DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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J. Ratzinger. Prima il Decalogo, poi la democrazia

Le ideologie sono cadute, ma altri miti ne hanno preso il posto: la scienza, il progresso e la libertà
Nessuno si può permettere di deridere ciò che è sacro per ebrei o musulmani. Ma si annovera fra i diritti dileggiare e coprire di ridicolo ciò che è sacro per i cristiani

Nel secolo scorso abbiamo sperimentato due grandi elaborazioni mitiche con conseguenze terribili: il razzismo con la sua falsa promessa di salvezza da parte del nazionalsocialismo; la divinizzazione della rivoluzione sullo sfondo dell'evoluzionismo storico dialettico; in entrambi i casi furono di fatto cancellate le intuizioni morali originarie dell'uomo sul bene e sul male.
Tutto ciò che serve il dominio della razza, ovvero tutto ciò che serve l'instaurazione del mondo futuro, è bene - così ci veniva detto -, anche se ciò, secondo le conoscenze dell'umanità finora acquisite, fosse stato un male.
Dopo la caduta delle grandi ideologie oggi i miti politici sono presentati in modo meno chiaro, ma esistono anche oggi forme di mitizzazione di valori reali, che appaiono credibili, proprio per il fatto che si ancorano ad autentici valori, ma appunto anche per questo sono pericolosi, per il fatto che unilateralizzano questi valori in un modo che si può definire mitico. Direi che oggi tre valori sono dominanti nella coscienza comune, la cui unilateralizzazione mitica rappresenta allo stesso tempo un pericolo per la ragione morale di oggi.
Questi tre valori continuamente, miticamente unilateralizzati sono il progresso, la scienza, la libertà.

Innanzitutto però deve essere chiaro che il progresso si estende al rapporto dell'uomo con il mondo materiale ma non dà luogo in quanto tale - come il marxismo e il liberalismo avevano insegnato - all'uomo nuovo, alla nuova società. L'uomo come uomo resta uguale nelle situazioni primitive come in quelle tecnicamente sviluppate e non cresce di livello semplicemente per il fatto che ha imparato ad adoperare strumenti meglio sviluppati. L'essere uomo ricomincia da capo in ogni essere umano. Perciò non può esistere la definitivamente nuova, progredita e sana società, nella quale non solo hanno sperato le grandi ideologie, ma che diviene sempre più - dopo che la speranza nell'aldilà è stata demolita - l'obiettivo generale da tutti sperato. Una società definitivamente sana presupporrebbe la fine della libertà.
Al secondo posto vorrei menzionare il concetto di scienza. La scienza è un grande bene, proprio perché è una forma di razionalità controllata e confermata dall'esperienza. Ma vi sono anche patologie della scienza, stravolgimenti delle sue possibilità in favore del potere, in cui allo stesso tempo viene intaccata la dignità dell'uomo. La scienza può anche servire alla disumanità, se pensiamo alle armi di distruzione di massa o agli esperimenti umani o al commercio di persone per l'esplantazione di organi, eccetera. Pertanto deve essere chiaro che anche la scienza deve sottostare a criteri morali e la sua vera natura va sempre perduta allorquando invece che al servizio della dignità dell'uomo si mette a disposizione del potere o del commercio o semplicemente del successo come unico criterio.
Infine vi è il concetto di libertà. Anch'esso nell'epoca moderna ha assunto diversi tratti mitici. La libertà non di rado viene concepita in modo anarchico e semplicemente anti-istituzionale e così diviene un idolo: la libertà umana può essere sempre solo la libertà del giusto rapportarsi reciproco, la libertà nella giustizia, altrimenti diventa menzogna e conduce alla schiavitù.

Il fine di ogni sempre necessaria smitizzazione è la restituzione della ragione a se stessa. Qui però deve ancora una volta essere smascherato un mito, che solo ci mette davanti all'ultima decisiva questione di una politica ragionevole: la decisione a maggioranza è in molti casi, forse nella maggior parte dei casi la via "più ragionevole" per giungere a soluzioni comuni. Ma la maggioranza non può essere il principio ultimo; ci sono valori che nessuna maggioranza ha il diritto di abrogare. L'uccisione degli innocenti non può mai divenire un diritto e non può essere elevato a diritto da alcun potere. Anche qui si tratta ultimamente della difesa della ragione: la ragione, la ragione morale, è superiore alla maggioranza.
Ma come possono essere conosciuti questi valori ultimi, che costituiscono i fondamenti di ogni politica "ragionevole", moralmente giusta e pertanto vincolano tutti al di là di ogni cambiamento delle maggioranze? La dottrina dello Stato sia nell'antichità e nel Medioevo come proprio anche nei contrasti dell'epoca moderna ha fatto appello al diritto naturale, che la recta ratio può riconoscere. Ma oggi questa recta ratio sembra non dare più una risposta, e il diritto naturale non viene più considerato come ciò che è evidente per tutti, ma piuttosto come una dottrina cattolica particolare. Questo significa una crisi della ragione politica, il che equivale a una crisi della politica come tale. Sembra che ormai esista solo la ragione partitica, non più la ragione comune a tutti gli uomini almeno nei grandi ordinamenti fondamentali dei valori.

Esiste oggi un canone dei valori mutato, che praticamente non è messo in discussione, ma in realtà resta troppo indeterminato e mostra zone oscure. La triade pace, giustizia, integrità della creazione è universalmente riconosciuta, ma dal punto di vista del contenuto totalmente indeterminata: che cosa è al servizio della pace? Che cosa è la giustizia? Come si protegge nel modo migliore la creazione? Altri valori universalmente riconosciuti sono l'uguaglianza degli uomini in opposizione al razzismo, la pari dignità dei sessi, la libertà di pensiero e di fede. Anche qui vi sono mancanze di chiarezza dal punto di vista dei contenuti, che perfino possono di nuovo diventare minacce per la libertà del pensiero e della fede, ma gli orientamenti di fondo sono da approvare e sono importanti. Un punto essenziale resta controverso: il diritto alla vita per ciascun essere umano, l'inviolabilità della vita umana in tutte le sue fasi. In nome della libertà e in nome della scienza vengono inferte ferite sempre più gravi nei confronti di questo diritto. Qui si deve dare spazio alle demitizzazioni dei concetti di libertà e di scienza, se non vogliamo perdere i fondamenti di ogni diritto, il rispetto per l'uomo e per la sua dignità.
Un secondo punto oscuro consiste nella libertà di deridere ciò che è sacro per altri. Grazie a Dio presso di noi nessuno si può permettere di deridere ciò che è sacro per un ebreo o per un musulmano. Ma si annovera fra i diritti di libertà fondamentali il diritto di dileggiare e di coprire di ridicolo ciò che è sacro per i cristiani.
Nel mio dibattito con il filosofo Flores d'Arcais si toccò proprio questo punto - i limiti del principio del consenso. Il filosofo non poteva negare che esistono valori, i quali non possono essere messi in discussione anche da maggioranze. Ma quali?
Davanti a questo problema il moderatore del dibattito, Gad Lerner, ha posto la domanda: perché non prendere come criterio il Decalogo? E in realtà, il Decalogo non è una proprietà privata dei cristiani o degli ebrei. È un'altissima espressione di ragione morale, che come tale si incontra largamente anche con la sapienza delle grandi culture.
Riferirsi nuovamente al Decalogo potrebbe essere essenziale proprio per il risanamento della ragione, per un nuovo rilancio della recta ratio. Qui emerge ora anche con chiarezza ciò che la fede può fare per una buona politica: essa non sostituisce la ragione, ma può contribuire all'evidenza dei valori essenziali.

del Card. Joseph Ratzinger

Avvenire 8 dicembre '04

IL DECALOGO. IL BELLISSIMO FILM A EPISODI DI KRYSZTOF KIESLOWSKI. VIDEO E DOWNLOAD

http://www.itacalibri.it/System/22915/il-decalogo_1.jpg




Sulla base di un'idea di Krysztof Piesiewicz, avvocato polacco e difensore di molti oppositori del regime, Kieslowski realizza dieci episodi, dieci film ognuno dei quali illustra uno dei Comandamenti attraverso altrettanti casi giudiziari. Sono casi che non vengono risolti con l'individuazione netta di un colpevole e di una vittima: il dubbio che permane testimonia che gli autori volontariamente non abbracciano una tesi laica o confessionale. Ogni episodio del Decalogo ha un cast differente, ma in quasi tutti, con l'eccezione del settimo e del decimo episodio, è presente la figura del "testimone silenzioso", un personaggio che non parla mai ma che assiste muto allo svolgimento delle vicende. Forse l'occhio di Dio? Forse la personificazione della coscienza? Forse un angelo? Il regista non ha mai rivelato il suo significato, né al pubblico né all'attore stesso.



Decalogo - 1 - Io sono il Signore Dio tuo


È la storia di padre e figlio, che affidano al "dio" computer non soltanto la soluzione dei loro problemi di lavoro e di studio, ma anche l'organizzazione della vita quotidiana. La vita, però, riserva delle sorprese che neanche un computer può provvedere.

GUARDA IL PRIMO EPISODIO


Decalogo - 2 - Non nominare il nome di Dio invano


È la storia di una donna, Dorata, in attesa di un figlio, frutto di una relazione con un uomo, mentre il marito, gravemente ammalato, è ricoverato in ospedale.

GUARDA IL SECONDO EPISODIO


Decalogo - 3 - Ricordati di santificare le feste

Domani è Natale: Janusz si prepara a trascorrere una serata felice e allegra con la moglie e i due figli. Sembra una normale, festosa vigilia quando una ex fiamma suona alla porta di casa.

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Decalogo - 4 - Onora il padre e la madre

Anka, una bella ragazza di vent'anni, orfana di madre, si accorge di essere ricambiata, innamorata del padre; in seguito trova una lettera con la rivelazione che Michael non è il suo vero genitore; la verità, aumenta il turbamento di entrambi, e i loro rapporti...

GUARDA IL QUARTO EPISODIO



Decalogo - 5 - Non uccidere

«Non uccidere» è la storia di un giovane inquieto, senza meta che uccide un tassista. Solo in questo momento particolarmente delicato, troverà qualcuno che si prenderà cura dei suoi problemi.

GUARDA IL QUINTO EPISODIO



Decalogo - 6 - Non commettere atti impuri

Tomek, un diciannovenne impiegato alle poste, spia con il binocolo Magda, trentenne inquilina del palazzo di fronte, bella, indipendente, sessualmente libera e disponibile. La controlla, la circuisce, ma scivola nella trappola della passione.

GUARDA IL SESTO EPISODIO



Decalogo - 7 - Non rubare

Il "Furto" narrato nel film è assai particolare, "l'oggetto" rubato è una bambina contesa tra due madri: la madre naturale e la madre adottiva, tra di loro madre e figlia.

GUARDA IL SETTIMO EPISODIO


Decalogo - 8 - Non dire falsa testimonianza

La coerenza assoluta porta, in alcuni casi, a problemi di coscienza che lasciano un segno indelebile nella nostra vita. È sempre un bene essere ligi alla propria linea di condotta o è meglio, tavolta, violentare la propria etica.

