DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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MONS. PIACENZA: IL SACERDOTE, NON “FUNZIONARIO DI DIO”, MA “ALTRO CRISTO”. Parla il nuovo prefetto della Congregazione per il Clero

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 7 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Il profondo rinnovamento spirituale dei sacerdoti è indispensabile per la nuova evangelizzazione, come Papa Benedetto XVI ha segnalato in varie occasioni durante l'Anno Sacerdotale. E' questo il “programma” che ha in mente il nuovo Prefetto della Congregazione per il Clero, monsignor Mauro Piacenza.

Il presule ha concesso questa intervista a ZENIT quando è stata resa nota la sua nomina, dopo la rinuncia del Cardinale Cláudio Hummes per motivi di età.

Monsignor Piacenza, che ha lavorato per molti anni presso la Congregazione per il Clero, riconosce che uno dei suoi compiti sarà quello di migliorare la formazione del clero, anche a causa degli scandali che hanno visto protagonisti alcuni suoi membri negli ultimi mesi.

Eccellenza, il Santo Padre l’ha chiamata all’alta responsabilità di guidare il Dicastero della Curia romana che si occupa dei sacerdoti. Quali sono le ragioni che hanno spinto il Santo Padre a compiere questa scelta?

Monsignor Piacenza: Bisognerebbe chiederlo al Santo Padre! Ciò che io posso immaginare è che un qualche ruolo lo abbia svolto la mia lunga presenza in questo Dicastero, nel quale ho svolto la gran parte del mio servizio alla Curia romana. Colgo l’occasione per rinnovare i profondi ringraziamenti al Sommo Pontefice per la fiducia accordatami ed invocare per me e per tutti i collaboratori della Congregazione la sua paterna benedizione, perché, tutti insieme, possiamo lavorare indefessamente per il vero bene del Clero e della Santa Chiesa, mai premettendo nulla all’Amore di Cristo.

Anche per le note recenti vicende, la Congregazione per il Clero assume oggi un ruolo strategico nel governo di Benedetto XVI?

Monsignor Piacenza: Dei delitti più gravi si occupa la Congregazione per la Dottrina della Fede. È certamente necessario e doveroso, tuttavia, porre in essere tutti quegli strumenti che prevengano ed impediscano l’accadere di simili fatti.

Primo tra tutti la formazione, iniziale e permanente, sulla quale continuamente è necessario vigilare perché non si devono formare dei “funzionari di Dio”, bensì degli “altri Cristi”: un buon pastore, che, vivendo totalmente di Dio e per Dio, offra la vita per il Suo gregge, edificandolo nell’amore autentico.

E quali sono le strade per ottenere questo? Qual è il suo programma, Eccellenza?


Monsignor Piacenza: Non ho altro programma che quello di obbedire a Cristo ed alla Sua Chiesa, la cui volontà si esprime, in maniera del tutto peculiare, in quella del Santo Padre. Egli stesso ci ha richiamato più volte, anche durante l’Anno Sacerdotale, ad una lettura non funzionalista ma ontologica del Ministero ordinato, capace realmente di “portare Dio nel mondo” attraverso il carisma del celibato, la fedeltà evangelica, la carità pastorale. L’Eucaristia, celebrata e adorata, in una tale concezione del Ministero ordinato, non può che avere un ruolo assolutamente centrale: in essa sta il segreto, la fonte di ogni esistenza sacerdotale “riuscita”. Il respiro stesso dell’anima sacerdotale è l’Eucaristia.

Qual è l’identità sacerdotale, allora, che ha in mente il neo-Prefetto?

Monsignor Piacenza: Sempre quella della Chiesa! L’identità sacerdotale non può che essere cristocentrica e perciò eucaristica. Cristocentrica perché, come più volte ricordato dal Santo Padre, nel Sacerdozio ministeriale, “Cristo ci tira dentro di Sé”, coinvolgendosi con noi e coinvolgendoci nella Sua stessa Esistenza. Tale “reale” attrazione accade sacramentalmente, quindi in maniera oggettiva ed insuperabile, nell’Eucaristia, della quale i sacerdoti sono ministri, cioè servi e strumenti efficaci.

Ha accennato poco fa al celibato. Si prevedono novità a proposito di tale legge?

Monsignor Piacenza: Innanzitutto tolga la parola “legge”. La legge è conseguenza di una ben più alta realtà che si coglie solo in chiave cristologica. Il celibato è sempre una novità, nel senso che, anche attraverso di esso, la vita del presbitero è “sempre nuova”, perché sempre donata e, quindi, sempre rinnovata, in una fedeltà che ha in Dio la propria radice e nella fioritura e dilatazione della libertà umana il proprio frutto.

Come pensa di attuare questo programma?


Monsignor Piacenza: Se pensassi di attuarlo io, sarei un temerario! È lo Spirito che guida la Chiesa nell’attuazione dei Suoi programmi. Certamente è necessaria una profonda riscoperta della dimensione verticale della vita e della fede stessa, anche per il Sacerdoti, ricollocando Dio al Suo posto: il primo! L’Ordine, nella vita del discepolo, è garanzia di fecondità apostolica, unito ad un profondo spirito di orazione e ad una intensa vita eucaristica, sia sacramentale sia nel dono totale di sé. Chiedo l’accompagnamento ed il sostegno, per il nuovo compito affidatomi dal Santo padre, a tutti i confratelli Vescovi e Sacerdoti ed a tutte la anima consacrate, sensibili all’essenziale causa della Santificazione del Clero, fondamentale per tutta la grave impresa di nuova evangelizzazione. La Beata Vergine Maria ci accompagni, illumini e protegga. A Lei affido e consacro tutto il mio umile servizio. Grazie!

Lo scandalo dei preti ordinari .Nel film spagnolo "La última cima"

È stato presentato a Roma un film uscito in Spagna lo scorso 4 giugno e che, narrando la vita di un prete comune, sta riscuotendo un inatteso successo. È stato "un uomo che è arrivato al cuore della gente e che ha spinto a vivere una vita piena di senso" ha dichiarato il regista in un'intervista ad "Avvenire" del 22 giugno. E dal film emerge che a Madrid sette persone su dieci "apprezzano la figura del prete". Riprendiamo il commento pubblicato sul quotidiano "Abc" il 12 giugno.

di Juan Manuel de Prada

La scorsa settimana usciva solo in un paio di sale di Madrid, ignorato dalla maggior parte dei media, il film di Juan Manuel Cotelo La última cima. Mentre scrivo queste righe sono già più di sessanta i cinema che proiettano o stanno per proiettare questo film, su richiesta, via internet, di migliaia di persone anonime, e il loro numero sta crescendo di giorno in giorno.
Cosa ci racconta La última cima? In apparenza, la vita di un prete, Pablo Domínguez, evocata da parenti e amici; un prete morto tragicamente nel fiore degli anni, mentre scendeva dal monte Moncayo; un prete che conquistava tutti quelli che incontrava lungo il suo cammino con la sua generosità, la sua saggezza, la sua gioia di vivere; un prete colto, brillante, affascinante, decano della Facoltà di teologia di San Dámaso, che sicuramente avrebbe raggiunto le più alte dignità ecclesiastiche se non fosse precipitato mentre praticava alpinismo. Confesso che l'idea di sorbirmi una sorta di agiografia su un "prete straordinario" mi seccava un po'; soprattutto perché a me i preti che piacciono sono quelli comuni. Così andai a vedere il film con grande riluttanza.


Ma scoprii subito che il tema segreto di La última cima erano proprio questi "preti comuni" che a me piacciono tanto; e, ancora di più, il mistero della loro vocazione, che un giorno li ha obbligati a lasciare tutto. "Io non mi appartengo più", disse Pablo Domínguez il giorno della sua ordinazione, come ci viene raccontato in una scena del film; è di questo non appartenersi più, del senso della donazione sacerdotale - a Cristo, al prossimo - che ci parla, in definitiva, La última cima. Il film descrive la figura di un prete allegro, generoso, con un entusiasmo molto contagioso, che scherza su se stesso, proprio perché prende molto sul serio la sua vocazione.
E man mano che ci viene delineata la figura di Pablo Domínguez, scopriamo che è un prete tanto "ordinario" come molti altri preti che abbiamo avuto la fortuna di conoscere, e che a renderlo straordinario non sono tanto le sue qualità, quanto l'audacia con cui si dona a Colui al quale appartiene. La última cima avrebbe potuto accontentarsi dell'evocazione del prete carismatico; Cotelo invece ha voluto approfondire il significato e la ragione di tale carisma. Ed è allora che il suo film diventa scandaloso per la mentalità contemporanea, perché parla del soprannaturale che irrompe nella vita di un prete "comune", parla del sacro che si annida eucaristicamente nel cuore umano, allargando gli orizzonti di una vita intera.
La última cima è arrischiato, perché osa rendere omaggio alla figura di un prete - e, attraverso di lui, a tanti buoni preti - in un'epoca che ama crocifiggerli. È agguerrita, perché osa combattere il sudiciume dei luoghi comuni e dei pregiudizi che circolano intorno al sacerdozio. È posseduta da un respiro epico che non rimane nella mera emotività, ma che osa penetrare nel cuore stesso della vocazione sacerdotale. Ed è un film che commuove, che smuove, che resta annidato nel ricordo dello spettatore, come il sacro si annida nei cuori e allarga gli orizzonti di una vita intera.

(©L'Osservatore Romano - 23 giugno 2010)

Un solo corpo in Cristo con Maria. La preghiera del rosario nella vita sacerdotale. di Mauro Piacenza

Tratto da L'Osservatore Romano del 30 settembre 2010

A coronamento di quel dono di grazia che l'Anno sacerdotale è stato, l'11 giugno scorso, circa diciassettemila sacerdoti provenienti dai cinque continenti, si sono riuniti a Roma, attorno al Papa, per la concelebrazione eucaristica più grande della storia. Al termine, come un padre si assicura che i figli, in procinto di partire per una terra lontana, abbiano gli strumenti necessari per affrontare il viaggio ed evitarne i possibili pericoli, il Santo Padre ha affidato e consacrato tutti i sacerdoti, presenti e del mondo, alla Beata Vergine Maria, venerata con il titolo di Salus populi Romani.

Dietro questo grande "gesto magisteriale", insieme alla fede salda e coraggiosa di Pietro, risplende la coscienza che la Chiesa ha della propria imprescindibile e sempre nuova dimensione mariana, di quanto sia una cosa sola con la Vergine Santa, "proto-cellula" del Corpo ecclesiale, nella quale l'iniziativa della Grazia divina e la libera accoglienza umana si sono perfettamente coniugate, inaugurando il definitivo inizio della salvezza.

