DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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TBC: dimenticata in Italia, nel mondo è emergenza

Fotografie dal Lesotho, il quarto Paese al mondo tra quelli con il  maggior numero di malati di tubercolosi

(AP Photo/Denis Farrell)

In passato era chiamata mal sottile, perché sembrava consumare le persone dentro. Ora è la malattia dei poveri e degli emarginati. Di tubercolosi, infatti, si continua a soffrire e morire, non solo nel mondo ma anche nel nostro Paese.

Ogni anno nel mondo sono quasi 2 milioni, pari a 5000 al giorno, le vittime di questa malattia che nel 2008 ha contagiato 9,4 milioni di persone. In Italia sono 5000 i casi registrati all’anno, la maggior parte dei quali interessa persone migranti. A tirare le somme, in occasione della Giornata mondiale della tbc, che si celebra oggi, è l’associazione Stop Tb Italia.

Fotografie dal Lesotho, uno dei Paesi con il maggior numero di malati di tubercolosi:


Secondo l’ultimo rapporto dell’OMS ”Global Tuberculosis Control 2009”, il 98% dei decessi avviene in Paesi in via di sviluppo, colpendo persone di età tra i 15 e i 50 anni. Il Sud Est asiatico e l’Africa contribuiscono entrambe a circa un terzo dei casi, mentre in Europa ci sono solo il 5% dei casi mondiali.

I primi cinque Paesi per numero di casi sono India (2 milioni), Cina (1 milione 300 mila), Indonesia (530 mila), Nigeria (460 mila) e Sudafrica (460 mila). Nel continente nero vi è invece l’epicentro della tubercolosi a co-infezione con l’hiv, con oltre l’80% dei casi.

Fotografie dal Lesotho, il quarto Paese al mondo tra quelli con il  maggior numero di malati di tubercolosi

(AP Photo/Denis Farrell)

Non mancano però i progressi. ”La strategia globale per il controllo della tubercolosi ha ottenuto importanti risultati - spiega Alberto Matteelli dell’Università di Brescia - 36 milioni di pazienti sono stati curati e almeno 4 milioni di vite salvate. Attualmente viene curato l’87% dei casi di tubercolosi messi in trattamento ma si stima siano diagnosticati solo il 61% dei casi”. Sul fronte della ricerca, conclude l’esperto, tre sono gli obiettivi prioritari: ”lo sviluppo di un vaccino efficace, test diagnostici piu’ sensibili e rapidi e l’ulteriore sviluppo dell’armamentario farmacologico”. (ANSA)


  • Mercoledì 24 Marzo 2010


© Copyright Panorama

Per una medicina che curi i malati come persone. E non come se fossero macchine

Pubblichiamo uno stralcio del libro “Per una medicina
umanistica. Apologia di una medicina che curi i malati
come persone”, di Giorgio Israel, edito da Lindau e arrivato
da pochi giorni in libreria.

Non si tratta neppure lontanamente di mettere in discussione
i progressi e le conquiste della medicina
occidentale e di sottovalutare i suoi indiscutibili meriti.
(…) I suoi trionfi si ripetono ogni giorno quando consegniamo
al medico il fascicolo degli esami di laboratorio,
le radiografie, le ecografie, le Tac, i test genetici, che disegnano
in modo sempre più approfondito e minuzioso
la geografia fisiopatologica del nostro corpo. Ma quei fogli
non sono una chiave incantata che permette di accedere
in modo immediato alla comprensione dello stato
del paziente che sta di fronte al medico. In primo luogo,
egli deve chinarsi a lungo su quei risultati analitici: è un
obbligo che deriva proprio dalla scelta “scientifica” assunta.
(…) Può sembrare una predica superflua e presuntuosa
ricordarlo, ma non lo è quando si constata che
troppo spesso la valutazione del risultato analitico si riduce
a un mero confronto con un insieme di intervalli di
normalità codificati una volta per tutte in modo troppo
generico e impersonale. In secondo luogo, non basta fissare
lo sguardo e la mente sulle carte. Occorre che lo
sguardo del medico si levi verso il paziente, verso la persona
in carne e ossa che gli sta di fronte. Ricordare anche
questo non è una predica superflua e fastidiosa, perché
questo sguardo si solleva sempre di meno e sempre
di più il paziente si trova di fronte a un apparato anonimo,
il “sistema sanitario” che lo esamina con un tipo di
rapporto che assomiglia sempre di più a quello di una
macchina con un’altra macchina.
(…) Potremmo limitarci a criticare certi eccessi della
medicina scientifica moderna e le sue estreme manifestazioni
contemporanee osservando che, distruggendo di
fatto la figura del medico e riducendolo a una figura di
tecnico operativo che applica un insieme di protocolli
standardizzati, essa distrugge allo stesso tempo una modalità
di intervento che ha un ruolo ineliminabile: il rapporto
interpersonale, il rapporto umano tra paziente e
medico in cui il secondo risponde alle domande e alle
esigenze poste dal primo, in funzione del suo “sentirsi
malato”. Se si riduce la malattia all’“essere malato” del
medico-scienziato o medico-tecnico, annullando la considerazione
del “sentirsi malato” che ci viene proposta
dal paziente, si trascura la sofferenza personale, si disumanizza
la medicina, trasformando l’ospedale in officina
di riparazione totalmente spersonalizzante e, in definitiva,
angosciosa. In fondo, basterebbe dire questo, e lo abbiamo
detto più volte. Ma si può dire molto di più. E cioè
che la spersonalizzazione e la mera quantificazione, l’abolizione
del vissuto del malato, rappresentano un approccio
riduttivo dal punto di vista della razionalità e
concettualmente sbagliato. Nel caso della medicina, concepire
l’oggettivismo scientifico in termini radicali, e
cioè come riduzione di ogni aspetto soggettivo a caratteristiche
oggettive impersonali e generali, è un errore grave
dal punto di vista concettuale. La scientificità della
medicina non può essere la stessa di quella della fisica.
Affrontare il problema della malattia o della salute di
una persona non ha nulla di analogo allo studio del moto
di un elettrone o di un pianeta o delle proprietà di un
campo elettromagnetico. (…) L’unico modo di realizzare
la scientificità della medicina è di tener conto che il suo
oggetto sono dei soggetti, e dei soggetti considerati nella
loro individualità e particolarità, portatori di una storia
personale situata in modo irripetibile nello spazio e nel
tempo. La risposta a questa sfida la medicina la possiede
ed è la clinica, che è proprio la caratteristica operativa
che più la contraddistingue rispetto a ogni altra attività
conoscitiva e pratica. La clinica è indissolubilmente
legata alla considerazione della soggettività, della persona
e delle sue “richieste” – del suo sentirsi malato, e
non soltanto del suo essere malato. (…)
E’ del tutto evidente che il desiderio di ridurre la medicina
a una scienza meramente oggettivista in analogia
con le scienze “esatte” è spesso dettato da due fattori:
dalla pigrizia – è molto più semplice esaminare quanto
più possibile meccanicamente dei risultati analitici che
non farsi carico di un esame complessivo e complesso
della persona che ci sta di fronte – e dalla soggezione
esercitata dalle scienze “esatte”, come se adeguarsi al loro
metodo fosse l’unico modo per conquistarsi un biglietto
d’ingresso al salotto buono della scienza. Insisto
sul verbo “ridurre”, perché ritengo che una siffatta visione
sia riduzionista non soltanto nel senso oggettivo
della parola, ma anche nel senso valutativo: essa comporta
cioè un’amputazione della ricchezza della medicina,
che non può essere vista soltanto come una “scienza”
fra le altre, ma rappresenta qualcosa di molto più complesso.
Si ripropone qui spontaneamente la vecchia caratterizzazione
della medicina come “arte”. Sappiamo
bene quanto questa definizione sia oggi criticata e persino
infastidisca chi l’accusa di essere la manifestazione
di discorsi fumosi che hanno come unico scopo (o effetto)
quello di porre una barriera tra la medicina e la
scienza, quasi che la medicina fosse un’attività estetica
come suonare il pianoforte, dipingere un quadro o danzare.
Questa è una tipica manifestazione della consueta
soggezione nei confronti delle “vere” scienze; ma è anche
un deplorevole oblìo di che cosa significa “arte” in
questo contesto. E’ un oblìo del tutto analogo a quello
che abbiamo visto nel caso dell’idea di “natura”, nel contesto
della concezione dinamico-funzionalista. “Arte” qui
sta per “tecnica”, ovvero per un complesso di capacità
pratiche sostenute dalla conoscenza, ma non identificabili
come mera conoscenza teorica. Come ha giustamente
osservato Grmek, “la medicina non è mai stata e non è
neppure oggi una scienza. I Greci la chiamavano iatrikè
téchne, in contrapposizione a epistéme, considerandola
come una specie di attività artigianale che opera la sintesi
tra scienza, tecnica e arte”. Quindi, la medicina non
è una scienza come la chimica o la fisica, ma è una pratica
che utilizza tutte le scienze, un’arte della vita che fa
uso di scienze di varia estrazione. (…)
Riteniamo quindi di poter concludere osservando che
all’abbandono della clinica non può sopravvivere nessuna
forma di medicina, neppure quella scientifica. E forse
a maggior ragione questa. Che la clinica resti al centro
della medicina è la condizione perché possa sopravvivere
una medicina razionale nel senso pieno del termine,
e quindi anche degna di essere considerata scientifica.
La medicina rischia quindi di (…) mutilarsi se aderisce
all’ideale oggettivistico. Una medicina che abbia
“cura” della persona non può essere meccanicista, ma
deve essere risolutamente umanistica. Essa non può
aderire a una visione della malattia come mero “guasto”
di una macchina umana, o come una perturbazione abnorme
dei parametri caratteristici dello stato di salute.
Come ha osservato Canguilhem, “la vita di un vivente riconosce
le categorie di salute e di malattia soltanto sul
piano dell’esperienza, che è innanzitutto un fatto affettivo,
e non sul piano della scienza. La scienza spiega l’esperienza
ma non l’annulla per questo”.

Giorgio Israel

© Copyright Il Foglio 23 febbraio 2010

Così Gladys ci ha insegnato a fissare Cristo. Una nuova meravigliosa testimonianza di Padre Aldo Trento

Leopardi definisce la bellezza femminile “raggio divino”. E ogni volta che mi avvicinavo al letto di Gladys, durante la sua lunga permanenza con noi, non ho potuto fare a meno di pensare alla poesia“cara Beltà”. Perché Gladys era bella. Non solo quando è arrivata qui, già affetta da un cancro che non ha avuto pietà di lei fino a ridurla pelle e ossa, in punto di morte. Osservandola ogni giorno percorrere il suo cammino verso il destino ultimo, vedevo con evidenza che Cristo la stava trasformando, restituendola a se stessa. Totalmente affidata alla Sua volontà, mi diceva: «Padre Aldo, c’è già un posto per me in paradiso». Un percorso non certo facile, ma che al contrario è stato lungo e doloroso, come testimonia la lettera che pubblichiamo. Quando all’inizio le diagnosticarono il cancro la sua reazione fu disperata, e solo quando arrivò qui da noi iniziò il miracolo della sua conversione. Per due lunghi anni ha dovuto percorrere per intero il cammino che porta alla grazia della fede, alla grazia di poter finalmente dire: «Tu, oh Cristo mio». Nelle ultime settimane di vita i suoi occhi si illuminavano solo davanti al volto di Gesù. Ogni volta che mi avvicinavo a lei con il Santissimo Sacramento voleva toccarlo e baciarlo, e io commosso avvicinavo l’ostensorio alle sue labbra.