GUARDA L'OTTAVO EPISODIO



Decalogo - 9 - Non desiderare la donna d'altri

«Non desiderare la donna d'altri», ha per protagonisti Roman e Hanka: lui con problemi sessuali, lei appare rassegnata a questo destino, ma ad insaputa del marito, intreccia una relazione con un giovane. Roman, di fronte alla realtà entra in crisi.

GUARDA IL NONO EPISODIO


Decalogo - 10 - Non desiderare la roba d'altri

«Non desiderare la roba d'altri» è una commedia che racconta la storia di due fratelli completamente diversi fra loro che hanno occasione di ritrovarsi per la morte del padre.

GUARDA IL DECIMO EPISODIO




Krzysztof Kieslowski [K.] era un illustre sconosciuto fuori dai confini polacchi fino al 1988 quando il Premio della Giuria del festival di Cannes coronò Breve film suIl' uccidere (girato nel 1987, durata 85'). Nel 1989 il Breve film sull'amore (1988, durata 57'), diffuso sotto l'insipiente titolo Non desiderare la donna d'altri, suscitò l'inatteso interesse delle nostre platee. Il Decalogo è l'evento culturale della stagione cinematografica: un modo di fare cinema nuovo e puro, un respiro morale di sorprendente attualità. Quest'opera insolita - dieci filni della durata media di un'ora - è lo sbocco provvisorio) di una ricerca lunga e accidentata. Nato a Varsavia il 27 giugno 1941, K. firma il suo primo saggio di regia alla Scuola Superiore di Cinema di Lodz (Tram^ay) nel 1966. Poi vengono una trentina di documentari: i suoi preferiti sono La fotografia (1968), Dalla città di Lodz (1969), Curriculum vitae (1975), L'ospedale (1976), Dal punto di vista del guardiano notturno (1977).
Il documentario è un'esperienza importante che non interrompe del tutto; l'ultimo l'ha realizzato nel 1988: «Secondo me il documentario è una forma d'arte superiore al film di finzione. Penso che la vita sia più intelligente di me, crea situazioni più interessanti di quelle che sono capace di inventare da solo». Verso la metà degli anni Settanta sente tuttavia il bisogno di passare al film a soggetto: i materiali di verità offerti dal documentario vengono salvati e valorizzati nell'azione e in una storia. K. si afferma presto, accanto, ad esempio, ad Agnieska Holland, tra i volti nuovi del «cinema dell'inquietudine morale»; così venne definita dalla critica polacca una serie di opere ambientate nella Polonia degli anni Settanta-Ottanta sul disagio delle giovani generazioni soffocate dall'ambiente sociale e in balia dell'amoralismo del potere. Questi cineasti, «figli del '68», facevano capo a due gruppi di produzione: «X» diretto daAndrzej Wajda e «Tor» daAndrzej Zanussi.
La cicatrice (Blizna, 1976) è il suo primo lungometraggio prodotto appunto dalla Tor. E' la storia di un industriale onesto che vuole fare il bene della gente impiantando una grande fabbrica di prodotti chimici; ma la popolazione si oppone, preferisce le sue attività tradizionali e si accontenta di condiziom di vita modeste. La cicatrice, cioè il dramma del protagonista, efficiente e idealista detentore del potere, nasce quando avverte che la felicità, di cui si ritiene l'artefice, non è quella desiderata dal popolo. Altri titoli sono: il cineamatore (Amator, 1979) - la crisi morale di un appassionato di cinema -; Il caso (Przypadek, 1981) - i capricci della casualità in tré varianti della vita di un giovane; Senza fine (Bez Konca, 1984), film duro e cupo in cui domina il fantasma di un avvocato, stroncato dall'infarto ali'inizio dello stato d'assedio imposto da Jaruzeiski, che ricompare e osserva l'avvilimento dei polacchi: «Eravamo tutti dei vinti e nessuno ne aveva coscienza». Avversato dal regime perché eversivo, il film di K., militante di Solidamosc venne bollato di filo-comunismo dall'opposizione e considerato blasfemo dai cattolici.
Seguono tré anni di inattività e poi riprende con Krzysztof Piesiewicz la collaborazione inaugurata in Senza fine e realizza - sempre con la casa di produzione di Zanussi - Breve film sull'uccidere (1987). È il via alla grande impresa del Decalogo. Alla domanda ricorrente nelle interviste: «Com'è nata l'idea del Decalogo?» il regista risponde sempre premettendo che non nasce da un bisogno religioso: ne lui ne il suo co-sceneggiatore, l'avvocato Krzysztof Piesiewicz, sono cattolici praticanti, «anche se questo non significa che non abbiamo niente a che fare con Dio». Appena terminato Breve film sull'uccidere - la cui versione televisiva abbreviata da 85 a 57' corrisponderà al quinto episodio - Piesiewicz riuscì a persuadere l'amico a mettere in cantiere una serie di film ispirati ai dieci comandamenti. Una sua vecchia idea; gli era venuta nel lontano 1982 davanti a un dipinto gotico trecentesco su legno raffigurante il «Decalogo» conservato nel Museo Nazionale di Varsavia. Le riprese iniziano nel marzo 1987 e la lavorazione prosegue per venti mesi e più, secondo un piano frammentario: arrivano fino a girare tré episodi in contemporanea e nel frattempo girano per il grande schermo Breve film sull'amore che in edizione ridotta (di 49') è il numero sei del Decalogo televisivo. Le scene dei due «brevi film» vengono girate due volte, nel presupposto che le esigenze spettacolari del cinema e della TV non coincidano: ma poi. in sede di montaggio, sequenze destinate alla versione televisiva finiscono nei film e viceversa. Tra i due film e i due episodi televisivi esistono quindi, oltre alla diversa durata, differenze nella struttura drammaturgica e visiva. In queste note prendiamo in esame l'edizione televisiva: il Decalogo presentato nel circuito cinematografico è per l'appunto costituito dai dieci film concepiti e realizzati per la TV. Comunque, se ha tuttora senso il dibattito su uno specifico televisivo contrapposto a quello cinematografico, questo kammerspielfilm è un saggio di una possibile perfetta equipollenza dei due linguaggi. Il regista e il suo collaboratore alla sceneggiatura partono da un'idea, se si vuole, discutibile ma precisa e decisiva per l'impostazione del lavoro: i comandamenti non sono affatto «le leggi fondamentali della religione cristiana», ma «dieci affermazioni ben concepite» in cui concordano tutti gli uomini «indipendentemente dal luogo, dalle tradizioni, dalla conoscenza o meno dei comandamenti». Il decalogo assume dunque un doppio profilo: è una «convenzione» universale sulla quale si modellano i rapporti morali, spirituali e psicologici tra le persone, e uno specchio in cui si riflette la verità ultima dell'uomo: «I comandamenti permettono di addentrarsi con una certa semplicità nell'intricata natura dell'animo umano. La vita è molto più complicata di quanto vogliono farci credere i preti: nessuno mette mai in discussione queste regole, però sono convinto - insiste K. - che a volte è necessario trasgredirle, e del resto questo accade tutti i giorni». Il loro Decalogo non vuole essere, e non è, una catechesi o una lezione morale: illustrazione del senso delle norme o dimostrazione della loro validità. I precetti sono un punto di partenza privilegiato per capire l'esistenza umana e descriverla. I dieci film non presentano «dieci leggi» ma «dieci storie». A scongiurare ogni equivoco in proposito avevano addirittura pensato a un titolo di questo genere «La storia della condizione umana ovvero sui dieci comandamenti».

Luigi Bini - Attualità Cinematografiche - Lettur

LA PAROLA DI UN INNAMORATO. La seconda delle Dieci Parole - “Non avrai altre divinità al mio cospetto” (Es 20,3). Francesco Rossi de Gasperis

Francesco Rossi de Gasperis - Pontificia Università Lateranense - 17/01/2007
1. LA PAROLA DI UN INNAMORATO

NON CI SARANNO PER TE ALTRI DÈI DI FRONTE A ME


È questa la seconda delle “Dieci Parole” della rivelazione sinaitica (ES 20,3).

È importante per noi cristiani-cattolici tornare al senso ebraico dei “Dieci comandamenti”, dei quali più spesso parliamo nei nostri catechismi. Le “Dieci Parole” – ‘asereth haddevarim (Es 34,28) o ‘asereth haddiveroth, per dirla con la tradizione ebraica – indicano prima di tutto, con la parola davar, un evento, un fatto, spiegato poi, per lo più, da una parola che ne discerne il senso (cf. la traduzione greca con due termini rhêma–logos). Dio parla prima di tutto attraverso dei fatti, facendo storia, e offrendo poi nelle Scritture, “mediante amici di Dio e profeti”, delle parole che di quella storia decifrino il senso inteso dall’autore divino (cf. Sap 7,27).

Le Dieci Parole del Sinai non vanno intese prima di tutto come un’enunciazione teorica di monoteismo, né come delle formulazioni di esigenze etiche, bensì nel quadro di un rapporto di alleanza tra Adonaj e Israele. Esse significano e comportano l’inaugurazione di una situazione esistenziale di amore esclusivo con cui il Signore lega Israele a sé. L’alleanza tra il Signore e il suo popolo, infatti, è finalmente di natura amorosa e sponsale, come esplicitamente l’hanno esplicitamente interpretata i grandi profeti d’Israele, da Osea a Isaia, a Geremia, a Ezechiele (1).

Trovo insopportabile l’affermazione di alcuni autori che sostengono che il dono della Torah sinaitica sia stato surclassato, nell’economia della “nuova alleanza”, magari leggendo in senso contrappositivo il testo di Gv 1,17:
«Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto
e grazia su grazia.
Perché la Torah fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo».


Un’affermazione definitiva della permanenza teologica e spirituale del Sinai anche nell’esistenza cristiana mi sembra l’abbia fatta Giovanni Paolo 2° con il suo profetico pellegrinaggio dell’anno 2000. Esso fu ancora un davar, un fatto offerto davanti agli occhi del mondo intero, una “lectio continua e perfettamente integrata di tutte le Scritture”, di cui mi sembra che non si sia ancora raggiunta e formulata un’intelligenza consapevole.

Nella formulazione delle Dieci Parole, la prevenienza gratuita dell’elezione amorosa di Israele, da parte di Adonaj, e della sua proposta di alleanza con quel popolo, precede ogni enunciazione teorica di monoteismo e ogni proclamazione di esigenza morale. Essa fa dell’incontro del Sinai un amplesso e una dichiarazione amorosa del Signore a Israele: “TU APPARTIENI A ME SOLO” (Es 19,1-6), una parola di alleanza sponsale che Ez 16,4-8 traduce in termini di tenerezza amorosa tra Adonaj e Gerusalemme:

«Alla tua nascita, quando fosti partorita, non ti fu tagliato l’ombelico e non fosti lavata con l’acqua per purificarti; non ti fecero le frizioni di sale, né fosti avvolta in fasce. Occhio pietoso non si volse su di te per farti una sola di queste cose e usarti compassione, ma come oggetto ripugnante fosti gettata via in piena campagna, il giorno della tua nascita. Passai vicino a te e ti vidi mentre ti dibattevi nel sangue e ti dissi: Vivi nel tuo sangue e cresci come l’erba del campo. Crescesti e ti facesti grande e giungesti al fiore della giovinezza: il tuo petto divenne fiorente ed eri giunta ormai alla pubertà; ma eri nuda e scoperta. Passai vicino a te e ti vidi; ecco, la tua età era l’età dell’amore; io stesi il lembo del mio mantello su di te e coprii la tua nudità; giurai alleanza con te, dice il Signore Dio, e divenisti mia».

