DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Il Santo Padre di Bergoglio. La canonizzazione che serve anche a spiegare il Papa gesuita. Casto,colpito dalla stessa ansia di Lutero,ebbe il genio dell’interiorità di fede.San Pietro Favre. di Giuliano Ferrara


Francesco  il 17 dicembre compiva il suo settantasettesimo e ha fatto santo il primo compagno di Ignazio di Loyola, Pietro Favre (1506-1546), il miglior regalo che potesse offrirsi. Sulle orme di Pio IX, che aveva beatificato Favre nel mezzo del suo apostolato di infallibilità e critica del moderno, il Papa “modernista”, ma del XVI secolo, ha canonizzato un uomo stupendo e straordinariamente ambivalente anche allo scopo di chiarire bene il proprio apostolato. Il 1°ottobre aveva dato una intervista a Eugenio Scalfari, ora virtualmente archiviata dalla memoria della chiesa (oscurata dal sito vaticano, padre Lombardi non l’ha citata tra le altre interviste, quella sull’aereo di ritorno dal Brasile e quella al direttore di Civiltà Cattolica, rilasciate dal Pontefice regnante: ma forse ci saranno sorprese, perché Scalfari continua a fingere curiosità teologiche in ordine alla sua salvezza, dubbia ma non impossibile a mio sovrano giudizio, piagnucolando per nuove puntate di letteratura laico-devota). Undici giorni prima, il 19 settembre, il direttore della Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro S.I., aveva pubblicato “la” conversazione che fa testo: lì c’era Favre, l’ispiratore dolce dolce, un particolare che sfuggì all’entusiasmo volterriano con cui poi il direttore di Repubblica trascriverà a suo modo le parole di chi “fa entrare la chiesa nella modernità”, e quanto moderno fu in effetti il Cinquecento, ecco, il laico-devoto in cerca del perdono cristiano top level non poteva nemmeno immaginarlo. Avevo già scritto che il Papa è un gesuita del Cinquecento. Non è come dicono argentino, populista, peronista, solidarista, “buonista”, modernista, criptovolterriano o della specie eccelsa ma pericolosa dei Pedro Arrupe (teologia della liberazione eccetera). Arrupe, il tragico e notevolissimo preposito generale della Compagnia che negli anni Settanta litigò fino alle lacrime e alla contrizione con Paolo VI sul quarto voto di obbedienza da estendere ai non professi, tanto da far dire al Papa apertamente sfidato che i gesuiti contemporanei dovevano guardarsi dal relativismo, che gli davano un dolore cocente e molto altro. (Solo i Reverendi Padri possono disobbedire al capo della chiesa sulla necessità per tutti loro di votarsi alla sua obbedienza, e poi farsi eleggere al posto di colui al quale devono obbedienza con uno dei loro, il padre Bergoglio, che obbedisce a sé stesso: la Compagnia ha il divino paradosso incorporato, e sa praticare la contraddizione con slancio spirituale e pragmatismo morale indiscussi, come aveva capito Pascal nel capolavoro immortale delle sue “Lettere a un provinciale” sulle dispute tra gesuiti e rigoristi alla Sorbona). Serve ad altro, oltre alla ripopolazione eccelsa del paradiso dei santi con le sue mirabili litanie, la rapida estensione su scala universale del culto di Favre, fino a ieri riservato alla Compagnia in forme discrete e alla forte devozione locale dei savoiardi, che si tramandano nei secoli le virtù eroiche del loro figlio eletto di Villaret, la cui cappella votiva fu rasa al suolo da orde infuriate di forconi giacobini intrisi di miti sulla libertà di coscienza e di pulsioni ferocemente anticristiane, gli zii di Eugenio. La canonizzazione del compagno di stanza a Parigi di Ignazio e Francesco Saverio, che fu introverso e mistico epperò affabile evangelizzatore pellegrino d’Europa, dalla irrequieta Roma di Paolo III a Parma, alla Germania sopra tutto, e alla Spagna e al Portogallo, è sic et simpliciter l’autocomprensione e manifestazione dell’anima di un papato. Se lo volete capire come esso si comprende, che è sempre la buona regola ermeneutica per tutto ciò che c’è da conoscere e perfino da “sentire”, da Favre dovete passare. Dovete fare come me. Se siete a New York andate alla New York Public Library e procuratevi il volume sul nuovo santo dei Monumenta Historica Societatis Iesu, ma fate in fretta perché è un librone che ha cent’anni e si sta scompaginando. Lì le lettere di lui rifulgono in molte lingue, specie lo spagnolo e il latino. Già che ci siete, prendetevi un’antologia in tedesco di Peter Henrici, vi aiuterà con le difficoltà translinguistiche, e date uno sguardo alla bella introduzione del curatore. Poi ordiaffisse le famose tesi sul portale della cattedrale di Wittenberg. Alla radice del più straordinario genio religioso della modernità stava quella che il cretino cognitivo d’oggi chiamerebbe una radicale e severa crisi di scarsa autostima: io peccatore originale elaboro la teologia della croce, nel dolore della mia interiorità individuale impermeabile al riscatto esterno delle opere, e non posso condividere la teologia della gloria del papato eterno e del suo meretricio, con tutto l’apparato sacramentale che prescinde largamente dalla scrittura sacra, dalla sua assimilazione personale profonda in un libero stile comunitario, e fa del vangelo e di quel che lo precede un pretesto per la mediazione ecclesiale indulgente ed effimera ai fini della salvezza. Favre era spesso sopraffatto dall’angustia e dall’ansia, alternava euforia e depressione, si aggrappava a Dio e al Figlio e allo Spirito Santo senza trovarli né come memoria né come intelligenza né come volontà. La sua formazione filosofica fu occamista fin dagli studi che diremmo delle scuole medie superiori. Occamista e umanista. In sostanza, e il discorso potrebbe essere troppo lungo, il Dio occamista e umanista (e secolare d’oggi) può essere creduto, ma non dimostrato come faceva san Tommaso, il dottore angelico. Contano la fede come prodotto della volontà, dell’affectus, del cuore che è il centro unificante di tutto, non la ragione intellettuale o i sensi, roba che inganna e motiva perfino un quid di scetticismo dal francescano Occam all’illuminista Kant, ragione non consolatoria e conoscitrice, né di per sé né come “ancella della fede” (definizione del tomismo delle origini, e se per questo anche agostinianesimo riletto da Ratzinger, naturalmente per noi bambini). Favre trovò il suo cuore in mezzo alla tempesta della Riforma che fu il corrispetCome Lutero, Favre visse il “dramma del chiostro”. E lo risolse con una fede sua che è nella chiesa ma non della chiesa nate un gran libro, magnifico proprio: il Memoriale, che ai tempi era noto come le Confessioni di Favre, e un saggio critico eccellente di Michel de Certeau S.I., studioso di mistica, una specie di Foucault o di Lacan dei gesuiti che ebbe un forte e drammatico rapporto con la Compagnia, seppe dissodare la postmodernità, la psicoanalisi, la semiologia politica e la spiritualità contemporanee (forse andando troppo in profondità, ché la superficie  è sempre il cuore delle cose). Infine leggete la Civiltà Cattolica, strumento decisivo di comprensione del mondo e della lingua italiana, e il libro celebrativo della canonizzazione, appena dato alle stampe in contemporanea al nuovo santo fatto, una silloge di saggi sul “servitore della consolazione” a cura di Antonio Spadaro S.I., uno dei Reverendi Padri che non perde tempo nonostante la sua applicazione cyberologica che rasenta la divina mania. (Direte: ma non siamo pagati per questo, vero, ma nemmeno io, che sono pagato per parlare di Renzi e Berlu sconi, però senza fare un po’ di straordinari si finisce come Scalfari e certi pm del pensiero debole, nella dotta ignoranza delle cose essenziali). La misericordina è una offa da oratorio che fa della tragedia dolce del perdono un’abitudine. La tenerezza sa di falso in bocca a uno stile politico autorevole e autoritario com’è quello del gesuita Francesco. Il cuore, l’organo più difficile da tenere in mano secondo Giorgio Manganelli (se ricordo bene), è da anni qui da noi sotto processo in vari modi e forme, anche le più dirette, et pour cause. Grida infine risarcimento se non vendetta l’oblio della ragione laica e dei suoi criteri non negoziabili di giudizio, che fu chiave di volta del papato politico di Montini, della crociata di Giovanni Paolo II, imminente santo anch’egli, della straordinaria esperienza ratzingeriana fra tre pontificati (quello del predecessore, il suo e quello del successore). Eppure questo vicario di Cristo che ha voluto vestire panni tutti suoi, bianchissimi, e non piace a molti miei amici, non solo i tradizionalisti di fede inconcussa che onorano il battesimo con la loro obbediente rivolta liturgica, a me in qualche senso e stranamente non dispiace affatto, a parte la simpatia umana forte che mi ispira. Non solo perché ha la Ford Focus come me. Non solo perché porta scarpe simili alle mie Mephisto semiortopediche. Non solo perché ha rimesso la chiesa in una posizione d’attacco e minaccia di deludere con qualche sorpresa cattolica i suoi poco accorti sostenitori di parte giacubbina. Non solo perché è un gran fico allegro che sa abbracciare i lebbrosi e tifare il San Lorenzo come nessuno. Non mi dispiace sopra tutto perché ho fatto quelle letture che vi consiglio. E ho scoperto forse qualcosa che valeva la pena di dissotterrare dalle profondità della dissimulazione e della cura amorevole e feroce della cultura immensa dei gesuiti, l’unica lobby alla quale vorrei disperatamente appartenere (ma non è un po’ tardi?). Favre, dunque. Chi era costui? E’ vissuto quarant’anni, come avete visto all’inizio dalle date di nascita e di morte. Nel tempo della chiesa intimamente segnata da una diffusa corruttela dei costumi, fino al suo vertice indulgente, e dalla rivolta teologica e dogmatica di luterani e calvinisti. Fu il primo prete ordinato della Compagnia di Gesù, annunciata nell’agosto 1534 a Montmartre da sette compagni di scuola del collegio di Santa Barbara più Ignazio, costituita formalmente il 27 settembre 1540 dalla bolla Regimini militantis ecclesiaedi Paolo III. Ha girato a piedi fasciati e in ogni clima tutta l’Europa occidentale continentale, fermandosi spesso in Germania, in quelle città come Colonia, Magonza, Spi ra e altre che sono rimaste cattoliche, si dice, anche e sopra tutto grazie alle sue virtuose prediche e alla sua intima capacità di dare gli Esercizi spirituali al clero, ai potenti e agli umili, con formidabile effetti di conversione, cioè di vita (in questo a sentire Ignazio era indiscutibilmente il migliore). Ma si tratta qui, fino alla morte in Roma alla vigilia di un viaggio per Trento, come legato teologico della Compagnia e del Papa al fatale Concilio della riforma o controriforma cattolica, solo di un grande e spericolato e intenso curriculum di santità, paragonabile sebbene meno esotico alle missioni oltre la linea d’acqua dell’oriente indiano e cinese dei gesuiti di allora e di poi. San Pietro Favre tra l’altro portò alla Compagnia la conversione di Francesco Borgia, il secondo successore di Ignazio come preposito generale, del quale un orgoglioso ritratto campeggia insieme a quello del fondatore nell’aula magna della Gregoriana. (Come mai c’è lui e non Laínez o Acquaviva, altri successori di grido del guerriero zoppicante che diede origine al tutto?, domandai ingenuamente a un padre come sempre spregiudicato e spiritoso. Perché il Borgia lasciò alla Compagnia un lascito spirituale ingente, e un altro lascito di famiglia piuttosto possidente, che fu altrettanto benvenuto, questa la risposta affabilmente gesuitica di un seguace del Papa che sta “sciogliendo” lo Ior). di giudizio, che fu chiave di volta del papato politico di Montini, della crociata di Giovanni Paolo II, imminente santo anch’egli, della straordinaria esperienza ratzingeriana fra tre pontificati (quello del predecessore, il suo e quello del successore). Eppure questo vicario di Cristo che ha voluto vestire panni tutti suoi, bianchissimi, e non piace a molti miei amici, non solo i tradizionalisti di fede inconcussa che onorano il battesimo con la loro obbediente rivolta liturgica, a me in qualche senso e stranamente non dispiace affatto, a parte la simpatia umana forte che mi ispira. Non solo perché ha la Ford Focus come me. Non solo perché porta scarpe simili alle mie Mephisto semiortopediche. Non solo perché ha rimesso la chiesa in una posizione d’attacco e minaccia di deludere con qualche sorpresa cattolica i suoi poco accorti sostenitori di parte giacubbina. Non solo perché è un gran fico allegro che sa abbracciare i lebbrosi e tifare il San Lorenzo come nessuno. Non mi dispiace sopra tutto perché ho fatto quelle letture che vi consiglio. E ho scoperto forse qualcosa che valeva la pena di dissotterrare dalle profondità della dissimulazione e della cura amorevole e feroce della cultura immensa dei gesuiti, l’unica lobby alla quale vorrei disperatamente appartenere (ma non è un po’ tardi?). Favre, dunque. Chi era costui? E’ vissuto quarant’anni, come avete visto all’inizio dalle date di nascita e di morte. Nel tempo della chiesa intimamente segnata da una diffusa corruttela dei costumi, fino al suo vertice indulgente, e dalla rivolta teologica e dogmatica di luterani e calvinisti. Fu il primo prete ordinato della Compagnia di Gesù, annunciata nell’agosto 1534 a Montmartre da sette compagni di scuola del collegio di Santa Barbara più Ignazio, costituita formalmente il 27 settembre 1540 dalla bolla Regimini militantis ecclesiaedi Paolo III. Ha girato a piedi fasciati e in ogni clima tutta l’Europa occidentale continentale, fermandosi spesso in Germania, in quelle città come Colonia, Magonza, SpiSolo un curriculum, dicevamo, per quanto paradisiaco e in speciale odore di santità. Segno comunque che il Papa venuto dalla fine del mondo qualche interesse all’origine del mondo cristiano, al territorio governato dalla Roma di Pietro e Paolo, deve pur averlo nel suo cuore e nella sua testa. Forse la nostra è la villa miseria più miseria di tutte. Ma diciamo solo un curriculum per introdurvi alla questione vera, che è quella della personalità di Favre, della sua caratura spirituale e mistica, della specialissima qualità della sua memoria e concentrazione liturgica e apostolica (lottava contro la “distrazione” quan do diceva messa, e la distrazione poteva essere tutto quello che non conduceva, sebbene santo, alla lode e alla adorazione di Dio in sé stesso e alla proiezione di sé stesso, della interiorità senziente, in Dio). Tutto nasce, come sempre nelle grandi storie di santità e di chiesa, e nelle temperie mistiche di ogni tempo, dallo “spirito fornicatorio”, che Favre sente come un pericolo, una tentazione di cui liberarsi, come racconta nelle sue memorie insigni e soavi (un particolare chissà perché trascurato nella parte agiografica dei ricordi di lui scritti dai gesuiti, ma non dal De Certeau, un Reverendo Padre meno istituzionale, giunto ad abbandonare la vita di comunità senza mai rompere però un legame culturale e spirituale profondo con i suoi fratelli, che gli resero omaggio nel 1986 con esequie sublimi in cui gli spadini dei compagni si associarono alla crème della rive gauche intellettuale). A dodici anni, infatti, pastorello e figlio di contadini ferventi cattolici della Savoia, san Pierre Favre fe ce voto di castità in un campo aperto sotto il vasto cielo. Si tenne al proposito, volle studiare, studiò, si innamorò e fece innamorare di sé i suoi compagni, si fece ordinare prete dotto e infine, come abbiamo visto, gesuita e pellegrino d’Europa alla ricerca di una risposta interiore e definitiva alla sconvolgente rivoluzione dogmatica o riforma che incantava o inveleniva i cuori infranti di un pezzo della cattolicità nordeuropea. Ma ho detto “interiore e definitiva”? Ci sarà una ragione. Eccola. Favre aveva una personalità da “dramma del chiostro”, il famoso sentirsi peccatore irredimibile se non sola fidevissuto dal monaco agostiniano che nel 1517 affisse le famose tesi sul portale della cattedrale di Wittenberg. Alla radice del più straordinario genio religioso della modernità stava quella che il cretino cognitivo d’oggi chiamerebbe una radicale e severa crisi di scarsa autostima: io peccatore originale elaboro la teologia della croce, nel dolore della mia interiorità individuale impermeabile al riscatto esterno delle opere, e non posso condividere la teologia della gloria del papato eterno e del suo meretricio, con tutto l’apparato sacramentale che prescinde largamente dalla scrittura sacra, dalla sua assimilazione personale profonda in un libero stile comunitario, e fa del vangelo e di quel che lo precede un pretesto per la mediazione ecclesiale indulgente ed effimera ai fini della salvezza. Favre era spesso sopraffatto dall’angustia e dall’ansia, alternava euforia e depressione, si aggrappava a Dio e al Figlio e allo Spirito Santo senza trovarli né come memoria né come intelligenza né come volontà. La sua formazione filosofica fu occamista fin dagli studi che diremmo delle scuole medie superiori. Occamista e umanista. In sostanza, e il discorso potrebbe essere troppo lungo, il Dio occamista e umanista (e secolare d’oggi) può essere creduto, ma non dimostrato come faceva san Tommaso, il dottore angelico. Contano la fede come prodotto della volontà, dell’affectus, del cuore che è il centro unificante di tutto, non la ragione intellettuale o i sensi, roba che inganna e motiva perfino un quid di scetticismo dal francescano Occam all’illuminista Kant, ragione non consolatoria e conoscitrice, né di per sé né come “ancella della fede” (definizione del tomismo delle origini, e se per questo anche agostinianesimo riletto da Ratzinger, naturalmente per noi bambini). Favre trovò il suo cuore in mezzo alla tempesta della Riforma che fu il corrispet tivo cinquecentesco della secolarizzazione scristianizzante d’oggi. Il maltempo funesto si faceva sentire con la battente pioggia retorica e filologica degli erasmiani e il tifone falcidiante e rivoltoso dei luterani e dei calvinisti; senza quei venti, e quella sua mistica percezione di un credo che è nella chiesa ma non della chiesa, non avrebbe sentito quel che ha sentito nelle sue immense devozioni, nelle sue mozioni dell’anima, raccontate in celeste maniera controriformista nel memoriale, una sorta di affresco in prosa del Beato Angelico. E’ un casto Lutero gesuita che risponde per le rime della dolcezza, del dialogo e della conversione ecclesiale del cuore al Lutero che si sposa e che con la carne abbraccia il grande concubinato della modernità. Risponde con il ritorno al cuore, con la riforma spirituale di una sacramentalità interiorizzata, in un dialogo con i protestanti, diciamo dialogo ma era cosa seria, non chiacchiera ma spirito di conversione se non proselitismo, che fu possibile solo perché Favre ne comprendeva le ragioni secondo la loro stessa autocomprensione. Erano un po’ anche le sue ragioni. Così si comporta anche chi lo fa santo: il secolarismo, febbre della chiesa cattolica assediata dall’esterno e dall’interno, si può combattere controriformisticamente e gesuiticamente solo riformando l’interiorità credente del clero, dei fedeli cattolici, e il resto verrà se Dio lo vorrà e quando lo vorrà. La casistica del peccato moderno, e qui c’è del Seicento alla père Petau nel Cinquecento del Pontefice regnante, è vasta e problematica, contraddittoria e sfuggente, ma la grazia va aiutata con una curatela attenta, spiritualmente prudente, intrisa di ascetismo e di mistica, con tutte le dovute distinzioni. E diffusa di sapienza politica, secondo la lezione secolare di quel distaccamento statuale e politico che è la Compagnia. Eccovi confusamente squadernato il santo di Bergoglio gesuita: la misericordia come metodo, la tolleranza relativista (chi sono io per giudicare?), il dialogo controidentitario, la devozione al povero che è in Cristo e al Cristo che è nel povero, e sopra tutto la volontà di credere che fa discosto e rarefatto, e che alla fine opacizza e nasconde il fuoco del conoscere, la diatriba dottrinale, la fissazione di un canone assoluto: un impasto volontarista e soggettivista  modernissimo, dissimulato nello spirito di conquista degli ignaziani, che sia pure con un posto speciale degli affetti, al conoscere non hanno mai rinunciato.
Il Foglio 21 dicembre 2013

