DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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L'assedio sconfitto del leone ruggente. La Pasqua e il demonio

di Inos Biffi

Il tempo pasquale, dedicato alla contemplazione del mistero di Cristo risorto da morte, si rivela specialmente propizio a una riflessione sul demonio, "il principe di questo mondo" che, proprio nell'ora del suo innalzamento sulla croce, Gesù ha "gettato fuori" (Giovanni, 12, 31). Veramente, non tutti i teologi prestano attenzione al demonio. Alcuni lo giudicano una specie di fantasma inquietante, creato da un sospetto immaginario, con una sua utilità repressiva, ma in ogni caso segno di una mentalità antiquata che fatica a scomparire. Per altri il demonio si riduce a un'idea generica e sintetica di Male, a cui indebitamente si attribuisce una consistenza reale e personale.
Di tutt'altro avviso appare Gesù Cristo, che non ha affatto ridotto il diavolo al prodotto di una fantasia malata o inquieta, ma lo ha preso molto sul serio, ingaggiando un implacabile conflitto contro di lui durante tutta la sua la vita e abbattendolo nella passione e risurrezione.
Anzitutto, Gesù offre del diavolo una precisa definizione: "omicida fin dal principio", "menzognero e padre della menzogna", nel quale "non c'è verità" e a cui la falsità appartiene in proprio (cfr. Giovanni, 8, 44). Definito in questi termini, il diavolo appare chiaramente come l'Antitesi e l'Oppositore di Cristo, che si presenta come la Verità e la Vita (Giovanni, 14, 6) e che con ulteriore precisazione fa risalire l'opera omicida e menzognera del diavolo al "principio", riportandoci così alla Genesi e al "serpente antico, che si chiama diavolo", com'è detto nell'Apocalisse (12, 9).
Scrive sant'Ambrogio: "Il demonio non seppe mantenere la grazia ricevuta ed ebbe invidia dell'uomo per il fatto che, plasmato col fango, fu scelto per abitare in paradiso" (De paradiso, 12, 54). Ma nei raggiri del Serpente, che circuisce l'uomo appena creato è in atto una cospirazione contro Gesù, mirante a seminare la diffidenza e a minare la fede. Quella di minare la fede in Cristo è, infatti, la sua azione propria.
Se il demonio è l'Antitesi e l'Oppositore di Cristo, non sorprende che questi nella sua vita se lo ritrovi d'attorno intento a distaccare persino lui, il Figlio di Dio fatto uomo, dal disegno del Padre. Ma ogni mira in questo senso risulterà vana. L'avvicinarsi della morte è sentita da Gesù come una venuta del "principe del mondo" che però "contro di me non può nulla" (Giovanni, 14, 30).
Vale per il demonio quanto sant'Ambrogio afferma della morte nel suo inno pasquale Hic est dies verus Dei: la morte si è autodistrutta. Essa, nel tentativo di mordere la preda, cioè il corpo di Cristo, messole dinanzi con sottile tranello, ne ha ingoiato letalmente l'amo, restando, insieme, avviluppata nella sua stessa rete. Altrove aveva scritto: "Il modo migliore per spezzare il laccio teso dall'inganno del diavolo era quello di mostrare al diavolo la preda - appunto il corpo di Cristo - affinché, slanciandosi d'impeto su di essa, si impigliasse nella sua stessa rete" (Expositio evangelii secundum Lucam, iv, 12).
Quanto al traditore, Giuda, diviene il luogo della inabitazione di Satana. Nell'imminenza della Pasqua, l'ultima di Gesù con i suoi apostoli, "Satana - è detto in Luca - entrò in Giuda, detto Iscariota" (Luca, 22, 2), mentre, secondo Giovanni, è il diavolo che "ha messo in cuore a Giuda di tradirlo", (Giovanni, 13, 2); e lo stesso evangelista noterà che "dopo il boccone Satana entrò in lui" (Giovanni, 13, 27).
Avversario di Cristo e vinto da lui nella sua morte e risurrezione, il demonio non cesserà di essere l'avversario dei suoi discepoli. In questi termini parlerà la i Lettera di Pietro: "Vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare" (1 Pietro, 5, 8); d'altronde è possibile, come constata Paolo, perdersi "dietro Satana" (1 Timoteo, 5, 15).
Come il demonio ha cospirato contro la vita di Gesù, così non mancherà di architettare inganni contro coloro che "custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù" (Apocalisse, 12, 17), e di impiegare tutte le sue energie per osteggiarli. È il messaggio dell'Apocalisse, profezia e raffigurazione delle peripezie della Chiesa, accanitamente insidiata e perseguitata dal drago nel tempo presente, prima della venuta finale del Signore Gesù e del definitivo trionfo dell'Agnello.
"Chi si affida a Dio, non ha paura del diavolo", dichiara sant'Ambrogio (De sacramentis, v, 4, 30), che giunge a dire: "Dove il diavolo dà battaglia, là Cristo è presente. Dove il diavolo pone l'assedio, là, chiuso tra gli assediati, sta Cristo a difendere la cerchia delle mura spirituali" (Expositio Psalmi cXVIii, 20, 51). Per quanto le macchinazioni diaboliche possano essere pericolose e aggressive, essi "lo hanno vinto grazie al sangue dell'Agnello" (Apocalisse, 12, 11).
Su questa vittoria si fondano la forza e la serena speranza dei discepoli del Signore. Se dalla fede - e con buona pace di alcuni teologi - essi sanno con assoluta certezza che il demonio esiste, che è il tentatore, e che opera talora in modo sconcertante, non per questo si lasciano prendere dalla sua ossessione o invadere dallo spavento.
Vigilano, invece, e pregano, certi di essere già partecipi della vittoria pasquale di Gesù, che adesso prosegue in loro.
E non senza affidarsi agli angeli, particolarmente a quelli che hanno servito Gesù dopo le prove del diavolo nel deserto, anche se si deve riconoscere che agli angeli in generale quei medesimi teologi non stanno rendendo facile la vita.


(©L'Osservatore Romano - 23 aprile 2010)




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Sette ragioni per dire che il primo è anche l'ultimo. I sacramenti e la risurrezione