Era il momento più bello del giorno, l’attimo in cui più della morfina riusciva a confortarla la vista del Signore. Ha vissuto i suoi ultimi giorni rivolta al volto di Cristo, e quando all’alba del 13 gennaio ha chiuso i suoi occhi neri, il suo viso, dopo anni di tensione, esprimeva la felicità e la pace di chi finalmente vive tra le braccia di quel Tu che fa sì che tutto sia positivo, persino il cancro. È morta quando aveva 23 anni, ed è stata davvero il mio “raggio divino”, il segno più potente in questi ultimi mesi del Mistero, della coscienza che l’uomo è “Io sono Tu che mi fai”.
Per questo, cari lettori, vi propongo la lettera scritta da Gladys una settimana prima di morire, e la testimonianza di una sua amica che soffre di depressione, e grazie all’amicizia con lei ha cominciato a pensare a sé con affetto e accetta ciò che prima le causava paura. Una malattia che diventa una grazia, una possibilità grande per dire: «Tu, oh Cristo mio».
P. Aldo


Mi chiamo Gladys Adriana Alonso Ucedo, ho 23 anni e ora sono nelle mani di Dio e della Vergine. Stavo seguendo un trattamento di cura qui in Paraguay, però siccome non avevo abbastanza risorse per sostenere le spese ho dovuto spostarmi in Argentina. Lì ho sofferto molto perché ero lontana dalla mia famiglia, e poi mi trattavano male perché sono paraguayana. Dopo un anno ho rischiato una forte depressione, sentivo la mancanza dei miei affetti e del mio paese. Ho deciso di tornare per cercare un’altra possibilità, e grazie a Dio e alla Vergine ho trovato questo paradiso. Perché per me questo è un paradiso. Non avrei mai pensato di trovare tanta pace, il mio cuore risuona di allegria tutti i giorni perché sono “al San Rafael”, questo luogo paradisiaco dove si respira la pace. Al San Rafael ho conosciuto Dio: qui mi sono convertita, ho capito cosa vuol dire avere Dio nel cuore, perché Lui è la luce che guida i miei passi, che mi aiuta a crescere, che fa sì che la mia fede aumenti, e mi mostra come uscire da questo stato di malattia! In questo ospedale c’è tanta tranquillità. E anche grazie all’aiuto di padre Aldo, che mi ha dato molta forza, ne sto uscendo. Per sentirsi felici e calmi l’unica cosa da fare è conoscere Dio, farsi colmare da Lui e seguire i suoi passi. Perché senza Dio non avrei questa gioia di vivere. Lui mi dà forza, allegria, felicità, e ciò che più conta mi dà questa tenera cetezza: che andrò migliorando sempre di più e che poi aiuterò la gente che ha bisogno di appoggio e che ha bisogno di Dio. Lui ci dà la cosa più importante che c’è in terra: l’amore. E anche se ho il dono della profezia e so tutti i disegni segreti di Dio, e se ho conoscenza di tutte le cose, e anche se ho tanta fede da essere capace di muovere le montagne, se ho tutte queste cose ma non ho l’amore, non sono niente. Amare vuol dire saper sopportare, essere gentile, non avere invidia né presunzione, evitare l’orgoglio, non essere egoista, non portare rancore. Amare significa non rallegrarsi mai delle ingiustizie, ma solo della verità. Amare vuol dire soffrire, credere, sperare, sopportare appieno. Corinzi 13.
Grazie all’amore che mia mamma mi dà ogni giorno, in ogni momento, e per l’amore immenso che mi dà Dio, sto lottando con la mia malattia e ce la sto facendo. Mi vogliono bene e lo dimostrano. Così come nella clinica, dove senza pensarci due volte mi danno tutto l’amore e l’affetto del mondo. È un luogo dove si respira pace, amore, pazienza, sicurezza, solidarietà. E l’affetto di padre Aldo.
Gladys


Ricordo come fosse ieri il momento del mio incontro con Gladys. Dopo una breve presentazione formale io non sapevo cosa dire, sono stati momenti di silenzio totale. Mi sentivo sconcertata e decisi, mentre la guardavo, che non sarei tornata a visitarla. Però quegli occhi pieni di vita e grati per il semplice fatto di aver passato un po’ di tempo con lei nei giorni successivi non mi lasciavano in pace.
Dopo quasi due settimane ho preso coraggio, ho lasciato da parte la mia paura e il disagio e in un momento di pausa dal lavoro mi sono seduta al suo fianco. Arrivata davanti al suo letto mi sono sentita accolta dai suoi occhi colmi di sorpresa per il fatto che ero tornata a farle visita. Ho cominciato a raccontarle dei miei giorni nella Casita di Belén e lei mi ha parlato di sé e mi ha chiesto dei massaggi alla gamba che le faceva male (aveva una trombosi). All’inizio io non sapevo come rispondere, ci provavo ma avevo paura di farle ancora più male a causa della mia inesperienza, e poi davanti a quella carne ferita mi sentivo davvero impotente. Lei si è resa conto che tremavo al solo pensiero di mettere le mie mani sulle sue gambe, e mi ha chiesto tra l’offeso e il deluso: «Hai paura di toccarmi?». Le ho risposto: «No, non ho paura di te. Ho paura di farti male perché non sono capace, ma se posso aiutarti, continuo». Così ho continuato a massaggiarle la gamba ogni volta che la andavo a trovare. In poco tempo è nata un’amicizia che avrei voluto non fosse mai terminata, e non nascondo che mi costa fatica parlare di questo
Un giorno è entrato padre Aldo col Santissimo Sacramento (era mezzogiorno, l’ora della Comunione) e Gladys appena lo ha visto ha smesso di piangere e ha iniziato a fissare l’ostensorio. Ha chiesto al padre di avvicinarlo e lo ha baciato. Dovevate essere lì per vedere come il suo sguardo era cambiato: non era più piegata su se stessa, sulla sua tristezza. Poi si è girata verso di me e mi ha detto, piena di letizia: «Se questo è ciò che Lui vuole, io vado avanti con quel che mi chiede. Se questa è la Sua volontà, io sono qui». Io allora le ho chiesto perdono per il mio comportamento, e le ho spiegato che volevo farle compagnia, che le volevo molto bene e che andavo a visitarla non per la gamba, ma perché pensavo: questa giovane ha un cancro allo stomaco, ha una trombosi alla gamba sinistra, non può muoversi, soffre moltissimo però ha uno sguardo pieno di certezza, di una fede che io non possiedo. Io ho vissuto la malattia di Gladys come un cammino verso Cristo, e la mia depressione come qualcosa che invece mi allontana da Lui. Volevo capire il segreto di quello sguardo, per poterlo avere anch’io. Le ho spiegato che non ero capace di farle compagnia, di aiutarla come lei mi aiutava. La mia depressione poteva iniziare a manifestarsi in qualsiasi momento, anche mentre mi trovavo in sua compagnia, come infatti era già successo. Alla fine le ho detto che se voleva non sarei mai più andata a disturbarla, per evitare di intristirla. Lei mi ha guardato con molta tenerezza e mi ha detto: «Chulina, nei tuoi occhi io non vedo la depressione. Vedo una bella ragazza con un bel sorriso e due occhi che sembrano dire ciò che non riesce a esprimere a parole. Io vedo quello che prova il tuo cuore, quando mi guardi, e mi sento amata. Trasmette il bene che provate per me, e questo mi commuove. Ti guardo e non vedo la tua depressione, ma gli occhi di una persona che cerca disperatamente Cristo. Non voglio che tu te ne vada, Chulina».
E così, a partire da quel giorno, ho passato con lei ogni momento libero della giornata: passavo con lei anche la notte, invece di andare a riposare. Ed ero sorpresa, mi rendevo conto che mi sentivo stanca fisicamente, ma con una grande gioia di vivere ogni istante, così com’era per lei che pure era costretta in quel letto. Il modo in cui Cristo la chiamava e il suo “sì” mi hanno educata ad accettare ciò che Lui ha scelto per me, per poter dire “sì” anche alla mia depressione. Ho “toccato con mano” una situazione drammatica che poteva portarmi alla disperazione, ma non l’ha fatto.

© Copyright Tempi

Il dolore, il piacere e l'inganno del relativismo. Se si manipola l'idea di malattia. di Carlo Bellieni

Nella giornata del malato una riflessione s'impone sul significato di malattia oggi. Infatti questa parola ha subito negli ultimi decenni un attacco formidabile; l'idea stessa di malattia è stata manipolata e stravolta tra opposti eccessi. È stato ampiamente denunciato dalla letteratura scientifica il disease mongering ("mercificazione della malattia"), in base al quale certi produttori di farmaci non esitano ad accreditare con accurate operazioni di marketing comuni fenomeni fisiologici (menopausa, timidezza e così via) come malattie, allo scopo di vendere farmaci, e "mentre prima la tradizione medica divideva gli stati di salute in normale e anormale, da questa operazione la definizione di malattia esce inevitabilmente arbitraria: è nell'interesse delle compagnie farmaceutiche allargare il range di ciò che è anormale per allargare il mercato" ("Plos Medicine", aprile 2008).
Così, malattia può diventare ogni stato di insoddisfazione che porta il soggetto a cercare esasperatamente terapie. Per tutti valga l'esempio della chirurgia estetica estrema, che viene giustificata proprio col fatto che il proprio aspetto sano ma non gradito sarebbe una vera e propria malattia. Addirittura una vita triste può essere considerata malattia, la cui terapia s'identifica con la fine della vita.
La malattia può essere anche negata, sotto la forza di pressioni sociali. Per esempio, negli anni Ottanta il movimento antipsichiatrico inglese sosteneva che il disagio mentale fosse dovuto a fattori sociali e non a difetti organici e lasciò senza cure valide migliaia di pazienti. C'è poi il caso di certi gruppi di disabili che preferiscono ritenersi semplicemente parte di una minoranza e non malati, come la donna sorda che per avere a ogni costo una figlia non udente si fece fecondare artificialmente dal seme di un soggetto sordo ("Cambridge Quarterly of Healthcare Ethics", 2010).
Ma perché il concetto di malattia è sotto questo attacco? La risposta si trova in Die fröhliche Wissenschaft ("La gaia scienza", 1882) di Friedrich Nietzsche, testo dirompente perché rivoluzionava l'idea stessa di scienza, proprio nell'epoca in cui essa era assurta a divinità. Il pensatore distrugge questo sacrario, in nome non di un'idea religiosa - la vera religione non ha mai avuto contrasti con la vera scienza, e Nietzsche infatti le aborrisce entrambe - ma di un profondo credo nell'assenza di significato delle cose: la scienza è nemica dell'uomo perché si basa sulla certezza che la realtà ha un significato: "Si vede che anche la scienza riposa su una fede, che non esiste affatto una scienza "scevra di presupposti". Questa incondizionata volontà di verità, che cos'è dunque? (...) Ebbene, si sarà compreso dove voglio arrivare, vale a dire che è pur sempre una fede metafisica quella su cui riposa la nostra fede nella scienza. Ma come è possibile, se proprio questo diventa sempre più incredibile, se niente più si rivela divino salvo l'errore, la cecità, la menzogna?". Insomma, non assistiamo più a una dittatura della scienza, come nell'epoca del positivismo; anzi, oggi governa la cultura una dittatura del relativismo scettico e antiscientifico che presuppone l'impossibilità di conoscere realmente e con certezza la natura, avendone smarrito il senso.
Ma se la realtà non è più una certezza e si piega all'umore del soggetto che la interpreta, anche la vita stessa si svuota di significato, e dunque di attrattiva, diventa pesante sin dalla culla, al punto che inevitabilmente ogni vita viene vista come una malattia. "L'uomo cancro del mondo" è uno degli slogan in voga nell'ambientalismo oltranzista; e negli studi scientifici sui trattamenti di fine vita echeggia talora il pessimismo filosofico, tanto che si trova a esergo di uno studio scientifico sulla sospensione delle cure ai bambini ("Archives de Pédiatrie", 2002) la drammatica frase di Giacomo Leopardi: "Se è un infortunio vivere, perché bisogna che il vivere si accanisca su di noi?".
Se il costume imperante è il relativismo che toglie senso al vivere, la malattia vera che genera una sofferenza indubitabile e inesorabile - e la nostra voglia di sconfiggerla - diventa paradossalmente l'unico fatto indubitabile e certo, e dunque in grado di svelarne l'inganno. Per questo i propugnatori del relativismo integralista cercano di renderne i confini nebulosi: forti dolori e grandi gioie (e la voglia di sconfiggere il dolore che ancora sappiamo riconoscere come tale) sono per loro un ostacolo in quanto fatti certi, che come tali non lasciano spazio a incertezze e dubbi relativisti.
Nelle Lettere di Berlicche Clive S. Lewis, simulando istruzioni di un vecchio diavolo a un demonio più giovane per fargli ottenere l'anima di un ragazzo, fa dire al primo: "La caratteristica dei Dolori e dei Piaceri è che non si può sbagliare sulla loro realtà e perciò, in quanto esistono, offrono all'uomo che li prova una pietra di paragone della realtà. Cinque minuti di genuino mal di denti rivelerebbero i dolori romantici per quell'assurdo che sono e metterebbe a nudo il tuo stratagemma".
La cultura contemporanea invece offusca i veri piaceri, lasciando libero accesso solo a quelli a pagamento, e illude di star bene quando si è malati (e viceversa), per offrire come legge all'uomo non più quella naturale, ma la legge del consumo. Per questo si cerca di rendere l'idea di malattia - così come quelle di piacere o di legge naturale - più impalpabile e vaga: per farci dimenticare la nostra natura di esseri finiti, ma desiderosi di Infinito in un mondo che abbassa le nostre aspettative e che per questo, come scriveva Thomas S. Eliot, lasciamo in preda a "usura, lussuria e potere". Cioè alle leggi di chi detta le mode e influenza i mercati.


