori spirituali, alle vostre tradizioni culturali e al vostro patrimonio nazionale per offrire ai paesi che vi hanno accolto il meglio di voi stessi e il meglio di ciò che avete. Ringraziamo le Chiese dei paesi della diaspora che hanno accolto i nostri fedeli e che non cessano di collaborare con noi per assicurare loro il servizio pastorale necessario.

Ai migranti nei nostri paesi e nelle nostre Chiese

6. Salutiamo tutti gli immigrati delle diverse nazionalità, venuti nei nostri paesi per ragioni di lavoro.

Noi vi accogliamo, amatissimi fedeli, e vediamo nella vostra fede un arricchimento e un sostegno per la fede dei nostri fedeli. È con gioia che vi forniremo ogni aiuto spirituale di cui voi avete bisogno.

Noi domandiamo alle nostre Chiese di prestare un’attenzione speciale a questi fratelli e sorelle e alle loro difficoltà, qualunque sia la loro religione, soprattutto quando sono esposti ad attentati ai loro diritti e alla loro dignità. Essi vengono da noi non soltanto per trovare mezzi per vivere, ma per procurare dei servizi di cui i nostri paesi hanno bisogno. Essi ricevono da Dio la loro dignità e, come ogni persona umana, hanno dei diritti che è necessario rispettare.

Non è permesso a nessuno di attentare a tali dignità e diritti. È per questo che invitiamo i governi dei paesi di accoglienza a rispettare e difendere i loro diritti.

iii. Comunione e testimonianza con le Chiese ortodosse e le Comunità evangeliche nel Medio Oriente

7. Salutiamo le Chiese ortodosse e le Comunità evangeliche nei nostri paesi. Lavoriamo insieme per il bene dei cristiani, perché essi restino, crescano e prosperino. Siamo sulla stessa strada. Le nostre sfide sono le stesse e il nostro avvenire è lo stesso. Vogliamo portare insieme la testimonianza di discepoli di Cristo. Soltanto con la nostra unità possiamo compiere la missione che Dio ha affidato a tutti, malgrado la diversità delle nostre Chiese. La preghiera di Cristo è il nostro sostegno, ed è il comandamento dell’amore che ci unisce, anche se la strada verso la piena comunione è ancora lunga davanti a noi.

Abbiamo camminato insieme nel Consiglio delle Chiese del Medio Oriente e vogliamo continuare questo cammino con la grazia di Dio e promuovere la sua azione, avendo come scopo ultimo la testimonianza comune alla nostra fede, il servizio dei nostri fedeli e di tutti i nostri paesi.

Salutiamo e incoraggiamo tutte le istanze di dialogo ecumenico in ciascuno dei nostri paesi.
Esprimiamo la nostra gratitudine al Consiglio Mondiale delle Chiese e alle diverse organizzazioni ecumeniche, che lavorano per l’unità della Chiesa, per il loro sostegno.

iv. Cooperazione e dialogo con i nostri concittadini ebrei

8. La stessa Scrittura santa ci unisce, l’Antico Testamento che è la Parola di Dio per voi e per noi. Noi crediamo in tutto quanto Dio ha rivelato, da quando ha chiamato Abramo, nostro padre comune nella fede, padre degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani. Crediamo nelle promesse e nell’alleanza che Dio ha affidato a lui. Noi crediamo che la Parola di Dio è eterna.

Il Concilio Vaticano ii ha pubblicato il documento Nostra aetate, riguardante il dialogo con le religioni, con l’ebraismo, l’islam e le altre religioni. Altri documenti hanno precisato e sviluppato in seguito le relazioni con l’ebraismo. C’è inoltre un dialogo continuo tra la Chiesa e i rappresentanti dell’ebraismo. Noi speriamo che questo dialogo possa condurci ad agire presso i responsabili per mettere fine al conflitto politico che non cessa di separarci e di perturbare la vita dei nostri paesi.

È tempo di impegnarci insieme per una pace sincera, giusta e definitiva. Tutti noi siamo interpellati dalla Parola di Dio. Essa ci invita ad ascoltare la voce di Dio “che parla di pace“: “ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annunzia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con tutto il cuore” (Sal 85, 9). Non è permesso di ricorrere a posizioni teologiche bibliche per farne uno strumento a giustificazione delle ingiustizie. Al contrario, il ricorso alla religione deve portare ogni persona a vedere il volto di Dio nell’altro e a trattarlo secondo gli attributi di Dio e i suoi comandamenti, vale a dire secondo la bontà di Dio, la sua giustizia, la sua misericordia e il suo amore per noi.

v. Cooperazione e dialogo con i nostri concittadini musulmani

9. Siamo uniti dalla fede in un Dio unico e dal comandamento che dice: fa’ il bene ed evita il male. Le parole del Concilio Vaticano ii sul rapporto con le religioni pongono le basi delle relazioni tra la Chiesa Cattolica e i musulmani: “La Chiesa guarda con stima i musulmani che adorano il Dio uno, vivente [...] misericordioso e onnipotente, che ha parlato agli uomini” (Nostra aetate, 3).

Diciamo ai nostri concittadini musulmani: siamo fratelli e Dio ci vuole insieme, uniti nella fede in Dio e nel duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Insieme noi costruiremo le nostre società civili sulla cittadinanza, sulla libertà religiosa e sulla libertà di coscienza. Insieme noi lavoreremo per promuovere la giustizia, la pace, i diritti dell’uomo, i valori della vita e della famiglia. La nostra responsabilità è comune nella costruzione delle nostre patrie.

Noi vogliamo offrire all’Oriente e all’Occidente un modello di convivenza tra le differenti religioni e di collaborazione positiva tra diverse civiltà, per il bene delle nostre patrie e quello di tutta l’umanità.

Dalla comparsa dell’islam nel vii secolo fino ad oggi, abbiamo vissuto insieme e abbiamo collaborato alla creazione della nostra civiltà comune. È capitato nel passato, come capita ancor’oggi, qualche squilibrio nei nostri rapporti. Attraverso il dialogo noi dobbiamo eliminare ogni squilibrio o malinteso. Il Papa Benedetto XVI ci dice che il nostro dialogo non può essere una realtà passeggera. È piuttosto una necessità vitale da cui dipende il nostro avvenire (cfr. Discorso ai rappresentanti delle comunità musulmane a Colonia, 20.08.2005). È nostro dovere, dunque, educare i credenti al dialogo inter-religioso, all’accettazione del pluralismo, al rispetto e alla stima reciproca.

vi. La nostra partecipazione alla vita pubblica: appelli ai governi e ai responsabili pubblici dei nostri paesi

10. Apprezziamo gli sforzi che dispiegate per il bene comune e il servizio delle nostre società. Vi accompagniamo con le nostre preghiere e domandiamo a Dio di guidare i vostri passi. Ci rivolgiamo a voi a riguardo dell’importanza dell’uguaglianza tra i cittadini. I cristiani sono cittadini originali e autentici, leali alla loro patria e fedeli a tutti i loro doveri nazionali. È naturale che essi possano godere di tutti i diritti di cittadinanza, di libertà di coscienza e di culto, di libertà nel campo dell’insegnamento e dell’educazione e nell’uso dei mezzi di comunicazione.

Vi chiediamo di raddoppiare gli sforzi che dispiegate per stabilire una pace giusta e duratura in tutta la regione e per arrestare la corsa agli armamenti. È questo che condurrà alla sicurezza e alla prosperità economica, arresterà l’emorragia dell’emigrazione che svuota i nostri paesi delle loro forze vive. La pace è un dono prezioso che Dio ha affidato agli uomini e sono gli “operatori di pace [che] saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5, 9).

vii. Appello alla comunità internazionale

11. I cittadini dei paesi del Medio Oriente interpellano la comunità internazionale, in particolare l’Onu, perché essa lavori sinceramente ad una soluzione di pace giusta e definitiva nella regione, e questo attraverso l’applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e attraverso l’adozione delle misure giuridiche necessarie per mettere fine all’Occupazione dei differenti territori arabi.

Il popolo palestinese potrà così avere una patria indipendente e sovrana e vivervi nella dignità e nella stabilità. Lo Stato d’Israele potrà godere della pace e della sicurezza all’interno delle frontiere internazionalmente riconosciute. La Città Santa di Gerusalemme potrà trovare lo statuto giusto che rispetterà il suo carattere particolare, la sua santità, il suo patrimonio religioso per ciascuna delle tre religioni ebraica, cristiana e musulmana. Noi speriamo che la soluzione dei due Stati diventi realtà e non resti un semplice sogno.

L’Iraq potrà mettere fine alle conseguenze della guerra assassina e ristabilire la sicurezza che proteggerà tutti i suoi cittadini con tutte le loro componenti sociali, religiose e nazionali.

Il Libano potrà godere della sua sovranità su tutto il territorio, fortificare l’unità nazionale e continuare la vocazione a essere il modello della convivenza tra cristiani e musulmani, attraverso il dialogo delle culture e delle religioni e la promozione delle libertà pubbliche.

Noi condanniamo la violenza e il terrorismo, di qualunque origine, e qualsiasi estremismo religioso. Condanniamo ogni forma di razzismo, l’antisemitismo, l’anticristianesimo e l’islamofobia e chiamiamo le religioni ad assumere le loro responsabilità nella promozione del dialogo delle culture e delle civiltà nella nostra regione e nel mondo intero.

Conclusione: continuare a testimoniare la vita divina che ci è apparsa nella persona di Gesù

12. In conclusione, fratelli e sorelle, noi vi diciamo con l’apostolo san Giovanni nella sua prima lettera: “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi -, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo” (1Gv 1, 1-3).

Questa Vita divina che è apparsa agli apostoli 2000 anni fa nella persona del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, della quale la Chiesa è vissuta e alla quale essa ha dato testimonianza in tutto il corso della sua storia, rimarrà sempre la vita delle nostre Chiese nel Medio Oriente e l’oggetto della nostra testimonianza.

Sostenuti dalla promessa del Signore: “ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20), proseguiamo insieme il nostro cammino nella speranza, e “la speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5, 5).

Confessiamo che non abbiamo fatto fino ad ora tutto ciò che era in nostra possibilità per vivere meglio la comunione tra le nostre comunità. Non abbiamo operato a sufficienza per confermarvi nella fede e darvi il nutrimento spirituale di cui avete bisogno nelle vostre difficoltà. Il Signore ci invita ad una conversione personale e collettiva.

Oggi torniamo a voi pieni di speranza, di forza e di risolutezza, portando con noi il messaggio del Sinodo e le sue raccomandazioni per studiarle insieme e metterci ad applicarle nelle nostre Chiese, ciascuno secondo il suo stato. Speriamo anche che questo sforzo nuovo sia ecumenico.

Noi vi rivolgiamo questo umile e sincero appello perché insieme condividiamo un cammino di conversione per lasciarci rinnovare dalla grazia dello Spirito Santo e ritornare a Dio.

Alla Santissima Vergine Maria, Madre della Chiesa e Regina della pace, sotto la cui protezione abbiamo messo i lavori sinodali, affidiamo il nostro cammino verso nuovi orizzonti cristiani e umani, nella fede in Cristo e con la forza della sua parola: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21, 5).

El Papa: Comunión con Jesús crucificado y resucitado, testimonio de su amor, para llevar a cabo el anuncio del Evangelio a todas las gentes

HOMILÍA DEL PAPA EN LA CLAUSURA DEL SÍNODO PARA ORIENTE MEDIO


Hoy en la Basílica de San Pedro


CIUDAD DEL VATICANO, domingo 24 de octubre de 2010 (ZENIT.org).- Ofrecemos a continuación la homilía pronunciada por el Papa Benedicto XVI durante la solemne celebración de Clausura del Sínodo Especial para Oriente Medio, hoy en la Basílica de San Pedro.

* * * * *

¡Venerados Hermanos,

ilustres señores y señoras,

queridos hermanos y hermanas!

A distancia de dos semanas de la Celebración de apertura, nos reunimos de nuevo en el día del Señor, alrededor del Altar de la Confesión de la Basílica de San Pedro, para concluir la Asamblea Especial para Oriente Medio del Sínodo de los Obispos. En nuestros corazones hay una profunda gratitud a Dios que nos ha donado esta experiencia de verdad extraordinaria, no sólo para nosotros, sino para el bien de la Iglesia, del Pueblo de Dios que vive en las tierras entre el Mediterráneo y Mesopotamia. Como Obispo de Roma, deseo compartir este reconocimiento con vosotros, venerados Padres Sinodales: Cardenales, Patriarcas, Arzobispos, Obispos. Doy las gracias de manera particular al Secretario General, a los cuatro Presidentes Delegados, al Relator General, al Secretario Especial y a todos los colaboradores que, en estos días, han trabajado sin ahorrar esfuerzos. Esta mañana hemos dejado el Aula del Sínodo y hemos venido “al templo para rezar”; por esto, nos atañe directamente la parábola del fariseo y del publicano relatada por Jesús y referida por el evangelista San Lucas (cfr. Lc 18, 9-14). También nosotros podríamos tener la tentación, como el fariseo, de recordar a Dios nuestros méritos, tal vez pensando en el trabajo de estas jornadas. Pero, para subir al Cielo, la oración debe salir de un corazón humilde, pobre. Y, por tanto, también nosotros, al término de este evento eclesial, deseamos ante todo rendir gracias a Dios, no por nuestros méritos, sino por el don que Él no ha hecho. Nos reconocemos pequeños y necesitados de salvación, de misericordia; reconocemos que todo viene de Él y sólo con su Gracia se realizará todo cuanto el Espíritu Santo nos ha dicho. Sólo así podremos “volver a casa” verdaderamente enriquecidos, más justos y más capaces de caminar por las vías del Señor.

La Primera Lectura y el Salmo responsorial insisten en el tema de la oración, subrayando que ésta es más potente en el corazón de Dios cuanto mayor es la condición de necesidad y aflicción de quien la reza. “La oración del humilde atraviesa las nubes” afirma el Eclesiástico (Si 35,21); y el salmista agrega: “Yahvé está cerca de los desanimados, él salva a los espíritus hundidos” (Sal 34,19). Tenemos presentes a tantos hermanos y hermanas que viven en la región medio-oriental y que se encuentran en situaciones difíciles, a veces muy duras, tanto por los problemas materiales como por el desánimo, el estado de tensión y, a veces, el miedo. La Palabra de Dios hoy nos ofrece también una luz de esperanza consoladora, allí donde presenta la oración, personificada, que “ no desiste hasta que el Altísimo le atiende, juzga a los justos y les hace justicia” (Si 35, 21-22). También este vínculo entre oración y justicia nos hace pensar en tantas situaciones en el mundo, en particular en Oriente Medio. El grito del pobre y del oprimido encuentra inmediato eco en Dios, que quiere intervenir para abrir una vía de salida, para restituir un futuro de liberad, un horizonte de esperanza.

Esta confianza en el Dios cercano, que libera a sus amigos, es la que testimonia el Apóstol Pablo en la epístola hodierna, extraída de la Segunda Epístola a Timoteo. Al ver cercano el final de la vida terrenal, Pablo hace un balance. “He competido en la noble competición, he llegado a la meta en la carrera, he conservado la fe” (2 Tm 4, 7). Para cada uno de nosotros, queridos hermanos en el episcopado, este es un modelo que hay que imitar: ¡que la Bondad divina nos conceda hacer nuestro un similar balance! “Pero el Señor, -prosigue Pablo - me asistió y me dio fuerzas para que, por mi medio, se proclamara plenamente el mensaje y lo oyeran todos los gentiles” (2 Tm 4, 17). ¡Es una palabra que resuena con especial fuerza en este domingo en que celebramos la Jornada Misionera Mundial! Comunión con Jesús crucificado y resucitado, testimonio de su amor. La experiencia del Apóstol es paradigmática para cada cristiano, especialmente para nosotros Pastores. Hemos compartido un momento importante de comunión eclesial. Ahora nos separamos para volver cada uno a su misión, pero sabemos que permanecemos unidos, permanecemos en su amor.

La Asamblea sinodal que hoy se concluye ha tenido presente siempre la imagen de la primera comunidad cristiana, descrita en los Hechos de los Apóstoles: “La multitud de los creyentes tenía un solo corazón y una sola alma” (Hch 4, 32). Es una realidad experimentada en los días pasados, durante los cuales hemos compartido las alegrías y los dolores, las preocupaciones y las esperanzas de los cristianos de Oriente Medio. Hemos vivido la unidad de la Iglesia en la variedad de las Iglesias presentes en esa región. Guiados por el Espíritu Santo, nos hemos convertido en “un solo corazón y una sola alma” en la fe, en la esperanza y en la caridad, sobre todo durante las Celebraciones eucarísticas, fuente y culmen de la comunión eclesial, como también en la Liturgia de las Horas, celebrada cada mañana en uno de los 7 ritos católicos de Oriente Medio. Así, hemos valorado la riqueza litúrgica, espiritual y teológica de las Iglesias Orientales Católicas, además de la de la Iglesia Latina. Se ha tratado de un intercambio de dones preciosos, de los cuales se han beneficiado todos los Padres sinodales. Deseamos que esta experiencia positiva se repita también en las respectivas comunidades de Oriente Medio, favoreciendo la participación de los fieles en las celebraciones litúrgicas de los demás ritos católicos y, por lo tanto, la apertura a la dimensión de la Iglesia universal.

