DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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“La mia famiglia in fuga dalle foibe e la lunga strada verso la verità”



di Lucia Bellaspiga
La mia prima volta a Pola, da bambina, è il ricordo di mia madre che piange aggrappata a un cancello. Un’immagine traumatica, che allora non sapevo spiegarmi.
Eravamo là in vacanza, il mare era il più bello che avessi mai visto, le pinete profumate: perché quel pianto?
Al di là di quel cancello una grande casa che doveva essere stata molto bella. Alle finestre i vetri blu, “erano quelli dell’oscuramento” mi disse mia madre, eppure la seconda guerra mondiale era finita da trent’anni. Tutto era rimasto come allora. La finestra si aprì e una donna gentile, con accento straniero, capì immediatamente: “Vuole entrare?”, chiese a mia madre. Solo adesso comprendo la tempesta di sentimenti che doveva agitare il suo cuore mentre varcava quella soglia e rivedeva la sua casa, la cucina dove era risuonata la voce di mia nonna, le camere in cui aveva giocato con i fratelli.
Sono passati molti anni prima che io capissi davvero: la scuola certo non ci aiutava, censurando completamente la tragedia collettiva occorsa nelle terre d’Istria, Fiume e Dalmazia, e d’altra parte molti dei testimoni diretti, gli esuli fuggiti in massa dalla dittatura del maresciallo Tito e dal genocidio delle foibe, rinunciavano a raccontare, rassegnati a non essere creduti. Ciò che durante e dopo la II guerra mondiale era accaduto in decine di migliaia di nostre famiglie restava un incubo privato da tenere solo per noi perché al resto degli italiani non interessava. Eppure era storia.
Ogni ritorno porta con sé un dolore, così per molti anni a Pola non tornammo più. Ma dentro di me intanto lavorava il richiamo delle origini, cresceva il desiderio di sapere, così, ho iniziato a ripercorrere l’esodo dei nostri padri in senso inverso. Intanto il Novecento è diventato Duemila, l’Europa una casa comune sotto il cui tetto abitano popoli un tempo nemici, e i giovani oggi, da una parte e dall’altra, sognano un mondo nuovo, segnato dalla pace e dal progresso condiviso. E noi? I figli e nipoti dell’esodo, noi nati “al di qua”, che ruolo abbiamo in questo mondo che cambia ma che non deve dimenticare? Tocca a noi, dopo il secolo della barbarie, tenere alta la memoria non per recriminazioni o vendette, ma perché ciò che è stato non avvenga mai più.  Se il perdono, infatti, è sempre un auspicio, la memoria è un dovere, è la via imprescindibile per la riconciliazione: non è vero che rimuovere aiuti a superare, anzi, la storia dimostra che il passato si supera solo facendo i conti con esso e da esso imparando.
Sono trascorsi settant’anni da quando 350mila giuliano-dalmati sopravvissuti agli eccidi comunisti abbandonarono con ogni mezzo la loro amata terra, sperimentando la tragedia dello sradicamento totale e collettivo. La maggior parte di loro è morta senza avere non dico giustizia, ma almeno il sacrosanto diritto di veder riconosciuto il proprio immane sacrificio. Chiedo in prestito le parole al presidente emerito Giorgio Napolitano: “La tragedia di migliaia di italiani imprigionati, uccisi, gettati nelle foibe assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica”, ha detto nel 2007, rompendo dopo 60 anni la cortina del silenzio. “Il moto di odio e di furia sanguinaria” aveva come obiettivo lo “sradicamento della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia”. Ma soprattutto gli siamo grati per il mea culpa pronunciato a nome dell’Italia: “Dobbiamo assumerci la responsabilità dell’aver negato la verità per pregiudizi ideologici”.
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Un altro grande passo sulla via della verità è stato compiuto proprio qui alla Camera il 13 giugno scorso, quando per la prima volta dopo 68 anni si è commemorata (e riconosciuta) la strage di Vergarolla, 28 ordigni fatti esplodere sulla spiaggia di Pola, oltre cento vittime tra adulti e bambini. Era l’agosto del 1946, già in tempo di pace, si tratta quindi della prima strage della nostra Repubblica, più sanguinosa di piazza Fontana, più della stazione di Bologna, eppure da sempre nascosta. Con Vergarolla fu chiaro che la sola salvezza era l’esilio.
Proviamo a immaginare il momento del distacco definitivo: uscire dalla casa dove sei sempre stato e non per tornarci la sera, no: mai più. Tiri la porta e delle chiavi non sai che fare: chiudere? A che serve? Domani stesso nelle tue stanze entrerà gente nuova, che non sa nulla della vita vissuta là dentro. Ti porti dietro quello che puoi, poche cose, ma ciò che non potrai portare con te, che mai più riavrai, è la scuola che frequentavi, le voci degli amici, un amore che magari sbocciava, il negozio all’angolo, l’orto di casa, i volti noti, il tuo mare, il campanili, persino i tuoi morti al cimitero.