Il MONTE Sinai diventa, infatti, nella narrazione dell’Esodo, quasi un sinonimo dello stesso SIGNORE:

«Al terzo mese dall’uscita degli Israeliti dal paese di Egitto, proprio in quel giorno, essi arrivarono al deserto del Sinai. Levato l’accampamento da Refidim, arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte. Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: “Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra!» (Es 19,1-5).

La Parola di Adonaj al Sinai costituisce Israele, suo popolo, e con lui tutti coloro che il Signore “aggiungerà” ai suoi credenti (At 2,41-47; 5,14; 11,21-24) e innesterà nel suo olivo (Rm 11,16-24) quali “ascoltatori della sua Parola e discepoli del suo Insegnamento (Torah)” (Is 54,13; Gv 6,45). Noi camminiamo quaggiù nella fede, e non nella visione (2Cor 5,7), e come Mosè, anche Gesù, Parola del Padre fatta carne, nella sua condizione terrena, camminava saldo nell’obbedienza filiale, come se vedesse l’invisibile (cf. Eb 11,27).

Israele resta per sempre un popolo accampato davanti al monte, come una sposa rimane sempre presente al suo sposo, e anche quando egli riprenderà il cammino nel deserto verso la Terra promessa, la Montagna, la Roccia, camminerà con lui (cf. Es 33,12-17; 1Cor 10,1-4).

Noi, cristiani provenienti dalle nazioni, abbiamo un assoluto bisogno dei nostri “fratelli maggiori”, gli ebrei. Essi sono davanti a noi i garanti del dialogo perenne di Dio con gli esseri umani, del binomio insuperabile e ineludibile “TU-IO”, che i Salmi scolpiscono ogni giorno nelle nostre coscienze di uomini e di donne. Senza la presenza incombente, ma salvifica, della Montagna – icona del Nome (Ha-Shem) – davanti a cui, al di là di tutte le nebbie della pianura, rimaniamo sempre accampati, la tentazione di ridurre il dialogo a un monologo immanentista – tanto tenace e ricorrente, tipica della nostra originaria “gentilità” – ci avrebbe sedotto varie volte attraverso i secoli. E saremmo diventati dei discepoli presuntuosi, che essendosi arrogati il ruolo di maestri, saremmo morti strangolati dalla nostra disperata solitudine e da una empia idolatria di noi stessi.

2. UNA PAROLA PER TUTTA LA TERRA

«Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! » (Es 19,5).

Il Signore dell’alleanza sinaitica, dunque, non è il dio nazionale di Israele. Al Dio del Sinai «appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e quanto essa contiene» (Dt 10,14). La rivelazione sinaitica, perciò, costituisce Israele – e con lui anche le Chiese cristiane che, in Gesù, ascoltano la Parola del Padre – quali testimoni eloquenti della proposta amorosa del Dio unico da partecipare a tutte le nazioni della Terra.

Adonaj, il Dio di Mosè, è non soltanto lo stesso Dio dei padri, lo ’el Shaddaj di Abramo, Isacco e Giacobbe (Es 6,2-3), ma è anche il Signore Dio (JHWH ’Elohim) di Noè (Gen 6,13; 7,1; ecc.) e dello ’Adam primigenio (maschile e femminile), il Creatore del cielo e della terra (Gen 1,27; 2,4b-7; 5,1-2; 1Cor 15,45). Egli ha disteso i cieli e fondato la terra, mentre diceva a Sion: «Tu sei mio popolo» (Is 51,16).

Vivevo a Gerusalemme nel novembre 1977, e ricordo ancora il sussulto e il fremito di commozione che attraversò l’intero paese d’Israele quando il presidente egiziano, Anwar as-Sa’adat, citò davanti alla Knesset, il parlamento israeliano, questo passo biblico del profeta Isaia:
«In quel giorno ci sarà un altare dedicato al Signore in mezzo al paese d’Egitto e una stele in onore del Signore presso la sua frontiera: sarà un segno e una testimonianza per il Signore degli eserciti nel paese d’Egitto. Quando, di fronte agli avversari, invocheranno il Signore, allora egli manderà loro un salvatore che li difenderà e li libererà. Il Signore si rivelerà agli Egiziani e gli Egiziani riconosceranno in quel giorno il Signore, lo serviranno con sacrifici e offerte, faranno voti al Signore e li adempiranno. Il Signore percuoterà ancora gli Egiziani ma, una volta colpiti, li risanerà. Essi faranno ritorno al Signore ed egli si placherà e li risanerà. – Venne poi la citazione capitale – In quel giorno ci sarà una strada dall’Egitto verso l’Assiria; l’Assiro andrà in Egitto e l’Egiziano in Assiria; gli Egiziani serviranno il Signore insieme con gli Assiri. In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore degli eserciti: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità”» (Is 19,19-25).

Isaia intravide allora il Sinai dell’Egitto e dell’Assiria, e di tutti gli altri popoli!

Al culto reso dall’Egitto al Signore d’Israele, che è l’unico Dio di tutti, i titoli dell’alleanza sinaitica, propri prima di tutto di Israele, il quale rimane l’eredità di Adonaj (nachalati), passano anche all’Egitto, chiamato ‘ammi (popolo mio), e all’Assiria, chiamata ma‘aseh yadai. L’iniziativa amorosa del Dio del Sinai, iniziata nei confronti di Israele, appena liberato dall’idolatria molteplice della schiavitù egiziana – e più tardi da quella mesopotamica –, si apre e si estende alle genti, liberate anch’esse dalle proprie idolatrie.

Come abbiamo cantato, pochi giorni fa, nel giorno dell’Epifania:
«I capi dei popoli si sono raccolti
con il popolo del Dio di Abramo,
perché di Dio sono i potenti della terra:
egli è l’Altissimo»
(Sal 47,10).

Isaia ha riformulato, dunque, per tutti i paesi della terra la Seconda delle Dieci parole:
«Volgetevio a me e sarete salvi,
paesi tutti della terra,
perché io sono Dio; non ce n’è altri»
(Is 45,22).

Anche per tutte le nazioni, quindi, “non ci sono altri dèi di fronte ad Adonaj”, egli solo è UNO, e nessun altro è UNO come lui (Dt 6,4: lo Shema‘ d’Israele). L’unicità del Dio uno è la montagna di fronte alla quale ogni uomo e ogni donna sono chiamati ad accamparsi (cf. Is 43,8-13; 44,6-8).

Ai nostri giorni, la secolare tenzone dell’umanità con LUI prende forme sempre molteplici: tentativi di ridurre la sua soggettività personale all’oggettività astratta di valori, ideologie, sistemi, dottrine, problemi, nomi (= giustizia, pace, libertà, democrazia, globalizzazione…), persino alle formulazioni tutte umane che noi diamo del suo NOME (che egli ci svela sì, ma continuamente ri-velandolo, cioè velandolo di nuovo) (Is 45,15; 1Cor 2,6-16).

3. Il Cantico dei cantici dell’umanità

La proposta nuziale, dunque, l’anello o il sigillo che Adonaj, al Sinai, ha messo una volta per tutte nel dito di Israele (2), viene offerto nel corso dei secoli a tutti i popoli della terra che si uniscono a Israele, partecipando alla fede di Abramo nell’unico Signore.

Ogni uomo e ogni donna è invitato a fare sue le parole dell’amata del Cantico:
«Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio»
(Ct 8,6-7).

Confidiamo nel “sì” con cui, per sempre, al Sinai, Israele ha risposto a questa proposta e promessa nuziale del suo Signore. Noi cristiani ripetiamo ogni giorno questo sì con Gesù e in Gesù, quando celebriamo la sua Cena.

Esso impegna Israele e le Chiese cristiane a respingere con estremo vigore ogni tentazione di adorare tutti gli idoli umanistici che pretendano di sostituire l’unico Nome di Adonaj, o anche solo di accompagnarsi con lui: gli idoli di un Potere imperiale umano che intenda dominare l’universo o ammaestrare il mondo con una sapienza manufatta, come un tempo fecero le nazioni, gli assiri, i babilonesi, i persiani, i greci, Roma, con tutti i loro successori sulla scena della storia, fino ai nostri giorni; gli idoli dell’Arroganza che si serva della Forza e della Pre-potenza militare; gli idoli del Denaro e della Comunicazione che opprima e spadroneggi, ottundendole, sulle coscienze degli uomini e delle donne; idoli del Consumismo e della Propagazione di menzogne; idoli di Parole continuamente ripetute, ma prive di sostanza; idoli del Sesso vuoto di amore; idoli delle Manipolazioni genetiche della vita e della morte, che ubriacano l’umanità, come un giorno facevano i mattoni cotti al fuoco e il bitume, con cui si costruiva la torre di Babele (Gen 11,3-9); gli idoli dei Muri che si elevino tra i popoli e le civiltà; gli idoli di Culture che pretendano di sostituirsi alla Parola di Adonaj; idoli di un Sapere che cerchi di violentare il segreto del Nome del Signore, invece di insegnarci a pregarlo e a dirgli di sì.

4. Conclusione

Questa rilettura della Seconda Parola sinaitica in termini di alleanza sponsale, permeata di amorosa tenerezza esclusiva, che qui abbiamo cercato di fare insieme, ci aiuti a vivere, in Israele e nella Chiesa, pur in mezzo a prove dolorose e crudeli, fedeli al nostro supremo e unico Amore, ripetendo nella fede le parole dell’alleanza pronunciate dall’amata del Cantico:
«La sua sinistra è sotto il mio capo
e la sua destra mi abbraccia (Ct 2,6=8,3).
Mi baci con i baci della sua bocca!
Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino…
Attirami dietro a te, corriamo!»
(Ct 1,2.4).

A esse fanno eco le ultime parole della Bibbia giudeocristiana:
«Lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni!”. E chi ascolta ripeta: “Vieni!”…
Colui che attesta queste cose dice: “Sì, verrò presto!”. Amen» (Ap 22,17.20).



Note
1. Cf. già il verbo chashaq in Dt 7,7, usato come in Gen 34,8; 21,11: un verbo di innamoramento. Cf. pure ba‘alti bakhem in Ger 3,14; 31,32, che si può tradurre: «Essi hanno infranto la mia alleanza, ma io rimango colui che li ha presi in sposa» (invece di: “benché io fossi loro Signore”: cf. J. COPPENS, «La Nouvelle Alliance en Jer 31,31-34», The Catholic Biblical Quarterly 25 (1963) 12-21). Si veda anche la formula continuamente ripetuta, specialmente da Geremia ed Ezechiele: «Io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo».