Uomini di Dio, sì, ma quale? Un film manipolatorio, un vescovo saggio, un sinodo equivoco. Di Giuliano Ferrara

Ha detto ieri al sinodo sul medio oriente Raboula Antoine Beylouni, vescovo libanese siro-cattolico: “Il Corano permette al musulmano di nascondere la verità al cristiano e di parlare e agire in contrasto con ciò che pensa e crede. Il Corano dà al musulmano il diritto di giudicare i cristiani e di ucciderli con la jihad (guerra santa). Ordina di imporre la religione con la forza, con la spada. Per questo i musulmani non riconoscono la libertà religiosa, né per loro né per gli altri. Non stupisce vedere tutti i paesi arabi e musulmani rifiutarsi di applicare integralmente i diritti umani sanciti dalle Nazioni Unite”.

Ratisbona docet. Questo Corano nel film francese che ha vinto l’anno scorso a Cannes (“Des hommes et des dieux”), che ha spopolato ai botteghini, che ieri è uscito in Italia, non si legge. Il precetto evangelico di amare il nemico, ciò che significa conoscerlo e riconoscerlo, è trasformato in quel racconto irenista, bello e manipolatorio, nella sordina al cristianesimo, religione che porta sulle sue spalle il senso di colpa dell’occidente ex coloniale e realizza un martirio di civiltà muto, senza significato: la carità al servizio della menzogna compassionevole, invece che della verità. Dal fragile cattolicesimo francese arriva un messaggio di successo, mainstream: la seconda morte degli otto benedettini sgozzati dagli islamisti in Algeria.

Per un film abilmente manipolatorio, per un vescovo pieno di saggezza, un sinodo equivoco. Anche se non sono state le sole, si sono sentite levarsi alte, nella Roma sinodale di queste settimane, voci ecclesiali radicalmente anti-sioniste e anti-israeliane. Legittime, senz’altro, come le repliche che ospitiamo. Israele è una ferita storica, come ogni altro stato realizzando una violenza originaria nel suo costituirsi. L’occupazione è l’occupazione, e ha le sue tristi leggi. Ma le parole pace e democrazia, tolleranza e compassione, hanno un senso solo in Israele, l’unico paese dove i cristiani sono davvero liberi. Ciò che non è nel mondo arabo-musulmano, o peggio iraniano, che circonda e minaccia questo paese in una logica divenuta di puro annientamento dopo l’ondata di islamizzazione radicale dell’ultimo quarto di secolo scorso.

L’islamismo politico sa chi è il proprio nemico: ebrei e crociati. Evangelicamente e biblicamente Israele è un segno di contraddizione che contiene storicamente quel che l’ebraismo, “radice della fede cristiana” secondo Ratzinger, contiene in termini di teologia della storia: il genio religioso di Roma dovrebbe saperlo intercettare e riconoscere per tale, questo segno. La speranza è che le conclusioni del sinodo, proceduralmente complesse, siano più prudenti e coraggiose del suo svolgimento.