A sua Madre, Cristo stesso ha affidato tutto il popolo dei credenti nella persona del discepolo prediletto, indicando così la natura della Chiesa che da Lui sarebbe nata: un solo Corpo, una sola Carne in Lui, con Maria. Nella Beata Vergine, così, la Chiesa contempla il più perfetto modello di fede ed il segno di sicura speranza nella gloria futura.

Secoli e secoli di fede, santità ed insegnamenti magisteriali indicano, nella devozione mariana la "strada-maestra" del cammino di perfezione cristiana. Da oltre un secolo, poi, l'invito alla preghiera del santo rosario, caratterizza il mese di ottobre, che sta per cominciare. A questo proposito, è quanto mai utile considerare le ragioni della profonda ed affettuosa devozione che il popolo cristiano ha sempre nutrito nei confronti di questa preghiera. Non a caso, è bene ricordarlo, la recita del santo rosario, in comunità o nelle proprie case, gode dell'alto riconoscimento ecclesiastico dell'indulgenza plenaria.

Dal punto di vista storico, il rapido e sorprendente sviluppo di questa splendida preghiera, attribuito dalla tradizione a san Domenico di Guzman, è stato sempre dettato nei secoli da una duplice ragione: da un lato, la straordinaria fecondità spirituale, sperimentata da quanti vi si affidavano; dall'altro, il suo essersi rivelata come mezzo efficacissimo per ottenere la protezione divina, nelle vicende storiche, che, durante il secondo millennio, hanno minacciato l'Occidente cristiano e la stessa Chiesa (cfr. Leone xiii, Supremi apostolatus officio, 1 settembre 1883).

Ultima luminosa testimonianza del Rosario quale via ad Iesum per Mariam ci è stata offerta dal servo di Dio Giovanni Paolo ii nella lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae. Egli, sulla scorta dei principali insegnamenti di spiritualità mariana, ha indicato, nel proprio motto episcopale, la consacrazione a Maria come la via più sicura ed efficace per la conformazione del discepolo a Cristo Signore: "Totus tuus".

Come non riconoscere, soprattutto nella vita ed in ciascuna giornata del sacerdote, la preziosità del rosario, quale memoria della salvezza, o come educazione del cuore all'atto di fede nel definitivo ingresso di Dio nella storia? Come non sentire l'urgenza di praticarne e diffonderne ancor più la recita, di fronte alle insidie dell'epoca contemporanea?

Tuttavia, prima di ogni altra considerazione, è necessario riconoscere come la preghiera del rosario alimenti la nostra stessa identità sacerdotale.

Se, infatti, nel renderci partecipi del Suo Sacerdozio - come il Papa ha autorevolmente insegnato (cfr. Veglia in occasione dell'Incontro Internazionale dei Sacerdoti a conclusione dell'Anno Sacerdotale, 10 giugno 2010) - Cristo ci tira dentro di Sé e così ci permette di usare il Suo stesso "io", è nella contemplazione dei Misteri della Sua vita, tramite gli occhi ed il cuore immacolato di Maria, che possiamo conoscerLo di più, apprendere i Suoi sentimenti, accogliere la grazia che ci dona nella quotidiana celebrazione eucaristica e renderci sempre più disponibili a quanto Egli dispone per noi.

Sarà la Beata Vergine Maria, che ora in corpo ed anima contempla la Gloria del Figlio, a comunicarci, come per osmosi, l'amore per il Figlio. Non stanchiamoci mai di imparare dalla Madre del Bell'Amore, che ha pronunciato, per tutta la Chiesa, il "sì" incondizionato alla volontà di Dio, permettendo così l'Incarnazione del Verbo, l'essere stesso della Chiesa e la Presenza sacramentale, ora, di Cristo nell'Eucaristia.

A Lei, al suo cuore, siamo misticamente uniti, non solo come membra della Chiesa, ma specialmente, in quanto sacerdoti: siamo alter Christus, altri suoi figli!

Essere sacerdoti, quindi, significa anche, per grazia, essere con Maria un solo cuore. Significa poter esultare: Totus tuus sum Maria et omnia mea tua sunt!

Abusi sessuali e celibato. Di Silvano Fausti S.I.

Biblista e scrittore, http://www.popoli.info/ maggio 2010
Caro padre Silvano, vorrei chiederle cosa ne pensa degli abusi sessuali commessi da uomini di Chiesa. Soprattutto, poiché molti tirano in ballo la questione del celibato dei sacerdoti, vorrei leggere la sua opinione in merito a questo tema così delicato. Il celibato dei sacerdoti, se non sbaglio, non è una cosa voluta espressamente da Gesù, né un dogma della Chiesa. Quale può essere, nel 2010, il suo valore e quali possibilità ci sono che la Chiesa cambi posizione su questo?

È bene che siano denunciati e perseguiti gli abusi sessuali. È un errore nasconderli per non scandalizzare. Lo scandalo non è che vengano alla luce, ma che ci siano e vengano occultati. Il diavolo, si sa, fa pentole, ma non coperchi.

La presa di posizione del Papa, molto forte, era necessaria. Se ci fosse stata prima, si sarebbe diffusa meno la peste, con relativa strage di innocenti. Per non soccombere al male, innanzi tutto bisogna riconoscerlo e denunciarlo come tale. Inoltre vanno risarcite le vittime e il malfattore va messo in situazione di non nuocere, aiutandolo a recuperarsi. Chi fa il male, l'ha anche in qualche modo subito: chi sta bene, fa male a nessuno.

Nella mia esperienza non ho incontrato direttamente casi di abusi sessuali da parte di religiosi. Ne ho invece incontrati molti consumati dentro le mura di casa. Di questi si parla poco; non sono pubblici e restano sommersi. E non sono meno gravi, perché toccano le relazioni più sacre.

La selezione dei candidati al sacerdozio deve essere più severa, scartando persone scompensate. Pure la loro formazione nei seminari è da ripensare, se si vogliono persone serene e responsabili, con maturità affettiva e umanità meno repressa e più ricca.

Il celibato, per sé, non ha a che fare con gli abusi sessuali. Certo non è un dogma né può essere imposto senza danni collaterali. Introdotto in Spagna nel IV secolo, si diffuse, pur tra contrasti, nel mondo latino e fu sancito solo nel 1123. Un clero sposato ha sempre convissuto - e tuttora convive nelle Chiese orientali anche cattoliche - con la scelta celibataria propria dei monaci. Il celibato può solo essere una libera scelta come testimonianza del Regno, secondo il comandamento, valido per tutti: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore» (Mc 12,30s). Ogni uomo è partner di Dio, chiamato a rispondere al suo amore con amore: solo così ama veramente se stesso e l'altro come se stesso. L'amore, di sua natura assoluto, è per Dio, unico assoluto. Qualcuno, se può e vuole, è chiamato a testimoniarlo con cuore indiviso (1Cor 7,32s); tutti però siamo chiamati a viverlo con il prossimo, in particolare nella relazione di coppia, che è immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,27). Per questo il matrimonio è un grande mistero (Ef 5,32), riflesso della fedeltà del Dio-amore. All'obiezione di Pietro che, se è così, non vale la pena di sposarsi, Gesù risponde: «Vi sono eunuchi nati così dal seno materno, altri che sono stati resi tali dagli uomini e altri che si sono fatti tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca» (Mt 19,10-12). I primi non possono sposarsi; i secondi, per problemi sopraggiunti, non sono in grado di reggere un rapporto di coppia. I terzi, pur in grado di sposarsi, vi rinunciano per una scelta particolare. A questi è possibile un celibato sano e positivo.

In questa luce è da rivedere la disciplina del celibato imposto ai sacerdoti. I vari ministeri nella Chiesa vanno sempre riformati, perché siano adeguati al loro fine, che è servire il sacerdozio, la libertà e la profezia comune del popolo di Dio. I ministri sposati - in particolare la presenza della donna - sono certamente un arricchimento. E non solo per uscire da ambiguità pericolose e ovviare alla scarsità di preti, ma anche per avere una comunità cristiana più adulta e meno clericale.

Presbitero dona la sua vita per salvare tre giovani

ROMA, 12 May. 10 / 10:35 pm (ACI)

El P. Thomas Remedios Fernandes, de 37 años, vicario parroquial de la iglesia de Jesús, María y José, en la aldea de Nuvem, falleció el 9 de mayo al salvar a tres jóvenes de perecer ahogados en el mar durante un paseo organizado por la parroquia.

Según informó la agencia Fides, la parroquia había organizado un día de compañerismo en la playa de Galgibaga. Ese día por la tarde, tres jóvenes de entre 17 y 19 años ingresaron en el mar agitado y al encontrarse en dificultad gritaron pidiendo ayuda.

"El P. Fernandes se tiró al agua y logró salvar enseguida a dos. Una vez alcanzado y puesto a salvo al tercer joven, ha sufrido un ataque cardíaco mortal. El sacerdote ha sido socorrido y llevado rápidamente a un hospital cercano, pero los médicos no han podido hacer otra cosa que constatar la muerte", informó Fides.

La Iglesia en Goa afirmó que el P. Fernandes "es un Pastor que ha dado la vida por sus ovejas (…) y en este Año Sacerdotal es un ejemplo y un testimonio para todos los sacerdotes".

Lettera di Suor Lucia, veggente di Fatima, a un sacerdote molto preoccupato e occupato

Caro padre: Pax Christi!
Ho notato nella sua lettera che è molto preoccupato per il disorientamento del tempo presente. È nella verità quanto lei lamenta che tanti si lascino dominare dall’onda diabolica che schiavizza il mondo e si incontrano tanti ciechi che non vedono l’errore.
Ma il principale errore è che questi abbandonarono la preghiera, allontanandosi da Dio e senza Dio tutto gli viene meno, perché senza di me non potete fare nulla ( Gv 15,5).
Ora, ciò che soprattutto raccomando è che ci si avvicini al Tabernacolo e si faccia orazione. Lì si incontrerà la luce e la forza per nutrirsi e donarsi agli altri. Donarsi con soavità, con umiltà e, nello stesso tempo con fermezza. Perché coloro che esercitano una responsabilità hanno il dovere di tenere la verità nella dovuta considerazione, con serenità, con giustizia, con carità. Per questo hanno bisogno ogni giorno di più pregare, di stare vicino a Dio, di trattare con Dio di tutti i problemi prima di affrontarli con le creature. Continui per questa strada e vedrà che vicino al Tabernacolo troverà più sapienza, più luce, più forza, più grazia e più virtù che giammai potrà incontrare nei libri, negli studi, né presso creatura alcuna.
Non giudichi mai perduto il tempo che passa nell’orazione e vedrà come Dio le comunicherà la luce, la forza e la grazia di cui ha bisogno, e anche quello che Dio le chiede.
È questo che importa: fare la volontà di Dio, rimanere dove Egli ci vuole e fare ciò che Egli ci chiede. Ma sempre con spirito di umiltà, convinti che da soli non siamo niente e che deve essere Dio a lavorare in noi e servirsi di noi per tutto quello che Lui domanda.
Per questo abbiamo tutti bisogno di intensificare molto la nostra vita di interiore unione con Dio e tutto ciò si consegue per mezzo della preghiera. Che a noi manchi il tempo per tutto, meno che per la preghiera, e vedrà come in meno tempo si farà molto!