di Inos Biffi

Specialmente nel tempo pasquale, quando lo sguardo della Chiesa è rivolto con particolare intensità a Gesù risorto e assiso alla destra del Padre, ci è dato di comprendere l'origine e il senso dei sacramenti. Affidarsi, per una loro rinnovata intelligenza, alle varie e attuali filosofie del simbolo, o alle riflessioni sulla naturale ritualità dell'uomo, variamente assunte lungo la storia, significherebbe percorrere una via inconcludente, e persino deviante.
I sacramenti cristiani non trovano giustificazioni all'interno della natura umana; non valgono per una loro coerenza con la sua inclinazione cultuale: se mai un confronto possa valere, esso sarebbe in ogni caso secondario.
La genesi dei sacramenti, il loro fondamento e la loro possibilità provengono radicalmente dall'intenzione di Cristo che li ha istituiti e dalla sua attualità gloriosa.
I sacramenti - a partire dall'Eucaristia - sono essenzialmente atti del Signore assiso alla destra del Padre, segni e impronta della sua signoria.
Né per questo si attenua l'opera storica di Gesù e, quindi, il suo sacrificio sul Calvario. Al contrario, proprio a motivo della sua gloria l'azione salvifica di Cristo e la sua immolazione possono risaltare nella loro singolare e inesausta efficacia.
Se Gesù Cristo non fosse risuscitato, nessun suo gesto sarebbe risultato valido per la redenzione: tutta la sua esistenza sarebbe apparsa precaria e, come ogni altra, si sarebbe fatalmente dissolta nel flusso del tempo, lasciando spazio solo a un rammarico senza speranza.
Al contrario, la vita di Cristo, e in particolare il suo sacrificio in croce, avvenuti nel tempo, furono sottratti alle effimere vicissitudini della temporalità, bisognosa di sempre nuove energie che ne riparino la precarietà e ne rimedino l'esaurimento. E infatti - secondo il grandioso messaggio della Lettera agli Ebrei - l'evento del Calvario fu un evento "celeste", "spirituale", "glorioso".
Il suo compiersi storico, a differenza del sacrificio levitico, terreno, carnale e quindi dalle risorse esauribili e provvisorie, fu capace di perenne e insolubile validità, per la gloria che lo attraversava e lo costituiva. Non sarebbe esatto pensare che tale gloria si sia aggiunta in un tempo successivo al suo sacrificio dapprima puramente terreno. In realtà, essa era intrinseca a questo sacrificio, avvenuto certamente nella storia, ma in una storia intimamente trasfigurata in gloria.
La Chiesa può celebrare l'Eucaristia come sacramento del sacrificio della croce proprio perché questo è stato "storicamente" un sacrificio glorioso e ora, dalla destra del Padre, Gesù gli conferisce garanzia e presenza nel corso del tempo che ancora scorre per noi.
Da Gesù assiso alla destra del Padre provengono l'Eucaristia e gli altri sacramenti che la irradiano. Ogni forma di presenza sacramentale di Cristo è dono del Risorto e quindi reale inizio di una comunione con la sua gloria.
"Chi è l'autore dei sacramenti - si chiedeva sant'Ambrogio - se non il Signore Gesù?", e continuava, riferendosi in particolare all'Eucaristia ma nella prospettiva di tutti "i misteri dei cristiani (mysteria christianorum)": "Questi sacramenti sono venuti dal cielo, poiché ogni disegno riguardo ad essi è dal cielo" (De sacramentis, iv, 4, 13).
Per capire questo occorre avere una concezione esatta della condizione gloriosa di Gesù.
Mentre la cronologia significa l'incompiutezza, la mobilità, l'incertezza, il divenire, il Cristo risorto rappresenta il compimento e la definitività.
L'ora della sua croce è l'ora della sua gloria (Giovanni, 12, 23 e seguenti). Una volta che Gesù è innalzato da terra, si avvera "il giudizio di questo mondo" e "il principe di questo mondo" è "gettato fuori" (Giovanni, 12, 31), mentre nel trionfo di Cristo, Principati e Potenze sono privati della loro forza (Colossesi, 2, 15)
In questa sua elevazione egli solleva e attrae tutti e tutto a sé (cfr. Giovanni, 12, 32).
Allora diviene Signore del cielo, della terra e degli inferi (cfr. Filippesi, 2, 16), collocato "al di sopra di ogni Principato e potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione e di ogni nome che viene nominato non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro" (Efesini, 1, 21). E, sempre perché glorificato, si aprì come fonte dello Spirito (Giovanni, 7, 39).
Ma Gesù, con la sua esaltazione, non ha dato l'avvio a un'altra temporalità. Ha invece creato una dimensione totalmente differente rispetto a questa, conteggiata dalla cronologia, ossia la dimensione escatologica, disposta - si direbbe - tra il tempo e l'eternità. San Tommaso parlerebbe di "evo (aevum)", o di "eternità partecipata (quaedam aeternitas participata)" (1 Sententiarum, 8, 2, 2, c): dimensione che trascende assolutamente il tempo e lo include, che lo "sovrasta" e vi è "imminente".
Per quanto la successione cronologica si estenda e si prolunghi, essa non giungerà mai a oltrepassare, o anche solo ad adeguare, i confini dell'escatologia che irraggiungibilmente comprende - anzi "precomprende" - tutta la storia, per quanto possa indefinitamente estendersi.
È il senso della signoria di Gesù - il Primo e l'Ultimo (Apocalisse, 22, 13) - che con la sua gloria si trova incessantemente presente nel fluire del tempo e nel succedersi della nostra storia ci associa al suo inesauribile sacrificio con la sua grazia perenne.
Tutti i sacramenti sono il frutto della gloria di Cristo, l'impronta viva del Crocifisso risuscitato. Essi vengono da un altro mondo. Sono l'Èschaton - ossia Gesù risuscitato - che opera nel tempo: proprio a motivo di questo Èschaton i gesti del Signore sono attinti nella loro irrepetibile e inesauribile attualità salvifica.
I sacramenti non nascono da questo mondo. Come del resto la vita cristiana più autentica e vera appartiene al mondo di "lassù", come scrive Paolo, che così esorta i Colossesi: "Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo è seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. La vostra vita è nascosta con Cristo in Dio" (Colossesi, 3, 1-3).
Per rinnovare l'intelligenza dei sacramenti non tanto si deve ricercare una più sottile e seducente filosofia o antropologia, quanto si deve ripensare la sostanza stessa della fede cristiana, e tenere la riflessione fissa sulle "cose di lassù", esistenti quaggiù solo in labile immagine.


(©L'Osservatore Romano - 17 aprile 2010)

Quando arriva il giorno dell'incontro. Il passaggio di Cristo nella regione della morte ha trasformato il morire di tutti. di Gianfranco Ravasi

"Fratello, se vieni a visitare la mia tomba, non devi piangere. Non è giusto addolorarsi per l'unione con Dio. Dopo la mia morte non cercare la mia tomba sulla terra: la mia tomba è nel cuore di coloro che amano". Più di una volta ho sostato anch'io a Konya, in Turchia, sotto la grandiosa cupola verde ove è collocato il cenotafio di Gialal ed-Din Rumi, il grande poeta mistico musulmano del XIII secolo. Accanto si leggono appunto le parole che ho citato e che egli aveva dettato per la sua epigrafe. Esse ci svelano una delle tante coincidenze spirituali tra le grandi religioni nella loro anima autentica. Un'antica preghiera musulmana invoca: "Dio mio, concedimi di morire nel desiderio di incontrarti. Concedimi di prepararmi al giorno dell'Incontro".
La morte, dunque, non come estuario che sfocia sul nulla, ma come l'Incontro per eccellenza con Dio nella casa del suo regno. Come dice Rumi, la nostra vera tomba non è nel sepolcro, ma nel cuore di coloro che amano, cioè quelli che hanno amore e fede dentro di sé, e quindi custodiscono una scintilla o un germe di eternità. E l'eternità è l'orizzonte a cui siamo destinati dopo la morte. Certo, ben diversi sono i sentimenti dominanti ai nostri giorni. Li esprimeva suggestivamente il cantautore Francesco Guccini nella sua Canzone di notte n.2: "Ognuno vive dentro ai suoi egoismi / vestiti di sofismi, / e ognuno costruisce il suo sistema / di piccoli rancori irrazionali, / di cosmi personali / scordando che poi infine tutti avremo / due metri di terreno". Già Cristo aveva considerato questa visione minimalista della vita nella parabola del ricco insensato che accumula senza posa per piombare in una morte sulla quale echeggia una voce terribile: "Quello che hai preparato di chi sarà?" (Luca, 12, 20).
Sulla scia della celebrazione pasquale che si distende in questi giorni, riproponiamo un tema che è nel cuore di ogni creatura, nonostante lo sforzo di esorcizzarlo, quello del morire, ma lo faremo da un'angolatura teologica, anzi cristologica. Se stiamo ai Vangeli, Gesù incontra direttamente tre cadaveri: quelli della figlia di Giairo (Marco, 5, 35-43), del figlio di una vedova del villaggio galilaico di Nain (Luca, 7, 11-17) e dell'amico Lazzaro (Giovanni, 11). Davanti alla morte anche Cristo soffre, la percepisce come un dramma; lui stesso, sentendola incombere su di sé, è travolto dall'angustia. Annota Marco: nel Getsemani, Gesù "cominciò a sentire paura e angoscia. Disse a Pietro, Giovanni e Giacomo: La mia anima è triste fino alla morte" (14, 33-34). E la sua implorazione è quella di ogni uomo che supplica di essere liberato dallo spettro della fine: "Abba', Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice!"; e l'evangelista ricorda: "pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell'ora" (14, 35-36).
Quando, alla fine, la morte gli piomba addosso, essa ha i contorni di una vera e propria tragedia. La sofferenza fisica lo attanaglia brutalmente, gli amici lo lasciano solo e, su tutto, incombe il silenzio del Padre: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Anzi, per Marco e Matteo, quella di Gesù è quasi una brutta morte: "Gesù, lanciando un forte grido, spirò... Gesù gridò di nuovo a gran voce ed emise lo spirito" (Marco, 15, 37; Matteo, 27, 50). Cristo rivela, in questo momento estremo, l'Incarnazione nella sua verità più lacerante: il Figlio di Dio, morendo, diventa veramente nostro fratello, perché la carta d'identità fondamentale di ogni figlio di Adamo reca sempre la data della morte, assente nella carta d'identità di Dio.
Eppure, anche in quell'istante e nei successivi, quando è un cadavere nelle mani ora crudeli dei soldati, ora pietose degli amici, Gesù non cessa di essere il Figlio di Dio. Ecco, allora, la radicale lettura cristiana della morte. Già appariva in quei tre incontri che sfociavano non su una risurrezione definitiva: la figlia di Giairo, il figlio della vedova e Lazzaro hanno, infatti, dovuto successivamente morire. Tuttavia, Cristo, facendo rivivere costoro temporaneamente, illustrava in maniera reale ed efficace il destino ultimo dell'umanità, la risurrezione, ossia la vita per sempre in Dio, il Vivente. La stessa redazione evangelica di quei miracoli di risurrezione tiene in filigrana quella di Cristo così da trasformarli in "segni" pasquali (esplicito è, al riguardo, Giovanni con la vicenda di Lazzaro). Questa luce avvolge in pienezza il morire di Cristo. Infatti, l'evangelista Luca all'abbandono del Padre, descritto da Matteo e Marco, sostituisce l'abbandono di Gesù al Padre: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito! Detto questo, spirò" (23, 46). E Giovanni, come è noto, presenta la morte in croce non più come il nadir dell'umanità di Gesù, bensì come lo zenit epifanico della sua divinità: "Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che Io Sono" (8, 28) e non c'è bisogno di ricordare che "Io Sono" è l'autodefinizione divina del Sinai (Esodo, 3, 14).
Da un lato, Cristo col peso reale della sua umanità non minimizza né elide lo scandalo del morire, la sua dimensione di oscurità, il suo bagliore cupo di dolore. D'altro lato, però, la sua divinità, attraversando la regione tenebrosa della morte, la irradia con la luce della sua eternità. Il Venerdì Santo della crocifissione e il Sabato Santo della sepoltura, segni decisivi dell'Incarnazione, si aprono alla Domenica di Pasqua, che è - per usare una famosa frase del profeta Zaccaria - "un unico giorno, non avrà più né dì né notte, ma verso sera risplenderà di nuovo la luce" (14, 7), evidente metafora dell'eternità. Come scriveva suggestivamente in Resistenza e resa, il diario della sua "passione" nel lager nazista, Dietrich Bonhoeffer, "venire a capo del morire non significa ancora venire a capo della morte (...) Non è dall'ars moriendi, ma è dalla risurrezione di Cristo che può spirare nel mondo presente un nuovo vento purificatore".
Un vento che san Paolo ha sentito soffiare così fortemente da farlo diventare non solo l'asse della sua cristologia, fin dal suo primo scritto che professa la "morte per noi" del Figlio di Dio (1 Tessalonicesi, 5, 10), ma anche dell'antropologia cristiana. Infatti, il passaggio reale di Cristo nella regione della morte trasforma il morire di tutti: egli "è morto per tutti, perché quelli che vivono (...) vivano per colui che è morto e risorto per loro" (2 Corinzi, 5, 15). In questa prospettiva la morte di Gesù è la liberazione della nostra prima e seconda morte, per usare il linguaggio dell'Apocalisse. Infatti, da un lato, "se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più (...) Egli morì una volta per tutte, ora vive e vive per Dio" (Romani, 6, 8-10). Egli, dunque, feconda il grembo della morte con la sua divina "rugiada luminosa", volendo ricorrere a un'immagine isaiana (26, 19) e ci fa risorgere non a vita transitoria ma alla vita eterna di Dio.
D'altro lato, però, egli ci libera anche dalla "seconda morte, lo stagno di fuoco" (Apocalisse, 20, 14), ossia dalla morte spirituale del peccato: "Cristo morì per i nostri peccati (...) Voi consideratevi morti al peccato, e viventi per Dio, in Cristo Gesù" (1 Corinzi, 15, 3; Romani, 6, 11). Oltre alla risurrezione dalla morte fisica, Cristo ci dona la giustificazione che libera dalla morte spirituale. Potente e fin audace è la frase della Seconda Lettera ai Corinzi: "Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio" (5, 21). Proprio per questo duplice effetto, l'evento pasquale - come si diceva - è capitale sia nella cristologia sia nell'antropologia cristiana. Paolo è, al riguardo, esplicito nella sua celebre asserzione: "Se Cristo non è risorto, vuota è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede" (1 Corinzi, 15, 14). Naturalmente la riflessione teologica paolina è molto più complessa, ma il cuore del suo pensiero batte proprio nella morte-risurrezione di Cristo come principio e sorgente della nostra morte-risurrezione integrale (fisica e morale) e il battesimo ne è l'efficace rappresentazione "sacramentale".
Un'ultima nota attorno al tema della morte di Cristo. Quell'evento è certamente un'umiliazione estrema per un Dio. San Paolo, nel celebre inno incastonato nella Lettera ai Filippesi, parla di una "kenosi" (ekènosen), un termine che indica uno svuotamento: "pur essendo nella condizione di Dio..., svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo..., umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce" (2, 6-8). Ora, questa scelta di solidarietà nei confronti dell'umanità è espressione di amore. È così che nel Nuovo Testamento la croce di Cristo diventa un segno d'amore. Chi non ricorda l'emozionante avvio del racconto della passione di Gesù secondo Giovanni: "Sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (13, 1)?
Anzi, in quella donazione suprema si può intravedere l'amore del Padre: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna" (3, 16). È un atto di amore libero e genuino, come osserva Paolo: "A stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Romani, 5, 7-8). A questo punto scatta una lezione per il fedele, è la via dell'imitazione da seguire.
Il filosofo danese dell'Ottocento Soeren Kierkegaard, nel suo Esercizio del cristianesimo, scriveva: "Che differenza c'è tra un ammiratore e un imitatore? L'imitatore è, ossia vuole essere chi egli ammira; l'ammiratore, invece, loda l'altro ma rimane personalmente fuori". Ebbene, san Giovanni, nella sua Prima Lettera, di fronte alla morte di Cristo per amore (il "dare la vita per la persona che si ama", come aveva detto lo stesso Gesù) ci invita non tanto all'ammirazione ma all'imitazione: "In questo abbiamo conosciuto l'amore, nel fatto che Cristo ha dato la sua vita per noi. Allora, anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli" (3, 16).