Giuliano Ferrara

Il grande ripopolatore da Nobel nel mondo spopolato dell’aborto. Ipocrita celebrazione dei concepiti in provetta. Giuliano Ferrara


Niente in apparenza è più allegro, edificante, rassicurante della capacità di dare figli al mondo, magari aiutati dalla medicina. Quattro milioni di bambini concepiti in provetta (tecnica IVF, in vitro fertilisation) sono celebrati come un miracolo scientifico e umanistico dai giornali italiani, che dedicano aperture di prima pagina al Nobel Robert Edwards, 85 anni, fisiologo emerito di Cambridge, lo scienziato che nel 1969 mise a punto la tecnica capace di far nascere poi, nel 1978, la capostipite della buona brigata dei nati IVF, Louise Brown. I giornali inglesi, che al contrario dei nostri quotidiani tenorili trattano la notizia con pudore (pagina interna, semplice cronaca su Guardian e Daily Telegraph), riferiscono una bella frase del nuovo Nobel laureate: “La cosa più importante nella vita è avere un figlio. Niente è più speciale di un figlio”. Questo magnifico adagio antiabortista, questa perorazione natalista, prende però un significato del tutto particolare in bocca a Edwards, fisiologo competente, fortunato, tenace e di valore, che ha rovesciato il paradigma della medicina moderna in fatto di riproduzione, provocando una rivoluzione culturale e antropologica che sfugge chiaramente, non so se alla sua comprensione, certo a quella dei suoi ammiratori e degli apologeti della tecnica IVF. Edwards infatti ha anche detto, e qui siamo invece in un mondo di percezioni huxleiane: “Non dimenticherò mai il giorno in cui ho guardato nel microscopio e ho visto una cosa buffa nelle colture... quel che ho visto era una blastocisti umana che mi osservava fissamente. Ho pensato: ce l’abbiamo fatta”.

Quattro milioni di bambini sono stati “prodotti” in vitro e poi accuditi, nutriti, formati e partoriti da un corpo di donna, cosa di cui non è possibile finire di rallegrarsi, per chi ha avuto la benedizione di un figlio e per chi ha avuto il diritto di nascere. Ma è incredibile che solo gli uomini di chiesa si siano domandati che fine hanno fatto quei milioni di “cose buffe” (letteralmente “something funny”) che guardano i loro fattori dall’occhio microscopico nei laboratori di fertilizzazione umana di tutto il mondo. Parlo ovviamente degli esclusi, delle cose buffe congelate, di quelle usate per la ricerca come topi-cavia, dei processi di fertilizzazione negoziati sul mercato degli ovociti, delle banche dati, delle scelte di maternità-paternità à la carte, dell’aborto selettivo attraverso lo strumento della diagnosi prenatale, e parlo più in generale della grande strage degli innocenti che caratterizza i trent’anni che ci separano dalla nascita di Louise Brown.

Per quattro milioni di celebrate cose buffe che procedono verso la nascita grazie a una tecnica che realizza volontà umana e desiderio, si dovrebbe contare, a rigore, un miliardo circa di cose buffe avviate all’esecuzione capitale in nome della “libertà riproduttiva”, con il consenso culturale, moralmente sordo, della comunità politica mondiale, specie dei corpi umanitari che custodiscono i diritti universali dell’uomo sanciti dalla dichiarazione del 1948. Spero soltanto che i ginecologi faustiani alla Flamigni, e altri uomini di scienza molto sicuri di sé, si appuntino bene la frase di Edwards: “…something funny in the cultures… what I saw was a human blastocyst gazing up on me…”. I figli orgogliosi di questo tempo capiranno l’importanza non solo linguistica di quella definizione dell’embrione fecondato, ovvero di quello che la legge 40 chiama il “concepito”: una blastocisti umana che guarda fissamente il suo autore. Per Chesterton il cattolicesimo libera gli uomini dalla schiavitù di essere figli del loro tempo. Scienziati e moralisti della libertà: la cosa buffa vi guarda.


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Il senso di colpa che ci spinge a essere o parere così buoni. Giuliano Ferrara

Che cosa vogliamo vendicare quando parliamo in libertà di deportazione di un’etnia nell’Europa di oggi? Da quale segreta pulsione viene questo linguaggio offensivo dell’intelligenza, della morale e dell’onore, che riempie della tragica memoria della Shoah l’aria vuota della retorica umanitarista? Si tratta di 1.700 rimpatri via aerea con rimborso, effettuati per smantellare campi abusivi in un paese abitato da 400.000 rom assistiti dal sistema di welfare, gruppi di zingari sono andati in Francia da altri paesi per avere un passaggio pagato verso i paesi d’origine: è un sacrificio genocida, è lo sterminio rituale e industriale d’un popolo in nome del razzismo biologico, di una pretesa di superiorità negatrice di Dio? Come è possibile che gente in perfetta buona fede, e non stupida, porti fino al grottesco più deformato quella che dovrebbe essere una calma e razionale visione delle cose?

Si può abortire un bambino al mattino e piangere sul destino degli zingari la sera? Si può assistere moralmente sordi a un sacrificio umano di quelle proporzioni, milioni di aborti che inseguono altri milioni di aborti, e bonificare la propria anima con la sollecitudine per i nomadi? Si può provare commozione per i respingimenti dei migranti quando respingere, abbandonare, negare, oltraggiare le attese di carità e di amore è diventato il tran tran del modello moderno prevalente di famiglie e coppie e amori in cui la ricerca soggettiva del piacere è l’unica regola? Si può cercare Cristo nei povericristi, e la persona umana nel nomadismo martire, quando il racconto cristiano è irriso e marginalizzato nelle idee, nella cultura, nella comunicazione via radio, tv e giornali? Insomma: c’è una sproporzione a suo modo eloquente, ma che rende necessaria una spiegazione del fenomeno, tra il cinismo su una natura umana considerata senza legge, senza protezione di diritti non negoziabili, e il ghigno umanitario con il quale le classi dirigenti di mezza Europa esprimono lo sdegno per un lapsus etnicista in una circolare ministeriale del governo di Sarkozy.

La sacrosanta condanna del razzismo prende toni ipocondriaci, si allarga alla proibizione di nominare in un qualunque senso popoli, costumi, tipicità, ché in tutto si vede il germe della violazione dei diritti umani universali. Se dici che gli zingari sono strepitosi suonatori di violino, sei già un razzista. Se mostri predilezioni nazionali, sei fuori dallo schema asettico di un’Europa algida, afasica, senza radici, che si riconosce nelle direttive della Unione più che nella sua ritrattistica letteraria, nei suoi proverbi, nelle sue verità ancestrali, nel suo passato.

Solo un immenso senso di colpa può spiegare l’ottusità umanitaria dilagante. Abbiamo l’oscura percezione di un limite superato. Newman diceva che il cristianesimo sopravviverà finché ci sarà una natura umana. E proprio quella natura sembra essere messa in discussione nel parco buoi dell’ingegneria genetica, nelle nuove abitudini riproduttive e nell’idea stessa di “salute riproduttiva e sessuale”. In cambio di tanta discesa agli inferi, cerchiamo nella benevolenza che non costa, perché spesso a spese di poveracci delle periferie urbane, una compensazione psicologica e morale. Gli zingari deportati, appunto.


Ferrara: Non trasformate la Chiesa in un talk-show

Ha detto il Papa all’inizio del viaggio in Portogallo e a Fatima, terra mariana e profetica come poche altre: «Il vivere nella pluralità di sistemi di valori e di quadri etici richiede un viaggio al centro del proprio io e al nucleo del Cristianesimo per rinforzare la qualità della testimonianza fino alla santità, per trovare terreni di missione fino alla radicalità del martirio». È una dichiarazione di straordinario coraggio, di grande impatto. Benedetto XVI considera l’assedio secolarista, pluralista, libertario alla Chiesa cattolica e più in generale ai cristiani come una occasione, una possibilità, invece che come una disgrazia di cui lamentarsi. E suggerisce a tutti i seguaci del Cristo di viaggiare verso il centro del loro Ego collettivo in quanto fedeli, verso il «nucleo del Cristianesimo», per diventare testimoni nuovi e più robusti, fino al martirio, della fede comune.

Questo Papa non è, come lo si è stupidamente dipinto, un ossesso della disciplina dottrinale. Il suo magistero teologico è intellettualmente rigoroso, il suo governo della Chiesa severo e caritatevole: ma l’impronta è quella di una amicizia consapevole con il mondo moderno. L’impronta è quella della libertà e di una autolimitazione della ragione e della fede, in alleanza tra loro. Con sovrano sprezzo del pericolo, Joseph Ratzinger lascia che cento fiori fioriscano nella grande serra dell’universalismo. La Chiesa è attraversata da poderose tensioni, lo schiaffo tra cardinali autorevoli è il nuovo modo di essere del Sacro collegio (parlo del caso Schoenborn-Sodano o dell’uscita polemica del cardinale Dario Castrillon Hoyos sulle responsabilità ecclesiali nel governo degli scandali nati da abusi sessuali da parte di preti e vescovi).

Bisogna evitare che questa antica e autorevole istituzione diventi un talk show permanente. Ma sarebbe impossibile sopravvalutare la forza che sprigiona da questo appello del Papa alla conversione, alla penitenza, alla considerazione tragica della «terrificante» condizione in cui il peccato getta la Chiesa sofferente.

«Il perdono non elimina la giustizia» ha detto il Papa. La Chiesa agisce attraverso la sua missione di carità e di verità, ma la cura delle anime non soppianta la funzione di giustizia dei tribunali civili e il bisogno anche teologico di giustizia in risarcimento del danno inferto alle vittime di abusi carnali. Ratzinger ha deciso di aprirsi all’istanza che viene dal mondo, della trasparenza lungo la linea sottile che rende contiguo il peccato e il reato, oltre ogni aspettativa.

Nato da un discorso pasquale di denuncia della «sporcizia nella Chiesa», il pontificato di Benedetto si compirà come grande opera di pulizia penitenziale, con l’appello alla conversione di tutte le diocesi e istituzioni maggiori, al centro e in periferia, della Chiesa cattolica. Al di là del chiasso mediatico sulla pedofilia, è una svolta dirimente, decisiva, che avrà influenza duratura sul Terzo millennio cristiano.




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Per dirla alla Bonhoeffer, talvolta nella chiesa si vede la resa, non la resistenza. Amicone-Ferrara

Al direttore - Quello che Lei da uomo libero
esterno alla chiesa ha scritto mercoledì sul
Papa “dignitosamente umile di fronte al
mondo” le fa onore. Mi pare scorgervi una
rinnovata richiesta di non separare la fede
dalla ragione, l’esame della chiesa dall’esame
della realtà (se, a maggior ragione, è vera
fede e vera verità, come dice Paolo, che “la
realtà è Cristo”). Dualismo, purtroppo, che in
questo bello e terribile frangente di conflitto
tra chiesa e mondo, sembra farla da padrone
sia dalla parte di chi schifa la chiesa per
partito preso sia nella stessa cristianità. Per
la parte diciamo così laicista, in cui mancano
anche solo i presupposti di una mentalità
aperta, si veda ad esempio l’interpretazione
che del “terrificante” papale riferito al male
interno alla chiesa ha offerto il País nel commento
di Miguel Mora pubblicato mercoledì.
Alla congrega pregiudizialmente anticattolica,
Mora suggerisce una svolta storica: ragazzi,
dopo aver bombardato B-XVI, adesso
è venuto il tempo di difenderlo, strumentalmente,
come “gladiatore solitario”. Mentre di
tutto il resto, scrive testualmente El Pais, da
Sodano a Silvestrini, da Dziwisz a Comunione
e liberazione, cominciamo a parlarne come
di gente “immorale”, “putrida”, “pederasti
e reazionari manifestamente corrotti” che
si oppongono ai veri credenti, “gli onesti”, “i
cristiani anonimi”, quelli “che si appellano
alla spiritualità e alla onorabilità” della chiesa.
Una tentazione in fondo analoga a quella
che serpeggia dentro la stessa cristianità:
quella di separare la vita dalla dottrina,
“Cristo” e “W il Papa!” dall’essere presenti,
qui e ora, con tutto il “fattore umano” della
ragione, davanti ai fatti. A fare da sentinella
ai fatti. A combattere, con quelli di buona
volontà e disponibilità ad aprire la mente,
per i fatti.