Tutti noi, ma specialmente chi ha una responsabilità, senza la preghiera, o che abitualmente sacrifica la preghiera per le cose materiali è come una penna d’oca di cui ci si serve per sbattere l’albume delle uova, elevando castelli di schiuma che, senza zucchero per sostenerli, in seguito si disgregano e si disfanno trasformandosi in acqua putrida.
Per questo Gesù Cristo disse: voi siete il sale della terra, ma se questo perde la forza , a niente altro più serve se non per essere gettato via.
E, siccome questa forza solo da Dio possiamo riceverla, abbiamo bisogno di avvicinarci a Lui, perché ce la comunichi e questa vicinanza si realizza solo per mezzo della preghiera, che è il luogo in cui l’anima si incontra direttamente con Dio.
Raccomandi questo a tutti i suoi fratelli sacerdoti e lo sperimenteranno. E poi mi dica se mi sono ingannata. Sono ben certa di quale sia il principale male del mondo attuale e la causa del regresso nelle anime consacrate. Ci allontaniamo da Dio, e senza Dio inciampiamo e cadiamo. Il demonio è astuto per saper qual è il punto debole e attraverso il quale ha da attaccarci. Se non stiamo attenti e non ci premuriamo con la forza di Dio, soccombiamo perché i tempi sono molto cattivi e noi siamo molto deboli. Solo la forza di Dio ci può sostenere.
Veda se può portare avanti tutto con calma, confidando sempre in Dio e Lui farà tutto quello che noi non possiamo fare e supplirà alla nostra insufficienza.

Suor Lucia, scc
A mons. Pasquale Mainolfi
Autore del libro: Fatima –cronaca e profezia

Con dolente forza per indicare la porta sul futuro

Se il Papa usa un aggettivo come «terrificante», di sicuro non lo fa a cuor leggero. Soprattutto se, con quello, intende far echeggiare nelle coscienze di credenti e non credenti la dolente consapevolezza che alle persecuzioni dei «nemici di fuori» si è aggiunta quella «più grande» che «nasce dal peccato nella Chiesa». Era martedì scorso, e Benedetto XVI stava volando verso il Portogallo; gli era stato chiesto se, nel messaggio di Fatima sulle sofferenze dei Papi, fosse possibile anche inquadrare quelle provocate dagli abusi che alcuni sacerdoti hanno compiuto nell’ultimo mezzo secolo sui più piccoli, sui bambini, e dalle ondate violente contro la Chiesa e al successore di Pietro che da questi «tradimenti» hanno preso forza. E il Papa ha detto una parola forte di dolore. Un dolore che in cinquecentomila, sul grande sagrato di Fatima, sono poi accorsi a lenire.

Tutto il viaggio apostolico che si è concluso ieri è stato, a ben vedere, una risposta alle domande che Fatima si porta dietro da sempre. Nella chiave di un futuro che la Chiesa può affrontare solo con la testimonianza di fede limpida resa dai suoi figli, senza cadere nella tentazione – quasi si trattasse di un capitolo esaurito – di affidare alla «fine della storia» il messaggio consegnato dalla Vergine a Lucia, Francesco e Giacinta.

Non per niente, in modi diversi ma con identico senso, Papa Ratzinger ha sottolineato a più riprese che «si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa» e ci ha ricordato che in essa «rivive quel disegno di Dio che interpella l’umanità sin dai suoi primordi». La tentazione, l’insidia vera, è quella che nascerebbe all’interno di una Chiesa "rilassata", preoccupata di molto e attenta a poco, magari presa dalle forme organizzative e singolarmente restìa a servire con fedeltà la forza del Vangelo, dimentica dell’essenziale, del centro della sua missione: l’annuncio della Parola.
Non è un’idea di oggi, nel magistero di Benedetto XVI. Dove «terrificante», certamente, è la colpa umana e il peccato cristiano della pedofilia che persone consacrate hanno compiuto, facendo violenza a minori e dando scandalo alla comunità dei credenti e armi ai nemici della Chiesa. Ma terrificante sarebbe soprattutto la perdita di prospettiva riguardo alla missione.

È diventato via via più chiaro, sulla strada di Fatima, perché Papa Ratzinger abbia voluto così strettamente ed esplicitamente legare questa sua visita all’Anno Sacerdotale. Perché la Chiesa «ha profondo bisogno di rimparare la penitenza, accettare la purificazione, imparare perdono ma anche la necessità della giustizia». Questo già accade, ma deve continuare ad accadere attraverso preti autenticamente convinti della grandezza del ministero a cui sono stati chiamati. E per questo che Benedetto ha voluto affidare alla Vergine di Fatima i 400mila sacerdoti del mondo, perché essi «rinnovino la Chiesa... trasfigurati dalla grazia di Colui che fa nuove tutte le cose».
Questo pellegrinaggio in terra portoghese, in un momento delicato e difficile, s’è così fatto "porta": una porta spalancata sul futuro della Chiesa. Che, ogni giorno, avrà bisogno del sostegno della Madre del Signore per far «rifiorire il deserto delle nostre solitudini e brillare il sole sulle nostre oscurità... tornare la calma dopo la tempesta, affinché ogni uomo veda la salvezza del Signore, che ha il nome e il volto di Gesù».

Salvatore Mazza


© Copyright Avvenire 15 maggio 2010

Dio è padrone dei suoi doni; la conversione degli uomini è grazia. Ma siamo responsabili dall’annuncio della totalità della fede e delle sue esigenze

CELEBRAZIONE DEI VESPRI CON SACERDOTI,
RELIGIOSI, SEMINARISTI E DIACONI

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Chiesa della SS.ma Trindade - Fátima
Mercoledì, 12 maggio 2010

Cari fratelli e sorelle,

«Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna […] perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4, 4.5). La pienezza del tempo è arrivata, quando l’Eterno irruppe nel tempo; per opera e grazia dello Spirito Santo, il Figlio dell’Altissimo fu concepito e si fece uomo nel seno di una donna: La Vergine Madre, tipo e modello eccelso della Chiesa credente. Essa non smette di generare nuovi figli nel Figlio, che il Padre ha voluto come primogenito di molti fratelli. Ognuno di noi è chiamato ad essere, con Maria e come Maria, un segno umile e semplice della Chiesa che continuamente si offre come sposa nelle mani del suo Signore.

A tutti voi che avete donato la vita a Cristo, desidero, questa sera, esprimere l’apprezzamento e la riconoscenza ecclesiale. Grazie per la vostra testimonianza spesso silenziosa e per niente facile; grazie per la vostra fedeltà al Vangelo e alla Chiesa. In Gesù presente nell’Eucaristia, abbraccio i miei fratelli nel sacerdozio e i diaconi, le consacrate e i consacrati, i seminaristi e i membri dei movimenti e delle nuove comunità ecclesiali qui presenti. Voglia il Signore ricompensare, come soltanto Lui sa e può fare, quanti hanno reso possibile trovarci qui presso Gesù Eucaristia, in particolare alla Commissione Episcopale per le Vocazioni e i Ministeri con il suo Presidente, Mons. Antonio Santos, che ringrazio per le parole piene di affetto collegiale e fraterno pronunciate all’inizio dei Vespri. In questo ideale «cenacolo» di fede che è Fatima, la Vergine Madre ci indica la via per la nostra oblazione pura e santa nelle mani del Padre.

Permettetemi di aprirvi il cuore per dirvi che la principale preoccupazione di ogni cristiano, specialmente della persona consacrata e del ministro dell’Altare, dev’essere la fedeltà, la lealtà alla propria vocazione, come discepolo che vuole seguire il Signore. La fedeltà nel tempo è il nome dell’amore; di un amore coerente, vero e profondo a Cristo Sacerdote. «Se il battesimo è un vero ingresso nella santità di Dio attraverso l’inserimento in Cristo e l’inabitazione del suo Spirito, sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalista e di una religiosità superficiale» (Giovanni Paolo II, Lettera ap. Novo millennio ineunte, 31). In quest’Anno Sacerdotale che volge al termine, scenda su tutti voi una grazia abbondante perché viviate la gioia della consacrazione e testimoniate la fedeltà sacerdotale fondata sulla fedeltà di Cristo. Ciò suppone evidentemente una vera intimità con Cristo nella preghiera, poiché sarà l’esperienza forte ed intensa dell’amore del Signore che dovrà portare i sacerdoti e i consacrati a corrispondere in un modo esclusivo e sponsale al suo amore.

Questa vita di speciale consacrazione è nata come memoria evangelica per il popolo di Dio, memoria che manifesta, certifica e annuncia all’intera Chiesa la radicalità evangelica e la venuta del Regno. Ebbene, cari consacrati e consacrate, con il vostro impegno nella preghiera, nell’ascesi, nello sviluppo della vita spirituale, nell’azione apostolica e nella missione, tendete verso la Gerusalemme celeste, anticipate la Chiesa escatologica, salda nel possesso e nell’amorevole contemplazione del Dio Amore. Quanto grande è oggi il bisogno di questa testimonianza! Molti dei nostri fratelli vivono come se non ci fosse un Aldilà, senza preoccuparsi della propria salvezza eterna. Gli uomini sono chiamati ad aderire alla conoscenza e all’amore di Dio, e la Chiesa ha la missione di aiutarli in questa vocazione. Sappiamo bene che Dio è padrone dei suoi doni; e la conversione degli uomini è grazia. Ma siamo responsabili dall’annuncio della fede, della totalità della fede e delle sue esigenze. Cari amici, imitiamo il Curato d’Ars che così pregava il buon Dio: «Concedimi la conversione della mia parrocchia, e io accetto di soffrire tutto ciò che Tu vuoi per il resto della vita». E tutto ha fatto per strappare le persone alla propria tiepidezza per ricondurle all’amore.