Addio Pola, addio Fiume, addio Zara. I racconti sono spesso uguali: in una gelida giornata di bora, in un silenzio irreale rotto solo dai singhiozzi, la nave si staccava dalla riva che era sempre più lontana. Da laggiù la tua casa, la tua stessa finestra diventavano già quel dolore-del-ritorno che mai sarebbe guarito.
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Da che cosa si scappava? Dai rastrellamenti notturni, dalle foibe, dai processi sommari. Dai massacri perpetrati in quelle regioni d’Italia dai partigiani jugoslavi nell’autunno del 1943 e di nuovo dal maggio del 1945, cioè quando il mondo già festeggiava la pace. Se nel resto d’Italia il 25 aprile a portare la Liberazione erano gli angloamericani, nelle terre adriatiche facevano irruzione ben altri “liberatori”. E iniziava il terrore. Da Gorizia e Trieste fino giù a Zara dei colpi alla porta con il calcio del fucile preannunciavano l’ingresso dei titini e il rapimento dei capifamiglia, centinaia ogni notte. Poi sparirono anche le donne, persino i ragazzini: “Condannato”, si legge sulle carte dei processi farsa, in realtà fucilati a due passi da casa o gettati vivi nelle foibe, tanti nel mare con una pietra al collo.
Da questo si fuggiva. Ma dove? In un’Italia povera e da ricostruire, anche solo un parente in una città lontana era l’ancora di salvezza. Sorsero villaggi giuliano-dalmati, quartieri di esuli, ma anche campi profughi, più di 100 in tutta Italia, ex manicomi, ex carceri, caserme dismesse, dove le famiglie si trovarono scaraventate in un nuovo incubo. Pensate, pensiamo cosa significhi: comunità spezzate, tessuti sociali frantumati, improvvisamente non più i colori della propria terra ma miseri accampamenti dove restarono per anni, le coperte appese a fare da parete tra una famiglia e l’altra. Qualcuno impazzì, qualcuno, svuotato della propria identità, si tolse la vita, molti morirono di crepacuore (così morì mia nonna). Al loro arrivo, presero loro le impronte digitali, come fossero delinquenti.
Fascisti! Così erano chiamati, solo poiché fuggivano da un regime comunista, e il grave equivoco resta ancora oggi incancrenito in residue forme di ignoranza, che il Giorno del Ricordo vuole dissipare: gli italiani della Venezia Giulia uscivano da un’Italia che era stata fascista, esattamente come gli italiani di Roma, Trento, Napoli.  I nostri nonni e genitori erano stati antifascisti o fascisti esattamente come tutti gli altri italiani. Si usciva tutti, indistintamente, dalla stessa guerra persa. Nelle foibe furono gettati maestri di scuola, impiegati, carabinieri, medici, artigiani, operai, imprenditori… tutti, purché italiani o avversi alla nuova dittatura. E quanti tra questi erano stati antifascisti!
Ma c’è poi un secondo enorme equivoco in cui ancora oggi incorre chi non conosce la storia: “Di che vi lamentate? – dicono – L’Italia ha perso la guerra, era giusto che pagasse”. Vero, ma tutta l’Italia era stata sconfitta, eppure per saldare i 125 milioni di dollari, debito di guerra dell’intera nazione, il governo utilizzò le case, i negozi, i risparmi di una vita, soltanto dei giuliano-dalmati. Promettendo indennizzi poi mai erogati. Vogliamo che almeno si sappia e che si studi a scuola?
Oggi a tutti noi, nati dopo l’esodo sulle due sponde dell’Adriatico, tocca difendere una verità ancora non del tutto condivisa, con il sostegno forte e incondizionato delle Istituzioni, e vegliare perché il Giorno del Ricordo non diventi col tempo un appuntamento retorico, ma sia testimonianza sempre viva.  A Trieste nel Magazzino 18 restano le masserizie degli esuli. Ma nelle case di ognuno di noi c’è un Magazzino 18 personale, e anche io ho il mio. E’ un grande specchio dalla casa di Pola, partito anche lui con l’esodo, e mi piace pensare che su quella superficie si riflettevano i volti dei miei nonni, di mia madre bambina, delle persone di cui mi parla sempre. In un certo senso nessuno li potrà cancellare, sono rimasti là dentro, invisibili, ma come dice Saint-Exupéry nel Piccolo Principe “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Loro sono il nostro essenziale, non dimentichiamo di onorarli.
Lucia Bellaspiga è una giornalista e scrittrice italiana. Inviata del quotidiano Avvenire dal 2001 (si occupa principalmente degli Interni e del settore ‘Dossier’ dedicato a servizi ed inchieste ad ampio raggio), ha pubblicato vari libri, tra i quali una biografia su Carlo Urbani, il primo medico italiano vittima della Sars, sullo scrittore Dino Buzzati, in occasione del centenario della nascita, e sul brigadiere dei Carabinieri Giuseppe Coletta, scomparso nella strage di Nasiriyah.