Luigi Amicone



Al direttore - Lungi da me la volontà e soprattutto
la capacità di spiegare le parole e i
modi del Papa, ma da semplice fogliante seguace
del successore di Pietro mi permetto di
dire con grandissima ironia che il Papa è
molto in linea. Se ho percepito bene i suoi
messaggi in questo tempo di assoluta crisi,
penso di poter dire con grande semplicità che
al Papa non interessa come il Diavolo stia
attentando alla chiesa, quanto, piuttosto, che
è in atto una delle più importanti offensive
di quel furbacchione di Angelo al rovescio,
con tanto di corna e bastone a tre punte. Se
mi si passa l’ardita affermazione, ciò che interessa
al Papa (e a me) è che siamo sotto attacco;
il come è decisamente relativo.

Massimiliano Perri, Milano


Risposta di Giuliano Ferrara

Nelle lettere scritte in prigione prima
della fucilazione, a Tegel, l’eroico teologo
cristiano “adulto”, Dietrich Bonhoeffer,
parlò di un intreccio di resistenza e resa al
destino come criterio per un agire fertile
della chiesa. Talvolta, bisogna dire, si vede
la resa, ma non la resistenza. Beninteso,
viva Benedetto XVI.

© Copyright Il Foglio 14 maggio 2010

Detto con molta autoironia, per noi foglianti il Papa è un poco fuori linea. Giuliano Ferrara

Benedetto XVI – detto con molta autoironia
– è fuori linea per noi foglianti.
Nel nostro spirito, la questione dei peccati
carnali del clero, nella forma odiosa
degli abusi dei bambini, si risolve in un
dualismo. Da un lato – è appena ovvio –
gli abusi vanno puniti per legge, e la
chiesa non può e non deve sottrarre ai
rigori della legge, in un contesto garantito
di regole che esclude la caccia alle
streghe, i suoi figli consacrati. Se lo facesse,
si renderebbe complice. Ove lo
abbia fatto, fu complice. Di questa tendenza
la chiesa deve emendarsi. Sempre
tenendo presente, e l’articolo controcorrente
di Francesco Agnoli che pubblichiamo
qui lo dimostra, che intorno alle
questioni di pedofilia è sempre acceso
un potenziale rogo inquisitorio.
Ma c’è un altro aspetto della faccenda:
la libertà della chiesa di essere come è,
come la sua legge canonica, la sua dottrina,
il suo magistero e la sua tradizione
storica l’hanno definita. La chiesa educa,
è forse l’ultimo luogo in cui si educa.
Forma coscienze, modi di intendere la
vita. La chiesa adotta il principio di paternità,
dal Padre in giù, a cascata. Non
può rinunciare a questa specialissima
paideia, a questa cultura e prassi del
rapporto intenso, vero, in un certo senso
erotico, d’amore e di carità, con i cuccioli
dell’umanità. Questo aspetto della faccenda
non è un’ubbìa conservatrice, non
è corrività, è bensì il rispetto di un principio
liberale, che vuole la chiesa davvero
libera spiritualmente e culturalmente,
in uno stato libero e politicamente e
civilmente sovrano.
E’ dal tempo dello scandalo americano,
seconda metà dei Novanta, che su
queste colonne mettiamo in guardia dall’assedio
legale e culturale alla chiesa
sulla questione dei comportamenti criminali
di alcuni preti. E’ da allora che
diciamo: c’è un modo specifico, talvolta
inefficace, talvolta riprovevole, talvolta
comprensibile, sempre cattolico, di stabilire
il confine tra il reato e il peccato.
E di rispettare la differenza tra la persecuzione
penale e la cura delle anime.
Tra la giustizia civile distributiva e la
giustizia che si invera nella riconciliazione,
nella penitenza, nel pentimento.
Tra il diritto eguale per ogni figura giurisdizionale
eguale e il governo dei singoli
casi, delle singole persone, che si
realizza dentro il rapporto di paternità
tra vescovi e preti, tra Papa e vescovi.
Quando il Papa dice (leggete il box
nell’altra pagina) che il perdono non elimina
la giustizia, quando dice che non
bisogna fare del vittimismo e, al contrario,
bisogna cercare la grazia e la penitenza
e la conversione nell’attacco che
viene dall’esterno, perché il peggio è
quella corrosione e sofferenza causata
alla chiesa dal peccato che si annida in
essa, non dalle critiche del mondo:
quando dice queste cose il Papa ha ovviamente
ragioni da vendere. Non può
mettere la chiesa in difesa e in imbarazzata
tristizia, indurla a dare battaglia su
un terreno che la vedrebbe forse perdente,
chiusa a protezione di un suo modo
di essere irriducibile a quella democrazia
liberale che è diventata un totem,
un modello di totalità secolare da esportare
nella cattolicità.
Ma noi non abbiamo a che fare con il
clero (e tanto meno con il clericalismo).
Non abbiamo speciali doveri pastorali
di cura del gregge, di governo delle anime,
di penitenza e riconciliazione. Nulla
sappiamo della spinta profetica che
spinge un Papa, sulla soglia di un mistero
mariano del secolo scorso, a farsi dignitosamente
umile di fronte al mondo.
Ci tocca quindi di ripetere che: la campagna
sulla pedofilia dei preti puzza
lontano un miglio di spirito circense mediatico-
giudiziario, che la chiesa deve
essere libera di emendare con l’aiuto
del suo Dio i peccati dei suoi figli senza
diventare un’agenzia secolare a
viva forza.


© Copyright Il Foglio 13 aprile 2010

LE SUORE DARWINIANE. Gran libro di Fodor e Piattelli Palmarini: Darwin ha sbagliato. Laici tolgono loro il saluto, la chiesa nicchia. G. Ferrara

Gran libro di Fodor e Piattelli Palmarini: Darwin ha sbagliato. Laici tolgono loro il saluto, la chiesa nicchia
Sabato 24 aprile presso la redazione del Foglio si è svolto un forum sul libro di Jerry Fodor e Massimo Piattelli Palmarini, “Gli errori di Darwin” (Feltrinelli). Hanno partecipato il professor Piattelli Palmarini, l’epistemologo Giulio Giorello, il paleontologo monsignor Fiorenzo Facchini, lo zoologo Saverio Forestiero e il direttore del Foglio, Giuliano Ferrara.
GIULIANO FERRARA: Comincerei con il tema della excusatio non petita. Il libro di Jerry Fodor e Massimo Piattelli Palmarini sostiene in modo esplicito e chiaro una tesi: l’adattamentismo, cioè la selezione naturale come chiave di volta dell’evoluzione, che è il cuore della dottrina darwiniana, non funziona, non determina ciò che si richiede a una legge scientifica, non funziona fatalmente. Questa tesi, articolata in modo civile da due scienziati che dicono di dovere molto a Darwin, è molto forte, destabilizza, come si è visto anche dal nervosismo delle repliche, uno dei pilastri del modo di essere umanisti laici, come si dice oggi, quindi di non essere oscurantisti, creazionisti, di non avere una visione biblicista, religiosa, prescientifica dell’origine delle specie. Lo scandalo c’è, però immediatamente gli autori sentono la necessità di dire, come spiegano anche nel bell’esordio del libro, che “questo non è un libro su Dio, sul disegno intelligente o sul creazionismo, nessuno di noi ha a che vedere con queste cose”. Dopo avere enunciato la tesi del libro, si ribadisce in molti modi che l’evoluzione è un processo meccanico, che si resta nell’orizzonte naturalista e che questo esclude cause divine, cause finali, élan vital, entelechie, interventi di alieni, extraterrestri e altre cose simili. Nel testo poi però ci sono delle aperture metafisiche, c’è un passaggio in cui gli autori si definiscono “autori metafisici”, con una certa civetteria. E ci sono luoghi in cui, cito da pagina 159, si dice che “in effetti è molto difficile trovare una spiegazione dell’evoluzione che elimini veramente il deus dalla machina”. La domanda è semplicissima: non è troppo questa excusatio non petita, non si può essere laicamente e umanisticamente aperti al fatto che le tesi contenute in questo libro sollevano più problemi di quelli che voi desideriate in realtà sollevare? E’ possibile per il cardinale Schönborn, dopo aver letto il libro, dire che le cose che ha scritto e che pensa risultano corroborate dall’analisi di Fodor e Piattelli? Ragionare così è una forzatura grave del vostro pensiero?

PIATTELLI PALMARINI: Sì è una forzatura grave perché noi restiamo in un ambito naturalistico, non abbiamo una diversa grande teoria da contrapporre a quella della selezione naturale. Quello che noi e con noi dozzine di biologi citati nel libro, pensiamo, è che ci sono vari meccanismi evolutivi a vari livelli, alcuni dei quali sono emersi negli anni e altri emergeranno, perché è un processo di straordinaria complessità. Noi non crediamo che ci sarà una nuova grande teoria o legge che sostituirà la selezione naturale. Ci sono vari meccanismi che si intrecciano. Il nostro approdo intellettuale è una spiegazione naturalistica complessa.

FERRARA: Però voi fate affermazioni che deviano da questo quadro che sta citando. “Servono ulteriori ricerche” dite, in un understatement molto grazioso. “Forse ci vorranno secoli”. Ma nella sostanza dite che la spiegazione che, dalla seconda metà dell’Ottocento e lungo tutto il Novecento, è stata data dell’origine delle specie, nella sua chiave di volta è fragile, tende a cadere. Poi dite che non c’è alternativa, anche se attraverso diversi spezzoni cerchiamo di ricostruirla. Beh, a questo punto un cattolico, un cristiano, un protestante, un uomo di fede, direbbe che una certa apertura al mistero sarebbe richiesta, per lo meno a una mente laica, umanista.

PIATTELLI PALMARINI: Mistero come problema enorme sì, ma mistero con la M maiuscola no, quello è un altro mestiere. Credo sia onesto dire che è il complesso di fenomeni più grande della scienza debba affrontare, più della fisica e della chimica. La modestia si impone.

FERRARA: Si è parlato, e mi rivolgo a monsignor Facchini, del fatto che aleggia nella chiesa un certo “darwinismo ecclesiale”. Su Avvenire lei ha scritto una recensione prudente del libro. La chiesa per paura di ripetere il caso Galileo e dopo l’apertura di Giovanni Paolo II secondo cui l’evoluzione “non è una mera ipotesi”, tende ad abbracciare sempre di più il darwinismo. C’è stato anche un bel convegno di monsignor Ravasi alla Gregoriana. Ora arriva un libro che destabilizza il quadro. Cosa dice monsignor Facchini?

FIORENZO FACCHINI: Credo che le osservazioni di Piattelli e Fodor siano attinenti agli aspetti scientifici, a me piace che il dibattito si sviluppi sui meccanismi dell’evoluzione, perché non sono così chiari come alcuni vorrebbero ritenere. Il paradigma evolutivo viene ormai esteso a tutto. Ritengo che la selezione funzioni a livello microevolutivo, dubbia è invece la sua estensione a largo raggio. Penso che ci sia una complessità generata nell’evoluzione e che questa richieda la contemplazione di vincoli a livello genetico. E’ onesto porre il problema. Distinguerei fra l’evoluzione e il darwinismo, che è una spiegazione dell’evoluzione, c’è la distinzione fra evoluzione come fenomeno biologico e l’estensione darwinista della teoria in modo totalizzante. Una visione che esonera l’uomo e la vita da qualunque riferimento a Dio. E’ una posizione filosofica, non scientifica.

