DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Visualizzazione post con etichetta Resistenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Resistenza. Mostra tutti i post

Quando l’Illuminismo diventa chiacchiera da bar. di Ernesto Galli Della Loggia

L’Osservatore Romano venerdì 26 marco 2010

L'editoriale apparso sul «Corriere della Sera» del 21 marzo 2010. L'autore è professore ordinario di Storia contemporanea presso l'Istituto Italiano di Scienze Umane.

di Ernesto Galli Della Loggia


Sempre più di frequente il discorso pubblico delle società occidentali mostra un atteggiamento sprezzante, quando non apertamente ostile, verso il Cristianesimo. All'indifferenza e alla lontananza che fino a qualche anno fa erano la regola, a una secolarizzazione per così dire silenziosa, vanno progressivamente sostituendosi un'irrisione impaziente, un'aperta aggressività che non è più solo appannaggio di ristrette cerchie di colti, come invece avveniva un tempo. Il bersaglio vero e maggiore è nella sostanza l'idea cristiana nel suo complesso, come dicevo, ma naturalmente, non foss'altro che per ragioni numeriche e di rappresentanza simbolica, sono poi quasi sempre il cattolicesimo e la sua Chiesa a essere presi in special modo di mira. Dappertutto, ma, come è ovvio, in Italia più che altrove.

Il celibato, il maschilismo, la pedofilia, l'autoritarismo gerarchico, la manipolazione della vera figura di Gesù, l'adulterazione dei testi fondativi, la complicità nella persecuzione degli ebrei, le speculazioni finanziarie, il disprezzo verso le donne e la conseguente negazione dei loro «diritti», il sessismo antiomosessuale, il disconoscimento del desiderio di paternità e maternità, il sostegno al fascismo, l'ostilità all'uso dei preservativi e dunque l'appoggio di fatto alla diffusione dell'Aids, la diffidenza verso la scienza, il dogmatismo e perciò l'intolleranza congenita: la lista dei capi d'accusa è pressoché infinita, come si vede, e se ne assommano di vecchi, di nuovi e di nuovissimi. Ma da un po' di tempo vi si aggiunge qualcosa che contribuisce a dare a quelle imputazioni un peso e un senso diversi, un impatto più largo e distruttivo, finendo per unirle tutte nel segno di un attacco solo complessivo.

Questo qualcosa è un radicalismo enfatico nutrito d'acrimonia; è, insieme, una contestazione sul terreno dei principi, un chiedere conto dal tono oltraggiato e perentorio che da tutta l'idea di voler preludere a una storica resa dei conti. Ciò che più colpisce, infatti, della situazione odierna — e non solo immagino chi è credente ma pure, e forse più, chi come il sottoscritto non lo è — è soprattutto l'ovvietà ideologico-culturale della posizione anticristiana, la sua facile diffusione, oramai, anche in ambienti e strati sociali non particolarmente colti ma «medi», anche «popolari».

Ai preti, alla Chiesa, alla vicenda cristiana non viene più perdonato da nessuno più nulla. Si direbbe — esagero certo, ma appena un poco – che ormai nelle nostre società, a cominciare dall'Italia, lo stesso senso comune della maggioranza stia diventando di fatto anticristiano. Anche se esso preferisce perlopiù nascondersi dietro la polemica contro le «colpe» o i «ritardi» della Chiesa cattolica. Tra i tanti e assai complessi motivi che stanno dietro questa grande trasformazione dello spirito pubblico del Paese ne cito tre che mi paiono particolarmente significativi.

Al primo posto l'ingenuità modernista, l'illuminismo divenuto chiacchiera da bar. Ci piace pensarci compiutamente moderni, e modernità sembra voler dire che gli unici limiti legittimi siano quelli che ci poniamo noi stessi. Le vecchie autorità sono tutte morte e al loro posto ha diritto di sedere solo la Scienza. Siamo capaci di amministrarci finalmente da soli, non c'è bisogno d'alcuna trascendenza che c'insegni dov'è il bene e dov'è il male. Che cosa c'entrano dunque la religione con i suoi comandamenti, i preti con i loro divieti? Accade così che ogni cosa che getta ombra sull'una o sugli altri ci appaia allora come la rassicurante conferma della nostra superiorità: alla fin fine siamo migliori di chi pure vorrebbe farci continuamente la lezione.

E poi — ecco un secondo motivo — la Chiesa e tutto ciò che la riguarda (religione inclusa) ricadono nella condanna liquidatoria del passato, di qualsiasi passato, che in Italia si manifesta con un'ampiezza che non ha eguali. Il che significa non solo che tutto ciò che è antico, che sta in una tradizione, è perciò stesso sempre più sentito come lontano ed estraneo (unica eccezione l'eno-gastronomia: l'ideologia dello slow food è la sola tradizione in cui gli italiani di oggi si riconoscono realmente), ma significa anche, questa messa in mora del passato, che il pensare in termini storici sta ormai diventando una rarità.

