

DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi


il giorno del ricordo Si rievoca oggi, data della firma del Trattato di pace del 1947, l’esodo di oltre 350mila italiani costretti ad abbandonare le loro terre invase dalle truppe comuniste | |||||
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Un’immagine della splendida arena romana di Pola, che si affaccia sulle sponde dell’Adriatico, in una foto d’epoca Un dramma a lungo dimenticato, quello dei 350mila giuliano- dalmati fuggiti da Istria, Pola e Dalmazia alla fine della seconda guerra mondiale per sfuggire all’orrore delle foibe e delle purghe del dittatore comunista Tito. Si trattò di un esodo epocale, che separò famiglie, distrusse una delle più antiche e splendide culture della nostra millenaria tradizione, scrisse una delle pagine più sanguinose della nostra storia recente. L’occupazione jugoslava del maggio 1945 fu presentata come una 'liberazione' ma si risolse in un incubo. Seguirono ondate di massacri di decine di migliaia di italiani. Dopo la pulizia etnica venne il Trattato di pace del 10 febbraio 1947 (data oggi scelta per celebrare il Giorno del Ricordo), con cui all’Italia venivano sottratti due terzi della Venezia Giulia di allora: era la stagione dolorosa dell’esodo, dei campi profughi, delle umiliazioni subite per decenni. Del silenzio. Della negazione. Fino alla legge 92 che solo nel 2004 istituiva il Giorno del Ricordo. Oggi le popolazioni di Pola, Fiume e Zara vivono in tutti i continenti, lontane fisicamente dalle loro terre ma unite da un ricordo comune. Eleggono i loro 'sindaci in esilio', primi cittadini di città fisicamente 'virtuali', ma ancora vive nell’amor di patria dei loro abitanti. Luxardo/Zara «Quella barbarie che non dimentico»
Brazzoduro/ Fiume «Per noi il 25 aprile segna l’inizio dell’occupazione titina»
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Tratto da cronache di Liberal [2] del 10 febbraio 2010
Foiba: dal latino fovea, fin da quando nel 1770 il naturalista Alberto Fortis lo propose in un suo studio, è un termine usato in geologia per indicare un tipo di voragini tipico del Carso e dell'Istria.
A forma di imbuto rovesciato, profonde fino a 100 metri, e dovute a un terreno con rocce ad alto contenuto di carbonato di calcio, che la pioggia e i corsi d'acqua sotterranei fanno fondere facilmente. Poi arrivò la Seconda Guerra Mondiale, in cui tutta la Jugoslavia si riempì di fosse comuni. Alternativamente, a seconda degli esiti bellici, vi furono gettati serbi e croati, ebrei e musulmani, comunisti e monarchici, collaborazionisti e partigiani: un truce sport che la regione aveva ereditato dal fosco periodo ottomano, e che le vicende delle guerre in cui poi negli anni '90 la Jugoslavia è andata in pezzi hanno poi dimostrato essere di nuovo tornato di moda, non appena se ne è avuta l'occasione. In Istria e in Venezia Giulia foibe e miniere di bauxite risparmiarono ai carnefici non solo la fatica di scavare, ma spesso anche quello di sparare, visto il gran numero di vittime che vi furono gettate ancora vive. A volte, seguendo un barbaro rituale balcanico, prima di richiudere queste infernali tombe, i titini buttavano nel mucchio dei morti e dei moribondi un cane nero vivo. Perché, secondo le ataviche superstizioni slave, latrando in eterno togliesse per sempre alle anime dei trapassati la pace dell'aldilà.