(©L'Osservatore Romano - 12-13 aprile 2010)

«Seppellitemi sopra Marilyn». La fede nella resurrezione dei corpi. di Lucetta Scaraffia

Un ricco americano ha comprato un posto nel cimitero sopra quello dove è stata sepolta Marilyn Monroe, nella speranza di risvegliarsi proprio lì al momento del Giudizio finale. È una bizzarra scelta, senza dubbio, che rivela però una fede nella resurrezione dei corpi al di fuori - si direbbe - da una tradizione religiosa. A chi crede che si risveglierà davanti alla beatifica visione di Dio, cosa potrebbe importare, infatti, di Marilyn? Per di più, il ricco americano certo ignora che i teologi hanno a lungo dibattuto sulla possibilità di una resurrezione dei corpi emendati dai difetti e dalle debolezze terrene, e quindi anche dal desiderio sessuale, se non addirittura dalla differenza sessuale stessa. Con la prospettiva che il femminile scompaia, assorbito dal maschile, considerato la forma umana perfetta. Che delusione, quindi, potrebbe essere la sua!
È un fatto di cronaca minore, senza dubbio, che solleva però un tema importante: chi, anche fra i credenti, oggi crede veramente nella resurrezione dei corpi?
Certo, quando ci si reca nei moderni cimiteri, soprattutto se di grandi città, costruiti ormai come immensi condomini, è difficile pensare che i corpi risorgeranno: i loculi di cemento rimandano a un buio e a un nulla perenne, diversamente dalla terra, che possiamo vedere come una madre feconda da cui è possibile rinascere. E questo spiega forse perché oggi è così di moda l'incinerazione, che non solo permette di sfuggire all'idea insostenibile di putrefazione, ma, ammettendo almeno di fatto la possibilità di spargere le ceneri in ambienti naturali, permette di rientrare nella logica della rinascita e sfuggire alle gabbie di cemento dei loculi.
Forse, dietro a ogni scelta di incinerazione, c'è una piccola speranza di risurrezione del corpo, certo non chiara e consapevole come i contadini del passato, che situavano i cimiteri in modo che i morti, tutti sepolti verso oriente, potessero rinascere con l'immagine divina di fronte. Certo più panteista, ma forse un po' di speranza mi sembra ci sia lo stesso.
Oggi, però, la speranza della resurrezione dei corpi, e quindi dell'immortalità di matrice religiosa, è certamente rimpiazzata da quella di una longevità senza fine, utopia concreta e verificabile di prolungamento all'infinito della vita umana.
Le tecnoscienze promettono questo risultato non solo attraverso il progetto di debellare malattie e invecchiamento - magari attraverso un ricambio di organi - ma anche attraverso miglioramenti e modifiche del corpo, intese come proseguimento dell'evoluzione. E, in un certo senso, bruciano i confini fra scienza e fiction, promettendo un futuro di iper-longevità, che diventa quasi un'immortalità. E la straordinaria fiducia in quello che ci permetterà di raggiungere la scienza fa sì che un numero crescente di persone scelga di farsi congelare al momento della morte, pensando di poter essere scongelato in un futuro in cui il progresso scientifico permetterà di intervenire su cadaveri per riportarli alla vita.
In fondo, la pratica di congelare gli embrioni per poi riutilizzarli nel quadro della fecondazione in vitro fa nascere la speranza che si possa sospendere, e poi far ripartire i processi vitali a scala cellulare e quindi conferma chi cerca l'immortalità del proprio corpo con il congelamento. E non c'è niente di più antireligioso di chi si affida a una speranza di resurrezione scientifica di questo tipo.
In una società come la nostra, che si può definire post-mortale in quanto nega l'inevitabilità della morte con la speranza di debellarla grazie alle tecnoscienze, o cerca di controllarla attraverso l'eutanasia, l'attenzione per una resurrezione dei corpi in realtà è molto diminuita.
Lo sforzo massimo della nostra cultura va nel senso di negare la morte, di sconfiggerla o almeno di controllarla, mentre invece la vita dopo la morte rappresenta quanto di meno controllabile e scientificamente provabile esista. E per di più presuppone il passaggio attraverso la morte, cioè la perdita totale di controllo su se stessi e sul proprio corpo, che è proprio la prova che più vorremmo evitare.
La fede nella resurrezione dei corpi, infatti, è l'atto più totale di abbandono alla fede, in quanto può essere pensata solo se si esclude il ruolo umano, ma ci si abbandona totalmente a Dio che, con la sua potenza, può anche fare quello.
In fondo, molto nascosta dentro di noi, qualche speranza rimane. Purtroppo, però, si tende a sottovalutare quanta importanza abbia avuto la fede cristiana nell'immortalità di ogni vita individuale nel configurare, nella nostra società, il riconoscimento del valore di ogni individuo e dell'autonomia politica del soggetto.
Come ha scritto Hannah Arendt "...questa immortalità cristiana conferita alla persona, che nella sua unicità comincia la sua vita nascendo sulla terra, non ha solo come risultato l'intensificazione evidente della preoccupazione per l'altro mondo, ma ha enormemente accresciuto l'importanza della vita sulla terra...".


