DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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"Il mio petto come altare": ricordi di un sacerdote perseguitato nell'Unione Sovietica



Roma,  (Zenit.orgFederico Cenci | 80 hits

Lo scorso 9 novembre si è celebrato il 25° anniversario della caduta del Muro di Berlino, orribile bastione grigio che fendeva il cuore dell’Europa. In sua eredità restano oggi alcuni frammenti di cemento nella capitale tedesca e le testimonianze di chi fu personalmente coinvolto dall’esasperazione ideologica di quei decenni di odio. La battaglia organizzata dal comunismo internazionale contro il cristianesimo è uno degli aspetti più atroci del Novecento, che si rivela in tutto il suo realismo scorrendo la lunga lista di martiri, comprendente migliaia tra preti diocesani e religiosi, tra laici e seminaristi, oltre a un centinaio di vescovi e a quattro cardinali.
Il racconto che mons. Sigitas Tamkevičius, oggi vescovo di Kaunas (Lituania), ha rivolto a José Miguel Cejas nel libro El baile tras la tormenta (Il ballo dopo la tempesta), offre un prezioso spaccato sulla realtà di un prete nell’Unione Sovietica. Il sito Alfa y Omega ne ha proposto uno stralcio, relativo all’arresto, al conseguente interrogatorio e alla detenzione dell’allora padre Sigitas.
Il sacerdote gesuita fu fermato dalle autorità sovietiche insieme ad altri suoi confratelli nel 1983. “Salendo sulla camionetta del Kgb, mi invase un sudore freddo - confida mons. Tamkevičius -. I sotterranei del carcere, con i corridoi stretti, i soffitti alti, male illuminati da lampadine fioche, con macchie di umidità e crepe, non invitavano alla serenità”.
Dinanzi a un austero funzionario e con una luce accecante puntata sugli occhi, l’attuale arcivescovo fornì le sue generalità, le quali non lasciarono agli agenti alcun dubbio: “Caspita! È Sigitas, del Comitato per la Difesa dei Credenti, che fa propaganda antisovietica contro lo Stato!”, esclamarono. Ciò che in realtà interessava loro - rivela oggi l’arcivescovo - non era la sua partecipazione al Comitato, quanto la pubblicazione della rivista La Cronaca della Chiesa Cattolica in Lituania, un bollettino guidato da Tamkevičius con altri quattro sacerdoti e spedito all’estero.
Obiettivo di questa pubblicazione - concertato con il vescovo mons. Vicentas Sladkevičius - era informare il mondo sulle vessazioni cui erano sottoposti gli ecclesiastici e i praticanti cattolici in Unione Sovietica. Proibite catechesi e conferenze, veniva soffocato ogni anelito di evangelizzazione. Durante le Messe, poi, era sempre presente qualche spia del Governo che prendeva appunti sulle omelie e controllava che tra i presenti non vi fosse nessuno oltre agli anziani abituali.
Denunciare questa realtà oltre la Cortina di ferro evidentemente preoccupava i funzionari comunisti. Come racconta mons. Tamkevičius, “otto agenti iniziarono a interrogarmi un giorno sì e un giorno no. Non potevo immaginare che quell'interrogatorio si sarebbe protratto per sei mesi!”. Un lungo periodo durante il quale - aggiunge il presule - “Dio mi ha dato la forza di non tradire nessuno (…), neanche nei momenti di maggiore debolezza”.
L’arcivescovo spiega che in molti, ascoltando la sua testimonianza, gli chiedono come gli sia stato possibile resistere. Ad ognuno di loro, egli spiega che il merito non va attribuito alle sue forze. È nella sua perseveranza nella fede, piuttosto, che si trova il segreto della salvezza di mons. Tamkevičius.
Sebbene confinato nell’anfratto nascosto di una cella, privato di tutto, questo prete indefesso riuscì lo stesso ad assolvere il suo ministero di celebrare l’Eucaristia. “In carcere sono riuscito a comprare un po’ di pane e ho verificato che fosse di frumento - racconta -. Mi mancava solo il vino; in una lettera ho chiesto alla mia famiglia uva passa secca. Da allora in poi, dovevo solo trovare un buon momento, sapendo che il mio compagno di cella, come accadeva in genere, era un criminale comune al quale promettevano di ridurre la pena se avesse fornito qualche informazione compromettente su di me”.
Buon momento che si verificava quando il suo compagno di cella si addormentava. A quel punto il sacerdote, dando le spalle alla porta, disponeva l’astuccio degli occhiali sul tavolo e ci collocava un pezzo di pane e un piccolo recipiente con uva passa. Dopo di che, raccoglieva quest’uva e iniziava a spremerla tra le dita fino a ottenere qualche goccia di vino che, in casi eccezionali, è valida per celebrare l’Eucaristia.
Eccezionale era anche la gioia che pervadeva l’animo di mons. Tamkevičius in quei momenti. “Sperimentavo una gioia maggiore di quella che avevo provato la prima volta che avevo celebrato la Messa nella cattedrale di Kaunas”. L’arcivescovo è convinto che fosse dovuto al fatto che “Dio mi confortava e mi consolava”; presenza che era “al mio fianco, in modo ineffabile”.
Di qui la sua “forza speciale”, scudo vitale capace di respingere ogni tentazione di sconforto. L’arcivescovo ricorda che talvolta, per fuggire il pericolo che uno sguardo del suo compagno di cella potesse beffarlo, doveva celebrare steso sul letto, a notte fonda: “con le Sacre Specie sul mio letto, trasformato in altare”. Ricordi, quelli di mons. Tamkevičius, che rappresentano un ritaglio di quel periodo di persecuzione anticristiana, durante il quale tuttavia “le braccia di Gesù mi sostenevano”.