Quante furono le vittime? Giovanni Bartoli, l'ex-sindaco di Trieste che nel 1959 dedicò alla questione il primo studio storico particolareggiato, ne indicò 4122. Nel 1983 il giornalista Antonio Pitamitz, in un'inchiesta sul mensile Storia Illustrata, pubblicò un nuovo elenco con 4361 nomi: 2916 civili, 242 Guardie di Finanza, 309 Guardie di Pubblica Sicurezza, 94 Carabinieri, 86 Guardie Civiche, 51 partigiani, 663 militari della Repubblica Sociale Italiana. Lo storico inglese Richard Lamb nel suo libro del 1996 La guerra in Italia 1943-1945 scrisse: «Non appena liberata Trieste, Tito aveva cominciato ad ammassare truppe nella zona comprendente la stessa Trieste, Monfalcone, Gorizia, Gemona e Cividale, instaurandovi un governo tutto jugoslavo. Tra il primo maggio e il 12 giugno le formazioni militari titine presero in consegna nella regione 4678 civili italiani, i quali scomparvero senza lasciar traccia, quasi tutti fucilati nottetempo». In questa stima sono però esclusi i militari; e le vittime del resto dell'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia; e le vittime del periodo compreso tra l'8 settembre ed il primo maggio 1945. Il Centro Studi Adriatici ha contato dunque 10. 137 nomi. Giampaolo Pansa nel suo Sangue dei vinti ha stimato 15. 000 vittime. E non manca, specie nella pubblicistica di estrema destra o in quella dei profughi, chi arriva a 30. 000 morti.
Non tutte le vittime furono però «infoibate»: macabro neologismo nato anch'esso con la Seconda Guerra Mondiale. Ci fu chi morì in campo di concentramento, e ci fu chi morì durante le massacranti marce verso questi campi. Mario Pacor è uno storico triestino che era stato partigiano comunista e giornalista de l'Unità, e la cui morte nel 1984 è anteriore al ritorno di interesse storiografico per questa vicenda che ci fu a metà degli anni '90: basandosi su documenti dei Vigili del Fuoco di Pola, sostenne che nelle foibe istriane erano finite dopo l'armistizio dell'8 settembre tra le 400 e le 500 persone, mentre altri 4000 italiani erano stati deportati, in gran parte uccisi in procedimenti sommari e in seguito finiti in gran parte in foibe anch'essi. Ma, appunto, sono i dati del solo 1943. La Commissione storica italo-slovena che su iniziativa dei due ministeri degli Esteri ha esaminato i rapporti tra i due Paesi tra il 1880 e il 1956, ha stimato i morti nell'ordine delle "centinaia": ma limitandosi alle sole esecuzioni sommarie, e senza considerare l'attuale territorio croato. Raoul Pupo, docente di Storia Contemporanea a Trieste e considerato uno dei massimi esperti del tema, parla di 5000 morti. Il goriziano Guido Rumici è invece insegnante di Economia Aziendale e ricercatore di economia regionale, ma si è anche occupato dell'esodo istriano con libri che hanno ottenuto premi e riconoscimenti: lui parla di 6000 vittime, che diventano 11. 000 considerando anche i desaparecidos nei lager jugoslavi.
Ci sono poi gli autori che Pupo taccia di "negazionisti", come Giacomo Scotti o Claudia Cernigoi, che però dal punto di vista tecnico non negano il fatto che della gente sia stata «infoibata». Dicono però che da una parte il fenomeno è stato gonfiato. Dall'altra, che alcune foibe furono in realtà riempite dalle rappresaglie fasciste: Scotti ha anche pubblicato testimonianze da cui risulterebbe che sarebbe stato il nazionalismo fascista il primo a minacciare l'uso delle foibe agli slavi. Senza però che tali prove arrivino a dimostrare che il linguaggio usato in certi giornali negli anni '20 o '30 si sia poi effettivamente trasformato in macabri fatti... Più in generale, è oggi generalmente ammesso che la politica di snazionalizzazione forzata praticata dal fascismo in Venezia Giulia e Istria e l'aggressione italiana abbiano contribuito potentemente a esasperare una situazione che comunque era già esaperata dai tempi in cui il potere austriaco aveva giocato italiani e slavi gli uni contro gli altri, in una logica da divide et impera. La Croazia post-titina pur duramente anticomunista considera ufficialmente il fenomeno delle foibe come una "vendetta", sia pure estrema, per i torti subiti. E un personaggio certamente anti-comunista come Indro Montanelli, da ex-ufficiale reduce della guerra in Jugoslavia parlando dell'altra storia di Porzûs, scrisse ad esempio nel 1996 sul Corriere della Sera: «Porzûs è una delle tante malandrinate che ho continuato a denunziare per venti anni, quando era pericoloso farlo. Seguitare a farlo oggi, non solo non serve a nulla, se non a tenere acceso il fuoco dei reciproci rancori; ma può anche diventare imbarazzante perché di Porzûs, nell'allora Jugoslavia, ne abbiamo fatto qualcuno anche noi italiani».
