DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Pio IX, fautore dell’Italia unita e federale

Il progetto politico di papa Mastai fu però vanificato dalle ambizioni espansionistiche dei Savoia

di Maurizio Moscone
Secondo Antonio Gramsci l’unità d’Italia si realizzò tramite “l’allargamento dello Stato sabaudo e del patrimonio della dinastia”. Scrive in proposito: “Lo Stato piemontese diventa motore reale dell’unità dopo il ’48, dopo cioè della sconfitta della Destra e del Centro politico piemontese e l’avvento dei liberali con Cavour. […] I liberali di Cavour concepiscono l’unità come allargamento dello Stato piemontese e del patrimonio della dinastia, non come movimento dal basso, ma come conquista regia”(1).

Pio IX, il papa-re che governava uno Stato legittimamente riconosciuto dal diritto internazionale, si oppose giustamente all’unificazione italiana tramite una guerra di conquista operata dalla Casa Sabauda, ma auspicava che l’Italia fosse unita e federale. Pio IX, contrariamente a quanto sostiene la vulgatarisorgimentale, godeva di una grande stima da parte di tutto il popolo italiano, che era quasi interamente cattolico (2), tranne una frangia esigua di liberal–massoni appartenenti all’alta borghesia. Era quindi logico che, nel periodo storico in questione caratterizzato dal potere temporale dei papi, Pio IX fosse ritenuto il leader politico più idoneo per realizzare l’unità di Italia, nel rispetto dei valori antropologici e cultural-religiosi condivisi dalla quasi totalità degli Italiani.
Keyes O' Clery, in un libro scritto nel 1875 (3), documentò come Pio IX auspicasse per l’Italia la costituzione di una confederazione di Stati, la “Lega italiana”, presieduta dal pontefice, che doveva comprendere lo Stato Pontificio, il Regno di Sardegna, il Granducato di Toscana e il Regno delle Due Sicilie.
Scrive l’Autore: “Non va dimenticato che Pio IX fu il primo a proporre la Lega italiana, che il granduca di Toscana e il tanto calunniato re Ferdinando erano pronti a contribuire al costituirsi della confederazione e che il solo ostacolo a questo processo politico fu il Piemonte allora sotto l'influenza del partito rivoluzionario. I veri nemici dell’Italia erano nei ranghi di quel partito nemici ancora peggiori degli austriaci. Decisi a compiere il loro progetto, la formazione di una Repubblica italiana atea che si estendesse dalle Alpi alla Sicilia, si opposero all’idea della Lega perché il Papa ne era il promotore e perché sarebbe stato un ostacolo insormontabile per i loro piani” (4).
Nel 1847 era stato pattuito un accordo doganale tra lo Stato Pontificio, il Regno di Sardegna e il Granducato di Toscana e l’anno successivo Pio IX istituì una commissione, con il compito di progettare l’istituzione di una federazione di Stati italiani. Il papa invitò i delegati di tutti gli stati: “delegato per il papa era Corboli–Bussi – racconta Cassano Zunica – L’Austria che seppe del progetto di federazione per mezzo del re di Napoli, non ne volle sapere, ed impedì che da Modena e da Parma fossero mandati delegati. Il ministero piemontese Casati–Gioia–Ricci cadde, e il nuovo ministero massone non volle confermare i poteri di delegato a Rosmini. La commissione avrebbe dovuto lavorare all’infuori del ministero costituzionale, e stare in relazione diretta col papa. Intanto gli eventi precipitarono. Pellegrino Rossi fu assassinato, scoppiò la rivoluzione, il papa dovette fuggire” (5).
Il progetto di unione federale, che fallì a causa degli eventi connessi all’instaurazione della Repubblica Romana, testimonia come la Chiesa Cattolica non soltanto non era contraria all’idea dell’unità d’Italia, ma si fece addirittura promotrice di un progetto federale, che fu osteggiato dal Regno di Sardegna. La Civiltà Cattolica, in un articolo del marzo 1929, scrisse in proposito: “Cominciando da Pio IX, fino al più semplice prete di contado, l’unità italiana non era avversata da nessuno. Si potrebbe anche dimostrare perentoriamente che all’invito di Pio IX, nel 1848, per una lega italiana e per l’unione politica dell’Italia, chi si oppose fu solo il ministero piemontese. Il clero italiano, e ciò è da porsi fuori da ogni dubbio per chi non voglia negare la luce meridiana, non si oppose all’unità, ma la voleva in modo diverso quanto all’esecuzione” (6).
Lo Stato sabaudo si oppose all’iniziativa di Pio IX, perché aveva maturato da tempo un progetto espansionistico, che mirava all’affermazione della dinastia sabauda sul territorio italiano con l’aiuto dell’Inghilterra, della Francia e della Prussia, cioè delle grandi potenze ostili all’Austria e al Papato. La dinastia sabauda intendeva unificare (e unificò) in un unico Stato centralizzato l’intera nazione italiana, ma questo progetto misconosceva, come affermava Giovanni Spadolini, “l’universalismo religioso e il federalismo politico”, che caratterizzavano la storia italiana, e “doveva necessariamente urtare […] contro la Chiesa e contro la tradizione nazionale e popolare, perfettamente rappresentata dalla Chiesa” (7).



1) A. Gramsci, Il Risorgimento, Einaudi, Torino 1954, pp. 45-46.
2) Secondo i censimenti ufficiali i cattolici erano più del 99% della popolazione. I liberali rappresentavano l’1% degli Italiani. Nelle elezioni del 1861 gli aventi diritto al voto furono il’1,92% (418.850) e, all’interno di questa percentuale, i votanti furono il 57,2% (239.853). I candidati al Parlamento furono eletti con poche centinaia di voti.
3) Cfr. K.O. Clery, La Rivoluzione Italiana, Ares, Milano 2000.
4) Ibidem
5) Testimonianza resa da Enrica M. Cassano Zunica durante i processi canonici per la beatificazione di Giovanni Mastai-Ferretti in Atti processuali. Beatificationis et canonizationis Servi Dei Pii Summi Pontificis, I, par. 2573, p. 808.
6) “La Civiltà Cattolica”, marzo 1929, citata in A. Socci, La dittatura anticattolica. Il caso don Bosco e l’altra faccia del Risorgimento, Sugarco, Milano 2004, p.78.
7) G. Spadolini, Il papato socialista, Longanesi, Milano 1969, p. 131.


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