C’è una solidarietà profonda fra tutti i membri del Corpo di Cristo: non è possibile amarlo senza amare i suoi fratelli. Fu per la salvezza di essi che Giovanni Maria Vianney ha voluto essere sacerdote: «Guadagnare le anime per il buon Dio» dichiarava nell’annunciare la sua vocazione a diciotto anni d’età, così come Paolo diceva: «Guadagnare il maggior numero» (1 Cor 9,19). Il Vicario generale gli aveva detto: «Non c’è molto amore di Dio nella parrocchia, voi lo introdurrete». E, nella sua passione sacerdotale, il santo parroco era misericordioso come Gesù nell’incontro con ogni peccatore. Preferiva insistere sull’aspetto affascinante della virtù, sulla misericordia di Dio al cui cospetto i nostri peccati sono «grani di sabbia». Presentava la tenerezza di Dio offesa. Temeva che i sacerdoti diventassero «insensibili» e si abituassero all’indifferenza dei loro fedeli: «Guai al Pastore – ammoniva – che rimane zitto vedendo Dio oltraggiato e le anime perdersi».

Amati fratelli sacerdoti, in questo luogo che Maria ha reso tanto speciale, avendo davanti agli occhi la sua vocazione di discepola fedele del Figlio Gesù dal concepimento alla Croce e poi nel cammino della Chiesa nascente, considerate la grazia inaudita del vostro sacerdozio. La fedeltà alla propria vocazione esige coraggio e fiducia, ma il Signore vuole anche che sappiate unire le vostre forze; siate solleciti gli uni verso gli altri, sostenendovi fraternamente. I momenti di preghiera e di studio in comune, la condivisione delle esigenze della vita e del lavoro sacerdotale sono una parte necessaria della vostra vita. Come è meraviglioso quando vi accogliete vicendevolmente nelle vostre case, con la pace di Cristo nei vostri cuori! Come è importante aiutarvi a vicenda per mezzo della preghiera e con utili consigli e discernimenti! Riservate particolare attenzione alle situazioni di un certo indebolimento degli ideali sacerdotali oppure al fatto di dedicarsi ad attività che non si accordano integralmente con ciò che è proprio di un ministro di Gesù Cristo. Quindi è il momento di assumere, insieme con il calore della fraternità, il fermo atteggiamento del fratello che aiuta il proprio fratello a “restare in piedi”.

Sebbene il sacerdozio di Cristo sia eterno (cfr Eb 5,6), la vita dei sacerdoti è limitata. Cristo vuole che altri perpetuino lungo il tempo il sacerdozio ministeriale da Lui istituito. Perciò mantenette, nel vostro intimo e intorno a voi, l’ansia di suscitare – assecondando la grazia dello Spirito Santo – nuove vocazioni sacerdotali tra i fedeli. La preghiera fiduciosa e perseverante, l’amore gioioso alla propria vocazione e un dedicato lavoro di direzione spirituale vi consentiranno di discernere il carisma vocazionale in coloro che sono chiamati da Dio.

Cari seminaristi, che avete già fatto il primo passo verso il sacerdozio e vi state preparando nel Seminario Maggiore oppure nelle Case di Formazione Religiosa, il Papa vi incoraggia ad essere consapevoli della grande responsabilità che dovrete assumere: verificate bene le intenzioni e le motivazioni; dedicatevi con animo forte e spirito generoso alla vostra formazione. L’Eucaristia, centro della vita del cristiano e scuola di umiltà e di servizio, dev’essere l’oggetto principale del vostro amore. L’adorazione, la pietà e la cura del Santissimo Sacramento, lungo questi anni di preparazione, faranno sì che un giorno celebriate il sacrificio dell’Altare con edificante e vera unzione.

In questo cammino di fedeltà, amati sacerdoti e diaconi, consacrati e consacrate, seminaristi e laici impegnati, ci guida e accompagna la Beata Vergine Maria. Con Lei e come Lei siamo liberi per essere santi; liberi per essere poveri, casti e obbedienti; liberi per tutti, perché staccati da tutto; liberi da noi stessi affinché in ognuno cresca Cristo, il vero consacrato del Padre e il Pastore al quale i sacerdoti prestano la voce e i gesti, essendo sua presenza; liberi per portare all’odierna società Gesù morto e risorto, che rimane con noi sino alla fine dei secoli e a tutti si dona nella Santissima Eucaristia.

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Mons. Forte: la solitudine del prete è presenza di Dio

ROMA, giovedì, 13 maggio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la Lettera “Ai carissimi sacerdoti giovani dell’Arcidiocesi” di mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto.


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Carissimi giovani Sacerdoti,

in preparazione a questo incontro con Voi ho provato a pensare ad alcune delle sfide che nella nostra vita di presbiteri prima o poi inevitabilmente si presentano. L’elenco è solo indicativo, e pesca nella memoria del vissuto personale e collettivo. Ve lo presento con l’unica intenzione di capire che cosa significhi per ognuna di queste situazioni esistenziali la parola di Gesù: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,28-30).

La prima sfida che mi viene in mente è la solitudine del prete: in verità, essa è messa in conto sin dal primo momento della nostra chiamata ed ha un sapore anzitutto bello e positivo. Solitudine per noi che abbiamo incontrato Gesù non è tanto assenza degli uomini, quanto presenza di Dio: un essere rapiti dalla luce del Suo Volto, pur sempre cercato, un desiderio di stare con Lui e di lasciarci lavorare da Lui. C’è però anche una solitudine amara: l’avverti quando ti sembra che nessuno ti comprenda veramente o sia capace di un minimo di gratitudine per quello che sei e che fai. È la solitudine che ti fanno sentire i pregiudizi di alcuni, la malevolenza di altri - a volte anche nel nostro mondo ecclesiastico -, l’atteggiamento di chi sembra rimproverarti come egoistica la scelta di non avere accanto una moglie o dei figli secondo la carne. A volte tutto questo ti pesa, altre volte ti appare un prezzo necessario da pagare a una forma di vita certamente “controcorrente”. Ricorda sempre però che la tua solitudine è abitata da Gesù: Lui, che l’ha vissuta, ci dice “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. Regalare a Lui l’esperienza della solitudine amara e di quella ricca di pace, lasciare che sia Lui ad abitarle entrambe per farne tempo di grazia: è questo il modo più vero per camminare nella solitudine e viverla come condizione di grazia e di autentica generosità e libertà. Non sarai mai solo, se riconosci Gesù accanto a te!

Una seconda sfida che mi viene in mente è il senso di scoraggiamento e di frustrazione che a volte ci prende di fronte agli scarsi risultati, se non addirittura ai fallimenti del nostro ministero. Ci sono momenti in cui ti sembra di battere l’aria, di affaticarti invano: in quei momenti la stanchezza e il peso degli altri ti appaiono troppo grandi. Quante speranze e desideri incompiuti! Quante attese di bene cadute nel vuoto! Eppure Gesù ci dice: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. Dobbiamo riposarci in Lui: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’” (Mc 6,31). A volte occorre anche un po’ di sano riposo fisico: ma solo nell’amicizia con Gesù, nella prolungata esperienza della preghiera e dell’ascolto, raggiungiamo la fonte del riposo cui anela il nostro cuore. “Hai fatto il nostro cuore per Te ed è inquieto finché non riposa in Te”, ci assicura Agostino parlando a partire dalla propria esperienza. Confida nel Signore, spera in Lui e le forze e l’entusiasmo torneranno: “Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (Is 40,31). Non dimenticare, poi, che i frutti del tuo ministero li conosce solo Dio e a volte ti dà di scoprirne i segni al di là di ogni tuo calcolo e attesa!

Una terza sfida nella vita del prete è il rapporto con quelli che gli sono affidati: a volte, possiamo dirlo con veracità e umiltà, alcune persone sono proprio insopportabili. C’è chi ci tratta come funzionari del sacro da cui pretendere la disponibilità cieca del burocrate (ammesso che esista!); c’è chi vorrebbe arruolarci nel proprio mondo familiare o affettivo come possesso di cui disporre al momento opportuno; c’è chi ci assale col suo bisogno, rimproverandoci come colpa l’eventuale nostra impossibilità a soddisfare quello che ci viene chiesto. Qui è importante imparare a guardare sempre e solo la nostra gente come quella che Dio ci ha affidato: a guardarla cioè con occhi di amore, con lo sguardo di un padre che ama i propri figli a prescindere dai loro meriti o dalla loro effettiva amabilità. Occorre ricorrere a Lui, Gesù, al Suo esempio, al Suo aiuto: “Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde… Io sono il buon pastore… e do la mia vita per le pecore” (Gv 10,11-15). Non dobbiamo sottrarci alla fatica di chi ci chiede aiuto per portare il suo peso. Se accoglieremo tutti con un cuore disponibile e generoso, un Altro aiuterà noi: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”. Il giogo di chi ci è affidato è il giogo di Gesù: prenderlo su di noi ci fa sperimentare il ristoro e la dolcezza che Lui ci ha promesso!

C’è poi la sfida della comunione col vescovo e con il presbiterio: al vescovo abbiamo promesso fiducia e obbedienza, e questo a prescindere da chi sia o come sia colui che il Signore ci ha dato come pastore. Soprattutto, però, anche il vescovo ha bisogno dell’amore dei suoi sacerdoti, senza cui non potrebbe fare quasi nulla per la crescita del suo popolo nella fede e nell’amore di Dio e degli altri. Da vescovo sto imparando sempre di più a esercitare la carità paterna, a non giudicare, a cercare di comprendere, a valorizzare il bene che c’è in ognuno, specie in ciascuno dei miei preti. Anche voi aiutatemi ad aiutarvi! Pregate per me e cercate di comprendermi e sostenermi, come io desidero fare con voi. Prego tanto per voi, fedelmente, con tutto il mio cuore. Vi chiedo di volervi bene come Gesù ci ha chiesto: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,12). “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (13,35). Abbiate a cuore il bene gli uni degli altri. Siate fedeli ai nostri appuntamenti, cercando di viverli come ore di grazia, con spirito di profondo ascolto e partecipazione assidua e attiva. Amiamo i sacerdoti più anziani, riconoscendo in loro tutto il bene della loro vita spesa per il Vangelo. Liberiamoci da ambizioni, confronti, gelosie e piccole invidie. Gesù ce lo chiede come lo aveva chiesto ai suoi: “Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato” (Mt 23,11s). Chiediamo di essere così a Lui, che ci dona di vivere con semplicità quello che ci chiede: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”.