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Monignor Sigitas Tamkevičius, oggi vescovo di Kaunas (Lituania), ha visto la sua fede messa alla prova quando le autorità sovietiche lo hanno arrestato per interrogarlo. “Non ho mai pregato tanto intensamente come in quei momenti – ha confessato –. Gesù non mi ha lasciato solo”, soprattutto quando celebrava la Messa di nascosto nella sua cella. José Miguel Cejas ha raccolto la sua testimonianza nel libro El baile tras la tormenta (editrice Rialp), con racconti di dissidenti dell'URSS. 

“Ci hanno scoperto”, ho pensato quel giorno del 1983. Salendo sulla camionetta del KGB, mi invase un sudore freddo. I sotterranei del carcere, con i corridoi stretti, i soffitti alti, mal illuminati da lampadine fioche, con macchie di umidità e crepe, non invitavano alla serenità.

-"Nome?" 
-"Sigitas Tamkevičius". 
-"Professione?" 
-"Sacerdote. Gesuita". 
"Caspita! È Sigitas, del Comitato per la Difesa dei Credenti, che fa propaganda antisovietica contro lo Stato".

Sapevo che non era la mia partecipazione al Comitato a interessarli. Volevano sapere chi erano i redattori de La Cronaca della Chiesa Cattolica in Lituania, e come arrivava all'estero. L'idea della Cronaca era venuta a me e ad altri quattro sacerdoti negli anni Settanta.

Avevamo deciso di scrivere dei testi che confortassero i cattolici lituani e facessero conoscere la nostra situazione all'Occidente: non potevamo offrire catechesi né conferenze, né evangelizzare in alcun modo; nelle poche Messe permesse c'erano spie del Governo che prendevano nota delle omelie e controllavano le persone che non fossero gli anziani abituali; non si potevano costruire né riparare chiese. Informavamo di tutto questo, con il permesso del nostro vescovo Vicentas Sladkevičius, sulla Cronaca.

Otto agenti iniziarono a interrogarmi un giorno sì e un giorno no. Non potevo immaginare che quell'interrogatorio si sarebbe protratto per sei mesi! Ore e ore di domande, in una successione costante di esaminatori “buoni” e “cattivi”. Dio mi ha dato la forza di non tradire nessuno in quel periodo terribile, neanche nei momenti di maggiore debolezza.

“Non capisco come hai potuto farcela”, mi dicono a volte, pensando che abbia potuto superare tutta quella situazione grazie alle mie forze. Non è così.

In carcere sono riuscito a comprare qualche pezzo di pane e ho verificato che era fatto di frumento. Mi mancava solo il vino; in una lettera ho chiesto alla mia famiglia uva passa secca. Da allora dovevo solo trovare un buon momento, sapendo che il mio compagno di cella, come facevano in genere, era un criminale comune al quale promettevano di ridurre la pena se avesse fornito qualche informazione compromettente su di me.

Davo le spalle alla porta, con l'astuccio degli occhiali sul tavolino; un astuccio giallo di plastica dove avevo collocato un pezzo di pane e un piccolo recipiente con un po' di uva passa. Aspettavo che il compagno di cella si addormentasse e poi, lentamente, iniziavo a spremere l'uva passa tra le dita fino a ottenere qualche goccia di vino che in casi eccezionali risultava valido per celebrare l'Eucaristia.

Grazie a Dio ho una buona memoria e ricordavo le preghiere della Messa. Dopo la consacrazione, consumando il Corpo e il Sangue di Cristo, una gioia indescrivibile si impadroniva di me. Sperimentavo una gioia maggiore di quella che avevo provato la prima volta che avevo celebrato la Messa nella cattedrale di Kaunas. Dio mi confortava e mi consolava. Lo sentivo lì, al mio fianco, in modo ineffabile.

Celebrare la Messa in quelle circostanze mi dava una forza speciale, senza la quale non avrei potuto resistere. A volte dovevo celebrare steso sul letto, a notte fonda, con le Sacre Specie sul mio petto, trasformato in altare.

Non ho mai pregato tanto intensamente come in quei momenti. È stato un dono di Dio. Non gli chiedevo di liberarmi; confidavo in Lui. Le braccia di Gesù mi sostenevano; non mi ha mai lasciato solo. È sempre stato la mia Speranza.