(©L'Osservatore Romano - 12 febbraio 2010)

Il Papa: La Chiesa non può disattendere queste due opere essenziali: evangelizzazione e cura dei malati nel corpo e nello spirito

Messa per la Giornata mondiale del malato. Testo integrale dell'omelia del Papa

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’episcopato,
cari fratelli e sorelle!

I Vangeli, nelle sintetiche descrizioni della breve ma intensa vita pubblica di Gesù, attestano che egli annuncia la Parola e opera guarigioni di malati, segno per eccellenza della vicinanza del Regno di Dio. Ad esempio, Matteo scrive: “Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo” (Mt 4,23; cfr 9,35). La Chiesa, cui è affidato il compito di prolungare nello spazio e nel tempo la missione di Cristo, non può disattendere queste due opere essenziali: evangelizzazione e cura dei malati nel corpo e nello spirito. Dio, infatti, vuole guarire tutto l’uomo e nel Vangelo la guarigione del corpo è segno del risanamento più profondo che è la remissione dei peccati (cfr Mc 2,1-12). Non meraviglia, dunque, che Maria, madre e modello della Chiesa, sia invocata e venerata come “Salus infirmorum”, “Salute dei malati”. Quale prima e perfetta discepola del suo Figlio, Ella ha sempre mostrato, nell’accompagnare il cammino della Chiesa, una speciale sollecitudine per i sofferenti. Ne danno testimonianza le migliaia di persone che si recano nei santuari mariani per invocare la Madre di Cristo e trovano in lei forza e sollievo. Il racconto evangelico della Visitazione (cfr Lc 1,39-56) ci mostra come la Vergine, dopo l’annuncio dell’Angelo, non tenne per sé il dono ricevuto, ma partì subito per andare ad aiutare l’anziana cugina Elisabetta, che da sei mesi portava in grembo Giovanni. Nel sostegno offerto da Maria a questa parente che vive, in età avanzata, una situazione delicata come la gravidanza, vediamo prefigurata tutta l’azione della Chiesa a sostegno della vita bisognosa di cura.

Il Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, istituito 25 anni or sono dal Venerabile Giovanni Paolo II, è senza dubbio un’espressione privilegiata di tale sollecitudine. Il pensiero va con riconoscenza al Cardinale Fiorenzo Angelini, primo Presidente del Dicastero e da sempre appassionato animatore di questo ambito di attività ecclesiale; come pure al Cardinale Javier Lozano Barragán, che fino a pochi mesi fa ha dato continuità ed incremento a tale servizio. Con viva cordialità rivolgo, poi, all’attuale Presidente, Mons. Zygmunt Zimowski, che ha assunto tale significativa ed importante eredità, il mio saluto, che estendo a tutti gli officiali ed al personale che in questo quarto di secolo hanno lodevolmente collaborato in tale ufficio della Santa Sede. Desidero, inoltre, salutare le associazioni e gli organismi che curano l’organizzazione della Giornata del Malato, in particolare l’UNITALSI e l’Opera Romana Pellegrinaggi. Il benvenuto più affettuoso va naturalmente a voi, cari malati! Grazie di essere venuti e soprattutto della vostra preghiera, arricchita dall’offerta delle vostre fatiche e sofferenze. E il saluto si dirige poi agli ammalati e ai volontari collegati con noi da Lourdes, Fatima, Częstochowa e dagli altri Santuari mariani, a quanti seguono mediante la radio e la televisione, specialmente dalle case di cura o dalle proprie abitazioni. Il Signore Iddio, che veglia costantemente sui suoi figli, dia a tutti conforto e consolazione.

Due sono i temi principali che presenta oggi la liturgia della Parola: il primo è di carattere mariano e collega il Vangelo e la prima lettura, tratta dal capitolo finale del Libro di Isaia, come pure il Salmo responsoriale, ricavato dal cantico di lode a Giuditta. L’altro tema, che troviamo nel brano della Lettera di Giacomo, è quello della preghiera della Chiesa per i malati e, in particolare, del sacramento a loro riservato. Nella memoria delle apparizioni a Lourdes, luogo prescelto da Maria per manifestare la sua materna sollecitudine per gli infermi, la liturgia riecheggia opportunamente il Magnificat, il cantico della Vergine che esalta le meraviglie di Dio nella storia della salvezza: gli umili e gli indigenti, come tutti coloro che temono Dio, sperimentano la sua misericordia, che ribalta le sorti terrene e dimostra così la santità del Creatore e Redentore. Il Magnificat non è il cantico di coloro ai quali arride la fortuna, che hanno sempre “il vento in poppa”; è piuttosto il ringraziamento di chi conosce i drammi della vita, ma confida nell’opera redentrice di Dio. È un canto che esprime la fede provata di generazioni di uomini e donne che hanno posto in Dio la loro speranza e si sono impegnati in prima persona, come Maria, per essere di aiuto ai fratelli nel bisogno. Nel Magnificat sentiamo la voce di tanti Santi e Sante della carità, penso in particolare a quelli che hanno speso la loro vita tra i malati e i sofferenti, come Camillo de Lellis e Giovanni di Dio, Damiano de Veuster e Benedetto Menni. Chi rimane a lungo vicino alle persone sofferenti, conosce l’angoscia e le lacrime, ma anche il miracolo della gioia, frutto dell’amore.

La maternità della Chiesa è riflesso dell’amore premuroso di Dio, di cui parla il profeta Isaia: “Come una madre consola un figlio, / così io vi consolerò; / a Gerusalemme sarete consolati” (Is 66,13). Una maternità che parla senza parole, che suscita nei cuori la consolazione, una gioia intima, una gioia che paradossalmente convive con il dolore, con la sofferenza. La Chiesa, come Maria, custodisce dentro di sé i drammi dell’uomo e la consolazione di Dio, li tiene insieme, lungo il pellegrinaggio della storia. Attraverso i secoli, la Chiesa mostra i segni dell’amore di Dio, che continua ad operare cose grandi nelle persone umili e semplici. La sofferenza accettata e offerta, la condivisione sincera e gratuita, non sono forse miracoli dell’amore? Il coraggio di affrontare il male disarmati – come Giuditta –, con la sola forza della fede e della speranza nel Signore, non è un miracolo che la grazia di Dio suscita continuamente in tante persone che spendono tempo ed energie per aiutare chi soffre? Per tutto questo noi viviamo una gioia che non dimentica la sofferenza, anzi, la comprende. In questo modo i malati e tutti i sofferenti sono nella Chiesa non solo destinatari di attenzione e di cura, ma prima ancora e soprattutto protagonisti del pellegrinaggio della fede e della speranza, testimoni dei prodigi dell’amore, della gioia pasquale che fiorisce dalla Croce e dalla Risurrezione di Cristo.

Nel brano della Lettera di Giacomo, appena proclamato, l’Apostolo invita ad attendere con costanza la venuta ormai prossima del Signore e, in tale contesto, rivolge una particolare esortazione riguardante i malati. Questa collocazione è molto interessante, perché rispecchia l’azione di Gesù, che guarendo i malati mostrava la vicinanza del Regno di Dio. La malattia è vista nella prospettiva degli ultimi tempi, con il realismo della speranza tipicamente cristiano. “Chi tra voi è nel dolore, preghi; chi è nella gioia, canti inni di lode” (Gc 5,13). Sembra di sentire parole simili di san Paolo, quando invita a vivere ogni cosa in relazione alla radicale novità di Cristo, alla sua morte e risurrezione (cfr 1 Cor 7,29-31). “Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato” (Gc 5,14-15). Qui è evidente il prolungamento di Cristo nella sua Chiesa: è ancora Lui che agisce, mediante i presbiteri; è il suo stesso Spirito che opera mediante il segno sacramentale dell’olio; è a Lui che si rivolge la fede, espressa nella preghiera; e, come accadeva alle persone guarite da Gesù, ad ogni malato si può dire: la tua fede, sorretta dalla fede dei fratelli e delle sorelle, ti ha salvato.

Da questo testo, che contiene il fondamento e la prassi del sacramento dell’Unzione dei malati, si ricava al tempo stesso una visione del ruolo dei malati nella Chiesa. Un ruolo attivo nel “provocare”, per così dire, la preghiera fatta con fede. “Chi è malato, chiami i presbiteri”. In questo Anno Sacerdotale, mi piace sottolineare il legame tra i malati e i sacerdoti, una specie di alleanza, di “complicità” evangelica. Entrambi hanno un compito: il malato deve “chiamare” i presbiteri, e questi devono rispondere, per attirare sull’esperienza della malattia la presenza e l’azione del Risorto e del suo Spirito. E qui possiamo vedere tutta l’importanza della pastorale dei malati, il cui valore è davvero incalcolabile, per il bene immenso che fa in primo luogo al malato e al sacerdote stesso, ma anche ai familiari, ai conoscenti, alla comunità e, attraverso vie ignote e misteriose, a tutta la Chiesa e al mondo. In effetti, quando la Parola di Dio parla di guarigione, di salvezza, di salute del malato, intende questi concetti in senso integrale, non separando mai anima e corpo: un malato guarito dalla preghiera di Cristo, mediante la Chiesa, è una gioia sulla terra e nel cielo, è una primizia di vita eterna.