«Le nostre città in esilio La forza della memoria» I sindaci delle comunità giuliano- dalmate: nessuno potrà mai estirpare le nostre radici

il giorno del ricordo Si rievoca oggi, data della firma del Trattato di pace del 1947, l’esodo di oltre 350mila italiani costretti ad abbandonare le loro terre invase dalle truppe comuniste
Benco/Pola

«In 30mila nel mondo ma il cuore è ancora là»


DI
L UCIA B ELLASPIGA
O
ggi è fisico nucleare, un passato come ca­po divisione al Centro nucleare di Ispra per la Comunità europea. Ma a chiedergli di raccontare Pola piange come il bambino che e­ra quando dovette abbandonarla. «Il mio addio all’Istria è un ricordo tragico - dice Argeo Benco, classe 1930, sindaco del 'Libero Comune di Pola in esilio' dal maggio 2009 - . Guardai la mia città fino all’ultimo lembo, fino a vedere l’arena scom­parire dietro Punta Cristo. Lì il vaporetto gira die­tro il promontorio puntando a nord e la città sparisce per sempre».
Quanti anni aveva?

Era il 1946, avevo 16 anni e in quel momento il mio pensie­ro era 'non tornerò più se non col Tricolore'. Non ho mante­nuto la promessa, perché a Pola avevo lasciato una non­na molto anziana, che molto tempo dopo volle conoscere la sua prima bisnipotina. Non ho saputo resistere, era l’ini­zio degli anni ’60 e tornai a Pola con mia figlia. Da allora non ho più smesso di torna­re.

Sua nonna era una «rima­sta
», dunque?
Come tanti anziani, che non potevano abbandonare la ca­setta e andare in giro per il mondo. Mio nonno addirittura riceveva ancora la pensione austriaca. Chi restò e visse sotto la Ju­goslavia,
però, se la passò molto male, erano an­ni bui, di povertà e dittatura.
Come fu accolto dai suoi connazionali italiani, dopo l’esodo?

Io per fortuna fui accolto dai miei zii a Milano e non finii nei campi profughi, ma ricordo la pessi­ma accoglienza al liceo classico Carducci, dove il mio professore si storia entrava in classe con 'l’U­nità' sotto braccio e diceva 'c’è qualcuno in que­sta classe che afferma di essere italiano e non sa nemmeno parlarlo, l’italiano!'... Si riferiva al mio accento istriano, che non ho mai perso. Però quan­do passai al liceo Beccaria incontrai un altro do­cente comunista, il professor Mattalia, ma di una correttezza esemplare, erano gli anni delle mani­festazioni per Trieste italiana e lui mi lasciava par­tecipare, 'vada, Benco, io non l’ho vista...'.

E oggi che senso ha essere sindaco di Pola?

Significa tenere unita una città ideale di 30mila persone, sparse in tutta Italia ma anche in Au­stralia, Argentina, Canada... Conservare la nostra storia, la cultura, il dialetto, consegnare alle futu­re generazioni le nostre radici, continuare a vive­re virtualmente nella nostra terra, che abbiamo tutti nel cuore, soprattutto grazie al nostro gior­nale, 'L’Arena di Pola', che ogni mese ci raggiun­ge
in tutti i continenti.
Argeo Benco

«I miei nonni sono rimasti in Jugoslavia Furono anni bui, di povertà e di dittatura»