2. Cf. Rm 15,27; 1Cor 9,11; ecc.


© SIDIC Roma 1997-2009

La Festa di Shavu'ot, il dono della Torah

MEMORIA DELLA RIVELAZIONE

La Festa di Shavu'otPer la tradizione ebraica, soprattutto rabbinica, la festa di shavu'ot o pentecoste è celebrazione e memoriale dell' evento straordinario verificatosi sul Sinai al terzo mese dall' uscita dall'Egitto (crf Es 19, 1-9): da una parte Dio che si rivela ad Israele chiedendogli di accogliere liberamente la sua parola e i suoi comandamenti, dall'altra Israele che risponde accettando gli ordini ricevuti: «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo e ascolteremo» (Esodo 24,7). Evento straordinario: in cui Dio si rivela non come forza, potere od energia bensì come amore personale che elegge e si consegna alla libertà umana e in cui Israele si decide per Dio divenendo suo partner e popolo d'alleanza. Shavu'ot, per i rabbini, ricorda e attualizza questo evento dove Dio ed Israele si vincolano ad un patto di amore e di fedeltà come quello fra lo sposo e la sua sposa, come vogliono alcuni maestri per i quali sul Sinai si celebra lo sposalizio fra Dio e Israele, dal quale dipende lo shalom: la pienezza dei beni messianici e la felicità del mondo.

IL TERMINE «SHAVU'OT»

Vuol dire «settimane» e sottintende il numero sette, perché la festa è celebrata «sette settimane» dopo pasqua: «Conterai sette settimane; da quando si metterà la falce nella messe comincerai a contare sette settimane» (Levitico 23, 15). Lo stesso significato ha il termine pentecoste che, in greco, vuol dire «cinquantesimo», sottinteso giorno, rispetto al giorno di pasqua inteso come primo giorno. Anche se, come appare da questi testi, nella Torah scritta, la festa di pentecoste ha un carattere agricolo, con il tempo essa si è lentamente storicizzata, rivestendosi di un nuovo significato: non più solo celebrazione di Dio come donatore dei frutti della terra bensì di Dio come donatore della Torah e della rivelazione ad Israele. Anche se è difficile datare con esattezza quando avviene questo passaggio dalla dimensione naturalistica alla dimensione storica, è comunque certo che dall' epoca rabbinica in poi la festa di pentecoste è legata quasi esclusivamente al dono della Torah, come ancora oggi si legge nel qiddush; «Benedetto sei tu, Signore nostro Dio, che ci hai scelti tra tutti i popoli e ci hai innalzati al di sopra di tutte le lingue santificandoci con i tuoi comandamenti. Signore nostro Dio, poiché tu ci ami, ci hai dato incontri per la nostra gioia, feste e tempi per il giubilo e questa festa delle settimane: tempo del dono della nostra Torah, convocazione santa per amore.

ALTRI TERMINI

Nella Torah scritta, in Esodo 23, 16, se ne parla come chag ha-katzir, «festa della mietitura»: «Osserverai la festa della mietitura delle primizie La Festa di Shavu'otdei tuoi lavori, di ciò che semini nel campo»; mentre in Numeri 28,26, come yom ha-bikkurim, «giorno delle primizie». «Il giorno delle primizie, quando presenterete al Signore una oblazione nuova, alla vostra festa delle settimane, terrete una sacra adunanza; non farete alcun lavoro servile». Fino alla distruzione del tempio (70 d.C) sarà questa la dimensione prevalente della festa, alla quale la Mishnah dedicherà il trattato Bikkurim, dove se ne descrive il rituale ricco e suggestivo.
Nella Torah orale la festa viene invece ricordata con il nome di atzeret, «conclusione», per due ragioni: perché la festa di shavu'ot, a livello agricolo, concludeva il ciclo delle offerte delle primizie iniziato con la mietitura dell'orzo e con la festa delle mazzot («azzime»); soprattutto perché, a livello storico, conclude il significato della pasqua il cui compimento è nel dono della Torah.

Nella liturgia, infine, pentecoste è celebrata come zeman mattan Toratenu, tempo del dono della nostra Torah. Si tratta di una denominazione per noi paradossale in cui la Legge consegnata da Dio ad Israele non è vissuta come peso ma celebrata come dono.

IL LEGAME CON LA PASQUA

La festa di Pentecoste ha un legame costitutivo con la pasqua che già la Torah scritta richiama e sottolinea: «Dal giorno dopo il sabato, cioè dal giorno che avrete portato il covone da offrire con il rito di agitazione, conterete sette settimane complete. Conterete cinquanta giorni fino all' indomani del settimo sabato e offrirete al Signore una nuova oblazione. Porterete dai luoghi dove abiterete due pani per offerta con rito di agitazione, i quali saranno di due decimi di efa di fior di farina e li farete cuocere lievitati; sono le primizie in onore del Signore» (Levitico 23, 15- 17).

Questo legame è ripreso e ribadito dalla liturgia con il rito noto come sefirat ha-omer che consiste nel pronunciare ogni giorno una benedizione nel periodo che separa pesach da shavu'ot, scalando ogni volta i giorni che avvicinano alla festa di pentecoste. Maimonide così spiga l' importanza e il senso di questo rito dell'omer: «(Per arrivare a shavu' ot) noi contiamo i giorni che ci separano dalla festa precedente di pasqua allo stesso modo che chi aspetta un grande amico in un giorno stabilito conta i giorni e anche le ore. Il motivo per cui, tra l'anniversario della nostra partenza dall' Egitto e l' anniversario del dono della Torah, contiamo i giorni che passano dall'offerta dell'omer è questo: perchè il dono della Torah è lo scopo e l'oggetto dell' esodo dall'Egitto».

Il dono della Torah che Dio consegna sul Sinai ad Israele non è un momento successivo alla liberazione dall' Egitto (Dio prima lo fa uscire e poi gli offre la Torah) ma ne è la ragione interna e la stessa intenzione motivante; Dio lo fa uscire dall'Egitto per fargli dono della Torah. L'esodo dall' Egitto non è fine in sé ma è voluto per il Sinai. In esso Israele passa dalla dipendenza sotto il Faraone all' obbedienza di fronte a Dio; dal vivere per sé, che è schiavitù, al vivere secondo Dio, che è libertà; in una parola: dalla servitù al servizio.

«IL DONO DELLA TORAH»

Festa del matan Torah, donazione o dono della Torah, la pentecoste è la chiave di lettura più importante per capire che cos'è la Torah per l'ebraismo: non legge che toglie all' uomo la libertà ma dono divino che la instaura nella soggettività. «Perché, si chiedono i Maestri, nella Scrittura Israele viene paragonato ad una colomba?». A questa domanda un saggio risponde: «Quando Dio creò la colomba, questa tornò dal suo creatore e si lamentò: Oh Signore dell' universo, c' è un gatto che mi corre sempre dietro e vuole ammazzarmi e io devo correre tutto il giorno con le mie zampe così corte. Allora Dio ebbe pietà della povera colomba e le diede due ali. Ma poco dopo la colomba tornò dal suo creatore e pianse: oh Signore dell' universo, il gatto continua a corrermi dietro e mi è così difficile correre con le ali addosso. Esse sono pesanti e non ce la faccio più con le mie zampe così piccole e deboli. Ma Dio le sorrise dicendo: "Non ti ho dato le ali perché tu le porti addosso, ma perché le ali portino te". Così è anche per Israele, conclude il commentatore; quando si lamenta della Torah e dei comandamenti, Dio risponde: "Non vi ho dato la Torah perché sia per voi un peso e perché la portiate, ma perchè la Torah porti voi"».
La Torah non priva l' uomo della sua autonomia ma gliela garantisce e l'eteronomia divina non mette in discussione l' autonomia umana,anzi è la sola che la istituisce.

SHAVU'OT NELLA LITURGIA

  • lettura della parashah («brano della Torah»): Esodo 19-20,al cui interno si trova il decalogo (Es 20, 1-17);
  • lettura della haftarah («brano profetico»):
    Ezechiele 1-3, 12: la visione del carro: simbolo dello splendore con cui Dio si è rivelato donando ad Israele la Torah;
  • il rotolo di Rut: la moabita che, scegliendo il popoLa Festa di Shavu'ot - Ruthlo d' Israele come suo popolo, è il modello di chi "si rifugia sotto le ali del Signore" (cf Rut 2, 12);
  • il tiqqun: che significa, «edificazione», «riparazione», «correzione», «miglioramento».

Poiché, per la tradizione ebraica, il mondo è stato creato da Dio imperfetto e attende di essere completato, durante la notte di Pentecoste gli ebrei leggono la Torah per portare a termine la creazione. Come Dio ha creato il mondo per mezzo della Torah, così i suoi figli lo migliorano concreandolo e riconcreandolo attraverso lo studio della Torah. Per questo ci si raccoglie, durante la notte, nelle sinagoghe o nelle case e, con modalità che variano da comunità a comunità, si studia la Torah scritta e la Torah orale.

NEL MIDRASH

  • «Perché i dieci comandamenti sono rivolti al singolo e non a tutto il popolo? Affinchè ciascuno in particolare debba dirsi: "Per me è stata data la Torah, perché la osservi"»;
  • «Perché la Torah è stata data nel deserto e non in terra d'Israele? Perché gli altri popoli non dicessero: "A noi è stata data ma non a loro" e perché Israele non pensasse: " Noi abbiamo diritto alla Torah ma non voi"»;
  • «Più di tutti gli israeliti presenti al monte Sinai è caro a Dio il convertito. Egli infatti, pur non essendo stato testimone del fulmine, del tuono e del suono di tromba che accompagnarono la rivelazione, ha accolto su di sé il giogo del Cielo, vale adire la Torah. C'è qualcuno che può dirsi più caro a Dio di lui?».

PENTECOSTE EBRAICA E PENTECOSTE CRISTIANA

Per le scritture cristiane il giorno di shavu'ot coincide con la discesa dello Spirito del Risorto sugli apostoli: «Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all' improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posavano su ciascuno di loro; ed essi furono tutti ripieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d' esprimersi» (Atti 2, 1-4).

Il racconto della discesa dello Spirito è legato profondamente al racconto della rivelazione di Dio sul monte Sinai sia a livello di linguaggio e di simboli (il «vento», il «fuoco» e le «lingue») che a livello di contenuto e di teologia: lo spirito che Gesù dona in forza della sua morte e della sua resurrezione è la potenza dell'Amore con cui Dio ama e chiama ad amare. Nell'evento dello Spirito accade e si riproduce la potenza della voce rivelatasi sul monte Sinai come legge dell'amore. La Pentecoste cristiana non è superamento della Pentecoste ebraica ma assunzione e radicalizzazione dei suoi significati.

Centro Sidic - Festa della Pentecoste 1998

Catechismo della Chiesa Cattolica: I dieci comandamenti


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  • CAPITOLO PRIMO “AMERAI IL SIGNORE DIO TUO CON TUTTO IL CUORE, CON TUTTA L'ANIMA, CON TUTTE LE FORZE”
  • CAPITOLO SECONDO “AMERAI IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO”

  • PARTE TERZA
    LA VITA IN CRISTO

    SEZIONE SECONDA
    I DIECI COMANDAMENTI

    «Maestro che cosa devo fare...?»