Infine, vorrei dirvi una parola sulla sfida rappresentata dal rapporto con la famiglia, le amicizie e gli affetti: ci sono tanti esempi belli di relazioni umane autentiche del sacerdote con i suoi cari e con i suoi amici; ci sono parimenti rischi e atteggiamenti sbagliati. Fra questi la freddezza di alcuni preti, che appare a volte perfino disumana e alienante, anche se è spesso solo frutto di timidezza e di una mancanza di amore conosciuta nei tempi dell’infanzia o dell’adolescenza (per inciso vorrei ricordare quanto è importante l’aiuto di una psicologia scevra da precomprensioni per aiutare il prete a essere uomo fra gli uomini, costituito a favore degli uomini!). Altri tendono invece a creare legami oppressivi, sentendosi quasi padroni della fede e dell’affetto di quelli che sono loro affidati. Entrambi questi atteggiamenti sono sbagliati: occorre essere tanto umani ed insieme tanto veri nella nostra appartenenza esclusiva a Gesù. Nessun affetto ci deve separare da Lui: meglio morire, che offendere gravemente l’alleanza con Lui! Anche qui è Gesù che ci viene incontro: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. È Lui che ci ama per primo e ci aiuta ad amare gli altri con verità e libertà se solo ci lasciamo amare da Lui. Diamogli tempo e cuore: adoriamolo con tutto il nostro essere, regalandogli lunghi momenti davanti alla Sua Presenza sacramentale e in ascolto della Sua Parola di vita. Allora, ci sentiremo in pace e nessun surrogato potrà esercitare il suo fascino malizioso sul nostro cuore innamorato di Dio ed abitato da Gesù.

Vi ho esposto questi pensieri con semplicità, dopo averci un po’ pregato. Ora, vorrei che li condividiate con me, lasciando che la ricchezza del nostro essere insieme moltiplichi la luce di grazia che il Signore vuol far risplendere in ciascuno di noi, per sperimentare nel vivo del nostro cuore e del nostro ministero la forza liberante e salutare della promessa che Gesù ha fatto ai discepoli che tanto ama: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,28-30).

+ Bruno

Padre Arcivescovo

4 Maggio 2010

Il Card. Caffarra ai sacerdoti: predicate nel “cortile dei gentili”

Nella solennità della Beata Vergine in San Luca, patrona di Bologna


di Antonio Gaspari

ROMA, giovedì, 13 maggio 2010 (ZENIT.org).- Nella solennità della Beata Vergine in San Luca, patrona di Bologna, (13 maggio) il cardinale Carlo Caffarra ha ricordato che Maria è “l’arca della Nuova Alleanza che reca la presenza salvifica del Signore in mezzo al suo popolo” ed ha invitato i sacerdoti a predicare il Vangelo nel “cortile dei gentili”.

Nel corso dell’omelia della Santa Messa Episcopale concelebrata da tutti i sacerdoti della diocesi, l’Arcivescovo di Bologna ha spiegato che come l’arca della prima Alleanza fu accolta dai leviti ‘levando la loro voce’, così Elisabetta accoglie Maria “esclamando a gran voce: 'benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo'”.

Così, ha sostenuto il porporato, Maria “ci ha visitato, recandoci la presenza salvifica del nostro Salvatore” per questo bisogna esultare di gioia come fece Giovanni.

Il cardinale Caffarra ha quindi ricordato che una imponente tradizione dei Padri e dei Dottori della Chiesa insegna che “mediante la presenza di Maria, Giovanni è stato santificato fin dal grembo materno”.

L’evento di grazia che accade nella casa di Zaccaria ed Elisabetta è dunque “l’unzione profetica” di Giovanni.

“La santificazione del precursore fin dal grembo materno – ha precisato l’Arcivescovo – consiste dunque nella sua vocazione ad essere profeta dell’Altissimo: ‘per andare davanti al Signore a preparargli le strade. E pertanto Giovanni inizia a profetare mediante la voce di sua madre”.

Facendo riferimento all’Anno sacerdotale il cardinale Caffarra ha spiegato che la visita di Maria sollecita la missione profetica di predicare il Vangelo ad ogni presbitero.

“La predicazione del Vangelo precede ogni altra attività apostolica” ha sottolineato l’Arcivescovo, ed è “nel ‘cortile dei gentili’ che oggi il Signore ci chiede di esercitare il nostro munus propheticum più che nel recinto del Santo dei Santi”.

Il porporato ha sostenuto che “il profeta però non parla a nome proprio” e “infatti non predichiamo noi stessi” ma “il Vangelo di Dio.

“Il sacerdote-profeta – ha aggiunto - ha ricevuto una parola che non è sua; di cui è debitore verso ogni uomo poiché è la salvezza di ogni uomo”.

Circa la fonte da cui attingere la parola profetica, il cardinale Caffarra ha detto: “Scrittura, Tradizione, Magistero: il triplice ed unico canale da cui attingiamo l’acqua della Parola che annunciamo.

“Il sacerdote – ha continuato - deve giungere ad una tale assimilazione della Parola profeticamente predicata, che il suo pensiero, il suo sentire, il suo predicare è diventato pura trasparenza e rifrazione del pensiero, del sentire, della predicazione di Cristo. Come il pesce nell’acqua, siamo immersi nella verità che è Cristo”.

In conclusione l’Arcivescovo di Bologna ha invocato Maria dicendo: “Ottienici la forza dello Spirito perché siamo profeti ‘in opere ed in parole’ del tuo Figlio. Ogni fedele riconosca nella voce di ciascuno di noi la voce del Buon Pastore; ogni uomo e donna ancora in ricerca riconosca nella voce di ciascuno di noi la risposta alla sua attesa più profonda. O Spirito di profezia scendi su di noi”.

Il Papa: La santità, il Ministero ordinato e il sacerdozio comune dei fedeli, la liturgia. Parole fondamentali ai Vescovi dl Belgio

Benedetto XVI ai presuli della Conferenza episcopale in visita “ad limina”


ROMA, sabato, 8 maggio 2010, (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere in udienza questo sabato mattina i Vescovi del Belgio in occasione della loro visita “ad limina”.



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Cari Fratelli nell'Episcopato,

sono lieto di porgervi il mio cordiale benvenuto in occasione della vostra visita ad limina Apostolorum che vi ha condotto in pellegrinaggio sulle tombe degli Apostoli Pietro e Paolo. Questa visita è un segno della comunione ecclesiale che unisce la Comunità cattolica del Belgio alla Santa Sede. È anche una lieta occasione per rafforzare tale comunione nell'ascolto reciproco, nella preghiera comune e nella carità di Cristo, soprattutto in questo tempo in cui la vostra Chiesa è stata essa stessa messa alla prova dal peccato. Ringrazio vivamente Monsignor André-Joseph Léonard per le parole che mi ha rivolto a nome vostro e a nome delle vostre comunità diocesane. Mi è grato avere un pensiero speciale al Cardinale Godfried Danneels che, per oltre trent'anni, ha guidato l'arcidiocesi di Malines-Bruxelles e la vostra conferenza episcopale.

Leggendo i vostri resoconti sullo stato delle vostre rispettive diocesi, ho potuto valutare le trasformazioni in corso nella società belga. Si tratta di tendenze comuni a molti Paesi europei ma che, nel vostro, hanno caratteristiche proprie. Alcune di esse, già rilevate nella precedente visita ad Limina, si sono accentuate. Mi riferisco alla diminuzione del numero dei battezzati che testimoniano apertamente la loro fede e la loro appartenenza alla Chiesa, all'aumento progressivo dell'età media del clero, dei religiosi e delle religiose, al numero insufficiente di persone ordinate o consacrate impegnate nella pastorale attiva o negli ambiti educativo e sociale, al numero limitato dei candidati al sacerdozio e alla vita consacrata. La formazione cristiana, soprattutto quella delle giovani generazioni, le questioni relative al rispetto della vita e all'istituzione del matrimonio e della famiglia, costituiscono altri punti delicati. Si possono altresì menzionare le situazioni complesse e spesso preoccupanti legate alla crisi economica, alla disoccupazione, all'integrazione sociale degli immigrati, alla coesistenza pacifica delle diverse comunità linguistiche e culturali della Nazione.

Ho potuto rilevare come voi siete consapevoli di tali situazioni e dell'importanza d'insistere su una formazione religiosa più solida e più profonda. Ho preso atto della vostra Lettera pastorale, La belle profession de la foi, inscritta nel ciclo Grandir dans la foi. Attraverso questa Lettera, avete voluto incoraggiare tutti i fedeli a riscoprire la bellezza della fede cristiana. Grazie alla preghiera e alla riflessione comuni attorno alle verità rivelate, espresse dal Credo, si riscopre che la fede non consiste solo nell'accettare un insieme di verità e di valori, ma innanzitutto nell'affidarsi a Qualcuno, a Dio, nell'ascoltarlo, nell'amarlo, nel parlargli, al fine di impegnarsi al suo servizio (cfr. p. 5).

Un evento significativo, per il presente e per futuro, è stata la canonizzazione di padre Damiano De Veuster. Questo nuovo santo parla alla coscienza dei Belgi. Non viene forse designato come il figlio della nazione più illustre di tutti i tempi? La sua grandezza, vissuta nel dono totale di sé ai fratelli lebbrosi, al punto da venire contagiato e morire, risiede nella sua ricchezza interiore, nella sua preghiera costante, nella sua unione con Cristo che vedeva presente nei propri fratelli e ai quali, come lui, si donava senza riserve. In questo anno sacerdotale, è bene proporre il suo esempio di sacerdote e missionario, in particolare ai sacerdoti e ai religiosi. La diminuzione del numero dei sacerdoti non deve essere percepita come un processo inevitabile. Il Concilio Vaticano ii ha affermato con forza che la Chiesa non può fare a meno del ministero dei sacerdoti. È dunque necessario e urgente conferirgli il suo giusto posto e riconoscerne il carattere sacramentale insostituibile. Ne deriva la necessità di un'ampia e seria pastorale delle vocazioni, fondata sull'esemplarità della santità dei sacerdoti, sull'attenzione ai germi di vocazione presenti in molti giovani e sulla preghiera assidua e fiduciosa, secondo la raccomandazione di Gesù (cfr. Mt 9, 37).

Rivolgo un saluto cordiale e riconoscente a tutti i sacerdoti e alle persone consacrate, spesso sovraccarichi di lavoro e desiderosi del sostegno e dell'amicizia del loro Vescovo e dei loro confratelli, senza dimenticare i sacerdoti più anziani che hanno dedicato tutta la loro vita al servizio di Dio e dei loro fratelli. Non dimentico neppure i missionari. Che tutti — sacerdoti, religiosi, religiose e laici del Belgio — ricevano il mio incoraggiamento e l'espressione della mia gratitudine e che non si dimentichino che è solo Cristo che può placare ogni tempesta (cfr. Mt 8, 25-26) e che ridà forza e coraggio (cfr. Mt 11, 28-30 e Mt 14, 30-32), per condurre una vita santa in piena fedeltà al loro ministero, alla loro consacrazione a Dio e alla testimonianza cristiana.