(©L'Osservatore Romano - 11 aprile 2010)

II DOMENICA DI PASQUA (ANNO C)


Gv 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.


IL COMMENTO


Una fede oltre la carne. Come quella di San Pietro, come quella imparata da San Paolo. E' questa la parola del vangelo di oggi. Gesù oltrepassa la porta sprangata delle paure e dei dubbi, il velo ostinato che copre occhi e mente e cuore ed impedisce di riconoscere, oltre le apparenze, nelle pieghe della carne e della storia, la presenza certa e amorevole del Signore.
Dio è. Dio è oltre la morte, oltre il peccato, oltre la contingenza che ci atterrisce.
Occorre un supplemento d'anima, uno sguardo diverso, una testimonianza piantata nel cuore. Occorre una rivelazione celeste, lo Spirito Santo. Ecco quel che è mancato a Tommaso, ciò di cui, la sua povera carne piena di esigenza, aveva bisogno. Come noi oggi. La fede.
Ma la fede si impara, come ribadisce il Papa. Per questo Gesù non rimprovera Tommaso, ma lo invita a porsi in cammino, a diventare un "credente", ad imparare la fede, quella che oltrepassa la carne.
I segni che Gesù stesso ha mostrato agli altri apostoli una settimana prima, i sacramenti della sua risurrezione, sono ora davanti a Tommaso. Ma, soli, non bastano. E' necessario, come lo è stato per i suoi fratelli, ricevere lo Spirito Santo, la Rivelazione del Padre che ha fatto beato Pietro, quel supplemento d'anima che libera lo sguardo oltre le ferite nella carne e induce ad oltrepassare le porte della sola ragione, della propria carne esigente di prove e conferme.
E' l'amore di Dio, l'amore di Cristo sigillato dallo Spirito Santo, lo stesso che ha fatto conoscere a San Paolo Cristo non più secondo la carne, e lo ha colmato della speranza che non delude.
E' lo Spirito Santo che, nel cammino della storia, condurrà san Tommaso, e ciascuno di noi, a riconoscere il nostro Signore e il nostro Dio, nelle nostre stesse piaghe, nelle ferite della nostra vita. La Croce gloriosa, la vita oltre la morte.
E' questo il senso più profondo del Vangelo di oggi, della stessa figura di Tommaso, un gemello nel cui cuore risuona sempre l'eco della presenza del proprio fratello. Gemello di Cristo, come ciascuno di noi. Per questo le sue ferite sono le nostre, e la fede non si ferma ad un evento registrato dai sensi, ma va al di là, alla presenza misteriosa eppure concreta e reale, della sua vittoria, della sua vita dentro la nostra vita.
Credente, ovvero in cammino nella notte oscura dei santi, senza consolazioni, senza prove carnali, con la sola certezza sigillata istante dopo istante, quella della fede, di un amore che mai ci abbandona, mai.


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Seconda Domenica di Pasqua. Sotto lo sguardo della Divina Misericordia
Domenica della Divina Misericordia. Diario di suor Faustina Kowalska e altro materiale on-line


CONCORDANZE

Concordanze di Gv. 20, 19-31


CATECHISMO

Catechismo della Chiesa Cattolica sulla Resurrezione di Cristo



COMMENTI



RATZINGER - BENEDETTO XVI. San Tommaso
TOMMASO FEDERICI COMMENTO AL VANGELO DELLA II DOMENICA DI PASQUA ANNO C
S. Fausti. Commento esegetico al Vangelo della II domenica di Pasqua, Anno C
RATZINGER - BENEDETTO XVI. Domenica in Albis: Gesù è un Dio ferito dall’amore verso di noi

RATZINGER - BENEDETTO XVI. Domenica in Albis: la pace del Cielo

Il Papa al Regina Caeli: Cristo risorto ci dona la pace, frutto del suo amore
Omelie di Giovanni Paolo II, nelle Domeniche in Albis

Ravasi. Tommaso: l'incredulo che diventò credente
Madre Teresa di Calcutta. EDUCARCI ALLA FEDE
Card. Caffarra. Omelia su San Tommaso
Carlo Maria Martini, Partenza da Emmaus
Ignace de la Potterie. “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto hanno creduto”



ESEGESI E SCRUTATIO DEL VANGELO


S. Fausti. Commento esegetico al Vangelo della II domenica di Pasqua, Anno C
IGNACE DE LA POTTERIE Gesù e Tommaso
Ignace de la Potterie. Gesù disse a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto hanno creduto”.
Vangelo della II domenica di Pasqua anno A. Piste esegetiche
LE APPARIZIONI «UFFICIALI» DEL RISORTO AL GRUPPO APOSTOLICO (GV 20,19-31)



COMMENTI PATRISTICI

Dai «Discorsi» di sant'Agostino, vescovo
Dai Discorsi di san Pietro Crisologo
Basilio di Seleucia. Sii credente, e sii mio apostolo
Dal trattato "Sulla Trinità" di sant'Ilario di Poitiers
Da "La vita in Cristo" di Nicola Cabàsilas
II Domenica di Pasqua (o in Albis). Dai «Discorsi» di sant'Agostino




ARTE E LITURGIA

La risurrezione secondo Caravaggio
Leggere un quadro stupendo: l' INCREDULITA' DI TOMMASO DI CARAVAGGIO
Stupende immagini del dubbio di San Tommaso nell'arte



DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA


Seconda Domenica di Pasqua. Sotto lo sguardo della Divina Misericordia
Domenica della Divina Misericordia. Diario di suor Faustina Kowalska e altro materiale on-line



TEOLOGIA

J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede
Catechesi di Giovanni Paolo II sulla Resurrezione
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione

Paul O’Callaghan. Resurrezione. Teologia



MISTERO PASQUALE



Giovanni Paolo II:L’amore misericordioso di Dio si rivela pienamente e definitivamente nel Mistero pasquale.

Paolo VI. Il Mistero Pasquale
H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione
J Jeremias La Pasqua
Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
La pasqua dei primi secoli
Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"
Catechesi di Giovanni Paolo II sulla Resurrezione
Meditazione di Don Divo Barsotti sulla Pasqua
Ignace DE LA POTTERIE. Testi sulla Risurrezione di Gesù in Giovanni
La Pasqua dell''ebreo Gesù
I giorni della Pasqua
J Jeremias La Pasqua
Ratzinger - Benedetto XVI. Meditazione sulla La Pasqua
Tutti i passi della storia varcano il sepolcro vuoto
Meditazione di Don Divo Barsotti sulla Pasqua
Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede
LA TOMBA VUOTA E LA SINDONE DI TORINO
Presenza di Maria nel mistero pasquale
tomba vuota e panni sepolcrali
Padre Raniero Cantalamessa. La storicità della risurrezione di Cristo
Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"
Marc Chagall. Il mistero della Pasqua
A. Socci. Ipotesi su Gesù e la sua resurrezione.
Don Giussani: Cristo contro il nulla
Paul O’Callaghan. Resurrezione. Teologia
LE APPARIZIONI «UFFICIALI» DEL RISORTO AL GRUPPO APOSTOLICO (GV 20,19-31)



Giovedì in Albis


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Non abbiate paura, sono proprio io. Vi ho chiamati per mezzo della grazia, vi ho scelti nel mio perdono, vi ho sostenuti con la mia compassione, vi ho portati nel mio amore, e vi accolgo oggi, a motivo della mia sola bontà.

San Pietro Crisologo Discorsi, 81



Dal Vangelo secondo Luca 24,35-48.

Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni.