    2052 « Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna? ». Al giovane che gli rivolge questa domanda, Gesù risponde innanzi tutto richiamando la necessità di riconoscere Dio come « il solo Buono », come il Bene per eccellenza e come la sorgente di ogni bene. Poi Gesù gli dice: « Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti ». Ed elenca al suo interlocutore i comandamenti che riguardano l'amore del prossimo: « Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre ». Infine Gesù riassume questi comandamenti in una formulazione positiva: « Ama il prossimo tuo come te stesso » (Mt 19,16-19).

    2053 A questa prima risposta se ne aggiunge subito una seconda: « Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi » (Mt 19,21). Essa non annulla la prima. La sequela di Gesù implica l'osservanza dei comandamenti. La Legge non è abolita,1 ma l'uomo è invitato a ritrovarla nella persona del suo Maestro, che ne è il compimento perfetto. Nei tre Vangeli sinottici, l'appello di Gesù, rivolto al giovane ricco, a seguirlo nell'obbedienza del discepolo e nell'osservanza dei comandamenti, è accostato all'esortazione alla povertà e alla castità.2 I consigli evangelici sono indissociabili dai comandamenti.

    2054 Gesù ha ripreso i dieci comandamenti, ma ha manifestato la forza dello Spirito all'opera nella loro lettera. Egli ha predicato la giustizia che supera quella degli scribi e dei farisei3 come pure quella dei pagani.4 Ha messo in luce tutte le esigenze dei comandamenti. « Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere [...]. Ma io vi dico: chiunque si adira contro il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio » (Mt 5,21-22).

    2055 Quando gli si pone la domanda: « Qual è il più grande comandamento della Legge? » (Mt 22,36), Gesù risponde: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti » (Mt 22,37-40).5 Il Decalogo deve essere interpretato alla luce di questo duplice ed unico comandamento della carità, pienezza della Legge:

    « Il precetto: Non commettere adulterio, Non uccidere, Non rubare, Non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore » (Rm 13,9-10).

    Il Decalogo nella Sacra Scrittura

    2056 La parola « Decalogo » significa alla lettera « dieci parole » (Es 34,28; Dt 4,13; 10,4). Queste « dieci parole » Dio le ha rivelate al suo popolo sulla santa montagna. Le ha scritte con il « suo dito »,6 a differenza degli altri precetti scritti da Mosè.7 Esse sono parole di Dio per eccellenza. Ci sono trasmesse nel libro dell'Esodo8 e in quello del Deuteronomio.9 Fin dall'Antico Testamento i Libri Santi fanno riferimento alle « dieci parole ».10 Ma è nella Nuova Alleanza in Gesù Cristo che sarà rivelato il loro pieno senso.

    2057 Il Decalogo si comprende innanzi tutto nel contesto dell'Esodo che è il grande evento liberatore di Dio al centro dell'Antica Alleanza. Siano esse formulate come precetti negativi, divieti, o come comandamenti positivi (come: « Onora tuo padre e tua madre »), le « dieci parole » indicano le condizioni di una vita liberata dalla schiavitù del peccato. Il Decalogo è un cammino di vita:

    « Ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi » (Dt 30,16).

    Questa forza liberatrice del Decalogo appare, per esempio, nel comandamento sul riposo del sabato, destinato parimenti agli stranieri e agli schiavi:

    « Ricordati che sei stato schiavo nel paese d'Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso » (Dt 5,15).

    2058 Le « dieci parole » riassumono e proclamano la Legge di Dio: « Queste parole pronunciò il Signore, parlando a tutta la vostra assemblea, sul monte, dal fuoco, dalla nube e dall'oscurità, con voce poderosa, e non aggiunse altro. Le scrisse su due tavole di pietra e me le diede » (Dt 5,22). Perciò queste due tavole sono chiamate « la Testimonianza » (Es 25,16). Esse contengono infatti le clausole dell'Alleanza conclusa tra Dio e il suo popolo. Queste « tavole della Testimonianza » (Es 31,18; Es 32,15; Es 34,29) devono essere collocate nell'« arca » (Es 25,16; 40,1-3).

    2059 Le « dieci parole » sono pronunciate da Dio durante una teofania (« Il Signore vi ha parlato faccia a faccia sul monte dal fuoco »: Dt 5,4). Appartengono alla rivelazione che Dio fa di se stesso e della sua gloria. Il dono dei comandamenti è dono di Dio stesso e della sua santa volontà. Facendo conoscere le sue volontà, Dio si rivela al suo popolo.

    2060 Il dono dei comandamenti e della Legge fa parte dell'Alleanza conclusa da Dio con i suoi. Secondo il libro dell'Esodo, la rivelazione delle « dieci parole » viene accordata tra la proposta dell'Alleanza11 e la sua stipulazione,12 dopo che il popolo si è impegnato a « fare » tutto ciò che il Signore aveva detto e ad « obbedirvi ».13 Il Decalogo non viene mai trasmesso se non dopo la rievocazione dell'Alleanza (« Il Signore nostro Dio ha stabilito con noi un'Alleanza sull'Oreb »: Dt 5,2).

    2061 I comandamenti ricevono il loro pieno significato all'interno dell'Alleanza. Secondo la Scrittura, l'agire morale dell'uomo prende tutto il proprio senso nell'Alleanza e per essa. La prima delle « dieci parole » ricorda l'iniziativa d'amore di Dio per il suo popolo:

    « Poiché l'uomo, per castigo del peccato, era venuto dal paradiso della libertà alla schiavitù di questo mondo, per questo la prima parola del Decalogo, cioè la prima voce dei comandamenti di Dio, tratta della libertà dicendo: "Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione di schiavitù" (Es 20,2; Dt 5,6) ».14

    2062 I comandamenti propriamente detti vengono in secondo luogo; essi esprimono le implicanze dell'appartenenza a Dio stabilita attraverso l'Alleanza. L'esistenza morale è risposta all'iniziativa d'amore del Signore. È riconoscenza, omaggio a Dio e culto d'azione di grazie. È cooperazione al piano che Dio persegue nella storia.

    2063 L'Alleanza e il dialogo tra Dio e l'uomo sono ancora attestati dal fatto che tutte le imposizioni sono enunciate in prima persona (« Io sono il Signore... ») e rivolte a un altro soggetto (« Tu... »). In tutti i comandamenti di Dio è un pronome personale singolare che indica il destinatario. Dio fa conoscere la sua volontà a tutto il popolo e, nello stesso tempo, a ciascuno in particolare:

    « Il Signore comandò l'amore verso Dio e insegnò la giustizia verso il prossimo, affinché l'uomo non fosse né ingiusto, né indegno di Dio. Così, per mezzo del Decalogo, Dio preparava l'uomo a diventare suo amico e ad avere un solo cuore con il suo prossimo [...]. Le parole del Decalogo restano validissime per noi. Lungi dall'essere abolite, esse sono state portate a pienezza di significato e di sviluppo dalla venuta del Signore nella carne ».15

    Il Decalogo nella Tradizione della Chiesa

    2064 Fedele alla Scrittura e in conformità all'esempio di Gesù, la Tradizione della Chiesa ha riconosciuto al Decalogo un'importanza e un significato fondamentali.

    2065 A partire da sant'Agostino, i « dieci comandamenti » hanno un posto preponderante nella catechesi dei futuri battezzati e dei fedeli. Nel secolo quindicesimo si prese l'abitudine di esprimere i precetti del Decalogo in formule in rima, facili da memorizzare, e positive. Sono in uso ancor oggi. I catechismi della Chiesa spesso hanno esposto la morale cristiana seguendo l'ordine dei « dieci comandamenti ».

    2066 La divisione e la numerazione dei comandamenti hanno subito variazioni nel corso della storia. Questo Catechismo segue la divisione dei comandamenti fissata da sant'Agostino e divenuta tradizionale nella Chiesa cattolica. È pure quella delle confessioni luterane. I Padri greci hanno fatto una divisione un po' diversa, che si ritrova nelle Chiese ortodosse e nelle comunità riformate.

    2067 I dieci comandamenti enunciano le esigenze dell'amore di Dio e del prossimo. I primi tre si riferiscono principalmente all'amore di Dio e gli altri sette all'amore del prossimo.

    « Come sono due i comandamenti dell'amore, nei quali si compendia tutta la Legge e i Profeti – lo diceva il Signore [...] –, così gli stessi dieci comandamenti furono dati in due tavole. Si dice infatti che tre fossero scritti su una tavola e sette su un'altra ».16

    2068 Il Concilio di Trento insegna che i dieci comandamenti obbligano i cristiani e che l'uomo giustificato è ancora tenuto ad osservarli.17 Il Concilio Vaticano II afferma: « I Vescovi, quali successori degli Apostoli, ricevono dal Signore [...] la missione di insegnare a tutte le genti e di predicare il Vangelo ad ogni creatura, affinché tutti gli uomini, per mezzo della fede, del Battesimo e dell'osservanza dei comandamenti, ottengano la salvezza ».18

    L'unità del Decalogo

    2069 Il Decalogo costituisce un tutto indissociabile. Ogni « parola » rimanda a ciascuna delle altre e a tutte; esse si condizionano reciprocamente. Le due tavole si illuminano a vicenda; formano una unità organica. Trasgredire un comandamento è infrangere tutti gli altri.19 Non si possono onorare gli altri uomini senza benedire Dio loro Creatore. Non si potrebbe adorare Dio senza amare tutti gli uomini sue creature. Il Decalogo unifica la vita teologale e la vita sociale dell'uomo.

    Il Decalogo e la legge naturale

    2070 I dieci comandamenti appartengono alla rivelazione di Dio. Al tempo stesso ci insegnano la vera umanità dell'uomo. Mettono in luce i doveri essenziali e, quindi, indirettamente, i diritti fondamentali inerenti alla natura della persona umana. Il Decalogo contiene un'espressione privilegiata della « legge naturale »:

    « Fin dalle origini, Dio aveva radicato nel cuore degli uomini i precetti della legge naturale. Poi si limitò a richiamarli alla loro mente. Fu il Decalogo ».20

    2071 Quantunque accessibili alla sola ragione, i precetti del Decalogo sono stati rivelati. Per giungere ad una conoscenza completa e certa delle esigenze della legge naturale, l'umanità peccatrice aveva bisogno di questa rivelazione:

    « Una completa esposizione dei comandamenti del Decalogo si rese necessaria nella condizione di peccato, perché la luce della ragione si era ottenebrata e la volontà si era sviata ».21

    Noi conosciamo i comandamenti di Dio attraverso la rivelazione divina che ci è proposta nella Chiesa, e per mezzo della voce della coscienza morale.

    L'obbligazione del Decalogo

    2072 Poiché enunciano i doveri fondamentali dell'uomo verso Dio e verso il prossimo, i dieci comandamenti rivelano, nel loro contenuto essenziale, obbligazioni gravi. Sono sostanzialmente immutabili e obbligano sempre e dappertutto. Nessuno potrebbe dispensare da essi. I dieci comandamenti sono incisi da Dio nel cuore dell'essere umano.

    2073 L'obbedienza ai comandamenti implica anche obblighi la cui materia, in se stessa, è leggera. Così l'ingiuria a parole è vietata dal quinto comandamento, ma non potrebbe essere una colpa grave che in rapporto alle circostanze o all'intenzione di chi la proferisce.