Sempre più diffusi, invece, l'ignoranza della storia, dei contenuti reali delle questioni, e l'antistoricismo, l'applicazione dei criteri di oggi ai fatti di ieri: da cui la ridicola condanna di tutte le malefatte, le uccisioni e le incomprensioni addebitabili al Cristianesimo, a maggior gloria di un eticismo presuntuoso che pensa di avere l'ultima parola su tutto. E da ultimo il cinismo della secolare antropologia italiana, e cioè il fondo limaccioso che si agita al di sotto dell'appena sopraggiunta ingenuità modernista. Il cinismo che sa come va il mondo e dunque non se la beve; che appena sente predicare il bene sospetta subito il male; che ha il piacere dello sporco, del proclamarne l'ubiquità e la forza. Quel feroce tratto nazionale che per principio non può credere in alcuna cosa che cerchi la luce, che miri oltre e tenga lo sguardo rivolto in alto, perché ha sempre bisogno di abbassare tutto alla sua bassezza.

“La resistenza tricolore” di Arrigo Petacco e Giancarlo Mazzuca. Quei partigiani dimenticati

"La resistenza tricolore" di Arrigo Petacco.Quei  partigiani dimenticati

di Arrigo Petacco

A gli inizi si chiamavano «badogliani», perché la prima resistenza contro i tedeschi dopo l’8 settembre 1943 fu condotta esclusivamente da quei militari che, invece di sbandarsi, obbedirono all’ordine del governo Badoglio di resistere agli eventuali attacchi dell’ex alleato tedesco. Poi, quando si scoprì che il maresciallo Pietro Badoglio non era, in fin dei conti, tanto meglio di Benito Mussolini, si chiamarono «ribelli» per distinguersi dai «repubblichini» che avevano aderito alla Repubblica di Salò. Il termine più consono di «patrioti» fu invece rifiutato perché la retorica fascista aveva troppo inflazionato il patriottismo.

Lo mantennero invece gli Alleati, tanto è vero che il famoso diploma Alexander, rilasciato a guerra finita a chi aveva combattuto contro i tedeschi, è testualmente definito «Certificato al patriota» e non «al partigiano». D’altra parte, quest’ultimo termine non tornava gradito agli Alleati perché evocava i «partizan» sovietici e iugoslavi di ispirazione comunista. Infatti entrò in uso da noi molto più tardi, non prima dell’estate del 1944, quando le bande si politicizzarono e alcune di esse adottarono anche il sistema gerarchico dell’Armata rossa, creando una figura nuova senza precedenti nella nostra tradizione militare. Quella del commissario politico, quasi sempre comunista, che esercitava maggior autorevolezza dello stesso comandante militare. Questa duplicità, che distinse anche le bande (da una parte rispetto del superiore, la fedeltà al giuramento, dall’altra nessuna distinzione di grado, uguaglianza formale e pesante indottrinamento politico), degenererà purtroppo anche in scontri.

La premessa era necessaria per fare un po’ di chiarezza sul polverone propagandistico sollevato nel dopoguerra, che ha finito per «sollevare», come scriveva Mario Pannunzio, «il Pci sopra tutti gli altri partiti nella lotta contro il fascismo ed espellendo dal condominio dei vincitori tutti gli ospiti non graditi». Gli ospiti non graditi erano molti di più delle decine di migliaia di partigiani che componevano le brigate comuniste. Erano le centinaia di migliaia di soldati che combatterono tedeschi e fascisti indossando il grigioverde, ma anche quei partigiani che rifiutarono il fazzoletto rosso al collo rischiando, come accadde a Porzus e altrove, di perdere la vita per questo rifiuto.

Una cappa di interessato silenzio ha gravato per lungo tempo sulla Resistenza dei «partigiani con le stellette» che, dopo l’8 settembre, a Cefalonia, a Lero, sulla corazzata Roma, in Iugoslavia, in Italia col Corpo volontari per la libertà e altrove, hanno lasciato sul campo oltre 90 mila caduti.

Altrettanto è stato fatto nei riguardi dei 600 mila soldati italiani deportati in Germania che preferirono languire e morire nei lager piuttosto che aderire alla Repubblica di Salò. Basti dire che il futuro segretario del Pci Alessandro Natta nel 1954 aveva scritto un libro sulla sua vicenda di prigioniero in Germania, ma il suo partito aveva giudicato «non opportuna» la pubblicazione. Natta riuscì a pubblicarlo, col titolo L’altra Resistenza, solo nel 1997, dopo la caduta del Muro.

Fu dunque grazie a una subdola operazione di maquillage che il Pci riuscì a tingere di rosso la ricorrenza del 25 aprile che avrebbe dovuto essere (e lo sarà, si spera, d’ora in poi) una celebrazione condivisa da tutti gli italiani.