Cari amici, come ho scritto nell’Enciclica Spe salvi, “la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società” (n. 30). Istituendo un Dicastero dedicato alla pastorale sanitaria, la Santa Sede ha voluto offrire il proprio contributo anche per promuovere un mondo più capace di accogliere e curare i malati come persone. Ha voluto, infatti, aiutarli a vivere l’esperienza dell’infermità in modo umano, non rinnegandola, ma offrendo ad essa un senso. Vorrei concludere queste riflessioni con un pensiero del Venerabile Giovanni Paolo II, che egli ha testimoniato con la propria vita. Nella Lettera apostolica Salvifici doloris egli ha scritto: “Cristo allo stesso tempo ha insegnato all’uomo a far del bene con la sofferenza e a far del bene a chi soffre. In questo duplice aspetto egli ha svelato fino in fondo il senso della sofferenza” (n. 30). Ci aiuti la Vergine Maria a vivere pienamente questa missione.

Nel dolore è deposto un seme di eternità. di Gianfranco Ravasi

L'11 febbraio di 25 anni fa Giovanni Paolo II pubblicava la lettera apostolica Salvifici doloris, contenente una vasta e appassionata trattazione di uno dei temi più laceranti dell'esperienza umana, quello della sofferenza. I 31 paragrafi di quel documento erano intessuti di rimandi alla Bibbia, "il libro della storia dell'uomo" e quindi "il grande libro sul dolore", delineato in tutte le sue iridescenze oscure ma anche nei suoi squarci di luce e di speranza.
Certo, come affermava Thomas S. Eliot nei suoi Quattro quartetti: "people change, and smile: but the agony abides" ("la gente cambia, riesce a sorridere, ma l'agonia-lotta della sofferenza permane"). Essa è simile a una roccia contro la quale è facile anche sfracellarsi. Georg Büchner, uno dei più intensi scrittori dell'Ottocento tedesco, nel suo dramma La morte di Danton (1835) si chiedeva: "Perché soffro?". E concludeva: "Questa è la roccia dell'ateismo". Uno degli approdi estremi a cui può condurre l'esperienza del dolore, soprattutto del dolore innocente, è appunto quello della ribellione, dell'apostasia, del rifiuto di Dio e dell'uomo. Chi non ricorda quel passo dei Fratelli Karamazov dove Dostoevskij s'interroga: "Se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l'armonia eterna, che c'entrano i bambini? È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocchi pure a loro comprare l'armonia con la sofferenza".
Per millenni l'umanità ha cercato di scalare o spianare quella roccia. Già l'antica sapienza egizia registra la sconfitta della ragione con le emozionanti righe del "papiro di Berlino 3024" (2200 prima dell'era cristiana), significativamente intitolato dagli studiosi Dialogo di un suicida con la sua anima, dialogo che ha come approdo solo la morte vista come liberazione, guarigione, profumo di mirra, brezza dolce della sera, fior di loto che sboccia. L'accanimento della teodicea, cioè del tentativo di difendere Dio dall'attacco dell'"ateismo" che fa leva proprio sul dolore, ha dovuto sempre confrontarsi con le alternative lapidarie del filosofo greco Epicuro, così come ce le ha trasmesse lo scrittore cristiano Lattanzio nella sua opera De ira Dei (c. 13): "Se Dio vuol togliere il male e non può, allora è impotente. Se può e non vuole, allora è ostile nei nostri confronti. Se vuole e può, perché allora esiste il male e non viene eliminato da lui?".
È proprio attorno a questi dilemmi e soprattutto quando si entra nella regione tenebrosa della sofferenza personale che si confrontano le religioni e gli agnosticismi. Emblematica è l'affermazione del pensatore ateo francese Jean Cotureau: "Non credo in Dio. Se Dio esistesse, sarebbe il male in persona. Preferisco negarlo piuttosto che addossargli la responsabilità del male". E proprio per difendere Dio da questa accusa infamante, si è fatto di tutto nella storia dell'umanità, ricorrendo appunto a quella "teodicea" a cui sopra si accennava, percorrendo le strade più disparate, talvolta quasi impraticabili. Si è, così, ricorso al dualismo, introducendo - accanto al Dio buono e giusto - un'altra divinità negativa e ostile, un dio del male. Si è appellato alla cosiddetta "teoria della retribuzione", per altro ben attestata anche nella Bibbia: il binomio delitto-castigo ci invita a scoprire in ogni dolore un'espiazione di colpa, se non personale, almeno altrui (e così si cercherebbe di giustificare anche la sofferenza dell'innocente). Si riconoscerebbe, in tal modo, una sorta di funzione catartica al dolore. Per dirla con lo scrittore americano Saul Bellow, nel suo romanzo Il re della pioggia (1959), "la sofferenza è forse l'unico mezzo per rompere il sonno dello spirito".
Per altri sarebbe, invece, da imboccare la via pessimistica radicale: la realtà è strutturalmente negativa proprio per il suo limite creaturale (da spiegare sarebbe eventualmente la felicità!). Nel Mito di Sisifo (1942) lo scrittore Albert Camus osservava: "C'è un solo problema importante per la filosofia, il suicidio. Decidere, cioè, se metta conto di vivere o no". Per contrasto, non è mancata anche una lettura ottimistica altrettanto radicale della realtà per cui il male è solo un non-essere, un dato concettuale, un'apparenza da superare scoprendo la serenità profonda dell'essere. In questa luce si pongono le visioni panteistiche. In questa linea si collocano anche certe concezioni evoluzionistiche che considerano il dolore come il residuato di un mondo ancora imperfetto e in costruzione.
Anche la Bibbia si trova di fronte a questo mostro proteiforme che in tutte le culture, pur essendo tematizzato in modo astratto, è declinato soprattutto a livello esperienziale, individuale, sociale, cosmico. Sempre in agguato è il rischio della semplificazione teoretica o del dogmatismo ideologico, come è ben attestato dalla polemica di Giobbe nei confronti degli amici "teologi", capaci solo di "raffazzonare menzogne" intonacando i muri delle loro costruzioni ideali (13, 4), pronti a elaborare innocui "decotti di malva" (6, 6) e a rivelarsi come "consolatori fastidiosi" (16, 2). Proprio per questo la Bibbia non offre mai una teoria definitiva, unitaria e sistematica sul tema del male ma cerca di gettare luce su questo groviglio oscuro e soprattutto di individuare qualche itinerario di senso e di redenzione.
Proprio in capite alle Scritture c'è subito una considerazione che ribalta la tradizionale impostazione della teodicea. Prima di interpellare Dio per le sue "responsabilità", i capitoli 2-3 della Genesi ci invitano a interrogare l'uomo, la sua libertà e coscienza perché un'ampia porzione del male disseminato nella storia ha una precisa sorgente umana. In quelle due pagine, costruite a dittico, da un lato si delinea il progetto della creazione e della storia secondo il Creatore: armonia dell'umanità con Dio nel dialogo e nel comune "respiro" interiore (nishmat hajjim di 2, 7 è, di per sé, non tanto l'alito vitale ma la coscienza morale), armonia dell'umanità con le altre creature, simboleggiate negli animali, armonia dell'uomo col suo simile, incarnato nella donna, "carne della mia stessa carne" (2, 23).
D'altro lato, nel capitolo 3, ecco apparire il progetto alternativo ordito dall'uomo che ha deciso di definire in proprio "la conoscenza del bene e del male": Dio diventa un estraneo, relegato nel suo Eden trascendente; la terra è devastata e, ridotta a deserto, produce solo "spine e cardi" (3, 18); la donna, cioè il prossimo, è "dominata" dall'uomo che prevarica su di essa (3, 16). Le scelte libere umane, quando si pongono in contrasto con la morale trascendente, generano sofferenza, morte e male. È per questo che i sapienti di Israele ribadiscono con chiarezza la tesi della responsabilità umana: "Non dire: Mi sono ribellato per colpa del Signore, perché ciò che egli detesta non devi farlo (...) Egli da principio creò l'uomo e lo lasciò in balìa del suo volere (...) Egli ti ha posto davanti il fuoco e l'acqua: là dove vuoi stenderai la mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà" (Siracide, 15, 11-17).
Similmente il libro della Sapienza non esiterà ad affermare che "Dio non ha creato la morte e non gode della rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l'esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c'è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra" (1, 13-14).
Delineato questo primo percorso nell'orizzonte del male, non si può, però, ignorare un fatto che il filosofo francese Philippe Nemo ha definito come "l'eccesso del male": c'è, infatti, un male che "eccede" la pura e semplice responsabilità umana individuale e sociale. È significativo che questa locuzione sia stata coniata dal filosofo per un suo libro su Giobbe. Questo celebre personaggio biblico, protagonista di una delle opere più alte della stessa letteratura universale, si scontra appunto con un male assurdo, che non può essere riportato alle deviazioni morali dell'uomo né che può essere annullato nella tesi che gli "amici" - incarnazione della teologia tradizionale - gli oppongono come spiegazione risolutiva. Si tratta di quella "teoria della retribuzione" a cui sopra si è accennato e che altro non è che un ricorso al giudizio divino sulla responsabilità peccaminosa dell'uomo e, quindi, un rientro per altra via nel percorso precedentemente descritto.
Certo, arduo è definire quale sia il tracciato ideale di Giobbe il cui discorso procede in modo ramificato, poetico e simbolico. Ma è indubbio che egli, in pagine grondanti ribellione, protesta e interrogazione, dichiara che non è sufficiente l'uomo a spiegare un certo tipo di male: egli vuole, infatti, coinvolgere Dio in modo diretto nella soluzione del male enigmatico ed eccedente la ragione. E Dio accetta di deporre in questa sorta di processo al quale la vittima del male ha voluto fosse convocato. C'è un aspetto rilevante del male che non può essere "razionalizzato" e quindi Giobbe ha ragione nel protestare (si veda 42, 7): il male urla con tutto il suo scandalo contro la mente dell'uomo, il suo scandalo è accecante. Ma Dio rivela (è, quindi, frutto di una conoscenza che avviene su un altro "canale" di intuizione) all'uomo che esiste una 'esah (38, 2), cioè un "progetto", una razionalità trascendente, da mistero, superiore e totalizzante.
Giobbe, a questo punto, è contemporaneamente teso verso la rivolta e la disperazione a cui lo conduce "logicamente" la sua intelligenza di fronte all'"eccesso del male", ma è spinto anche verso la speranza e l'inno di lode a cui lo conduce "misticamente" la rivelazione divina, cioè la conoscenza di fede. È in questo territorio nuovo che può essere introdotto un altro percorso, quello che è aperto da una figura emblematica, il "Servo del Signore", presente nel libro di Isaia, in particolare nel capitolo 53, e ripreso dal Nuovo Testamento in chiave cristologica. C'è un male-dolore che piomba sul giusto - e qui siamo nell'ambito stesso di Giobbe - ma questa irruzione diventa sorgente di liberazione, vita e salvezza per gli altri: "Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti" (53, 5).
È interessante citare al riguardo un passo delle Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via di Franz Kafka perché illustra in modo "laico" questa comunione nel dolore come via per la crescita comune e la trasformazione solidale dell'umanità. "Tutte le sofferenze che sono attorno a noi dobbiamo patirle anche noi. Noi non abbiamo un solo corpo, ma abbiamo una crescita, e questo ci conduce attraverso tutti i dolori, in questa o quella forma. Come il bambino si evolve, attraverso tutte le età della vita, fino alla vecchiaia e alla morte (e ogni singolo stadio appare fondamentalmente irraggiungibile al precedente, sia nel desiderio che nella paura), così ci evolviamo anche noi (legati all'umanità non meno profondamente che a noi stessi) attraverso tutte le pene di questo mondo".