[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

sources: ALFA Y OMEGA

Cina, addio alla mamma tigre: è l’ora della scuola steineriana


Francesco Battistini

Corsera


BERLINO – Mamma Tigre, dentro gli artigli! Anche i cinesi, i ricchi cinesi, s’accorgono che i figli sono cuccioli. Da crescere, non da allenare. Da seguire, non da spingere. Da rispettare, non da reprimere. Il modello scolastico confuciano della competizione estrema - tanto per intenderci: quello esaltato dall’ «Inno di guerra della madre tigre» di Amy Chua, la belva con gli occhi a mandorla che qualche anno fa sconvolse l’America, descrivendo la disciplina ferrea e lontana dalle mollezze occidentali nella quale stava allevando le sue figliole – quel modello non soddisfa più. E ora nella vecchia Europa, oltre a comprare le Mercedes o le Prada, chi se lo può permettere ha deciso di copiare il più «morbido» dei sistemi pedagogici: la scuola steineriana. 
Negli ultimi dieci anni, dice Nana Göbel, direttrice della Società tedesca d’amicizia Waldorf, in Cina sono stati aperti 172 istituti ispirati al famoso metodo teorizzato un secolo fa da Rudolf Steiner, attento più allo «sviluppo emotivo» del bambino che alla sua scolarizzazione tout court. A Pechino le mattinate della scuola pubblica s’aprono con l’esecuzione dell’inno nazionale? Quelle steineriane cominciano dalla raccolta delle uova. Alle elementari di Stato si selezionano i più bravi e si scartano gli altri? Qui, ogni bambino è curato nelle sue passioni principali, che siano la musica, l’arte o la vita all’aria aperta. Le iscrizioni raddoppiano ogni dodici mesi, «le cifre che in Germania raggiungiamo in un anno – spiega Nana Göbel -, in Cina le tocchiamo in un mese». E’ una silenziosa rivolta politica, anche: «I genitori che hanno studiato all’estero, o magari viaggiano molto, si ribellano ormai all’educazione imposta dal Partito comunista e dalla società cinese. Molti di loro hanno vissuto sulla loro pelle le torture d’un sistema totalitario e oggi non accettano l’aggressività d’una scuola che adesso impone soprattutto nozionismo, competizione, meritocrazia senza valori». Bacchette e bacchettate. La chiamano la più grande macchina di selezione del mondo: lo scopo d’ogni scolaro, fin dal primo anno fra i banchi, è di raggiungere e superare il «gaokao», l’esame universitario che ammette solo il dieci per cento di chi esce dalle superiori. Le famiglie della classe medio-alta sono disposte a svenarsi in lezioni private, pur di spingere i ragazzi negli atenei, e c’è più d’un motivo: ai concorsi internazionali, i giovani cinesi risultano regolarmente primi ai test di matematica o di scienza.
«Tutto questo però comincia ad avere un costo – dice Huang Mingyu, 41 anni, direttore d’una steineriana vicino a Pechino, padre d’una bambina che s’è dovuta ritirare dagli istituti pubblici -. Mia figlia stava male, in quel mondo di concorrenza senza limiti. Molti genitori vedono che, per pochi che ce la fanno, agli altri resta solo la frustrazione. Non vogliamo propaganda e disciplina, non sopportiamo che i testi siano censurati, non scambiamo la libertà con le nozioni. Abbiamo capito che le scuole cinesi non danno risposte alle sfide vere della vita». C’era una volta Tiziano Terzani, corrispondente da Pechino quarant’anni fa, che per i suoi figli rifiutava gli istituti privati per stranieri: preferiva gettarli nella mischia della Rivoluzione culturale, dove potessero capire meglio che cosa li circondava. Oggi, in Cina, andare alle scuole internazionali costa sempre troppo e l’unica alternativa al pubblico è il metodo Waldorf. «Anche da noi si pagano 4.200 euro all’anno – dicono gli steineriani - e nonostante ci siano posti gratuiti per i figli di famiglie povere, la maggioranza non se lo può permettere». Le difficoltà sono molte e naturalmente lo Stato fa di tutto per ostacolare la scelta in istituti dove si prega così: «Il pane viene dal grano, il grano dalla luce, la luce dal volto di Dio…».
Gli stessi insegnanti d’una steineriana sono peggio pagati, perciò difficili da trovare, e chi s’iscrive sa che poi dovrà trovarsi un’università all’estero: «Non è semplice fare questo tipo di studi – dice Zhong Daorans, ex allievo che ha scritto un libro sulla sua esperienza –. Ma è sempre meglio che sopportare le durezze delle scuole di Stato. Dove ti rubano gl’ideali di bambino. I pensieri di liceale. E i sogni d’universitario».



Nella mente dei khmer rossi


Avvenire 
by Lorenzo Fazzini


«Solo più tardi ho saputo che la maggior parte di coloro che transitavano dal mio ufficio finivano i loro giorni nel S-21 (il famigerato lager di Phon Phem, ndr)». Ordinarietà di un genocidio. Il più sanguinoso di tutta la storia. Un terzo della popolazione cambogiana fu sterminato nell’arco di soli 4 anni, da quel 17 aprile 1975 quando le truppe di Pol Pot conquistarono il potere in quella che fu celebrata (purtroppo anche in Occidente) come la Kampuchea democratica, "paradiso" proletario per generazioni di intellettuali "democratici". Un milione e mezzo di persone, su poco più di 4 milioni di abitanti, sacrificate sull’altare di nozioni come "lotta di classe", "dittatura del proletariato" e altri diktat di marca marxista-leninista. 