Un’immagine della splendida arena romana di Pola, che si affaccia sulle sponde dell’Adriatico, in una foto d’epoca
Un dramma a lungo dimenticato, quello dei 350mila giu­liano- dalmati fuggiti da Istria, Pola e Dalmazia alla fine del­la seconda guerra mondiale per sfuggire all’orrore delle foi­be e delle purghe del dittatore comunista Tito. Si trattò di un esodo epocale, che separò famiglie, distrusse una del­le più antiche e splendide culture della nostra millenaria tradizione, scrisse una delle pagine più sanguinose della nostra storia recente. L’occupazione jugoslava del mag­gio 1945 fu presentata come una 'liberazione' ma si risolse in un incubo. Seguirono ondate di massacri di decine di migliaia di italiani. Dopo la pulizia etnica venne il Tratta­to
di pace del 10 febbraio 1947 (data oggi scelta per cele­brare il Giorno del Ricordo), con cui all’Italia venivano sot­tratti due terzi della Venezia Giulia di allora: era la stagio­ne dolorosa dell’esodo, dei campi profughi, delle umilia­zioni subite per decenni. Del silenzio. Della negazione. Fi­no alla legge 92 che solo nel 2004 istituiva il Giorno del Ri­cordo. Oggi le popolazioni di Pola, Fiume e Zara vivono in tutti i continenti, lontane fisicamente dalle loro terre ma unite da un ricordo comune. Eleggono i loro 'sindaci in esilio', primi cittadini di città fisicamente 'virtuali', ma ancora vive nell’amor di patria dei loro abitanti.

Luxardo/Zara
«Quella barbarie che non dimentico»


DA MILANO

A
Zara non c’erano le foibe, le profonde ca­vità di origine carsica, ma c’era il mare, co­sì le purghe di Tito avvenivano per anne­gamento, con una pietra al collo. E il grande eso­do dei 350mila partì proprio da Zara, capoluogo della Dalmazia, che già nel 1943 si svuotò in pochi mesi, quando 24mila dei 25mila abitanti fuggiro­no. Per gli altri fu la mattanza. «Mio zio Nicolò, in­dustriale molto in vista e ultimo deputato di Zara italiana, fu annegato, mia zia Bianca venne fucila­ta da una partigiana croata sulla stessa barca», rac­conta Franco Luxardo, 74 anni, tuttora proprieta­rio dello storico marchio di liquore Maraschino e sindaco del 'Libero Comune di Zara in esilio' con i suoi 20mila 'abitanti' nel mondo.
Solo suo padre si salvò, in famiglia?

Sì, perché anche il fratello Pietro, direttore di pro­duzione in azienda, sparì nel nulla, esattamente come cen­tinaia
di altri zaratini.
Un genocidio vero e proprio.

Con l’intento dichiarato di de­italianizzare la città. Una bar­barie paradossale, al punto che un anno dopo aver affo­gato mio zio il 'tribunale croa­to' lo accusò di non aver ri­sposto all’invito di compari­zione e per questo lo con­dannò all’impiccagione...

Zara in realtà subì di tutto, co­me
città.
Prima dell’arrivo dei titini, per un anno intero fu bombarda­ta ben 54 volte dagli anglo­americani, loro alleati. La città, un gioiello di architettu­ra veneta, andò in briciole. Poi, finite le bombe, dopo l’8 settembre del ’43 iniziarono i rastrellamenti. Per fortuna io, che avevo 7 anni, e­ro in Valsugana per motivi di salute e mi salvai.

A differenza di Pola e Fiume, Zara non esiste più. Lei è sindaco di una città fantasma...

Io, che non avevo vissuto il travaglio della fuga, vis­si lo choc del ritorno. Era il 1965 e avevo 30 anni quando rividi Zara, e della mia città restava solo il cimitero.

Oggi che rapporti ha con l’«altra» Zara?

Decisamente buoni con la città fisica, dove ormai torno regolarmente e dove come Comune in esi­lio abbiamo stimolato la rinascita di una comunità locale di italiani. Prima stavano nascosti per pau­ra, perché il governo jugoslavo non ne riconosce­va l’esistenza: nel censimento del 1991 a Zara si sono dichiarati italiani 13 coraggiosi, oggi, dopo 20 anni, c’è una fiorente comunità di 500 iscritti, di cui andiamo molto fieri.

Tra le due Zara c’è un ponte ideale, dunque.

Pensi che qualcuno degli esuli fa traslare le cene­ri dei propri vecchi laggiù. Quanto alle future ge­nerazioni, stiamo trattando per aprire un asilo i­taliano a Zara. Sarebbe un simbolo fortissimo: l’ul­tima scuola italiana l’hanno chiusa nel ’53. (
L. Bell.)



