DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Il Papa: L'annuncio del Mistero Pasquale si realizza nei sacramenti. Insieme sono il centro della missione dell Chiesa e dei presbiteri

Benedetto XVI e la missione di santificare dei sacerdoti


Catechesi all'Udienza generale in piazza San Pietro


CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 5 maggio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell'Udienza generale in piazza San Pietro e dedicato alla missione di santificare gli uomini affidata ai sacerdoti.



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Cari fratelli e sorelle,

domenica scorsa, nella mia Visita Pastorale a Torino, ho avuto la gioia di sostare in preghiera davanti alla sacra Sindone, unendomi agli oltre due milioni di pellegrini che durante la solenne Ostensione di questi giorni, hanno potuto contemplarla. Quel sacro Telo può nutrire ed alimentare la fede e rinvigorire la pietà cristiana, perché spinge ad andare al Volto di Cristo, al Corpo del Cristo crocifisso e risorto, a contemplare il Mistero Pasquale, centro del Messaggio cristiano. Del Corpo di Cristo risorto, vivo e operante nella storia (cfr. Rm 12, 5), noi, cari fratelli e sorelle, siamo membra vive, ciascuno secondo la propria funzione, con il compito cioè che il Signore ha voluto affidarci. Oggi, in questa catechesi, vorrei ritornare ai compiti specifici dei sacerdoti, che, secondo la tradizione, sono essenzialmente tre: insegnare, santificare e governare. In una delle catechesi precedenti ho parlato sulla prima di queste tre missioni: l'insegnamento, l'annuncio della verità, l'annuncio del Dio rivelato in Cristo, o — con altre parole — il compito profetico di mettere l'uomo in contatto con la verità, di aiutarlo a conoscere l'essenziale della sua vita, della realtà stessa.

Oggi vorrei soffermarmi brevemente con voi sul secondo compito che ha il sacerdote, quello di santificare gli uomini, soprattutto mediante i Sacramenti e il culto della Chiesa. Qui dobbiamo innanzitutto chiederci: Che cosa vuol dire la parola «Santo»? La risposta è: «Santo» è la qualità specifica dell'essere di Dio, cioè assoluta verità, bontà, amore, bellezza — luce pura. Santificare una persona significa quindi metterla in contatto con Dio, con questo suo essere luce, verità, amore puro. È ovvio che tale contatto trasforma la persona. Nell'antichità c'era questa ferma convinzione: Nessuno può vedere Dio senza morire subito. Troppo grande è la forza di verità e di luce! Se l'uomo tocca questa corrente assoluta, non sopravvive. D'altra parte c'era anche la convinzione: Senza un minimo contatto con Dio l'uomo non può vivere. Verità, bontà, amore sono condizioni fondamentali del suo essere. La questione è: Come può trovare l'uomo quel contatto con Dio, che è fondamentale, senza morire sopraffatto dalla grandezza dell'essere divino? La fede della Chiesa ci dice che Dio stesso crea questo contatto, che ci trasforma man mano in vere immagini di Dio.

Così siamo di nuovo arrivati al compito del sacerdote di «santificare». Nessun uomo da sé, a partire dalla sua propria forza può mettere l'altro in contatto con Dio. Parte essenziale della grazia del sacerdozio è il dono, il compito di creare questo contatto. Questo si realizza nell'annuncio della parola di Dio, nella quale la sua luce ci viene incontro. Si realizza in un modo particolarmente denso nei Sacramenti. L'immersione nel Mistero pasquale di morte e risurrezione di Cristo avviene nel Battesimo, è rafforzata nella Confermazione e nella Riconciliazione, è alimentata dall'Eucaristia, Sacramento che edifica la Chiesa come Popolo di Dio, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo (cfr. Giovanni Paolo II, Esort. ap. Pastores gregis, n. 32). È quindi Cristo stesso che rende santi, cioè ci attira nella sfera di Dio. Ma come atto della sua infinita misericordia chiama alcuni a «stare» con Lui (cfr. Mc 3, 14) e diventare, mediante il Sacramento dell'Ordine, nonostante la povertà umana, partecipi del suo stesso Sacerdozio, ministri di questa santificazione, dispensatori dei suoi misteri, «ponti» dell'incontro con Lui, della sua mediazione tra Dio e gli uomini e tra gli uomini e Dio (cfr. po, 5).