La Costituzione Sacrosanctum concilium sottolinea che è nella liturgia che si manifesta il mistero della Chiesa, nella sua grandezza e nella sua semplicità (cfr. n. 2). È dunque importante che i sacerdoti curino le celebrazioni liturgiche, in particolare dell'Eucaristia, affinché esse permettano una comunione profonda con il Dio vivente, Padre, Figlio e Spirito Santo. È necessario che le celebrazioni si svolgano nel rispetto della tradizione liturgica della Chiesa, con una partecipazione attiva dei fedeli, secondo il ruolo che corrisponde a ognuno di essi, unendosi al mistero pasquale di Cristo.

Nei vostri resoconti, vi mostrate attenti alla formazione dei laici, in vista di un inserimento sempre più effettivo nell'animazione delle realtà temporali. È un programma lodevole, che nasce dalla vocazione di ogni battezzato configurato a Cristo sacerdote, profeta e re. È bene discernere tutte le possibilità che scaturiscono dalla vocazione comune dei laici alla santità e all'impegno apostolico, nel rispetto della distinzione fondamentale fra il sacerdozio ministeriale e il sacerdozio comune dei fedeli. Tutti i membri della comunità cattolica, ma in modo particolare i fedeli laici, sono chiamati a testimoniare apertamente la loro fede e a essere fermento nella società, rispettando la sana laicità delle istituzioni pubbliche e le altre confessioni religiose. Una simile testimonianza non può essere limitata al solo incontro personale, ma deve anche assumere le caratteristiche di una proposta pubblica, rispettosa ma legittima, dei valori ispirati dal messaggio evangelico di Cristo.

La brevità di questo incontro non mi permette di sviluppare altri temi che mi sono cari e che anche voi avete menzionato nei vostri resoconti. Concluderò dunque pregandovi di trasmettere alle vostre comunità, ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose e a tutti i cattolici del Belgio, i miei saluti affettuosi, assicurandoli della mia preghiera per loro dinanzi al Signore. Che la Vergine Maria, venerata in tanti santuari del Belgio, vi assista nel vostro ministero e vi protegga tutti con la sua tenerezza materna! A voi e a tutti i cattolici del Regno, imparto di cuore la Benedizione apostolica.

Una cura reciproca tra sacerdoti e laici. Intervento del segretario della Congregazione per il Clero Mauro Piacenza

Tratto da L'Osservatore Romano del 9 maggio 2010

Si conclude domenica 9 a Roma il convegno promosso, nell'ambito dell'Anno sacerdotale, dal movimento Serra International dal titolo "Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdUna cura reciproca tra sacerdoti e laiciote, fedeltà del laico: opinioni e testimonianze a confronto". Nella mattina di sabato 8 è intervenuto l'arcivescovo segretario della Congregazione per il Clero con una relazione di cui pubblichiamo ampi stralci.

Agli occhi del mondo essere cristiani è ritenuto appena come l'appartenenza a una certa associazione religiosa, piuttosto estesa, caratterizzata innanzitutto da un rigoroso sistema morale, che mortificherebbe le più originarie aspirazioni dell'uomo e, a causa dei numerosi obblighi e rinunce che comporta, lo escluderebbe dalla pienezza della vita, tanto nella dimensione privata e personale quanto, ancor più, in quella sociale e pubblica. Ma se questa fosse la reale consistenza della nostra identità, ovviamente, non varrebbe la pena essere qui oggi, né tanto meno vantarsi di questo nome, come invece facciamo.

Ben altra è la nostra identità. Essere cristiano, infatti, prima che un determinato atteggiamento morale, significa essere di Cristo e in Cristo: significa cioè essere, in virtù del dono sacramentale, in relazione autentica e permanente con la Persona del Signore Gesù. La nostra identità, e la fedeltà che ne deriva, non si definisce, né si modella o perfeziona nella relazione con Lui, ma consiste nell'essenza di tale relazione: il battezzato, colui che è immerso nel mistero di Cristo, consiste di Cristo fino al vertice dell'espressione paolina: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Lettera ai Galati, 2, 20).

Da questa identità, che è definitivamente donata, per mezzo del battesimo, sgorga, come acqua dalla sorgente, il nostro libero agire alla sequela del Signore, il nuovo e perfetto culto ch'Egli ha istituito, e ciò, almeno nel suo aspetto essenziale, cioè di dono, indipendentemente dal nostro prenderne coscienza, accoglierlo e interiorizzarlo. Sono due, quindi, gli elementi che entrano in gioco nel sacerdozio comune, in questo nuovo modo di relazionarsi con sé che Dio ha istituito nel mistero della redenzione: l'identità sacramentale donata nel battesimo, che è opera di Dio che ci precede, e la libertà creaturale di immedesimarsi con questa nuova identità.

Quindi l'essere cristiani riguarda non solo determinate azioni, quali quelle cultuali, e nemmeno soltanto le scelte di particolare importanza per la nostra vita, ma il nostro stesso vivere, ogni circostanza nella quale ci troviamo a vivere: la gratitudine per essere destati al mattino a vivere un nuovo giorno fino al saper fare un giusto esame di coscienza al termine della giornata, chiedendo perdono per gli eventuali peccati ed errori e ringraziando per i tanti doni ricevuti.

Il recupero e l'approfondimento della "spiritualità del quotidiano" fa emergere come totalmente superata, oltre che profondamente illegittima, qualunque concezione che, come avvenuto nei decenni passati, tenda a contrapporre, all'interno dell'unico corpo che è la Chiesa, il laicato e la gerarchia. Non a caso, nel nuovo codice di diritto canonico, entrambi sono contenuti nell'unico libro sul popolo di Dio. Sono tutti, laici e chierici insieme, unico popolo di Dio; anche i chierici sono, a Dio piacendo, Christifideles, cioè fedeli di Gesù Cristo, fedeli credenti in Gesù Cristo, e dunque appartenenti all'unico popolo dei salvati.

In quest'ottica è superata ogni contrapposizione artificiale, nell'unica Chiesa, tra clero e laicato e il punto di partenza teologicamente più significativo è sempre l'unità di questo popolo, chiamato a testimoniare il Risorto nel mondo, ad animare le realtà terrene e a essere una autentica "comunione guidata", nella quale i due termini "comunione" e "guidata" sono coessenziali e domandano un continuo riconoscimento reciproco.

Se non ci fosse la realtà comunionale, che è data gratuitamente da Cristo, in forza del comune battesimo, non sarebbe concepibile la docile sequela della gerarchia, nella quale riconoscere Cristo stesso, Buon Pastore, che ama, protegge, sostiene, difende e guida la sua Chiesa. Allo stesso modo, se non ci fosse una "guida", verrebbe meno l'idea stessa, oltre che la realtà, della comunione, la quale, per sua natura, domanda di essere ordinata, visibile, e perciò riconoscibile, soprattutto, in quell'universale "punto di comunione" che è il Romano Pontefice.

L'unico sommo sacerdote, nel cristianesimo, è lo stesso Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, il quale offre al Padre l'unico culto realmente espiatorio e redentivo, e rende partecipi - questo sì - del proprio ministero, cioè servizio, i sacerdoti di ogni tempo, che Egli stesso chiama al ministero.

Potremmo dire che nel sacerdozio neotestamentario l'elemento prevalente è la non auto-attribuibilità di tale ministero, ma la coscienza, permanente, che sempre ha attraversato la vita della Chiesa, che a un tale compito, che implica la configurazione ontologico-sacramentale allo stesso Cristo sacerdote, si è chiamati, indipendentemente dalle proprie qualità, dai propri meriti, e, talvolta, soprattutto all'inizio del discernimento vocazionale, anche indipendentemente dalla propria volontà.

Questo elemento, troppo spesso dimenticato, determina una grande libertà, sia da parte del sacerdote, sia da parte del fedele laico, nel riconoscimento del valore istituzionale del sacerdozio ministeriale. Tale sguardo oggettivo, fondato sulla fede soprannaturale, permette di superare sia le presunzioni clericali sia le pretese laicali, sia gli inutili pauperismi e vittimismi clericali sia i protagonismi laicali.

Uno dei fenomeni, peraltro noto, degli anni successivi alla chiusura del concilio ecumenico Vaticano ii è stato la secolarizzazione diffusa persino nella Chiesa e che ha toccato anche non pochi sacerdoti. A tale secolarizzazione del clero, paradossalmente, ha fatto eco un'inspiegabile clericalizzazione del laicato, che ha pensato di poter ridurre la propria vocazione a quei compiti di collaborazione o di supplenza, propria o impropria, degli uffici più essenzialmente ecclesiastici, invece che veleggiare, con il vento dello Spirito in poppa, negli ampi mari del mondo, testimoniando Cristo in ogni realtà.

Entrambi i fenomeni sono di preoccupante gravità. La secolarizzazione del clero dimostra una perdita, almeno di coscienza, della grandezza e della profondità della propria identità, del fatto di essere alter Christus, di agire in Persona Christi Capitis, di essere e rappresentare Cristo stesso che continua, attraverso i suoi sacerdoti, l'opera della salvezza. La clericalizzazione del laicato, d'altro canto, rappresenta un reale impoverimento dell'ampio respiro missionario a cui sacramentalmente il battesimo abilita e, paradossalmente, ma realmente, è frutto di un'errata interpretazione di quanto il Vaticano ii intendeva indicare con la giusta promozione del laicato e l'ormai nota actuosa participatio.

Poste tali premesse, il primo atteggiamento richiesto a tutti i Christifideles, nei riguardi del corretto rapporto e della conseguente giusta collaborazione tra laici e chierici, è quello della fede. Una fede che riconosca, umilmente e realmente, la comune vocazione alla santità e la dignità creaturale e cristiana, che l'opera della salvezza ha prodotto; una fede che riconosca la libertà e la conseguente indisponibilità del divino volere, il quale costituisce sacerdoti e pastori indipendentemente dalla volontà e dalla approvazione del popolo.

Insieme a una tale fede nel sacerdozio ministeriale, un'altra forma di collaborazione dei laici al ministero dei sacerdoti è quella che potremmo definire la "custodia nella comunione". Sono persuaso infatti che non sia soltanto il pastore a custodire il gregge, ma sia anche, seppur non in modo istituzionale, il gregge a custodire il pastore, soprattutto attraverso la propria santità e docilità e domandando al pastore ciò che il pastore può e deve garantire al gregge. In una comunità parrocchiale, per esempio, non è solo il parroco a custodire, presiedere e guidare la comunità, ma è la comunità stessa, con le sue famiglie e i suoi giovani, i suoi anziani e i suoi malati, con la tradizione di fede e di pietà che la anima, con la storia di sacerdoti santi che la attraversa, a custodire la vita, l'ordine, la disciplina, la regola di preghiera e dunque il ministero stesso del sacerdote. Analogo esempio si potrebbe fare per un'associazione nei confronti del proprio assistente ecclesiastico o per una comunità diocesana nei confronti del proprio vescovo: se questi ne è il primo padre e custode, non di meno tutta la comunità diocesana, a partire dai presbiteri fino a tutti i fedeli laici, sono chiamati a "custodire nella comunione" il proprio pastore e tale custodia è il primo reale modo di autentica collaborazione.

