DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Mille e non più mille. L'invasione di uno Stato in pace senza dichiarazione di guerra, corruzione e massoneria. di Angela PELLICCIARI


L'epopea dei Mille è nota in tutto il mondo. Mille uomini, e per di più 'civili', che conquistano un regno vecchio di oltre settecento anni. Un regno ricco, che vanta la seconda marina del continente dopo quella inglese. Episodio tanto incredibile da essere definito miracoloso da Ippolito Nievo, garibaldino della prima ora. Miracolo? Nulla di più lontano dalla realtà. L'impresa dei Mille è frutto di una preparazione meticolosa.
Per tre anni, tutti i giorni, Giuseppe La Farina (il siciliano massone divenuto segretario della Società Nazionale) ed il presidente del Consiglio del Regno di Sardegna Camillo di Cavour, si incontrano in camera da letto del conte per pianificare l'intervento armato in Italia meridionale. Lo fanno in gran segreto.
Al punto che La Farina deve passare per una scala di servizio che comunica direttamente con l'appartamento di Cavour e deve farlo prima dell'alba.

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Che le cose stiano così è provato nel modo più inconfutabile dalle lettere e dagli articoli dello stesso La Farina.
Della minuziosa organizzazione dell'impresa dei Mille nessuno sa e nessuno deve sapere niente.
Ufficialmente il Regno di Sardegna e quello di Napoli sono in pace. Il re Francesco II per di più è cugino di Vittorio Emanuele II.
Ufficialmente si sa solo - come è stato sbandierato al Congresso di Parigi davanti a tutto il mondo, ricorrendo alle calunnie più spudorate e senza la presenza della controparte - che gli abitanti dell'Italia meridionale "gemono" oppressi dal malgoverno borbonico.

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La geniale trovata di Cavour consiste nel preparare un'invasione, e cioè una guerra, senza dichiarazione di guerra~ facendo leva sulla potenza della corruzione e sulla connivenza dei massoni meridionali con quelli settentrionali ed europei. Ne sa qualcosa l'ammiraglio Persano che tallona Garibaldi - di cui Cavour si fida poco - per organizzare lo sbarco di armi e di uomini e per ultimare l'opera di corruzione capillare. A documentare con puntigliosa precisione la condotta davvero poco onorevole del regno sardo sono i diari di Persano.


Dopo la sconfitta di Lissa (nel 1866 la flotta sarda è sbaragliata da quella austriaca significativamente più debole) la successiva incriminazione, l'ammiraglio per difendersi ricorre all'inaudita pubblicazione di veri e propri segreti di stato.

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Arrivati a Palermo e Napoli, i Mille cosa fanno? Per saperlo basta leggere oltre alle lettere della Farina, qualche pagina di quanto scrive il deputato Pier Cesare Boggio, autorevole massone torinese. Il conquistatore Garibaldi, una volta arrivato in Sicilia, sembra essersi scordato di chi l’ha mandato e sembra aver preso gusto alla conquista-passeggiata: dando retta a Mazzini si scorda dei patti con Cavour e medita di marciare su Roma. Così l’intervento di Napoleone III in difesa del Papa è sicuro, per il regno di Sardegna è la bancarotta. Indebitato fino al collo per organizzare la rivoluzione italiana, senza la possibilità di ricorrere alle finanze e alle ricchezze del Regno delle Due Sicilie, per il regno sardo è la fine.

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E così Soggio, nell'intento evidente di ricattare Garibaldi, mette nero su bianco le gesta davvero poco eroiche del generale. Cavour o Garibaldi? si intitola il prezioso libretto di cui oggi - come ovvio - nessuno sa nulla. Garibaldi pensa di poter fare a meno di Cavour?
Il deputato incalza il generale con una batteria di domande retoriche. Eccone qualcuna: che fine hanno fatto le "somme di pubblica ragione trovate in Palermo, e delle altre della stessa natura, ma anche più considerevoli trovate in Napoli?".
"Volete un saggio di quel poco che moltissimo giunge insino a noi? La dittatura è fatta sinonimo di anarchia; di qua e di là del Faro non sono più leggi, non è più amministrazione regolare, non tutela delle persone e delle proprietà, non tribunali, non ordine, nulla insomma di ciò che costituisce il vivere civile di uno Stato"; ai cittadini "è venuta meno la tutela delle leggi antiche, senzachè siasi introdotta la protezione delle leggi nuove; suppliscono alla lacuna il capriccio e l'arbitrio". I pro-dittatori si fanno e si disfanno: "Pro-dittatore scelto con molta solennità fu il Depretis"; dopo una settimana si cambia e pro-dittatore diventa Mordini "senza che pur una parola, !Jna sillaba accenni che egli surroga Depretis. Che pensare di tanta instabilità di persone e d'offici?".

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Soggio prosegue: l'ufficio di pro-dittatore "è nominale e illusorio; dietro e sopra il govèrno officiale, sta un governo segreto, che è il solo padrone vero di tutto e di tutti. Il Principe di Torrearsa legge nel foglio ufficiale la propria nomina a Presidente il Consiglio dei Ministri, della quale è affatto inconsapevole: attende l'annunzio diretto del Capo dello Stato: passa un giorno, passano due, nulla riceve; e intanto escono sulla Gazzetta decreti e provvisioni che appaiono da lui emanate.
Si presenta per tre volte al Dittatore per chiedere una spiegazione: gli dicono che non ha tempo di riceverlo; a gran fatica riesce il terzo giorno a farsi sentire, per protestare contro lo indegno abuso del nome". "Voi dovete ricordarvi che non siete in un paese di conquista", conclude Soggio. Conquista: la parola è esatta. Conquista, e per di più negata. Conquista in nome della libertà. Conquista senza pietà e senza vergogna. Ecco cosa scrive la Civiltà Cattolica il 14 settembre del 1861: "Negli Stati sardi esiste la tratta dei Napoletani. Si arrestano da Cialdini soldati napoletani in gran quantità, si stipano ne' bastimenti peggio che non si farebbe degli animali, e poi si mandano in Genova" .

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L'autore della corrispondenza dal capoluogo ligure racconta: "Ho dovuto assistere ad uno di questi spettacoli che lacerano l'anima. Ho visto giungere bastimenti carichi di quegli infelici, laceri, affamati, piangenti; e sbarcati vennero distesi sulla pubblica strada come cosa da mercato".
Per quanto tempo ancora ripeteremo giulivi la favola di Giuseppe Garibaldi 'eroe dei due mondi' e di Vittorio Emanuele Il 'liberatore'?