La oración común nos ha ayudado también a afrontar los desafíos de la Iglesia Católica en Oriente Medio. Uno de ellos es la comunión en el interior de cada Iglesia sui iuris, así como en las relaciones entre las varias Iglesias Católicas de distintas tradiciones. Como nos ha recordado la hodierna página del Evangelio (cfr. Lc 18, 9-14), necesitamos humildad para reconocer nuestros límites, nuestros errores y nuestras omisiones, con objeto de poder formar verdaderamente “un solo corazón y una sola alma”. Una comunión más plena en el interior de la Iglesia Católica favorece también el diálogo ecuménico con las otras Iglesias y Comunidades eclesiales. En esta Asamblea Sinodal la Iglesia Católica ha corroborado también su profunda convicción de proseguir este diálogo, con el fin de que se realice cumplidamente la oración del Señor Jesús “para que todos sean uno” (Jn 17,21).

A los cristianos en Oriente Medio se les pueden aplicar las palabras del Señor Jesús: “No temas, pequeño rebaño, porque a vuestro Padre le ha parecido bien daros a vosotros el Reino” (Lc 12,32). En efecto, aunque poco numerosos, ellos son portadores de la Buena Nueva del amor de Dios por el hombre, amor que se reveló precisamente en Tierra Santa en la persona de Jesucristo. Esta Palabra de salvación, reforzada con la gracia de los Sacramentos, resuena con particular eficacia en los lugares en los que, por la divina Providencia, fue escrita, y es la única Palabra capaz de romper el círculo vicioso de la venganza, del odio, de la violencia. De un corazón purificado, en paz con Dios y con el prójimo, pueden nacer propósitos e iniciativas de paz a nivel local, nacional e internacional. A esta obra, a cuya realización está llamada toda la comunidad internacional, los cristianos, ciudadanos de pleno derecho, pueden y deben dar su contribución con el espíritu de las bienaventuranzas, convirtiéndose así en constructores de paz y en apóstoles de reconciliación para el beneficio de toda la sociedad.

Desde hace demasiado tiempo en Oriente Medio perduran los conflictos, las guerras, la violencia, el terrorismo. La paz, que es don de Dios, también es el resultado de los esfuerzos de los hombres de buena voluntad, de las instituciones nacionales e internacionales, y en particular de los Estados más implicados en la búsqueda de la solución de los conflictos. Nunca debemos resignarnos a la falta de paz. La paz es posible. La paz es urgente. La paz es la condición indispensable para una vida digna de la persona humana y de la sociedad. La paz es también el mejor remedio para evitar la emigración de Oriente Medio. “Invocad la paz sobre Jerusalén” -nos dice el Salmo (122, 6). Oremos por la paz en Tierra Santa. Oremos por la paz en Oriente Medio, esforzándonos para que este don de Dios ofrecido a los hombres de buena voluntad se difunda por el mundo entero.

Otra contribución que los cristianos pueden aportar a la sociedad es la promoción de una auténtica libertad religiosa y de conciencia, uno de los derechos fundamentales de la persona humana que cada Estado debería respetar siempre. En numeroso países de Oriente Medio existe la libertad de culto, pero no pocas veces el espacio de la libertad religiosa es muy limitado. Ampliar este espacio de libertad es una exigencia para garantizar a todos los que pertenecen a las distintas comunidades religiosas la verdadera libertad de vivir y profesar su fe. Este argumento podría ser objeto de diálogo entre los cristianos y los musulmanes, diálogo cuya urgencia y utilidad ha sido ratificada por los Padres sinodales.

Durante los trabajos de la Asamblea se ha subrayado a menudo la necesidad de volver a proponer el Evangelio a las personas que lo conocen poco o que incluso se han alejado de la Iglesia. Se ha evocado muchas veces la urgente necesidad de una nueva evangelización también para Oriente Medio. Se trata de un tema muy extendido, sobre todo en los países de antigua cristianización. También la reciente creación del Pontificio Consejo para la Promoción de la Nueva Evangelización responde a esta profunda exigencia. Por eso, después de haber consultado al episcopado del mundo entero y después de haber escuchado al Consejo Ordinario de la Secretaría General del Sínodo de los Obispos, he decidido dedicar la próxima Asamblea General Ordinaria, en 2012, al siguiente tema: “Nova evangelizatio ad christianam fidem tradendam - La nueva evangelización para la transmisión de la fe cristiana”.

¡Queridos hermanos y hermanas de Oriente Medio! Que la experiencia de estos días os asegure que no estáis nunca solos, que os acompañan siempre la Santa Sede y toda la Iglesia, la cual, nacida en Jerusalén, se ha extendido por Oriente Medio y después por el mundo entero. Encomendamos la aplicación de los resultados de la Asamblea Especial para Oriente Medio, así como la preparación de la General Ordinaria, a la intercesión de la Beata Virgen María, Madre de la Iglesia y Reina de la Paz. Amén.

[Traduccción del original italiano distribuida por la Secretaría General del Sínodo]

MESSAGGIO AL POPOLO DI DIO DAL SINODO PER IL MEDIO ORIENTE

CITTA' DEL VATICANO, sabato, 23 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio al Popolo di Dio a conclusione dell’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi, approvato venerdì pomeriggio dai Padri sinodali in occasione della quattordicesima Congregazione generale.




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“La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola” (At 4, 32)


Ai nostri fratelli presbiteri, diaconi, religiosi, religiose, alle persone consacrate e a tutti i nostri amatissimi fedeli laici e a ogni persona di buona volontà.

Introduzione

1. La grazia di Gesù nostro Signore, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo sia con voi.

Il Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente è stato per noi una novella Pentecoste. «La Pentecoste è l’avvenimento originario, ma anche un dinamismo permanente. Il Sinodo dei Vescovi è un momento privilegiato nel quale può rinnovarsi il cammino della Chiesa e la grazia della Pentecoste» (Benedetto XVI, Omelia della Messa d’apertura del Sinodo, 10.10.2010).

Siamo venuti a Roma, noi Patriarchi e vescovi delle Chiese cattoliche in Oriente con tutti i nostri patrimoni spirituali, liturgici, culturali e canonici, portando nei nostri cuori le preoccupazioni dei nostri popoli e le loro attese.

Per la prima volta ci siamo riuniti in Sinodo intorno a Sua Santità il Papa Benedetto XVI con i cardinali e gli arcivescovi responsabili dei Dicasteri romani, i presidenti delle Conferenze episcopali del mondo toccate dalle questioni del Medio Oriente, e con rappresentanti delle Chiese ortodosse e comunità evangeliche, e con invitati ebrei e musulmani.

A Sua Santità Benedetto XVI esprimiamo la nostra gratitudine per la sollecitudine e per gli insegnamenti che illuminano il cammino della Chiesa in generale e quello delle nostre Chiese orientali in particolare, soprattutto per la questione della giustizia e della pace. Ringraziamo le Conferenze episcopali per la loro solidarietà, la presenza tra noi durante i pellegrinaggi ai Luoghi santi e la loro visita alle nostre comunità. Li ringraziamo per l’accompagnamento delle nostre Chiese nei differenti aspetti della nostra vita. Ringraziamo le organizzazioni ecclesiali che ci sostengono con il loro aiuto efficace.

Abbiamo riflettuto insieme, alla luce della Sacra Scrittura e della viva Tradizione, sul presente e l’avvenire dei cristiani e dei popoli del Medio Oriente. Abbiamo meditato sulle questioni di questa parte del mondo che Dio, nel mistero del suo amore, ha voluto fosse la culla del suo piano universale di salvezza. Da là, di fatto, è partita la vocazione di Abramo. Là, la Parola di Dio si è incarnata nella Vergine Maria per l’azione dello Spirito Santo. Là, Gesù ha proclamato il Vangelo della vita e del regno. Là, egli è morto per riscattare il genere umano e liberarlo dal peccato. Là è risuscitato dai morti per donare la vita nuova a ogni uomo. Là, è nata la Chiesa che da là è partita per proclamare il Vangelo fino alle estremità della terra.

Il primo scopo del Sinodo è di ordine pastorale. È per questo che abbiamo portato nei cuori la vita, le sofferenze e le speranze dei nostri popoli e le sfide che si devono affrontare ogni giorno, convinti che « la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 5). È per questo che vi rivolgiamo questo messaggio, amatissimi fratelli e sorelle, e vogliamo che sia un appello alla fermezza della fede, fondata sulla Parola di Dio, alla collaborazione nell’unità e alla comunione nella testimonianza dell’amore in tutti gli ambiti della vita.

I. La Chiesa nel Medio Oriente: comunione e testimonianza attraverso la storia
Cammino della fede in Oriente

2. In Oriente è nata la prima comunità cristiana. Dall’Oriente partirono gli Apostoli dopo la Pentecoste per evangelizzare il mondo intero. Là è vissuta la prima comunità cristiana in mezzo a tensioni e persecuzioni, « perseverante nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere » (At 2, 42). Là i primi martiri hanno irrorato con il loro sangue le fondamenta della Chiesa nascente. Alla loro sequela gli anacoreti hanno riempito i deserti col profumo della loro santità e della loro fede. Là vissero i Padri della Chiesa orientale che continuano a nutrire con i loro insegnamenti la Chiesa d’Oriente e d’Occidente. Dalle nostre Chiese partirono, nei primi secoli e nei secoli seguenti, i missionari verso l’estremo Oriente e verso l’Occidente portando la luce di Cristo. Noi ne siamo gli eredi e dobbiamo continuare a trasmettere il loro messaggio alle generazioni future.

Le nostre Chiese non hanno smesso di donare santi, preti, consacrati e di servire in maniera efficace in numerose istituzioni che contribuiscono alla costruzione delle nostre società e dei nostri paesi, sacrificandosi per l’uomo creato all’immagine di Dio e portatore della sua immagine. Alcune delle nostre Chiese non cessano ancora oggi di mandare missionari, portatori della Parola di Cristo nei differenti angoli del mondo. Il lavoro pastorale, apostolico e missionario ci domanda oggi di pensare una pastorale per promuovere le vocazioni sacerdotali e religiose e assicurare la Chiesa di domani.

Ci troviamo oggi davanti a una svolta storica: Dio che ci ha donato la fede nel nostro Oriente da 2000 anni, ci chiama a perseverare con coraggio, assiduità e forza, a portare il messaggio di Cristo e la testimonianza al suo Vangelo che è un Vangelo di amore e di pace.

Sfide e attese

3.1. Oggi siamo di fronte a numerose sfide. La prima viene da noi stessi e dalle nostre Chiese. Ciò che Cristo ci domanda è di accettare la nostra fede e di viverla in ogni ambito della vita. Ciò che egli domanda alle nostre Chiese è di rafforzare la comunione all’interno di ciascuna Chiesa sui iuris e tra le Chiese cattoliche di diversa tradizione, inoltre di fare tutto il possibile nella preghiera e nella carità per raggiungere l’unità di tutti i cristiani e realizzare così la preghiera di Cristo: « perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato » (Gv 17, 21).

3.2. La seconda sfida viene dall’esterno, dalle condizioni politiche e dalla sicurezza nei nostri paesi e dal pluralismo religioso.

Abbiamo analizzato quanto concerne la situazione sociale e la sicurezza nei nostri paesi del Medio Oriente. Abbiamo avuto coscienza dell’impatto del conflitto israelo-palestinese su tutta la regione, soprattutto sul popolo palestinese che soffre le conseguenze dell’occupazione israeliana: la mancanza di libertà di movimento, il muro di separazione e le barriere militari, i prigionieri politici, la demolizione delle case, la perturbazione della vita economica e sociale e le migliaia di rifugiati. Abbiamo riflettuto sulla sofferenza e l’insicurezza nelle quali vivono gli Israeliani. Abbiamo meditato sulla situazione di Gerusalemme, la Città Santa. Siamo preoccupati delle iniziative unilaterali che rischiano di mutare la sua demografia e il suo statuto. Di fronte a tutto questo, vediamo che una pace giusta e definitiva è l’unico mezzo di salvezza per tutti, per il bene della regione e dei suoi popoli.

3.3. Nelle nostre riunioni e nelle nostre preghiere abbiamo riflettuto sulle sofferenze cruente del popolo iracheno. Abbiamo fatto memoria dei cristiani assassinati in Iraq, delle sofferenze permanenti della Chiesa in Iraq, dei suoi figli espulsi e dispersi per il mondo, portando noi insieme con loro le preoccupazioni della loro terra e della loro patria.

I padri sinodali hanno espresso la loro solidarietà con il popolo e che Chiese in Iraq e hanno espresso il voto che gli emigrati, forzati a lasciare i loro paesi, possano trovare i soccorsi necessari là dove arrivano, affinché possano tornare nei loro paesi e vivervi in sicurezza.

3.4. Abbiamo riflettuto sulle relazioni tra concittadini, cristiani e musulmani. Vorremmo qui affermare, nella nostra visione cristiana delle cose, un principio primordiale che dovrebbe governare queste relazioni: Dio vuole che noi siamo cristiani nel e per le nostre società del Medio Oriente. Il fatto di vivere insieme cristiani e musulmani è il piano di Dio su di noi ed è la nostra missione e la nostra vocazione. In questo ambito ci comporteremo con la guida del comandamento dell’amore e con la forza dello Spirito in noi.

Il secondo principio che governa queste relazioni è il fatto che noi siamo parte integrale delle nostre società. La nostra missione basata sulla nostra fede e il nostro dovere verso le nostre patrie ci obbligano a contribuire alla costruzione dei nostri paesi insieme con tutti i cittadini musulmani, ebrei e cristiani.
II. Comunione e testimonianza all’interno delle Chiese cattoliche del Medio Oriente
Ai fedeli delle nostre Chiese

4.1. Gesù ci dice: «Voi siete il sale della terra, la luce del mondo» (Mt 5, 13.14). La vostra missione, amatissimi fedeli, è di essere per mezzo della fede, della speranza e dell’amore nelle vostre società, come il «sale» che dona sapore e senso alla vita, come la «luce» che illumina le tenebre e come il «lievito» che trasforma i cuori e le intelligenze. I primi cristiani a Gerusalemme erano poco numerosi. Nonostante ciò, essi hanno potuto portare il Vangelo fino alle estremità della terra, con la grazia del « Signore che agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano » (Mc 16, 20).

4.2. Vi salutiamo, cristiani del Medio Oriente, e vi ringraziamo per tutto ciò che voi avete realizzato nelle vostre famiglie e nelle vostre società, nelle vostre Chiese e nelle vostre nazioni. Salutiamo la vostra perseveranza nelle difficoltà, pene e angosce.

4.3. Cari sacerdoti, nostri collaboratori nella missione catechetica, liturgica e pastorale, vi rinnoviamo la nostra amicizia e la nostra fiducia. Continuate a trasmettere ai vostri fedeli con zelo e perseveranza il Vangelo della vita e la Tradizione della Chiesa attraverso la predicazione, la catechesi, la direzione spirituale e il buon esempio. Consolidate la fede del popolo di Dio perché essa si trasformi in una civiltà dell’amore. Dategli i sacramenti della Chiesa perché aspiri al rinnovamento della vita. Radunatelo nell’unità e nella carità con il dono dello Spirito Santo.

Cari religiosi, religiose e consacrati nel mondo, vi esprimiamo la nostra gratitudine e ringraziamo Dio insieme con voi per il dono dei consigli evangelici – della castità consacrata, della povertà e dell’obbedienza – con i quali avete fatto dono di voi stessi, al seguito del Cristo cui desiderate testimoniare il vostro amore e predilezione. Grazie alle vostre iniziative apostoliche diversificate, siete il vero tesoro e la ricchezza delle nostre Chiese e un’oasi spirituale nelle nostre parrocchie, diocesi e missioni.

Ci uniamo in spirito agli eremiti, ai monaci e alle monache che hanno consacrato la loro vita alla preghiera nei monasteri contemplativi, santificando le ore del giorno e della notte, portando nella loro preghiera le preoccupazioni e i bisogni della Chiesa. Con la testimonianza della vostra vita voi offrite al mondo un segno di speranza.

4.4. Fedeli laici, noi vi esprimiamo la nostra stima e la nostra amicizia. Apprezziamo quanto fatte per le vostre famiglie e le vostre società, le vostre Chiese e le vostre patrie. State saldi in mezzo alle prove e alle difficoltà. Siamo pieni di gratitudine verso il Signore per i carismi e i talenti di cui vi ha colmato e con i quali voi partecipate per la forza del Battesimo e della Cresima al lavoro apostolico e alla missione della Chiesa, impregnando l’ambito delle cose temporali con lo spirito e i valori del Vangelo. Vi invitiamo alla testimonianza di una vita cristiana autentica, a una pratica religiosa cosciente e ai buoni costumi. Abbiate il coraggio di dire la verità con obbiettività.

Portiamo nelle nostre preghiere voi, sofferenti nel corpo, nell’anima e nello spirito, voi oppressi, espatriati, perseguitati, prigionieri e detenuti. Unite le vostre sofferenze a quelle di Cristo Redentore e cercate nella sua croce la pazienza e la forza. Con il merito delle vostre sofferenze, voi ottenete per il mondo l’amore misericordioso di Dio.

Salutiamo ciascuna delle nostre famiglie cristiane e guardiamo con stima la vocazione e la missione della famiglia, in quanto cellula viva della società, scuola naturale delle virtù e dei valori etici e umani, e chiesa domestica che educa alla preghiera e alla fede di generazione in generazione. Ringraziamo i genitori e i nonni per l’educazione dei loro figli e dei loro nipoti, sull’esempio del fanciullo Gesù che « cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini » (Lc 2, 52). Ci impegniamo a proteggere la famiglia con una pastorale familiare grazie ai corsi di preparazione al matrimonio e ai centri d’accoglienza e di consultazione aperti a tutti e soprattutto alle coppie in difficoltà e con le nostre rivendicazioni dei diritti fondamentali della famiglia.