  • Giovedì 29 Aprile 2010


© Copyright Panorama

Sangue nero sangue rosso. di Giampaolo Pansa

Posso dire che invidio Michele Serra? Lo invidio perché ha vent' anni meno di me e non è afflitto da troppi ricordi. Forse è per questo vantaggio che Michele è caduto nell' «intelligente trappola» tesa da Mario Pirani. Serra pensava che l'articolo pubblicato venerdì 7 novembre su Repubblica "La memoria delle vendette partigiane" fosse «fresco di giornata», come confessa nella sua "Amaca". E non la ristampa di un intervento già apparso tredici anni fa, il 5 settembre 1990. A differenza di Michele, non sono finito nella trappola di Pirani. In quel tempo lavoravo a Repubblica. E ricordavo l'articolo, anche perché la sua tesi non mi aveva convinto. La tesi può essere riassunta così: quanto è avvenuto nell'Italia del nord dopo il 25 aprile 1945 è tutto noto, studiato, pubblicato, risaputo, scontato. Dunque non vale la pena di ritornarci sopra. Nel post scriptum, vergato oggi, anno 2003 Pirani ribadisce questa opinione dopo l'uscita del Sangue dei vinti. Lui non si spiega perché mai il mio libro «torni a suscitare l'osanna dell'insperata riscoperta e le lamentazioni accorate di quanti s'inventano una persecuzione che, fin qui, avrebbe loro chiuso la bocca e impedito la ricerca storica». Certo un osanna senza motivo, dal momento che la mia ricostruzione di quegli eventi sanguinosi è soltanto la riscoperta dell' acqua calda. Impresa nella quale, par di capire, era meglio non mi cimentassi. E' davvero curioso il destino di questo libro. Prima ancora che uscisse ha destato molto interesse. E anche un succedersi di critiche che, mentre passavano i giorni (pochissimi, visto che è apparso il 14 ottobre) si sono attestate su linee sempre diverse e, a mio giudizio, sempre più facili da confutare. Si è cominciato col dire che la pubblicazione del Sangue dei vinti era inopportuna, dato il momento politico, con Silvio Berlusconi al potere, i post-fascisti nel governo, gli attacchi alla Resistenza. Ma chi stabilisce l'opportunità di un libro? Un nuovo ministero della Cultura popolare, a somiglianza di quello mussoliniano? Un Sant'Uffizio tornato a redigere l'indice dei libri proibiti? Non mi pare di vedere in attività nessun Illustrissimo Superiore incaricato della bisogna.
Poi c'è stato chi mi ha dato del falsario (uno solo, un politico socialista in disarmo). Falsario perché avrei scritto di fatti mai avvenuti. Ma sino a oggi nessuno, a cominciar da lui, è stato in grado di contestare l' insieme degli episodi che ho rievocato. Del resto, mi faccio scudo di Pirani: cose risapute, dunque cose vere, no? A quel punto, mi è stato rimproverato di non aver citato le fonti utilizzate. Ho respinto anche questo rilievo. Tutte le mie fonti sono indicate nel testo. E nel caso di fonti a stampa, ho sempre ricordato l'autore, il titolo, l'editore e la data di pubblicazione. Non contento, qualche storico accademico mi ha contestato di aver usato soltanto fonti fasciste. Sì, ho usato anche quelle, dopo averle controllate. Perché non avrei dovuto? Forse che le fonti sono buone o cattive a seconda della loro origine politica? Penso proprio di no. Allo stesso modo, mi sono servito di molte fonti antifasciste, spesso provenienti dagli Istituti per la storia della Resistenza. Mi occupo della nostra guerra interna, di liberazione o civile che dir si voglia, da quasi cinquant'anni. E dico ai miei cortesi contestatori: non fatemi così impreparato e minchione. Adesso, con l'articolo pre e post di Pirani, che ringrazio per tanta attenzione, mi trovo alle prese con l'obiezione di cui ho detto: si sapeva già tutto. Obiezione che ha dettato il titolo del paginone culturale di Repubblica: «Molti hanno discusso Il sangue dei vinti come se le vendette partigiane fossero un assoluto inedito - Quando si perde la memoria». Ossia quando si presentano come novità storie che nuove non sono. Anche in questo caso, ho qualche prova a contrario da addurre. La più ovvia è il successo del Sangue dei vinti, arrivato in meno di un mese a una tiratura di 150 mila copie, come può attestare l'editore, la Sperling&Kupfer. Se tutto fosse già noto, sarebbe accaduto quello che sta accadendo a questo libro? Credo di no. Il mercato, di cui tanto parliamo, si sarebbe dimostrato ben più avaro. La verità, la mia verità, s'intende, è un'altra. Ho dissepolto storie note, anche se a cerchie ristrette di opinione pubblica, storie poco note e storie del tutto ignote. Certo, non ignote ai testimoni dei singoli eventi. E alle famiglie delle persone uccise nella resa dei conti e, dopo, negli omicidi preventivi compiuti in alcune regioni italiane. Però storie sicuramente sconosciute non soltanto a un pubblico vasto, ma anche al vicino della porta accanto. A chi viveva nella stessa città o nel medesimo paese delle vittime. A chi non ha mai saputo nulla del dopo 25 aprile, perché la scuola o la saggistica dominante non glielo hanno mai raccontato.
Il vero difetto del Sangue dei vinti è, semmai, un altro: che dice meno di quanto è avvenuto per mesi e mesi, e in certe aree sino all'autunno 1946 e anche oltre. Di alcune province non ho potuto occuparmi. E di molte tragedie non sapevo nulla. Ne so di più adesso, grazie alle tantissime testimonianze che sto ricevendo. L'altra prova che non si tratta di un libro scontato me la offre proprio il Pirani del 1990. Là dove ricorda che «una storia della violenza in Italia è ancora tutta da scrivere». E là dove sostiene che «l'analisi storica sul nostro passato è ancora monca e di parte». «D'accordo, in questi ultimi tredici anni la ricerca è andata avanti. Ma da storico dilettante vi ho contribuito anch'io (non cito i miei titoli per non passare da presuntuoso). Per restare agli storici professionali, conosco da anni il libro del tedesco Hans Woller, che Pirani mi cita come modello. Ma conosco altrettanto bene gli studi di storici italiani più informati di Woller, come Guido Crainz, Mirco Dondi, Gianni Oliva e Massimo Storchi, per ricordarne soltanto alcuni. Anche loro hanno contribuito ad aprire una porta che per molti anni è rimasta chiusa.
E che doveva restare sbarrata per chissà quanto tempo. Perché doveva? Qui arrivo al nocciolo del problema. Perché, dopo una guerra civile, i vincitori sono gli unici che hanno il diritto di parlare, scrivere, pubblicare. I vinti hanno l'obbligo di tacere. E' accaduto ai fascisti sconfitti e per qualche decennio. Potevano pure offrire in giro i loro ricordi. Ma nessun editore importante li accettava, tranne in casi isolati, come per Giose Rimanelli e Carlo Mazzantini. Dovevano stamparseli a loro spese. E nessun giornale autorevole li segnalava. Adesso non è più così. Dobbiamo rammaricarcene? Ascoltare le voci degli altri è tradire la Resistenza? Raccontare le storie dei tanti morti per vendetta o per odio politico significa schierarsi con i fascisti? Al contrario, io credo che fare questo rafforzi la memoria della Resistenza, la sua carica di libertà, la sua credibilità democratica, la sua pietas. Chi mi dà del voltagabbana per averlo fatto, non merita risposta. E a proposito di capire il perché di una resa dei conti spesso brutale, Pirani definisce «un'autentica sciocchezza» e «ridicola» una delle spiegazioni che nel mio libro ho ricordato, citandola dal lavoro di Elena Aga Rossi e Victor Zaslavsky, Togliatti e Stalin, pubblicato dal Mulino. E' la tesi, per me invece convincente che i dirigenti comunisti italiani intendevano indebolire un'intera classe, la borghesia, e sostituire il vecchio ceto dirigente con una nuova leadership in cui il Pci fosse pienamente rappresentato. E' esattamente ciò che è accaduto, dopo il 25 aprile, in tante località, anche piccole. Dove sono stati giustiziati il podestà, il segretario comunale, il medico condotto, la maestra, l'ostetrica, il possidente o il commerciante più in vista. «Piccole figure senza grande rilievo», come le chiama Pirani? Ceti medi di serie C, che non potevano interessare alla grande politica di alleanze del Pci togliattiano? Ma accoppando questa gente, e facendo sparire i loro corpi, si creava un vuoto che sarebbe stato riempito da un altro ceto. In una seconda fase, dalla metà del 1945 alla fine del 1946, si cominciò a mirare più in alto. Soprattutto in Emilia-Romagna e per opera di una frazione del Pci, un partito deviato cresciuto dentro il partito più grande. Allora cominciarono a essere uccisi il prete battagliero, il manager inviso, l'attivista democristiano, il militare non comunista, l'avvocato liberale, persino un sindaco socialista. Tutti delitti senza neppure il pretesto dell'antifascismo. Ne racconto alcuni nell' ultima parte del Sangue dei vinti, che non è soltanto un libro sul triangolo rosso. A uccidere erano partigiani comunisti che «volevano fare l'epurazione a modo loro», come ammise un sindaco del Pci. E che s'illudevano di cominciare una seconda guerra civile, per la conquista del potere politico in Italia.
Il partito di Togliatti li coprì. Li fece espatriare in Cecoslovacchia e in Jugoslavia. Permise che andassero in galera compagni innocenti al posto di quelli colpevoli. Spinse dei militanti ad accusarsi di un delitto mai commesso per salvare un dirigente sotto processo (il delitto dei conti Manzoni, a Lugo). Un «verminaio», come lo chiamo nel Sangue dei vinti. Così inquinante che, nell'autunno 1946, Togliatti si decise a convocare a Reggio Emilia i sindaci e i capi comunisti di Bologna, di Modena e di Reggio. E gli impose: adesso basta! Ecco una delle storie ancora tutte da scrivere.
«La Repubblica» del 13 novembre 2003