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Cronologia dell'invasione della Sicilia
5 maggio 1860. Garibaldi e i suoi Mille partono da Quarto (Genova) imbarcati sui piroscafi "Piemonte" e "Lombardo" alla volta del regno delle Due Sicilie. A Garibaldi era stata segretamente versata dal governo inglese l'immensa somma di tre milioni di franchi francesi in piastre d'oro (molti milioni di dollari odierni) che sarebbe servita a corrompere i dignitari borbonici e comperare il loro tradimento.
11 maggio. Dopo una sosta a Porto Talamona, i Mille sbarcano a Marsala, protetti dalle navi inglesi ivi ancorate.
13 maggio. Con il proclama di Salemi, Garibaldi si nomina dittatore della Sicilia.
15 maggio. Vittoria dei garibaldini a calatafimi.
30 maggio. Garibaldi occupa Palermo. La resa della città, inspiegabile dal punto di vista militare, essendo difesa da 25.000 uomini tutti ben equipaggiati, si spiega non con le gesta delle camicie rosse, ma con il denaro versato per corrompere il generale napoletano Lanza.
20 luglio. Inizia la vittoriosa battaglia di Milazzo. Impadronitosi della Sicilia, Garibaldi varcherà in agosto lo stretto di Messina.

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RICORDA
"Chi sono i Mille che salpano accompagnati dalle benedizioni dei liberali di tutti i continenti? Garibaldi li descrive così: 'Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto' ".

(Angela Pellicciari, L'altro risorgimento. Una guerra di religione dimenticata, Piemme, Casale Mon.to (AL) 2000, p. 232).


Il Risorgimento? Per la spoliazione della Chiesa. di Angela Pellicciari


La spoliazione della Chiesa
di Angela PELLICCIARI

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Un regno che poco o nulla conosceva del resto d’Italia compie l’unificazione del Paese. Pagando un tributo determinante alle potenze dell’epoca, massoniche e nemiche del Papato. Nasce così la legislazione anticristiana.


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Per comprendere un fenomeno storico (come per qualsiasi altro tipo di realtà) bisogna partire da domande ben poste. A proposito di Risorgimento una buona domanda è: come mai è assurto a campione di italianità uno Stato periferico a cavallo delle Alpi, non paragonabile per storia ed importanza culturale allo Stato della Chiesa, al Regno delle Due Sicilie o al più piccolo Granducato di Toscana? Come mai l'unificazione italiana è partita proprio dal Regno di Sardegna nel cui Parlamento si parlava, spesso, in francese?
La risposta è inequivocabile: perché i Savoia hanno pagato un prezzo che gli altri sovrani non erano disposti a pagare. Perché hanno unificato l'Italia combattendo la profonda identità culturale, religiosa, artistica ed anche economica della nazione. In una parola: hanno accettato di passare sopra agli interessi più vitali della popolazione che, dopo l'unità, è stata trasformata in un popolo di mendicanti costretti ad emigrare. Cosa inaudita nella nazione che da più di due millenni era il Bel Paese. Ricco, bello, colto, civile, solidale, ospitale.
Gli unici alleati che i Savoia hanno trovato per diventare re di un territorio prestigioso come l'Italia (a parte un esiguo numero di rivoluzionari provenienti dagli altri Stati della penisola) sono stati quanto di meno italiano si potesse immaginare: gli Stati protestanti e massonici che all'epoca dominavano il mondo. Per avere il loro sostegno politico, militare ed economico, i sovrani sardi hanno dovuto dare prova di essere omologati al credo religioso e culturale dei propri sponsor, mettendo in atto una seria persecuzione anticattolica.

La persecuzione degli ordini religiosi
Succede così che nel 1848, non appena Carlo Alberto concede lo Statuto, Parlamento e governo subalpino tolgono la libertà ai gesuiti e agli ordini definiti "gesuitanti".
L'8 giugno 1848 il deputato Cesare Leopoldo Bixio presenta un progetto di legge per «provvedere alla interna quiete dello Stato» spronando i colleghi a «prendere d'esempio dagli uomini semplici, ma previdenti: i villici quando uccidono le vespe ardono e distruggono il vespaio perché non tornino».
Chi sono la vespe? Quali gli alveari? La risposta è semplice e inequivocabile: le vespe sono i gesuiti, gli alveari da bruciare «le chiese e le case dell'ordine in varie città».
Il 1848 si chiude imponendo ai gesuiti - rei del crimine di chiamarsi tali - il domicilio coatto e facendo passare ad altri usi gli splendidi collegi che dirigono: le scuole dell’ordine diventano caserme, ospedali, manicomi.
Qualche anno dopo è la volta degli ordini contemplativi (monache di clausura) e mendicanti (primi fra tutti francescani e domenicani). La follia rivoluzionaria del 1848 è passata e il governo spaccia la soppressione di ordini religiosi secolari, tutelati dallo Statuto, per una semplice questione di buona amministrazione.


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Le "ragioni" di Rattazzi
Analizziamo in dettaglio le motivazioni proposte in Parlamento:
a) gli ordini mendicanti e contemplativi sono inutili, quindi dannosi. Così si esprime Urbano Rattazzi, che ha anche competenza sul culto come ministro della giustizia in Piemonte. Il Regno sardo, che si definisce liberale, decide di azzerare una cospicua realtà sociale, religiosa, culturale ed economica, perché la definisce inutile quindi dannosa.
Il totalitarismo liberale, fenomeno d'élite, anticipa, non ci sono dubbi, il totalitarismo di massa del Novecento.
b) È ancora Rattazzi ad offrire una seconda buona ragione per togliere la personalità giuridica agli ordini religiosi della Chiesa di Stato: il guardasigilli ritiene che la Chiesa sia ingiusta e che lo Stato debba rimediare a tanta ingiustizia. Lasciamo la parola a Rattazzi: è «impossibile negare la necessità d'una più equa ripartizione dei beni ecclesiastici. Mentre si veggono benefizi con una rendita di oltre 100.000 lire», ce ne sono altri «la cui rendita non arriva nemmeno alle 500 lire. È forse giusto, è forse consenta neo ai principii della religione che esista questa disparità fra i membri del clero? No certamente». Il progetto, conclude il ministro, «intende ad introdurre la più equa ripartizione dei beni ecclesiastici». In buona sostanza Rattazzi sostiene la necessità di fare uguaglianza: bisogna togliere a chi ha di più per dare a chi ha di meno. Chi avrebbe potuto immaginare una vena leninista così spiccata in un ministro liberale? Quando Pio IX - fin dal 1846, all'epoca della sua prima enciclica - ammonisce i liberali del pericolo comunista, è un buon profeta: sconvolgendo i diritti della proprietà privata (e della più sacra tra le proprietà private, quella della Chiesa, ovvero i "beni dei poveri"), i liberali smantellano le basi stesse di un ordinato vivere civile.
c) Ritenendo insufficiente l'equazione inutile=nocivo stabilita da Rattazzi, Cavour scientificamente dimostra in Parlamento che gli ordini religiosi sono dannosi ed è per questo che vanno aboliti. Dannosi a che cosa? AI progresso, è la risposta. Monache, francescani e domenicani si oppongono al progresso in tutti i campi: in quello sociale come in quello scientifico, artistico, culturale, agricolo e industriale. Cavour che, secondo le proprie abitudini, non arretra di fronte a niente, arriva a sostenere che le corporazioni sono dannose allo stesso progresso religioso: «le riforme che noi vi proponiamo debbono riuscire altresì vantaggiose ai veri interessi della religione e della Chiesa». Il Primo ministro del regno sardo pensa di poter giudicare delle realtà ecclesiali meglio del Papa. Come a suo tempo avevano fatto i vari Lutero, Enrico VIII, Calvino e, qualche decennio prima di Cavour, i giacobini e Napoleone.
d) La motivazione principale, l'asse portante dal punto di vista propagandistico, che permette alla persecuzione di snodarsi lungo la sua china inarrestabile fino a rendere il papa prigioniero in Vaticano, non è esposta né da Rattazzi né da Cavour, ma dal deputato Carlo Cadorna.