Ci rivolgiamo ora in modo speciale alle donne. Esprimiamo la nostra stima per quanto voi siete nei diversi stati di vita: come ragazze, educatrici, madri, consacrate e operatrici nella vita pubblica. Vi elogiamo perché proteggete la vita umana fin dall’inizio, offrendole cura e affetto. Dio vi ha donato una sensibilità particolare per tutto ciò che riguarda l’educazione, il lavoro umanitario e la vita apostolica. Rendiamo grazie a Dio per le vostre attività e auspichiamo che voi esercitiate una più grande responsabilità nella vita pubblica.

Guardiamo a voi con amicizia, ragazzi e ragazze, come ha fatto Cristo con il giovane del Vangelo (cf. Mc 10, 21). Voi siete l’avvenire delle nostre Chiese, delle nostre comunità, dei nostri paesi, il loro potenziale e la loro forza rinovatrice. Progettate la vostra vita sotto lo sguardo amorevole di Cristo. Siate cittadini responsabili e credenti sinceri. La Chiesa si unisce a voi nelle vostre preoccupazioni di trovare un lavoro in funzione delle vostre competenze; ciò contribuirà a stimolare la vostra creatività e ad assicurare l’avvenire e la formazione di una famiglia credente. Superate la tentazione del materialismo e del consumismo. Siate saldi nei vostri valori cristiani.

Salutiamo i capi delle istituzioni educative cattoliche. Nell’insegnamento e nell’educazione ricercate l’eccellenza e lo spirito cristiano. Abbiate come scopo il consolidamento della cultura della convivialità, la preoccupazione dei poveri e dei portatori di handicap. Malgrado le sfide e le difficoltà di cui soffrono le vostre istituzioni, vi invitiamo a mantenerle vive per assicurare la missione educatrice della Chiesa e promuovere lo sviluppo e il bene delle nostre società.

Ci rivolgiamo con grande stima a quanti lavorano nel settore sociale. Nelle vostre istituzioni siate al servizio della carità. Noi vi incoraggiamo e sosteniamo in questa missione di sviluppo, che è guidata dal ricco insegnamento sociale della Chiesa. Attraverso il vostro lavoro, voi rafforzate i legami di fraternità tra gli uomini, servendo senza discriminazione i poveri, i marginalizzati, i malati, i rifugiati e i prigionieri. Voi siete guidati dalla parola del Signore Gesù: « tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me » (Mt 25, 40).

Guardiamo con speranza i gruppi di preghiera e i movimenti apostolici. Sono scuole di approfondimento della fede per viverla nella famiglia e nella società. Apprezziamo le loro attività nelle parrocchie e nelle diocesi e il loro sostegno ai pastori in conformità con le direttive della Chiesa. Ringraziamo Dio per questi gruppi e questi movimenti, cellule attive della parrocchia e vivai per le vocazioni sacerdotali e religiose.

Apprezziamo il ruolo dei mezzi di comunicazione scritta e audio-visiva. Ringraziamo voi, giornalisti, per la vostra collaborazione con la Chiesa per la diffusione dei suoi insegnamenti e delle sue attività, e in questi giorni per aver diffuso le notizie dell’Assemblea del Sinodo sul Medio Oriente in tutte le parti del mondo.

Ci felicitiamo del contributo dei media internazionali e cattolici. Per il Medio Oriente merita una menzione particolare il canale Télé Lumière-Noursat. Speriamo che possa continuare il suo servizio di informazione e di formazione alla fede, il suo lavoro per l’unità dei cristiani, il consolidamento della presenza cristiana in Oriente, il rafforzamento del dialogo inter-religioso e la comunione tra gli orientali sparsi in tutti i continenti.

Ai nostri fedeli nella diaspora

5. L’emigrazione è divenuta un fenomeno generale. Il cristiano, il musulmano e l’ebreo emigrano e per le stesse cause derivate dall’instabilità politica ed economica. Il cristiano, inoltre, comincia a sentire nell’insicurezza, benché a diversi gradi, nei paesi del Medio Oriente. I cristiani abbiano fiducia nell’avvenire e continuino a vivere nei loro cari paesi.

Vi salutiamo amatissimi fedeli nei vostri differenti paesi della diaspora. Chiediamo a Dio di benedirvi. Noi vi domandiamo di conservare vivo nei vostri cuori e nelle vostre preoccupazioni il ricordo delle vostre patrie e delle vostre Chiese. Voi potete contribuire alla loro evoluzione e alla loro crescita con le vostre preghiere, i vostri pensieri, le vostre visite e con diversi mezzi, anche se ne siete lontani.

Conservate i beni e le terre che avete in patria; non affrettatevi ad abbandonarli e a venderli. Custodite tali proprietà come un patrimonio per voi e una porzione di quella patria alla quale rimanete attaccati e che voi amate e sostenete. La terra fa parte dell’identità della persona e della sua missione; essa è uno spazio vitale per quelli che vi restano e per quelli che, un giorno, vi ritorneranno. La terra è un bene pubblico, un bene della comunità, un patrimonio comune. Non può essere ridotta a interessi individuali da parte di chi la possiede e che da solo decide a proprio piacimento di tenerla o di abbandonarla.

Vi accompagniamo con le nostre preghiere, voi figli delle nostre Chiese e dei nostri Paesi, forzati a emigrare. Portate con voi la vostra fede, la vostra cultura e il vostro patrimonio per arricchire le vostre nuove patrie che vi procurano pace, libertà e lavoro. Guardate all’avvenire con fiducia e gioia, restate sempre attaccati ai vostri valori spirituali, alle vostre tradizioni culturali e al vostro patrimonio nazionale per offrire ai paesi che vi hanno accolto il meglio di voi stessi e il meglio di ciò che avete. Ringraziamo le Chiese dei paesi della diaspora che hanno accolto i nostri fedeli e che non cessano di collaborare con noi per assicurare loro il servizio pastorale necessario.

Agli migranti nei nostri paesi e nelle nostre Chiese

6. Salutiamo tutti gli immigrati delle diverse nazionalità, venuti nei nostri paesi per ragione di lavoro.

Noi vi accogliamo, amatissimi fedeli, e vediamo nella vostra fede un arricchimento e un sostegno per la fede dei nostri fedeli. È con gioia che vi forniremo ogni aiuto spirituale di cui voi avete bisogno.
Noi domandiamo alle nostre Chiese di prestare un’attenzione speciale a questi fratelli e sorelle e alle loro difficoltà, qualunque sia la loro religione, soprattutto quando sono esposti ad attentati ai loro diritti e alla loro dignità. Essi vengono da noi non soltanto per trovare mezzi per vivere, ma per procurare dei servizi di cui i nostri paesi hanno bisogno. Essi ricevono da Dio la loro dignità e, come ogni persona umana, hanno dei diritti che è necessario rispettare. Non è permesso a nessuno di attentare a tale dignità e diritti. È per questo che invitiamo i governi dei paesi di accoglienza a rispettare e difendere i loro diritti.

III. Comunione e testimonianza con le Chiese ortodosse e le Comunità evangeliche nel Medio Oriente

7. Salutiamo le Chiese ortodosse e le Comunità evangeliche nei nostri paesi. Lavoriamo insieme per il bene dei cristiani, perché essi restino, crescano e prosperino. Siamo sulla stessa strada. Le nostre sfide sono le stesse e il nostro avvenire è lo stesso. Vogliamo portare insieme la testimonianza di discepoli di Cristo. Soltanto con la nostra unità possiamo compiere la missione che Dio ha affidato a tutti, malgrado la diversità delle nostre Chiese. La preghiera di Cristo è il nostro sostegno, ed è il comandamento dell’amore che ci unisce, anche se la strada verso la piena comunione è ancora lunga davanti a noi.

Abbiamo camminato insieme nel Consiglio delle Chiese del Medio Oriente e vogliamo continuare questo cammino con la grazia di Dio e promuovere la sua azione, avendo come scopo ultimo la testimonianza comune alla nostra fede, il servizio dei nostri fedeli e di tutti i nostri paesi.

Salutiamo e incoraggiamo tutte le istanze di dialogo ecumenico in ciascuno dei nostri paesi.
Esprimiamo la nostra gratitudine al Consiglio Mondiale delle Chiese e alle diverse organizzazioni ecumeniche, che lavorano per l’unità della Chiesa, per il loro sostegno.

IV. Cooperazione e dialogo con i nostri concittadini ebrei

8. La stessa Scrittura santa ci unisce, l’Antico Testamento che è la Parola di Dio per voi e per noi. Noi crediamo in tutto quanto Dio ha rivelato, da quando ha chiamato Abramo, nostro padre comune nella fede, padre degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani. Crediamo nelle promesse e nell’alleanza che Dio ha affidato a lui. Noi crediamo che la Parola di Dio è eterna.

Il Concilio Vaticano II ha pubblicato il documento Nostra aetate, riguardante il dialogo con le religioni, con l’ebraismo, l’islam e le altre religioni. Altri documenti hanno precisato e sviluppato in seguito le relazioni con l’ebraismo. C’è inoltre un dialogo continuo tra la Chiesa e i rappresentanti dell’ebraismo. Noi speriamo che questo dialogo possa condurci ad agire presso i responsabili per mettere fine al conflitto politico che non cessa di separarci e di perturbare la vita dei nostri paesi.

È tempo di impegnarci insieme per una pace sincera, giusta e definitiva. Tutti noi siamo interpellati dalla Parola di Dio. Essa ci invita ad ascoltare la voce di Dio «che parla di pace»: «ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annunzia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con tutto il cuore» (Sal 85, 9). Non è permesso di ricorrere a posizioni teologiche bibliche per farne uno strumento a giustificazione delle ingiustizie. Al contrario, il ricorso alla religione deve portare ogni persona a vedere il volto di Dio nell’altro e a trattarlo secondo gli attributi di Dio e i suoi comandamenti, vale a dire secondo la bontà di Dio, la sua giustizia, la sua misericordia e il suo amore per noi.

V. Cooperazione e dialogo con i nostri concittadini musulmani

9. Siamo uniti dalla fede in un Dio unico e dal comandamento che dice: fa il bene ed evita il male. Le parole del Concilio Vaticano II sul rapporto con le religioni pongono le basi delle relazioni tra la Chiesa Cattolica e i musulmani: «La Chiesa guarda con stima i musulmani che adorano il Dio uno, vivente […] misericordioso e onnipotente, che ha parlato agli uomini» (Nostra aetate 3).

Diciamo ai nostri concittadini musulmani: siamo fratelli e Dio ci vuole insieme, uniti nella fede in Dio e nel duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Insieme noi costruiremo le nostre società civili sulla cittadinanza, sulla libertà religiosa e sulla libertà di coscienza. Insieme noi lavoreremo per promuovere la giustizia, la pace, i diritti dell’uomo, i valori della vita e della famiglia. La nostra responsabilità è comune nella costruzione delle nostre patrie. Noi vogliamo offrire all’Oriente e all’Occidente un modello di convivenza tra le differenti religioni e di collaborazione positiva tra diverse civiltà, per il bene delle nostre patrie e quello di tutta l’umanità.

Dalla comparsa dell’islam nel VII secolo fino ad oggi, abbiamo vissuto insieme e abbiamo collaborato alla creazione della nostra civiltà comune. È capitato nel passato, come capita ancor’oggi, qualche squilibrio nei nostri rapporti. Attraverso il dialogo noi dobbiamo eliminare ogni squilibrio o malinteso. Il Papa Benedetto XVI ci dice che il nostro dialogo non può essere una realtà passeggera. È piuttosto una necessità vitale da cui dipende il nostro avvenire (cf. Discorso ai rappresentanti delle comunità musulmane a Colonia, 20.08.2005). È nostro dovere, dunque, educare i credenti al dialogo inter-religioso, all’accettazione del pluralismo, al rispetto e alla stima reciproca.

VI. La nostra partecipazione alla vita pubblica: appelli ai governi e ai responsabili pubblici dei nostri paesi
10. Apprezziamo gli sforzi che dispiegate per il bene comune e il servizio delle nostre società. Vi accompagniamo con le nostre preghiere e domandiamo a Dio di guidare i vostri passi. Ci rivolgiamo a voi a riguardo dell’importanza dell’uguaglianza tra i cittadini. I cristiani sono cittadini originali e autentici, leali alla loro patria e fedeli a tutti i loro doveri nazionali. È naturale che essi possano godere di tutti i diritti di cittadinanza, di libertà di coscienza e di culto, di libertà nel campo dell’insegnamento e dell’educazione e nell’uso dei mezzi di comunicazione.

Vi chiediamo di raddoppiare gli sforzi che dispiegate per stabilire una pace giusta e duratura in tutta la regione e per arrestare la corsa agli armamenti. È questo che condurrà alla sicurezza e alla prosperità economica, arresterà l’emorragia dell’emigrazione che svuota i nostri paesi delle loro forze vive. La pace è un dono prezioso che Dio ha affidato agli uomini e sono gli « operatori di pace[che]saranno chiamati figli di Dio » (Mt 5, 9).

VII. Appello alla comunità internazionale
11. I cittadini dei paesi del Medio Oriente interpellano la comunità internazionale, in particolare l’O.N.U., perché essa lavori sinceramente ad una soluzione di pace giusta e definitiva nella regione, e questo attraverso l’applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e attraverso l’adozione delle misure giuridiche necessarie per mettere fine all’Occupazione dei differenti territori arabi.

Il popolo palestinese potrà così avere una patria indipendente e sovrana e vivervi nella dignità e nella stabilità. Lo Stato d’Israele potrà godere della pace e della sicurezza all’interno delle frontiere internazionalmente riconosciute. La Città Santa di Gerusalemme potrà trovare lo statuto giusto che rispetterà il suo carattere particolare, la sua santità, il suo patrimonio religioso per ciascuna delle tre religioni ebraica, cristiana e musulmana. Noi speriamo che la soluzione dei due Stati diventi realtà e non resti un semplice sogno.

L’Iraq potrà mettere fine alle conseguenze della guerra assassina e ristabilire la sicurezza che proteggerà tutti i suoi cittadini con tutte le loro componenti sociali, religiose e nazionali.

Il Libano potrà godere della sua sovranità su tutto il territorio, fortificare l’unità nazionale e continuare la vocazione a essere il modello della convivenza tra cristiani e musulmani, attraverso il dialogo delle culture e delle religioni e la promozione delle libertà pubbliche.

Noi condanniamo la violenza e il terrorismo, di qualunque origine, e qualsiasi estremismo religioso. Condanniamo ogni forma di razzismo, l’antisemitismo, l’anticristianesimo e l'islamofobia e chiamiamo le religioni ad assumere le loro responsabilità nella promozione del dialogo delle culture e delle civiltà nella nostra regione e nel mondo intero.

Conclusione: continuare a testimoniare la vita divina che ci è apparsa nella persona di Gesù

12. In conclusione, fratelli e sorelle, noi vi diciamo con l’apostolo san Giovanni nella sua prima lettera: «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi –, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo» (1Gv 1, 1-3).

Questa Vita divina che è apparsa agli apostoli 2000 anni fa nella persona del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, della quale la Chiesa è vissuta e alla quale essa ha dato testimonianza in tutto il corso della sua storia, rimarrà sempre la vita delle nostre Chiese nel Medio Oriente e l’oggetto della nostra testimonianza.

Sostenuti dalla promessa del Signore: « ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20), proseguiamo insieme il nostro cammino nella speranza, e « la speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato » (Rm 5, 5).

Confessiamo che non abbiamo fatto fino ad ora tutto ciò che era in nostra possibilità per vivere meglio la comunione tra le nostre comunità. Non abbiamo operato a sufficienza per confermarvi nella fede e darvi il nutrimento spirituale di cui avete bisogno nelle vostre difficoltà. Il Signore ci invita ad una conversione personale e collettiva.

Oggi torniamo a voi pieni di speranza, di forza e di risolutezza, portando con noi il messaggio del Sinodo e le sue raccomandazioni per studiarle insieme e metterci ad applicarle nelle nostre Chiese, ciascuno secondo il suo stato. Speriamo anche che questo sforzo nuovo sia ecumenico.

Noi vi rivolgiamo questo umile e sincero appello perché insieme condividiamo un cammino di conversione per lasciarci rinnovare dalla grazia dello Spirito Santo e ritornare a Dio.

Alla Santissima Vergine Maria, Madre della Chiesa e Regina della pace, sotto la cui protezione abbiamo messo i lavori sinodali, affidiamo il nostro cammino verso nuovi orizzonti cristiani e umani, nella fede in Cristo e con la forza della sua parola: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21, 5).