Resistenza. Comunisti contro cattolici?

Due modi di essere antifascisti si sono incrociati in Italia: i «rossi» volevano allargare la partecipazione popolare, per finire la guerra al più presto; invece i «bianchi» applicavano una rigida selezione agli arruolati e ponevano limiti all’attività ribellistica. I primi si battevano senza esclusione di colpi, secondo spietate regole di guerriglia; i secondi cercavano di umanizzare lo scontro, evitando le violenze non necessarie e limitando le occasioni di rappresaglie sui civili. Chi aveva ragione? Subito dopo la Liberazione gli scontri tra le varie anime della lotta patriottica si giocarono sul persistente ricorso alla vendetta armata. La Chiesa fu inflessibile nel denunciare tutte le esecuzioni sommarie compiute dai comunisti. In compenso, la memoria di tanti cristiani martiri della dittatura nazifascista, compresi molti sacerdoti che si erano impegnati direttamente nelle fila partigiane, si affievolì

di Giorgio Vecchio
Anche senza riprendere la ormai citatissima tripartizione proposta da Claudio Pavone tra guerra patriottica, guerra civile e guerra di classe e ferme restando tutte le inevitabili frizioni provocate dai diversi obiettivi finali («soltanto» la liberazione dell’Italia dai tedeschi o anche e «soprattutto» l’avvio di un processo rivoluzionario per il superamento del sistema socio-economico capitalistico?), va ricordato che i comunisti puntavano ad allargare il più possibile la partecipazione popolare alla lotta patriottica, imprimendole un carattere di inflessibile durezza, allo scopo di finire al più presto la guerra, mentre al contrario i cattolici e in genere i moderati ricercavano una rigida selezione degli effettivi partigiani e ponevano dei limiti all’attività ribellistica. Essi si sentivano inoltre – come gli azionisti e gli autonomi – più vicini alle logiche e alle forme tradizionali dell’esercito che non a quelle di un popolo chiamato alla rivoluzione. Uno dei protagonisti cattolici della repubblica di Montefiorino, Ermanno Gorrieri, ha ben colto queste differenze: «In sostanza, da parte comunista […] si tendeva a condurre la guerra partigiana senza esclusione di colpi, accettando senza esitare il carattere violento e spietato imposto alla lotta dai fascisti e dai nazisti […] Da parte democristiana l’aspirazione invece era quella di 'umanizzare' la lotta, evitando gli spargimenti di sangue che non fossero necessari e limitando le occasioni di rappresaglie e di sofferenze per le popolazioni inermi. Nessun dubbio sulla maggiore efficacia del tipo di lotta sostenuto dai comunisti mentre dal punto di vista del costo umano è certo che esso fu più elevato».
L’impostazione cattolica appariva certamente coerente con la visione della vita e della persona che scaturiva dalla religione, ma – sul piano pratico – si doveva comunque fare i conti con le argomentazioni addotte dai comunisti, anch’esse finalizzate a contenere le perdite umane, seppure seguendo un percorso diretto. A costo di apparire salomonici, si potrebbe dire che entrambe le strade presentavano vantaggi e svantaggi. Ma ciò che conta è che quelle due diverse strade erano divergenti o, meglio, continuamente si incrociavano per poi tornare a dividersi. E che gli incroci ci fossero è fuori dubbio. È bene allora ricordare che i momenti di unità ci furono e che per la prima volta nella storia italiana forze tanto radicalmente contrapposte lavorarono insieme. Ci si conobbe: non più da una parte e dall’altra si pensava a marionette o figure astratte, ma si conoscevano ora dal vivo i volti, la voce, il coraggio o le debolezze del nuovo compagno di avventura. Va aggiunto che anche sulla presenza del prete in mezzo alle formazioni partigiane – pur non mancando episodi di rifiuto o quantomeno di diffidente freddezza – si trovarono forme nuove di intesa. Vari comandanti comunisti richiesero infatti la presenza di cappellani militari e tra questi fu il celebre Moscatelli, che nel luglio 1944 ottenne dal vescovo di Novara il permesso di aggregare alle sue formazioni un ufficiale cappellano, annunciando poi con grande solennità la decisione e componendo, lui ateo, persino una preghiera dei garibaldini, con tanto di «santino» di san Michele. Non vanno sottovalutati questi incontri al momento di riflettere poi sullo spirito e sullo sforzo unitari compiuti da cattolici, comunisti, socialisti e azionisti nel periodo dell’Assemblea Costituente. Come detto, però, le differenze esistevano e talora portavano a duri scontri, anche armati, al momento di prendere decisioni gravi, specialmente nel caso di esecuzioni. Don Rino Cristiani, cappellano garibaldino nella divisione «Aliotta» nell’Oltrepò pavese, tentò invano di impedire la fucilazione di prigionieri fascisti.