FERRARA: Volevo rilevare che la bellezza del libro è che gli autori attraversano i confini, chiedono una ricerca interdisciplinare, non partono da basi biologiche, gli autori non sono due biologi di professione. Partono dalla mente, dai meccanismi della conoscenza, c’è una istanza di riflessione generale che a mio avviso Ravasi, che dirige l’intellighenzia cattolica, così come l’Osservatore Romano dovrebbero prendere in mano. Sentiamo Giorello, che è di nessuna chiesa e autorizzato a contestare questo schema.

GIULIO GIORELLO: Lei Ferrara ha colto bene un aspetto del libro con la citazione sulla machina senza deus. Una spiegazione scientifica di un fenomeno può fare acqua. Ma cosa ci mettiamo al posto? Non è detto che dobbiamo invocare l’intervento di Dio. Prendiamo la teoria delle maree di Galileo, che lui riteneva essere la prova del movimento della terra e invece non lo era; all’epoca fu da alcuni respinta dicendo “Dio avrebbe potuto decidere altrimenti”. Poi una alternativa scientifica fu trovata con la teoria delle maree legata all’attrazione lunare. E’ passato del tempo, ma ci si è arrivati. Il naturalismo è parte della conoscenza scientifica che fa sì che da Copernico a Darwin le loro teorie siano larghi territori di incontro di idee e metodi. Alcune delle ipotesi che Piattelli e Fodor, in particolare i vincoli interni, meccanismi di autoregolamentazione della materia, hanno argomenti molto dignitosi, corroborati da testi che vanno da Goethe a D’Arcy Wentworth Thompson. Quello a cui gli autori aspirano è una soluzione ancora più materialista. Il cardinale Schönborn dovrebbe cercare altrove polemiche a favore del disegno intelligente.

FERRARA: Giorello, il problema non è di ridurre o meno i margini dell’esistenza di un creatore. Il punto è un altro: fino a che punto la scienza può dirsi padrona del mistero della natura e della vita? Con il darwinismo si è detto che era padrona, abbiamo una vulgata scolastica, abbiamo una ideologia, perfino gli articoli di Eugenio Scalfari sembrano fatti per questo: “Siamo una particella della natura”.

GIORELLO: Darwin non ha mai preteso di aver spiegato il mistero della vita. Ha spiegato due cose: l’evoluzione delle specie, la parte del darwinismo che Fodor e Piattelli riconoscono funzionante, e il meccanismo adattazionista, che invece mettono in discussione. E secondo me in modo efficace.

SAVERIO FORESTIERO: Voglio sottolineare un aspetto personale. Incontrai il professor Piattelli Palmarini nel 1982 a Firenze, quando grazie al suo interessamento ci furono cinque giorni in cui Richard Lewontin e Stephen Jay Gould tennero una serie di conferenze davvero molto interessanti. Quelle conferenze aprirono la mia mente su una visione critica che oggi, va detto, spesso manca nelle nostre università. Perciò ho sempre pensato a Piattelli Palmarini come a una persona di larghe vedute e con uno stile alto. Quando ho letto il libro sono però rimasto colpito da una serie di questioni e di errori. Il libro è denso, concettualmente, e di piacevole lettura. Il contenuto è però discutibile. Gli accostamenti e le deduzioni mi hanno convinto assai poco nonostante la scrittura accattivante. Faccio una sola osservazione. All’epoca della teoria sintetica dell’evoluzione, l’embriologia, la parte della biologia che allora si occupava dello sviluppo, era ancora molto descrittiva. Da oltre un trentennio ha svolto un lavoro immenso attirando l’attenzione di tutti i biologi sull’importanza dei vincoli interni nell’evoluzione. Attenzione a mio avviso meritata, ma che prima non poteva esserci perché mancavano i dati sperimentali. Oggi l’evoluzionismo sta accogliendo una serie di risultati che provengono dalla biologia dello sviluppo.

FERRARA: C’è stata tensione, è un libro di Feltrinelli scritto da due accademici internazionali che si definiscono atei, che vogliono essere umanisti laici, che stanno dentro il naturalismo, che pensano che le spiegazioni debbano essere meccaniciste. Ma allora perché, mi riferisco a una recensione apparsa sul Sole 24 Ore e a tanti altri scampoli di intolleranza psicologica e di notazioni polemiche personali, come mai toccare, anche in modo non teologico o metafisico, la verità fondamentale di Darwin, ancora oggi, in un mondo “evoluto” concettualmente e intellettualmente, scatena intolleranze?

PIATTELLI PALMARINI: Perché Darwin è una bandiera del razionalismo scientifico, e credo a torto. Non ci hanno sorpreso queste reazioni. Sono fenomeni complessi, magari fra un secolo ci sarà un’altra teoria unificante, ma noi non pretendiamo di averla.

FERRARA: Non dovremmo tirare le conseguenze anche sul piano dell’educazione? Se le cose che sono dette nel libro fossero vere, anche solo per il trenta per cento, non si dovrebbe smettere di insegnare nelle scuole che la selezione naturale è la chiave che spiega l’evoluzione? Lo chiedo a Giorello, che è di nessuna chiesa, mentre io sono di nessuna scuola.

GIORELLO: Il titolo dell’edizione italiana del libro, “Gli errori di Darwin”, è fuorviante e rischia di diventare una bandierina. Non credo che esista una chiesa darwiniana, esistono darwiniani che si ritengono più darwiniani di altri. Una teoria presenta falle, punti non chiariti, la si insegni dove funziona e si presentino alternative ragionevoli se ce ne sono. Non possiamo buttare via tutto. Allora avremmo bruciato Galileo, Newton perché poi è arrivato Einstein.

FERRARA: Io non propongo di bruciare nessuno. Chiedo di non creare piedistalli poco laici e poco umanistici su cui inalberare bandiere scientifiche che invece sono ideologiche.

GIORELLO: C’è una certa ideologia neodarwiniana, questo è vero. Non si tratta di togliere Darwin dalle scuole, sono idee fertili anche perché sono all’origine di critiche interessanti come quelle di Piattelli.

FERRARA: Lei Giorello parla in modo molto civile e corretto, ma tende a fare understatement, dice “in fondo è una discussione scientifica fra persone che si stimano”. Io sottolineo un altro problema, questo libro travolge un paradigma, non un dettaglio. Nell’“Origine delle specie” di Darwin non si parla mai di evoluzione, mentre la selezione naturale c’è sei volte per pagina.

GIORELLO: Quando Darwin presentò la selezione sessuale delle specie, fu attaccato dagli adattazionisti più duri alla Wallace. La prima vittima dell’adattazionismo duro, della teoria della “sopravvivenza del più adatto”, è stato proprio Darwin. E lo riconoscono anche Piattelli e Fodor. Il meccanismo evolutivo è complesso ed è sbagliato risolverlo in modo unilaterale. Noi darwiniani diciamo che è necessario tenere conto della selezione naturale e che non è l’unico meccanismo. Lo stesso Cavalli Sforza su Repubblica ha fatto notare che è importante tenere conto della spiegazione per selezione, ma non ha detto che è l’unica. Piattelli riconosce che siamo a una spiegazione a molti livelli. Il titolo del libro è però fuorviante e rifornisce di illusioni forme di rifiuto del darwinismo.

FERRARA: Narrazioni storiche e leggi, anche questa è una questione fondamentale. Darwin rende conto della realtà ma non stabilisce concatenazioni che siano nomos della natura.

PIATTELLI: E’ vero che la selezione non è l’unico meccanismo, ma in questi anni c’è stato un consenso per cui è stato quello principale ed è questo che noi critichiamo. Nessuno ha preteso che fosse l’unico. Noi insistiamo che non è che ogni spiegazione adattamentista sia ipso facto sbagliata, ma è un fatto fra molti che viene applicato in modo diverso da specie a specie. Questa componente, fra le altre, è diversa di caso in caso.

FERRARA: Il pensiero storico individualizza, giudica per casi, mentre il pensiero scientifico universalizza, procede per leggi.

PIATTELLI: Una storia naturale è anche fatta di questo. Ma non è l’applicazione di una legge.

FERRARA: Monsignor Facchini, secondo lei non andrebbe rivisto l’insegnamento di Darwin nelle scuole in senso più critico? In questo libro si riassumono, nella forma della rottura, una serie di progressi della ricerca che hanno superato il dogma della selezione naturale. Voi uomini di chiesa non dovreste gioire che si rimetta tutto in discussione? Il Papa regnante ha detto una cosa bellissima: “L’istante dell’umanazione non può essere fissato dalla paleontologia: l’umanazione è l’insorgenza dello spirito, che non si può dissotterrare con la vanga”. Lei che è paleontologo: che facciamo con la vanga, lo spirito e gli errori di Darwin?
FACCHINI: Sulle scuole dovrebbe esserci una visione meno semplicistica e meno dogmatica rispetto all’onda del neodarwinismo. Serve un’impostazione più critica. Sui meccanismi dell’evoluzione c’è tutto lo spazio per la ricerca, la natura è da scoprire nel suo funzionamento che ha una sua razionalità. E’ aperto il discorso sulle cause efficienti. Però occorre riconoscere delle domande che non possono essere liquidate, il libro quasi esclude queste domande. Bisogna far capire che ci sono domande di altro tipo, compresa la domanda sull’umanizzazione che avviene quando l’ominide ha preso coscienza di sé.

FERRARA: Nel libro corre un concetto decisivo: la selezione naturale nasce anche da un assioma positivista. L’assioma dice questo: è vietata la postulazione di elementi inosservabili. E’ evidente che filosofi e scienziati cognitivisti invece sugli inosservabili devono lavorare molto perché senza non si va da nessuna parte.

PIATTELLI: Jean Perrin, premio Nobel negli anni Venti, disse che “il lavoro della scienza è sostituire dei visibili complessi con degli invisibli semplici”. In effetti, il comportamentismo escludeva delle cause interne perché diceva che sono inosservabili. Non voglio fare della neuroidolatria, ma ci sono mezzi per vedere fenomeni mentali. Nel libro non parliamo di evoluzione degli esseri umani, ma dico che dalla scienza vengono suggerimenti tra loro opposti, apparteniamo al mondo animale ma siamo anche diversi, la scienza non ci esime dal fare una scelta. La nostra cultura ce lo ricorda, la biologia non deve darci una soluzione.

FORESTIERO: La scienza non produce enunciati relativi alle domande sul senso; produce conoscenze sulla realtà. Le teorie scientifiche mi pare siano intrinsecamente avaloriali. Credo che la conoscenza scientifica debba rimanere separata dalla metafisica. Il cammino della scienza ha prodotto la migliore conoscenza della natura.

FERRARA: Vi racconto un fatterello per alleggerire le cose. Quindici anni fa ebbi una insorgenza diabetica grave, andai in America dove un medico che curava anche Oprah Winfrey decise di farmi fare un optifast, un digiuno controllato. Per integrare il digiuno mi mandò da un suo collega comportamentista, al quale sganciai cinquecento dollari. Questo medico mi fece sedere, mi chiese cosa mi piaceva mangiare. Io dissi la pizza, il pane, i fritti. Allora tirò fuori da un cassetto un registratore, cominciò a registrare: “Giuliano, no more pizza, no more bread, no more fried food”. E fece l’elenco delle cose che mi piacevano. Chiuse la registrazione e mi disse: “Nell’ambito del digiuno è opportuno che cinque sei volte al giorno lei ascolti questa registrazione”. E questo sarebbe stato un tentativo di condizionamento operante comportamentista. Poi dice che uno si butta con i preti.