Brazzoduro/ Fiume
«Per noi il 25 aprile segna l’inizio dell’occupazione titina»


DA MILANO

I
l paradosso dei giuliano-dal­mati, italiani rimasti senza pa­tria quando l’Italia con la se­conda guerra mondiale perse le sue regioni d’oltre Adriatico, è tut­to nelle parole di Guido Brazzo­duro, nato a Fiume nel 1938 e og­gi sindaco del Comune in esilio: «Da noi il 25 aprile del 1945, gior­no in cui per tutti gli altri italiani aveva inizio la Liberazione, co­minciava invece l’occupazione». Già, perché mentre altrove sorri­denti truppe americane faceva­no l’ingresso trionfale nelle no­stre città, accolti con applausi dal­la popolazione in festa, in Istria, Fiume e Dalmazia a 'liberare' la gente dal nazifascismo facevano irruzione ben altre truppe. «Il 3 maggio del ’45 - spiega Brazzo­duro - la violenza cieca esplose quando le squadre di Tito fecero irruzione e la sua polizia segreta, la Ozna, fece strage». Di 60mila a­bitanti, 54mila dovettero scappa­re nelle altre regioni d’Italia. «Io me ne andai nel 1946, con mia mamma - ricorda ­. Anche noi, co­me tanti altri, fummo aiutati dal no­stro ve­scovo, U­go Ca­mozzo, ad andarcene e a trovare una prima destinazione in un i­stituto a Mogliano Veneto. Lì ci ha raggiunto mio papà dopo la pri­gionia in India, e lì l’ho cono­sciuto: era partito che ero picco­lissimo...
». Si scappava per restare italiani, ma quando si approdava dall’al­tra parte dell’Adriatico, con mez­zi di fortuna e il terrore negli oc­chi, spesso non si era bene accol­ti.
Seguivano anni nei campi pro­fughi, accampati in caserme ria­dattate, con le coperte tirate a mo’ di parete per dividere le famiglie e dare l’illusione di un po’ di ri­servatezza. «Scappando, lascia­vamo case, terreni, negozi, e ri­cominciavamo altrove, poveri di tutto», commenta Brazzoduro. Optando per l’Italia si rinunciava ai beni abbandonati, «e lo Stato i­taliano li ha utilizzati per pagare i danni di guerra...», una guerra persa dall’intera nazione, non so­lo dai giuliano-dalmati, gli unici a saldare i conti per tutta Italia: «L’intera comunità nazionale ha un debito con noi - ricorda il sin­daco di Fiume - e dopo 65 anni devo dire che un equo e definiti­vo indennizzo non s’è mai visto». Va invece avanti il riavvicina­mento tra le due comunità, i 30mila fiumani oggi esuli e i 'ri­masti', minoranza da salvaguar­dare in una Croazia che per lo meno inizia a riconoscerne l’'au­toctonia', ovvero ad ammettere che «gli italiani lì non erano im­migrati o occupanti, ma origina­ri da secoli. Il nostro compito og­gi è dialogare con gli italiani a Fiu­me, perché saranno loro a tenere in vita la nostra cultura». Ancora una volta il ponte può essere l’ar­civescovo della città. Che questa volta ha un nome croato, Ivan Devcic, «ma con lui ho un ottimo rapporto». ( L.B.)
«L’intera Italia ha un debito con i giuliano dalmati ma dopo 65 anni non abbiamo visto nulla»