Emblematico è il suo colloquio con «Piero» (il comunista reggiano Orfeo Landini), alla fine del novembre 1944, allorché il prete tentò di impedire la fucilazione di 12 fascisti a Cencerate. Secondo don Rino il breve dialogo si svolse così: «Con questo gesto, non salvi l’Italia e rischi di farci perdere tutto. Torna sulle tue decisioni». «Hai fatto la tua parte? – rispose seccato [Piero] – Allora levati di mezzo». Le divergenze portarono anche all’uso delle armi. È questo uno dei capitoli più segreti e dolorosi della storia della Resistenza e sarebbe ormai tempo – recuperando eventuali tanti episodi dimenticati o chiarendo i fatti controversi – di arrivare a una sintesi e a una valutazione complessiva del fenomeno dei partigiani uccisi da altri partigiani. In pratica è entrato nella storia più conosciuta solo l’episodio avvenuto in Friuli a Porzûs il 7 febbraio 1945, allorché un battaglione di garibaldini attaccò e uccise 19 partigiani appartenenti alla Brigata Osoppo. Non si trattò solo di quello. Cito tra i tanti il colonnello Raffaele Menici, catturato in seguito a un accordo tra alcune Fiamme Verdi e i tedeschi, e ucciso per mano partigiana il 17 novembre: sul fatto – ancora controverso – il principale animatore della Resistenza camuna, don Carlo Comensoli, espresse a suo tempo un durissimo giudizio. Per quanto riguarda l’Emilia limitiamoci qui a richiamare solamente tre vittime significative, una per ciascuna delle province centrali della regione, anche perché due di loro sono state recentemente studiate.
Anzitutto clamoroso risulta essere il caso di Dante Castellucci «Facio», già amico e stretto collaboratore dei Cervi, poi comandante del battaglione Guido Picelli sull’Appennino parmense, giustiziato da un plotone d’esecuzione partigiano il 22 luglio 1944, dopo un processo farsa orchestrato dal comunista Antonio Cabrelli. Ma ciò che è più incredibile è il «dopo»: non solo per i falliti tentativi di ottenere giustizia, condotti anche dalla compagna di Facio, Laura Seghettini, ma soprattutto per la falsificazione operata al momento di motivare la concessione della medaglia d’argento alla memoria a Castellucci: la sua morte fu presentata ufficialmente come procurata dal nemico dopo uno strenuo combattimento e il rifiuto della resa. Nel Reggiano, invece, la storia di Mario Simonazzi «Azor» (e poi «Salardi») è emblematica; scomparso il 21 marzo 1945, il suo corpo sarà casualmente ritrovato nell’agosto successivo.
Su «Azor» cadrà malgrado tutto una coltre di silenzio e anche la stampa locale si guarderà bene dal riprenderne il ricordo, fino all’ultimo «insulto» (ci si permetta di chiamarlo così) di inserirlo nelle liste dei caduti della Rsi!
Infine non va dimenticato, nel Modenese, l’analogo caso di Giovanni Rossi, il capo partigiano ucciso dai comunisti a Monterotondo, perché non intendeva adeguarsi alle direttive del Pci e rivendicava piena libertà d’azione. Subito dopo la Liberazione incontri e scontri tra le varie anime della Resistenza si giocarono anzitutto sul persistente ricorso alla violenza. Da parte cattolica la denuncia delle esecuzioni sommarie fu serrata, a partire dai vescovi per arrivare ai parroci che in varie circostanze tentarono di impedire le esecuzioni e, quando ciò non risultava possibile, almeno di assicurare i conforti religiosi ai condannati. Ma ci si incontrò e scontrò anche in relazione al giudizio da dare sul «trasformismo». La politica comunista, di aprire le porte del partito anche agli ex­fascisti, i quali – come spesso succede – si mostrarono presto più rigidi e fanatici di chi già da tempo era antifascista, non fu condivisa da tutti. L’amarezza di molti partigiani autentici si manifestò anche al momento delle celebrazioni ufficiali della Liberazione, quando essi si accorsero del consistente numero di arruolati dell’ultima ora, capaci magari di arrivare a porsi in prima fila. Don Aurelio Giussani, che era stato uno degli animatori dell’Oscar, rete di soccorso per ebrei e ricercati, e che poi era dovuto fuggire da Milano sull’Appennino parmense divenendo cappellano partigiano, descrisse con queste parole la sfilata del 6 maggio 1945 a Milano: «A dire la verità, fra tante divise, bandiere, decorazioni, mi trovo come sperso; mi pare di trovarmi trascinato in una carnevalata organizzata in tutta fretta a gara di velocità dai vari partiti che si contendono la gloria dell’eroismo e della libertà conquistata. Tra tanto esibizionismo resto quasi stomacato; tra tutta quella gente che all’ultimo momento ha saputo cambiare casacca non mi trovo affatto. Tutte le volte che, braccato, con la polizia alle calcagna, sono sceso a Milano, non ho avuto la sensazione di avere tanti amici e collaboratori nella guerra; al contrario si era troppo pochi ed isolati fra tante spie, fra tanti paurosi e tra gente abile solo nel doppio gioco. In testa a tutti in questa corsa è il Partito Comunista».
Trarre da queste citazioni la conclusione che solo il Pci imbarcò ex fascisti e convertiti dell’ultima ora sarebbe falso e ingiusto, così come sarebbe forzata una riduzione della politica di «conciliazione», voluta da Togliatti e culminata nell’amnistia del giugno 1946, a operazione puramente strumentale.