IL COMMENTO


Accade l'impossibile. La Pasqua è questo accadere dell'impossibile nelle nostre giornate. E l'impossibile è la pace. Ciò che il cuore nostro anela e desidera più d'ogni altra cosa, la pace che sorpassa ogni intelligenza, come qualcosa che non scivoli via, più forte di gioia e dolore. "Pace a voi!", oggi. Shalom, il modo attraverso il quale la risurrezione di Gesù giunge a ciascuno di noi. Shalom, le prime parole di Gesù risuscitato, l'incipit della nuova creazione. Non siamo nel regno dell'utopia, popolato e agitato da sogni e chimere, ideali e fantasmi. Il combattimento dei discepoli scatenatosi all'apparire di Gesù è quello che sconvolge i nostri cuori ogni giorno. La stessa parola "dubbi" traduce in italiano l'originale greco che è letteralmente "pensieri", quelli che ci circondano e ci assalgono di continuo. La pace contro i pensieri, la pace del Signore, non quella del mondo, a frantumare la ragnatela di pensieri che ci ingabbia la vita, e ce la rende triste, grigia, con quel solito retrogusto di insoddisfazione e di effimero che smorza anche gli eventi più gioiosi. I pensieri sono i veri dominatori di questo mondo, le traspirazioni della carne, vestigia di tutto quello che è destinato a corrompersi. La pace, shalom, secondo la Scrittura, è il dono del Messia, di Gesù, ed è la primizia del Regno eterno, il respiro della vita immortale; la pace dolce succosa come il grappolo d'uva che Cristo ci porta quale segno della Terra promessa, la vera, l'eterna, che ha esplorato per noi entarndovi con la nostra stessa carne, dove ci ha preparato un posto tutto per noi; la pace di Gesù è tutt'altro che un pensiero. "Penso dunque sono" è l'approdo moderno del cammino all'emancipazione inauguratosi nel giardino dell'Eden davanti all'albero del bene e del male. Pensare non significa essere, ma, semplicemente, scivolare sull'essere, illudendosi di afferrare tutto attraverso il ragionamento, la libertà incatenata del distinguere, comprendere, realizzare, con l'effetto certo d'una sofferenza senza limite, recata dai pensieri raggomitolati sull'io, per quanto intelligente e capace esso sia. La pace messianica è, al contrario, semplicità, ordine e sobrietà, pienezza di vita, salute integrale dell'uomo, realizzazione completa d'ogni aspirazione più profonda. La pace è la stessa vita di Dio tradotta nel concreto dipanarsi del tempo. La pace di Gesù è un frammento di cielo, il lievito eterno che informa di sé ogni grumo di vita. La pace è il gusto dell'eternità in ogni nostro istante. La pace sbriciola le costruzioni del pensiero umano, le torri di Babele dell'arroganza, i monumenti all'orgoglio nei quali ci cimentiamo ogni giorno. La pace è la pietra scartata da noi costruttori di effimere cattedrali al nostro ego. Fermiamo un pensiero, anche quello che ci passa ora per la testa. Analizziamolo con freddezza e onestà: è pieno di orgoglio, nascosto, camuffato, travestito, ma pur sempre orgoglio. La pace dunque è un miracolo perchè consiste, per grazia, nel lasciare ogni pensiero nella mente di Dio, arrendersi e pensare solo con il pensiero di Cristo. La Croce. Non v'è altro pensiero in Gesù, ogni istante, ogni situazione, ogni relazione, ogni persona, tutto è visto, letto, tradotto con la grammatica della croce. Le mani e i piedi crocifissi, le membra del Signore passate nel crogiuolo della morte e trasfigurate nella luce della risurrezione. La croce è la porta della pace. Gesù giunge a porte chiuse proprio perchè la Croce ha scardinato il muro della morte, e nessun altro impedimento ormai lo può distogliere dai suoi fratelli. La pace oltrepassa i muri, ed è vera, reale, concreta, come mangiare un po' di pesce arrostito. La pace che cerchiamo in tutto ci è donata oggi. L'imposibile avviene, e ci apre la mente alle Scritture, al disegno di Dio su ciascuno di noi e su ogni uomo, la salvezza impressa nelle stigmate di Gesù. E' Lui la nostra pace, il perdono di ogni peccato, la fine definitiva d'ogni male, la malizia strappata dai cuori, un nuovo sguardo, puro, sul mondo. Lo sguardo di Gesù dentro i nostri occhi, il più bello, il più autentico annuncio del Vangelo destinato, nel Suo Nome, a tutte le genti. I nostri occhi testimoni della pace incarnata nel Signore risorto. La pace in Lui, in noi, per ogni uomo.


San Pietro Crisologo (circa 406-450), vescovo di Ravenna, dottore della Chiesa
Discorsi, 81 ; PL 52, 427

« Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse : ‘ Pace a voi ’ »

La Giudea nella ribellione aveva scacciato la pace via dalla terra... e gettato l’universo nel caos originale... Persino fra i discepoli, la guerra infieriva; la fede e il dubbio si davano assalti furiosi... I loro cuori, nei quali infuriava la tempesta, non potevano trovare nessun rifugio, nessun porto tranquillo.

A questa vista, Cristo che scruta i cuori, che comanda ai venti, che doma le tempeste, e con un solo segno muta il temporale in un cielo sereno, li ha stabiliti della sua pace dicendo: “Pace a voi! Sono io; non temete nulla. Sono io, il crocifisso, colui che era morto, che era sepolto. Sono io, il vostro Dio divenuto uomo per voi. Sono io. Non uno spirito rivestito di un corpo, bensì la verità stessa fatta uomo. Sono io, che la morte ha fuggito, che gli inferi hanno temuto. Nel suo spavento, l’inferno mi ha proclamato Dio. Non avere paura, Pietro, che mi hai rinnegato, né tu, Giovanni, che ti sei dato alla fuga, né voi tutti che mi avete abbandonato, che non avete pensato ad altro che a tradirmi, che non credete ancora in me, neppure ora che mi vedete. Non abbiate paura, sono proprio io. Vi ho chiamati per mezzo della grazia, vi ho scelti nel mio perdono, vi ho sostenuti con la mia compassione, vi ho portati nel mio amore, e vi accolgo oggi, a motivo della mia sola bontà.

Il Papa: Tutta la nostra fede si fonda sulla trasmissione costante e fedele della buona notizia, preciso, impegnativo, esaltante mandato del Signore


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La buona notizia della Pasqua, dunque, richiede l’opera di testimoni entusiasti e coraggiosi. Ogni discepolo di Cristo, anche ciascuno di noi, è chiamato ad essere testimone. È questo il preciso, impegnativo ed esaltante mandato del Signore risorto. La "notizia" della vita nuova in Cristo deve risplendere nella vita del cristiano, deve essere viva e operante - in chi la reca, realmente capace di cambiare il cuore, l’intera esistenza. Essa è viva innanzitutto perché Cristo stesso ne è l’anima vivente e vivificante. Ce lo ricorda san Marco alla fine del suo Vangelo, dove scrive che gli Apostoli «partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano» (Mc 16,20).

La vicenda degli Apostoli è anche la nostra e quella di ogni credente, di ogni discepolo che si fa "annunciatore". Anche noi, infatti, siamo certi che il Signore, oggi come ieri, opera insieme ai suoi testimoni.
La celebrazione del Mistero pasquale, la contemplazione gioiosa della Risurrezione di Cristo, che vince il peccato e la morte con la forza dell’Amore di Dio è occasione propizia per riscoprire e professare con più convinzione la nostra fiducia nel Signore risorto, il quale accompagna i testimoni della sua parola operando prodigi insieme con loro. Saremo davvero e fino in fondo testimoni di Gesù risorto quando lasceremo trasparire in noi il prodigio del suo amore; quando nelle nostre parole e, più ancora, nei nostri gesti, in piena coerenza con il Vangelo, si potrà riconoscere la voce e la mano di Gesù stesso.

Dappertutto, dunque, il Signore ci manda come suoi testimoni. Ma possiamo essere tali solo a partire e in riferimento continuo all’esperienza pasquale, quella che Maria di Magdala esprime annunciando agli altri discepoli: «Ho visto il Signore» (Gv 20,18). In questo incontro personale con il Risorto stanno il fondamento incrollabile e il contenuto centrale della nostra fede, la sorgente fresca e inesauribile della nostra speranza, il dinamismo ardente della nostra carità. Così la nostra stessa vita cristiana coinciderà appieno con l’annuncio: «Cristo Signore è veramente risorto». Lasciamoci, perciò conquistare dal fascino della Risurrezione di Cristo.




7 Aprile 2010 UDIENZA DEL MERCOLEDI'



Cari fratelli e sorelle!

La consueta udienza generale del mercoledì è oggi inondata dalla gioia luminosa della Pasqua. In questi giorni, infatti, la Chiesa celebra il mistero della Risurrezione e sperimenta la grande gioia che le deriva dalla buona notizia del trionfo di Cristo sul male e sulla morte. Una gioia che si prolunga non soltanto nell’Ottava di Pasqua, ma si estende per cinquanta giorni fino alla Pentecoste. Dopo il pianto e lo sgomento del Venerdì Santo, e dopo il silenzio carico di attesa del Sabato Santo, ecco l’annuncio stupendo: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!» (Lc 24,34). Questa, in tutta la storia del mondo, è la "buona notizia" per eccellenza, è il "Vangelo" annunciato e tramandato nei secoli, di generazione in generazione.

La Pasqua di Cristo è l’atto supremo e insuperabile della potenza di Dio. È un evento assolutamente straordinario, il frutto più bello e maturo del "mistero di Dio". È così straordinario, da risultare inenarrabile in quelle sue dimensioni che sfuggono alla nostra umana capacità di conoscenza e di indagine. E, tuttavia, esso è anche un fatto "storico", reale, testimoniato e documentato. È l’avvenimento che fonda tutta la nostra fede. È il contenuto centrale nel quale crediamo e il motivo principale per cui crediamo.

Il Nuovo Testamento non descrive la Risurrezione di Gesù nel suo attuarsi. Riferisce soltanto le testimonianze di coloro che Gesù in persona ha incontrato dopo essere risuscitato. I tre Vangeli sinottici ci raccontano che quell’annuncio – «È risorto!» – viene proclamato inizialmente da alcuni angeli. È, pertanto, un annuncio che ha origine in Dio; ma Dio lo affida subito ai suoi "messaggeri", perché lo trasmettano a tutti. E così sono questi stessi angeli che invitano le donne, recatesi di buon mattino al sepolcro, ad andare con prontezza a dire ai discepoli: «È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete» (Mt 28,7). In questo modo, mediante le donne del Vangelo, quel mandato divino raggiunge tutti e ciascuno perché, a loro volta, trasmettano ad altri, con fedeltà e con coraggio, questa stessa notizia: una notizia bella, lieta e portatrice di gioia.

Sì, cari amici, tutta la nostra fede si fonda sulla trasmissione costante e fedele di questa "buona notizia". E noi, oggi, vogliamo dire a Dio la nostra profonda gratitudine per le innumerevoli schiere di credenti in Cristo che ci hanno preceduto nei secoli, perché non sono mai venute meno al loro fondamentale mandato di annunciare il Vangelo che avevano ricevuto.