Nessun errore spiega l’orrore delle foibe

ANTONIO AIRÒ

« I
n quaranta giorni di domi­nazione titina, 3.500 persone furono prelevate a Trieste, 2.700 a Gorizia, in ogni città o villaggio passò la rabbia distruggitrice… Chi potrà riferire i massacri e l’incubo di quei giorni? In occasione del compleanno di Tito (23-24 maggio) vennero nottetempo condotte in aperta campagna e quivi falcidiate dai mitra muniti di silenziatore russo. Per le povere vittime dell’odio slavo le foibe di Basovizza, Gropada, Cesana, Santa Croce, Prosecco, Aurisina spalancarono le loro fauci». È la descrizione dell’inferno quella esposta in alcuni articoli già del 1948 dall’ispettore di polizia Umberto De Giorgi, in servizio nel capoluogo giuliano, al quale le autorità alleate avevano affidato il compito di recuperare dalle foibe i tanti corpi scomparsi in quei tragici giorni. Già 216 voragini naturali erano state da lui esplorate portando alla luce 864 salme di cui solo una parte identificata.
Restavano a quell’epoca senza risposta le foibe del territorio di Gorizia allora sotto l’amministrazione del regime comunista di Tito.
Basterebbe questa relazione dell’ispettore De Giorgi per motivare oggi la celebrazione del 'Giorno del ricordo'. Una giornata che mette insieme, in un succedersi di imperdonabili crimini nei confronti degli italiani (ex fascisti ma anche membri dei comitati di liberazione locali, preti e militari, operai e impiegati, intellettuali e analfabeti), compiuti a Trieste dal 1° maggio al 9 giugno 1945 dalle bande partigiane di Tito, sotto gli occhi indifferenti degli alleati arrivati il 2 maggio, un nazionalismo esasperato (quello slavo), un’ideologia senza pietà (quella comunista), e un odio etnico senza pari, che non possono in alcun modo essere dimenticati. Anche perché il risentimento anti-italiano, a
lungo covato, avrebbe provocato un esodo biblico di 300.000 nostri connazionali costretti ad abbandonare, tra il 1945 e la fine degli anni 50, tutto ciò che avevano e era stato costruito nei secoli da generazioni e generazioni.
Celebrare il 'Giorno del ricordo' non significa dimenticare le responsabilità che gli italiani – non sempre 'brava gente' – hanno avuto nei confronti delle popolazioni slovene e croate all’indomani della Grande Guerra e durante il regime fascista, caratterizzato da un processo spinto di italianizzazione non sempre rispettoso delle identità locali, e nemmeno si possono tralasciare le barbarie compiute dai tedeschi e anche da nostri militari durante l’ultima guerra in quei territori. Ma chi sostiene solo questo sembra offrire giustificazioni più o meno contorte al comunismo titino e presentare le stragi delle foibe quasi come un incidente di percorso, certamente condannabile, dovuto alle esasperazioni del momento, rese ancora più crudeli dalla guerra che gli italiani avevano portato contro sloveni e croati.
Noi riteniamo che i giudizi storici non si facciano col bilancino, pesando torti e ragioni degli uni e degli altri in modo neutrale. Le guerre, le occupazioni militari, le lotte di resistenza hanno indubbiamente non pochi lati oscuri, che finiscono con l’essere pagati dai cittadini comuni.
Ma non possono essere poste sullo stesso piano. Per questo non siamo d’accordo con il giudizio (salomonico?) dello storico sloveno, Joze Pirjevec, nel suo recente volume Foibe (Einaudi editore) per il quale «gli orrori del 1945 possono essere forse, se non scusati, almeno collocati nella loro dimensione storica: esecrandi atti di vendetta provocati da altrettanti esecrandi odi e pregiudizi razziali». Per noi, invece, vale il proverbio inglese per il quale «due torti contrapposti non fanno una ragione».


Avvenire 10 febraio 2010

Il buio oltre le foibe

di Maurizio Stefanin

«Gli slavi giocarono a palla con la testa di mio padre»

di Maria Paola Gianni
Tratto da Il Giornale del 10 febbraio 2010

«Gli slavi torturarono a morte mio padre. Non contenti, lo decapitarono per estrargli due denti d’oro. E poi, per sfregio, con la sua testa ci giocarono a palla, sui binari del treno. La sua “colpa”? Era italiano». A parlare è Nidia Cernecca, esule istriana, vedova e madre di tre figli.

Oggi vive a Verona. Nacque a Gimino d’Istria nel 1936. Nel 1943 suo padre Giuseppe, semplice impiegato comunale, venne arrestato e, dopo un processo-farsa, fu torturato e ucciso dai miliziani comunisti italiani e slavi. L’uomo venne decapitato e con la sua testa fu giocata una macabra partita di pallone. In quel maledetto settembre 1943, mese fatale per le sorti dell’Italia, vigeva il machiavellico disegno espansionista di Tito, che identificava tutto ciò che era italiano con il Fascismo, riuscendo così ad unire i comunisti slavi con quelli italiani. Allora Nidia Cernecca aveva solo sette anni. Eppure il ricordo di quelle atrocità inferte a suo padre è scolpito nella sua mente, come un chiodo che le trafigge il cuore, ogni attimo. In questi giorni, in coincidenza delle celebrazioni del Ricordo dei martiri delle foibe e del dramma degli esuli, Cernecca sta girando in lungo e in largo l’Italia, con Gigi D’Agostini, ricercatore storico ed esule da Capodistria, tra convegni e incontri nelle scuole, «per la verità storica e contro la mistificazione», spiega lei. Che aggiunge: «Mi sento una combattente, ma vorrei tanto diventare una reduce. Vorrebbe dire che la mia guerra contro la falsificazione storica sarebbe finita. Lo volesse il Cielo. Io, intanto, non mi arrendo». Quella di Nidia Cernecca è una missione di verità. È presidente dell'associazione nazionale dei congiunti dei deportati italiani in Jugoslavia infoibati, scomparsi e uccisi. Un nome lunghissimo, che ci tiene però a specificare, integralmente. Per maggiori informazioni, anche sui tre libri da lei scritti, basta visitare il sito www.nidiacernecca.it .