PIATTELLI: Noam Chomsky, il grande critico del comportamentismo, ha una nipotina che soffriva di anoressia grave, fu ricoverata in un istituto skinneriano. Chomsky mi disse che aveva funzionato, era come una prigione, ma una prigione utile.

FERRARA: Con me non ha funzionato, e mangio ancora fritti.

PIATTELLI: Un amico cattolico mi ha detto, “guarda che il cuore della questione è la salvezza”. Io gli ho risposto, “tu ci credi, io no, ma la scienza non ha nulla a che fare con la salvezza”.

FERRARA: La fitness, cioè la salute di un organismo, è concetto diverso dalla salvezza di un’anima.

PIATTELLI: Al povero Jerry Fodor, coautore del libro, hanno tolto la parola per aver scritto questo libro. Dice che vuole trasferirsi in un convento. Ma teme di trovare delle suore darwiniane.


© Copyright Il Foglio 1 maggio 2010

Cinquant’anni di Pillola non ci hanno portato la felicità. Giuliano Ferrara

Ho letto un bell’articolo di Time sui cinquant’anni della pillola, anzi la Pillola. Quella che Paolo VI condannò, con grande scandalo e dolore, contro il parere della gerarchia che aveva appena chiuso il Vaticano II e voleva aprire al mondo. Quella che l’Economist definì dieci anni fa “il più importante progresso scientifico del Novecento”. Il pezzo è ben fatto, ma ideologico. Dice che la Pillola fa bene contro il cancro e il mal di cuore, e lascia al dubbio di molti le eventuali controindicazioni mediche. Stabilisce un collegamento tra la Pillola e l’esplosione delle libertà: dal razzismo, dal sessismo e patriarcalismo machista, dalla presa autoritaria dei vecchi sui giovani, dall’invadenza della chiesa in fatti della coscienza pubblica e dello stato. Pillola come bandiera. Bandiera del lavoro femminile, dell’eguaglianza delle opportunità tra i sessi a partire dall’istruzione nelle Università, di un controllo delle nascite inteso come grande guerra di valori contro un natalismo oppressivo della condizione della donna eccetera.

Va bene, va bene. E’ anche vero che non si possono attribuire alla Pillola tutti gli squilibri di cui magari ci si potrebbe perfino lamentare, a voler essere bigotti e antimoderni. Non è colpa della Pillola se si registra una certa perdita di senso della famiglia biparentale tradizionale, del matrimonio e dell’educazione come progetto di vita e di successione delle generazioni, per non parlare dell’aborto e del nostro progressivo ottundimento morale nei suoi confronti. Inutile prendersela con lei, la Pillola, per la manipolazione genetica della vita come altra faccia dell’idea che i figli sono fabbricabili, sono prodotti facoltativi, compresa la deriva dell’eugenetica e della pianificazione familiare omicida come in Asia. Insomma, facciamo finta che l’unica conseguenza della Pillola sia stato un vento di liberazione, di autonomia, di presa di possesso di se stesse per le donne non più condannate al ruolo riproduttivo cosiddetto. Facciamo finta di niente, lasciamo che si compia il ciclo ideologico liberal, non roviniamo la festa di compleanno della Contraccezione.

Resta il fatto che il sesso senza conseguenze, avallato dal “primo medicinale assunto regolarmente per una ragione diversa dalla cura di una malattia” (Time), non ha prodotto quel mondo estatico, edonistico, eudaimonistico, quel mondo piacevole e felice che si era immaginato, e che sembrava suggellato dal sorriso stupefacente dei figli dei fiori o dalla carnalità metaconcertistica avvoltolata nel fango creativo di Woodstock. La mentalità femminista mette a buon diritto l’accento sull’angoscia del restare incinte sanata dalla Pillola insieme a molte altre preoccupazioni sociali e di sviluppo di una personalità libera. D’accordo. Ma le altre angosce? L’altro dolore?

Ernest Hemingway diceva che è moralmente cattivo un atto che non ti soddisfa, moralmente buono il suo contrario. Va bene, ammettiamo che sia così, che questo brocardo del relativismo esprima una relazione di causa ed effetto bronzea, necessaria, infallibile. Siamo soddisfatti? Cinquant’anni dopo la rivoluzione tecnomedica che ha separato il sesso dalle sue conseguenze, e l’eros dalla sua specifica virtù di carità e di amore, direi che sarebbe responsabile, e anche ragionevole, riflettere sul grado di soddisfazione media rintracciabile nelle società secolarizzate integralmente e spesso totalitariamente. Non mi sembra altissimo, francamente. I progressi ci sono stati, eppure non è l’incanto della libertà, ma il suo fantasma buñueliano, che ci segue come un’ombra. E se anche sarebbe impensabile tornare indietro, in un certo senso, ciascuno dentro di sé cerca lo spazio di coraggio e di curiosità per interrogarsi su come andare avanti. Thomas Mann diceva che l’umanità ha un “udito fine”, nonostante tutto, ed io ci credo. Si può fare di meglio, sembrerebbe, nell’ambizione di viver felici. Parecchio meglio.

Giuliano Ferrara

Lettera di Agnoli sul "Disegno intelligenete" e risposta di Ferrara

Al direttore - La precisazione dell’ottimo
Piattelli Palmarini, che prende le distanze
dal “disegno intelligente”, mi spinge ad alcune
riflessioni: esulando dal “disegno intelligente”
così come viene espresso oggi da alcuni
scienziati americani, l’idea di un progetto
sotteso alla creazione è presente in tutta la
storia della scienza. Newton parlava di “disegno
intenzionale” e lo stesso Darwin scriveva
di riconoscere nel complesso della creazione,
non magari nelle sue singole parti, un disegno,
un ordine. Ciò significa che quando si
parla di un progetto, di un disegno “intelligente”,
non si intende qualcosa di “perfetto”.
San Paolo parla di perfezioni visibili che rimandano
alle perfezioni invisibili, ma mentre
le ultime sono veramente tali, qui, sulla terra,
non vi è nulla di totalmente perfetto, di compiuto,
di autonomo. In questa visione c’è dunque
spazio sia per l’intelligenza dell’ordito che
per la sua imperfezione creaturale. Tanto più
che il peccato originale si ripercuote su tutta
la natura: “La creazione stessa… infatti è stata
sottomessa alla caducità… e nutre la speranza
di essere lei pure liberata dalla schiavitù
della corruzione, per entrare nella libertà
della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti
che tutta la creazione geme e soffre fino
ad oggi nelle doglie del parto” (Rom 8, 19-22).
Al contrario, nel casualismo assoluto dei
darwinisti materialisti, lo spazio per la logica,
la ragione e il senso, è negato radicalmente
e dogmaticamente. Tutto è roulette, caso,
disordine, guerra, lotta… Per questo i darwinisti
finiscono poi sempre per annichilire
l’uomo, negando la sua natura spirituale e riconducendo
l’amore e la carità all’istintività
deterministica e all’interesse puro. Il loro tentativo
si infrange sempre sul capolavoro del
disegno intelligente divino: l’uomo che compie
grandi cose, Socrate che muore per la giustizia,
Gesù che muore per gli uomini, Madre
Teresa che lascia tutto per soccorrere poveri,
lontani e sconosciuti.
Francesco Agnoli

La bella lettera del professor Piattelli
Palmarini concludeva che l’ardua scelta
di una cultura, di una metafisica, di una
morale – atea o religiosa – spetta a noi e
non alla scienza. Posizione grandemente
laica, antidolatrica, e intimamente, metodologicamente
aperta alla libertà della
coscienza, compresa quella credente. Con
i tempi e le intolleranze che corrono, è
moltissimo come prova di liberalismo colto
e civilizzato. La critica del neodarwinismo
dogmatico dà frutti. (Giuliano Ferrara)

© Copyright Il Foglio 15 aprile 2010

La chiesa non è una repubblica Prosegue l’assedio scandalistico al Papa, tra informazione e ideologia. Di Giuliano Ferrara


Continua lo stillicidio delle accuse al Papa per il trattamento disciplinare “lassista” dei casi di pedofilia tra i preti. Riferiamo in apertura dell’ultima scoperta documentale dell’Associated Press: una vecchia lettera firmata dal cardinale Joseph Ratzinger nei primi anni Ottanta in cui si suggerisce estrema prudenza alla diocesi di Oakland, in America, nel trattamento del caso di un giovane prete accusato di aver molestato sessualmente due ragazzi (il sacerdote fu infine ridotto allo stato laicale). La prudenza di Ratzinger fu da lui motivata, secondo il testo che l’agenzia di stampa ha cominciato a rendere noto ieri sera, dalla necessità di mettere al primo posto il “bene della chiesa universale”. Bisogna che molti dettagli importanti della storia emergano alla luce, per poter giudicare meglio. E informeremo i lettori di tutto, come sempre.

Va intanto annotato che la chiesa cattolica,
come le altre denominazioni cristiane, non è una repubblica moderna, fondata sul diritto positivo, sull’azione penale, sul controllo e la repressione dei reati. La chiesa si occupa del peccato, che è una cosa più complessa del reato, che non si lascia classificare nello stesso modo, che ha un ambito di giudizio individuale, caso per caso, diverso dalle procedure eguali, omologate, standard, del diritto. Non è nemmeno una società aperta, i suoi abitanti sono anime, non cittadini. D’altra parte la distinzione tra peccato e reato nasce illuministicamente e laicamente nella koinè kantiana, quella filosofia che ha fondato il lungo ciclo di detemporalizzazione e di laicizzazione del rapporto della chiesa con la società e le istituzioni civili. Ha delle regole canoniche, la chiesa, non è certo un’assemblea anarchica, al contrario: i suoi meccanismi di sorveglianza agiscono nel profondo, scavano nella coscienza, si riferiscono a un ambito umano e divino. Ma la chiesa, specie quando si tratti di preti, maneggia un ministero sacramentale che trascende necessariamente le regole ordinarie con cui si trattano le fattispecie di reato nei tribunali civili, la cui autorità la chiesa riconosce. Se questo dato non viene compreso e riconosciuto, con spirito tollerante e laico, l’accusa alla chiesa diventa intolleranza ideologica.

Chi ha governato la chiesa cattolica nell’ultimo mezzo secolo, e tra questi il Papa regnante, ha certamente delle responsabilità nel trattamento cauteloso e pietoso, talvolta obiettivamente riduttivo, delle complesse psicopatologie legate alla sessualità omofila e pedofila nel clero. Non ci dovrebbe essere alcun problema a riconoscerlo serenamente, anche da parte dello stesso Papa. Ma al tempo stesso, come dimostrano atti decisivi del pontificato di Ratzinger, e la straordinaria lettera pastorale al clero irlandese, bisogna dare atto a Benedetto XVI di aver istruito una nuova sensibilità intorno a questo tema difficile, critico, e di aver fatto quanto era possibile per esercitare senza infingimenti una responsabilità pastorale, ma anche canonica e morale, molto rigorosa.

L’ex sindaco di Gerusalemme, Ed Koch, ha detto proprio ieri che la campagna internazionale di stampa sulla pedofilia dei preti, per il modo in cui è impostata, mostra non tanto la volontà di informare i cittadini quanto quella di punire la chiesa per le sue posizioni, che la società secolare considera una minaccia alla propria identità ideologica, sull’aborto, sull’eutanasia, sul matrimonio gay. Non poteva dire meglio.