La buona notizia della Pasqua, dunque, richiede l’opera di testimoni entusiasti e coraggiosi. Ogni discepolo di Cristo, anche ciascuno di noi, è chiamato ad essere testimone. È questo il preciso, impegnativo ed esaltante mandato del Signore risorto. La "notizia" della vita nuova in Cristo deve risplendere nella vita del cristiano, deve essere viva e operante - in chi la reca, realmente capace di cambiare il cuore, l’intera esistenza. Essa è viva innanzitutto perché Cristo stesso ne è l’anima vivente e vivificante. Ce lo ricorda san Marco alla fine del suo Vangelo, dove scrive che gli Apostoli «partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano» (Mc 16,20).

La vicenda degli Apostoli è anche la nostra e quella di ogni credente, di ogni discepolo che si fa "annunciatore". Anche noi, infatti, siamo certi che il Signore, oggi come ieri, opera insieme ai suoi testimoni. È questo un fatto che possiamo riconoscere ogni qualvolta vediamo spuntare i germi di una pace vera e duratura, là dove l’impegno e l’esempio di cristiani e di uomini di buona volontà è animato da rispetto per la giustizia, da dialogo paziente, da convinta stima verso gli altri, da disinteresse, da sacrificio personale e comunitario. Vediamo purtroppo nel mondo anche tanta sofferenza, tanta violenza, tante incomprensioni. La celebrazione del Mistero pasquale, la contemplazione gioiosa della Risurrezione di Cristo, che vince il peccato e la morte con la forza dell’Amore di Dio è occasione propizia per riscoprire e professare con più convinzione la nostra fiducia nel Signore risorto, il quale accompagna i testimoni della sua parola operando prodigi insieme con loro. Saremo davvero e fino in fondo testimoni di Gesù risorto quando lasceremo trasparire in noi il prodigio del suo amore; quando nelle nostre parole e, più ancora, nei nostri gesti, in piena coerenza con il Vangelo, si potrà riconoscere la voce e la mano di Gesù stesso.

Dappertutto, dunque, il Signore ci manda come suoi testimoni. Ma possiamo essere tali solo a partire e in riferimento continuo all’esperienza pasquale, quella che Maria di Magdala esprime annunciando agli altri discepoli: «Ho visto il Signore» (Gv 20,18). In questo incontro personale con il Risorto stanno il fondamento incrollabile e il contenuto centrale della nostra fede, la sorgente fresca e inesauribile della nostra speranza, il dinamismo ardente della nostra carità. Così la nostra stessa vita cristiana coinciderà appieno con l’annuncio: «Cristo Signore è veramente risorto». Lasciamoci, perciò conquistare dal fascino della Risurrezione di Cristo. La Vergine Maria ci sostenga con la sua protezione e ci aiuti a gustare pienamente la gioia pasquale, perché sappiamo portarla a nostra volta a tutti i nostri fratelli. Ancora una volta, Buona Pasqua a tutti!

Approfondimenti pasquali: il rito del "Resurrexit"

La Messa pasquale del Papa è preceduta dal rito del "Resurrexit", antica venerazione dell'icona del Salvatore risorto, ripresa dall'anno 2000 dopo secoli di oblio. L'icona usata oggi è una copia di quella antica e più volte restaurata, custodita nel Sancta Sanctorum della chiesa romana.



Eccone la descrizione che riportiamo dall’Ordo Romanus XII:
“Il mattino di Pasqua, dopo Prima, il Pontefice Romano, rivestito di piviale bianco, con i diaconi Cardinali che indossano le dalmatiche e le mitre, i suddiaconi in tunicella e gli altri ordini inferiori di chierici e i suoi cappellani, va alla cappella di San Lorenzo (...) Qui fatta orazione, (il Papa) riveste i paramenti sino alla dalmatica, quindi si reca ad adorare il Salvatore. Apre l’immagine, bacia i piedi del Salvatore dicendo tre volte: Surrexit Dominus de sepulchro, a cui tutti rispondono: Qui pro nobis pependit in ligno. Alleluia. Baciato il Salvatore, si reca al trono e dà la pace all’arcidiacono, il quale dopo di lui ha baciato il piede dell’immagine, dicendogli: Surrexit Dominus vere; questi risponde: Et apparuit Simoni. Il secondo diacono, baciati i piedi del Salvatore, si accosta a ricevere la pace dal Sommo Pontefice e dall’arcidiacono e si pone in fila. Gli altri Cardinali fanno egualmente (...) In tanto la schola canta: Crucifixum in carne e Ego sum alpha et omega. Terminata la pace il Pontefice indossa la pianeta bianca, il pallio e la mitra solenne”[6] e in processione si va a Santa Maria Maggiore per la Messa pontificale.
Col trasporto della sede in Avignone, la funzione del Resurrexit dinanzi all’Acheropita decadde e quando i Papi tornarono a Roma, la stazione di Pasqua venne trasferita nella basilica di San Pietro. Sarà nella Domenica di Pasqua dell’anno 2000 quando il Resurrexit, l’antico rito della testimonianza di fede del Papa di fronte all’icona del Salvatore, sarà ripreso di nuovo.

Ulteriori approfondimenti, con tutta la storia di questo antico rito, si trovano a questa pagina del sito vaticano da cui è tratta la citazione precedente.


L'icona originale conservata nel Sancta Sanctorum



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Surrexit Dominus vere et apparuit Simoni.
Il rito del Resurrexit nella domenica di Pasqua

A Roma, nel Medio Evo la Messa pasquale aveva un solenne preludio nella storica cappella di S. Lorenzo al Laterano (oggi Santuario della Scala Santa). L’Oratorio chiamato ancora oggi comunemente Sancta Sanctorum, era considerato uno dei luoghi più sacri della città di Roma. In esso con la preziosa reliquia della Croce, si custodiva l’immagine Acheropita del Salvatore.

L’immagine era chiamata acheropita perché creduta non dipinta di mano d’uomo (è una parola di origine greca: da "(a-)" privativo, "χείρ (chèir)" (mano) e "ποιείν (poièin)" (fare) il cui significato è "non fatto da mano umana"). L’origine di questa immagine è sconosciuta ma probabilmente fu portata a Roma dall’Oriente. La prima menzione si trova nel Liber Pontificalis nella biografia di Stefano II (752-757)[1]. Riproduce l’immagine completa del Salvatore, in grandezza quasi naturale, seduto in trono, dipinta su tela applicata sopra una tavola di legno delle dimensioni di m. 1,50 x 0,70 circa.

L’icona è stata restaurata diverse volte. Innocenzo III (1198-1216) fece coprire con un rivestimento d’argento tutta la figura ad eccezione del volto. Inoltre, più tardi, fu aperta una porticina all’altezza dei piedi, la quale permetteva di fare la lavanda rituale e l’unzione dei medesimi in talune circostanze (come nella processione del giorno dell’Assunta) e di baciarli quando il Papa si recava a venerare l’immagine.

Nel secolo XII, secondo un’antica tradizione, che già S. Girolamo faceva risalire ai primi secoli cristiani, l’annuncio della Risurrezione veniva dato dal Papa, prima di recarsi a cantare la Messa solenne a Santa Maria Maggiore, la basilica stazionale di Pasqua. Lo attestano il Liber Politicus[2] (anche Ordo Romanus XI)[3], cerimoniale scritto nel 1143-1144, e il Liber Censuum Romanae Ecclesiae[4] (anche Ordo Romanus XII)[5], redatto intorno al 1192 da Cencio Camerario, il futuro Papa Onorio III. Eccone la descrizione che riportiamo dall’Ordo Romanus XII seguendo la traduzione di Schuster:

“Il mattino di Pasqua, dopo Prima, il Pontefice Romano, rivestito di piviale bianco, con i diaconi Cardinali che indossano le dalmatiche e le mitre, i suddiaconi in tunicella e gli altri ordini inferiori di chierici e i suoi cappellani, va alla cappella di San Lorenzo (...) Qui fatta orazione, (il Papa) riveste i paramenti sino alla dalmatica, quindi si reca ad adorare il Salvatore. Apre l’immagine, bacia i piedi del Salvatore dicendo tre volte: Surrexit Dominus de sepulchro, a cui tutti rispondono: Qui pro nobis pependit in ligno. Alleluia. Baciato il Salvatore, si reca al trono e dà la pace all’arcidiacono, il quale dopo di lui ha baciato il piede dell’immagine, dicendogli: Surrexit Dominus vere; questi risponde: Et apparuit Simoni. Il secondo diacono, baciati i piedi del Salvatore, si accosta a ricevere la pace dal Sommo Pontefice e dall’arcidiacono e si pone in fila. Gli altri Cardinali fanno egualmente (...) In tanto la schola canta: Crucifixum in carne e Ego sum alpha et omega. Terminata la pace il Pontefice indossa la pianeta bianca, il pallio e la mitra solenne”[6] e in processione si va a Santa Maria Maggiore per la Messa pontificale.