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Separare per eliminare
È infatti Cadorna ad introdurre in Parlamento il principio del separatismo: "libera Chiesa in libero Stato". Con quale artificio il deputato può giustificare un attacco frontale alla Chiesa di Stato in nome della sua libertà? Con l'eterno trucco dei rivoluzionari: cambiando il significato delle parole. Seguiamo l'argomentazione del deputato: il potere spirituale e quello temporale esistono per volontà di Dio. Ma che cosa si deve intendere quando si parla di potere spirituale? «La società ecclesiastica - è la riposta di Cadorna - agisce sulla parte interiore dell'uomo, sull'anima; essa domina i pensieri, le aspirazioni, le credenze». Detto in parole povere, al Parlamento subalpino fa comodo confondere il potere spirituale con il potere divino. La Chiesa - sostiene Cadorna - «è spirituale nel suo scopo, e noi non sapremmo invero comprendere troppo agevolmente quale nesso possa esistere tra l'oggetto spirituale, cioè l'anima umana sulla quale la Chiesa può unicamente agire, e gli oggetti materiali i quali hanno inabilità naturale di esercitare sull'anima un'azione di qualsivoglia natura». Le conseguenze di questa inedita definizione di potere spirituale sono ovvie: la Chiesa si occupa di ciò che, come l'anima, è immateriale; di ciò che non si vede. Lo Stato, al contrario, si occupa di tutto il resto; di tutto quello che si vede. E così, con gran candore, il cattolico Cadorna può sostenere che i beni della Chiesa «non divengono spirituali per ciò solo che sono destinati al culto».
È grazie ad una simile definizione di potere spirituale che il Regno sardo prima, quello italiano poi, mettono le mani sulle proprietà di tutti gli ordini religiosi, privati della personalità giuridica, e si impadroniscono dello Stato più antico e prestigioso dell'Occidente, l'unico Stato al mondo non frutto di conquista: lo Stato della Chiesa. Se monaci e frati non possono possedere nemmeno i conventi in cui abitano (con relativi oggetti sacri, libri, archivi, quadri, statue), in nome di cosa il Papa può giustificare il possesso di un intero Stato?


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Quando il Piemonte entrò nel "giro che conta"
Con l'attacco alla Chiesa del 1855, il governo sardo dimostra alle grandi potenze di voler fare sul serio nella volontà di annientare la Chiesa di Stato. Grazie alla legge contro i conventi, unita a qualche migliaio di morti (i giovani mandati a combattere in Crimea), Cavour può partecipare al Congresso di Parigi del 1856 e aggiungere all'ordine del giorno dell'agenda internazionale la questione italiana. Lo fa, incredibile a dirsi, come questione morale: gli italiani dell'Italia meridionale e centrale gemono sotto il malgoverno pontificio e borbonico. Gemono sotto governi assoluti, anni luce lontani dal bravo Piemonte che è costituzionale e liberale. Gli italiani vanno aiutati e Vittorio Emanuele Il è pronto a fari o liberandoli con il proprio esercito. Il principio del "non intervento", sanzionato sempre a Parigi, fa il resto: nessuno può intervenire a difendere l'Italia cattolica ed i suoi legittimi governanti. Nessuno meno coloro che, come Napoleone III, intervengono per attaccarla e spartirsene il bottino.
Fra il 1861 , data di nascita del nuovo Regno d'Italia di cui ci apprestiamo a celebrare il centocinquantenario, e il 1873, i governi liberali estendono a tutte le regioni italiane la legislazione sarda e sopprimono uno dopo l'altro tutti gli ordini religiosi espropriandone tutti i beni. 57.492 fra uomini e donne, tanti sono i membri degli ordini soppressi, vengono messi sul lastrico, cacciati dalle proprie case, privati del lavoro, dei libri, degli arredi sacri, degli archivi, della vita che hanno scelto. Più di cento le diocesi italiane lasciate senza vescovo. Qualche anno dopo è la volta delle ventiquattromilacentosessantasei opere pie. Il gigantesco ladrocinio che accompagna il Risorgimento avviene, colmo dei colmi, in nome della Chiesa cattolica. Come è potuto accadere? Per la contraddizion che noI consente: i liberali non possono apertamente dichiarare il proprio odio anticattolico perché ufficialmente vincolati al rispetto della Costituzione. E lo Statuto definisce la Chiesa cattolica «unica religione dello Stato».



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IL TIMONE - N.76 - ANNO X - Sett/Ott. 2008 - pag. 39-41 - Dossier: Risorgimento: l'unificazione che ha diviso l'Italia

Qualche idea per capire se i 150 anni dell’Unità d’Italia sono davvero da festeggiare

Controriforme di Francesco Agnoli


Tratto da Il Foglio del 20 gennaio 2011

Sono un figlio dell’Italia unita: un nonno di Genova, ex regno di Sardegna, due nonni siciliani, ex regno delle Due Sicilie, e una nonna romagnola, del fu stato pontificio.

Vivo da sempre a Trento, città che fu asburgica, ultimo acquisto dell’Italia unita. Impossibile non sentirsi italiano. Ma italiano, penso, mi sarei sentito anche se fossi nato prima della data fatidica del cosiddetto Risorgimento. L’Italia, per me culla dell’impero romano e della cristianità; sede dei Papi, di innumerevoli santi come Tommaso e Francesco, patria dei comuni, delle università, degli ospedali, di Dante, Petrarca, Giotto, Michelangelo, dell’arte e della musica: senza bisogno né di Cavour, né di Garibaldi, né di alcun “risorgimento”. Mi sembra dunque inevitabile, in questo centocinquantesimo anniversario dell’unità politica d’Italia, reagire alla retorica ufficiale, più blanda, certamente di un tempo, chè le rughe non si possono tener nascoste per sempre, ma ciononostante fastidiosa e petulante.

Se il Risorgimento non piacque ai cattolici, ma neppure ai comunisti come Gramsci; se Gobetti scrisse sul “Risorgimento senza eroi” e Tomasi di Lampedusa parlò dell’Italia degli sciacalli e delle iene… mi sarà permesso, sulla scia di altri, e non per puro gusto della polemica, intraprendere un piccolo viaggio, a puntate, sull’“altro Risorgimento”. Non quello ufficiale, appunto, tutto eroi di cartapesta, magniloquenza romantica e ideologia, ma quello vero, con i suoi immensi difetti. Così immensi che 150 anni dopo un grande partito italiano del nord, propone una revisione della storia, mentre un astro della politica del sud, solo di nome Lombardo, toglie dalle strade della sua Sicilia i nomi degli eroi patri, che compaiono ancora, ossessivi, assillanti, dovunque. Come se la storia della Sicilia iniziasse nel 1861 e fosse fatta solo da un Nizzardo o da qualche piemontese che parlava meglio il francese dell’italiano.