In pace con Israele, in nome di Gesù. La cittadella neocatecumenale affacciata sul lago di Tiberiade (Il Foglio)


Roma. “All’apertura della Domus Galilaeae
moltissimi ebrei hanno cominciato a
visitarci, e a tornare. Solo l’anno scorso ne
sono passati più di centomila… Noi sentiamo
che dobbiamo accoglierli e servirli come
fratelli”. Lo ha detto, intervenendo al
Sinodo sul medio oriente, padre Rino Rossi,
dal 2003 responsabile della Domus Galilaeae,
il centro per la formazione dei missionari
del Cammino neocatecumenale che
sorge sul Monte delle Beatitudini, non lontano
dal lago di Tiberiade. Era stata benedetta
nel 2000, mentre era ancora in costruzione,
da Giovanni Paolo II, e da allora non
ha mai smesso di essere un simbolo di amicizia
tra il movimento fondato dallo spagnolo
Kiko Argüello e il popolo ebraico (a
partire dal progetto, opera dell’architetto
di Haifa Dan Mochly e dell’argentino padre
Daniel Cevilan). Al punto che alla Domus,
affrescata dallo stesso Argüello, qualcuno
ha ritenuto di dover rimproverare un eccesso
di contaminazione, con l’esposizione
di una Torah del XV secolo, del candelabro
di Hanukkà, o per il canto-preghiera “Shemah
Israel” che accoglie i visitatori.
Al Foglio, padre Rossi spiega che il Cammino
neocatecumenale “è in contatto stretto
sia con le chiese locali sia con la realtà
ebraica, che ci ha offerto una buona accoglienza.
Naturalmente è stata fondamentale
la visita di Papa Wojtyla, e l’opportunità
che ci fu data di organizzare la grande messa
sul Monte delle Beatitudini, a fianco della
Domus. Per la prima volta tutte le televisioni
israeliane trasmisero una cerimonia
cristiana di quell’imponenza, con più di
centomila persone riunite”. I simboli
ebraici nella Domus Galilaeae, spiega ancora
padre Rossi, “dicono che dobbiamo
andare alle nostre radici e mettere al centro
la parola di Dio, come ha raccomandato
il Concilio Vaticano II. Questo ci porta a
riscoprire la nostra fondamentale connessione
con il popolo ebraico e con le sue tradizioni.
Gesù Cristo è ebreo e non possiamo
capire la sua predicazione nel Nuovo testamento
se non conosciamo l’Antico. Il Cammino
neocatecumenale si inserisce nella
scia del Concilio, e poi del magistero di
Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI”.
E’ capitato qualche fraintendimento,
racconta padre Rossi: “Alcuni arabi si sono
scandalizzati per il decalogo di Mosè scolpito
in ebraico su marmo all’ingresso della
nostra biblioteca. Ma quello è un richiamo
al momento cruciale che stiamo attraversando.
La nostra cultura europea nasce da
radici giudaico-cristiane, mentre oggi il
nuovo ordine europeo vuole dimenticare
quella radice, e cerca di introdurre norme
che le sono completamente contrarie (sulla
famiglia, per esempio). Il cammino della
vita, rivelato da Dio sul Sinai con i dieci comandamenti,
è stato ripreso da Gesù sul
Monte delle Beatitudini, con quello che è il
cuore della sua predicazione: il sermone
della montagna”. In quella circostanza,
conclude il responsabile della Domus Galilaeae,
“Gesù riprende la Torah, non la abolisce
ma la porta a compimento: amate coloro
che vi odiano, ci dice. Nella Domus è
stato messo in evidenza qualcosa che abbiamo
in comune con l’ebraismo: il compito
di realizzare quel contenuto, questione
di vita o di morte per il mondo futuro”.

© Copyright Il Foglio 23 ottobre 2010

Uomini di Dio, sì, ma quale? Un film manipolatorio, un vescovo saggio, un sinodo equivoco. Di Giuliano Ferrara

Ha detto ieri al sinodo sul medio oriente Raboula Antoine Beylouni, vescovo libanese siro-cattolico: “Il Corano permette al musulmano di nascondere la verità al cristiano e di parlare e agire in contrasto con ciò che pensa e crede. Il Corano dà al musulmano il diritto di giudicare i cristiani e di ucciderli con la jihad (guerra santa). Ordina di imporre la religione con la forza, con la spada. Per questo i musulmani non riconoscono la libertà religiosa, né per loro né per gli altri. Non stupisce vedere tutti i paesi arabi e musulmani rifiutarsi di applicare integralmente i diritti umani sanciti dalle Nazioni Unite”.

Ratisbona docet. Questo Corano nel film francese che ha vinto l’anno scorso a Cannes (“Des hommes et des dieux”), che ha spopolato ai botteghini, che ieri è uscito in Italia, non si legge. Il precetto evangelico di amare il nemico, ciò che significa conoscerlo e riconoscerlo, è trasformato in quel racconto irenista, bello e manipolatorio, nella sordina al cristianesimo, religione che porta sulle sue spalle il senso di colpa dell’occidente ex coloniale e realizza un martirio di civiltà muto, senza significato: la carità al servizio della menzogna compassionevole, invece che della verità. Dal fragile cattolicesimo francese arriva un messaggio di successo, mainstream: la seconda morte degli otto benedettini sgozzati dagli islamisti in Algeria.

Per un film abilmente manipolatorio, per un vescovo pieno di saggezza, un sinodo equivoco. Anche se non sono state le sole, si sono sentite levarsi alte, nella Roma sinodale di queste settimane, voci ecclesiali radicalmente anti-sioniste e anti-israeliane. Legittime, senz’altro, come le repliche che ospitiamo. Israele è una ferita storica, come ogni altro stato realizzando una violenza originaria nel suo costituirsi. L’occupazione è l’occupazione, e ha le sue tristi leggi. Ma le parole pace e democrazia, tolleranza e compassione, hanno un senso solo in Israele, l’unico paese dove i cristiani sono davvero liberi. Ciò che non è nel mondo arabo-musulmano, o peggio iraniano, che circonda e minaccia questo paese in una logica divenuta di puro annientamento dopo l’ondata di islamizzazione radicale dell’ultimo quarto di secolo scorso.

L’islamismo politico sa chi è il proprio nemico: ebrei e crociati. Evangelicamente e biblicamente Israele è un segno di contraddizione che contiene storicamente quel che l’ebraismo, “radice della fede cristiana” secondo Ratzinger, contiene in termini di teologia della storia: il genio religioso di Roma dovrebbe saperlo intercettare e riconoscere per tale, questo segno. La speranza è che le conclusioni del sinodo, proceduralmente complesse, siano più prudenti e coraggiose del suo svolgimento.

Giuliano Ferrara

RELATIO POST DISCEPTATIONEM DEL SINODO PER IL MEDIO ORIENTE

Nell'undicesima Congregazione generale


CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 18 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Nell'undicesima Congregazione generale del Sinodo per il Medio Oriente, questo lunedì mattina, è stata data lettura della Relatio post disceptationem (Relazione dopo la discussione). Il Relatore Generale, S.B. Antonios Naguib, Patriarca di Alessandria dei Copti (Repubblica Araba di Egitto), è intervenuto per la lettura del testo, continuata dopo l'intervallo dal Segretario Speciale, monsignor Joseph Soueif, Arcivescovo di Cipro dei Maroniti. Riportiamo di seguito il testo della Relatio post disceptationem.

* * *



Santo Padre,
Eminenze, Beatitudini, Eccellenze,
Delegati Fraterni delle Chiese Sorelle
e delle Comunità Ecclesiali
Cari Sorelle e Fratelli, Uditori e Assistenti, Invitati ed Esperti

INTRODUZIONE

“Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 1,8). Il giorno di Pentecoste gli Apostoli ricevettero lo Spirito Santo promesso e obbedirono alla missione che Cristo aveva loro affidato. Andarono per il mondo a predicare Cristo e il Vangelo, e ad essere suoi testimoni fino alla testimonianza suprema: il martirio. Un’Assemblea Sinodale è un rinnovamento e un prolungamento della Pentecoste. Lo Spirito Santo è anche oggi all’opera, con noi e in noi, come lo sarà sempre con la sua Chiesa. Per una felice e provvidenziale circostanza, l’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi ha iniziato i suoi lavori l’11 ottobre 2010, 48° anniversario dell’inaugurazione del Concilio Ecumenico Vaticano II (11.10.1962) da parte del Beato Papa Giovanni XXIII, che festeggiamo nello stesso giorno. Quest’anno ricorre anche il 45° anniversario della costituzione del Sinodo dei Vescovi ad opera di Papa Paolo VI, il 15 settembre 1965.
In questo Sinodo dedicato alla “Comunione e alla testimonianza”, eccoci, Cardinali, Patriarchi, Vescovi, Religiosi e Religiose, Laici, Fratelli e Sorelle invitati, riuniti attorno al Santo Padre e guidati dallo Spirito Santo, in una “Comunione”, non teorica, ma visibile e concreta.
Rinnoviamo la nostra gratitudine al Santo Padre Benedetto XVI che ha voluto prendere l’iniziativa di convocarci a questa Assemblea storica, di cui sperimentiamo il clima fraterno, caloroso e ottimista, che ci fa sperare in molti frutti benefici per il futuro delle nostre Chiese e della loro missione. Vorremmo che questo Sinodo potesse valere per tutte le Chiese, in Oriente e in Occidente, portandole tutte a vivere una comunione concreta. Ringraziamo anche la Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi per i lavori di preparazione e di accompagnamento.
Questo Sinodo è dedicato essenzialmente alle Chiese in Medio Oriente, come indica il suo titolo. Ma il Santo Padre ha voluto unire ad esse anche le Chiese dell’Africa Nord Orientale, che sono in stretto rapporto con le nostre Chiese. Come ha voluto farvi partecipare i Capi dei Dicasteri della Santa Sede, i rappresentanti delle nostre Chiese nella diaspora, dell’Unione dei Superiore Generali e delle Conferenze Episcopali Cattoliche, come pure gli Assistenti del Segretario Speciale, Uditori e Uditrici, Delegati Fraterni delle Chiese Sorelle e delle Comunità Ecclesiali, e gli invitati speciali in rappresentanza dell’Islam e dell’Ebraismo. Questo conferisce al Sinodo un aspetto di comunione ecclesiale più perfetta, di partecipazione universale e di incontro ecumenico e interreligioso.

A. Obiettivo del Sinodo

“Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2,7). Mi sembra utile ricordare nuovamente il duplice obiettivo del Sinodo:

1) Confermare e rafforzare i cristiani nella loro identità, grazie alla Parola di Dio e ai Sacramenti.

2) Rinnovare la comunione ecclesiale fra le Chiese sui iuris, affinché possano offrire una testimonianza di vita autentica ed efficace. Nel contesto in cui viviamo, la dimensione ecumenica, il dialogo interreligioso e l’aspetto missionario sono parte integrante di questa testimonianza.

Vogliamo offrire ai cristiani dei nostri Paesi le ragioni della loro presenza, per confermarli nella loro missione di essere e di rimanere testimoni autentici di Cristo Risorto, in ciascuno dei loro Paesi, come icona visibile di Cristo, incarnazione viva della sua Chiesa e canale attuale dell’azione dello Spirito Santo.

B. Riflessione alla luce della Parola di Dio

I Padri Sinodali hanno illustrato bene questo punto. La nostra regione rimane fedele alla parola di Dio rivelata, scritta da uomini delle nostre terre sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. Gli uomini e le pietre delle nostre terre hanno incarnato la storia dell’amore di Dio per l’umanità e vi sono diventati un messaggio d’amore per ogni uomo. La Parola di Dio rimarrà sempre la fonte d’ispirazione della nostra comunione, della nostra fedeltà, del nostro amore, della nostra missionarietà e della nostra testimonianza. Dobbiamo diventare persone bibliche, vivificate dallo spirito del Vangelo che le trasforma in Vangeli viventi, gettati come semente e lievito nel nostro contesto, per coltivarvi la cultura del Vangelo, invece che sia la società a modellarci secondo la sua cultura materialista, egoista e relativista. La Parola di Dio rimane la sorgente spirituale e il tesoro teologico delle nostre liturgie vive.
È stato ricordato che i nostri fedeli hanno una grande sete della Parola di Dio e non trovandola da noi, vanno spesso a dissetarsi altrove. È per questo che abbiamo bisogno di molte persone specializzate in Sacra Scrittura, sicure accademicamente, ma soprattutto pastoralmente e spiritualmente. I presbiteri hanno come primo dovere quello di proclamare la Parola di Dio. Hanno un carisma speciale per l’interpretazione della Sacra Scrittura quando, comunicando non le loro idee personali, ma la Parola di Dio, applicano la perenne verità del Vangelo alle circostanze concrete della vita (cfr. Presbyterorum Ordinis 4). Aiutino dunque i fedeli a vedere in Gesù Cristo il compimento di tutte le Scritture e a sottomettere i fatti della propria storia alla luce della Parola (cfr. Sal 118, 105).
Bisogna precisare il concetto di “rivelazione”, molto ambiguo a causa della diversa concezione dall’Islam. Per noi, la rivelazione è l’intervento salvifico di Dio nella storia dell’uomo, attraverso avvenimenti storici sperimentati come gesti di amore gratuito di Dio verso i suoi fedeli. Essa è il dialogo fra Dio e l’uomo nella storia. L’annuncio orale di questi interventi fa parte di questa “rivelazione”, poiché trasmette la fede di generazione in generazione. La Sacra Scrittura è una sintesi della rivelazione, ma rimane “lettera morta” per il lettore, se questi non la riceve come “trasmissione di fede” della sua Chiesa e della sua comunità cristiana. L’annuncio, l’ascolto, la lettura o la meditazione della Bibbia sono incontro con la persona stessa di Cristo. Per questo si è insistito sul posto privilegiato della liturgia e delle celebrazioni della Parola in piccoli gruppi sull’esempio delle prime comunità cristiane, per una comprensione esistenziale della Parola di Dio. Poiché è celebrando questa Parola che essa diventa viva ed efficace nella vita di quanti l’ascoltano, la meditano, la celebrano e trovano il proprio cammino alla luce di essa.
Abbiamo bisogno che la Parola di Dio sia il fondamento di qualsiasi educazione e formazione nelle nostre famiglie, nelle nostre Chiese e nelle nostre scuole, soprattutto nella nostra condizione di minoranze in società a maggioranza non cristiana, dove predominano la cultura e i valori di questa maggioranza, che invadono tutti i campi della vita pubblica e rischiano di impadronirsi del nostro pensiero e dei nostri comportamenti. Abbiamo bisogno che la Parola di Dio evangelizzi la nostra vita, affinché la nostra vita evangelizzi la nostra società.

I. LA PRESENZA CRISTIANA IN MEDIO ORIENTE

A. SITUAZIONE DEI CRISTIANI IN MEDIO ORIENTE

1. Breve excursus storico: unità nella molteplicità

È dall’Oriente che la luce di Cristo è arrivata. E Cristo rimane sempre il vero Sole invincibile che non conosce eclisse. Il volto di Cristo brilla come il sole (Mt 17,2) e illumina tutta la storia dell’umanità.
La Chiesa di Gerusalemme, nata il giorno di Pentecoste, è stata l’origine di tutte le Chiese particolari. Da Gerusalemme, dall’Oriente, sono nate le nostre Chiese e tutte le Chiese di Cristo. Il cristianesimo ha le sue radici in Oriente, vi è cresciuto e da lì si è diffuso in Occidente fino agli estremi confini della terra. La conversione di san Paolo è avvenuta a Damasco, da dove è partito per l’Arabia ed è divenuto “l’Apostolo delle genti”.
Le Chiese si sono moltiplicate, ma erano unite dalla Parola di Dio, dai Sacramenti e dall’insegnamento degli Apostoli. L’unità è una componente essenziale del cristiano e della Chiesa di Cristo: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola” (At 4,32).
Purtroppo, a seguito dei conflitti nel corso della sua storia la Chiesa ha subito varie divisioni. Si rende necessario un profondo studio della storia e della teologia per comprendere meglio quei tragici avvenimenti e promuovere così il dialogo ecumenico.

2. Comunità apostoliche in una terra apostolica

“Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). Sono queste le parole di Gesù nel momento di lasciare i suoi discepoli. Gesù prende l’iniziativa di dare fiducia ai suoi apostoli che non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto: “Andate! Proclamate!” Gesù ha comandato agli apostoli non solo di annunciare il Vangelo ma di annunciarlo al mondo intero. Questa è la missione della Chiesa. Essere cristiano vuol dire essere missionario. Non si è cristiani se non si è missionari. L’annuncio è un dovere della Chiesa e del cristiano. L’annuncio rispettoso e pacifico non è affatto proselitismo.
Gli Apostoli e la Chiesa nascente nelle nostre terre sono stati fedeli a questo comandamento del Maestro portando la fede in Gesù Cristo fino agli estremi confini della terra, spesso a prezzo del martirio. Il loro sangue è stato seme di numerose Chiese. Le prime Chiese sono il frutto della morte e della risurrezione di Cristo. Le nostre Chiese sono state l’avamposto delle missioni. Per le loro radici e le loro storie missionarie, le nostre Chiese sono aperte all’oikoumene, all’universalità, in quanto piattaforme dove s’incontrano l’Oriente e l’Occidente.
Anche a noi Gesù chiede oggi di continuare l’azione degli Apostoli e delle nostre Chiese d’origine. Gesù non cessa di inviare la sua Chiesa, di inviarci: “Andate in tutto il mondo”. Siamo dunque inviati in missione nel mondo della nostra scuola, del nostro villaggio, del nostro lavoro, del nostro Paese, e di tutta la terra. Gesù non ci chiede di provare, di convincere, ci chiede semplicemente di testimoniare con gioia e forza la nostra fede.
La Chiesa è dunque, per sua natura, essenzialmente missionaria (Ad gentes, 20). L’annuncio del Vangelo e l’annuncio di Cristo a tutti i popoli è un dovere supremo delle nostre Chiese e di tutte le Chiese. Le nostre Chiese hanno bisogno di una conversione missionaria per vivificare in noi il senso, l’ardore, lo slancio e il dinamismo missionario. L’azione missionaria deve ritrovare il proprio posto nella vita delle nostre Chiese Orientali. Dobbiamo ritrovarvi l’impegno rinnovato all’evangelizzazione, sia all’interno dei nostri Paesi, sia all’esterno: “Guai a me se non predicassi il vangelo” (1Cor 9,16). La “missione” e “l’annuncio” devono trovare il loro posto nelle nostre Chiese, in base alle possibilità concrete in ogni Paese.
E per questo, la formazione missionaria dei nostri fedeli, e soprattutto dei nostri responsabili della vita della Chiesa, è indispensabile. A maggior ragione, la missionarietà deve essere strettamente legata alla vocazione e al ministero del sacerdote. È auspicabile stabilire nella regione almeno un Istituto di formazione missionaria. Dobbiamo soprattutto sostenere la missione e i missionari con la preghiera.