Col trasporto della sede in Avignone, la funzione del Resurrexit dinanzi all’Acheropita decadde e quando i Papi tornarono a Roma, la stazione di Pasqua venne trasferita nella basilica di San Pietro. Sarà nella Domenica di Pasqua dell’anno 2000 quando il Resurrexit, l’antico rito della testimonianza di fede del Papa di fronte all’icona del Salvatore, sarà ripreso di nuovo[7].

Nel svolgimento di questo momento di preghiera, espressione di fede nella risurrezione, troviamo almeno tre elementi molto antichi, di cui il terzo non è stato ripreso nell 2000: l’annunzio della risurrezione, la venerazione dell’icona e il bacio di pace.

Il primo elemento, l’annunzio festoso della risurrezione Christus Dominus resurrexit! che a Gerusalemme, come sappiamo dal suo Typicon, già nel IV sec. era dato nell’Anastasis dal Patriarca il mattino di Pasqua[8], si constata comune, sebbene con forme diverse, in tutte le Comunità occidentali[9]. E così si fa tuttora nel rito bizantino[10].

Questo gioioso annunzio trova il loro autentico significato nel testo del Vangelo di Luca che descrive lo stupore di Pietro nel vedere il sepolcro vuoto e l’attestazione degli Undici che il Signore era davvero risorto ed era apparso a Simone (Lc 24, 12.34; cf. Gv 20, 3-10). L’apparizione del Risorto a Pietro e agli altri testimoni è il fondamento teologico della fede pasquale. Così lo ricorda il Catechismo: “Le donne furono così le prime messaggere della risurrezione di Cristo per gli stessi Apostoli. A loro Gesù appare in seguito: prima a Pietro, poi ai Dodici. Pietro chiamato a confermare la fede dei suoi fratelli, vede dunque il Risorto prima di loro ed è nella sua testimonianza che la comunità esclama: ‘Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone’ (Lc 24,34)”[11].

Il Papa, Vescovo di Roma e successore di san Pietro, incontra il Signore risorto nell’icona del Santissimo Salvatore e con la semplicità e la spontaneità della Sacra Scrittura grida, Surrexit Dominus de sepulchro. Nel giorno di Pasqua, il Romano Pontefice diventa, il primo testimone davanti a tutta la Chiesa, della risurrezione del Signore.

Il secondo elemento, la venerazione dell’icona risulta parimenti antico. In realtà non possiamo dimenticare che un’espressione di grande importanza nell’ambito della pietà popolare è l’uso di immagini sacre che, secondo i canoni della cultura e la molteplicità delle arti, aiutano i fedeli a porsi davanti ai misteri della fede cristiana. La venerazione per le immagini sacre appartiene, infatti, alla natura della pietà cattolica.

Ambedue gli elementi, l’annunzio della risurrezione e la venerazione dell’icona, caratteristici di questa sosta di preghiera adorante e di fede, che il Romano Pontefice fa nella mattina di Pasqua, ci collegano al linguaggio della pietà popolare. “Il linguaggio verbale e gestuale della pietà popolare, pur conservando la semplicità e la spontaneità d’espressione, deve sempre risultare curato, in modo da far trasparire in ogni caso, insieme alla verità di fede, la grandezza dei misteri cristiani (...) Una grande varietà e ricchezza di espressioni corporee, gestuali e simboliche caratterizza la pietà popolare. Si pensi esemplarmente all’uso di baciare o toccare con la mano le immagini, i luoghi, le reliquie e gli oggetti sacri. Simili espressioni, che si tramandano da secoli di padre in figlio, sono modi diretti e semplici di manifestare esternamente il sentire del cuore e l’impegno di vivere cristianamente”[12].

Così la religiosità, come la pietà popolare, “costituisce un’espressione della fede che si avvale di elementi culturali di un determinato ambiente, interpretando ed interpellando la sensibilità dei partecipanti in modo vivace ed efficace. La religiosità popolare (...) ha come sorgente la fede e dev’essere, pertanto, apprezzata e favorita. Essa, nelle sue manifestazioni più autentiche, non si contrappone alla centralità della Sacra Liturgia, ma, favorendo la fede del popolo, che la considera una sua connaturale espressione religiosa, predispone alla celebrazione dei sacri misteri”[13]. Nel quadro di queste parole s’inserisce questo particolare annunzio della Risurrezione da parte del successore di Pietro, prima della celebrazione eucaristica.

Il rito del Resurrexit, come atto di fede, di pietà e di devozione del Romano Pontefice davanti all’icona del Santissimo Salvatore, trova il suo spazio al di fuori della celebrazione dell’Eucaristia, sebbene abbia il suo naturale coronamento nella celebrazione liturgica che si svolge subito dopo. Questa sosta di preghiera adorante, e lieto annunzio del Risorto, prepara la celebrazione.

Come ricordava Benedetto XVI, “la fede dei discepoli ha dovuto adeguarsi progressivamente. Essa ci si presenta come un pellegrinaggio che ha il suo momento sorgivo nell’esperienza del Gesù storico, trova il suo fondamento nel mistero pasquale, ma deve poi avanzare ancora grazie all’azione dello Spirito Santo. Tale è stata anche la fede della Chiesa nel corso della storia, tale è pure la fede di noi, cristiani di oggi. Saldamente appoggiata sulla "roccia" di Pietro, è un pellegrinaggio verso la pienezza di quella verità che il Pescatore di Galilea professò con appassionata convinzione: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16,16)[14]. E possiamo domandarci, com'è arrivato Pietro a questa fede? E che cosa viene chiesto a noi, se vogliamo metterci in maniera sempre più convinta sulle sue orme? La risposta è chiara: “solo l'esperienza del silenzio e della preghiera offre l'orizzonte adeguato in cui può maturare e svilupparsi la conoscenza più vera, aderente e coerente, di quel mistero”[15]. Il rito del Resurrexit ci dispone ad essere testimoni e contemplatori di questo grande mistero: Surrexit Dominus vere et apparuit Simoni. Alleluia, alleluia, alleluia.



[1] Cfr. H. GRISAR, “L'immagine acheropita del Salvatore al Sancta Sanctorum”, La Civiltà Cattolica 58 (1907) 434-435; M. RIGHETTI, Manuale di Storia Liturgica 2. L'anno liturgico, Ed. Ancora, Milano 19693.20052, 281.

[2] Cfr. P. FABRE – L. DUCHESNE, Benedicti beati Petri Canonici Liber Politicus in Le Liber Censuum de l'Eglise romaine II, Parigi 1905/1910, 152.

[3] Cfr. J. MABILLON – M. GERMAIN, Museum Italicum seu collectio veterum scriptorum ex Bibliothecis Italicis II, Lutetiae Parisiorum 1724 (PL 78) 1042.

[4] Cfr. P. FABRE L. DUCHESNE, Gesta Pauperis Scolaris Albini 32, 131 in FABRE - DUCHESNE, Le Liber Censuum de l'Eglise romaine XV, I, Parigi 1905/1910, 297.

[5] Cfr. J. MABILLON – M. GERMAIN, Museum Italicum seu collectio veterum scriptorum ex Bibliothecis Italicis II, Lutetiae Parisiorum 1724 (PL 78) 1077.

[6] I. SCHUSTER, Liber Sacramentorum I, Ed. Marietti, Casale Monferrato 1963, 379.

[7] Cfr. Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, Magnum Iubilaeum. Trinitati Canticum, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007, 287-292; P. MARINI e altri, La nuova icona acheropita di Cristo Salvatore per la liturgia papale nella domenica di Pasqua, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007.

[8] Cfr. J. SUNTINGER, Mimetisch-anamnetische Elemente in der päpstlichen Ostersonntagsliturgie “Verkündigung der Auferstehung” und “Stationsvesper” AM Lateran, Dissertatio ad Doctoratum Sacrae Liturgiae assequendum in Pontificio Instituto Liturgico, Roma 2002, 115.

[9] Cfr. M. HUGLO, “L'Annuncio Pasquale della Liturgia Ambrosiana”, Ambrosius 33 (1957) 88-91.

[10] Cfr. M. RIGHETTI, Manuale di Storia Liturgica 2. L'anno liturgico, Ed. Ancora, Milano 19693.20052, 282.

[11] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 641.

[12] Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Direttorio su Pietà popolare e Liturgia. Principi e orientamenti, Città del Vaticano 2002, nn. 14-15.

[13] GIOVANNI PAOLO II, Discorso alla Plenaria della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 21-IX-2001.

[14] BENEDETTO XVI, Omelia nella solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, 29-VI-2007.

[15] GIOVANNI PAOLO II, Lett. apost. Novo millennio ineunte (6-I-2001) n. 20.