Non avrò altro intento che dare un’altra visione della storia, non per dividere, come direbbe qualcuno: sia perché sono, come ripeto, italianissimo, e desidero rimanerlo, sia perché le divisioni che vi sono tutt’oggi non le produce chi le ricorda, ma le ha create, appunto, in buona parte, proprio il cosiddetto Risorgimento.

Per parlare di questo periodo è giocoforza cominciar dalla Restaurazione, cioè da quell’avvenimento che, nella storia ufficiale, viene descritto a tinte fosche, perché funga da contraltare per le presunte grandezze successive.

I limiti della Restaurazione
Cosa fu la Restaurazione? Oggi ne conosciamo i limiti. Il più clamoroso dei quali fu forse che i restauratori violarono i loro stessi principi, “dimenticandosi”, su pressioni dell’Inghilterra, di restaurare due antichissime repubbliche: quella di Genova, regalata ai Savoia, e quella di Venezia, presa dagli austriaci. Errore gravissimo che costò all’Austria da una parte il rafforzamento di quello che sarebbe stato il suo principale nemico, il Piemonte sabaudo, dall’altra una occupazione che seppur ricca di buoni frutti, portò agli Asburgo l’odio di tanti italiani. Chissà se il Risorgimento ci sarebbe mai stato, se la Restaurazione non avesse fatto tali errori; se avesse limitato il potere della borghesia illuminista che aveva fatto man bassa di beni comuni e della chiesa nell’epoca di Napoleone; se l’élite militare filo napoleonica, assetata di guerra e nutrita della “fraternità” delle baionette, fosse stata messa all’angolo…

Fatto sta che la Restaurazione venne dopo gli orrori della rivoluzione francese, il genocidio vandeano, le migliaia e migliaia di ghigliottinati in nome della fraternité rivoluzionaria. Venne dopo ben diciannove anni di guerre napoleoniche e dopo i suoi saccheggi – soprattutto, ma non solo, in Italia – di opere d’arte, ricchezze, uomini. Ricordiamo almeno i 500. 000 morti, mai strage simile si era vista prima, sacrificati nella campagna di Russia da quell’uomo che era stato giacobino e repubblicano e che si era poi messo in testa la corona, da solo, a significare che non vi era altro autore della legge che lui stesso: Napoleone, colui che, come aveva capito Dostoevskij, annunciava le dittature atee del Novecento…

Il tanto vituperato Congresso di Vienna, dicevo, ebbe il grande merito di non umiliare la Francia, colpevole e vinta, e di permettere così numerosi anni di pace. Come ricorda Massimo de Leonardis infatti non vi fu “nessuna guerra tra stati europei fino al 1853, quando scoppiò la guerra cosiddetta di Crimea, nessun conflitto su scala continentale per un secolo, fino al 1914”. Ma la Restaurazione sarebbe stata battuta dal principio di nazionalità, anticamera del nazionalismo, dalla santa “sovranità popolare” e dall’idea dello stato centralizzato, giacobino e, appunto, nazionalista, tutte idee cavalcate dal Risorgimento, che avrebbero generato le dittature (proprio nei due paesi di più tardo “risorgimento”) e ben due guerre mondiali. Quanto superiore, il Congresso di Vienna, ai trattati iniqui, cent’anni più tardi, di Versailles, che, sancendo la morte dell’impero multinazionale asburgico, segnarono la vittoria definitiva del Risorgimento e del nazionalismo e favorirono, vent’anni dopo, lo scoppio del secondo conflitto mondiale!
(1. continua)

Risorgimento e massoneria: “Camicie rosse & grembiulini”. di Massimo Introvigne

Tratto dal sito CESNUR Centro Studi sulle Nuove Religioni l'1 novembre 2010

Avvicinandosi il 2011, si sente sempre più spesso ripetere che il Risorgimento ebbe un carattere massonico. È proprio così?

La massoneria in Italia era stata fiorente nel Settecento, e quasi trionfante in epoca napoleonica. Ma, proprio perché si era troppo legata a Napoleone I (1769-1821), era stata repressa e vietata dopo la Restaurazione. Una sua presenza regolare e organizzata in Italia si ritrova solo dall’ottobre 1859, quando a Torino è fondata in ambienti governativi la loggia Ausonia, primo nucleo del futuro Grande Oriente d’Italia. Il contributo della massoneria italiana in quanto corpo formalmente costituito all’unità d’Italia sembrerebbe dunque essere stato in realtà tardivo e modesto. Eppure pochi anni dopo, a partire dal 1861, i massoni e la massoneria avranno un ruolo preponderante nella vita politica e culturale dell’Italia, dando forma, per limitarsi a un solo ma non secondario esempio, alla scuola pubblica con una sequenza di ministri massoni che comprende Francesco De Sanctis (1817-1883), Michele Coppino (1822-1901) e Guido Baccelli (1830-1916). Questa egemonia massonica sarà a tratti soffocante, e finirà soltanto con il fascismo.

Com’è stato possibile, nel giro di pochi anni, alla massoneria italiana diventare, da presenza apparentemente marginale, forza politicamente e culturalmente egemonica? Troviamo gli elementi per una risposta in un libro che prende posto fra i più importanti che preparano l’anniversario del 2011, Il mito di Garibaldi. Una religione civile per una nuova Italia (Sugarco), dello storico e consigliere parlamentare presso il Senato Francesco Pappalardo. Non solo la biografia di Giuseppe Garibaldi (1807-1882) aiuta a rispondere alla domanda: il mito stesso di Garibaldi è stato uno dei principali strumenti attraverso cui l’egemonia massonica si è affermata. In epoca napoleonica c’erano in Italia almeno ventimila massoni. Sciolte le logge con la caduta di Napoleone, dove finiscono tutti questi massoni? In parte prendono la via dell’esilio, andando a costituire un’agguerrita presenza di massoni italiani all’estero. Per la parte maggiore entrano, come si dice in termini massonici, in sonno, ma vanno a costituire l’ossatura di un complesso e non unitario sistema di società segrete non formalmente massoniche e, più in generale, di una mentalità che continua a dare il tono a una parte delle élite culturali della penisola, una vera e propria massoneria senza logge.