Ora, per la prima volta, la genesi e la "normalità" del genocidio cambogiano è descritto nel suo formarsi, nel suo accrescere e nel suo svolgere da una voce interna. A farlo è Suong Sikoeun, intellettuale asiatico che militò nelle forze khmer, anzi fu il "megafono" della propaganda di Pol Pot quando nel 1977 al ministero degli Affari Esteri - denominato B-1, in stretto linguaggio burocratico-comunista - fu incaricato della sezione "stampa", precipuamente dell’Agence Kampuchéa d’Information. Fu così, en passant, che Suong - che ha da poco pubblicato in Francia le sue poderose memorie, Itinéraire d’un intellectuel khmer rouge (Cerf, pp. 540, euro 35) - ebbe a che fare con Oriana Fallaci, la celebre inviata italiana, e Tiziano Terzani, la prima "insistente" nel cercare un’intervista con Ieng Sary, numero due del regime; il secondo autore di una memorabile intervista allo stesso per il settimanale L’Espresso. Nella quale lo stesso Ieng -  nota bene: il mattatoio ordito da Pol Pot per "purificare" il popolo da tutti gli elementi borghesi era già in atto - qualificava "l’esperienza rivoluzionaria cambogiana" come "senza precedenti". 

Ma torniamo a Suong e al suo itinerario all’interno del comunismo orientale. L’apprendistato di salsa marxista avviene per lui, come per altri, a Parigi, santuario degli studenti cambogiani, dove una serie di insegnanti universitari introducono quella che domani sarà un domani l’elite dello sterminio asiatico ai concetti della Rivoluzione del 1789 coniugati all’esperienza comunista. Confessa Suong: «Per quel che mi riguarda, vi è stato un lento processo che risale agli anni ’50 in cui, mentre ero alle superiori, mi sono esaltato per la Rivoluzione francese di cui feci miei gli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità. 

Questa influenza è stata rafforzata dal mio arrivo in Francia per l’università. Nel corso degli anni mi sono gettato a peso morto nelle attività e nei dibattiti politici, attraverso riflessioni personali approfondite, si è formato a poco a poco nel mio spirito un amalgama di concetti che mi ha condotto alla convinzione che solo una rivoluzione violenta, condotta per un manipolo di militanti devoti e risoluti, intimamente legati alle masse, sotto la direzione del Partito marxista-leninista, potesse mettere un termine ai mali di cui soffriva il mio Paese e il mio popolo: dominazione straniera, oppressione feudale e ingiustizia sociale». Ancora: «Ho letto con avidità tutto quello che riguardava sulla Rivoluzione francese, con preferenza per i giacobini e il suo capo, Robespierre, che era il mio eroe e il mio idolo. Mi sono convinto all’idea di una trasformazione della società con il metodo rivoluzionario e la necessità di una dittatura proletaria». 

Suong dà così ragione direttamente al compianto cardinale di Parigi Jean-Marie Lustiger il quale nel suo libro-intervista (La scelta di Dio, Longanesi) indicava nel mix Rivoluzione del ’89-marxismo - di cui era imbevuta una certa cultura francese del Novecento - la responsabilità di aver "armato" la pistola del genocidio cambogiano: «Abbiamo saputo più tardi che un futuro braccio destro di Pol Pot faceva parte di uno dei gruppi estremisti dell’Ecole Normale di Parigi», attivi durante il ’68 francese.

Non mancano, nelle pagine di Suong, racconti di fatti e curiosità quotidiane in salsa polpotiana: negli uffici dei ministeri non si potevano usare i ventilatori anti-caldo, "pratica borghese", sebbene ci fossero tutti gli strumenti del caso; la famiglia veniva "rieducata", i genitori perdevano il diritto di educazione verso i figli (terribile l’aneddoto per cui la seconda figlia di Suong, vedendo il padre insieme al fratello, indica a questo la presenza "di suo padre", distanziandosi così dal genitore secondo le direttive del Partito); nessuna possibilità di celebrare delle feste, addirittura i matrimoni veniva combinati dai responsabili del Partito; e seguendo il celebre detto della Fattoria degli animali, anche nella Cambogia proletaria vi era qualcuno "più uguale degli altri": i membri del Comitato centrale del Partito ricevevano 3 pasti al giorno, i cittadini normali dovevano far meno della colazione. 

Lo stesso Suong, al culmine della propria fede nel comunismo, non aveva esitato a pensare di dare un nome "sovietico" alla primogenita, chiamandola Néva in onore del fiume che attraversava Leningrado. Poi, però, quando l’Urss aveva cambiato atteggiamento verso l’esperienza rivoluzionaria cambogiana, anche la piccola mutò nome. 

Eppure, una domanda serpeggia nel racconto di Suong, e talora affiora in superficie nel racconto dell’interessato: come è potuto succedere che una persona all’interno della stessa classe politica ai massimi livelli del regime non si sia potuta accorgere della strage, tanto massiccia, quanto invisibile, che Pol Pot metteva in atto? «Perché non ci siamo accorti di niente? È certo che il sistematico lavaggio del cervello combinato ad una psicosi della paura ci ha resi muti e ciechi. Da qui, a parlare di lassismo e complicità, il limite è aleatorio. Nessuno, tra di noi, ha avuto il coraggio di riconoscerlo». 