Tutte le forze politiche, in misura maggiore o minore furono toccate dal fenomeno del trasformismo, che del resto è purtroppo usuale in ogni momento di transizione politica e di cambiamento del potere. Semmai il vero problema era di stabilire in base a quale criterio attribuire la qualifica di «vero» o di «falso» partigiano. E qui si torna ai nodi centrali sopra ricordati, sui modi di conduzione della lotta e sui criteri di selezione dei combattenti e poi degli iscritti ai partiti democratici, oltre che alle vivaci e pluridecennali polemiche sul cosiddetto «attendismo». Anche la partecipazione di centinaia e centinaia di preti alla Resistenza si giocò infatti in tante forme diverse, dall’aiuto a ebrei e perseguitati all’incitamento ai giovani ad andare in montagna, dal sostegno alla lotta armata stando nelle retrovie alla diretta presenza nelle bande armate e persino in alcuni casi capeggiando militarmente le bande stesse o ponendosi a capo dei Cln locali. Questo fatto indiscutibile non può però essere assunto in modo totalizzante, quasi che tutta la Chiesa e tutto il clero si siano comportati così: tra i preti italiani non mancarono – qui sì – attendismi, paure, vigliaccherie e seppure in modo nettamente minoritario anche adesioni alla Rsi. Va peraltro osservato che nel successivo clima della guerra fredda il ricordo di questa Resistenza dei preti si affievolì e venne – sembra di poter dire – volutamente attenuato. La memoria dei preti partigiani fu fatta rapidamente svanire e fin qui si può anche comprendere in un certo qual modo l’imbarazzo di esaltare persone che – pur consacrate – avevano comandato formazioni armate, diretto operazioni militari, magari portato personalmente le armi, come nei casi del bergamasco don Antonio Milesi «Dami» e del bresciano don Vittorio Bonomelli «Platone». Caddero però nell’oblio anche quei preti che non avevano direttamente partecipato alle azioni militari, ma che ugualmente si erano «compromessi» con la Resistenza o avevano dovuto prendere la via della deportazione e del Lager. La Chiesa cattolica italiana ha smarrito la memoria di tutti questi uomini che, per di più, tendevano a rifuggire dalle celebrazioni e in più di un caso si «riconvertirono» ad azioni di tipo sociale o di volontariato di frontiera. È sintomatico dunque il fatto che il «Martirologio del clero italiano» metta insieme alla rinfusa tutti i preti morti nel periodo della guerra e dell’immediato dopoguerra, senza distinguere tra quanti furono uccisi da tedeschi e fascisti e chi cadde per mano partigiana; anzi, a loro vengono mescolati i cappellani militari caduti al fronte, le vittime dei bombardamenti aerei e pure coloro che avevano perso la vita in seguito a incidenti più o meno banali. Qualcosa di analogo è avvenuto pure a Reggio Emilia, dove il vescovo Socche e la Chiesa locale elencarono insieme, senza distinzioni, i preti uccisi per motivi e per mani diverse. L’intento di tutto ciò è abbastanza evidente: da un lato si puntava a ridurre la portata della collaborazione – pur problematica – attuatasi nel 1943-1945 tra preti, cattolici e comunisti; dall’altro si voleva sottolineare l’identità tra la violenza «nera» e quella «rossa», quest’ultima semmai giudicata ben più attuale e pericolosa. Una pur sommaria sintesi storica deve invece distinguere tra loro i diversi episodi, ferma restando ovviamente la netta condanna di tutti gli omicidi, a prescindere dalle motivazioni e dagli esecutori o dai mandanti. In un primo gruppo vanno considerati ovviamente quanti furono uccisi dai nazifascisti: anzitutto don Pasquino Borghi, fucilato a Reggio Emilia il 30 gennaio 1944, e poi don Battista Pigozzi, parroco di Cervarolo, fucilato dai tedeschi con 23 parrocchiani il 20 marzo 1944 e don Giuseppe Donadelli, parroco di Vallisnera, ammazzato dai fascisti con due parrocchiani il 2 luglio 1944. In un secondo gruppo compaiono quei preti morti per mano partigiana e a causa delle proprie vere o presunte compromissioni con Salò: don Luigi Manfredi, parroco di Budrio di Correggio, ucciso perché ingiustamente ritenuto responsabile di aver favorito proprio la cattura di don Pasquino Borghi (14 dicembre 1944), don Dante Mattioli, parroco di Cogruzzo, sospetto collaborazionista (11 aprile 1945) e don Carlo Terenziani, parroco a Ca’ de’ Caroli, prelevato a Reggio Emilia e ucciso poco dopo (29 aprile 1945). In quest’ultimo caso siamo di fronte al caso politicamente più evidente, visto il passato della vittima come cappellano della Milizia fascista. Vi è infine il gruppo di preti sul cui comportamento durante la Resistenza nulla si poteva obiettare, ma che vennero uccisi per mano comunista in quanto non era gradita la loro netta presa di distanze dalle violenze più estreme e ingiustificate compiute da taluni esponenti della Resistenza.
Ricorrono qui i nomi noti di don Giuseppe Iemmi, curato di Felina, ucciso il 19 aprile 1945 e di don Umberto Pessina, parroco di San Martino in Piccolo di Correggio, ucciso il 18 giugno 1946. Mi sembra rimangano ancora nella penombra i reali motivi dell’uccisione di don Luigi Ilariucci, parroco di Garfagnolo presso Castelnuovo ne’ Monti (19 agosto 1944), don Sperindio Bolognesi, parroco di Nismozza, morto a causa di un ordigno (25 ottobre 1944), don Aldemiro Corsi, parroco di Grassano (22 novembre 1944). A questi uomini viene solitamente affiancato il seminarista quattordicenne Rolando Rivi, ucciso il 13 aprile 1945 alle Piane di Monchio, per il quale è stato di recente avviato il processo canonico di beatificazione.
________________________________________________