    «Senza di me non potete far nulla»

    2074 Gesù dice: « Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla » (Gv 15,5). Il frutto indicato in questa parola è la santità di una vita fecondata dall'unione con Cristo. Quando crediamo in Gesù Cristo, comunichiamo ai suoi misteri e osserviamo i suoi comandamenti, il Salvatore stesso viene ad amare in noi il Padre suo ed i suoi fratelli, Padre nostro e nostri fratelli. La sua persona diventa, grazie allo Spirito, la regola vivente ed interiore della nostra condotta. « Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati » (Gv 15,12).

    In sintesi

    2075 « Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna? » – « Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti » (Mt 19,16-17).

    2076 Con il suo agire e con la sua predicazione, Gesù ha attestato la perennità del Decalogo.

    2077 Il dono del Decalogo è accordato nell'ambito dell'Alleanza conclusa da Dio con il suo popolo. I comandamenti di Dio ricevono il loro vero significato in questa Alleanza e per mezzo di essa.

    2078 Fedele alla Scrittura e in conformità all'esempio di Gesù, la Tradizione della Chiesa ha riconosciuto al Decalogo un'importanza ed un significato fondamentali.

    2079 Il Decalogo costituisce un'unità organica in cui ogni « parola » o « comandamento » rimanda a tutto l'insieme. Trasgredire un comandamento è infrangere tutta la Legge.22

    2080 Il Decalogo contiene un'espressione privilegiata della legge naturale. Lo conosciamo attraverso la rivelazione divina e con la ragione umana.

    2081 I dieci comandamenti enunciano, nel loro contenuto fondamentale, obbligazioni gravi. Tuttavia, l'obbedienza a questi precetti comporta anche obblighi la cui materia, in se stessa, è leggera.

    2082 Quanto Dio comanda, lo rende possibile con la sua grazia.


    (1) Cf Mt 5,17.

    (2) Cf Mt 19,6-12.21.23-29.

    (3) Cf Mt 5,20.

    (4) Cf Mt 5,46-47.

    (5) Cf Dt 6,5; Lv 19,18.

    (6) Cf Es 31,18; Dt 5,22.

    (7) Cf Dt 31,9.24.

    (8) Cf Es 20,1-17.

    (9) Cf Dt 5,6-22.

    (10) Cf, per esempio, Os 4,2; Ger 7,9; Ez 18,5-9.

    (11) Cf Es 19.

    (12) Cf Es 24.

    (13) Cf Es 24,7.

    (14) Origene, In Exodum homilia, 8, 1: SC 321, 242 (PG 12, 350).

    (15) Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 4, 16, 3-4: SC 100, 566-570 (PG 7, 1017-1018).

    (16) Sant'Agostino, Sermo 33, 2: CCL 41, 414 (PL 38, 208).

    (17) Cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canoni 19-20: DS 1569-1570.

    (18) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 24: AAS 57 (1965).

    (19) Cf Gc 2,10-11.

    (20) Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 4, 15, 1: SC 100, 548 (PG 7, 1012).

    (21) San Bonaventura, In quattuor libros Sententiarum, 3, 37, 1, 3: Opera omnia, v. 3 (Ad Claras Aquas 1887) p. 819-820.

    (22) Cf Gc 2,10-11.

    DIETRICH BONHOEFFER: Le dieci parole del Signore. Interpretazione dei primi tre comandamenti

    Interpretazione
    dei primi tre comandamenti

    In mezzo a tuoni, lampi, dense nubi, terremoti e terrificante squillare di tromba Dio manifesta al suo servo Mosè sul Monte Sinai i dieci comandamenti. Non si tratta del risultato di lunghe riflessioni di uomini saggi ed esperti della vita umana e dei suoi ordini: è la Parola rivelata di Dio, al cui suono la terra trema e gli elementi si scatenano. Non si tratta di una saggezza universale, offerta ad ogni uomo pensante, ma di un avvenimento sacro, al quale persino il popolo di Dio non può avvicinarsi pena la morte; di una rivelazione di Dio nella solitudine della vetta di un vulcano fumante: ecco come i dieci comandamenti entrano nel mondo. Non è Mosé a dadi; li dà Dio; non è Mosé a scriverli; li scrive Dio stesso con il suo dito su tavole di pietra, come ripetutamente ed energicamente sottolinea la Bibbia: «E non aggiunse altro» (Deut. 5,19), cioè Dio in persona scrisse solo queste parole; in esse è compresa tutta la volontà di Dio. La preminenza dei dieci comandamenti di fronte a tutte le altre parole di Dio è messa in rilievo con la massima chiarezza dal fatto che le due tavole vengono conservate nell'arca nel Santo dei santi. I dieci comandamenti hanno il loro posto nel santuario; bisogna cercarli qui, nel luogo della benevola presenza di Dio nel mondo, e da qui sempre di nuovo essi si diffondono nel mondo (Is. 2,3 ).

    In ogni tempo gli uomini si sono chiesti qual è il principio fondamentale della loro vita, ed è un fatto assai strano che i risultati di queste riflessioni concordano quasi sempre tra di loro e per lo più con i dieci comandamenti. Ogni volta che le situazioni umane sono scosse da profondi rivolgimenti e disordini esteriori o interiori, gli uomini che sanno mantenere la chiarezza e l'avvedutezza della riflessione e del giudizio riconoscono che senza timor di Dio, senza rispetto dei genitori, senza protezione della vita, del matrimonio, della proprietà e dell'onore - qualunque sia la forma di questi beni - non è possibile che gli uomini vivano insieme. Per riconoscere queste leggi della vita non è necessario essere cristiani, basta seguire la propria esperienza e la propria sana ragione. Il cristiano prova piacete ad avere in comune con altri uomini questi concetti così importanti. È pronto a collaborate e a lottate con loro dove si tratta di realizzare scopi comuni. Non si meraviglia che in ogni tempo certi uomini abbiano raggiunto le stesse conclusioni sulla vita umana, che, per lo più, coincidono con i dieci comandamenti; infatti i comandamenti sono stati dati appunto dal creatore e conservatore della vita. Ma ciononostante il cristiano non dimentica mai la differenza fondamentale che c'è tra queste leggi della vita e i comandamenti di Dio. In quelle è la ragione a parlare, in questi Dio. La ragione umana predice al trasgressore delle leggi della vita che la vita stessa si vendicherà su di lui portandolo, dopo un iniziale apparente successo, al fallimento ed all'infelicità. Ma Dio non parla della vita, dei suoi successi o fallimenti, Egli parla di se stesso. La prima Parola di Dio nei dieci comandamenti è 'Io'. L'uomo deve trattare con questo "io", non con una legge generale, non con un "si deve fare questo o quello", ma col Dio vivente. In ogni parola dei dieci comandamenti, in fondo, Dio parla di se stesso; e questo, nei comandamenti, è la cosa più importante. Sono, infatti, la rivelazione di Dio. Nei dieci comandamenti non obbediamo a una legge ma a Dio; e la nostra trasgressione non è un fallimento di fronte alla Legge, ma di fronte a Dio stesso. Non solo disordine e insuccesso colpiscono il trasgressore, ma l'ira stessa di Dio. Non è solo stoltezza trasgredire il comandamento di Dio, ma è peccato, ed il salario del peccato è la morte. Perciò il Nuovo Testamento chiama i dieci comandamenti "Parole di vita" (Atti 7,38).

    Forse invece di dire "dieci comandamenti" sarebbe meglio parlare delle "dieci parole" di Dio, come si esprime la Bibbia (Deut. 4,13). Così, non li confonderemmo tanto facilmente con le leggi umane, e non metteremmo tanto facilmente da parte le prime parole: «Io sono il "Signore, l’Iddio tuo», come se si trattasse di un preambolo che veramente non fa parte dei dieci comandamenti e non sta bene nel contesto. In realtà, invece, proprio queste prime parole sono le più importanti, la chiave dei dieci comandamenti; ci fanno vedere in che cosa il comandamento di Dio si distingue per tutta l'eternità dalle leggi umane. Nei dieci comandamenti Dio parla altrettanto della sua grazia quanto del suo comandamento. Non si tratta di un brano che in certo qual modo potremmo considerare volontà di Dio, separatamente da Dio; in essi al contrario si manifesta tutto il Dio vivente quale è veramente. Questa è la cosa fondamentale.

    I dieci comandamenti, come li conosciamo noi, sono un'abbreviazione del testo biblico. Chi ci dà il diritto di allontanarci in questo modo dalla Bibbia in un passo così decisivo? La chiesa cristiana universale ascolta i dieci comandamenti in forma diversa dal popolo di Israele. Ciò che riguarda Israele quale popolo dotato di una realtà politica, non è vincolante per la chiesa cristiana, che è popolo spirituale in mezzo a tutti i popoli. Perciò la chiesa, nella libertà della sua fede nel Dio dei comandamenti, ha osato sostituire la traduzione letterale del testo biblico con una traduzione che è esegesi ecclesiastica del testo. «Io sono il Signore, l’Iddio tuo»: quando Dio dice "Io", allora si tratta di rivelazione. Dio potrebbe anche lasciare che il mondo vada per la sua strada, e tacere. Perché Dio dovrebbe aver bisogno di parlare di se stesso? Se Dio dice "Io", questo è grazia. Quando Dio dice "Io", dice semplicemente tutto, la prima cosa e l'ultima; quando Dio dice "Io", vuol dire: «tienti pronto a comparire davanti al tuo Dio, o Israele» (Amos 4,10).

    «Io sono il Signore». Non un Signore, ma il Signore! Con ciò Dio pretende di essere l'unico Signore. Ogni diritto di comandare e di pretendere obbedienza appartiene a lui solo. Dio, rivelandosi come Signore, ci libera da ogni assoggettamento umano. C'è e noi abbiamo un solo signore e «nessuno può servire due padroni». Serviamo solo Dio e non serviamo nessun uomo. Anche quando eseguiamo ordini di signori terreni, in realtà serviamo solo Dio. È un grave errore di molti cristiani credere che Dio durante la nostra vita terrena ci abbia sottomesso a molti altri signori accanto a lui, e che la nostra vita sia posta in continuo conflitto tra gli ordini di questi signori terreni e il comandamento di Dio. Abbiamo un solo Signore a cui obbedire; i suoi ordini sono chiari e non ci pongono in balìa di conflitti. È vero che Dio ha dato a genitori e superiori il diritto ed il potere di darci degli ordini, ma ogni autorità terrena è fondata solamente sulla signoria di Dio, in questa trova la sua autorità ed il suo onore; altrimenti è usurpazione e non ha diritto a pretendere obbedienza.

    Obbedendo solo al comandamento di Dia, obbediamo anche ai nostri genitori e superiori. La nostra obbedienza a Dio ci impone anche l' obbedienza a genitori e superiori. Ma non ogni obbedienza a genitori e superiori è anche obbedienza a Dio. La nostra obbedienza non ha valore in quanto è resa a uomini, ma solo in quanta è resa a Dio. «Qualunque cosa fate, agite di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini» (Col. 3,23). «Siete stati riscattati a gran prezzo, non vogliate diventar schiavi degli uomini» (1Cor. 7,23).