3. Ruolo dei cristiani nella società, nonostante il loro numero esiguo

I cristiani del Medio Oriente sono “cittadini indigeni”. Appartengono di pieno diritto al tessuto sociale e all’identità stessa dei loro rispettivi Paesi. Bisogna rafforzare questa convinzione nell’animo dei pastori e dei fedeli, per aiutarli a vivere con serenità, forza e impegno nella loro patria.
I Padri Sinodali hanno molto parlato delle condizioni che favoriscono la vita dei cristiani nei nostri paesi. Il contesto socio-politico è un fattore importante in questo campo. La laicità positiva è stata evocata come fattore favorevole. Ma il termine stesso non è ben accetto nei nostri contesti. È sospetto di ateismo o quanto meno di laicismo che si discosta dalla dimensione religiosa e dall’apertura a Dio e all’assoluto. Ad esso, si preferisce il termine di “stato civico”. Gli emigrati dovranno dunque confrontarsi con il termine “laicità”. Il termine “cittadinanza” è anch’esso problematico, visto che in Oriente se ne ha una concezione più ristretta che in Occidente. Lo stato civico indica un sistema socio-politico basato sul rispetto dell’uomo e della sua libertà, sui diritti che gli sono inerenti per la sua natura umana, sull’uguaglianza e sulla cittadinanza completa, nonché sul riconoscimento del ruolo della religione stessa nella vita pubblica e sui valori morali. Questo sistema riconosce e garantisce la libertà religiosa, libertà di culto come pure libertà di coscienza. Distingue fra ordine civile e ordine religioso, senza predominio dell’uno sull’altro, e nel rispetto dell’autonomia di ciascuno. La religione non deve essere politicizzata né lo Stato prevalere sulla religione. È richiesta una presenza di qualità perché possa avere un impatto reale ed efficace sulla società. Questo richiede una solida formazione dei pastori, come pure dei fedeli, dottrinale, spirituale e sociale, soprattutto dei giovani. Le nostre Chiese devono risvegliare l’audacia dell’impegno dei fedeli ad una presenza visibile e incisiva nella vita pubblica, nell’amministrazione, nella funzione pubblica, nei partiti democratici pluriconfessionali, rendendosi “indispensabili” grazie alla qualità, all’efficacia e alla capacità di servire onestamente il bene comune. Ciò che conta non è il numero di persone nella Chiesa, ma che queste vivano la loro fede e possano effettivamente trasmettere un messaggio. Qui la famiglia ha un ruolo essenziale nell’educazione dei figli in questo spirito e in questa prospettiva.
È importante anche formare le menti alla “cittadinanza”, affinché questa penetri nelle mentalità e nello stile di vita. I moderni media (sms, website, internet, televisione, radio) hanno un ruolo importante in questo campo. Essi offrono uno strumento potente e prezioso per diffondere il messaggio cristiano, affrontare le sfide che si oppongono a questo messaggio e comunicare con i fedeli della diaspora. A tale scopo bisogna formare dei quadri specializzati. I cristiani orientali devono impegnarsi per il bene comune, in tutti i suoi aspetti, come hanno sempre fatto.
Attraverso la presentazione della Dottrina sociale della Chiesa, la cui assenza è stata notata, le nostre comunità offrono un valido contributo alla costruzione della società. La promozione della famiglia e la difesa della vita dovrebbero occupare un posto principale nell’insegnamento e nella missione delle nostre Chiese. L’educazione è un campo privilegiato della nostra azione e un investimento enorme. Nella misura del possibile, le nostre scuole potrebbero aiutare maggiormente i più bisognosi. Malgrado molti sacrifici, esse costituiscono un po’ il centro della nostra presenza nella città, in quanto luoghi privilegiati, spesso gli unici, per una coesistenza positiva e costruttiva, ecumenica e interreligiosa. Esse promuovono e rafforzano come valori evangelici e umani gli stessi diritti umani, la non violenza, il dialogo, l’apertura, l’armonia e la pace. In alcuni Paesi esse sono l’unico luogo di formazione cristiana. Devono essere mantenute ad ogni costo. Ringraziamo tutti coloro che ci aiutano a riuscirvi. Con le loro attività sociali, sanitarie e caritative, accessibili a tutti i membri della società, le nostre Chiese collaborano visibilmente al bene comune.
Per assicurare la sua credibilità evangelica, la Chiesa deve trovare i modi per garantire la trasparenza nella gestione del denaro, distinguendo chiaramente ciò che le appartiene da ciò che appartiene al personale della Chiesa. In vista di questo, sono necessarie strutture adeguate.

B. LE SFIDE CHE I CRISTIANI DEVONO AFFRONTARE

1. I conflitti politici nella regione

Le situazioni politico-sociali dei nostri Paesi hanno una ripercussione diretta sui cristiani, che risentono più fortemente delle conseguenze negative. Pur condannando la violenza da dovunque provenga, e invocando una soluzione giusta e durevole del conflitto israelo-palestinese, esprimiamo la nostra solidarietà con il popolo palestinese, la cui situazione attuale favorisce il fondamentalismo. Chiediamo alla politica mondiale di tener sufficientemente conto della drammatica situazione dei cristiani in Iraq, che sono la vittima principale della guerra e delle sue conseguenze.
In base alle possibilità presenti in ogni Paese, i cristiani devono favorire la democrazia, la giustizia e la pace, e la laicità positiva nella distinzione fra religione e Stato e il rispetto di ogni religione. Un atteggiamento di impegno positivo nella società è la risposta costruttiva sia per la società sia per la Chiesa.
Le Chiese in Occidente sono pregate di non schierarsi per gli uni dimenticando il punto di vista e le condizioni degli altri.

2. Libertà di religione e libertà di coscienza

I diritti umani sono la base che garantisce il bene della persona umana integrale, criterio di ogni sistema politico. La libertà religiosa è una componente essenziale dei diritti dell’uomo. La mancanza di libertà religiosa è quasi sempre associata alla privazione dei diritti fondamentali. La libertà di culto, che è un aspetto della libertà religiosa, nella maggior parte dei nostri Paesi, è garantita dalle costituzioni. Ma anche qui, in alcuni Paesi, certe leggi o pratiche ne limitano l’applicazione.
L’altro aspetto della libertà religiosa è la libertà di coscienza, basata sulla libera scelta della persona. La libertà di coscienza è affermata nella “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” (10.12.1948, art. 18) e ratificata dalla maggior parte degli Stati della nostra regione. La libertà religiosa non è un relativismo che considera uguali tutti le fedi religiose. Essa è la conseguenza del dovere che ciascuno ha di aderire alla verità, in base ad una convinta scelta di coscienza e nel rispetto della dignità di ogni persona. Con tutte le persone di buona volontà, la Chiesa si sforza di promuovere il pluralismo nell’uguaglianza. L’educazione in questo senso è un apporto prezioso al progresso culturale del Paese per una maggiore giustizia e uguaglianza davanti al diritto.La libertà religiosa comporta anche il diritto all’annuncio della propria fede, che è un diritto e un dovere di ogni religione. L’annuncio pacifico è molto diverso dal “proselitismo” che la Chiesa condanna fermamente in tutte le sue forme. Secondo Wikipedia, “il termine proselitismo viene dal termine proselita, dal latino ecclesiastico ‘proselytus’, dal greco προσήλυτος ‘nuovo venuto (in un paese)’. Nel Nuovo Testamento, questo termine è utilizzato correntemente per indicare una persona venuta dal paganesimo, che si riavvicina al monoteismo ebraico poi cristiano (Mt 23,15; Gv 12,20; At 2,10; ecc.). Il proselitismo dunque indica l’atteggiamento di coloro che cercano di suscitare proseliti, nuovi aderenti alla loro fede. Per estensione, esso indica lo zelo messo in campo per far aderire delle persone ad una dottrina. Il termine oggi ha una connotazione negativa nella sua utilizzazione quando si riferisce alle attività religiose o politiche”. Bisogna osservare che questo significato si applica a quelle attività quando utilizzano mezzi disonesti o fraudolenti, o abusano della propria autorità, ricchezza o potere per attirare nuovi adepti. L’annuncio che la Chiesa reclama è al contrario la proclamazione e la presentazione serena e pacifica della fede in Gesù Cristo.

3. I cristiani e l’evoluzione dell’Islam contemporaneo

A partire dagli anni settanta, constatiamo nella regione l’avanzata dell’Islam politico, che comprende diverse correnti religiose. Esso colpisce la situazione dei cristiani, soprattutto nel mondo arabo. Vuole imporre un modello di vita islamico a tutti i cittadini, a volte con la violenza. Costituisce dunque una minaccia per tutti, e noi dobbiamo, insieme, affrontare queste correnti estremiste.

4. L’emigrazione

L’emigrazione è una delle grandi sfide che minacciano la presenza dei cristiani in alcuni Paesi del Medio Oriente. Tale questione che è una preoccupazione comune a tutte le Chiese, dovrebbe essere presa in considerazione dentro una concertazione ecumenica. Le cause principali di questo preoccupante fenomeno sono le situazioni economiche e politiche, l’avanzata del fondamentalismo e la restrizione delle libertà e dell’uguaglianza, fortemente aggravate dal conflitto israelo-palestinese e dalla guerra in Iraq. I giovani, le persone istruite e le persone agiate sono i più numerosi ad andare via, privando la Chiesa e il Paese delle risorse più valide. L’emigrazione è diventata un fenomeno generale che tocca cristiani e musulmani. Essa priva le nostre Chiese e i nostri Paesi di elementi validi e moderati. Potrebbe costituire un soggetto di dialogo sincero e franco con i musulmani sulle ragioni che spingono ad andare via, soprattutto per i cristiani.
L’emigrazione è un diritto naturale lasciato alla libera scelta delle persone e delle famiglie, soprattutto per coloro che si trovano in condizioni difficili. Ma la Chiesa ha il dovere d’incoraggiare i suoi fedeli a rimanere come testimoni, apostoli, e costruttori di pace e di benessere nel loro Paese. I Pastori dovrebbero rendere i loro fedeli più consapevoli della loro vocazione, della loro missione e del loro ruolo storico nel loro Paese in quanto portatori del messaggio di Cristo del loro Paese, pur nelle difficoltà e persecuzioni. La loro mancanza inciderebbe gravemente sul futuro. È ad una fede profonda che i cristiani attingeranno le ragioni per vivere coraggiosamente e gioiosamente il loro cristianesimo nel loro Paese. È importante evitare qualsiasi discorso disfattista o di incoraggiare l’emigrazione quale opzione preferenziale.
D’altra parte bisogna promuovere le condizioni che favoriscono la scelta di rimanere. Spetta ai responsabili politici consolidare la pace, la democrazia e lo sviluppo per favorire un clima di stabilità e di fiducia. I cristiani, con tutte le persone di buona volontà, sono chiamati a impegnarsi positivamente nella realizzazione di questo obiettivo. Una maggiore sensibilizzazione delle Istanze internazionali al dovere di contribuire allo sviluppo dei nostri Paesi sarebbe di grande aiuto in questo senso.
Numerosi interventi hanno evidenziato le relazioni molto positive fra le Comunità Cattoliche Orientali nella diaspora e la Chiesa latina locale del Paese di accoglienza. Così, negli Stati Uniti, in Oceania, Australia e in molti Paesi d’Europa. I Cristiani che arrivano dal Medio Oriente bussano alla porta del cuore dei loro fratelli e sorelle in Occidente e ne risvegliano la coscienza cristiana. Le nostre Chiese sono molto riconoscenti alle Chiese dei Paesi di accoglienza per l’aiuto prezioso che danno ai nostri fedeli emigrati. I Padri Sinodali hanno richiamato l’attenzione sulla necessità e importanza di far conoscere ai cristiani d’Europa le cause che fanno sì che migliaia e milioni di cristiani lascino il Medio Oriente. Si potrebbe nominare un Vicario Patriarcale orientale per il coordinamento della pastorale per i fedeli della sua Chiesa nella diaspora.
Le Chiese d’accoglienza dovrebbero aiutare gli emigrati ad avere le proprie strutture: parrocchie, scuole, centri di incontro e altre. Questo richiede strutture di accoglienza, d’inquadramento sociale e culturale, e di accompagnamento. La maggior parte delle Diocesi di accoglienza hanno una pastorale adeguata per gli emigrati, con una sezione speciale per le comunità orientali. Con gratitudine apprezziamo molto questa lodevole sollecitudine e questa attenzione solidale. I cristiani d’Occidente esprimeranno efficacemente il loro sostegno ai cristiani del Medio Oriente, venendo in aiuto dei loro fratelli d’Oriente e sostenendoli.
Le Chiese di accoglienza, nelle loro norme e pratiche sacramentali e amministrative, sono anche invitate a conoscere e a rispettare la teologia, le tradizioni e i patrimoni orientali. Uno dei ruoli delle Chiese d’accoglienza è anche quello di accompagnare gli emigrati, gravati dal doloroso ricordo di atti umilianti ed offensivi, in un’iniziativa di perdono. Queste Chiese opereranno perché i loro Paesi prendano misure adeguate per garantire il rispetto, la dignità e i diritti della persona umana e della famiglia. Questa deve poter restare unita e trovare il necessario per una vita dignitosa e gradita a Dio.
Le Chiese in Nord Africa auspicano la collaborazione con le Chiese in Medio Oriente e la presenza di sacerdoti arabi per incrementare il dialogo con i musulmani. La Chiesa cattolica latina del Maghreb vive in un contesto plurale ed ecumenico soddisfacente. Le Chiese latine del Golfo hanno spiegato la particolare e complessa situazione in cui si trovano e che le porta ad adottare delle strutture e uno stile pastorale che appaiono restrittivi. Esse affermano di fare il massimo per rispondere ai bisogni immensi degli emigrati, nei limiti di possibilità civili e religiose costrittive.
I Padri Sinodali sono ritornati con insistenza e di frequente sul bisogno di estendere la giurisdizione dei Patriarchi sui fedeli del loro rito al di fuori del territorio della Chiesa Patriarcale sui iuris. Essi auspicano vivamente il passaggio dal concetto territoriale al concetto personale. La limitazione della giurisdizione del Patriarca ai fedeli della sua Chiesa sui iuris è logica, ma ad una dimensione delle persone e non del territorio. Come si può essere “Padre e Capo” di persone sottratte all’autorità? Questa estensione di giurisdizione si colloca nel quadro dell’adattamento pastorale del servizio dei fedeli orientali nella diaspora. La comunione è una relazione personale, animata dallo Spirito Santo. Questa prospettiva è molto importante per il dialogo ecumenico e il cammino verso la perfetta unità.
L’emigrazione costituisce anche un sostegno notevole ai Paesi e alle Chiese. La Chiesa del Paese d’origine deve trovare i mezzi per mantenere stretti legami con i propri fedeli emigrati e assicurare loro assistenza spirituale. È indispensabile assicurare la Liturgia, nel loro rito, ai fedeli delle Chiese Orientali che si trovano in un territorio latino. La liquidazione delle proprietà in patria è altamente sconsigliabile. La conservazione o l’acquisizione di beni fondiari incoraggerebbe a ritornare. La terra afferma e rafforza l’identità e l’appartenenza e queste reclamano un radicamento alla terra. Le comunità della Diaspora hanno il ruolo di incoraggiare e consolidare la presenza cristiana in Oriente in vista di renderne più forte la testimonianza e sostenerne le cause, per il bene comune del Paese. Una pastorale adeguata deve prendersi cura dell’emigrazione interna in ogni Paese.

5. L’immigrazione cristiana internazionale in Medio Oriente
I Paesi del Medio Oriente conoscono un nuovo importante fenomeno: l’accoglienza di molti lavoratori africani e asiatici, in maggioranza donne. Questi vengono a trovarsi in un contesto a prevalenza musulmana e a volte con scarse possibilità per la pratica religiosa. Molti si sentono abbandonati, messi di fronte ad abusi e trattamenti scorretti, a situazioni di ingiustizia e d’infrazione delle leggi e delle convenzioni internazionali. Alcuni emigranti cambiano nome per essere accettati meglio e aiutati.
Le nostre Chiese devono fare uno sforzo più consistente per aiutarli, con l’accoglienza, l’accompagnamento e l’assistenza umana, religiosa e sociale. In ognuno dei nostri Paesi, le nostre Chiese cattoliche devono stabilire per queste esigenze una pastorale adeguata, in un’azione coordinata fra i Vescovi, le Congregazioni religiose e le Organizzazioni sociali e di beneficienza. Questo richiede anche una cooperazione fra le istanze cattoliche locali e la gerarchia delle Chiese di provenienza.