Ha avuto un risarcimento dallo Stato Italiano?
«L’elemosina, come tutti. Non saprei quantificarlo. Ad esempio, per le tre attività dei miei nonni materni, morti esuli, io e mia sorella abbiamo avuto 750mila lire a testa».

Prospettive future?
«Scusi, ma lei così mi provoca. Proprio in questi giorni si parla di far entrare la Croazia in Europa. Davvero un “bel” regalo per far celebrare a noi esuli la Giornata della Memoria, fissata per il 10 febbraio. Ma, dico, non si poteva almeno avere la delicatezza di scegliere un altro periodo? È un affronto far entrare in Europa la Croazia senza che abbia risarcito gli enormi debiti morali ed economici a noi italiani. Non dimentichiamoci che ci hanno massacrato anche dopo la fine della guerra. Per anni».

Se la sente di raccontare cosa accadde a suo padre?
«Mia madre lo vide passare sotto casa trascinato da una catena per buoi. Aveva sulle spalle la croce del suo calvario: un pesante sacco di pietre col quale lo avrebbero lapidato. Tra calci, insulti e percosse lo hanno fatto camminare per cinque chilometri, fino al bosco di Monte Croce. Qui lo hanno finito di massacrare, legato ad un ciliegio, per poi decapitarlo e portare la sua testa da un orologiaio per estrargli due denti d’oro. E pensare che mio padre, che a quel tempo lavorava in Municipio, non voleva credere a queste condanne senza colpa. Era stimato e amato da tutti. Una volta arrestato, non lo vedemmo più. Il capobanda Ivan Motika venne in casa nostra ad annunciare con fierezza la sua morte. Ricordo le sue minacce di morte se avessimo tentato di recuperare il corpo».