Giuliano Ferrara


Ferrara: I preti pedofili sono solo un pretesto

La pedofilia di alcuni preti c’entra niente. Ogni occasione è buona. Benedetto XVI è insidiato dal «chiacchiericcio», cioè dall’opinion. Scritta nella lingua dei Lumi, alla francese, l’opinione pubblica è quel pensiero unico che tutto intende omologare nelle magnifiche sorti e progressive di un tempo dominato dalla Ragione: intesa come brutale strumento di scristianizzazione e di critica corrosiva, distruttiva della religione e del suo basamento, la fede nella trascendenza e nel mistero. Ecrasez l’infâme! era il grido di guerra di Voltaire.

Il pericolo massimo, da scongiurare con le buone o con le cattive, è che la Raison si renda docile al proprio limite, che è il mistero, e si allei con la fede, senza dunque disprezzarla, e con l’istituzione terrena, che si pretende anche divina, nella quale la fede da millenni è custodita insieme con i grandi tesori che sappiamo della cultura artistica, filosofica, spirituale. Benedetto è il Papa-filosofo, il teologo che ha dialogato con Jürgen Habermas in nome della autolimitazione della ragione e della fede, il vero tema del massimo illuminista, lo scettico e trasparente Immanuel Kant; un’autolimitazione riconosciuta come preziosa dai due spiriti più affinati e significativi del mondo di lingua tedesca, la lingua della filosofia. Con scandalo per intellettuali e media di tutto il mondo. Sempre lì stiamo.

Il pensiero oggi diffuso e caratterizzante è sostanzialmente questo: c’è una sola etica, quella della libertà. La libertà è individuale e il suo contenuto è vuoto, è puramente negativo, consiste nell’osservanza di una regola secondo cui la libertà non deve invadere la libertà degli altri, ma non esprime nulla che non sia privato, questa libertà non ha potere sull’etica civile, sull’amore, sulla carità, sul pensiero.

Il nichilismo contemporaneo si esprime poi in modi e mode i più vari, tra i principali l’impostazione freudiana della vita, il rilievo primaziale dovuto alla sessualità, la caratterizzazione positivistica del piacere corporale, che è benessere, potenza pura, divinizzazione della carne nel sepolcro della coscienza liberata.

Non dobbiamo salvarci, come dicono i preti cattivi; dobbiamo solo curarci, come dicono i medici faustiani che pensano di poter usare i bambini come farmaci per curare altri bambini, i biologi che vogliono liberare le donne dal fardello della malattia e fabbricare per loro figli sani e belli, à la carte. È questa brutalizzazione degli aspetti sacrali della vita la vera critica moderna della religione, il vero progetto laicista, che tende a una redenzione terrena dell’uomo dall’infamia della credulità celeste; è questa l’apologetica del neopaganesimo contro l’umiliazione moralistica del Cristianesimo che bandisce la buona vita e rende l’uomo, orrore per i nicciani de noantri, creatura umile e spiritualmente immortale.

Dan Segre, l’ebreo che ancora sa stupirci con pensieri degni di un grande protagonista della storia del Novecento, ha scritto genialmente nel Giornale che una segreta solidarietà collega il Vaticano aggredito e l’Israele assediato. Ed è la solidarietà di due luoghi simbolici in cui si coltiva eroicamente «la pretesa di dimostrare agli altri l’incapacità di vivere secondo i valori e gli scopi che proclamano». Essere virtuosi, forti, duraturi e tuttavia prosternarsi eucaristicamente o inchinarsi nel canto della sinagoga, due scandali insopportabili per il secolo, quando il secolo diventa ideologia secolarista e dispoticamente reclama per sé tutto il proscenio della vita e della storia.

Ecco perché attaccano il Papa teologo e filosofo, il Papa magisteriale, l’uomo che non accetta di piegare la schiena, e soprattutto la sua grande intelligenza delle cose, agli idoli del nostro tempo.



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La pedofilia e l’odio per le “verità morali”. Di Giuliano Ferrara

E’ ormai un contrasto culturale: il
Papa incarna verità morali che
non sono accettate e così le mancanze
e gli errori di sacerdoti sono usate come
armi contro la chiesa”. Mentre
prosegue la gragnuola mediatica internazionale
sulla chiesa cattolica per
i casi di pedofilia nel clero, offensiva
che anzi ha cambiato registro negli ultimi
giorni, trasformandosi in una
campagna contro Benedetto XVI, il
cardinale decano ed ex segretario di
stato Angelo Sodano ha scelto l’ufficialità
dell’Osservatore Romano per
ribadire e meglio argomentare la sua
“inusuale” difesa del Papa pronunciata
il giorno di Pasqua. Anche Sodano,
con questa intervista, compie e fa
compiere alla chiesa un positivo e apprezzabile
salto di qualità. Pur non
minimizzando le colpe – né tantomeno
“arroccandosi” con vittimismo curiale,
come ha accusato ieri il vaticanista
Giancarlo Zizola sulla Repubblica –
Sodano afferma che al fondo dell’attacco
al Papa c’è un “contrasto” di natura
generale: “Ci sono visioni della
famiglia e della vita contrarie al Vangelo”.
Non evoca complotti, non cela
goffamente le colpe, ma denuncia
un’evidente inimicizia. Nel modo in
cui “viene brandita l’accusa della pedofilia”
per attaccare il Papa, trova
l’analogia con altri precedenti storici,
tra cui “l’offensiva contro Pio XII per
il suo comportamento durante l’ultimo
conflitto mondiale” e quella “contro
Paolo VI per l’Humanae vitae”.
Il cardinale ha ragione. Pur nella
diversità imparagonabile delle situazioni
storiche, è innegabile che esista
una filiera di inimicizia secolarista
che spesso ha voluto colpire, più che
le eventuali colpe specifiche, l’essenza
stessa e il ruolo della chiesa. C’è un
plurisecolare mainstream del pensiero
di matrice riformata, illuminista e
atea – che pure avrebbe qualche responsabilità
in più della chiesa per gli
orrori dell’ultimo secolo, dal Gulag alla
Shoah all’eugenetica – che oggi pretende
di infliggere alla chiesa una punizione
finale, addossandole in modo
collettivo la colpa sempre soggettiva e
individuale della pedofilia. In virtù di
un’inimicizia che, con la pedofilia, ha
poco a che fare. E’ con questa cultura
che oggi è in atto quello che Sodano,
con misura diplomatica, chiama “contrasto
culturale”. Dice di voler “servire
la chiesa usque ad effusionem sanguinis”.
Per ora è sufficiente raccogliere
la sfida con i giusti linguaggio e
consapevolezza culturali.

© Copyright Il Foglio 7 aprile 2010

Belle cannonate laiche contro Darwin. Scienziati spiegano che la scienza deve diffidare del mainstream darwiniano. Giuliano Ferrara

Una rinfrescante cannonata laica
contro la parrocchia neodarwinista.
E’ questo il senso del libro dei due
scienziati Massimo Piattelli-Palmarini
e Jerry Fodor, “What Darwin got
wrong” (presto in Italia). Ieri Repubblica
ha intervistato il cognitivista italiano
che c’è andato giù duro contro la
“sacra triade” evoluzionista (Dawkins-
Dennett-Pinker). Piattelli Palmarini
non è inciampato nell’antinomia creazione/
evoluzione. Non ha brandito come
un feticcio la comune ascendenza
genetica dell’uomo con il gibbone.
Non ha fatto dell’evoluzione un idolo.
Ha rotto un muro ideologico, anche se
l’agguerrita setta neodarwiniana tenterà
di dissipare e fargli rimangiare
tesi così scandalose. I due scienziati
hanno rimesso in discussione tutto da
una posizione di mainstream. Non sono
due emarginati della comunità
scientifica, parlano dal suo interno.
Piattelli-Palmarini ha criticato la concezione
neodarwinista che sfodera il
revolver non appena qualcuno si permette
di dubitare della selezione naturale:
il vero, feroce paradigma dell’evoluzionismo.
“Perché i porci non
hanno le ali” è il bel titolo di un saggio
a cui Fodor fu quasi impiccato dalla
comunità evoluzionista, gelosa dei
propri riti e verità rivelate. E’ una felice
sorpresa che Piattelli-Palmarini,
uno fiero delle proprie credenziali
laiche, si dica in sintonia con la filosofia
delle forme del cardinale Christoph
Schönborn. Questo pamphlet
dovrebbe essere l’occasione per riparlare
di Darwin e di come la sua
trasformazione in fortilizio ideologico
abbia impedito di pensare liberamente
senza la certezza di essere accusati
di “oscurantismo”.

© Copyright Il Foglio 30 marzo 2010

LA CARNE E PADRE MURPHY. Di Giuliano Ferrara

Nel corso degli anni il reverendo padre
Lawrence C. Murphy aveva ceduto
agli impulsi della carne, aveva cercato
e ottenuto una qualche soddisfazione, un
qualche piacere, abusando senza violenza,
ma esercitando una coazione legata
alla autorevolezza del suo ruolo, dei bambini
sordomuti che vivevano con lui, a lui
affidati, nella comunità di cura e di educazione
di St. John, a Saint Francis, nello
stato americano del Wisconsin. Per la
chiesa padre Murphy era un peccatore;
nell’interesse della sua anima e in quello
delle vittime della sua concupiscenza
doveva essere isolato e silenziato, indotto
al pentimento sincero e completo e all’espiazione,
in ultima istanza anche sanzionato
sul piano del codice di diritto canonico
e ridotto, eventualmente, allo stato
laicale (che è la massima pena possibile
verso un sacerdote, il quale perde le
sue funzioni ma non la sua identità di
presbitero, qualcosa di definitivo che attende
soltanto il giudizio di Dio, una consacrazione
dell’ordine sottratta al verdetto
degli uomini).
Il New York Times, per la penna di Laurie
Goodstein, ha riproposto ieri clamorosamente
il caso, aiutato dalle carte che gli
sono state portate dagli avvocati di quattro
vecchi ragazzi da anni in battaglia per vedersi
riconosciuto lo statuto di vittime degli
abusi. Dalle carte emerge, raccontato
con la consueta cura del giornalismo anglosassone
di qualità (tanto che anche la
Sala stampa vaticana e Avvenire e l’Osservatore
Romano partono nelle repliche
dal testo del Times, senza contestare i fatti)
che la chiesa tutta, compresi l’allora
cardinale Joseph Ratzinger e il cardinale
Tarcisio Bertone, rispettivamente prefetto
e segretario della Congregazione per la
dottrina della fede competente per materia,
trattò il caso con grande imbarazzo. La
tendenza fu quella di mettere in primo
piano il buon nome dell’istituzione e la discrezione
legata ai doveri della cura d’anime,
piuttosto che la responsabilità penale
e civile di padre Murphy al cospetto
della giurisdizione pubblica (d’altra parte
la magistratura civile si occupò del caso
per un tratto ma poi lo lasciò cadere molto
presto, archiviandolo).
Il caso Murphy può essere usato in modo
semplicemente scandalistico, come
scandalistica è la sintesi dell’articolo e
dei commenti del New York Times: abbiamo
beccato documentalmente un Ratzinger
e un Bertone che negli anni Novanta
non rispondono alle lettere di un
vescovo di Milwaukee, il quale sollecita
un processo di riduzione allo stato laicale
di un prete pedofilo, oppure rispondono,
come fece Bertone, in modo evasivo e
inefficace, corrivo o compassionevole
verso il vecchio prete malato che chiedeva,
dopo venti e più anni di “espiazione”,
alla vigilia della morte, di poter morire
da sacerdote. Se invece si sia indifferenti
allo scandalismo mediatico, non cointeressati
alle guerre culturali il cui scopo
è trasformare la chiesa cattolica, secolarizzarla
a fondo e indurla a comportarsi
in accordo pieno con i criteri mondani
che le sono in parte estranei, allora il caso
può essere utilizzato per capire come
stanno davvero le cose, senza perdersi in
dettagli inutili.
I radicali vogliono una chiesa democratizzata
e agìta in pieno dalle leggi dello stato,
senza spazio per il suo “sinistro” teatro
del divino e del culto e della “repressiva e
superstiziosa” cura d’anime. I liberali, per
lo meno di tono e di metodo, come cerchiamo
di essere noi del Foglio, credono
invece in una libera chiesa in un libero
stato, in una chiesa che ha diritto di parola,
di azione, di educazione e di autogoverno.
E che soprattutto ha diritto anche dal
proprio punto di vista a distinguere, sacro
principio liberale, tra peccato e reato.
Infatti la signora Goodstein, cronista
del NYT, rivela la sua impostazione culturale
quando scrive, in tono accusatorio,
che in base alla documentazione si può
dire che “il Vaticano ha avuto la tendenza
a leggere tutta la questione in termini
di peccato e pentimento piuttosto che di
reato e castigo”.
Secondo me, ma lo dico in tutta modestia,
la chiesa fa bene, nel solco della lettera
del Papa al clero irlandese, a mettere
oggi l’accento sulla colpa anche legale
costituita dai comportamenti pedofili, e a
proclamare con molta assertività che i sacerdoti
i quali tradiscano la fiducia dei
bambini o dei ragazzi o delle ragazze devono
rispondere sia a Dio sia ai tribunali
civili. E probabilmente la chiesa dovrà
dotarsi di strumenti ispettivi e canonici,
legati o meno alla Congregazione per la
dottrina della fede, che realizzino una
molto più efficace cooperazione con gli
organi del diritto comune, in modi tutti
ancora da verificare. Ma non credo che i
laici credenti, le suore, i preti, i vescovi, i
canonisti, i teologi, i prefetti di curia e i
papi potranno mai rinunciare a trattare il
peccato come peccato, e il pentimento come
porta aperta al perdono e all’espiazione
cristiana, trasformandosi in macchine
di burocrazia penale al servizio dei
tribunali, che devono invece indagare sui
reati e sanzionare i crimini. Né i laici liberali
debbono pretendere questo scambio
di funzioni, con omologazione delle
identità. Uno scambio, d’altra parte, che a
occhio e croce non avverrà mai. E la chiesa
dovrebbe cominciare a dirlo senza
complessi, spiegando che la sua identità,
nel nucleo più profondo, è legata a un’idea
del peccato che è individualizzata,
agisce caso per caso, non sopporta le leggi
eguali e indifferenti all’anima di ciascuno
tipiche del diritto positivo. La chiesa
dovrebbe dire apertis verbis che il castigo
penale, legittima aspirazione dei tribunali
dello stato ai quali il clero può offrire
cooperazione, è tuttavia nulla, è un
granello di sabbia disperso nel vento, a
fronte del meccanismo di imputazione divina
che porta alla consapevolezza del
peccato, al libero pentimento di coscienza,
all’espiazione e al perdono o assoluzione
dello specialissimo diritto che si
realizza nella cura delle anime. La chiesa
ha un suo modo di punire, giudicare, considerare,
vedere l’uomo nel peccato e il
peccato nell’uomo: un modo peculiare al
quale in nessun caso può rinunciare. Ne
va della tutela e difesa di un criterio, mezzo
umano e mezzo divino, che è la chiave
di volta del cristianesimo da un paio di
millenni. La chiesa non può rinunciare alla
notte dell’Innominato: non ne
resterebbe pietra su pietra.