Eppure qualche avvisaglia un politico ed esperto come Suong (che ha girato il mondo, in nome della rivoluzione perfetta alla Pol Pot) poteva averlo. Ma, è lui ad ammetterlo, «ho preferito chiudere orecchi e occhi». Come quando, nel 1977 un contrattempo durante un viaggio con gli ambasciatori di Thailandia e Svezia lo costringe a fermarsi per strada. La delegazione si vide avvicinata da una bimbetta malnutrita che chiedeva di esser portata a vivere a Phnom Penh. «Per convincerci iniziò a raccontare la vita che faceva nella cooperativa locale. Con un lavoro molto duro e un solo pasto di riso al giorno, non le era possibile sopravvivere. E lei non ci poteva mentire visto il suo aspetto di malnutrizione avanzata e di grande malessere fisico». Ma si sa, l’ideologia rende ciechi anche di fronte all’evidenza. E allora a Suong non resta che ammettere: «La Rivoluzione è morta. Abbasso la Rivoluzione!».

Avvenire


Emilia ’45, caccia al prete

Nell’opera monumentale dello storico Sandro Spreafico, dedicata alle vicende della Chiesa reggiana tra fascismo e dopoguerra, la descrizione dell’impressionante tributo di sangue versato dai cattolici
di Edoardo Tincani
Tratto da Avvenire del 10 ottobre 2010

Da tempo le pagine di Avvenire ospitano un interessante dibattito sul ruolo della Chiesa – ministri e popolo di Dio – nei sanguinosi tornanti della prima metà del XX secolo. Un contributo fondamentale viene ora dall’opera dello storico Sandro Spreafico, I cattolici reggiani dallo Stato totalitario alla democrazia. La Resistenza come problema. La monumentale antologia, composta da cinque volumi in sei tomi – quasi seimila pagine di grande formato – e recentemente completata con l’uscita della «Guida alla consultazione», sarà presentata questo sabato, alle ore 16, all’Hotel Posta di Reggio Emilia (piazza del Monte 2), in un incontro pubblico promosso dall’Istituto per la storia della Resistenza e della Società contemporanea (Istoreco) insieme ad altre associazioni civili ed ecclesiali.

Una città di provincia come Reggio Emilia si conferma così osservatorio affatto centrale per chi voglia affrontare in tutte le sue sfaccettature il complesso rapporto tra la coscienza religiosa di un popolo e le lacerazioni del trentennio 1919 1950.

Nell’analisi di Spreafico, capace di accostare centinaia di testimonianze, diari e tavole fotografiche a riflessioni sofferte sulle contrastanti passioni che portarono al rovesciamento del fascismo e alla nascita della Democrazia Cristiana, storia patria e locale s’intrecciano.

Sul finire del secondo conflitto mondiale e nell’immediato dopoguerra il clero reggiano pagò un tributo di sangue altissimo e diversificato, con sacerdoti uccisi dai nazifascisti – don Pasquino Borghi, fucilato a Reggio Emilia il 30 gennaio 1944, don Battista Pigozzi, fucilato dai tedeschi a Cervarolo con 23 suoi parrocchiani il 20 marzo 1944, e don Giuseppe Donadelli, parroco di Vallisnera, assassinato dai fascisti il 2 luglio 1944 – e altri soppressi dai partigiani – don Luigi Manfredi, parroco di Budrio di Correggio, che fu ucciso il 14 dicembre 1944 perché erroneamente ritenuto implicato nella cattura di don Borghi, don Dante Mattioli di Cogruzzo, 11 aprile 1945, e don Carlo Terenziani, parroco di Ca’ de’ Caroli, 29 aprile 1945. Altri presbiteri caddero per mano comunista 'semplicemente' a causa della loro condanna del giustizialismo sanguinario.

Rientrano in questa casistica l’agguato mortale a don Umberto Pessina, parroco di San Martino Piccolo di Correggio, 18 giugno 1946, e i martirii in odio alla fede di don Giuseppe Iemmi, curato di Felina, 19 aprile 1945, e del seminarista quattordicenne Rolando Rivi, ucciso a Piane di Monchio il 13 aprile 1945, per il quale è a buon punto la causa di beatificazione. E in contesti non dissimili persero tragicamente la vita anche i parroci di Garfagnolo di Castelnovo Monti don Luigi Ilariucci, 19 agosto 1944, di Nismozza don Sperindio Bolognesi, a causa di un ordigno il 25 ottobre 1944, e di Grassano don Aldemiro Corsi, 22 novembre 1944.

La lente d’ingrandimento di Spreafico risale però più indietro nel tempo e indaga le cause di quei delitti con grande sforzo di obiettività e con spirito costruttivo, nel tentativo di portare in superficie una memoria il più possibile acclarata e condivisibile, 65 anni dopo la Liberazione. Grazie all’abbondante documentazione pubblicata, raccolta in circa trent’anni di ricerche attraverso la consultazione di decine di archivi parrocchiali e l’intervista a centinaia di protagonisti minori sopravvissuti, lo storico reggiano si spinge oltre il martirologio ufficiale della Chiesa e la doverosa condanna di ogni efferatezza per offrire un panorama veramente popolare e diffuso della Resistenza in territorio emiliano.