Negli ultimi decenni, vi sono state tendenze orientate a far prevalere, nell'identità e nella missione del sacerdote, la dimensione dell'annuncio, staccandola da quella della santificazione; spesso si è affermato che sarebbe necessario superare una pastorale meramente sacramentale. Ma è possibile esercitare autenticamente il Ministero sacerdotale «superando» la pastorale sacramentale? Che cosa significa propriamente per i sacerdoti evangelizzare, in che cosa consiste il cosiddetto primato dell'annuncio? Come riportano i Vangeli, Gesù afferma che l'annuncio del Regno di Dio è lo scopo della sua missione; questo annuncio, però, non è solo un «discorso», ma include, nel medesimo tempo, il suo stesso agire; i segni, i miracoli che Gesù compie indicano che il Regno viene come realtà presente e che coincide alla fine con la sua stessa persona, con il dono di sé, come abbiamo sentito oggi nella lettura del Vangelo. E lo stesso vale per il ministro ordinato: egli, il sacerdote, rappresenta Cristo, l'Inviato del Padre, ne continua la sua missione, mediante la «parola» e il «sacramento», in questa totalità di corpo e anima, di segno e parola. Sant'Agostino, in una lettera al Vescovo Onorato di Thiabe, riferendosi ai sacerdoti afferma: «Facciano dunque i servi di Cristo, i ministri della parola e del sacramento di Lui, ciò che egli comandò o permise» (Epist. 228, 2). È necessario riflettere se, in taluni casi, l'aver sottovalutato l'esercizio fedele del munus sanctificandi, non abbia forse rappresentato un indebolimento della stessa fede nell'efficacia salvifica dei Sacramenti e, in definitiva, nell'operare attuale di Cristo e del suo Spirito, attraverso la Chiesa, nel mondo.

Chi dunque salva il mondo e l'uomo? L'unica risposta che possiamo dare è: Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, crocifisso e risorto. E dove si attualizza il Mistero della morte e risurrezione di Cristo, che porta la salvezza? Nell'azione di Cristo mediante la Chiesa, in particolare nel Sacramento dell'Eucaristia, che rende presente l'offerta sacrificale redentrice del Figlio di Dio, nel Sacramento della Riconciliazione, in cui dalla morte del peccato si torna alla vita nuova, e in ogni altro atto sacramentale di santificazione (cfr. po, 5). È importante, quindi, promuovere una catechesi adeguata per aiutare i fedeli a comprendere il valore dei Sacramenti, ma è altrettanto necessario, sull'esempio del Santo Curato d'Ars, essere disponibili, generosi e attenti nel donare ai fratelli i tesori di grazia che Dio ha posto nelle nostre mani, e dei quali non siamo i «padroni», ma custodi ed amministratori. Soprattutto in questo nostro tempo, nel quale, da un lato, sembra che la fede vada indebolendosi e, dall'altro, emergono un profondo bisogno e una diffusa ricerca di spiritualità, è necessario che ogni sacerdote ricordi che nella sua missione l'annuncio missionario e il culto e i sacramenti non sono mai separati e promuova una sana pastorale sacramentale, per formare il Popolo di Dio e aiutarlo a vivere in pienezza la Liturgia, il culto della Chiesa, i Sacramenti come doni gratuiti di Dio, atti liberi ed efficaci della sua azione di salvezza.

Come ricordavo nella santa Messa Crismale di quest'anno: «Centro del culto della Chiesa è il Sacramento. Sacramento significa che in primo luogo non siamo noi uomini a fare qualcosa, ma Dio in anticipo ci viene incontro con il suo agire, ci guarda e ci conduce verso di Sé. (...) Dio ci tocca per mezzo di realtà materiali (...) che Egli assume al suo servizio, facendone strumenti dell'incontro tra noi e Lui stesso» (S. Messa Crismale, 1 aprile 2010). La verità secondo la quale nel Sacramento «non siamo noi uomini a fare qualcosa» riguarda, e deve riguardare, anche la coscienza sacerdotale: ciascun presbitero sa bene di essere strumento necessario all'agire salvifico di Dio, ma pur sempre strumento. Tale coscienza deve rendere umili e generosi nell'amministrazione dei Sacramenti, nel rispetto delle norme canoniche, ma anche nella profonda convinzione che la propria missione è far sì che tutti gli uomini, uniti a Cristo, possano offrirsi a Dio come ostia viva e santa a Lui gradita (cfr. Rm 12, 1). Esemplare, circa il primato del munus sanctificandi e della giusta interpretazione della pastorale sacramentale, è ancora san Giovanni Maria Vianney, il quale, un giorno, di fronte ad un uomo che diceva di non aver fede e desiderava discutere con lui, il parroco rispose: «Oh! amico mio, v'indirizzate assai male, io non so ragionare... ma se avete bisogno di qualche consolazione, mettetevi là... (il suo dito indicava l'inesorabile sgabello [del confessionale]) e credetemi, che molti altri vi si sono messi prima di voi, e non ebbero a pentirsene» (cfr. Monnin A., Il Curato d'Ars. Vita di Gian-Battista-Maria Vianney, vol. i, Torino 1870, pp. 163-164).