Garibaldi, con la sua vita nomade e avventurosa, entra in contatto con le reti propriamente massoniche di italiani all’estero e con diverse massonerie straniere. Anche queste sono divise tra loro: ma la corrente razionalista e irreligiosa francese e quella protestante inglese, quando s’interessano alle cose italiane, sono unite da una viva avversione nei confronti della Chiesa Cattolica e del “papismo”, che diventa una vera ossessione anche per il giovane Garibaldi. Nello stesso tempo, Garibaldi stabilisce rapporti con molte delle società segrete che mantengono viva nella penisola, se non la massoneria in senso stretto, una certa mentalità e cultura massonica. Le gesta di Garibaldi in Sudamerica sono forse sopravvalutate, ma sia lo stesso rivoluzionario nizzardo – con un genio della propaganda che gli va riconosciuto – sia Mazzini e le società segrete fanno di tutto perché la sua immagine corrisponda a quella degli eroi dei romanzi popolari tanto importanti all’epoca. Da una parte, Garibaldi rimane incomprensibile senza il rapporto con le massonerie all’estero e le società segrete para-massoniche in Italia. Dall’altra, il nascente mito di Garibaldi offre a questa congerie di società un potente elemento simbolico unificante e, in certi ambienti, effettivamente popolare. E sarà proprio attorno e grazie al mito di Garibaldi – e anche alla sua persona, gran maestro di entrambe le principali obbedienze massoniche italiane e dal 1867 gran maestro onorario a vita del Grande Oriente, con cui pure avrà qualche divergenza – che la massoneria, che ne sarà insieme promotrice, beneficiaria e gelosa custode, riuscirà a imporre in pochi anni la sua egemonia nella nuova Italia.

L’opera di Pappalardo si chiede anche che cosa ci sia dietro il mito di Garibaldi in termini non solo politici ma specificamente massonici e religiosi. Qui nasce, in effetti, un problema per la stessa massoneria. Al mito di Garibaldi non si può rinunciare, ma il suo pensiero è confuso e modesto. Un insospettabile difensore del Risorgimento come Giovanni Spadolini (1925-1994) ha scritto di Garibaldi che “il fascino del liberatore non permetterà di scorgere la mediocrità del suo pensiero, la vacuità della sua dottrina, l’inconsistenza della sua fede”. Tutte le posizioni in tema di religione che circolano nelle logge massoniche trovano almeno un testo di Garibaldi che va nella loro direzione: l’ateismo, lo spiritismo, il deismo, un vago cristianesimo liberale. L’unico elemento unificante è l’odio furibondo e a tratti persino patologico per la Chiesa Cattolica: morendo, Garibaldi si preoccupa soprattutto che sia rispettata la sua volontà di “non accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzevole e scellerato del prete, che considero atroce nemico del genere umano”.

Come ricorda il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano nella Presentazione, il volume di Pappalardo è prezioso perché aiuta a distinguere fra il programma dell’unità d’Italia – che era coltivato anche da persone e ambienti lontanissimi dalla massoneria – e la modalità con cui l’unità fu realizzata prima e dopo il 1861, spesso in effetti secondo programmi massonici che trovarono in Garibaldi il loro simbolo. Questi, nel fare l’Italia erano soprattutto interessati a rifare o a disfare gli italiani, strappandoli alla fede cattolica per inseguire il mito di una nuova nazione, laicista e relativista, non ritrovata nella storia e nella vita reale della penisola ma costruita a tavolino nelle logge.

(Avvenire, 29 ottobre 2010)

Briganti, patrioti e illusi. Un saggio di Giordano Bruno Guerri ripercorre gli eventi dell'Unità d'Italia per sfatare i luoghi comuni della retorica

di Giordano Bruno Guerri

Pubblichiamo l’introduzione del libro di Giordano Bruno Guerri Il sangue del Sud. Antistoria del Risorgimento e del brigantaggio 1860-70 (Mondadori, pagg. 302, euro 20) in uscita martedì prossimo. Un saggio anti-retorico che diventa un’occasione - in questo 150º anniversario dell’Unità d’Italia - per sfatare molti luoghi comuni che orientano il nostro giudizio sul Risorgimento.

Ciò che accadde nel 1861 realizzava il sogno secolare di poeti, politici e intellettuali. L’Italia «una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor», invocata da Alessandro Manzoni, non era più un’astrazione. Ma i che modi e con che spirito fu compiuta l’impresa? Quali tragedie e ingiustizie la accompagnarono?
Realizzata dalla classe dirigente piemontese grazie soprattutto all’abilità diplomatica di Cavour e al temperamento incendiario di Garibaldi, l’Unità integrava davvero identità, culture, tradizioni, persino lingue diverse? Oppure si raggiungeva soltanto l’unità politica? «Si è fatta l’Italia, ma non si fanno gli Italiani», recitava la celebre sentenza di Massimo d’Azeglio, con retorica sufficiente a velare un’intenzione che non c’era - almeno non in tutta la classe dirigente - e non ci sarebbe stata. Lo stesso d’Azeglio scrisse, in una lettera privata: «La fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso».
Una parte del nuovo Stato era già «italiana», l’altra non lo era affatto. Occorreva dunque educarla a essere diversa da sé, a costo di snaturarla. Ai primi segni di insofferenza del Sud, nacque subito una contrapposizione rancorosa: «noi» contro «loro». «Noi», i civilizzatori; «loro», i brutali indigeni. «Noi», i portatori di giustizia e legalità; «loro», i briganti. A dividere gli uni e gli altri, c’era una diversità radicale e radicata, non un’inconciliabilità momentanea. Qualcosa di molto simile a un’estraneità, che si finì per aggravare. La storia - a partire dalla Rivoluzione francese - aveva insegnato che, appena si annunciano grandi cambiamenti, dal cuore antico di masse amorfe e analfabete prorompe l’animus di un’opposizione sanguinaria. Per sminuirne la portata, tale opposizione veniva svilita - dagli intellettuali, dai politici e dall’opinione pubblica - a una viscerale manifestazione di rancori e pulsioni irrazionali. Si trattava, invece, di una resistenza ideologica e politica, oltre che sociale. Ma, per liquidarla, i maestri della Rivoluzione francese avevano già capito che il segreto stava nell’accomunare la rivolta al delitto comune. Anche in Italia la ribellione - di reazionari, contadini e clericali - contro lo Stato appena costituito fu etichettata «brigantaggio». Al Sud c’erano banditi veri, criminali comuni, prima, durante e dopo l’Unità. A questi delinquenti vennero equiparati i «briganti», come vennero chiamati i meridionali in lotta per scacciare gli «stranieri» che sbandieravano una fratellanza forzata; dall’altra parte non c’erano parenti, affini, connazionali, bensì un popolo nemico, un invasore brutale e arrogante, venuto da lontano. Nessuna solidarietà, nessuna vicinanza, né culturale, né umana, né politica: i briganti non si sentivano «italiani». I nemici erano usurpatori, colonizzatori arrivati per conquistarli e per cancellare la loro storia, i costumi, i legami e le appartenenze. Due mondi erano in conflitto tra loro. Perché l’uno venisse a patti con l’altro occorreva che il vincitore riconoscesse le differenze e cercasse di cancellarle realizzando una maggiore giustizia sociale. Si preferì l’azione repressiva, determinata a stroncare, soffocare, estirpare. Una logica che alimentò se stessa: la violenza ne generò altra, sempre più crudele. Ufficiali e soldati italiani si sentirono avamposti in pericolo, esploratori in una terra popolata da una razza diversa, percepita come inferiore .
Con la legge Pica, dell’agosto 1863, il governo italiano - in pieno accordo con il Parlamento - impose lo stato d’assedio, annullò le garanzie costituzionali, trasferì il potere ai tribunali militari, adottò la norma della fucilazione e dei lavori forzati, organizzò squadre di volontari che agivano senza controllo, chiuse gli occhi su arbitrii, abusi, crimini, massacri. Mentre accadeva tutto questo, c’era chi vedeva dietro il brigantaggio l’intervento del Papa, chi la longa manus borbonica, e in parte avevano ragione. Ma ne aveva di più chi suggeriva, inascoltato, che la causa principale andasse ricercata nelle oggettive condizioni di minorità sociale e di miseria della plebe meridionale. La verità su cui al Nord tutti concordavano è che, appena nata, l’Italia era già madre di due figli diversi: uno di cui andare fieri, l’altro bisognoso di severe lezioni.
Per gli uomini dei Savoia, i briganti erano l’emblema di quel figliastro malato e depresso, geneticamente tarato. Ma non basta l’approccio razzistico a spiegare l’atteggiamento tenuto nei suoi confronti, c’è dell’altro: potremmo chiamarla la sindrome del «chi ce l’ha fatto fare?». Si spiegano così prima la spietatezza della repressione, poi l’adozione di una politica economica e sociale del tutto inadeguata ai problemi del Mezzogiorno; più tardi la perseveranza con cui quei problemi vennero liquidati come sintomi indelebili di arretratezza e di parassitismo. Il brigantaggio rappresentava il segnale d’allarme di un guasto grave, e non solo per l’ordine pubblico. Il modo in cui fu combattuto sviluppò quella che sarebbe diventata la «delinquenza organizzata», e accrebbe a dismisura la gravità di una questione meridionale destinata a incancrenire la vita politica del Paese perpetuando la contrapposizione Nord-Sud. I contadini saliti sui monti furono - con le sole armi che avevano a disposizione, la disobbedienza e il banditismo - i ribelli di una storia che li aveva ignorati, di un processo che aveva sancito la rimozione della loro cultura e della loro tradizione. Furono la spina nel fianco del potere, almeno per cinque lunghissimi anni. Saranno sconfitti, ma grazie alla loro rivolta, si rafforzò la sensazione che la terra abitata da quel popolo sarebbe stata la «palla al piede» della nazione. «Ci avete voluti, imponendoci la vostra volontà: ora pagate le conseguenze». Ecco cosa sembrava dire il Sud al conquistatore. Tutto ciò rivela gli errori e le colpe di una classe dirigente a cui dobbiamo riconoscere i meriti storici di avere realizzato un processo unitario non più rinviabile. Allo stesso tempo, i padri della patria devono essere giudicati anche sui piedistalli dove, intangibili, li ha collocati la retorica di un Risorgimento popolato solo da piccole vedette lombarde, tamburini sardi e giganti del patriottismo. È una retorica che vuole il nostro Risorgimento fatto solo di eroi, di martiri, di Bene opposto al Male. È una storia alla quale tuttora manca una profonda opera di revisione storiografica .
Perciò il brigantaggio postunitario è stato, lungo il secolo e mezzo di storia nazionale, poco più di una parentesi della quale si sono perse le tracce, quasi un incubo da rimuovere e censurare, una pagina vuota, una tragedia senza narrazione. I briganti scontano, oltre alla sconfitta, anche il destino della damnatio memoriae. A loro, non spetta l’onore delle armi. Gli sconfitti sono scomparsi nella zona d’ombra in cui li ha relegati la cattiva coscienza dei padri della patria. Una guerra in-civile come quella andava dimenticata, rimossa o almeno ridimensionata alla stregua di una semplice, per quanto sanguinaria, operazione di polizia. C’è solo da sperare che, con le prossime celebrazioni dei 150 anni di Unità nazionale, si rinunci almeno in parte al conformismo retorico e patriottardo: aggettivo molto diverso da «patriottico».