La vicenda, però, è più complessa delle semplici contrapposizioni italiani-slavi, fascisti-antifascisti, comunisti-anticomunisti. E anche della semplice questione degli infoibiati e assassinati in altro modo. Su una popolazione complessiva di 773. 119 persone, durante la Seconda Guerra Mondiale, i morti giuliani, istriani e dalmati furono 23. 735, cioè il 3, 07%. Ciò, in rapporto a una media nazionale dell'1%. E più di 380. 000 persone abbandonarono le loro case e le loro terre. Dei 66. 000 abitanti di Fiume ne partirono 58. 000. Dei 40. 000 di Pola se ne andarono 36. 000. Dei 21. 000 di Zara, 15. 000. Tra questi profughi che se ne andarono per il mondo vi furono, accanto ad una maggioranza di italiani, anche 50. 000 croati. E 10. 000 tra questi scelsero di man tenere la nazionalità tricolore, rimanendo nella Penisola. La stampa comunista, in Italia, cercò di presentare gli esuli come «fascisti e capitalisti in fuga dal giusto castigo». Istigati da questa propaganda, aVenezia i portuali comunisti riempirono di fischi e sputi i poveretti che sbarcavano dalla prima nave in arrivo da Pola. Ed a Bologna si bloccò con uno sciopero la distribuzione di pasti caldi agli esuli da parte della Pontificia Opera di Assistenza. È soprattutto il trauma di questa "accoglienza" a spiegare il paradosso per cui tanti istriani, esuli in nome dell'italianità, si stabilirono poi all'estero. In realtà, dal punto di vista sociale i proprietari, tra gli esuli, non erano che il 7, 7%, i liberi professionisti il 5, 7% ed i dirigenti ed impiegati un altro 17, 6%. Contro il 47, 6% di operai ed il 23, 4% di anziani ed inabili.
Lungo è anche l'elenco di antifascisti e partigiani infoibati. Tra essi, tre membri del Cln di Trieste; due di quello di Fiume; Vinicio Lago, ufficiale di collegamento della Brigata Osoppo; Enrico Giannini, del Corpo Italiano di Liberazione. Allucinante la sorte di Angelo Adam, un ebreo e repubblicano storico che finì infoibato dopo essere stato confinato a Ventotene ed essere scampato anche al lager di Dachau: sua moglie e sua figlia minorenne, arrestate per essere andate a chiedere informazioni sulla sua sorte, furono fatte scomparire a loro volta. Teobaldo Licurgo Olivi, membro socialista del Cln di Gorizia, fu arrestato dagli jugoslavi il 5 maggio 1945 e fucilato a Lubiana il 31 dicembre successivo. Di Augusto Sverzutti, membro dello stesso Cln per il Partito d'Azione e arrestato assierme a lui, si sa che era ancora vivo e detenuto nel 1949. Poi, il mistero. Né mancarono quei comunisti cui l'ideologia non aveva impedito di rimanere fedeli al superiore ideale patriottico. Tra questi, spicca il nome di Rocco Cali, un combattente della Brigata Garibaldi Natisone. Fu assassinato a Rovigno d'Istria nel maggio 1945 perché, anche dopo la decisione del Pci di far passare l'unità alle dipendenza del IX Corpus sloveno, aveva rifiutato di togliere la coccarda tricolore che sempre portava accanto alla bandiera rossa. Ma furono sterminati anche i lader del Partito Autonomista Fiumano, che sognavano uno Stato indipendente sia dall'Italia che dalla Jugoslavia: Mario Blasich, strangolato nel suo letto di paralitico; Giuseppe Sincich; Mario Skull; Giovanni Baucer; Mario De Hajnal; Giovanni Rubinich... E furono anche uccisi