Cari sacerdoti, vivete con gioia e con amore la Liturgia e il culto: è azione che il Risorto compie nella potenza dello Spirito Santo in noi, con noi e per noi. Vorrei rinnovare l'invito fatto recentemente a «tornare al confessionale, come luogo nel quale celebrare il Sacramento della Riconciliazione, ma anche come luogo in cui “abitare” più spesso, perché il fedele possa trovare misericordia, consiglio e conforto, sentirsi amato e compreso da Dio e sperimentare la presenza della Misericordia Divina, accanto alla Presenza reale nell'Eucaristia» (Discorso alla Penitenzieria Apostolica, 11 marzo 2010). E vorrei anche invitare ogni sacerdote a celebrare e vivere con intensità l'Eucaristia, che è nel cuore del compito di santificare; è Gesù che vuole stare con noi, vivere in noi, donarci se stesso, mostrarci l'infinita misericordia e tenerezza di Dio; è l'unico Sacrificio di amore di Cristo che si rende presente, si realizza tra di noi e giunge fino al trono della Grazia, alla presenza di Dio, abbraccia l'umanità e ci unisce a Lui (cfr. Discorso al Clero di Roma, 18 febbraio 2010). E il sacerdote è chiamato ad essere ministro di questo grande Mistero, nel Sacramento e nella vita. Se «la grande tradizione ecclesiale ha giustamente svincolato l'efficacia sacramentale dalla concreta situazione esistenziale del singolo sacerdote, e così le legittime attese dei fedeli sono adeguatamente salvaguardate», ciò non toglie nulla «alla necessaria, anzi indispensabile tensione verso la perfezione morale, che deve abitare ogni cuore autenticamente sacerdotale»: c'è anche un esempio di fede e di testimonianza di santità, che il Popolo di Dio si attende giustamente dai suoi Pastori (cfr. Benedetto XVI, Discorso alla Plenaria della Congr. per il Clero, 16 marzo 2009). Ed è nella celebrazione dei Santi Misteri che il sacerdote trova la radice della sua santificazione (cfr. po, 12-13).

Cari amici, siate consapevoli del grande dono che i sacerdoti sono per la Chiesa e per il mondo; attraverso il loro ministero, il Signore continua a salvare gli uomini, a rendersi presente, a santificare. Sappiate ringraziare Dio, e soprattutto siate vicini ai vostri sacerdoti con la preghiera e con il sostegno, specialmente nelle difficoltà, affinché siano sempre più Pastori secondo il cuore di Dio. Grazie.

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]

Sette ragioni per dire che il primo è anche l'ultimo. I sacramenti e la risurrezione