C. RISPOSTA DEI CRISTIANI NELLA LORO VITA QUOTIDIANA

La testimonianza cristiana a tutti i livelli è la risposta principale nelle circostanze in cui i cristiani vivono. Il perfezionamento di questa testimonianza, seguendo sempre di più Gesù Cristo, è un’esigenza necessaria a tutti i livelli: clero, Ordini, Congregazioni, Istituti e Società di vita apostolica, come pure laici, secondo la vocazione propria di ciascuno. La formazione del clero e dei fedeli, le omelie e la catechesi devono approfondire e rendere più forte il senso della fede e la coscienza del ruolo e della missione nella società, come traduzione e testimonianza di questa fede. È necessario realizzare un rinnovamento ecclesiale: conversione e purificazione, approfondimento spirituale, determinazione della priorità della vita e della missione.
Uno sforzo particolare deve essere fatto per individuare e formare i “quadri” necessari a tutti i livelli. Questi devono essere un modello di testimonianza, per sostenere e incoraggiare i loro fratelli e sorelle soprattutto in tempi difficili. È opportuno anche formare quadri per la presentazione del cristianesimo sia ai cristiani poco attenti alla Chiesa o lontani da essa, sia ai non cristiani. La qualità dei quadri è più importante della quantità. È indispensabile la formazione permanente. Una particolare attenzione deve essere data ai giovani, forza del presente e speranza del futuro. I cristiani devono essere incoraggiati ad impegnarsi nelle istituzioni pubbliche per la costruzione della città comune.
Il pericolo che minaccia i cristiani del Medio Oriente non deriva soltanto dalla loro situazione di minoranza né da minacce esterne, ma soprattutto dal loro allontanamento dalla verità del Vangelo, dalla loro fede e dalla loro missione. La duplicità della vita, per il cristianesimo, è più pericolosa di qualsiasi altra minaccia. Il vero dramma dell’uomo non è il fatto che soffra a causa della sua missione, ma che non abbia più una missione, per cui perde il senso e lo scopo della propria vita. Anche nelle situazioni difficili e drammatiche, la risposta cristiana nella vita quotidiana saranno l’impegno pastorale, le opere di carità e le iniziative culturali ed educative di grande qualità. Ci sono esempi concreti che dimostrano questo impegno, come in Turchia e altrove.


II. LA COMUNIONE ECCLESIALE

A. PARTECIPAZIONE AL MISTERO PASQUALE: MORTE E RISURREZIONE DI CRISTO
Il mistero della Chiesa consiste nella sua identità come “Corpo di Cristo”. La Chiesa è essenzialmente comunione con Gesù Cristo: “Rimanete in me e io in voi... Io sono la vite, voi i tralci” (Gv 15, 4-5). “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,56). Cristo è “il capo del corpo, cioè della Chiesa” (Col 1,18). Ci unisce alla sua Pasqua: tutte le membra devono sforzarsi di assomigliare a Lui “finché non sia formato Cristo” in esse (Gal 4,19). “Perciò siamo collegati ai misteri della sua vita… associati alle sue sofferenze, come il corpo al capo e soffriamo con lui per essere con lui glorificati” (LG 7). Provvede alla nostra crescita (Col 2,19) per farci crescere verso di Lui, nostro Capo (cfr. Ef 4,11-16), Cristo dispone nel suo Corpo, la Chiesa, i doni e i ministeri attraverso i quali noi ci aiutiamo reciprocamente lungo il cammino della salvezza. Cristo e la Chiesa formano, dunque, il ‘Cristo totale’. La Chiesa è una con Cristo (Catechismo della Chiesa cattolica, 787-795).
Fonte e modello della comunione non è dunque altro che la vita trinitaria di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. La partecipazione dei battezzati alla comunione trinitaria crea la comunione fra le persone e le comunità. La Chiesa universale è una comunione di Chiese. La Chiesa realizza la comunione al mistero pasquale, morte e risurrezione di Cristo. La comunione vive profondamente l’unità nella diversità e la diversità nell’unità. Questo contribuirà a rivelare la bellezza delle venerabili tradizioni delle nostre Chiese, in una comunione profonda che rispetti le ricchezze particolari.
La comunione è la prima necessità nella realtà complessa del Medio Oriente, e la migliore testimonianza alle nostre società. “Senza la comunione non c’è testimonianza” (Benedetto XVI). È una comunione di fede e di carità che ci lega alla Chiesa universale. Dobbiamo approfondire un’ecclesiologia di comunione. Essa sarà di aiuto anche nel dialogo ecumenico e interreligioso. Abbiamo bisogno di valorizzare meglio, comprendere meglio, e praticare meglio l’unità della Chiesa. È indispensabile insegnare la Chiesa come “comunione”, nella catechesi, nelle omelie, nella formazione del clero, dei religiosi e delle religiose, e dei laici. La comunione è chiamata ad essere innanzitutto affettiva, prima di diventare effettiva. È importante coltivare un senso profondo della comunione spirituale, dell’appartenenza ad una stessa Chiesa.

B. PARTECIPAZIONE AL MISTERO DELLA CHIESA: UNA, SANTA, CATTOLICA E APOSTOLICA

1. Comunione in seno alla Chiesa Cattolica (ad intra)

La ‘comunione’ fra le Chiese è il primo obiettivo e il primo compito di questo Sinodo. La comunione ha il suo fondamento e nutrimento nella Parola di Dio, nei Sacramenti, specialmente il Battesimo e la Eucaristia, e nell’unione con il Vescovo di Roma, successore di Pietro. Siamo prima di tutto membra dello stesso Corpo di Cristo, della stessa Chiesa, dunque chiamati ad una stretta collaborazione, ad uno stile di vita solidale, caritatevole e fraterno. I Pastori devono aiutare i fedeli a conoscere, apprezzare, amare e vivere la bellezza della varietà plurale della Chiesa, nell’unità e nella carità. Dobbiamo annunciare e insegnare il senso della Chiesa una, nelle chiese, nelle scuole, nei seminari, nel catechismo, nelle case di formazione, nei movimenti e in tutte le istituzioni delle nostre Chiese. L’utilizzazione dei media è in questo indispensabile e estremamente proficua.
La comunione deve cominciare all’interno di una stessa Chiesa sui iuris. È per questo che bisognerà consolidare le strutture di comunione nel Sinodo Patriarcale di ogni Chiesa. Un’espressione concreta di questa comunione sarebbe la solidarietà del personale e dei beni fra le Diocesi. È auspicabile stabilire strutture di comunione per progetti pastorali comuni: un solo seminario interrituale in ogni Paese, una pastorale comune nella regione per i giovani, la catechesi, la famiglia e tanti altri settori comuni. I Pontefici e la Santa Sede invitino gli Ordini, le Congregazioni e i Movimenti di origine occidentale ad adottare la lingua, il rito e la liturgia del Paese in cui esercitano la loro missione, e ad inserirsi completamente nella sua pastorale d’insieme. Questo assicurerà una maggiore inculturazione nel patrimonio spirituale, patristico, liturgico, culturale e linguistico del luogo, per rafforzare la comunione e la testimonianza. Devono evitare accuratamente di fare gruppo a sé.
Le difficili circostanze del momento attuale sono un incentivo ad una maggiore coesione fra le comunità cristiane, superando qualsiasi confessionalismo, per dare risposte positive e costruttive alle grandi sfide attuali. Il confessionalismo e l’attaccamento esagerato all’etnia rischiano di trasformare le nostre Chiese in ghetti e farle chiudere in se stesse. Una Chiesa etnica o nazionalista ostacola l’azione dello Spirito ed è in contrasto con la missione universale della Chiesa. Abbiamo necessità che tutte le Chiese della nostra regione si uniscano nella riflessione e nell’azione relative ai nostri problemi comuni, come i diritti umani e gli altri temi cruciali. Le Comunità cattoliche devono collaborare insieme. Bisogna incoraggiare una riunione periodica dei Vescovi della regione. Il Consiglio dei Patriarchi Cattolici d’Oriente potrà esaminare questo tema nella sua prossima Assemblea e fissare la data, il luogo e la partecipazione economica dei membri. È uno strumento potente per stabilire una pastorale d’insieme per la regione, e rendere il Consiglio dei Patriarchi più presente e più efficace. Una struttura post-sinodale dovrebbe dare seguito all’applicazione di questo Sinodo nella vita delle nostre Chiese. Sarebbe auspicabile che essa fosse in rapporto con il Santo Padre e con la Santa Sede.
Devono essere incoraggiate le relazioni inter-ecclesiali, non solo fra le Chiese sui iuris del Medio Oriente, ma anche con le Chiese Orientali e con la Chiesa latina della Diaspora, in stretta unione con il Santo Padre, la Santa Sede e i Rappresentanti Pontifici. La nostra comunione con le Chiese in Occidente ha radici storiche profonde. L’Europa deve la sua fede alle Chiese d’Oriente (At 16,9-10). La vita monastica in Occidente è stata ispirata dal monachesimo del Medio Oriente. Oggi l’Occidente accoglie e accompagna le comunità di emigranti del Medio Oriente, siano esse di antica o recente data. Siamo loro molto riconoscenti. Per una maggiore comunione, sarà necessario assicurare al clero latino in Occidente una conoscenza di base della teologia sacramentale ed ecclesiologica delle Chiese Orientali e far conoscere ai fedeli latini la realtà e la storia delle Chiese Orientali.
Qualcuno ha auspicato anche che i Patriarchi, per la loro identità di “Padri e Capi” di Chiese sui iuris, che fanno parte della cattolicità della Chiesa Cattolica, fossero ipso facto membri del Collegio degli elettori del Sommo Pontefice.

2. Comunione tra i Vescovi, il clero e i fedeli

La comunione deve realizzarsi visibilmente e praticamente in primo luogo all’interno di ogni Chiesa. E innanzitutto, dobbiamo ricordarci che può essere fatta solo sulla base dei mezzi spirituali: Eucaristia, preghiera e Parola di Dio. Occorrerà creare o riattivare le strutture di comunione e della pastorale. Il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali definisce strutture di comunione molto preziose. Iniziamo a farle conoscere e a metterle fedelmente in pratica. Sarebbe auspicabile la creazione dei consigli pastorali interrituali.
È di fondamentale importanza la valorizzazione del ruolo dei laici, uomini e donne, e della loro partecipazione nella vita e nella missione della Chiesa. Che questo Sinodo sia per loro e per tutta la Chiesa una vera primavera spirituale, pastorale e sociale. Abbiamo bisogno di rafforzare l’impegno dei laici nella pastorale comune della Chiesa. La donna, consacrata e laica, dovrebbe trovarvi il posto e la missione adeguati
A livello del clero, deve essere incoraggiata la comunione ecclesiale. Esistono associazioni di amicizia e di spiritualità comune che dovrebbero essere sostenute e rafforzate. Il ministero dei sacerdoti in équipe si rivela difficile, ma non bisogna disperare. Un Padre sinodale ha suggerito la creazione di una “banca di sacerdoti” o di una associazione di “sacerdoti senza frontiere” per rispondere alle necessità delle Chiese che ne sono prive, in uno spirito di comunione. La stessa cosa potrebbe essere fatta anche a livello dei laici, sulla base del sacerdozio comune del cristiano. I fedeli e tutta la Chiesa di Dio si aspetta dai pastori, dalle persone consacrate e dai responsabili delle attività pastorali una vita più conforme alla radicalità del Vangelo. Senza questa irradiazione di santità, la loro vita e la loro azione resterebbero sterili. Sono anzitutto testimoni e icone viventi di Cristo. A livello dei religiosi, delle religiose, delle persone consacrate e dei movimenti ecclesiali, abbiamo il dovere di accoglierli, incoraggiarli, alimentarli spiritualmente e integrarli sempre più nella vita e nella missione della Chiesa. Non bisogna né temere, né scartare le nuove realtà ecclesiali. Sono il dono prezioso e indispensabile dell’azione dello Spirito Santo nella Chiesa e nel mondo di oggi. Dobbiamo riscoprire il valore e i tesori della vita monastica e contemplativa, parte delle nostre terre. Le comunità di vita contemplativa devono essere incentivate laddove esistono. Con la preghiera possiamo preparare il terreno all'azione dello Spirito per suscitare la vita contemplativa laddove non esiste. Gli Ordini esistenti nei nostri paesi renderebbero un servizio prezioso alle nostre Chiese prendendo l’iniziativa di stabilire delle comunità in altri luoghi o paesi. La vita religiosa e monastica è l’anima della Chiesa.

3. Comunione con le Chiese e le comunità ecclesiali: ecumenismo )ad extra(

“Perché tutti siano una sola cosa … perché il mondo creda” )Gv 17, 21(. Questa preghiera di Cristo deve essere portata avanti dai Suoi discepoli in tutti i tempi. La divisione dei cristiani è contraria alla volontà di Cristo, costituisce uno scandalo e ostacola l’annuncio e la testimonianza. La missione e l’ecumenismo sono strettamente correlate. Le Chiese cattoliche e ortodosse hanno molto in comune, tanto che i Papi Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI parlano di “comunione praticamente completa”. Ciò deve essere messo in risalto più delle diversità. Si dovranno anche sottolineare e diffondere i risultati positivi nel campo dell'ecumenismo. Allo stesso tempo, abbiamo bisogno di fare un sincero esame di coscienza su ciò che abbiamo omesso di fare.
Occorre uno sforzo sincero per superare i pregiudizi, per capirsi meglio e puntare alla pienezza di comunione nella fede, nei sacramenti e nel servizio gerarchico. Questo Sinodo dovrebbe favorire la comunione e l’unità con le Chiese sorelle ortodosse e le comunità ecclesiali. Le divisioni dei cristiani sono contrarie all’essenza stessa della Chiesa e costituiscono un intralcio per la sua missione )Lettera quinta dei Patriarchi cattolici d’Oriente sull’ecumenismo(. Ufficialmente, la Santa Sede ha appoggiato iniziative riguardanti tutte le Chiese d‘Oriente, in collaborazione con le Chiese Orientali Cattoliche. È necessario e molto utile farle conoscere ai cristiani di tutte le Chiese dei nostri paesi. I media devono contribuire a questo.
La Bibbia, Parola di Dio, è il frutto di un dialogo tra Dio e l'umanità. Per questo dovrebbe essere una fonte privilegiata per il dialogo con gli altri cristiani e i credenti di altre religioni. Un dialogo di rispetto, di vita e di amore, un dialogo di un presente e di un futuro comuni. Abbiamo constatato che l’ecumenismo sta attraversando attualmente una crisi. D’altra parte, non si possono negare gli importanti passi avanti fatti fino a oggi, mediante l’azione e la grazia dello Spirito Santo. Essi sono ragione e causa di fiducia e speranza. Ci richiamano a un maggiore impegno, alla luce della Parola di Dio. Occorre che l’ecumenismo diventi un obiettivo fondamentale nelle Assemblee e nelle Conferenze Episcopali. È stata proposta la creazione di una commissione ecumenica nel Consiglio dei Patriarchi cattolici d’Oriente. Si dovranno utilizzare i media per rafforzare e vivificare l'ecumenismo. Potremmo pensare di lanciare e di sostenere dei media cristiani ecumenici. Sarebbe molto utile un congresso ecumenico in ogni paese, per studiare insieme i risultati, gli appelli e le raccomandazioni del Sinodo.
L’azione ecumenica richiede comportamenti appropriati: la preghiera, la conversione, la santificazione e lo scambio vicendevole di doni, in uno spirito di rispetto, di amicizia, di carità reciproca, di solidarietà e di collaborazione. L’unità è prima di tutto opera dello Spirito Santo e dono d’amore del Cristo alla Sua Chiesa. Questi comportamenti sono da coltivare e incentivare, attraverso l’insegnamento e i media. È auspicabile l’istituzione di commissioni locali di dialogo ecumenico. Lo studio della storia delle Chiese orientali cattoliche, nonché di quella della Chiesa di tradizione latina, permetterebbe di chiarire il contesto, la mentalità e le prospettive legate alla loro nascita.
Dobbiamo anche rafforzare le iniziative e le strutture che esprimono e sostengono l’unità, come il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente e la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Bisogna fare tutto il possibile per consolidare il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente e aiutarlo a compiere la sua missione. La “purificazione della memoria” è un passo importante nella ricerca della piena unità. È imprescindibile la collaborazione per la pastorale e per le azioni comuni. Così la cooperazione negli studi biblici, teologici, patristici e culturali favorirà lo spirito di dialogo. Potrebbe avere luogo un’azione comune per la formazione degli esperti di comunicazione nelle lingue locali. Nell’annuncio e nella missione, si eviteranno accuratamente ogni proselitismo e ogni strumento in contrapposizione con il Vangelo. Sarebbe opportuno incentivare l’ecumenismo della vita, cercando insieme di vivere meglio la nostra fede.
A più riprese, è stato espresso l'augurio di unificare le date di Natale e di Pasqua tra cattolici e ortodossi. Si tratta di una necessità pastorale, visto il contesto pluralista della regione e la quantità notevole di matrimoni misti tra cristiani di denominazioni ecclesiali diverse. È anche una potente testimonianza di comunione… Come arrivarci? Auspichiamo anche l’unificazione del testo arabo delle preghiere principali, a cominciare dal "Padre Nostro". È stato accolto positivamente l'invito di un fratello delegato a inserire una “festa dei martiri” da celebrare da parte di tutti i cristiani. Molti Padri Sinodali hanno ricordato l’impatto positivo sul piano ecumenico e interreligioso delle Scuole e delle Università cattoliche in Medio Oriente. Alcuni Padri Sinodali hanno espresso l’augurio che le Chiese orientali siano più coinvolte nei dialoghi ecumenici tra la Santa Sede e le altre Chiese e che diano il loro personale contributo a esso.
Il dialogo è un mezzo essenziale per l’ecumenismo. Richiede un atteggiamento positivo di comprensione, di ascolto e di apertura all’altro. Ciò aiuterà a superare le diffidenze e a lavorare insieme per sviluppare i valori religiosi e collaborare a progetti di utilità sociale. I problemi comuni devono essere affrontati insieme. La ripetizione del battesimo dei cattolici da parte degli ortodossi continua a essere motivo di sofferenza e di indebolimento nel cammino verso l’unità. Si favorirà la collaborazione ecumenica pratica nella diakonia di servizio e di carità. Auspichiamo la creazione di un manuale-guida per l’azione ecumenica, adattato alla regione o al paese. Il dialogo teologico e il dialogo della diakonia dovranno fondarsi sul dialogo spirituale, sulla preghiera e tradursi incessantemente nel dialogo della vita. Si eviteranno accuratamente ogni proselitismo e l'uso di qualunque strumento si opponga al Vangelo. Si potrebbe forse stabilire un protocollo tra le Chiese che si impegnano a evitare ogni forma di proselitismo.
Nella preghiera, nella riflessione, nello studio e nella docilità all’azione dello Spirito Santo, dobbiamo cercare di rispondere alla richiesta del Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II formulata nella sua enciclica “Ut unum sint” )25.05.1995(, di proporre una forma nuova di esercizio del primato, che non danneggi la missione del Vescovo di Roma e che si ispiri alle forme ecclesiali del primo millennio. Se il Santo Padre è d’accordo, potrebbe incaricare una commissione pluridisciplinare per lo studio di questo delicato tema.