CHIAMATI A DARE VOCE ALL’INAUDITO CHE IL MONDO NON SA ACCETTARE. MARINA CORRADI

N el Lunedì dell’Angelo, in quell’' ot­tavo giorno' della settimana pa­squale che ci riconsegna alla feriale quo­tidianità, Benedetto XVI ha voluto ricor­darci chi davvero, quest’Angelo, sia. An­gelo, letteralmente ' messaggero', per i primi autori cristiani è Cristo stesso: l’an­nunziatore, colui che doveva portare al mondo ' il disegno del Padre per la re­staurazione dell’uomo'. Annunziatore di quella Resurrezione che ha modificato ­ha detto il Papa il giorno di Pasqua – l’o­rientamento profondo della storia, « sbi­lanciandolo una volta per tutte dalla par­te del bene » . L’Angelo del Lunedì pasquale è dunque il Messaggero, colui che testimonia la vi­ta nuova. Ma poiché noi da Cristo siamo stati mandati, ha aggiunto Benedetto X­VI, siamo anche noi ' angeli', annunzia­tori della Resurrezione. In modo parti­colare, attraverso l’ordinazione, lo sono i sacerdoti. E però tutti i cristiani sono chiamati a essere messaggeri.
Messaggeri di cosa, ci potremmo chie­dere. Nella inflazione nostra quotidiana di parole, magari inerti o ottusi di fronte a questa: ' angeli'. Oppure così avvezzi fin da ragazzi ai riti della Pasqua, da ave­re perduto – pur ' sapendo' tutto – la co­scienza della straordinarietà dell’an­nuncio. (Ma, se dovessimo spiegarlo a un bambino, sapremmo ancora dirgli per­ché è formidabile, la ' buona novella'?) Il fatto è, come ha detto il Papa a Pasqua, che se Cristo non fosse risorto il destino nostro e del mondo intero sarebbe ine­vitabilmente la morte. Il destino nostro e di quelli che amiamo, dei padri, e dei nostri teneri figli bambini, sarebbe alla fi­ne solo la morte. Più niente di loro, do­po l’ultimo respiro. Solo Cristo, solo quel­la pietra tombale rotolata nella notte di Pasqua ha eradicato questa legge; ha pro­messo che chi crede vivrà per sempre. E’ la vittoria sul male più grande; sulla mor­te che apparentemente ci riduce in pol­vere, ma anche sulle sue avvisaglie, e compagne: la malattia, la sofferenza, il dolore. L’annuncio di cui i cristiani sono messaggeri, ' angeli', è questa rivoluzio­ne, questa inclinazione diversa e oppo­sta dell’asse attorno a cui gravita l’uni­verso.
Il male non vince, la morte non è per sempre. Quale notizia è più sbalorditiva per un’umanità incapace di pace e di giu­stizia, e ogni giorno assediata dalla vio­lenza o dalla fame? O dal cinismo di chi sta materialmente abbastanza bene per sorridere della immensa speranza dei cri­stiani. In quella eclissi di attesa e di de­siderio di vita, che segna la profonda cri­si dell’umanità oggi, evocata dal Papa.
Messaggeri dunque, tutti, e in particola­re quei quattrocentomila sacerdoti che ' servono generosamente il popolo di Dio' nei luoghi più remoti del pianeta, come ha ricordato a Pasqua il decano del collegio cardinalizio Angelo Sodano, nel fare al Papa auguri inconsueti, forti co­me un abbraccio. A nome di una Chiesa che ' gli si stringe attorno', grata ' per la fortezza d’animo e il coraggio apostolico' con cui annuncia Cristo. 'Angelo' il Pon­tefice e ' angelo' – messaggero – anche l’oscuro giovane prete d’oratorio con la sua truppa di ragazzi attorno; il missio­nario in Africa, e ogni credente che – più con ciò che è, più con la speranza della sua faccia che con le parole – annuncia. Annuncia che la morte non ha vinto per sempre, che la sofferenza non è senza fi­ne; che rivedremo il padre che ci manca, o il figlio che ci è stato tolto. Che le forze apparentemente opache e invincibili del­la prepotenza e della ingiustizia non pre­varranno – e per questa promessa, non dimentichiamolo, il ' mondo' è radical­mente ostile al cristianesimo.
L’inaudito annuncio di cui siamo ' ange­li', è che la morte è stata sconfitta. Non in una magia, come ha detto Benedetto XVI, ma dentro la concretezza carnale della storia. L’asse pesante, fino a quell’ istante inesorabilmente inclinato al ma­le, è stato spostato in una notte – sotto a una pietra di tomba, che pretendeva d’es­sere
per sempre.

© Copyright Avvenire 6 aprile 2010

L’Ottava di Pasqua nel pensiero del Papa: un cristiano consapevole che Cristo è risorto è un cristiano audace nel testimoniarlo

La Risurrezione di Gesù è un fatto storico e insieme soprannaturale, grazie al quale Cristo non “torna” alla condizione prima della morte, ma “passa” attraverso la morte in una nuova dimensione di vita. In più occasioni durante il suo Pontificato, Benedetto XVI ha spiegato ai fedeli il mistero della Pasqua cristiana. Un mistero, ha detto il Papa, del quale Cristo chiama inizialmente a testimoni i suoi, dalla Maddalena agli Apostoli, e da duemila anni ogni singolo battezzato perché lo annunci apertamente al mondo. Alessandro De Carolis ricorda le principali riflessioni del Pontefice sull’Ottava di Pasqua:

Se la morte sul Golgota era stata un evento crudele e pubblico di un’agitata vigilia di Pasqua, la Risurrezione si consuma nel privato del giorno seguente la festa. L’atto che cambia la storia avviene lontano dagli occhi della folla, dai clamori e per renderlo accettabile alla limitatezza dei sensi, nonostante sia stato annunciato, Cristo inizia a disseminarne le prove sin dai primi istanti in cui la pietra rotola via dal sepolcro. La prima delle “molte prove” è Lui stesso, che si mostra in vita a chi lo conosceva bene e lo aveva visto morire. “Donna, perché piangi, chi cerchi?”, domanda a un’inconsolabile e un attimo dopo stupefatta Maria di Magdala, nell’episodio proposto dalla liturgia di oggi. Ma qui occorre “capire bene”, asserisce Benedetto XVI: “Quando l’autore sacro dice che 'si mostrò vivo' non vuole dire che Gesù fece ritorno alla vita di prima, come Lazzaro”. San Bernardo, ricorda il Papa, spiega che “la Pasqua che noi celebriamo significa 'passaggio' e non 'ritorno', perché Gesù non è tornato nella situazione precedente”:

“In questo caso, infatti, sarebbe stata una cosa del passato: duemila anni fa uno è risorto, è ritornato alla sua vita precedente, come per esempio Lazzaro. La risurrezione si pone in un’altra dimensione: é il passaggio ad una dimensione di vita profondamente nuova, che interessa anche noi, che coinvolge tutta la famiglia umana, la storia e l’universo”.(15 aprile 2009)

Poche ore dopo essere apparso alla Maddalena, e nei quaranta giorni successivi, Gesù moltiplica i segni tangibili della sua nuova vita oltre la morte: appare spesso nel Cenacolo, parla con i suoi discepoli, mangia perfino davanti a loro, spezza il pane con quelli di Emmaus. Per Pietro, Giovanni, Giacomo anche la Risurrezione diventa un dato incontestabile come lo era stato la Croce: Gesù è vivo, la morte non ha corrotto il suo corpo. A questo punto, però, i Vangeli sembrano, apparentemente, cadere in contraddizione. Come si concilia quel “non trattenermi” che Gesù esige dalla Maddalena, quando lei fa per toccarlo, con il “metti il dito al posto dei chiodi” che Gesù rivolge all’incredulo Tommaso? Eppure “i due episodi - ha osservato Benedetto XVI - non sono in contrasto; al contrario l’uno aiuta a comprendere l’altro” in queste prime, straordinarie ore che scandiscono la Risurrezione:

"Maria Maddalena vorrebbe riavere il suo Maestro come prima, ritenendo la Croce un drammatico ricordo da dimenticare. Ormai però non c’è più posto per un rapporto con il Risorto che sia meramente umano. Per incontrarlo non bisogna tornare indietro, ma porsi in modo nuovo in relazione con Lui: bisogna andare avanti! (...) E’ ciò che è avvenuto con Tommaso. Gesù gli mostra le sue ferite non per dimenticare la Croce, ma per renderla anche nel futuro indimenticabile". (11 aprile 2007)

Da questa considerazione, il Papa trae un’evidenza che duemila anni di cristianesimo non hanno per niente reso scontata: “Nella Chiesa – dice – tutto si ferma, tutto si sfalda” se viene meno la fede nella Risurrezione di Gesù:

"Non è forse la certezza che Cristo è risorto, a imprimere coraggio, audacia profetica e perseveranza ai martiri di ogni epoca? Non è l’incontro con Gesù vivo a convertire e ad affascinare tanti uomini e donne che fin dall’inizio del cristianesimo continuano a lasciare tutto per seguirlo e mettere la propria vita a servizio del Vangelo?". (26 marzo 2008)

Nel tentativo della Maddalena di sfiorare Gesù fuori del sepolcro, e nella possibilità offerta a Tommaso di accertarsi delle ferite inferte al Maestro, ci sono da due millenni le mani protese di tutti quei battezzati per i quali l’epoca in cui vivono è sempre il tempo migliore per parlare dell’amore di Cristo e le loro città i luoghi più adatti dove far “toccare con mano” il bene che quell’amore opera:

"Anche noi, come Maria Maddalena, Tommaso e gli altri Apostoli, siamo chiamati ad essere testimoni della morte e risurrezione di Cristo. Non possiamo conservare per noi la grande notizia. Dobbiamo recarla al mondo intero: 'Abbiamo visto il Signore!'. Ci aiuti la Vergine Maria a gustare pienamente la gioia pasquale, perché, sostenuti dalla forza dello Spirito Santo, diventiamo capaci di diffonderla a nostra volta dovunque viviamo ed operiamo". (11 aprile 2007)