Spiccano infatti, nella storia dei cattolici reggiani, elementi di singolarità che fanno ben risaltare le dinamiche resistenziali. Le pagine dell’antologia mostrano la tempra di un cattolicesimo reggiano minoritario che, anziché deprimersi per l’opposizione delle forze antagoniste, reagisce con una vivacità orgogliosa della propria fede, incarnata in una sequela di umili membri e dirigenti di opere cattoliche. La lettura critica si sofferma sulle dialettiche interne alle forze che si confrontarono, dalla minoranza di clero filofascista che pensava a una 'cattolicizzazione' del fascismo dall’interno, alle spinte laiche dell’intransigentismo, con l’Azione Cattolica impegnata a 'salvare' la fede dal socialismo anticlericale e dal massimalismo comunista.

Il principale, vasto nucleo tematico dell’opera consiste proprio nel raccontare le premesse alla scelta resistenziale da parte dei cattolici, la maturazione dapprima di un antifascismo critico e 'coscienziale' e poi militante, fino all’opzione armata, la nascita della Dc clandestina, il rapporto fra i partigiani cristiani e quelli comunisti, in maggior numero e meglio organizzati, sull’asse tracciato da Domenico Piani, Giuseppe Dossetti e Pasquale Marconi. A partire dal comandante delle 'Fiamme Verdi' don Domenico Orlandini, 'Carlo', i nomi di alcuni resistenti cattolici sono noti: Luigi Ferrari, don Angelo Cocconcelli, Ettore Barchi, Lina Cecchini.

Altre storie si sono aggiunte col tempo, con un ritardo a volte sorprendentemente cospicuo, se si pensa – puntualizza Spreafico – che solo a distanza di decenni sono stati pubblicati i memoriali di internati cattolici in Germania, come Alberto Codazzi e Giorgio Gregori, o che ne restano tuttora di inediti, come quello di Mirco Piccinini.

Ancora, solo per citare un paio di altri casi tra i più clamorosi, i quaderni di Deblin-Thorn, scritti di getto nei lager dal medico cattolico Giorgio Emilio Manenti, sono rimasti sigillati per sessant’anni. E il diario di Dante Zobbi 'Rinaldo', collaboratore di don Pasquino Borghi e uno dei primi uomini fidati di 'Carlo', ha atteso per mezzo secolo l’arrivo di uno storico.

I partigiani cattolici diedero un contributo determinante alla 'tenuta' del movimento resistenziale, e non è un caso che 60 di loro figurino nella prima Dc 'ufficiale' all’indomani della Liberazione.

L’opera di Spreafico racconta la fatica di mantenere la lotta armata entro binari minimi di 'legalità', le stragi e le vendette del giustizialismo più sanguinario, i contenziosi causati da 'incidenti' e incomprensioni tanto tra militanti delle Fiamme Verdi e Garibaldini, quanto all’interno delle due formazioni combattenti.

Ecco spiegata la Resistenza come 'problema'. Tra gli estremi di un’apologetica inamovibile e di un frettoloso revisionismo, Spreafico concede l’ultima parola ai morti di tutti gli schieramenti, tanto che se il suo fosse un romanzo, parafrasando Giampaolo Pansa, potrebbe dunque intitolarsi «Il sangue di tutti». La sua speranza, più che mai 'cattolica', è che la ricerca storica possa contribuire ad una grande catarsi collettiva, capace di vincere una volta per sempre i risorgenti rancori. E così lasciare, far 'resistere', solo la memoria dei nostri avi caduti, anche per noi.

Trent’anni di ricerche attraverso la consultazione di decine di archivi parrocchiali e l’intervista a centinaia di protagonisti minori sopravvissuti, andando oltre il martirologio ufficiale Da don Pasquino Borghi e don Battista Pigozzi, fucilati dai nazifascisti, al seminarista quattordicenne Rolando Rivi e don Giuseppe Iemmi, uccisi dai comunisti in odio alla fede

L'opera - Tra totalitarismo e Liberazione

I cinque volumi dell’opera di Sandro Spreafico (nella foto), pubblicati dalle Edizioni Tecnograf (Reggio Emilia, tel. 0522. 516978, fax 0522. 921961, info@tecnograf. biz.) affrontano ciascuno un nucleo tematico, ricavabile dai sottotitoli: «I giorni e le opere del Fascismo: 'terza via' o Leviatano di terracotta?» (1986, 650 pagine); «Davide senza fionda: il laicato cattolico dalla opposizione bloccata al collateralismo conflittuale» (1989, 1. 052 pagine); «Dal collateralismo conflittuale al riscatto cruento: quale sacerdozio?» (2001, 967 pagine); «Battezzati in armi: cristiani nelle tagliole della storia» (2009, 990 pagine); «Il difficile esordio: 'uomini nuovi' e 'uomini vecchi'» (1993, 1. 842 pagine, in due tomi).