III. LA TESTIMONIANZA CRISTIANA: TESTIMONI DELLA RESURREZIONE E DELL’AMORE

“Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita … noi lo annunziamo” )1 Gv 1,1-3(. Gli Apostoli, la Chiesa delle origini e, attraverso di loro e dopo di loro, tutti i cristiani sono testimoni della resurrezione e dell’amore. Come per Paolo di Tarso, è l’incontro personale con il Risorto, incontro spirituale ma reale, che trasforma il cristiano in vero testimone, fedele fino all’estrema testimonianza, il martirio. Con questa esperienza, si avvicina a quella degli Apostoli, dei santi e dei martiri attraverso i tempi.
San Paolo elenca alcune qualità indispensabili per essere buoni testimoni di Cristo: “ con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace” )Ef 4, 2-3(. Solo quando avremo instaurato relazioni positive, potremo parlare di Gesù e della sua Parola. Sforziamoci di essere fedeli ai consigli che ci dà San Paolo e di accogliere le persone così come sono, amandole. Il ruolo profetico della Chiesa e dei fedeli deve essere elaborato e approfondito. È parte integrante dell'annuncio e della testimonianza.

A. LA CATECHESI, TESTIMONIANZA E ANNUNCIO PER LA CHIESA

Una catechesi per oggi, da parte di persone ben preparate

La Chiesa rende testimonianza al suo Signore e l’annuncia con la vita, le opere e la catechesi, soprattutto l’iniziazione alla fede e ai sacramenti. Una formazione della fede solida e una vita spirituale viva sono le migliori garanzie del consolidamento dell'identità cristiana illuminata, aperta ed effusiva. La catechesi deve essere rivolta a tutte le fasce d'età, bambini, giovani e adulti. I catechisti devono essere ben preparati per questa missione, mediante una formazione adeguata che tenga conto dei problemi e delle sfide attuali. Dopo una buona preparazione, i giovani possono essere buoni catechisti per altri giovani. Genitori ben preparati parteciperanno all'attività catechistica nella famiglia e nella parrocchia. La famiglia cristiana riveste un ruolo fondamentale nella trasmissione della fede ai bambini. Le scuole cattoliche, le associazioni e i movimenti apostolici sono i luoghi privilegiati per l’insegnamento della fede. Occorre formare i nostri fedeli alla comprensione dell’Antico Testamento, nella visione dell'opera della salvezza. Ciò permetterà loro di non cadere nella trappola del politicizzare i testi della Bibbia.
La catechesi deve essere integrale, includendo l'interesse per la tradizione, per la vita vissuta, per la modernità secondo l'insegnamento cattolico e per il dialogo ecumenico e interreligioso nella verità e nella carità. L’insegnamento religioso ai bambini, ai giovani e agli adulti deve porre rimedio alla scomparsa dell’iniziazione cristiana precedente al battesimo, impartito adesso ai neonati. L’educazione religiosa deve essere integrata con l'educazione umana. La Dottrina Sociale della Chiesa, in generale poco presente, è parte integrante della formazione della fede. Il "Catechismo della Chiesa Cattolica" e il "Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa" sono eccellenti risorse. La pastorale della famiglia, dell’infanzia e dei giovani non è stata sufficientemente affrontata nei documenti preparatori del Sinodo. Il problema delle sette è una grave sfida che riguarda le nostre Chiese. La catechesi deve mirare al consolidamento della fede nel nostro contesto socio-religioso. Bisogna studiarlo insieme e stabilire un piano pastorale a tal proposito. È importante istituire un catecumenato post battesimale per l’accoglienza delle persone convertite al cristianesimo. La catechesi deve portare all’impegno concreto a servizio dei più poveri, sofferenti e emarginati.
Senza la testimonianza della loro vita, l’azione dei catechisti rimarrà sterile. Essi sono innanzitutto dei testimoni del Vangelo. La catechesi deve anche promuovere i valori morali e sociali, il rispetto dell’altro, la cultura della pace e della non violenza nonché l’impegno per la giustizia e l’ambiente. Si invita a favorire la formazione della fede in piccoli gruppi o in piccole comunità, che offrono più calore attraverso rapporti personali. Questo eviterà che i nostri fedeli si orientino verso le sette. La parrocchia diverrà così la comunità delle comunità. È stato confermato che i cristiani d’Oriente come quelli d’Occidente hanno bisogno di una nuova evangelizzazione, per una profonda conversione e di un rinnovamento alla luce della Parola di Dio e dell'Eucaristia.
Dobbiamo incoraggiare tutti i fedeli, ma soprattutto i sacerdoti, i religiosi e le religiose, le persone consacrate e i responsabili della pastorale e dell’apostolato, a seguire l’insegnamento della Chiesa e a studiare i documenti del magistero, preferibilmente mediante uno studio comunitario. La comunione richiede anche incontri frequenti con i Patriarchi, i Vescovi, i sacerdoti e i laici. La vita spirituale e il cammino della Chiesa universale devono essere il primo obiettivo della formazione. Occorre ridare al battesimo il suo vero senso e promuovere i valori del Vangelo. L’invito e la vocazione alla santità devono essere al centro della formazione della fede, in tutte le fasi e in tutte le forme della vita cristiana. Un’attenzione speciale deve essere riservata alla famiglia, che rischia di essere indebolita e minata dalla visione relativista occidentale e dalla visione non cristiana dominante nella nostra regione. Le famiglie di religione mista devono essere oggetto di particolare cura pastorale. I manuali di catechismo devono completare le lacune e correggere gli errori che si trovano altrove. Il tema "Metodi di catechesi" non è stato praticamente toccato.
L’uso di mezzi moderni di comunicazione è imprescindibile per la trasmissione della fede, per la formazione religiosa, per la missione e l’evangelizzazione, per l’azione educativa, per la formazione alla pace, per le opere di sviluppo e per l’azione per lo sviluppo integrale delle nostre società. I media sono il luogo della testimonianza di Cristo e dei valori cristiani. Costituiscono una nuova cultura della comunicazione mondiale vera e propria, caratterizzata da nuovi linguaggi e metodi di pensiero. Sono i nuovi areopaghi del mondo globalizzato. Si dovrà stare all’erta per prevenire gli impatti negativi dei media: la manipolazione delle masse, la diffusione delle sette, della violenza e della pornografia, l’anticlericalismo internazionale. Si è constatato tuttavia che l’uso dei media nelle nostre Chiese, salvo rare eccezioni, è individuale e a livello primitivo, per la mancanza di risorse finanziarie e quindi professionali o a causa del lavoro individualista. È stato suggerito di formare una commissione per l'impulso e il coordinamento dei mezzi di comunicazione in Medio Oriente.
Le nostre Chiese hanno bisogno di persone specializzate in questi campi. Forse potremmo aiutare i più dotati a formarsi e impegnarli successivamente in questo lavoro. Ma si dovrà necessariamente formare sacerdoti e religiosi fin dal Seminario. I media e la comunicazione sono un potente mezzo per consolidare la comunione. Rendono le Chiese del Medio Oriente e del mondo sempre più "uno". Avremmo desiderato che Telepace, KTO e altri media cattolici mettessero dei sottotitoli in arabo durante le loro trasmissioni e che dedicassero dei tempi alla trasmissione di programmi in arabo. Essi consolidano poi le relazioni interreligiose. È indispensabile stabilire dei piani e dei mezzi per garantire la comunicazione dei risultati di questo Sinodo e la concretizzazione delle sue direttive e delle sue raccomandazioni.

B. LA LITURGIA, APICE E FONTE DI COMUNIONE E TESTIMONIANZA

La liturgia costituisce un annuncio e una testimonianza importanti di una Chiesa che prega e non solo che agisce. “Nondimeno la liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia” )Sacrosantum Concilium, 10(. Nelle nostre Chiese orientali, la Divina Liturgia è al centro della vita religiosa. Essa svolge un ruolo importante nel conservare l’identità cristiana, rafforzare l’appartenenza alla Chiesa, vivificare la vita di fede. Dobbiamo conservare e coltivare il senso del sacro, dei simboli e della religiosità popolare purificata e approfondita. Occorre curare la pulizia e la dignità degli ambienti, degli abiti, degli oggetti e dei libri sacri. Anche il musulmano è molto sensibile al sacro.
Non si è parlato molto del rinnovamento della liturgia, benché fosse auspicato da molti. Occorrerà saper unire “cose nuove e cose antiche” )Mt 13, 52(. La tradizione è dinamica, tende al perfezionamento, in armonia con le nuove esigenze dello sviluppo della comunità )S.S. Papa Benedetto XVI(. Le comunità religiose e i movimenti sono chiamati a una vera inculturazione nella liturgia del paese in cui esercitano la loro missione. È stato detto anche che la Chiesa latina dovrebbe limitarsi a celebrare la liturgia in lingua araba per i soli fedeli di lingua araba che le appartengono. È importante e urgente mettersi d’accordo su un testo arabo unificato per la preghiera domenicale da utilizzare nella liturgia, negli incontri, nella preghiera privata e pubblica.

C. RAPPORTI CON L’EBRAISMO

1. Vaticano II: fondamento teologico del legame con l’ebraismo

La Dichiarazione “Nostra aetate” del Concilio Vaticano II tratta specificatamente del rapporto tra la Chiesa e le religioni non cristiane. L’ebraismo vi occupa un posto di rilievo.

2. Magistero attuale della Chiesa

Hanno avuto luogo delle iniziative di dialogo, a livello della Santa Sede e delle Chiese locali. Il conflitto israelo-palestinese si ripercuote sui rapporti tra cristiani ed ebrei. A più riprese, la Santa Sede ha chiaramente espresso la sua posizione, auspicando che i due popoli possano vivere in pace, ognuno nella sua patria, con confini sicuri, internazionalmente riconosciuti. La sicurezza duratura si basa sulla fiducia ed è alimentata alla radice dalla giustizia e dall'onestà. Abbiamo il dovere di ricordare a tutti che la convivenza pacifica è il frutto del riconoscimento reale e pratico dei propri diritti e doveri. La preghiera per la pace è di fondamentale importanza.

3. Dialogo con l’ebraismo

Le nostre Chiese rifiutano l’antisemitismo e l’antiebraismo. Le difficoltà dei rapporti fra i popoli arabi e il popolo ebreo sono dovute piuttosto alla situazione politica conflittuale. Noi distinguiamo tra realtà religiosa e realtà politica. I cristiani hanno la missione di essere artefici di riconciliazione e di pace, basate sulla giustizia per entrambe le parti. Vi sono delle iniziative pastorali locali di dialogo con l’ebraismo, come ad esempio la preghiera in comune, principalmente a partire dai Salmi, e la lettura e meditazione dei testi biblici. Questo crea buone disposizioni per invocare insieme la pace, la riconciliazione, il perdono reciproco e i buoni rapporti. Altre iniziative promuovono un dialogo dei fedeli tra i figli delle tre religioni abramitiche.
Il Vicariato per i cristiani di lingua ebraica deve aiutare la società ebraica a conoscere e comprendere meglio la Chiesa e il suo insegnamento. Essa è disposta anche alla collaborazione per il servizio pastorale dei fedeli cattolici di lingua ebraica e degli emigrati. Ciò favorirà una presenza pacifica dei cristiani in Terra Santa. L’interpretazione tendenziosa di alcuni versetti della Bibbia giustifica o favorisce la violenza. La lettura dell’Antico Testamento e l’approfondimento delle tradizioni ebraiche aiutano a conoscere meglio la religione ebraica. Esse offrono un terreno comune di studi seri e aiutano a conoscere meglio il Nuovo Testamento e le tradizioni orientali. Nella realtà attuale vi sono altre possibilità di collaborazione. Il dialogo è necessario anche a livello accademico. Da qui il bisogno di contatto e di collaborazione tra gli istituti di formazione. Le scuole cattoliche svolgono una funzione essenziale nella formazione al rispetto reciproco e alla pace.

D. RAPPORTI CON I MUSULMANI

La Dichiarazione “Nostra aetate” del Concilio Vaticano II stabilisce anche il fondamento dei rapporti della Chiesa cattolica con i musulmani. Vi si legge: “La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini” )n. 3(. Dopo il Concilio, si sono svolti numerosi incontri fra i rappresentanti delle due religioni. All’inizio del suo pontificato, Papa Benedetto XVI ha dichiarato: “Il dialogo interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani non può ridursi ad una scelta stagionale. Esso è infatti una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro” )Benedetto XVI, Incontro con i rappresentanti delle comunità musulmane, Colonia, 20.08.2005(.
Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso svolge incontri di dialogo di fondamentale importanza. Si raccomanda la creazione di commissioni locali di dialogo interreligioso. È necessario dare la priorità al dialogo della vita, che offre l’esempio di una testimonianza silenziosa eloquente e che è talvolta l'unico mezzo di proclamare il Regno di Dio. Solo i cristiani che offrono una testimonianza di fede autentica sono all’altezza di un dialogo interreligioso credibile. Abbiamo bisogno di educare i nostri figli al dialogo. I cristiani orientali possono aiutare quelli dell’Occidente ad avvicinarsi in modo più profondo all’incontro costruttivo con l'Islam.
Le ragioni per intessere rapporti tra cristiani e musulmani sono molteplici. Sono tutti connazionali, condividono la stessa lingua e la stessa cultura nonché gioie e sofferenze. Inoltre, i cristiani hanno la missione di vivere come testimoni di Cristo nelle loro società. Fin dalla sua nascita, l’Islam ha trovato radici comuni con il Cristianesimo e l’Ebraismo. La letteratura arabo-cristiana deve essere maggiormente valorizzata e essere utilizzata come risorsa nel dialogo con i musulmani.
La nostra vicinanza con i musulmani è consolidata da 14 secoli di vita comune, caratterizzata da difficoltà ma anche da molti aspetti positivi. Per un dialogo proficuo, cristiani e musulmani devono conoscersi meglio. Musulmani e cristiani condividono l’essenza dei 5 pilastri dell’Islam. Numerose iniziative dimostrano la possibilità di incontro e di lavoro fondato sui valori comuni )pace, solidarietà, non violenza(. Sono stati menzionati numerosi esempi di iniziative promettenti o riuscite, in materia di dialogo e lavoro comune tra cristiani e musulmani, in Siria, in Libano, in Terra Santa, in Egitto e altrove. Devono essere favorite attività comuni in ambito culturale, sportivo, sociale ed educativo. Di qui l’importanza fondamentale dei nostri istituti educativi che sono aperti a tutti e che formano all’amicizia, alla giustizia e alla pace. Anche i movimenti ecclesiali offrono un valido contributo in questo campo. Dio Amore ama i musulmani. Forse occorre trovare un nuovo linguaggio teologico per esprimere questo mistero e renderlo loro più accessibile. La nostra testimonianza di vita aiuterà notevolmente. Da qui l'importanza fondamentale del dialogo della vita o dialogo di vicinato, “hiwar aljiwar”.
Il dialogo con i musulmani è stato spesso evocato, raccomandato e incoraggiato. Il dialogo è l’espressone della comunione dei figli di Dio. Siamo tutti abitanti della stessa terra, della stessa casa di Dio. È stato anche affermato: nessuna pace senza dialogo con i musulmani. San Francesco d’Assisi, nel suo incontro con il re Al-Kamel in Egitto nel 1219, ci dà un esempio di dialogo con la non violenza e il dialogo della vita. Le Chiese orientali sono le più adatte a promuovere il dialogo interreligioso con l’Islam. È un dovere che spetta loro per la natura della loro storia, della loro presenza e della loro missione. Il contatto con i musulmani può rendere i cristiani più attaccati alla loro fede, può approfondirla e purificarla. La santità di vita è reciprocamente apprezzata dall’una e dall’altra parte. Il vero rapporto con Dio non ha bisogno di religiosità rumorosa, ma di autentica santità. Le persone profondamente religiose sono oggetto di rispetto e di venerazione, un punto comune di riferimento e coscienza della società. Il rapporto con l’Islam presuppone una profonda vita spirituale. Se non siamo aperti a Dio, come possiamo essere aperti agli uomini?