La strada di solidarietà delineata dal Servo del Signore ci prepara ad accostarci al Nuovo Testamento, in particolare ai Vangeli, ove il male sembra incombere come una presenza drammatica ma non tragica. Mai come in questo caso dobbiamo segnalare i limiti di questa nostra analisi che vuole solo indicare un tracciato da seguire poi all'interno dei testi e attraverso una ricerca ben più ampia e sistematica. È significativo un fatto: gli esegeti sono convinti che uno dei "protovangeli", cioè dei primi testi codificati - a noi non pervenuti ma ai quali attinsero gli evangelisti al punto tale da intravederne una presenza in filigrana ai loro racconti - dalla tradizione cristiana delle origini fu proprio una narrazione della passione e morte di Cristo. Il male fisico e morale, la morte e lo scandalo della sofferenza furono subito considerati centrali nell'annunzio cristiano, anche se illuminati dal fulgore della Pasqua. Diversamente dalle cosiddette "Vite degli eroi", molto popolari nel mondo greco-romano, il cristianesimo ha dato una prevalenza sorprendente proprio alla sconfitta del suo fondatore sotto l'impeto del male prima ancora di celebrarne i successi.
Questo aspetto è capitale all'interno della teologia dell'Incarnazione. L'Incarnazione è, infatti, la scelta di Dio - che per sua natura è oltre la morte, il dolore, il male - di penetrare e assumere in sé la sarx, cioè la "carne", il limite creaturale, così da condividerla e redimerla dall'interno. In Cristo, Dio e uomo, non si ha tanto la giustificazione o la decifrazione dello scandalo del male in un sistema ideologico o etico coerente. Si ha, invece, la condivisione per amore, che non è però una mera adesione eroica che ha come sbocco l'immolazione della croce, ultimo e conclusivo approdo. Proprio perché Cristo non cessa di essere Figlio di Dio, egli assumendo il male, il dolore e la morte lascia in essi un seme di divinità, di eternità, di luce, di salvezza. L'amore divino non ci protegge "da" ogni male ma ci sostiene "in" ogni male facendocelo superare.
L'esperienza del male rimane angosciante come un carcere. L'ingresso del Figlio di Dio in quel carcere segna una svolta: esso non è sbarrato per sempre, in un'immanenza che si consuma in se stessa, ma viene aperto per un "oltre". Questo "oltre" è illustrato in modo nitido sia attraverso i miracoli compiuti da Cristo sia attraverso la sua Pasqua. La Pasqua è l'inaugurazione di questo riscatto che dovrà distendersi passo per passo durante tutto l'itinerario della storia così da redimerla e far sì che il duello col male e la morte sia condotto a termine (1 Corinzi, 15, 54-57) e "Dio sia tutto in tutti" (15, 28). Alla meta della storia il cristianesimo pone la Pasqua universale umana e cosmica. Essa è stata inaugurata da Cristo con la sua sofferenza, morte e Pasqua. Allora si compirà quello che l'Apocalisse delinea nel suo affresco della Gerusalemme nuova e perfetta: "Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate" (21, 4). Mentre cammina nella storia, il cristiano non ignora il male e il dolore ma sa che in esso Dio - attraverso l'incarnazione del Figlio suo - ha deposto un seme di eternità e di salvezza che cresce silenzioso, per diventare "stelo, spiga e chicco pieno di spiga" (Marco, 4, 28).
Noi, però, vorremmo ora - molto più modestamente - indicare due conclusioni sulla base delle considerazioni finora sviluppate, pur consapevoli comunque del mistero che la sofferenza coinvolge. Eschilo nei Persiani pone l'eterna domanda che sale dal respiro di dolore dell'umanità: "Io grido in alto le mie infinite sofferenze, dal profondo dell'ombra chi mi ascolterà?" (v. 635). La prima considerazione vuole porre l'accento sulla simbolicità del dolore. Come è noto, il termine "simbolo" deriva dal greco syn-ballein, cioè "mettere insieme": è il tentativo di unire in sé più significati nella stessa realtà. Ebbene, la sofferenza è di sua natura simbolica; è, come dice il titolo di una suggestiva opera autobiografica della scrittrice americana Susan Sonntag, la metafora di un'esperienza più alta (Illness as metaphor, 1978). È indice di un "male oscuro" e radicale, per usare il titolo di un romanzo del nostro Giuseppe Berto (1964).
Kafka nei suoi Diari annotava: "Sono arrivato alla convinzione che la tubercolosi non sia una malattia particolare, un male degno di questo nome, ma soltanto una maggiore intensità del germe generale della morte, la mia ferita, della quale la lesione ai polmoni è solo un simbolo". Similmente, anche se con maggior enfasi, Gabriele D'Annunzio nel suo Libro segreto (1935) dichiarava: "So che le cause del mio male sono nell'oscurità del mio spirito che a poco a poco io rischiaro guarendomi. V'è, se io sono infermo, un fallo di armonia non solo nella mia carcassa ma nella mia anima. Ho in mente che qualcuno abbia considerato la malattia come un problema musicale. Ma forse son io quegli". La sofferenza non è mai solo fisica, ma coinvolge "simbolicamente" corporeità e spiritualità, la "carcassa" e l'"anima".
Essa può contemporaneamente generare disperazione e speranza, tenebra e luce; può essere distruzione e purificazione; riduce alla bestialità ma può anche trasfigurare, "distillando" come in un crogiuolo le capacità più alte, divenendo luminosità interiore e catarsi. Il grande mistico medievale Meister Eckhart (1260 ca.-1327) affermava che "nulla sa più di fiele del soffrire, nulla sa più di miele dell'aver sofferto; nulla di fronte agli uomini sfigura il corpo più della sofferenza, ma nulla di fronte a Dio abbellisce l'anima più dell'aver sofferto".
Proprio per questa dimensione simbolica del soffrire umano, l'approccio nei confronti del malato e del sofferente in genere non può essere parziale. Da un lato, è indubbia la necessità della terapia medica: dopo tutto, quasi metà del Vangelo di Marco è un racconto di guarigioni operate da Cristo al punto tale che un teologo, René Latourelle, ha scritto che "i Vangeli senza miracoli di guarigione sono come l'Amleto di Shakespeare senza il principe". D'altro lato, la pura biologicità e la tecnica asettica sono insufficienti ed esigono un incontro, un dialogo, un supplemento di umanità. Mai come nel dolore ci si accorge di non "avere" un corpo ma di "essere" un corpo che è segno di una realtà interiore più profonda. Sono suggestive dal punto di vista simbolico le citate narrazioni evangeliche delle guarigioni dei lebbrosi: come si diceva, contravvenendo tutti i divieti rituali e sanitari del tempo, Gesù "li tocca" e con questo gesto vuole quasi assumere su di sé il male, condividendone il peso e l'amarezza.
Mai come nel dolore l'uomo s'accorge della falsità delle parole di conforto dette in modo estrinseco e senza autentica partecipazione. Anzi, il malato scopre che, alla fine, egli rimane solo col suo male. È lo stesso Giobbe a descrivere in modo pittoresco e persino barocco questo isolamento quando scopre che "a mia moglie ripugna il mio alito, faccio schifo ai figli del mio ventre" (19, 17). Nel tempo del dolore la verità non riesce a patire contraffazioni.
È, allora, in questo momento che deve scattare una specie di alleanza tra paziente e medico - infermiere, parente, assistente, cappellano e così via - tra chi soffre e chi lo vuole sostenere. È questa la seconda considerazione che vogliamo proporre. Nel racconto biblico della creazione della donna si dichiara che l'uomo supera la sua solitudine solo quando trova "un aiuto che stia di fronte" (ke-negdô), che sappia quindi avere gli occhi negli occhi dell'altro, che non troneggi sopra la creatura come una divinità ma che non sia neppure inferiore e inetto come un animale.
Questa solidarietà è difficile da creare ma è indispensabile. La conoscenza tra chi cura e chi è curato dev'essere meno fredda e distaccata di quanto spesso accade: dev'essere fatta di comunicazione genuina, di dialogo, di ascolto, di verità detta con partecipazione. Il sofferente deve sentirsi rispettato anche nel momento della debolezza, quando il pianto inonda le sue guance ed è noto che esiste sempre un pudore nel mostrare le lacrime. Dev'essere aiutato a liberarsi dei condizionamenti di una cultura della "forza", di un "maschilismo" vanamente eroico e ad accettarsi anche nel tempo della prova, come affermava Baudelaire: "Signore, la migliore testimonianza che noi possiamo dare della nostra dignità è questo ardente singhiozzo che rotola di età in età e viene a morire ai bordi della tua eternità".
Anche Cristo di fronte alla notte della passione implora di essere liberato dal calice della sofferenza (Marco, 14, 36) e confessa di avere "l'anima triste fino alla morte" (Marco, 14, 34), scoprendo però con amarezza di non avere accanto la solidarietà affettuosa dei suoi discepoli: "Così non siete stati capaci di vegliare una sola ora con me?" (Matteo, 26, 40). Bisogna, allora, ribadire una parola tanto abusata ed equivocata, la cui vera declinazione nell'esistenza è sempre ardua, cioè l'amore. Solo se circondato d'amore, il malato riesce ad accettarsi e a superare anche il pudore che è la consapevolezza - come affermava il filosofo Max Scheler - di "un certo squilibrio, di una certa disarmonia tra il significato e le esigenze della sua persona spirituale, da una parte, e i suoi bisogni corporei, dall'altra".
In questa luce ci sembra suggestiva una parabola che vorremmo porre a suggello di queste riflessioni molto limitate su un orizzonte immenso e incandescente, incapaci di fissare in un profilo sintetico il volto proteiforme del male. Anche per il credente, il dolore rimane una cittadella il cui centro non può essere completamente espugnato. Come diceva il poeta cattolico francese Paul Claudel, "Dio non è venuto a spiegare la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza". A questo proposito ci affidiamo a una figura "laica" come lo scrittore Ennio Flaiano (1910-1972).
A lui era nata nel 1942 una figlia, Luisa, che già a otto anni aveva iniziato a rivelare un'encefalopatia epilettoide e che è vissuta fino al 1992, curata amorosamente dalla madre, Rosetta Flaiano. Ebbene, lo scrittore abruzzese nel 1960 aveva pensato a un romanzo-film di cui è rimasto solo l'abbozzo. In esso si immaginava il ritorno di Gesù sulla terra, infastidito da giornalisti e fotoreporter ma, come un tempo, attento solo agli ultimi e ai malati. Ed ecco, "un uomo condusse a Gesù la figlia malata e gli disse: io non voglio che tu la guarisca ma che tu la ami. Gesù baciò quella ragazza e disse: "In verità, quest'uomo ha chiesto ciò che io posso dare". Così detto, sparì in una gloria di luce, lasciando la folla a commentare i suoi miracoli e i giornalisti a descriverli".
La scena, come è evidente, si carica di tutta la tenerezza che, con pudore e amore, lo scrittore aveva riversato sulla sua creatura sofferente. In quell'uomo Flaiano vedeva se stesso che s'accostava a Gesù per chiedere non il prodigio ma il dono altissimo della condivisione e della comunione nella sofferenza. E forse, quando in una notte terribile dovette ricoverare la figlia tormentata dagli "orribili assalti del male che la torcevano e la irrigidivano, con una mano tesa verso l'alto", Flaiano padre implorò quel bacio sulla sua figlia, un bacio che certamente non fu negato.