un bel po'di slavi non comunisti: Ivo Bric, antifascista cattolico; Vera Lesten, poetessa e antifascista cattolica; i quattro membri della famiglia Brecelj; i sacerdoti don Alojzij Obit, don Lado Piscanc, don Ludvik Sluga, don Anton Pisk, don Filip Tercelj, don Izidor Zavadlav di Vertoiba... Andrej Ursic era stato addirittura un membro del Tigr: gruppo armato che dagli anni '20 aveva iniziato una lotta terrorista contro le autorità italiane, contro l'annessione all'Italia di Trieste, Istria, Gorizia e Fiume (le cui iniziali in lingua slava costuituivano l'acronimo del nome della belva richiamata nel nome). Ma fu sequestrato dalla polizia segreta jugoslava il 31 agosto del 1947, sottoposto a sevizie, probabilmente ucciso nell'autunno del 1948, e il suo cadavere gettato in una delle foibe della Selva di Tarnova. Esemplare fu anche la violenza simbolica con cui le vittime venivano colpite, avendo cura che si sapessero i macabri particolari. Don Angelo Tarticchio, parroco di Villa di Rovigno, fu gettato nella foiba con i genitali in bocca ed una corona di spine sulla testa. Giuseppe Cernecca fu lapidato con le pietre che lui stesso era stato costretto a portare in un pesante sacco sul luogo dell'esecuzione. I fratelli Luxardo, industriali del maraschino a Zara, furono buttati in mare con una pietra legata al collo. Norma Cossetto, studentessa rea di stare preparando una tesi di laurea sull'italianità dell'Istria, fu violentata e poi infoibata con i seni amputati.
La sinistra italiana non comunista, va ricordato, denunciò subito quel che stava accadendo. Al Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia furono memorabili le liti sul confine orientale tra l'azionista friulano Fermo Solari e il comunista Luigi Longo. E fu Ferruccio Parri, come Presidente del Consiglio, a denunciare all'opinione pubblica mondiale come l'occupazione titina di Istria e Venezia Giulia avesse provocato la scomparsa di «almeno 8000 italiani». Poi, tra 1946 e 1948, la polemica ebbe parte nella più generale campagna dei partiti anticomunisti. Ma in seguito il dramma fu messo in sordina, per i tre motivi essenziali che lo storico Gianni Oliva ha riassunto nel suo libro del 2003. Primo: la rottura tra Tito e Stalin del 1948, che spinse tutto il blocco occidentale a sostenere il regime jugoslavo in funzione antisovietica. Secondo: il continuato silenzio del Pci, che comunque non aveva interesse a evidenziare le proprie contraddizioni sulla vicenda e le proprie subordinazioni alla volontà del comunismo internazionale. Terzo: l'interesse comunque dello Stato italiano a sorpassare tutto il capitolo della sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, accreditandosi grazie a partigiani e Corpo Italiano di Liberazione come parte della coalizione vincitrice del conflitto, e allo stesso tempo glissando sulle richieste di estradizione di nostri concittadini per i crimini di guerra loro imputati all'Estero. Sostanzialmente, fu l'orgia di ferocia che accompagnò la dissoluzione della Jugoslavia a creare una sindrome del «ma allora era vera anche la storia delle foibe!». Ma è pure vero che dopo Bosnia e Ruanda è cresciuta in tutto il mondo la consapevolezza sul fenomeno genocidio, e l'interesse per le analoghe tragedie del passato.