Abbiamo il dovere di educare i nostri fedeli al dialogo interreligioso e all’accettazione della diversità religiosa, al rispetto e alla stima reciproci. I pregiudizi ereditati dalla storia dei conflitti e delle controversie, da una parte e dall’altra, devono essere attentamente affrontati, chiariti e corretti. Nel dialogo sono importanti l’incontro, l’accoglienza della differenza altrui, la gratuità, la fiducia, la comprensione reciproca, la riconciliazione, la pace e l’amore. Il dialogo è salutare per il servizio alla pace, per la vita e contro la violenza. Il dialogo è la strada della non violenza. L’amore è più necessario e efficace delle discussioni. Non bisogna discutere con i musulmani, ma amarli, sperando di suscitare nel loro cuore la reciprocità. Prima di scontrarci su ciò che ci separa, ritroviamoci su ciò che ci unisce, soprattutto per quanto riguarda la dignità umana e la costruzione di un mondo migliore. Occorre evitare ogni azione provocatoria, offensiva, umiliante e ogni atteggiamento anti-islamico.
Per essere autentico, il dialogo deve realizzarsi nella verità. Il dialogo è una testimonianza nella verità e nell’amore. Bisogna dire sinceramente la verità, i problemi e le difficoltà, in modo rispettoso e caritatevole. Se il dialogo è imprescindibile e deve proseguire, forse esso deve dare inizio a una nuova fase di sincerità, onestà e apertura. Questo è ancor più necessario via via che l’annuncio islamico )“Al da’wat”( è più attivo in Occidente. Dobbiamo ammettere la nostra diversa visione della verità. Dobbiamo affrontare serenamente e oggettivamente i temi riguardanti l’identità dell’uomo, la giustizia, i valori della vita sociale dignitosa e la reciprocità – quest’ultimo termine deve essere chiarito, secondo alcuni interventi-. Dobbiamo considerare anche che i musulmani hanno diverse correnti d’insegnamento e d'azione. Ci sono i fondamentalisti, i tradizionalisti pacifici – la maggioranza – che considerano l’Islam la fede e la norma supreme e non hanno alcun problema a vivere serenamente con i non musulmani, e i moderati aperti all’altro e che sono una minoranza. Qualcuno ha proposto di non limitarci alle correnti attuali moderate dell’Islam ma di avvicinarci anche ai fondamentalisti e agli estremisti, che coinvolgono profondamente la massa.
La libertà religiosa è alla base dei rapporti sani tra musulmani e cristiani. Dovrebbe essere un tema prioritario nel dialogo interreligioso. Auspicheremmo che il principio coranico “Nessuna costrizione nella religione” fosse realmente messo in pratica. Alcuni Padri Sinodali hanno parlato di costrizioni, di limiti alla libertà, di atti di violenza e di sfruttamento dei lavoratori emigrati in alcuni paesi. Nessuno ha citato i versetti del Corano sui quali si basano gli estremisti per giustificare il loro comportamento e gli atti di violenza. Questo dimostra l’atteggiamento lodevole dei pastori che vedono ciò che ci unisce e mette pace piuttosto che ciò che separa. Nel dialogo con i musulmani, occorrerà studiare la rilettura degli “hadiths” di violenza, legati a un contesto storico passato sostituito dal contesto attuale di rispetto dei diritti umani.
Dobbiamo lavorare tutti insieme per trasformare le mentalità e passare dallo spirito e dall’atteggiamento del confessionalismo allo spirito della vita e dell’azione per il bene comune. È un lavoro di ampio respiro, visto che il confessionalismo ha radici strutturali profonde, che risalgono agli statuti degli “dhimmis” e dei “millets”. Il dialogo impedirà l’atteggiamento di diffidenza e di paura degli uni nei confronti degli altri.
I cristiani tenderanno a radicarsi sempre di più nelle loro società e a non cedere alla tentazione di ripiegarsi su se stessi in quanto minoranza. Devono lavorare insieme per promuovere la giustizia, la pace, la libertà, i diritti dell’uomo, l’ambiente, i valori della vita e della famiglia. Bisogna affrontare le problematiche socio-politiche non come diritti da reclamare per i cristiani ma come diritti universali, che cristiani e musulmani difendono insieme per il bene di tutti. Dobbiamo abbandonare la logica della difesa dei diritti dei cristiani e impegnarci per il bene di tutti. I giovani avranno a cuore d’intraprendere azioni comuni in queste prospettive. Occorre cooperare insieme, con le persone di buona volontà, per affrontare i problemi urgenti del momento: la libertà, l’uguaglianza, la democrazia, i diritti umani, l’emigrazione e l’immigrazione, le conseguenze della globalizzazione, della crisi economica, la violenza e l’estremismo, la vita.
È necessario purificare i libri scolastici da qualsiasi pregiudizio sull’altro e da qualsiasi offesa o deformazione. Si cercherà piuttosto di comprendere il punto di vista dell’altro, pur rispettando le diversità di fede e di pratiche. Si valorizzeranno gli spazi comuni, soprattutto a livello spirituale e morale. La Santa Vergine Maria è un punto di incontro molto importante. La recente dichiarazione dell’Annunciazione come festa nazionale in Libano costituisce un esempio incoraggiante. La religione è costruttrice di unità e di armonia, oltre che espressione di comunione fra le persone e con Dio.

E. COSTRUIRE INSIEME UNA CITTÀ DI COMUNIONE

Tutti i cittadini dei nostri paesi devono affrontare insieme due sfide principali: la pace e la violenza. Le situazioni di guerre e conflitti che viviamo generano la violenza e vengono sfruttate dal terrorismo mondiale e dalle correnti e dai movimenti estremisti nella regione. L’Occidente viene identificato con il Cristianesimo e le scelte degli Stati vengono attribuite alla Chiesa. Oggi, invece, i governi occidentali sono laici e sempre più in contrasto con i principi della fede cristiana. È importante spiegare questa realtà e il senso di una laicità positiva, che distingue il politico dal religioso. In questo contesto, il cristiano ha il dovere e la missione di presentare e vivere i valori evangelici.
I nostri cristiani laici devono essere ben formati per approfondire e rafforzare la coscienza della vocazione cristiana. La vocazione della Chiesa è il servizio. La testimonianza non è un modo di evitare l'annuncio esplicito. Non è neppure un buon esempio )senso riduttivo(. La testimonianza significa vivere nella verità. Da qui la necessità di un’autentica vita cristiana. Dobbiamo in ogni momento dare testimonianza con la vita, senza sincretismo né relativismo, con umiltà, rispetto, sincerità e amore. “Medico, cura te stesso” )Lc 4, 23(. Dobbiamo prima guarire per poter riflettere la luce di Cristo.
L’amore gratuito per l’uomo è la nostra testimonianza più importante nella società. La Chiesa cattolica dà un’eloquente e preziosa testimonianza attraverso numerose opere e istituzioni educative, caritative, sanitarie e di sviluppo sociale. Esse sono molto apprezzate e frequentate da tutti i cittadini, senza distinzione di religione o di appartenenza. Aiutano notevolmente ad abbattere i muri della diffidenza e del rifiuto. La Chiesa dà priorità al servizio dei più poveri. Più siamo coscienti della nostra vocazione cristiana nella società, più saremo capaci di mostrare e di irradiare la forza del Vangelo, che è potente e può trasformare la società umana anche oggi. L’Esortazione Apostolica del Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II “Una Speranza Nuova per il Libano” )10 maggio 1997( è una guida concreta per la testimonianza cristiana nella città. Si dovrà valorizzarla pienamente e viverla concretamente, soprattutto in Libano.
Musulmani e cristiani, dobbiamo percorrere insieme il comune cammino. Malgrado le diverse concezioni dell’uomo, dei suoi diritti e della libertà, possiamo trovare insieme le basi chiare e precise di un’azione comune per il bene delle nostre società e dei nostri paesi. I diritti umani sono il terreno comune che ha più possibilità di unirci per uno studio sereno e un’azione comune. Il dialogo sarà proficuo con le persone impegnate nella difesa dei diritti umani, dell’etica fondata sui principi della natura umana, della famiglia, della vita e dello Stato civile. Favoriamo questa corrente di persone moderate e sincere. Dobbiamo preoccuparci reciprocamente gli uni per il bene degli altri. Costruiamo insieme una “città della comunione”.

* Nei Circoli Minori si dovrebbero approfondire gli argomenti poco trattati finora: metodi di catechesi rinnovamento della liturgia la modernità il contributo specifico insostituibile del cristiano futuro dei cristiani del Medio Oriente.

CONCLUSIONE

Quale futuro per i cristiani del medio oriente? “Non temere, piccolo gregge!” )Lc 12, 32(
I contesti attuali sono fonte di difficoltà e di preoccupazione. Animati dallo Spirito Santo e guidati dal Vangelo, li affrontiamo nella speranza e nella fiducia filiale nella Divina Provvidenza. Siamo oggi un “piccolo resto”, ma il nostro comportamento e la nostra testimonianza possono fare di noi una presenza che conta. Dobbiamo assumere la nostra vocazione e la nostra missione di testimonianza, al servizio dell’uomo, della società e del nostro paese.
Dobbiamo lavorare tutti insieme per preparare una nuova alba in Medio Oriente. Siamo sostenuti dalla preghiera, dalla comprensione e dall'amore di tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle nel mondo. Non siamo soli. Questo Sinodo ce l’ha fatto sentire molto chiaramente. E come ha detto il rappresentante della Conferenza Episcopale dell’Oceania: “Vogliamo che i nostri fratelli e le nostre sorelle del Medio Oriente sappiano che noi apprezziamo la comunione con loro e che ci impegniamo a rimanere solidali con loro, nelle loro speranze e sofferenze, e che li sosterremo con la preghiera e l’assistenza pratica, nelle sfide che affrontano oggi”.
La fede ci dice anche che il Signore stesso ci accompagna e che la Sua promessa è sempre attuale: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” )Mt 28, 20(. Dio è il Maestro della storia )S.S Papa Benedetto XVI – Omelia della Messa d’apertura – 10.10.2010(. Ora che il Sinodo sta per concludersi, comincerà il vero lavoro: l’annuncio e la comunicazione di tutto ciò che il Sinodo ci ha portato, la concretizzazione degli orientamenti e delle raccomandazioni attraverso strutture appropriate e il controllo regolare di questo lavoro, in un’azione pastorale coordinata, per raccogliere frutti abbondanti, grazie all’azione dello Spirito Santo. Noi ci speriamo molto. “La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato" )Rm 5, 2-5(.“Non temere piccolo gregge”, ci dice il Signore. Per rispondervi, occorre più fede, più comunione e più amore, che saranno portatrici di grazia, di forza, di pace, di gioia, di numerose vocazioni consacrate e di santità. Imploriamo la Santa Vergine Maria, così onorata e così amata nelle nostre Chiese, affinché formi i nostri cuori sull’esempio del cuore di suo Figlio Gesù. E accogliamo il suo invito: “Fate quello che vi dirà” )Gv 2,5(.

QUESTIONARIO

1. Come ritrovare ciò che caratterizza la Parola di Dio, cioè il suo potere di entrare nell’esistenza delle persone per operare un cambiamento nella loro vita in vista di un impegno maggiore e più fecondo? Come la frequentazione della Parola di Dio può essere agente di sviluppo dell’essere e dell’agire dei cristiani? La Parola di Dio è fonte inesauribile di comunione e di apertura. Come è letta e approfondita nella Chiesa per essere agente di comunicazione, di dialogo e di sviluppo della comunità ecclesiale e del mondo?

2. L’Antico Testamento è talvolta interpretato in modo tendenzioso e interessato. Come possiamo riscoprire le ricchezze dell’Antico Testamento alla luce dell’unità dei due Testamenti in Cristo, nel nostro contesto attuale?

3. Le nostre Chiese talvolta devono far fronte a situazioni di persecuzione che sfociano anche nel martirio. Qual è il nostro atteggiamento oggi davanti a tali situazioni?

4. In origine, le Chiese orientali erano le Chiese missionarie per eccellenza. Attualmente, questo slancio missionario si è indebolito. Come rinvigorire lo spirito missionario nelle nostre Chiese, per una nuova evangelizzazione all’interno di ogni Chiesa e al servizio della Chiesa universale, allo scopo di conservare lo spirito del Vangelo ravvivando la fede dei cristiani e mantenendo viva « la memoria delle origini »?

5. Nel quadro di una pastorale efficace e evangelica, quali strutture creare per formare agenti pastorali che possano essere dirigenti creativi, che sappiano ascoltare, guidare, orientare, sostenere, compatire e proporre allo stesso tempo?

6. In un universo in cui i cristiani sono in minoranza, per dare nuovo dinamismo alle comunità, occorre aiutarle a ritornare allo spirito del Vangelo, rafforzando la fede e la spiritualità dei nostri fedeli ; occorre rinsaldare il legame sociale e la solidarietà tra loro, senza sfociare in un atteggiamento da ghetto. Quali strutture ecclesiali e quale pastorale sarebbero in grado di rafforzare questa appartenenza spirituale e sociale?

7. Tra inculturazione e fusione, la Chiesa si trova anch’essa contaminata dalla politica e dai conflitti che dilaniano il mondo che la circonda? Quali strategie proporre affinché rimanga un riferimento di apertura e di dialogo evangelici? Come agire in un mondo multiculturale, in cui la libertà d’epressione dipende talvolta dal clan, dalla confessione o dalle tradizioni incompatibili con il Vangelo? Come formare i nostri giovani a un vero dialogo che non sia né fusione né confusione, ma che sia espressione di una vera condivisione e di una volontà evangelica fatta d’accoglienza, d’apertura e d’amore per la verità e l’unità?

8. Davanti al fenomeno dell’emigrazione, come possiamo aiutare i nostri fedeli a vivere secondo la propria identità ecclesiale in stretta collaborazione con la Chiesa locale dei paesi di accoglienza e di inserimento al fine di manifestare sempre l’unità nella diversità?

9. Per rispondere alle esigenze pastorali dell’emigrazione, quali sono le linee guida adeguate per la formazione dei futuri ministri nei nostri seminari e facoltà di teologia?

10. I nostri paesi del Medio Oriente accolgono sempre più immigrati per motivi economici. Come possono le nostre Chiese contribuire a far rispettare i diritti umani fondamentali e a fornire loro un accompagnamento spirituale adatto?

11. Data la nuova realtà ecclesiale nei paesi del Golfo, come operare insieme per instaurare una migliore collaborazione pastorale tra le Chiese orientali cattoliche e la Chiesa cattolica romana?

12. Indubbiamente, in Oriente, c’è una crisi di vocazioni rispetto a un recente passato florido. Le vocazioni nella Chiesa sono opera dello Spirito Santo per tutta la Chiesa. Quale pastorale vocazionale proporre in particolare ai giovani per toccare i loro cuori affinché osino seguire Cristo generosamente e senza paura? Davanti alla mancanza di sacerdoti in alcuni luoghi, come vivere la comunione ecclesiale sacerdotale, per rispondere alle necessità di queste Chiese?

13. Come vedete l’identità e la vocazione delle nostre Chiese orientali cattoliche alla luce del Concilio Vaticano II e del dialogo ecumenico in atto?

14. In qual modo riscoprire il senso concreto della Chiesa come mistero di comunione per una presenza e una testimonianza evangeliche in Medio Oriente?

15. Quali sono i mezzi da mettere a punto per evitare di cadere davvero in realizzazioni da parte della Chiesa basate solo su considerazioni etniche, culturali o politiche?

16. Le nostre Chiese accolgono sempre di più nuovi movimenti apostolici e d’iniziazione cristiana. Come garantire, nel rispetto del carisma, la loro integrazione armoniosa nella realtà pastorale delle nostre Chiese d’Oriente?

17. Risalendo alle nostre comuni radici nell’esperienza della Chiesa di Gerusalemme, possiamo ritrovarvi un mezzo utile al raggiungimento dell’unità di cui parla Cristo nella sua preghiera sacerdotale? Quali potrebbero essere le strategie necessarie da attuare per raggiungerla?

18. La situazione dei cristiani in Medio Oriente è complessa e spesso confusa sia sul piano politico-culturale che sul piano ecumenico e interreligioso. In qualità di cristiani, alla sequela di Cristo, come andare verso gli altri al di là delle divergenze storiche, di pensiero e di ideologie per incontrare gli uomini, nostri simili in quanto figli di Dio e quindi fratelli e persone degne del nostro rispetto e della nostra stima?

19. Quali sono le misure che le nostre Chiese devono attuare in materia di nuovi mezzi di comunicazione per promuovere la testimonianza comune e l’evangelizzazione in un’ottica ecumenica e interreligiosa?

20. Il Papa Benedetto XVI ha appena creato un dicastero per la nuova evangelizzazione nei paesi di antica tradizione cristiana. Le nostre Chiese apostoliche in Medio Oriente hanno coscienza dell’interesse di una Nuova Evangelizzazione per rispondere ai problemi dell’uomo contemporaneo?

21. La Chiesa porta avanti abitualmente un dialogo positivo con i musulmani moderati per il bene comune. Dato il notevole impatto delle correnti fondamentaliste islamiche sul corso degli eventi, quale può essere il nostro atteggiamento di fronte a tali correnti?

22. Nella tradizione della Chiesa orientale, la liturgia è l’espressione privilegiata della fede e dell’agire cristiano )lex orandi, lex credendi, lex vivendi(. Come adattare le nostre antiche tradizioni liturgiche, impregnate del vigore biblico e patristico, ai bisogni dell’uomo d’oggi?

23. Spesso l’insegnamento religioso si interrompe alla fine del periodo scolastico. Gli adulti hanno bisogno di una solida formazione nella fede per impregnare la propria vita personale, familiare e professionale. Come possono fare le nostre Chiese a garantire loro questa formazione? In questo senso, dobbiamo elaborare un piano catechistico di base per adulti, con un lavoro comune tra e per tutte le nostre Chiese cattoliche del Medio Oriente?

[Testo originale: francese]




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