DITE A RENZO CHE SONO FELICE. Vita quotidiana delle persone in stato vegetativo al Don Orione di Bergamo. di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

di Alessandro Gnocchi
e Mario Palmaro
Dite a Renzo che io sono felice”.
Renzo è un nome di fantasia,
però questa non è la scena madre di
un romanzo, è un commovente frammento
di realtà. E la realtà, quando
è così intima, va protetta e avvolta almeno
in quello che resta del pudore
al tempo delle leggi sulla privacy.
Renzo e la moglie, che gli ha mandato
a dire la sua felicità, non hanno bisogno
di un separé dietro cui nascondersi,
ma di un luogo in cui chiedere
e ricevere attenzione e rispetto.
Perché lei, che chiameremo Lucia,
gli ha fatto sapere della sua capacità
di amare e di essere felice pur trovandosi
in un letto, in quella condizione
che oggi la medicina chiama
“stato vegetativo”.
Detto più brutalmente, ma con meno
imprecisione di quanto si potrebbe
immaginare, Lucia è una delle
ventiquattro Eluana Englaro di cui attualmente
si occupa il dottor Giambattista
Guizzetti al Centro Don Orione
di Bergamo. Qui, dal 1996, è attivo
un reparto che accoglie malati in stato
vegetativo, stato di minima responsività
e locked in syndrome. Qui,
Eluana Englaro sarebbe stata magari
compagna di stanza di Lucia, appena
uscita da quel letargo che la medicina
ha esplorato solo in minima parte.
Sarebbe stata curata, rispettata e
amata come tutti gli altri pazienti. Su
questo, il dottor Guizzetti è chiaro.
“Qui i malati come Eluana trovano
posto e assistenza. Il suo caso non era
più grave di altri che assistiamo. Abbiamo
malati immobilizzati in un letto
e apparentemente inconsapevoli di
ciò che li circonda e malati in grado
di stare su una sedia a rotelle, di seguire
un discorso e farsi intendere.
Abbiamo persino avuto pazienti che
sono migliorati al punto tale da poter
tornare a casa”.
Tutto ciò Guizzetti lo spiega per venire
incontro allo stupore di chi,
quando si parla di stato vegetativo,
immagina corpi tenuti in vita artificialmente
e poi, con sorpresa, scopre
persone vive, in cui il soffio vitale, l’anima,
continua testardamente a dare
forma al corpo. Perché è proprio questo
che colpisce chiunque entri per la
prima volta in questo reparto del Don
Orione. E Guizzetti, che alterna linguaggio
e gesti professionali alla ruvidità
di un cattolicesimo bergamasco
sopravvissuto alla burocrazia invadente
dei piani pastorali, è lì ad
aspettare la constatazione che, puntualmente,
si disegna sulla faccia dell’interlocutore:
niente macchinari,
persone che spesso riescono a muoversi,
guardano, ascoltano o che, se
pure mostrano di non guardare o di
non ascoltare, vivono senza l’aiuto di
alcunché di artificiale. Testimoni di
un attaccamento così radicale tra anima
e corpo da mostrare che alla vita
umana esiste una sola alternativa: la
morte. Un attaccamento così intimo
da rendere palpabile che alla vita
umana non si contrappone alcuna sua
gradazione, alcuna “zona grigia”. Dopo
aver fatto il giro del reparto accompagnati
da Guizzetti, dopo aver visto
i suoi pazienti, i loro familiari, il
personale che li assiste, si comprende
che, anche nelle circostanze più dolorose
della vita, ci si può trovare davanti
solo a un uomo o a un cadavere:
tertium non datur. Una verità tanto
più palpabile davanti al letto di ognuno
dei pazienti del Don Orione di
Bergamo: quelli capaci di relazioni
evidenti come quelli raccolti in un silenzio
indecifrabile.
A causa della confusione terminologica
in materia, nel 1994 la “Multi-
Society Task Force” sullo stato vegetativo
persistente ha definito i criteri
necessari per diagnosticarlo. Una sequela
di definizioni in fondo alla quale
rimane sempre la sagacia del medico
a decidere. “E in ogni caso –
spiega Guizzetti – la questione dello
stato di coscienza, intesa come consapevolezza
di sé e come capacità di
sperimentare sensazioni, è molto controversa,
in quanto solleva questioni
etiche di grave importanza. Tutti i ragionamenti
che si fanno attorno a
questi malati, e in particolare quello
che vorrebbe riconosciuta la liceità
morale della sospensione dell’idratazione
e dell’alimentazione, si basano
su due affermazioni non dimostrate:
che in nessun momento questi pazienti
sono consapevoli di sé e dell’ambiente,
e che mai sono in grado di
provare dolore o sofferenza”.
Ed è qui che racconta la storia di
Lucia. Una campionessa di ciclismo
ricoverata dopo una caduta. Ospedale,
coma, poi stato vegetativo e, dunque,
dimissione da un luogo non attrezzato
per assisterla e curarla. “Per
capire fino in fondo quella dichiarazione
di felicità – spiega il medico –
bisogna raccontare un antefatto. Durante
una delle periodiche riunioni
con i familiari, una giovane volontaria
si è alzata e ha fatto un discorso
molto bello, ma sicuramente molto
difficile da accettare, parlando del
desiderio di felicità che permane nel
cuore di questi malati. Aveva sorpreso
persino me. Tanto che quando alcuni
rappresentanti del personale sono
venuti a dirmi che si trattava di un
discorso senza senso sbattuto in faccia
a gente che soffre ho dovuto rifletterci
un bel po’. Poi, durante la
settimana, abbiamo accompagnato
Lucia in un ospedale di Brescia per
tentare una cura che avrebbe contribuito
a rilassare la sua muscolatura
dandole sollievo. E lì è accaduto il fatto.
Inaspettatamente, Lucia ha ripreso
a parlare. E, ancora più inaspettatamente,
ha dato ragione a quella ragazza
che molti avevano scambiato
per una pazza insensibile alle ragioni
dei malati e dei loro familiari”.
“Dite a Renzo che io sono felice”.
Che non significa negare il dolore, ma
avergli trovato un posto nella propria
esistenza e chiedere che trovi un posto
anche in quella dei propri cari. E,
a ben guardare, è molto più duro, più
faticoso, più doloroso sulla bocca di
Lucia che su quello della giovane volontaria:
come lo è sempre la messa
in pratica di una teoria rispetto alla
sua enunciazione.
Se poi ci si avvicina a Lucia, se la
si vede sofferente – mentre i suoi familiari
spiegano: “Questa mattina era
allegra, faceva un sacco di battute,
adesso è stanca…” – si comprende
quanto sia eroico e insieme umanissimo
quel: “Dite a Renzo che io sono
felice”. E si tocca con mano quanto
sia straordinario quel composto di
anima e corpo e che è l’uomo. Dove
l’anima, intimamente legata alla materia
di cui è forma, contemporaneamente
ne è indipendente e non risente
delle sue condizioni. Sempre
presente a se stessa, intimità tanto
con un corpo in perfetta efficienza,
quanto in quello di una Eluana Englaro
o in quello di un nonno che dimentica
il proprio nome e non riesce
a maneggiare il telefonino.
Eppure, il pensiero moderno si è
dato il compito di separare anima e
corpo, ha fatto della creatura umana
un angelo o una bestia, ma non un uomo.
Ed è chiaro che, quando anima e
corpo non sono più legati, se ne può
fare quello che si vuole. Ma se l’anima
è imprendibile, il corpo può essere
imprigionato in qualsiasi lager:
quelli in cui viene segregato, torturato,
ucciso, e quelli in cui viene manipolato,
abortito, eutanasizzato.
In questo reparto della bella periferia
bergamasca che guarda verso le
colline della Maresana, il dottor Guizzetti
si occupa dei corpi proprio perché
sa che non possono sussistere
senza l’anima. Non è un laico che fa
onestamente il medico, ma un medico
che fa onestamente il cattolico. Per
questo non si pone obiettivi standard
in base ai quali decidere della sorte
di un suo simile, ma fa tutto quanto
gli è possibile come medico e come
credente perché i suoi malati stiano
ogni giorno il meglio possibile. “Nel
malato in stato vegetativo – dice – raramente
si può ottenere la guarigione.
E sappiamo bene che, col passare
del tempo, un tale esito diventa sempre
più improbabile. Nonostante questo,
utilizzando i mezzi ordinari a nostra
disposizione, cerchiamo di alleviare
la sofferenza e migliorare la
qualità della vita. Non si può sempre
guarire, evento raro in queste situazioni,
ma sempre si può ‘prendersi cura’.
Io penso che questo il medico lo
possa fare al meglio quando abbia risolto
e chiarito a se stesso il significato
del suo essere mortale, della sua finitezza.
Quando un uomo comprende
di essere una canna che si può spezzare
in ogni momento, comprende pure
che, davanti a un malato, non può
mai dire: non c’è più niente da fare.
Non c’è mai un momento nell’assistenza
ad un essere umano in stato
vegetativo in cui possiamo dire: basta
adesso possiamo fermarci. Si tratta
semplicemente di trovare la cosa giusta
da fare. L’etica del prendersi cura
si traduce nella ricerca e nell’applicazione
delle cose giuste, continuando
a stare vicino al paziente senza cadere
nell’errore dell’accanimento o
dell’abbandono terapeutico”.
E che cosa impara un uomo che vive
ogni giorno a fianco di suoi simili
in queste condizioni? “Vivendo qui –
risponde Guizzetti – ho compiuto una
scoperta straordinaria. Mi sono reso
conto che se io ho sete posso alzarmi
e bere un bicchiere d’acqua, se ho
caldo posso farmi aria con un foglio
di carta, se ho fame posso andare in
cucina a prendermi un panino. Io lo
posso fare e questi malati no. Questa
banalissima constatazione mi ha fatto
capire quanto gusto abbiano un bicchiere
d’acqua, un poco d’aria, un
pezzo di pane. Diventano regali meravigliosi
se penso che potrei non
averli più o che avrei potuto non averli
mai. Ho dovuto trovarmi davanti a
questi malati per capire di essere una
creatura a cui è stato donato tutto, anche
il frammento più piccolo di ciò
che ha e di ciò che è”.
Eccolo il centuplo promesso già su
questa terra a chi lascia tutto in nome
del Signore. Non consiste nella moltiplicazione
degli averi, ma nella moltiplicazione
del gusto per ciò che si è
disposti ad abbandonare e si ritrova.
Tutto diventa straordinario, se si pensa
che avrebbe potuto non esserci, così
come è straordinario tutto ciò che
si salva da un naufragio. E le creature
sono proprio questo, degli esseri
salvati dal naufragio del nulla. Se solo
capissero questo, se solo non si incaponissero
nell’idea di essere i facitori
di se stessi, se solo si abbandonassero
all’idea di non poter disporre
del proprio essere rimettendolo nelle
mani di chi lo ha tratto dal niente, sarebbero
in grado di gustare la propria
vita per il centuplo.
“Dite a Renzo che io sono felice”:
sette parole che riassumono il senso
di ogni esistenza, anche di coloro che
non hanno neppure un raffreddore. E
lì, a raccoglierle ci può essere chiunque,
tanto un medico come Guizzetti,
quanto qualcuno che non ne comprende
il senso. In ogni caso, sono
dette: “Dite a Renzo che io sono felice”.
Sette parole che hanno avuto la
possibilità di essere pronunciate solo
perché qualcuno si è chinato su un
corpo apparentemente inanimato e lo
ha curato.
Bisogna passare almeno qualche
ora, magari come volontario, qui ai
piedi dei colli bergamaschi della Maresana.
Può fare solo bene, specialmente
ai giovani, che per loro ardimentosa
natura sono portati ad ammirare
il fisico eccezionale che stabilisce
il primato mondiale dei cento
metri piani piuttosto che ad accarezzare
quello del compagno di classe ridotto
su una sedia a rotelle. Ma farà
sicuramente bene anche agli adulti di
ogni età. Oltre a essere un meritorio
atto di carità, una visita a luoghi e
persone come questi può indurre
pensieri cha aiutano a mutare il proprio
orizzonte.
Qui, per esempio, si può intuire
quanto sia vero che, per amare completamente
Dio, un’anima ha bisogno
di tutto l’aiuto del corpo di cui è forma.
Ma, quel corpo, come insegna san
Bernardo di Chiaravalle, deve essere
privo di angustie, deve avere trovato
anch’esso compimento nella gloria.
Davanti al lavoro quotidiano di medici,
infermieri e volontari del Don
Orione diviene evidente che la cura
di un corpo malato, in qualche modo,
è la figurazione di quanto ci è necessario
per la vera beatitudine: la pacificazione
amorosa di un corpo e dell’anima
che lo abita.
Ma tutto questo, si obietterà, è mistica,
è qualcosa che ha poco a che fare
con la vita dei poveri mortali. E’ vero,
è la descrizione del quarto grado
dell’amore, quello supremo, che san
Bernardo racconta nel “De diligendo
Deo”. E’ mistica, ma proprio per questo
è qualcosa di molto concreto e riguarda
tutti.