«Il Giornale» del 15 ottobre 2010

Unità d'Italia, un bene costato tanto male. Il giudizio sulle guerre risorgimentali

di Francesco D’Agostino
Tratto da Avvenire del 6 ottobre 2010

Arriva nelle edicole una nuova edizio ne di un classico della storiografia risorgi mentale. L’editore mette in copertina un’immagine d’epoca, riferibile alla san guinosa battaglia di Solfe rino, che vide una rovinosa sconfitta degli austriaci. Scelta non priva di ragioni: il Ri sorgimento ha un carattere fortemente mili tare e giustamente la storiografia usa come espressione consolidata quella di 'guerre di indipendenza' (se ne annoverano tre, cui potrebbe aggiungersi la Spedizione dei Mil le, e non dimentichiamoci che in passato c’era ancora qualcuno che qualificava in questo modo anche la prima guerra mondiale, con esclusivo riferimen to, ovviamente, al nostro Paese). Militarmente queste guerre non sono state particolarmente gloriose; simbolicamen te però hanno attivato sentimenti profondi, che hanno pervaso più di una generazione di i taliani, e hanno dato una nuova legittima­zione al 'mestiere delle armi' (basti pensare ai focosi libretti di diverse opere liriche ri sorgimentali e – esempio estremo – alla zin gara Preziosilla, nella verdiana 'La Forza del Destino', che canta come ritornello «è bella la guerra, evviva la guerra», cui tutto il coro risponde: «Morte ai tedeschi! Flagel d’Italia eterno e de figlioli suoi»).

Sappiamo come il fascismo seppe approfit tare di questi entusiasmi romantici, per con solidarsi ideologicamente nella mente degli italiani. Una mossa scorretta? Probabilmen te, anzi quasi certamente sì; sta di fatto, però, che se non è possibile ridurre il Risor gimento ad una serie di eventi esclusiva mente militari, bisogna pur riconoscere che questi eventi sono stati determinanti per l’unificazione del Paese. Lo dimostrano a sufficienza le innumerevoli statue, poste nelle piazze di tantissime città italiane, di Garibaldi come «generale» e di Vittorio E manuele come re, rappresentanto non inco ronato, ma in divisa e armato. Insomma, l’u nità è stata realizzata grazie a guerre, a bat taglie, a sacrifici di vite umane, anche se non solo attraverso di essi.

Per gli italiani e in particolare per quelli che hanno a cuore l’unità del Paese (come il sot toscritto), questo punto è cruciale, dolente mente cruciale. La Costituzione italiana (ar ticolo 11) dichiara che l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle con troversie internazionali. Dovremmo conclu dere che il Risorgimento sia stato «incostitu zionale»? È un’affermazione che fa sorridere, ma non possiamo metterla da parte, dicen do semplicemente che è ridicola e anacroni stica (è evidente che lo è). Quella della guer ra è una piaga, prima ancora che un proble ma, e nessun giustificazionismo può essere usato per esaltare le guerre del passato (an che di un passato ben più remoto di quello risorgimentale) e in particolare le guerre di aggressione (e le guerre di indipendenza fu rono tutte formalmente guerre di aggressio ne, come capì Pio IX, dopo i primi frainten dimenti, perdendo il favore popolare di cui all’inizio il suo pontificato aveva goduto).