"Si moriva per una mela”. Memorie dal lager di Tito

Rossi Kobau fu prigioniero a Borovnica per due anni. E racconta: "Tutti sapevano delle foibe, nessuno parlava". Ottantanove militari sono scomparsi in un buco del terreno distrutto con l'esplosivo di Matteo Sacchi Tratto da Il Giornale del 10 febbraio 2010 Lionello Rossi Kobau, classe 1926, abita in una bella casa milanese vicina ai navigli. Nello sguardo intenso, ma con un guizzo di ironia, gli resta l’aria del giovane che fu, del soldato ragazzino che si arruolò a diciassette anni nel battaglione Benito Mussolini dei Bersaglieri della Rsi. Sì, Lionello Rossi Kobau ha scelto di combattere dalla parte sbagliata, lo ha fatto in un’età che per definizione non è ancora quella della ragione ma quella del cuore, della rabbia, a volte dell’orgoglio. A tanti anni di distanza, seduto nel suo salotto dove lo costringono le sue anche malandate, quella decisione la racconta così: «Quando si parla dell’8 settembre e delle scelte che hanno fatto le persone non si ragiona mai a partire dai luoghi. Io ero nato e vissuto a Monfalcone. E in Venezia Giulia più che scegliere tra un’ideologia o l’altra si trattava di scegliere se restare italiani o accettare l’idea di un’occupazione slava. Io ho scelto di essere italiano, il resto è stata una conseguenza... Questo lo scoprirono, dolorosamente, anche coloro che scelsero di essere partigiani ma non vollero piegarsi alla volontà di occupazione dei titini». E proprio questa scelta di italianità ha portato Lionello Rossi Kobau a essere uno dei pochi testimoni superstiti degli atroci campi di concentramento jugoslavi tra cui quello di Borovnica. Campi in cui finirono non solo i «fascisti» della Rsi, non solo i poliziotti o i carabinieri, ma anche civili, partigiani, chiunque avesse un cognome italiano. «Quello che è capitato a me e tanti altri - spiega Rossi Kobau - io l’ho messo subito per iscritto. Ogni volta che trovavo un pezzo di carta prendevo appunti. Ma poi per anni non ho avuto nemmeno il coraggio di pensarci. Ho trasformato tutto in un libro solo nel 2001 (Prigioniero di Tito 1945-1946, Mursia, euro 12,40, ndr). Prima in pochi avrebbero avuto voglia di ascoltare la mia storia. E del resto tornare a pensarci mi ha prodotto una grande sofferenza, anch’io per anni ho preferito non guardare indietro...». E ascoltando il suo racconto questo desiderio appare più che comprensibile. «Il mio battaglione si è arreso ai titini il 30 aprile del 1945. Ci avevano promesso l’onore delle armi e un rapido rientro in patria. Noi ci abbiamo creduto: avevamo operato nella valle del Baccia, dove con la popolazione slovena avevamo stabilito rapporti più che cordiali nonostante la necessità di scontrarci con i partigiani che spesso erano loro parenti. Ma già il 3 maggio abbiamo capito di esserci sbagliati. Ci hanno portato a Tolmino, dove sono iniziati degli interrogatori brutali. Quello che potevi fare era solo cercare di scegliere la fila che portava alla stanza da cui sentivi urlare di meno... Cercavano di farci confessare qualcosa, qualsiasi cosa... Ma non erano gli sloveni con cui avevamo avuto a che fare a comportarsi così. Anzi, molte persone vennero dalla Valle del Baccia a portarci da mangiare. Mancando delle accuse di qualsiasi tipo i partigiani venuti da fuori dovettero inventarsi qualcosa, qualsiasi cosa. E così uccisero a caso, portarono via 89 di noi. In parte li impiccarono, in parte li buttarono in una foiba, la fecero saltare con loro dentro...». Ma anche per i superstiti iniziò un’odissea tremenda. «Fummo portati al campo di Borovnica e lasciati morire di fame. In pochi giorni mangiammo tutta l’erba... Quando nel campo non ci fu più niente di verde qualcuno iniziò ad allungare le mani fuori dal recinto, i ragazzini che stavano sulle torrette gli sparavano addosso... E a noi toccava prendere i cadaveri e buttarli nelle latrine o nei canali vicini al campo...». E se gli abitanti di Borovnica, impietositi, cercavano di aiutare gli italiani, questo a volte era più un male che un bene: «Ci sono miei compagni di prigionia che sono stati appesi al palo con il filo spinato perché sono stati trovati con una mela. E dopo ore di tortura sono stati fucilati. Di alcuni ricordo i nomi: Fernando Ricchetti, Giuseppe Spanò... Di altri no, come un civile a cui venne spezzata la schiena...». Questa feroce macelleria con alti e bassi dura, per chi sopravvive e non viene rimpatriato prima, sino al 1946. «E lo ribadisco: per finire in questi campi bastava essere italiani, ho incontrato lì anche un ragazzo ebreo che si chiamava Davide e che aveva la sfortuna di parlare italiano. Ho incrociato anche partigiani della Garibaldi buttati lì con noi, uno che si chiamava Mario mi diceva: “Ma ti pare giusto che sia qui con te che la guerra l’hai persa?”. Io non sapevo cosa dirgli, a quel punto eravamo tutti solo poveri italiani. Spero si sia salvato». E la cosa più grave, secondo Lionello Rossi Kobau, è che di quei prigionieri non importava nulla a nessuno: «In Italia si sapeva, sia per le testimonianze di alcuni dei primi che tornarono sia per le denunce del vescovo di Trieste... Sarebbe bastato mandare del cibo per maiali e un po’ di pressione diplomatica degli alleati per salvare molti dalla morte per fame... Gli jugoslavi non avevano quasi più nulla e quel poco non lo davano certo a noi... Tutti però erano troppo impegnati a suonare il violino a Tito per staccarlo da Stalin. Devo anche dire che a Borovnica c’era un commissario politico che si chiamava Anton Markovic e veniva da Dobrovo. Contestò molti dei soprusi che subivamo, litigò furiosamente con i comandanti del campo ma venne ignorato sistematicamente. Fu comunque uno dei pochi che cercò di far qualcosa...». Ma ci sono anche eventi più recenti che fanno soffrire questo reduce da un’esperienza così terribile. «Ritrovare i corpi dei morti nel campo do Borovnica è quasi impossibile. I bersaglieri che invece vennero uccisi e infoibati vicino a Tolmino quelli sarebbe possibile ritrovarli. Ci provo dal 2006 anche grazie all’aiuto di alcuni abitanti. Ma le autorità slovene danno un aiuto formale e molto poco sostanziale. Si limitano a dire: voi diteci dove scavare e noi scaviamo. Quanto al Commissariato generale italiano per le onoranze ai caduti di guerra, i suoi vertici cambiano spesso e questo rende il lavoro discontinuo e sino a ora infruttuoso. E io divento sempre più vecchio e più stanco... Nel 2008 mi sono fatto accompagnare a Tolmino da mio figlio (il noto comico Paolo Rossi, ndr). Abbiamo idee politiche diverse, ma in questa vicenda mi ha sempre aiutato. Quando ha visto il paese mi ha detto: “Qui è pieno di turisti che vanno a pesca, sembra la Svizzera, non credo vogliano ricordare quel passato, non lo vogliono un cippo. Forse nemmeno per i loro... ”. Temo avesse ragione, anche se io non voglio arrendermi».