Il Foglio 13 gennaio 2010

Se la tv famelica e impicciona fa divo il malato terminale. ALLUCINANTE PROPOSTA DI « MUMMIFICAZIONE » DA UN’EMITTENTE INGLESE

UMBERTO F OLENA
hi vuol esser
« C Imhotep? » . Eccolo il titolo azzeccato, evocante la ' Mummia', per il prossimo progetto editoriale dell’emittente britannica Channel 4, che con Fulcrum Tv ha deciso di abbandonare i programmi trash, la tv spazzatura, per darsi alla didattica. Ed insegnare ai telespettatori i segreti dell’imbalsamazione.
State pensando a simpatici animaletti, tipo uccellini e roditori? Quanta poca fantasia. Imbalsamazione vuol dire
mummia, e mummia vuol dire Egitto, con i segreti custoditi per secoli dai sacerdoti, che usavano sostanze da poco individuate, comprese rare resine provenienti dal remoto Oriente. Un professore è sicuro di averne carpito ogni segreto; e di esser pronto a ripetere l’esperimento. Nel suo laboratorio? Certo. Ma anche, perché no, in un studio televisivo. Davanti al gentile pubblico.
Non essendo disponibile alcun faraone, Channel 4 ha rivolto un appello a un malato terminale, consapevole del suo stato, e deciso ad offrirsi volontario per essere mummificato secondo le antiche costumanze egizie, donando quindi il
proprio corpo a un museo.
E allora, chi vuol esser Imhotep? Nel film, la procedura di imbalsamazione è piuttosto brutale; ma è un film dell’orrore. Channel 4 e Fulcrum Tv garantiscono che aspetteranno che il volontario muoia per conto suo; ma cercano un malato terminale anche perché la produzione deve poter contare su tempi certi, che diamine.
Non possono certo aspettare che muoia e quello non muore mai… ne va del palinsesto. Quindi: un volontario che si sbrighi a morire. E un volontario, uno che non pretenda di essere pagato, pur contribuendo a fare audience, ossia a raccogliere pubblicità. Ma forse il ' compenso' è l’imbalsamazione gratuita e la possibilità, per i parenti, di mettersi in fila al museo ( avranno uno sconto speciale?) e ammirare l’estinto. Una soddisfazione.
Richard Belfield, di Fulcrum Tv, ha ammesso: « Potrà sembrare un po’ macabro » . Ma come gli sarà venuto un simile pensiero? Noi invece non vediamo l’ora né vogliamo perderci neanche un dettaglio, in nome della più spietata real tv: l’eviscerazione, ad
esempio. Gli organi interni umani hanno sempre un che di misterioso che ad esempio le trasmissioni sulla chirurgia estetica non svelano, non andando oltre lo strato di grasso che frigge e si scioglie dei grandi obesi in differita. Prosegue l’ineffabile Belfield: « Abbiamo mummificato una gran quantità di maiali per controllare che la procedura funzioni » . A questo punto il malato terminale che aspira al ruolo di Imhotep si sente tranquillo: l’uomo non è un prosciutto, è vero, ma se con un maiale funziona… Contiamo di poter seguire il programma in alta definizione, in dolby surround, magari in 3D; assaporando un hamburger al sangue o un piatto di trippa alla parmigiana.
Naturalmente stiamo facendo dell’ironia, speriamo abbastanza pesante. Tv senza pudore, guardona, impicciona, famelica, cinica. Che ingaggia un quasi morto per farne un divo televisivo guadagnandoci sopra, con il pretesto della scienza. Ci vorrebbe lui, il perfido e letale Imhotep… Risvegliati, Imhotep, e vieni a sgranocchiarteli tutti. Meglio se in diretta.


Avvenire 12 gennaio 2010

Massimiliano Amolini, Uomo Vivo, racconta la sua vita - Da oltre diciannove anni su un letto ma... che vita!!!



Quella che vi propongo oggi è la lettura di un bellissimo libro scritto dal sacerdote cattolico Luigi Bresciani e che riguarda la vita del mio amico Massimiliano Amolini.

"Dal coma alla vita - L'uomo vivente è gloria di Dio" è un volume che deve far parte della nostra biblioteca, ma soprattutto il suo contenuto deve far parte della nostra testa e del nostro cuore.

Massimiliano, giovane forte ed esuberante al punto giusto, simpatico tanto ma tanto, un giorno di diciannove anni fa si tuffa nel Lago di Garda e purtroppo si rompe la colonna vertebrale. Passa mesi in stato vegetativo, quello stato vegetativo da cui esce grazie all'amore dei genitori ed in particolare alla vicinanza fisica e affettuosa della mamma (ma non che il babbo sia da meno, credetemi! E' uno spettacolo vederli tutti e due!) per affrontare una nuova vita in cui Maxi non molla e non cede di un millimetro.

E' un travaglio anche la storia della sua fede, che dopo la prova esce rafforzata e consolidata.

Conosco Massimiliano perché mia moglie, nel suo primo anno di insegnamento, lo ebbe come alunno al Centro di Formazione Professionale S.C.A.R. di Tormini di Roè Volciano (BS), a pochi chilometri dal paese dove Massimiliano vive (e non vivacchia!), Carpeneda di Vobarno (BS). Mi ha dato il modo di conoscerlo e le sono molto grato. Poi è diventato amico dei nostri amici.

Questo libro bellissimo di cui consiglio la lettura (è semplice, è chiaro, è immediato, è evidente) è la risposta a chi crede che una vita come quella di Maxi non sia vita. Un'unghia di Massimiliano è molto, molto più viva di noi tutti messi insieme! Massimiliano è un punto di riferimento per tutti, decidono di prendere la penna e la carta in mano per lui fior di cardinali e patriarchi. Smuoverebbe le montagne, se fosse necessario.

E' anche la risposta a chi vuole far credere che dallo stato vegetativo non si possa uscire. Balla più grossa non esiste.

Io e mia moglie e tutti i nostri amici siamo molto grati a Maxi e alla sua famiglia di onorarci della loro amicizia e di farci dono della loro fede semplice e buona. Vorremmo trasmetterne un po' a tutti, per cui vi parliamo di Massimiliano. E comunque gli vogliamo bene e siamo amici, ed è questo che conta.

Il libro si può chiedere al nostro amico Massimiliano scrivendo a questo indirizzo email:

piccolo.atomo@alice.it

il costo è di € 10,00 cui andrà aggiunta una piccola somma per le spese postali.

A titolo esemplificativo, vi metto le immagini delle belle lettere giunte a Massimiliano dal cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica di San Pietro, e dal Vescovo della sua diocesi, Brescia.

MA CHE STRANA MAIALA. Perché lo spaventoso virus che doveva appestare mezzo mondo finora non è stato così spaventoso. Polemiche previsioni fantozziane