di Inos Biffi

Specialmente nel tempo pasquale, quando lo sguardo della Chiesa è rivolto con particolare intensità a Gesù risorto e assiso alla destra del Padre, ci è dato di comprendere l'origine e il senso dei sacramenti. Affidarsi, per una loro rinnovata intelligenza, alle varie e attuali filosofie del simbolo, o alle riflessioni sulla naturale ritualità dell'uomo, variamente assunte lungo la storia, significherebbe percorrere una via inconcludente, e persino deviante.
I sacramenti cristiani non trovano giustificazioni all'interno della natura umana; non valgono per una loro coerenza con la sua inclinazione cultuale: se mai un confronto possa valere, esso sarebbe in ogni caso secondario.
La genesi dei sacramenti, il loro fondamento e la loro possibilità provengono radicalmente dall'intenzione di Cristo che li ha istituiti e dalla sua attualità gloriosa.
I sacramenti - a partire dall'Eucaristia - sono essenzialmente atti del Signore assiso alla destra del Padre, segni e impronta della sua signoria.
Né per questo si attenua l'opera storica di Gesù e, quindi, il suo sacrificio sul Calvario. Al contrario, proprio a motivo della sua gloria l'azione salvifica di Cristo e la sua immolazione possono risaltare nella loro singolare e inesausta efficacia.
Se Gesù Cristo non fosse risuscitato, nessun suo gesto sarebbe risultato valido per la redenzione: tutta la sua esistenza sarebbe apparsa precaria e, come ogni altra, si sarebbe fatalmente dissolta nel flusso del tempo, lasciando spazio solo a un rammarico senza speranza.
Al contrario, la vita di Cristo, e in particolare il suo sacrificio in croce, avvenuti nel tempo, furono sottratti alle effimere vicissitudini della temporalità, bisognosa di sempre nuove energie che ne riparino la precarietà e ne rimedino l'esaurimento. E infatti - secondo il grandioso messaggio della Lettera agli Ebrei - l'evento del Calvario fu un evento "celeste", "spirituale", "glorioso".
Il suo compiersi storico, a differenza del sacrificio levitico, terreno, carnale e quindi dalle risorse esauribili e provvisorie, fu capace di perenne e insolubile validità, per la gloria che lo attraversava e lo costituiva. Non sarebbe esatto pensare che tale gloria si sia aggiunta in un tempo successivo al suo sacrificio dapprima puramente terreno. In realtà, essa era intrinseca a questo sacrificio, avvenuto certamente nella storia, ma in una storia intimamente trasfigurata in gloria.
La Chiesa può celebrare l'Eucaristia come sacramento del sacrificio della croce proprio perché questo è stato "storicamente" un sacrificio glorioso e ora, dalla destra del Padre, Gesù gli conferisce garanzia e presenza nel corso del tempo che ancora scorre per noi.
Da Gesù assiso alla destra del Padre provengono l'Eucaristia e gli altri sacramenti che la irradiano. Ogni forma di presenza sacramentale di Cristo è dono del Risorto e quindi reale inizio di una comunione con la sua gloria.
"Chi è l'autore dei sacramenti - si chiedeva sant'Ambrogio - se non il Signore Gesù?", e continuava, riferendosi in particolare all'Eucaristia ma nella prospettiva di tutti "i misteri dei cristiani (mysteria christianorum)": "Questi sacramenti sono venuti dal cielo, poiché ogni disegno riguardo ad essi è dal cielo" (De sacramentis, iv, 4, 13).
Per capire questo occorre avere una concezione esatta della condizione gloriosa di Gesù.
Mentre la cronologia significa l'incompiutezza, la mobilità, l'incertezza, il divenire, il Cristo risorto rappresenta il compimento e la definitività.
L'ora della sua croce è l'ora della sua gloria (Giovanni, 12, 23 e seguenti). Una volta che Gesù è innalzato da terra, si avvera "il giudizio di questo mondo" e "il principe di questo mondo" è "gettato fuori" (Giovanni, 12, 31), mentre nel trionfo di Cristo, Principati e Potenze sono privati della loro forza (Colossesi, 2, 15)
In questa sua elevazione egli solleva e attrae tutti e tutto a sé (cfr. Giovanni, 12, 32).
Allora diviene Signore del cielo, della terra e degli inferi (cfr. Filippesi, 2, 16), collocato "al di sopra di ogni Principato e potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione e di ogni nome che viene nominato non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro" (Efesini, 1, 21). E, sempre perché glorificato, si aprì come fonte dello Spirito (Giovanni, 7, 39).
Ma Gesù, con la sua esaltazione, non ha dato l'avvio a un'altra temporalità. Ha invece creato una dimensione totalmente differente rispetto a questa, conteggiata dalla cronologia, ossia la dimensione escatologica, disposta - si direbbe - tra il tempo e l'eternità. San Tommaso parlerebbe di "evo (aevum)", o di "eternità partecipata (quaedam aeternitas participata)" (1 Sententiarum, 8, 2, 2, c): dimensione che trascende assolutamente il tempo e lo include, che lo "sovrasta" e vi è "imminente".
Per quanto la successione cronologica si estenda e si prolunghi, essa non giungerà mai a oltrepassare, o anche solo ad adeguare, i confini dell'escatologia che irraggiungibilmente comprende - anzi "precomprende" - tutta la storia, per quanto possa indefinitamente estendersi.
È il senso della signoria di Gesù - il Primo e l'Ultimo (Apocalisse, 22, 13) - che con la sua gloria si trova incessantemente presente nel fluire del tempo e nel succedersi della nostra storia ci associa al suo inesauribile sacrificio con la sua grazia perenne.
Tutti i sacramenti sono il frutto della gloria di Cristo, l'impronta viva del Crocifisso risuscitato. Essi vengono da un altro mondo. Sono l'Èschaton - ossia Gesù risuscitato - che opera nel tempo: proprio a motivo di questo Èschaton i gesti del Signore sono attinti nella loro irrepetibile e inesauribile attualità salvifica.
I sacramenti non nascono da questo mondo. Come del resto la vita cristiana più autentica e vera appartiene al mondo di "lassù", come scrive Paolo, che così esorta i Colossesi: "Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo è seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. La vostra vita è nascosta con Cristo in Dio" (Colossesi, 3, 1-3).
Per rinnovare l'intelligenza dei sacramenti non tanto si deve ricercare una più sottile e seducente filosofia o antropologia, quanto si deve ripensare la sostanza stessa della fede cristiana, e tenere la riflessione fissa sulle "cose di lassù", esistenti quaggiù solo in labile immagine.


(©L'Osservatore Romano - 17 aprile 2010)