Fedeltà dei fedeli laici deriva anche dalla fedeltà dei sacri ministri e genera una sana cooperazione nella santità che, più efficacemente che attraverso un "fare", trova la sua più compiuta attuazione in quell'indispensabile e quotidiana orazione, che sempre deve accompagnare la vita dei sacerdoti. Se nelle circostanze attuali, dobbiamo con rammarico riconoscerlo, il senso del sacro è venuto progressivamente meno, e, con esso, l'attenzione alla preghiera e la fedeltà a essa, come cristiani non possiamo conformarci alla mentalità di questo secolo, ma dobbiamo riscoprire che la prima e più fondamentale energia di collaborazione, efficace più di ogni altro umano mezzo, è proprio la reciproca custodia nella preghiera. Difficilmente una comunità abituata a pregare costantemente per il proprio sacerdote, lo vedrà smarrirsi, poiché lo stesso esercizio orante fungerà da profondo richiamo per il ministro. Crediamo noi realmente nella forza di questa preghiera? Crediamo davvero che con la nostra preghiera, l'offerta della nostra vita, i nostri sacrifici, le nostre penitenze volontariamente scelte o accettate, possiamo fattivamente ed efficacemente collaborare al ministero dei sacerdoti? All'apostolato dei vescovi? Allo stesso supremo ministero del Successore di Pietro, il Vescovo di Roma? Senza questo primato della preghiera, vissuto nella reciproca comunione e in un ampio respiro di fede autentica, non si danno ambiti di fedeltà né di collaborazione che possano avere una qualche efficacia.

Quel Curato così «ignorante» NEGLI SCRITTI DEL VIANNEY LA FEDE RICCA E SOLIDA DI UN PRETE SEMPLICE

DI FILIPPO RIZZI
S
an Giovanni Maria Vianney è spesso considerato un santo «ignorante». Lo stesso Curato d’Ars amava definirsi «un asino, un po’ testardo e un po’
testone».

Ma, nonostante la semplice formazione di sacerdote di campagna, ancora oggi la sua predicazione, la catechesi, le omelie, la sapienza spicciola dei suoi detti parlano ai sacerdoti ma anche ai fedeli laici di oggi.

Tra le pubblicazioni uscite in questi mesi, molte sono sulla figura del Curato d’Ars, ma vale la pena citare anche quelle che si sono dedicate a far conoscere gli scritti del Curato, le sue parole semplici e dirette. Il Centro missionario francescano, ad esempio, ha recentemente mandato alle stampe un testo – che fece epoca – del Santo Curato d’Ars
I pensieri (pagine 224, euro 15) proprio in occasione dell’Anno Sacerdotale. Le riflessioni sono state prese dai catechismi e dalle omelie del grande sacerdote francese, dalla sua prima biografia realizzata dal gesuita Alfred Monnin, dai processi di canonizzazione e da altre fonti minori. Filo conduttore è soprattutto il volume di Bernard Nodet Jean Marie Vianney, Pensées, Le Puy 1958. Il nuovo volume è stato promosso dal progetto editoriale La Perla Preziosa ), sorto grazie ai Frati minori conventuali delle Marche, con lo scopo di rendere accessibile al maggior numero di persone la spiritualità e lo spessore di questa figura indicata dal Papa come esempio per i sacerdoti. Non a caso, oltre a questo testo, in occasione del 150esimo anniversario della morte di san Giovanni Maria Vianney il Centro missionario ha voluto ripubblicare la prima biografia sul sacerdote francese di Alfred Monnin Il Curato d’Ars. San Giovanni Maria Vianney. La prima biografia (pagine 288, euro 17) e un’agile sintesi di questo volume. «Abbiamo pensato di dare alle stampe la vita del Curato di Ars – racconta padre Roberto Brunelli, frate minore conventuale e responsabile del progetto – puntando sulla brevità e sulla semplicità, in modo che tutti abbiano la possibilità di nutrirsi spiritualmente. Eventuali guadagni, saranno impiegati per aiutare le missioni francescane in Zambia, Perù e Cuba».

Sfogliando e leggendo attentamente i
Pensieri si rimane affascinati dalla grandezza spirituale ma anche dal buon senso evangelico del Vianney. Infatti oltre alla fantasia e all’acuto spirito di osservazione, il Curato attingeva per i suoi scritti da alcuni testi classici dell’epoca: le vite dei Santi – come quella di Ribadeneyra –, quelle dei Padri del deserto, la Perfezione cristiana di Alfonso Rodriguez e le opere del padre Lejeune.

A colpire in questo volume è, ad esempio, il capitolo dedicato alla preghiera dove il Santo Curato d’Ars confida la sua totale fiducia dell’esistenza del Paradiso ma soprattutto dell’amore di Dio. Centrale in questo testo sono le parti dedicate ai sacramenti, ai miracoli, ai ministeri ma anche alla proverbiale solitudine che tocca ai poveri curati di campagna del suo tempo. Un viaggio nei pensieri più autentici del Vianney che fa toccare con mano gli aspetti più attenti del suo apostolato: l’Eucarestia, il senso del peccato, la Parola di Dio, il sacramento della riconciliazione. Di qui
emerge la sua proverbiale saggezza di medico delle anime nel conoscere il polso di chi si accosta al suo confessionale: «Alcuni nascondono i peccati mortali per dieci o vent’anni. Sempre sono corrucciati; hanno sempre presente il loro peccato; sempre si propongono di confessarlo, e sempre ne ritardano la confessione: è un inferno». E ancora il Vianney confida: «Non è il peccatore che torna a Dio per chiedergli perdono, ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore per farlo tornare a Lui».

A stupire – tra le altre – sono le pagine che il Santo Curato dedica alla domenica: «Come si sbaglia nei suoi calcoli quello che si dà da fare la domenica con l’idea che guadagnerà più soldi o che farà più lavoro!

Possono mai due o tre franchi compensare il torto che fa a se stesso?».

Il Vianney nei suoi pensieri mette in evidenza i mali tipici del suo tempo ma anche le tentazioni che allontanano l’uomo da Dio. Non a caso il grande sacerdote dà molta importanza nella sua predicazione all’inferno, al purgatorio, al rapporto tra peccato e grazia, all’impegno del diavolo per tenerci lontani da Dio. Per Vianney è decisivo affidarsi alla misericordia di Dio. Il santo indica la povertà, la castità, l’umiltà, la pazienza, la pace interiore come le strade sicure per la santità personale. Una santità che è l’ossigeno del mondo: «Se non ci fosse qualche bell’anima per riposare il cuore e consolare lo sguardo da tanto male che vediamo e sentiamo, non potremmo sopportarci in questa vita... Sono piccoli ma le loro preghiere sono grandi presso il Buon Dio».

Dello stesso filone degli scritti raccolti, ordinati e riproposti è un altro libro, appena pubblicato dalla casa editrice pugliese Viverein,
Omelie del Santo Curato d’Ars a cura di Emanuele F. Falcone (euro 15, pagine 216). Vi sono racchiusi molti tra i testi più significativi della sua predicazione sulla vita di Gesù, i quaresimali, le omelie nel tempo di Pasqua e di Pentecoste. A impressionare in queste pagine è la costante preoccupazione del Curato che i suoi parrocchiani un giorno potessero godere della visione di Dio attraverso una vita di ascesi, la pratica delle virtù cristiane e l’amore verso il prossimo.

Il Papa: L'annuncio del Mistero Pasquale si realizza nei sacramenti. Insieme sono il centro della missione dell Chiesa e dei presbiteri

Benedetto XVI e la missione di santificare dei sacerdoti


Catechesi all'Udienza generale in piazza San Pietro


CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 5 maggio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell'Udienza generale in piazza San Pietro e dedicato alla missione di santificare gli uomini affidata ai sacerdoti.



* * *

Cari fratelli e sorelle,

domenica scorsa, nella mia Visita Pastorale a Torino, ho avuto la gioia di sostare in preghiera davanti alla sacra Sindone, unendomi agli oltre due milioni di pellegrini che durante la solenne Ostensione di questi giorni, hanno potuto contemplarla. Quel sacro Telo può nutrire ed alimentare la fede e rinvigorire la pietà cristiana, perché spinge ad andare al Volto di Cristo, al Corpo del Cristo crocifisso e risorto, a contemplare il Mistero Pasquale, centro del Messaggio cristiano. Del Corpo di Cristo risorto, vivo e operante nella storia (cfr. Rm 12, 5), noi, cari fratelli e sorelle, siamo membra vive, ciascuno secondo la propria funzione, con il compito cioè che il Signore ha voluto affidarci. Oggi, in questa catechesi, vorrei ritornare ai compiti specifici dei sacerdoti, che, secondo la tradizione, sono essenzialmente tre: insegnare, santificare e governare. In una delle catechesi precedenti ho parlato sulla prima di queste tre missioni: l'insegnamento, l'annuncio della verità, l'annuncio del Dio rivelato in Cristo, o — con altre parole — il compito profetico di mettere l'uomo in contatto con la verità, di aiutarlo a conoscere l'essenziale della sua vita, della realtà stessa.

Oggi vorrei soffermarmi brevemente con voi sul secondo compito che ha il sacerdote, quello di santificare gli uomini, soprattutto mediante i Sacramenti e il culto della Chiesa. Qui dobbiamo innanzitutto chiederci: Che cosa vuol dire la parola «Santo»? La risposta è: «Santo» è la qualità specifica dell'essere di Dio, cioè assoluta verità, bontà, amore, bellezza — luce pura. Santificare una persona significa quindi metterla in contatto con Dio, con questo suo essere luce, verità, amore puro. È ovvio che tale contatto trasforma la persona. Nell'antichità c'era questa ferma convinzione: Nessuno può vedere Dio senza morire subito. Troppo grande è la forza di verità e di luce! Se l'uomo tocca questa corrente assoluta, non sopravvive. D'altra parte c'era anche la convinzione: Senza un minimo contatto con Dio l'uomo non può vivere. Verità, bontà, amore sono condizioni fondamentali del suo essere. La questione è: Come può trovare l'uomo quel contatto con Dio, che è fondamentale, senza morire sopraffatto dalla grandezza dell'essere divino? La fede della Chiesa ci dice che Dio stesso crea questo contatto, che ci trasforma man mano in vere immagini di Dio.