di Roberto Volpi
La storia è nota. E inizia a marzo di
quest’anno, in Messico. E’ lì, nell’area
della capitale, una delle aree
più compromesse della terra dal punto
di vista ambientale, tra mega allevamenti
disumanamente intensivi di
suini che a loro volta rappresentano
l’epicentro dei rischi di quell’area disastrata,
che fa la sua prima apparizione
il virus A/N1H1. Una apparizione
a un tempo cruenta e controversa.
Cruenta perché i morti sembrano
tantissimi già dal primo giorno. Controversa
perché le cifre subito sparate
sui morti vengono via via ridimensionate.
Non alcune centinaia ma,
sembra, una cinquantina. Il virus viene
dai volatili, il grande serbatoio virale,
passa ai suini e da questi all’uomo.
Indi, variamente ricombinato,
dall’uomo all’uomo, direttamente,
grazie a un salto di specie che non è
da tutti (i virus).
L’undici giugno l’OMS dichiara la
“pandemia universale” con il passaggio
alla fase sei, quella di massima allerta
sanitaria. E i giochi – ecco là –
sono bell’e fatti.
Anche in Italia già in molti, per la
verità, facevano il tifo per questa soluzione.
Sui giornali, anzi, sembrava
proprio che non si aspettasse altro. Ci
si chiedeva perché l’OMS indugiasse,
mentre il virus intanto iniziava a
compiere il giro del mondo. L’OMS
per la verità ha indugiato assai poco,
un battito di ciglia, ma a ogni modo il
problema erano i morti. Perché va
bene che il virus viaggiava, attraversava
gli oceani, veniva segnalato in
un numero sempre maggiore di paesi.
Ma erano i morti che scarseggiavano,
e senza un congruo numero di
morti come si poteva passare alla
massima allerta sanitaria possibile
immaginabile? Si passa, si passa.
Evocando, più che conteggiando. E
infatti è stato tutto un citare la celeberrima
spagnola che non si è più
fermato e che non recede neppure di
fronte alla dura realtà di cifre che,
per quanto gonfiate, non sono che
bruscolini rispetto all’allarme sollevato,
agli scenari poco meno che apocalittici
evocati (e a volte sembrava
perfino invocati, da tanto che si davano
per vicini e inevitabili), al mostruosamente
fantozziano delle raccomandazioni
che hanno cominciato
a piovere da tutte le parti sulla testa
di incolpevoli cittadini che non erano
più padroni di accendere il televisore,
di sfogliare un quotidiano, una rivista,
di entrare in Internet, senza trovarsi
accerchiati da ogni parte, come
una carovana di pionieri nel far west
alle prese con frenetici indiani ululanti
e sparacchianti da tutte le posizioni,
da decaloghi tutti eguali di consigli
e ammonimenti medico-sanitari
e previsioni di immancabili amarissimi
destini nell’eventualità che quei
consigli e quegli ammonimenti fossero
stati non si dica ignorati ma anche
soltanto abbracciati senza la dovuta
convinzione.
Non c’è stato quotidiano, non c’è
stato settimanale, non c’è stato magazine
che non abbia proposto il suo
bel libriccino sulla nuova influenza,
del tipo “dieci consigli per non ammalarsi”
o venti per prevenire o cinquanta
per proteggersi dalla peste
suina, quest’ultima qualificata nel
frattempo come influenza, e neppure
suina, poi marchiata con tanto di codice
scientifico-virologico (A/N1H1), e
in ultimo ricondotta alla sua essenza
primordiale, neutra, micidiale: A,
senza tanti fronzoli. E, del resto, volete
mettere A con, poniamo, B o peggio
ancora I? Ve la immaginate un’influenza
I? Da morire dal ridere. E invece
dire A è già dire tutto. Anzi, meglio,
niente. Perché intanto che non
passava trasmissione televisiva dove
non riuscisse a intrufolarsi qualche
chiacchiera sull’influenza, di questa
A non si riusciva a capire, tra profluvi
di allarmi previsioni e consigli, un
beneamato tubo, se si può dir così. Insomma,
era o non era un’influenza? E
se era un’influenza, perché tutto
quello schieramento in servizio permanente
effettivo di virologi, infettivologi,
assessori regionali alla sanità,
epidemiologi dell’Istituto Superiore
di Sanità, e naturalmente vario personale
governativo, sempre affacciati
a qualche balcone televisivo? Si
era mai visto niente di simile per
un’influenza, e sia pure considerando
che alla nostra televisione di influenza
si comincia a parlare quando
ancora dalle spiagge non sono del
tutto evacuati i vacanzieri settembrini?
La spagnola, sissignori. Ancora lei.
Si trovava sempre il modo, per quanto
obliquamente, di associare l’influenza
A alla spagnola (altra pandemia,
peraltro, mitica come poche altre,
essendo le stime dei morti da essa
provocati lievitate nel tempo come
soufflé, riuscendo a passare da alcuni
milioni su su fino a 100 milioni di
morti, roba che se non smettono di
farle, le stime, diventano più i morti
di spagnola degli abitanti del secondo
decennio del Novecento, quando
imperversò). E l’associazione con la
spagnola non appariva neppure così
improponibile, dato che di un’influenza
stagionale si sa pressappoco
come evolve e cosa comporta, ma di
un’influenza come la A, arrivata direttamente
dai maiali con un salto
acrobatico di specie, cosa mai si poteva
sapere? Simulazioni sulle possibilità
diffusive del virus presentate a
importanti convegni si spingevano come
niente fosse fino ai 20 milioni di
contagi in Italia e perfino oltre. E
dunque, hai visto mai?
E così via col vaccino. Ma proprio
via, nel senso di più veloci della luce.
L’OMS era ancora lontanissima dal
portare al massimo il livello di allerta
che già in un meeting del 19 maggio
analizzava la situazione sotto il
profilo delle capacità produttive del
nuovo vaccino, stimando in 5-6 mesi
da allora il tempo necessario alla
produzione e distribuzione del nuovo
vaccino e optando per una campagna
con due vaccini antinfluenzali. I colossi
del settore, dalla Big Farma alla
Aventis alla Merck, non si sono certo
fatti pregare, per loro si aprivano
le porte di un paradiso di miliardi e
miliardi di euro.
In passato, questa la giustificazione
addotta per tanta fretta, sembra
che i vaccini non fossero mai stati disponibili
in quantità sufficienti nei
tempi giusti per riuscire a contenere
la morbosità e la mortalità in corso di
pandemia – e ciò per quanto un vaccino
per l’anno dopo venga “tarato”
sul virus dell’anno prima. Confesso di
non essermene accorto, sarà perché
non sono un consumatore di vaccini.
E comunque, che non avesse a succedere
anche questa volta con l’influenza
A. E invece proprio questo è
successo. Perché l’influenza A è stata
più “veloce” del previsto – è stata la
giustificazione. Fatto sta che il vaccino
è risultato disponibile quando in
una parte del mondo l’ondata influenzale
era già trascorsa e in un’altra,
come la nostra, aveva già raggiunto
il suo massimo e si apprestava
a entrare nella fase discendente.
Ma ben altre sorprese che non il
relativo ritardo doveva riservarci il
vaccino, peraltro venuto alla luce tra
non pochi dubbi circa la congruità
delle sperimentazioni e la sua presunta
innocuità (tanto che la Swissmedic,
l’autorità elvetica sui farmaci,
ha deciso di non autorizzare il
Pandemrix, prodotto dalla Skf, a causa
della presenza, in esso, di un adiuvante
ritenuto pericoloso).
La prima sorpresa è stata quella
della men che lieve mortalità associata
all’influenza A. La seconda
quella di un tasso di vaccinazione
che si stenterebbe a credere così basso
dopo tutto il can-can mediatico e il
clima peggio che di allarmismo, di
terrorismo quasi, che ha dominato la
scena per mesi.
Cominciamo da questa seconda
sorpresa. A oggi, in Italia il personale
medico e socio-sanitario, il primo
chiamato a vaccinarsi, si è vaccinato
nella misura del 14,6 per cento. Le fasce
a rischio, dalle donne in gravidanza
ai bambini piccoli, sono ricorse
alla vaccinazione in proporzioni
ancora minori e di pochissimo superiori
al 10 per cento. Il numero delle
persone vaccinate in cifre assolute è
inferiore alle 700 mila, a fronte del
quale stanno 24 milioni di dosi di vaccino
già acquistate. Cifre che suonano
come campane a morto per autorità
sanitarie, virologi e infettivologi,
strateghi e comunicatori, a cominciare
da Topo Gigio che ogni volta che
passa in televisione viene voglia di tirargli
contro una scarpa.
La seconda sorpresa sta nel fatto
che la mortalità dell’influenza A è almeno
cinquanta volte, dicasi almeno
cinquanta, inferiore alla mortalità di
una comune influenza stagionale. Ormai
quasi tutti, epidemiologi e autorità
sanitarie, stanno convenendo che
mai si era vista un’influenza tanto
blanda. Il ministro Fazio, dopo un bel
po’ d’indecisioni iniziali, ha chiarito
più volte che si trattava di un’influenza
come o perfino più blanda di
un’influenza stagionale. Ma non ha
mai lasciato neppure balenare un divario
del genere, l’avesse fatto le persone
si sarebbero guardate attonite
negli occhi le une con le altre e si sarebbero
vicendevolmente interrogate
su che cavolo di bisogno c’era allora
di scatenare tutto quel po’ po’ di
putiferio. E probabilmente l’avrebbero
mandato a quel paese.
Ora, a proposito di quel che sarà, si
può certo dire che nessuno ha la sfera
di cristallo, ma ciò che sconcerta è
che sempre si assiste a un susseguirsi
di previsioni “ufficiali” fosche se
non addirittura catastrofiche, che
puntualmente vengono smentite, ed è
dire poco, dalla realtà. E dunque è
l’atteggiamento che non funziona, è il
modello interpretativo, è il paradigma
di riferimento scientifico e culturale
cui si richiamano istituzioni, autorità
e agenzie sanitarie che fa acqua
e invece di aiutarle le mette puntualmente
sulle strade sbagliate.
Strade che infatti continuano a battere
imperterrite, senza ricavare, così
almeno sembrerebbe, alcuna lezione
da quel che succede.
La più formidabile lezione da ricavare
da questa storia è invece proprio
la seguente: che le due sorprese
appena indicate non sono scindibili,
ma le due facce di una stessa realtà.
Per intenderci: la diffusione dell’influenza
A ha toccato il suo massimo
per poi intraprendere la china discendente,
sempre con una mortalità
prossima allo zero assoluto, in completa
assenza di vaccini e di vaccinati.
Qui sta il quanto. Ora, che nessuno
– istituzioni e ministro, agenzie e assessori
– mostri di volere associare
questi due elementi – un’influenza
raccontata come spaventosa che spaventosa
non si è dimostrata affatto e
un vaccino agognato come salvifico
che un po’ non ha avuto tempo di arrivare
e un po’ è stato snobbato alla
grande nonostante tutte le raccomandazioni
– è qualcosa che non depone
a favore dell’apertura mentale di
quanti sono deputati alla protezione
della nostra salute. Né fa prevedere
alcunché di buono e di diverso alla
prossima occasione. Dunque prepariamoci:
alla prossima sarà ancora la
stessa solfa. Del resto, ecco la dichiarazione
di uno dei massimi esponenti
dell’establishment scientifico-sanitario,
l’epidemiologo dell’ISS Giovanni
Rezza: “La realtà è che da questa
crisi abbiamo imparato due lezioni.
La prima è che gli opposti estremismi,
allarmismo e negazionismo, sono
controproducenti. La seconda è che
dobbiamo imparare a produrre i vaccini
più rapidamente per prevenire
situazioni più gravi”.
Un po’ di umiltà, non guasterebbe.
I tecnici dell’Istituto Superiore di Sanità
condannano l’allarmismo che loro
per primi hanno sollevato e il negazionismo
che proprio non si è sentito,
e che comincia ad alzare la testa
solo adesso a, come diciamo in Toscana,
“pappa scodellata”. I grandi
giornali hanno schierato sin dall’inizio
commentatori di vario conio sulle
tracce dell’influenza A, ma tra di loro
di negazionisti neppure a parlarne;
più allarmisti dell’OMS semmai,
anche se ora è tutto un interrogarsi:
non sarà che abbiamo ingigantito
qualcosa che sta tra il niente e il comune
raffreddore?
Il fatto è che per negazionismo all’ISS,
nelle agenzie e nei circoli medico-
scientifici intendono tutto quel
che non si allinea con le loro analisi,
non ne sposa le previsioni, non ne
condivide la filosofia che è sempre e
inesorabilmente quella di apprestare
cannoni per sparare contro qualsivoglia
moscerino, ogni volta contrabbandato
come un elefante che
minaccia di entrare, se già non c’è entrato,
nella cristalleria. E i cannoni
sono in occasioni come questa i vaccini,
in altre gli screening, in altre test
ovviamente ultramoderni e ultrasensibili,
oltre che infallibili, in altre
ancora pillole e strumentazione varia
del prima del dopo e del durante per
impedire che le ragazzine incorrano
in gravidanze indesiderate. E i cannoni
nelle cristallerie fanno più danni
che altro, segnatamente quando i
moscerini sono moscerini e non elefanti.
Perché, dunque, non c’è più alcuna
misura nella sanità, nel mondo medico,
nel sistema medico-sanitario in
tutte le sue articolazioni ed espressioni,
e meno ancora ce n’è quando si
parla e si agisce sul terreno della prevenzione?
Ecco la domanda delle domande.
Ecco su cosa ci si dovrebbe
interrogare a fondo. Anche perché il
vizio di allarmare, riproponendo di
continuo lo schema allarme superato
uguale allarme rinnovato, non abbandona
mai la scena. L’influenza A non
è più in ascesa ma comincia a regredire?
Ecco subito approssimarsi all’orizzonte
la polvere sollevata dagli zoccoli
delle possibili, cattive, mutazioni
del virus. Le mutazioni non allignano,
non mostrano di diffondersi? Ecco allora
levarsi, sempre all’orizzonte, il
fumo dall’accampamento della possibile
seconda ondata dell’influenza,
data praticamente per certa. Una seconda
ondata quando un virus è in
rotta, in ritirata? Quando si è già
espresso, ha già dato? Ma quando
mai? Ah, sì, la spagnola, sempre lei.
Fu la spagnola a progredire per ondate.
Tre, addirittura. Ma non venne a
rimorchio e nel pieno della Prima
guerra mondiale – la spagnola? E non
si mischiò con le spaventose condizioni
generali delle popolazioni di
quel tempo e di quella guerra? E le
popolazioni di allora non avevano, anche
a non considerare la terribile
guerra, una speranza di vita poco più
alta della metà di quella di adesso?
Insomma, non è forse vero che non c’è
alcun possibile paragone tra la capacità
di resistenza alle malattie infettive
di allora e quella di oggi, moltiplicata
in popolazioni come la nostra
per dieci o meglio ancora per cento?
Certo che è vero, cosicché ogni riferimento
alla spagnola è in sé fuorviante.
E infatti loro, i non allarmisti,
vi ricorrono così, tanto per fare. Tanto
per non allarmare.

Il Foglio 16 dic. 2009