Il Pci e la pulizia etnica mancata. di Giampaolo Pansa

A partire dai primi mesi del 1944, soprattutto nell’Italia del Nord il Pci comincia a costituire bande partigiane in montagna o in territori di collina lontani dalle città. È una scelta quasi obbligata, imposta senza volerlo proprio dall’avversario. Le ripetute chiamate alle armi decise dalla Rsi causano un fenomeno sconosciuto nella storia d’Italia. È la renitenza massiccia delle reclute, il rifiuto di migliaia di giovani a vestire la divisa dell’esercito fascista. Dirà Parri: Mussolini ci ha regalato tanti bravi partigiani. In quel momento la politica militare del Pci si sdoppia. Restano attivi i Gap, che proseguono con accanimento nella strategia del terrorismo urbano. Ma accanto a loro comincia a emergere la rete delle brigate comuniste o a guida comunista, le Garibaldi. Sarà una costruzione lenta e non priva di errori.
Lo rivela il disastro terribile della Benedicta che, nell’aprile 1944, segna la fine della 3ª Brigata Garibaldi Liguria. Il lettore lo vedrà rievocato in questo libro da una testimonianza eccezionale. È il racconto di una spia fascista inviata tra i partigiani di quel reparto, con lo scopo di raccogliere informazioni in vista di un grande rastrellamento, concluso con 147 fucilazioni. Ma anche sul terreno delle bande, la supremazia del Pci nei confronti degli altri partiti del Cln rimane intatta. Certo, esistono pure le formazioni di Giustizia e libertà, il braccio partigiano del Partito d’Azione. Nascono reparti militari autonomi, come quelli di Mauri nelle Langhe. Non mancano formazioni cattoliche e socialiste. Però la loro consistenza non è paragonabile, neppure alla lontana, a quella delle Garibaldi. Tanto che non è azzardato affermare che almeno il 70 per cento del movimento partigiano italiano risulterà comunista o guidato da comunisti.
Chi non concorda con questa tesi, sostiene che anche nelle Garibaldi i partigiani comunisti erano una minoranza. Per un certo aspetto, all’inizio questo è vero. Del resto, i giovani che per i motivi più diversi decidono di “andare in banda” sono cresciuti nel regime fascista. E non sanno nulla della politica e dei partiti antifascisti. Molti di loro, tuttavia, nel corso della guerra partigiana diventeranno militanti del Pci. [...]
Che cosa vogliono fare i comunisti una volta liberata l’Italia dai tedeschi e dai fascisti? La risposta è talmente ovvia da sembrare banale: vogliono conquistare il potere con le armi e fare del nostro paese uno Stato satellite dell’Unione sovietica. Non occorre essere docenti di Storia contemporanea per sapere che questa è la verità. Eppure le tante sinistre italiane, tutte figlie o nipoti del vecchio Pci, ancora nel 2010 continuano a negare l’evidenza. [...]
Il primo degli storici revisionisti, il grande Renzo De Felice, ci ha spiegato gli obiettivi del Pci in alcune pagine del suo Mussolini l’alleato, l’ultimo volume della monumentale biografia del leader fascista, pubblicato da Einaudi nel 1997. I comunisti non volevano una democrazia parlamentare con più partiti, destinata a dopoguerra. Il loro traguardo era una democrazia popolare o progressiva, considerata come una fase transitoria per arrivare alla dittatura del proletariato, un mito irrinunciabile. È una strategia identica a quella di tutti gli altri partiti comunisti europei, a cominciare dal Pcf, il partito francese. L’aveva decisa Mosca e diventa la motivazione vera dell’impegno dei comunisti nelle guerre di liberazione dal fascismo e dal nazismo. Anche il Pci di Togliatti, ritornato dall’Urss alla fine del marzo 1944, guarda lontano, verso il passo successivo all’indomani della Liberazione. Secondo De Felice, questo fa del Pci un partito per niente riformista, ma neppure rivoluzionario in senso classico, bensì semplicemente staliniano.
Questo connotato spiega molti aspetti della nostra guerra di liberazione che, di solito, vengono ignorati dagli storici di sinistra. Ne elenco alcuni. Prima di tutto, le divisioni all’interno dello schieramento antifascista. I partiti moderati, a cominciare dalla Dc e dai liberali, conoscono bene le reali intenzioni dei comunisti. E constatano con apprensione la voglia di egemonia del Pci. È un disegno mai dichiarato, ma perseguito con tenacia. Traspare dal lavoro svolto fuori dai Cln e impenetrabile a ogni controllo. Molte delle crepe profonde nel Cln centrale, quello dell’alta Italia, vengono da questa radicale diversità di orizzonti.
Anche l’asprezza, e spesso la ferocia, dimostrata nella guerriglia da molte formazioni garibaldine ha origine nella natura staliniana del partito che le aveva costituite e fatte crescere. Chi ha per traguardo una dittatura rossa non va tanto per il sottile. Sopprimere i fascisti non significa solo togliere di mezzo un avversario nella guerriglia, ma prepara anche il terreno allo scontro futuro. Quello che inizierà dopo la fine del conflitto mondiale e la sconfitta del nazifascismo. Pure le numerose uccisioni di partigiani non comunisti, e comunque il tentativo di indebolirne la forza e il prestigio quando si tratta di comandanti, non sono mai incidenti di percorso nel clima concitato e instabile di una guerra interna. Questi delitti, e anche le tante morti misteriose, si spiegano con il proposito di mettere fuori gioco i possibili avversari della fase successiva alla lotta di liberazione, quella dove il Pci avrebbe tentato di conquistare il potere. [...] Se è stata evitata una liquidazione di massa, molto più pesante dei 20 mila uccisi dopo il 25 aprile 1945, lo dobbiamo soltanto alla presenza in Italia delle truppe americane e inglesi. Nel caso che al loro posto ci fossero stati i reparti sovietici o di Tito, come è avvenuto in altre aree dell’Europa, anche il nostro paese non avrebbe evitato un colossale bagno di sangue. E subito dopo ci sarebbe stato l’inizio di un regime autoritario comunista.