Come si esce da questa difficoltà? Non certo vituperando il processo risorgimentale: sa rebbe sciocco. Se ne esce distinguendo. Di stinguendo l’unificazione dell’Italia, un fatto storico non solo inevitabile, ma irreversibile, dalle modalità con cui fu concretamente realizzata. In quanto militari, queste moda lità vanno ritenute in linea di principio inac cettabili, così come è inaccettabile qualsiasi guerra (se non forse in casi del tutto estremi, come quelli di alcune guerre di autentica di fesa contro un’aggressione ingiusta e rovi nosa). Dalle modalità militari risorgimentali è però scaturito un effetto prezioso (l’unità del Paese). Non ce ne dobbiamo meraviglia re: Dio riesce a produrre il bene anche dal male. A noi spetta, dopo aver distinto il bene dal male (non cedendo quindi all’opinione che in qualche caso la guerra sia «bella», co me canta Preziosilla), riconoscere nell’unifi cazione del nostro Paese un bene, non per come essa si sia realizzata, ma per il fatto che realizzandosi ha consolidato la consi stenza dell’identità italiana: una comune i dentità spirituale e religiosa, prima e più che politica, giuridica e sociale.

Pio IX, fautore dell’Italia unita e federale

Il progetto politico di papa Mastai fu però vanificato dalle ambizioni espansionistiche dei Savoia

di Maurizio Moscone
Secondo Antonio Gramsci l’unità d’Italia si realizzò tramite “l’allargamento dello Stato sabaudo e del patrimonio della dinastia”. Scrive in proposito: “Lo Stato piemontese diventa motore reale dell’unità dopo il ’48, dopo cioè della sconfitta della Destra e del Centro politico piemontese e l’avvento dei liberali con Cavour. […] I liberali di Cavour concepiscono l’unità come allargamento dello Stato piemontese e del patrimonio della dinastia, non come movimento dal basso, ma come conquista regia”(1).

Pio IX, il papa-re che governava uno Stato legittimamente riconosciuto dal diritto internazionale, si oppose giustamente all’unificazione italiana tramite una guerra di conquista operata dalla Casa Sabauda, ma auspicava che l’Italia fosse unita e federale. Pio IX, contrariamente a quanto sostiene la vulgatarisorgimentale, godeva di una grande stima da parte di tutto il popolo italiano, che era quasi interamente cattolico (2), tranne una frangia esigua di liberal–massoni appartenenti all’alta borghesia. Era quindi logico che, nel periodo storico in questione caratterizzato dal potere temporale dei papi, Pio IX fosse ritenuto il leader politico più idoneo per realizzare l’unità di Italia, nel rispetto dei valori antropologici e cultural-religiosi condivisi dalla quasi totalità degli Italiani.
Keyes O' Clery, in un libro scritto nel 1875 (3), documentò come Pio IX auspicasse per l’Italia la costituzione di una confederazione di Stati, la “Lega italiana”, presieduta dal pontefice, che doveva comprendere lo Stato Pontificio, il Regno di Sardegna, il Granducato di Toscana e il Regno delle Due Sicilie.
Scrive l’Autore: “Non va dimenticato che Pio IX fu il primo a proporre la Lega italiana, che il granduca di Toscana e il tanto calunniato re Ferdinando erano pronti a contribuire al costituirsi della confederazione e che il solo ostacolo a questo processo politico fu il Piemonte allora sotto l'influenza del partito rivoluzionario. I veri nemici dell’Italia erano nei ranghi di quel partito nemici ancora peggiori degli austriaci. Decisi a compiere il loro progetto, la formazione di una Repubblica italiana atea che si estendesse dalle Alpi alla Sicilia, si opposero all’idea della Lega perché il Papa ne era il promotore e perché sarebbe stato un ostacolo insormontabile per i loro piani” (4).
Nel 1847 era stato pattuito un accordo doganale tra lo Stato Pontificio, il Regno di Sardegna e il Granducato di Toscana e l’anno successivo Pio IX istituì una commissione, con il compito di progettare l’istituzione di una federazione di Stati italiani. Il papa invitò i delegati di tutti gli stati: “delegato per il papa era Corboli–Bussi – racconta Cassano Zunica – L’Austria che seppe del progetto di federazione per mezzo del re di Napoli, non ne volle sapere, ed impedì che da Modena e da Parma fossero mandati delegati. Il ministero piemontese Casati–Gioia–Ricci cadde, e il nuovo ministero massone non volle confermare i poteri di delegato a Rosmini. La commissione avrebbe dovuto lavorare all’infuori del ministero costituzionale, e stare in relazione diretta col papa. Intanto gli eventi precipitarono. Pellegrino Rossi fu assassinato, scoppiò la rivoluzione, il papa dovette fuggire” (5).
Il progetto di unione federale, che fallì a causa degli eventi connessi all’instaurazione della Repubblica Romana, testimonia come la Chiesa Cattolica non soltanto non era contraria all’idea dell’unità d’Italia, ma si fece addirittura promotrice di un progetto federale, che fu osteggiato dal Regno di Sardegna. La Civiltà Cattolica, in un articolo del marzo 1929, scrisse in proposito: “Cominciando da Pio IX, fino al più semplice prete di contado, l’unità italiana non era avversata da nessuno. Si potrebbe anche dimostrare perentoriamente che all’invito di Pio IX, nel 1848, per una lega italiana e per l’unione politica dell’Italia, chi si oppose fu solo il ministero piemontese. Il clero italiano, e ciò è da porsi fuori da ogni dubbio per chi non voglia negare la luce meridiana, non si oppose all’unità, ma la voleva in modo diverso quanto all’esecuzione” (6).
Lo Stato sabaudo si oppose all’iniziativa di Pio IX, perché aveva maturato da tempo un progetto espansionistico, che mirava all’affermazione della dinastia sabauda sul territorio italiano con l’aiuto dell’Inghilterra, della Francia e della Prussia, cioè delle grandi potenze ostili all’Austria e al Papato. La dinastia sabauda intendeva unificare (e unificò) in un unico Stato centralizzato l’intera nazione italiana, ma questo progetto misconosceva, come affermava Giovanni Spadolini, “l’universalismo religioso e il federalismo politico”, che caratterizzavano la storia italiana, e “doveva necessariamente urtare […] contro la Chiesa e contro la tradizione nazionale e popolare, perfettamente rappresentata dalla Chiesa” (7).



1) A. Gramsci, Il Risorgimento, Einaudi, Torino 1954, pp. 45-46.
2) Secondo i censimenti ufficiali i cattolici erano più del 99% della popolazione. I liberali rappresentavano l’1% degli Italiani. Nelle elezioni del 1861 gli aventi diritto al voto furono il’1,92% (418.850) e, all’interno di questa percentuale, i votanti furono il 57,2% (239.853). I candidati al Parlamento furono eletti con poche centinaia di voti.
3) Cfr. K.O. Clery, La Rivoluzione Italiana, Ares, Milano 2000.
4) Ibidem
5) Testimonianza resa da Enrica M. Cassano Zunica durante i processi canonici per la beatificazione di Giovanni Mastai-Ferretti in Atti processuali. Beatificationis et canonizationis Servi Dei Pii Summi Pontificis, I, par. 2573, p. 808.
6) “La Civiltà Cattolica”, marzo 1929, citata in A. Socci, La dittatura anticattolica. Il caso don Bosco e l’altra faccia del Risorgimento, Sugarco, Milano 2004, p.78.
7) G. Spadolini, Il papato socialista, Longanesi, Milano 1969, p. 131.