Così siamo di nuovo arrivati al compito del sacerdote di «santificare». Nessun uomo da sé, a partire dalla sua propria forza può mettere l'altro in contatto con Dio. Parte essenziale della grazia del sacerdozio è il dono, il compito di creare questo contatto. Questo si realizza nell'annuncio della parola di Dio, nella quale la sua luce ci viene incontro. Si realizza in un modo particolarmente denso nei Sacramenti. L'immersione nel Mistero pasquale di morte e risurrezione di Cristo avviene nel Battesimo, è rafforzata nella Confermazione e nella Riconciliazione, è alimentata dall'Eucaristia, Sacramento che edifica la Chiesa come Popolo di Dio, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo (cfr. Giovanni Paolo II, Esort. ap. Pastores gregis, n. 32). È quindi Cristo stesso che rende santi, cioè ci attira nella sfera di Dio. Ma come atto della sua infinita misericordia chiama alcuni a «stare» con Lui (cfr. Mc 3, 14) e diventare, mediante il Sacramento dell'Ordine, nonostante la povertà umana, partecipi del suo stesso Sacerdozio, ministri di questa santificazione, dispensatori dei suoi misteri, «ponti» dell'incontro con Lui, della sua mediazione tra Dio e gli uomini e tra gli uomini e Dio (cfr. po, 5).

Negli ultimi decenni, vi sono state tendenze orientate a far prevalere, nell'identità e nella missione del sacerdote, la dimensione dell'annuncio, staccandola da quella della santificazione; spesso si è affermato che sarebbe necessario superare una pastorale meramente sacramentale. Ma è possibile esercitare autenticamente il Ministero sacerdotale «superando» la pastorale sacramentale? Che cosa significa propriamente per i sacerdoti evangelizzare, in che cosa consiste il cosiddetto primato dell'annuncio? Come riportano i Vangeli, Gesù afferma che l'annuncio del Regno di Dio è lo scopo della sua missione; questo annuncio, però, non è solo un «discorso», ma include, nel medesimo tempo, il suo stesso agire; i segni, i miracoli che Gesù compie indicano che il Regno viene come realtà presente e che coincide alla fine con la sua stessa persona, con il dono di sé, come abbiamo sentito oggi nella lettura del Vangelo. E lo stesso vale per il ministro ordinato: egli, il sacerdote, rappresenta Cristo, l'Inviato del Padre, ne continua la sua missione, mediante la «parola» e il «sacramento», in questa totalità di corpo e anima, di segno e parola. Sant'Agostino, in una lettera al Vescovo Onorato di Thiabe, riferendosi ai sacerdoti afferma: «Facciano dunque i servi di Cristo, i ministri della parola e del sacramento di Lui, ciò che egli comandò o permise» (Epist. 228, 2). È necessario riflettere se, in taluni casi, l'aver sottovalutato l'esercizio fedele del munus sanctificandi, non abbia forse rappresentato un indebolimento della stessa fede nell'efficacia salvifica dei Sacramenti e, in definitiva, nell'operare attuale di Cristo e del suo Spirito, attraverso la Chiesa, nel mondo.

Chi dunque salva il mondo e l'uomo? L'unica risposta che possiamo dare è: Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, crocifisso e risorto. E dove si attualizza il Mistero della morte e risurrezione di Cristo, che porta la salvezza? Nell'azione di Cristo mediante la Chiesa, in particolare nel Sacramento dell'Eucaristia, che rende presente l'offerta sacrificale redentrice del Figlio di Dio, nel Sacramento della Riconciliazione, in cui dalla morte del peccato si torna alla vita nuova, e in ogni altro atto sacramentale di santificazione (cfr. po, 5). È importante, quindi, promuovere una catechesi adeguata per aiutare i fedeli a comprendere il valore dei Sacramenti, ma è altrettanto necessario, sull'esempio del Santo Curato d'Ars, essere disponibili, generosi e attenti nel donare ai fratelli i tesori di grazia che Dio ha posto nelle nostre mani, e dei quali non siamo i «padroni», ma custodi ed amministratori. Soprattutto in questo nostro tempo, nel quale, da un lato, sembra che la fede vada indebolendosi e, dall'altro, emergono un profondo bisogno e una diffusa ricerca di spiritualità, è necessario che ogni sacerdote ricordi che nella sua missione l'annuncio missionario e il culto e i sacramenti non sono mai separati e promuova una sana pastorale sacramentale, per formare il Popolo di Dio e aiutarlo a vivere in pienezza la Liturgia, il culto della Chiesa, i Sacramenti come doni gratuiti di Dio, atti liberi ed efficaci della sua azione di salvezza.

Come ricordavo nella santa Messa Crismale di quest'anno: «Centro del culto della Chiesa è il Sacramento. Sacramento significa che in primo luogo non siamo noi uomini a fare qualcosa, ma Dio in anticipo ci viene incontro con il suo agire, ci guarda e ci conduce verso di Sé. (...) Dio ci tocca per mezzo di realtà materiali (...) che Egli assume al suo servizio, facendone strumenti dell'incontro tra noi e Lui stesso» (S. Messa Crismale, 1 aprile 2010). La verità secondo la quale nel Sacramento «non siamo noi uomini a fare qualcosa» riguarda, e deve riguardare, anche la coscienza sacerdotale: ciascun presbitero sa bene di essere strumento necessario all'agire salvifico di Dio, ma pur sempre strumento. Tale coscienza deve rendere umili e generosi nell'amministrazione dei Sacramenti, nel rispetto delle norme canoniche, ma anche nella profonda convinzione che la propria missione è far sì che tutti gli uomini, uniti a Cristo, possano offrirsi a Dio come ostia viva e santa a Lui gradita (cfr. Rm 12, 1). Esemplare, circa il primato del munus sanctificandi e della giusta interpretazione della pastorale sacramentale, è ancora san Giovanni Maria Vianney, il quale, un giorno, di fronte ad un uomo che diceva di non aver fede e desiderava discutere con lui, il parroco rispose: «Oh! amico mio, v'indirizzate assai male, io non so ragionare... ma se avete bisogno di qualche consolazione, mettetevi là... (il suo dito indicava l'inesorabile sgabello [del confessionale]) e credetemi, che molti altri vi si sono messi prima di voi, e non ebbero a pentirsene» (cfr. Monnin A., Il Curato d'Ars. Vita di Gian-Battista-Maria Vianney, vol. i, Torino 1870, pp. 163-164).

Cari sacerdoti, vivete con gioia e con amore la Liturgia e il culto: è azione che il Risorto compie nella potenza dello Spirito Santo in noi, con noi e per noi. Vorrei rinnovare l'invito fatto recentemente a «tornare al confessionale, come luogo nel quale celebrare il Sacramento della Riconciliazione, ma anche come luogo in cui “abitare” più spesso, perché il fedele possa trovare misericordia, consiglio e conforto, sentirsi amato e compreso da Dio e sperimentare la presenza della Misericordia Divina, accanto alla Presenza reale nell'Eucaristia» (Discorso alla Penitenzieria Apostolica, 11 marzo 2010). E vorrei anche invitare ogni sacerdote a celebrare e vivere con intensità l'Eucaristia, che è nel cuore del compito di santificare; è Gesù che vuole stare con noi, vivere in noi, donarci se stesso, mostrarci l'infinita misericordia e tenerezza di Dio; è l'unico Sacrificio di amore di Cristo che si rende presente, si realizza tra di noi e giunge fino al trono della Grazia, alla presenza di Dio, abbraccia l'umanità e ci unisce a Lui (cfr. Discorso al Clero di Roma, 18 febbraio 2010). E il sacerdote è chiamato ad essere ministro di questo grande Mistero, nel Sacramento e nella vita. Se «la grande tradizione ecclesiale ha giustamente svincolato l'efficacia sacramentale dalla concreta situazione esistenziale del singolo sacerdote, e così le legittime attese dei fedeli sono adeguatamente salvaguardate», ciò non toglie nulla «alla necessaria, anzi indispensabile tensione verso la perfezione morale, che deve abitare ogni cuore autenticamente sacerdotale»: c'è anche un esempio di fede e di testimonianza di santità, che il Popolo di Dio si attende giustamente dai suoi Pastori (cfr. Benedetto XVI, Discorso alla Plenaria della Congr. per il Clero, 16 marzo 2009). Ed è nella celebrazione dei Santi Misteri che il sacerdote trova la radice della sua santificazione (cfr. po, 12-13).

Cari amici, siate consapevoli del grande dono che i sacerdoti sono per la Chiesa e per il mondo; attraverso il loro ministero, il Signore continua a salvare gli uomini, a rendersi presente, a santificare. Sappiate ringraziare Dio, e soprattutto siate vicini ai vostri sacerdoti con la preghiera e con il sostegno, specialmente nelle difficoltà, affinché siano sempre più Pastori secondo il cuore di Dio. Grazie.

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]

Sacerdoti punto di riferimento per 5,7 milioni di cattolici vietnamiti

In occasione della 47ma giornata mondiale per le vocazioni i cattolici pregano per oltre 3700 sacerdoti. Essi operano tra la gente di campagne e città, rischiando ogni giorno soprusi e violenze da parte del governo comunista.

Ha Noi (AsiaNews) – Nella 47ma giornata internazionale per le vocazioni, i cattolici del Vietnam hanno ricordato con messe e momenti di preghiera il lavoro di oltre 3700 sacerdoti. Le celebrazioni sono avvenute il 25 aprile scorso e hanno coinvolto tutte le diocesi del Paese.

In Vietnam vivono circa 5,7 milioni di cattolici (6,8% della popolazione) pari a 1634 fedeli per ciascun sacerdote e - almeno nel sud - dal 1975 i preti cattolici compiono la loro missione sotto il costante controllo delle autorità comuniste, e rischiano ogni giorno di subire soprusi e violenze. La restrizione dell’attività pastorale non ha fermato il lavoro dei sacerdoti, che operano nelle campagne tra i contadini e nelle città, nuovi centri economici del Paese e meta per decine di migliaia di cattolici.

“Lavoro 12 ore al giorno – racconta p. Nguyen della parrocchia di Tan Hoa (provincia di Bao Loc) – ma le cose da fare sono sempre più. Oltre all’attività della parrocchia, aiuto anche le associazioni realizzate dai cattolici nella comunità”. La realizzazione di opere di carità aperte a tutta la popolazione ha reso i sacerdoti un punto di riferimento per la gente.

“La presenza e la vitalità di sacerdoti e religiosi hanno portato la felicità nelle nostre diocesi e nella Chiesa - ha affermato p. Gustave della diocesi di Da Lat (Regione degli altopiani) durante la sua predica - essi hanno risposto all’invito di Cristo, vivendo la vita quotidiano in ogni suo istante”. “Noi – ha aggiunto - dobbiamo servire e aiutare questi uomini di Dio perché rendano più luminosa la nostra terra e siano sempre di più testimoni per tutta la cristianità”.