© Copyright Il Foglio 26 marzo 2010

Martiri in difesa di tutti. Trent’anni fa Oscar Romero, oggi in Pakistan. Il compito dei poteri terreni. Di Giuliano Ferrara

Atrent’anni dall’assassinio dell’arcivescovo
di San Salvador, Oscar
Romero, testimone della possibilità
della carità come alternativa alla violenza
e alla sopraffazione di cacicchi
e rivoluzionari, un altro martire, un lavoratore
pachistano, è morto dopo sofferenze
terribili, arso vivo, soltanto
perché non ha rinunciato alla propria
fede. In tempi lontani e in continenti
diversi, il prelato in vista e il fedele
sconosciuto raccontano la stessa storia,
già scritta nel Vangelo. Vi perseguiteranno
a causa mia, diceva Gesù
ai suoi seguaci. Era la promessa di
una testimonianza ardua, che avrebbe
però cambiato il mondo. Il martirio
dei cristiani, che molti considerano
un fenomeno storicamente collocato
nei secoli antichi, prosegue anche oggi
e anzi si estende, soprattutto in Asia
e Africa islamiche, dopo la lunga fase
delle persecuzioni messe in atto dai
regimi autoritari e comunisti.
La chiesa risponde con la preghiera,
l’imitazione dei santi, la protesta intrisa
di mitezza, a volte la prudenza,
che non devono però essere confuse
con sintomi di cedimento e di debolezza.
Invece i poteri terreni, cui compete
il dovere di garantire i diritti della
persona umana – a cominciare dalla
libertà di pensiero e di religione –
non trovano, e forse non cercano con
sufficiente determinazione, il modo
per fronteggiare questa recrudescenza
di persecuzioni. Il fanatismo islamico
o induista viene tollerato per piccole o
meno piccole convenienze politiche,
così come trent’anni fa molti considerarono
in America latina un “male minore”
le dittature sanguinarie che arrivarono
a far assassinare un vescovo
sull’altare mentre diceva messa. I martiri
sono i miti che, secondo l’annuncio
delle beatitudini, erediteranno la terra.
Hanno già cambiato il mondo innestando
la concezione giudeo-cristiana
dell’intangibilità della persona sul
tronco solido del logos greco-romano.
Oggi indicano a tutti anche l’esigenza
di un altro cambiamento, la fine della
tolleranza per i regimi violenti e gli assassini
fanatici.

© Copyright Il Foglio 25 marzo 2010

La bestemmia della scemenza. I calciatori chiedono “libertà d’espressione”. Ridicolo, a prescindere da Dio. Di Giuliano Ferrara

Se in nome della libertà si commettono
(pure) crimini, in nome della
libertà di espressione si dicono (spesso)
scemenze. L’ultima – ma qualitativamente
tra le prime – è toccata al sindacato
FifPro, che a livello internazionale
rappresenta i calciatori professionisti.
E di cosa si lagna, tanta
spettabile internazionale? Del fatto
che la Federazione italiana abbia deciso
di sanzionare i giocatori che bestemmiano
in campo. Ora, quello che
alla fine hanno capito persino i concorrenti
del Grande Fratello (tu bestemmi?
tu fuori!), per dire di quanto
possa risultare facile e ovvia la norma,
appare difficilmente comprensibile
alla FifPro, che nientemeno, vantando
un avvocato a nome Wil van Megen
(pare preso da un giallo esotico degli
anni Trenta), tira di mezzo “una violazione
dei diritti fondamentali per la libertà
di espressione”. Dovrebbero, oltre
che sanzionare la bestemmia, liberalizzare
la pernacchia, così da poterne
indirizzare una sonora, da udirsi
internazionalmente, al sindacato dei
calciatori professionisti tutti. Che la
bestemmia possa rientrare tra i “diritti
fondamentali della libertà di
espressione”, ecco, questa è una cazzata
(quello che fa schifo è la bestemmia,
per le parolacce si può essere di
manica larga, oltre che di blanda deprecazione)
che rischia di rendere ridicolo
ogni serio discorso intorno al
diritto alla libertà d’espressione.
A parte la saggezza di Trapattoni (a
volte si scova il meglio nell’inaspettato),
che nota: “Se sei un somaro e sbagli,
cosa c’entra Dio?”, bestemmiare è
soprattutto offensivo non tanto verso il
Padreterno – che certe cose se le sa
sbrigare da solo – ma anche verso chi
crede. Se bestemmi non credi; se non
credi chi cavolo bestemmi? Ancora
più irritante il fatto che a rivendicare
l’umiliante diritto sia il sindacato di
parecchi bamboccioni miliardari – cui
troppi soldi hanno definitivamente
tolto ogni remora di buon gusto e ogni
obbligo al rispetto altrui. Ci può stare
persino la bestemmia di un muratore
che si dà una martellata sulle dita, ma
se il problema è la palla che non va
dove tu vorresti che andasse, qualche
corso di autodisciplina in più e qualche
Ferrari in meno potrebbero aiutare
a guarire dal problema. Il bestemmiatore
è, al fondo, un poveretto.
Ma siccome nel caso specifico è poveretto
nell’anima e non nel conto in
banca, si accontenti della Costa Smeralda
e quando serve stia zitto.

© Copyright Il Foglio 25 marzo 2010

Sulla bella lettera di Benedetto alla nuova Corinto d’Irlanda. Di Giuliano Ferrara

La lettera del Papa sugli abusi dei preti in Irlanda è molto bella, nella sua tristezza e nella sua speranza, ma sopra tutto nella sua lingua severa, ferma, sincera, con un’espressività che viene da due millenni di saggezza pastorale e di drammi dell’incarnazione e della storia. Il Papa attua una conversazione paolina e paterna con la comunità umana irlandese, con questa specie di nuova Corinto inselvatichita nel peccato e nel crimine; e conversa sotto la sorveglianza teologica e morale di concetti per noi del tutto desueti, almeno nel secolo e nell’orizzonte fondamentalmente non cristiano o post cristiano del nostro tempo: il pentimento, la riconciliazione, la preghiera e l’adorazione eucaristica come mezzi speciali di guarigione e di rinnovamento nella fede, da affiancare all’esame di coscienza, alla denuncia canonica e penale, alla piena disponibilità richiesta di rispondere, non solo davanti a Dio, ma anche davanti ai tribunali del male fatto alla dignità umana da parte degli abusatori.

Benedetto, e non poteva essere diversamente, ha fatto la sua parte di custode del gregge con l’intelligenza sensibile che le persone non prevenute gli riconoscono, mettendo in rilievo la necessità di risarcire le vittime degli abusi di quanto non è umanamente risarcibile, e dunque spostando per quanto possibile sul terreno dello spirito dannazioni che nascono nel campo di battaglia della carne. Un gesto di intonazione monacale, davvero benedettino.

Da subito, la lettera è stata criticata con asprezza dai soggetti che nel mondo nutrono la campagna anticattolica e alimentano la sua risonanza mediatica, con lo scopo di modificare nel profondo la natura speciale della chiesa cattolica, secolarizzandola a forza, democratizzandola, assoggettandola mediante assedio culturale e civile a protocolli ad essa estranei, e naturalmente demonizzando la sua vita vera e intera, deformando e sfigurando il suo volto umanodivino (che è poi Cristo), svalutando miserevolmente il tesoro di virtù, di eroismi e santità di cui la chiesa cattolica, insieme con molte altre denominazioni cristiane, è testimone ai quattro angoli del mondo.

Non ho mai letto, per converso, un documento autorevole così raggiante di ispirazione etica, così rigoroso e autentico, con il quale il secolo e le sue istituzioni abbiano mai connotato, assumendosene pienamente le responsabilità, le immense pene inferte all’umanità dal processo della storia e della cultura e della spiritualità che ha rifiutato Cristo, il trascendente, la chiesa stessa. Altro che la pedofilia di alcuni preti. Il Novecento è stato il secolo del Gulag e della Shoah, ma nessuna confessione pubblica, nessuna proclamazione di vergogna, nessuna ostentazione umile di rimorso, nessuna analisi spiritualmente impegnativa è davvero stata prodotta, e nemmeno tentata, dai guardiani della storia, dalle forze che hanno ingaggiato la brutale corsa atea e profana dei tempi moderni. Una corsa che, adesso, vuole tagliare il traguardo della punizione finale della chiesa per le colpe di alcuni sui figli. E vuol farlo piena di buona coscienza e di lurida voluttà. Che laica vergogna, è il caso di dire.



© Copyright Il Foglio 21 marzo 2010