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Il padre dell’Italia unita? Altro che Cavour, è Dante. Marcello Veneziani

Il terreno primario comune di ogni nazione del mondo è la lingua. Fu il poeta a ridare centralità a Roma in chiave cattolica ma non clericale e a creare un mito di fondazione condiviso

di Marcello Veneziani

Risorgimentali e antirisorgimentali, mettetevi l’anima in pace. L’Italia non l’ha fatta Garibaldi, e nemmeno Cavour o Vittorio Emanuele. L’ha fatta la geografia, l’ha fatta la storia, l’ha fatta la letteratura. Ma se cercate il fondatore, se avete bisogno di un padre, un Enea per l’Italia, allora quel Fondatore non fu un condottiero, ma un poeta. L’Italia fu fatta da Dante Alighieri. Fu lui a dare dignità al terreno primario e comune di una nazione, la lingua. Fu lui a riannodare l’Impero e il Papato, cioè la civiltà cristiana e la civiltà romana, riconoscendoli come i genitori dell’Italia. Ebbero altri figli, certamente, ma la figlia che ereditò la casa paterna e materna fu l’Italia.
Certo, Dante vaticinava una monarchia universale, ma fu il primo a considerare il fulcro di una rinascenza in Roma, nell’Italia cattolica ma non clericale, dove l’Impero ha dignità pari a quella del Papato. E fu ancora Dante a creare un mito di fondazione e una narrazione su cui costruire l’Italia, e a cercare un Veltro che la unisse da «feltro a feltro», come egli scrisse, «di quell’umile Italia fia salute»; alimentando così un’aspettativa che altri letterati - da Petrarca a Machiavelli, da Alfieri a Foscolo e Leopardi - poi coltivarono. La nostra è una nazione culturale, nata non con la forza delle armi, ma con la forza della poesia; per questo l’Italia è uno Stato fragile, ma un’identità forte. Tuttora, al di là di tutto, la dignità universale dell’Italia non è di natura commerciale o industriale, militare o tecnologica, ma culturale: si studia l’Italiano per ragioni culturali, si viene in Italia per ragioni culturali, si considera l’Italia per ragioni culturali.
L’espressione stessa usata per indicare il processo unitario del nostro Paese, Risorgimento, non ha una genesi politica o militare, ma religiosa e letteraria, allude alla Resurrezione e insieme ad una letteratura, dal gesuita Saverio Bettarelli che la usò per primo a Gioberti, da Alfieri a Leopardi con la poesia Il risorgimento, in cui l’espressione ha un significato esistenziale e religioso. Solo dopo arriverà il Risorgimento politico di Balbo e Cavour. Da dove viene fuori quest’apologia di Dante come profeta dell’Italia? Sì, da un intreccio di ricorrenze e polemiche, tra i 150 anni dell’unità d’Italia e i sette secoli del De Monarchia di Dante, di cui peraltro è indefinita l’effettiva data.
Ma viene fuori anche dall’ultimo filosofo italiano che pensò l’Italia dentro la sua tradizione civile e religiosa, e la pensò a partire da Dante. Parlo di Augusto del Noce, di cui mi sono più volte occupato, anche sul Giornale. L’altro giorno si è svolto a Pistoia, sua città nativa, un convegno a lui dedicato in occasione del centenario della nascita, ed io ho parlato di lui come del filosofo del Risorgimento, ma di un Risorgimento dantesco, oltre che giobertiano. Per fondare la sua idea dantesca d’Italia, Del Noce si rifece a due autori: Giacomo Noventa e Giovanni Gentile. Il primo si oppose alla linea idealistica-hegeliana di Spaventa, De Sanctis e Croce che leggeva l’unità d’Italia attraverso la nascita dello Stato unitario. Una lettura strettamente politica del Risorgimento, che rinveniva al più in Machiavelli il suo predecessore, ma in quanto pensatore e segretario di Stato. Secondo Noventa, invece, fu Dante a fondare l’idea dell’Italia sulla tradizione romana e cattolica, mediterranea e poetica. Ma fu soprattutto Gentile, in uno scritto del 1918, a vedere in Dante il profeta dell’Italia risorgimentale e moderna. Egli riconobbe in Dante non solo il sommo poeta, ma anche il filosofo. La sua divergenza da Croce fu netta. Di solito la si riconduce sul piano storico al dissidio tra fascismo e antifascismo e sul piano filosofico al divario tra il razionalismo liberale di Croce e l’irrazionalismo «mistico» di Gentile.
Ma sfugge una differenza essenziale: Croce, che pure non era accademico, tenne fuori dalla filosofia Marx da un verso e Dante e Leopardi dall’altro; ritenendo il primo uno scrittore politico ed un critico dell’economia e i secondi due eminenti poeti, ma trascurabili pensatori. Gentile che pure era accademico, al contrario riconobbe a Marx da un verso, ma anche a Dante e Leopardi, dignità e potenza di filosofi e di profeti. A Croce sfuggiva da un verso la ragione profonda dell’internazionalismo marxista e del materialismo storico e dialettico. E dall’altro la matrice poetica del pensiero italiano che passa attraverso grandi poeti-filosofi (anche Petrarca, per altri versi) e grandi pensatori che riconobbero dignità al pensiero poetante, come Vico. Il Vico di Croce è tutto nella storia ed è gravido dell’Ottocento (lui lo definì infatti secolo XIX in germe); il Vico di Gentile è tutto nel pensiero ed è gravido dell’Italia nuova.
A questa tradizione si rifà Augusto del Noce. Lui, cattolico, si riconobbe nella linea di Gentile discesa da Dante. Una linea non laica ma ghibellina (anche se Dante fu guelfo bianco, benché definito da Foscolo «ghibellin fuggiasco»); ed una linea che senza cedere al neopaganesimo e all’idolatria dello Stato (che fu di Gentile fascista), riconosceva una connotazione religiosa al processo unitario. Il Risorgimento è la nostra Riforma morale e civile, diceva Del Noce, richiamando Noventa e Gentile. L’idea di Riforma in Del Noce si trasferisce dal piano religioso-ecclesiale del luteranesimo a quello storico-politico del Risorgimento. Un pensiero originale che riesce a trovare un punto d’intesa fra Tradizione e Risorgimento e che concepisce il Risorgimento come categoria distinta tanto da «rivoluzione» che da «reazione». Del Noce vedeva la ripresa del Risorgimento come compito dei nostri anni e immaginava, quando ancora non si era formata l’Unione Europea, una riscoperta dell’Italia «dopo l’Europa», cioè non regredendo all’epoca delle nazioni e dei nazionalismi, ma procedendo oltre, nell’epoca degli incontri e degli scontri di civiltà. Un pensiero italiano e risorgimentale che ancora non trova destinatari.


«Il Giornale» del 1 ottobre 2010