La dolorosa vicenda di don Pessina fu alle origini di un importante scritto di don Primo Mazzolari, su sollecitazione di don Emanuele Rabitti, parroco proprio di San Martino Piccolo di Correggio, nell’ambito di un più vasto progetto finalizzato a onorare don Pessina e con lui tutti i preti uccisi tra guerra e dopoguerra. Nacque così «I preti sanno morire. La Via Crucis continua», un testo con il quale don Mazzolari riuscì a spostarsi su un piano di meditazione spirituale e a sottrarsi di conseguenza ai rischi di nuove strumentalizzazioni polemiche. Si potrebbe aggiungere che sul piano degli studi andrebbe colmato il divario che tuttora resiste tra quanti si sono dedicati al compito di tutelare la memoria di questi preti e gli storici di professione, al punto che il ricordo di queste vittime rimane affidato a una lunga serie di studi locali, di volumetti o opuscoli dalle più diverse finalità. Per tanti e vari motivi, dunque, la storia della Resistenza è ancora ben lungi dall’essere scritta in modo definitivo e convincente. Applicarsi a questo tipo di ricerche con grande libertà di spirito e ampi orizzonti nella ricerca di fonti e testimonianze significa oggi compiere non solo un’attività scientificamente necessaria, ma anche un’operazione di evidente rilievo culturale e civile, convinti che quella stagione, pur tra errori, complicità e deformazioni di ogni genere abbia comunque rappresentato uno dei momenti più alti della nostra storia nazionale.
E convinti che mettere in evidenza il «male» della Resistenza sia il modo migliore per farne risaltare il «bene» di fronte a ogni interessata demolizione.
_____________________________________________