«Gli slavi torturarono a morte mio padre. Non contenti, lo decapitarono per estrargli due denti d’oro. E poi, per sfregio, con la sua testa ci giocarono a palla, sui binari del treno. La sua “colpa”? Era italiano». A parlare è Nidia Cernecca, esule istriana, vedova e madre di tre figli.
Oggi vive a Verona. Nacque a Gimino d’Istria nel 1936. Nel 1943 suo padre Giuseppe, semplice impiegato comunale, venne arrestato e, dopo un processo-farsa, fu torturato e ucciso dai miliziani comunisti italiani e slavi. L’uomo venne decapitato e con la sua testa fu giocata una macabra partita di pallone. In quel maledetto settembre 1943, mese fatale per le sorti dell’Italia, vigeva il machiavellico disegno espansionista di Tito, che identificava tutto ciò che era italiano con il Fascismo, riuscendo così ad unire i comunisti slavi con quelli italiani. Allora Nidia Cernecca aveva solo sette anni. Eppure il ricordo di quelle atrocità inferte a suo padre è scolpito nella sua mente, come un chiodo che le trafigge il cuore, ogni attimo. In questi giorni, in coincidenza delle celebrazioni del Ricordo dei martiri delle foibe e del dramma degli esuli, Cernecca sta girando in lungo e in largo l’Italia, con Gigi D’Agostini, ricercatore storico ed esule da Capodistria, tra convegni e incontri nelle scuole, «per la verità storica e contro la mistificazione», spiega lei. Che aggiunge: «Mi sento una combattente, ma vorrei tanto diventare una reduce. Vorrebbe dire che la mia guerra contro la falsificazione storica sarebbe finita. Lo volesse il Cielo. Io, intanto, non mi arrendo». Quella di Nidia Cernecca è una missione di verità. È presidente dell'associazione nazionale dei congiunti dei deportati italiani in Jugoslavia infoibati, scomparsi e uccisi. Un nome lunghissimo, che ci tiene però a specificare, integralmente. Per maggiori informazioni, anche sui tre libri da lei scritti, basta visitare il sito www.nidiacernecca.it .
Ha avuto un risarcimento dallo Stato Italiano?
«L’elemosina, come tutti. Non saprei quantificarlo. Ad esempio, per le tre attività dei miei nonni materni, morti esuli, io e mia sorella abbiamo avuto 750mila lire a testa».
Prospettive future?
«Scusi, ma lei così mi provoca. Proprio in questi giorni si parla di far entrare la Croazia in Europa. Davvero un “bel” regalo per far celebrare a noi esuli la Giornata della Memoria, fissata per il 10 febbraio. Ma, dico, non si poteva almeno avere la delicatezza di scegliere un altro periodo? È un affronto far entrare in Europa la Croazia senza che abbia risarcito gli enormi debiti morali ed economici a noi italiani. Non dimentichiamoci che ci hanno massacrato anche dopo la fine della guerra. Per anni».
Se la sente di raccontare cosa accadde a suo padre?
«Mia madre lo vide passare sotto casa trascinato da una catena per buoi. Aveva sulle spalle la croce del suo calvario: un pesante sacco di pietre col quale lo avrebbero lapidato. Tra calci, insulti e percosse lo hanno fatto camminare per cinque chilometri, fino al bosco di Monte Croce. Qui lo hanno finito di massacrare, legato ad un ciliegio, per poi decapitarlo e portare la sua testa da un orologiaio per estrargli due denti d’oro. E pensare che mio padre, che a quel tempo lavorava in Municipio, non voleva credere a queste condanne senza colpa. Era stimato e amato da tutti. Una volta arrestato, non lo vedemmo più. Il capobanda Ivan Motika venne in casa nostra ad annunciare con fierezza la sua morte. Ricordo le sue minacce di morte se avessimo tentato di recuperare il corpo».