    Solo l'obbedienza a Dio è il fondamento della nostra Libertà. Ma il Signore Iddio non solo è l'unico ad avere il diritto di comandare, ma anche il solo ad avere il potere di far valere il suo comandamento; ha a disposizione tutti i mezzi per farlo. Chi vuole erigersi a Signore accanto a lui, necessariamente precipita. Chi disprezza il suo comandamento deve morire. Ma chi serve lui solo e confida in lui, viene da lui sostenuto e preservato; a costui farà godere ogni bene ora ed in eterno.

    «Il tuo Dio». Dio parla al suo popolo eletto, alla comunità che lo ascolta nella fede. Per lei il Signore irraggiungibilmente lontano e potente è allo stesso tempo vicino, presente e misericordioso. «Qual è quella nazione che abbia gli dei così vicini a sé, com'è vicino a noi il nostro Dio quando lo invochiamo?» (Deut. 4,7). Non è un estraneo, un tiranno, né un cieco destino che ci carica di pesi insopportabili, sotto i quali dobbiamo crollare; ma è Dio, il Signore, che ci ha eletto, creato e amato, che ci conosce e vuol essere accanto a noi, con noi e per noi. Ci dà i comandamenti perché possiamo essere e restare accanto a lui, per lui e con lui. Si mette dalla nostra parte, facendoci conoscere il suo comandamento come Signore e amichevole aiuto: «Così non agisce verso nessun pagano» (Salmo 147,20). Dio è tanto grande, che anche la cosa più piccola non è troppo piccola per lui; egli è a tal punto il Signore, da sapersi porre accanto a noi per sostenerci. Se Dio è accanto a noi, allora i suoi comandamenti non sono difficili, allora la sua legge è la nostra consolazione (Salmo 119, 92), il suo giogo è soave, il suo peso leggero. «Io corro la via dei tuoi precetti, poiché tu consoli il mio cuore» (Salmo 119,32). Nell'arca dell’alleanza che è il trono della benevola presenza di Dio, sono deposte le due tavole, rinchiuse, avvolte, circondate dalla grazia di Dio.

    Chi vuol parlare dei dieci comandamenti, deve cercarli nell'arca dell’alleanza, e così deve allo stesso tempo parlare della grazia di Dio. Chi vuole annunziare i dieci comandamenti, deve contemporaneamente annunziare la libera grazia di Dio.

    Il primo comandamento

    «Non avere altri dei nel mio cospetto». L'imperativo negativo che ora segue per ben dieci volte è solo la spiegazione della precedente testimonianza che Dio dà di se stesso. In dieci brevi frasi è espresso qui che cosa significa per la nostra vita che Dio è il Signore Iddio nostro. Il contesto acquista la massima chiarezza se davanti ad ognuna di queste proposizioni introduciamo un «perciò»: «Io sono il Signore, Iddio tuo»... e perciò non... È per bontà che Dio, mediante questi divieti, ci vuol preservare da errori e trasgressioni e ci indica i limiti, entro i quali possiamo vivere in comunione con lui.

    «Non avere altri dei nel mio cospetto». Non è affatto una cosa ovvia. In ogni tempo i popoli con civiltà progredite hanno conosciuto un cielo popolato da varie divinità, ed era segno della grandezza e dignità di un dio, se non era geloso del posto che un altro dio occupava nel cuore devoto degli uomini. La virtù umana della generosità e della tolleranza veniva attribuita anche agli dei. Ma Dio non ammette altro dio accanto a sé; vuol essere l'unico Dio. Vuole essere e fare tutto per l'uomo; perciò vuole anche essere adorato come unico Dio. Accanto a lui non c'è posto per null'altro; sotto di lui si pone la creazione. Dio vuole essere l’unico Dio, perché egli soltanto è Dio.

    Qui non si tratta di altri dei che potremmo adorare al posto di Dio, ma del fatto che potremmo pensare di porre qualcosa accanto a Dio. Ci sono dei cristiani che dicono che accanto alla fede in Dio, che non lascerebbero per nulla al mondo, hanno ragion d'essere anche il mondo, lo stato, il lavoro, la famiglia, la scienza, l'arte, la natura. Dio dice che nulla, assolutamente nulla ha il diritto di esistere accanto a lui, ma solo al di sotto di lui. Ciò che noi poniamo accanto a lui è un idolo.

    Si è soliti dire che i nostri idoli sono il denaro, là voluttà, l'onore, altri uomini, noi stessi. Più appropriato sarebbe dire che nostri idoli sono lo spiegamento delle nostre forze, il potere, il successo. Ma, in fondo, gli uomini nella loro debolezza hanno sempre amato tutte queste cose, e nulla di tutto quanto è stato detto sopra è ciò che veramente intende il primo comandamento parlando di "altri dei". Per noi il mondo è stato privato dei suoi dei; non adoriamo più nulla. Troppo chiaramente abbiamo provato la debolezza e nullità di tutte le cose, per poterle ancora divinizzare. Troppo abbiamo perso la fiducia in tutto ciò che esiste, per poter essere ancora in grado di avere dei e di adorarli. Se per noi c'è ancora un idolo, questo è forse il nulla, la fine, l'insensatezza di tutto. E il primo comandamento ci chiama al solo vero Dio, l'onnipotente, il giusto e misericordioso, che ci salva dalla rovina, dal nulla, e ci fa rimanere nella sua comunità.

    Ci furono tempi in cui l’autorità profana puniva severamente il rinnegamento di Dio e l’idolatria. Se anche lo faceva per proteggere la comunità dal traviamento e dal disonore, tuttavia non rendeva un servizio a Dio, perché, in primo luogo, Dio vuole essere servito in piena libertà; poi, le forze della seduzione, secondo il piano di Dio, devono servire a mettere alla prova i credenti e a rinvigorirli; terzo, il rinnegamento aperto di Dio nonostante tutto è in noi più promettente che una confessione di fede ipocrita, ottenuta con un ricatto. Le autorità profane devono concedere protezione esteriore alla fede nel Dio dei dieci comandamenti; ma la lotta con l'incredulità deve essere lasciata solo alla potenza della Parola di Dio.

    Non è sempre facile fissare il momento in cui la partecipazione ad un atto ordinato dallo stato diviene idolatria.

    I primi cristiani rifiutavano di contribuire anche solo con un granello di incenso al sacrificio che serviva al culto dell'imperatore romano, e per questo sopportavano il martirio. I tre uomini nel libro del profeta Daniele (cap. 3) rifiutarono di inginocchiarsi, secondo gli ordini del re, davanti all'idolo d'oro che simboleggiava la potenza del re e del suo regno. D'altro canto il profeta Elia permise espressamente al capo dell'esercito siriano Naaman di inginocchiarsi, accompagnando il suo re, nel tempio pagano (2 Re 5,12). La maggior parte dei cristiani in Giappone di recente ha dichiarato che la partecipazione al culto statale dell'imperatore è lecita.

    In tutte le decisioni di questo genere si dovrà considerare quanto segue: 1) l’ordine di partecipare a simili atti politici richiede univocamente l’adorazione di altri dei? allora è preciso dovere del cristiano rifiutarsi. 2) ci sono dei dubbi se si tratta di un atto religioso o politico? allora nella decisione si dovrà considerare se partecipandovi si dia scandalo alla comunità di Cristo e al mondo; se cioè si susciti anche minimamente l’impressione del rinnegamento di Gesù Cristo. Se per il giudizio comune dei cristiani non è così, nulla impedisce la partecipazione; ma se è così, anche qui si dovrà rifiutare la partecipazione.

    La chiesa luterana ha fatto rientrare il secondo comandamento biblico, la proibizione di farsi delle immagini, nel primo. Non è vietato alla chiesa la rappresentazione figurativa di Dio. Dio stesso in Gesù Cristo ha preso forma umana e si è offerto alla vista degli uomini. È solo proibito adorare o venerare le immagini come se in esse fosse insita una potenza divina. Sotto lo stesso divieto cade h superstiziosa venerazione di amuleti, immagini protettive ecc., come se avessero un particolare potere di proteggere da disgrazie.

    «Ascolta, o Israele, Jahve è il nostro Dio; Jahve è uno solo. Ama Jahve tuo Dio con tutto il cuore, con tutto l'animo, con tutta la forza» (Deut. 6,4). Gesù Cristo ci ha insegnato a rivolgerei fiduciosi in preghiera a questo nostro Dio: «Padre nostro, che sei nel cielo».

    Il secondo comandamento

    «Non usare il nome dell'Eterno, che è il tuo Dio, invano; perché l'Eterno non terrà per innocente chi avrà usato il suo nome invano». "Dio" non è per noi un concetto generale, con cui indicare quanto di più alto, di più santo, di più potente si possa pensare. "Dio" è un nome. È ben diverso se dei pagani dicono "dio", o se lo diciamo noi, ai quali Dio stesso ha parlato. Dio è per noi il nostro Dio, il Signore, il vivente. "Dio" è un nome e questo nome è la cosa più santa che possediamo, poiché in esso non abbiamo qualcosa di immaginario, ma Dio stesso in tutto il suo essere, nella sua rivelazione. Se ci è concesso dire "Dio", lo è solo perché Dio, nella sua incommensurabile grazia, si è fatto conoscere da noi. Se diciamo "Dio", è come se lui stesso ci parlasse, ci chiamasse, ci consolasse e ci comandasse. Avvertiamo la sua vicinanza a noi nella sua azione, nella sua creazione, nel suo giudizio, nel suo ammonimento. «Ti ringrazio, o Signore, perché il tuo nome ci è così vicino» (Salmo 75,2). «Il nome di Jahve è una torre fortissima; il giusto vi si rifugia ed è al sicuro» (Prov. 18,10).

    La parola "dio" è nulla; il nome "Dio" è tutto.

    Gli uomini, per lo più, oggi intuiscono bene che Dio non è solo una parola, ma un nome. Perciò cercano di evitare di dire "Dio"; e dicono invece "divinità", "destino", "provvidenza", "natura", "l’onnipotente". "Dio" suona quasi come una confessione di fede. E questo non lo vogliono. Vogliono la parola, non il nome. Il nome, infatti, è impegnativo.

    Il secondo comandamento ci invita a santificare il nome di Dio. Il secondo comandamento, veramente, possono violarlo solo coloro che conoscono il nome di Dio. La parola "dio" non vale né più né meno di altre parole umane, e chi ne abusa disonora solo se stesso ed i propri pensieri. Ma chi conosce il nome di Dio e ne abusa, disonora e profana Dio. Il secondo comandamento non parla di bestemmia del nome di Dio, ma del suo abuso, così come il primo comandamento non parlava del rinnegamento di Dio, ma di altri dei accanto a Dio. I credenti non corrono pericolo di bestemmiare Dio, ma di usare male del suo nome.