Le vicende del 25 aprile sono ancora lungi dall’essere scritte in modo definitivo e convincente, ad esempio sui rapporti tra i vari «colori» delle parti in gioco. In questo, un ruolo particolare rivestono le storie dei tanti preti uccisi dai partigiani, da don Pessina a Rolando Rivi, da don Iemmi a don Manfredi.
_____________________________________________

Sarebbe ormai il tempo adatto, recuperando episodi dimenticati o chiarendo i fatti controversi, di arrivare a una sintesi e a una valutazione complessiva del fenomeno dei partigiani uccisi da altri partigiani. Nella storia più nota è entrato solo l’episodio di Porzûs, allorché nel febbraio 1945 un battaglione di garibaldini attaccò e uccise 19 appartenenti alla Brigata Osoppo. Ma non si trattò solo di quello.
______________________________________________

Due tattiche diverse e anche divergenti. Ma i momenti di unità ci furono, anzi per la prima volta nella storia d’Italia forze tanto contrapposte lavorarono insieme Ci si conobbe: da una parte e dall’altra non si parlava più solo di figure astratte. Si vedevano ora dal vivo i volti, la voce, il coraggio o le debolezze del nuovo compagno. Persino sulla presenza del prete nelle bande si trovarono forme di intesa.
_____________________________________________

Morelli «Il Solitario», l’eroe della «Penna»
Giorgio Morelli (nella foto) non aveva paura: quando subì, nel gennaio 1946, l’attentato che l’avrebbe portato alla morte un anno e mezzo dopo, girava spavaldo per Reggio Emilia con l’impermeabile bucato dalle pallottole che i comunisti gli avevano sparato. Del resto «Il Solitario» era stato partigiano. Nato nel 1926 in una famiglia molto cattolica, subito dopo l’8 settembre 1943 comincia a collaborare con un giornaletto studentesco clandestino e dall’estate successiva si unisce alle «Fiamme Verdi» fondate e comandate da don Domenico Orlandini. La sua arma però è la penna; insieme all’amico Eugenio Corezzola e col sostegno di Giuseppe Dossetti, nell’aprile 1945 diffonde il primo numero del ciclostilato «La Penna»: titolo che non si riferisce allo strumento di scrittura, bensì al nome di una cima dell’Appennino. Il settimanale «di guerra» fa solo 4 uscite: il 24 aprile, infatti, Morelli è tra i primi partigiani che entrano in Reggio libera. Subito dopo però arrivano le disillusioni e i tradimenti, per reagire ai quali «Il Solitario» e Corezzola decidono di riprendere l’esperienza giornalistica con «La Nuova Penna», il cui primo numero è del 23 settembre 1945.
Seguono molte battaglie per la verità.
Giorgio Morelli morirà l’8 agosto 1947 in un sanatorio del Trentino per i postumi dell’attentato subìto nel 1946.


«Avvenire» del 25 aprile 2010

Porzus. Il film da vedere online. La strage di Porzus e la storia ritrovata






Il 7 febbraio 1945, mancavano poche settimane alla fine della guerra, sul confine nordorientale della nostra penisola avvenne uno degli episodi più gravi della guerra civile italiana. Un centinaio di gappisti comunisti, guidati da Mario Toffanin, il comandante Giacca, passò per le armi 22 partigiani di vario orientamento, cattolico e liberale, tra cui il comandante Francesco De Gregori (zio del cantautore), nome di battaglia Bolla, e Guido Pasolini, fratello dello scrittore Pier Paolo. Perché questa strage? A rispondere a questa domanda, senza peli sulla lingua, è oggi sulle ottime pagine culturali del quotidiani "Avvenire" la storica Elena Aga Rossi, che sabato alle 9,30 parteciperà a un convegno nella sala del consiglio provinciale di Udine assieme ad altri studiosi di vaglia, tra cui Paolo Pezzino, Roberto Chiarini e Pietro Neglie.

La tesi di Aga Rossi è che l'eccidio non fu un incidente isolato ma la conseguenza della politica del Pci che appoggiava le pretese di Tito di impossessarsi di tutto il territorio, da Trieste al Tagliamento. In nome dell'internazionalismo comunista e degli interessi jugoslavi si poteva sacrificare la vita di qualche patriota italiano. Perché in tutta questa vicenda un fatto è molto chiaro: i 22 partigiani dela Brigata Osoppo erano patrioti che non volevano cedere la propria terra agli jugoslavi, mentre i comunisti di Toffanin, che nel 1952 fu condannato per la strage, obbedivano a logiche superiori, che nulla avevano a che fare con l'amor di patria.

Non sappiamo, dice Aga Rossi, se Togliatti fosse informato di quel che stava per succedere a Porzus, però "accettando la cessione di una parte del territorio italiano a Tito Togliatti porta su di sè una grande responsabilità per quanto è accaduto. La documentazione che abbiamo pubblicato nel libro 'Togliatti e Stalin' mostra in modo evidente quanto il leader del Pci fosse consapevole dela situazione. D'altra parte era proprio lui a sostenere che Trieste tenuta dall'Italia sarebbe stata una 'città morta', e che quindi era meglio che venisse annessa alla Jugoslavia".

Alla luce di questo episodio c'è da chiedersi quale contributo reale diede la lotta partigiana in Italia per il ritorno della democrazia, e quanto importante fu invece il ruolo delle Forze alleate, c'è da riconsiderare il mito unitario della Resistenza, e infine chiedersi perché per cinquant'anni di questi episodi si parlò in Italia poco e malvolentieri.


Dino Messina