    Noi, che conosciamo il nome di Dio, lo usiamo male se lo pronunciamo come se fosse solo una parola, come se in questo nome non fosse sempre Dio stesso a parlarci. C'è un abuso del nome di Dio nel bene e nel male. È veramente difficile immaginare che i cristiani possano abusare del nome di Dio nel male; eppure succede. Se nominiamo Dio e lo invochiamo coscientemente per far apparire buona e pia dinanzi al mondo una causa empia e malvagia, se chiediamo la benedizione di Dio per una causa malvagia, se nominiamo Dio in un contesto che lo disonora, allora noi ne abusiamo per il male. Sappiamo bene che in tal caso Dio stesso sarebbe senz’altro contrario alla causa per cui lo invochiamo; ma, dato che il suo nome ha un potere anche di fronte al mondo, noi ci richiamiamo a Lui.

    Più pericoloso, perché più difficile da riconoscere, è l’abuso del nome di Dio nel bene. Accade quando noi cristiani pronunciamo il nome di Dio così spesso, così semplicemente, così scorrevolmente, in modo così confidenziale da pregiudicare la santità e il miracolo della sua rivelazione. È un abuso se a ogni problema ed a ogni necessità umana rispondiamo sempre prontamente con la parola Dio o con un versetto biblico, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo che Dio debba risolvere subito tutti i nostri problemi umani ed essere già lì pronto ad accorrere in nostro aiuto ad ogni difficoltà. È abuso se noi facciamo di Dio un tappabuchi per ogni nostra minima difficoltà. È abuso se mettiamo semplicemente a tacere ogni sincero sforzo scientifico o artistico con la parola Dio. È abuso se gettiamo la "perla ai porci". È abuso parlare di Dio senza essere coscienti della presenza vivente nel suo nome. È abuso parlare di Dio come se lo avessimo sempre a nostra disposizione e come se ci fossimo seduti con lui a consiglio. In tutti questi modi noi abusiamo del nome di Dio e ne facciamo una vuota parola umana e chiacchiere inefficaci. Con ciò noi lo profaniamo più di quanto potrebbero fare tutti i bestemmiatori.

    Al pericolo di un tale abuso del nome di Dio gli Israeliti ovviarono col divieto di pronunciarlo in genere. Dal rispetto che questa regola mette in luce non possiamo che trarre un insegnamento. È certo meglio non pronunciare affatto il nome di Dio che abbassarlo a semplice parola umana. Ma noi abbiamo l'obbligo sacro e il fondamentale diritto di testimoniare di Dio gli uni agli altri e di fronte al mondo. E questo lo facciamo solo se pronunciamo il nome di Dio in modo tale che in esso la Parola del Dio vivente, presente, giusto e pieno di grazia renda testimonianza a se stessa. Ciò accade solo se noi preghiamo ogni giorno come ci ha insegnato Gesù Cristo: «Sia santificato il tuo nome».

    Le autorità profane dell'occidente hanno sempre punito la bestemmia in pubblico. Con ciò hanno testimoniato di essere chiamate a proteggere la fede in Dio e il servizio di Dio da disprezzo e oltraggio. Ma esse non furono mai in grado di soffocare da sole i movimenti spirituali, dalle cui aberrazioni, bene o male intese, nascono tali oltraggi; e non può nemmeno essere loro compito. La soppressione violenta dei movimenti spirituali non aiuta la chiesa. Questa non pretende altro che di poter liberamente annunziare il suo messaggio e liberamente vivere, e confida che il nome di Dio correttamente annunziato riesca a imporsi e a incutere rispetto da solo.

    È abuso giurare nel nome di Dio? Per il contenuto del parlare di un cristiano non c'è differenza se egli parla sotto giuramento o no, se usa il testo del giuramento così detto religioso o quello non religioso. Il suo sì è sì ed il sua no è no, non imparta quali giuramenti vi si aggiungano. Tra cristiani non c'è giuramento, ma solo un sì o un no. Solo per via degli altri uomini e per via della menzogna che regna nel mondo il cristiano può rendere la sua parola - non certo più vera - ma più credibile, servendosi della formula di giuramento richiesta dallo stato; e per lui è di secondaria importanza se in questa formula è nominato Dio o no. Il giuramento per il cristiano è solo una conferma esteriore, di ciò che, in ogni caso, per lui è un dato di fatto, cioè che la sua parola è stata detta al cospetto di Dio.

    Il terzo comandamento

    «Ricordati del giorno del riposo per santificarlo». È difficile per noi comprendere che questa comandamento occupa un posto di pari dignità accanto al divieto di adorare idoli o anche a quello di non uccidere, che chi viola questo comandamento non è meno colpevale di chi disprezza i genitori, del ladro, dell'adultero, del calunniatore. La nostra vita è fatta di giorni feriali riempiti di lavoro, in mezzo alla gente. A noi sembra che il giorno del riposo sia un piacevole permesso, ma è divenuto per noi un pensiero alquanto estraneo che in esso sia contenuta tutta la serietà del comandamento di Dio.

    Dio comanda il giorno di festa. Comanda il riposo e la santificazione della festa.

    Il decalogo non contiene nessun ordine di lavorare, ma uno di riposare dal lavoro sì. È proprio il contrario di quanto siamo soliti pensare. Nel terzo comandamento il lavoro è presupposto come stato naturale; ma Dio sa che l’opera che l’uomo compie acquista un tale potere su di lui, che egli non riesce più a liberarsene, e si aspetta ogni cosa dalla propria opera, e così dimentica Dio. Perciò Dio comanda di riposare dal proprio lavoro. Non è il lavoro a mantenere l'uomo, ma solo Dio; non del suo lavoro può vivere l’uomo, ma solo di Dio. «Se l'Eterno non edifica la casa, invano s’affaticano gli edificatori; se l’Eterno non guarda la città, invano vegliano le guardie. Egli dà altrettanto ai suoi diletti, mentre essi dormono» (Salmo 127,12); così la Bibbia parla contro tutti quelli che del lavoro fanno la loro religione. Il riposo festivo è il segno visibile che l'uomo vive della grazia di Dio e non delle proprie opere.

    Durante il giorno del riposo dovrebbe regnare il silenzio esteriore ed interiore. Nelle nostre case si lascino da parte tutti i lavori non strettamente necessari per la vita; il decalogo include espressamente in questo comandamento anche servi, estranei, animali. Non dobbiamo cercare una distrazione disordinata, ma tranquillità e raccoglimento. Poiché questo non è facile, poiché, anzi, l’inoperosità spinge facilmente a vuoto ozio, a distrazione e divertimenti stancanti, ci deve essere espressamente comandato il riposo. Si richiede forza per obbedire a questo comandamento.

    Il riposo festivo è la premessa indispensabile per la santificazione della festa. L'uomo abbassato ad essere una macchina da lavoro e sovraffaticato ha bisogno di riposo, perché il suo pensiero possa chiarirsi, i suoi sentimenti possano purificarsi, la sua volontà possa ricevere una nuova direzione.

    La santificazione del giorno festivo è il contenuto del riposo in esso. Il giorno di festa viene santificato mediante l’annunzio della Parola di Dio nel culto e mediante l’ascolto pronto e rispettoso di questa Parola. La dissacrazione del giorno di festa inizia col decadimento della predicazione cristiana. È, perciò, in primo luogo, colpa della chiesa e soprattutto dei suoi ministri. Il rinnovamento della santificazione della festa parte dal rinnovamento della predicazione.

    Gesù ha infranto le leggi ebraiche del riposo del sabato. Lo fece per richiamare alla vera santificazione del sabato. Il giorno del riposo viene santificato non da quello che fanno o non fanno gli uomini, ma dall'azione di Gesù Cristo per la salvezza degli uomini. Perciò i primi cristiani hanno sostituito il sabato con il giorno della risurrezione di Gesù Cristo e lo hanno chiamato giorno del Signore. A ragione, perciò, Lutero non traduce letteralmente la parola ebraica con "sabato" ma ne dà un’interpretazione spirituale come «giorno festivo». La nostra domenica è il giorno in cui lasciamo che Gesù Cristo agisca in noi e negli uomini. Veramente questo dovrebbe accadere ogni giorno, ma la domenica riposiamo dal nostro lavoro per poter essere più aperti a questa azione di Cristo in noi.

    "Il riposo domenicale è lo scopo della santificazione della domenica. Dio vuole condurre il suo popolo alla sua quiete, a riposare dal lavoro quotidiano in terra. «Cuore, rallegrati, sarai liberato dalla miseria di questa terra e dal lavoro del peccato». Liberato dall'operare umano imperfetto, il popolo di Dio guarderà la pura e perfetta opera di Dio e vi parteciperà. Il cristiano che santifica la domenica può trovare in questo riposo domenicale un riflesso e una promessa del riposo eterno presso il Creatore, il Redentore, Colui che porta a compimento il mondo.

    Agli occhi del mondo la domenica ha la funzione di mettere in evidenza, che i figli di Dio vivono della grazia di Dio e che gli uomini sono chiamati al suo Regno. Perciò preghiamo: «Venga il tuo Regno».


    CENNI BIOGRAFICI

    Dietrich Bonhoeffer nacque il 4 febbraio 1906, studiò per un semestre all'università di Tubinga e poi a quella di Berlino, fu assistente di Wilhelm Lütgert ed ebbe la libera docenza con Reinhold Seeberg. Dopo esser stato vicario nella comunità di lingua tedesca a Barcellona e dopo un ulteriore anno di studio al ‘Union Theological Seminary’ di Nuova York iniziò a tenere corsi alla facoltà teologica di Berlino ed allo stesso tempo fu pastore degli studenti del politecnico. Alla fine del 1933 andò a Londra per occuparsi lì di due comunità di lingua tedesca all'estero. Da lì tornò nella primavera del 1935 per dirigere il seminario per predicatori della chiesa confessante a Finkenwalde presso Stettino, finché nel 1940 dovette interrompere definitivamente quest'attività considerata illegale. Nel 1939 tentò di emigrare in America, ma tornò ben presto, convinto di aver preso una decisione errata con questo suo tentativo di emigrazione. Fino a quando fu arrestato, nel 1943, egli si occupò di compiti particolari per la chiesa confessante e partecipò sempre più attivamente ai preparativi per abbattere il regime nazista. Il 9 aprile 1945 fu ucciso nel campo di concentramento di Flossenbürg.

    A ventun anni scrisse la sua prima opera Sanctorum communio, la sua tesi di laurea. Nel 1931 fu edita la sua tesi di libera docenza Akt und Sein (Atto ed essere). Da uno dei corsi nacque la sua esegesi di Genesi 1-3: Schöpfung und Fall (Creazione e caduta), pubblicata nel 1933. Durante la sua attività al seminario dei predicatori scrisse Sequela, edito nel 1937, e La vita comune,. edito nel 1939. Lavorò alla sua Etica durante il periodo in cui gli era stato proibito di parlare e scrivere; l'opera è rimasta frammentaria. Il suo internamento gli impedì di portare avanti il lavoro di sistemazione. I frammenti apparvero postumi nel 1949. L'edizione di una scelta delle lettere, uscite in gran parte di nascosto dalla prigione, è stata fatta nel 1952, con il titolo Widerstand und Ergebung (Resistenza e resa); essa ha rinnovato e rafforzato l'interesse per il pensiero e l'azione di Bonhoeffer. Ora il Chr. Kaiser- Verlag di Monaco pubblica i suoi pensieri, le lettere e gli articoli sparsi e inediti in Gesammelte Schriften (Raccolta di scritti).