«Avvenire» del 1 ottobre 2010

L’inferno dei cristiani nella Romania comunista. È esistito un luogo ben peggiore di Auschwitz. Si chiama Pitesti e si trova nel Sud della Romania

Ogni anno, puntualmente, si sente dire, da capi di Stato e di governo, politici e storici la frase: “Mai più Auschwitz!”. Accade solitamente a ridosso della settimana della memoria, quando si commemora il genocidio ebraico avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale.
Auschwitz è diventata così una parola che rimanda di per sé al male assoluto, a quanto di più terribile sia mai esistito: continuamente film, mostre e libri perpetuano il ricordo di quanto avvenuto allora. Eppure, per quanto incredibile possa sembrare, è esistito un luogo ben peggiore di Auschwitz. Si chiama Pitesti e si trova nel Sud della Romania, 130 km a nord di Bucarest.
Qui, tra il 1949 e il 1952, è stato condotto il più orrendo esperimento concentrazionario del dopoguerra. Gli oppositori del regime comunista (principalmente studenti universitari, liberali, conservatori e cristiani di tutte le confessioni) furono condotti in questo carcere speciale con l’obiettivo di rieducarli, di farne degli “uomini nuovi”, come sosteneva il segretario generale del Partito comunista, la stalinista Ana Pauker (1893-1960). È quanto racconta il giornalista del “Corriere della Sera” Dario Fertilio in un libro-testimonianza uscito da poco nelle librerie, che non mancherà di far discutere (Dario Fertilio, Musica per lupi. Il racconto del più terribile atto carcerario nella Romania del dopoguerra, Marsilio, pp. 172, euro 15,00).
Quello che accadde a Pitesti in quegli anni, secondo Fertilio, rappresenta «qualcosa di imparagonabile e unico nella storia del Novecento: non l’annientamento ideologico e biologico come ad Auschwitz; non lo sterminio pratico e di massa come nei gulag sovietici e neppure la rieducazione forzata e spietata come in Vietnam o Cambogia.
Si tratta piuttosto di una tortura ininterrotta, attuata di giorno e di notte secondo regole precise, e concepita come un fine in se stesso». Non a caso lo stesso Aleksandr Solzencyn, che pure era passato per i gulag sovietici, arrivò a definire Pitesti «il più terribile atto di barbarie del mondo moderno». È difficile raccontare gli episodi descritti restando dei semplici cronisti: i prigionieri venivano condotti prima in isolamento completo, poi spinti a tradire i propri cari e i propri amici raccontando tutto il loro passato, quindi, se si rifiutavano, costretti a subire torture di ogni tipo che avevano l’obiettivo di avvicinare la povera vittima alla morte fermandosi però appena un attimo prima, facendo in modo che – se possibile – restasse viva ma in realtà desiderasse morire.
Il tutto veniva raggiunto con la collaborazione degli stessi compagni di prigionia che erano già passati a servire i diktat dei capi designati del campo di concentramento, come Eugen Turcanu, un uomo che da alcuni sopravvissuti è stato descritto come l’incarnazione di Lucifero e i cui crimini furono talmente aberranti da costringere lo stesso regime stalinista a giustiziarlo. L’aspetto anticristiano del “sistema-Pitesti” peraltro, non è marginale per comprendere l’essenza del comunismo rumeno. Turcanu si preoccupava anzitutto di distruggere i sentimenti di pietà e di carità che i credenti rinchiusi a Pitesti cercavano con tutte le forze di conservare.
Come egli stesso disse, era imperativo distruggere le anime delle persone, perché chi pensa di avere un'anima è già un “malato”, nemico del popolo, da rieducare e, se proprio si rifiuta, da giustiziare usando le torture più diaboliche, sia fisiche che psichiche. I ragazzi più giovani (specialmente seminaristi e religiosi) venivano così costretti a subire atti contro la propria volontà, in particolar modo sessuali, e obbligati a torturarsi a vicenda. Il cattolico doveva essere “rieducato” con un uso pressoché settimanale di orge omosessuali e atti blasfemi (come giaculatorie evocanti satana e parodie dissacratorie dei Sacramenti facendo uso di escrementi e spazzatura), amplificate ancor di più in corrispondenza delle principali feste dell’anno come Natale e Pasqua. «Guarderemo Dio dall’alto in basso!» dicevano Turcanu e gli altri capi, invitando i credenti che non volevano arrendersi a bestemmiare il più possibile.
In questo inferno entrarono tutti, senza limiti di età: il più anziano che si conosca, un ex ministro, vi entrò a 94 anni. Dei bambini vi entrarono dopo aver compiuto il primo anno di età. Non sorprende che uno dei pochissimi sopravvissuti, il sacerdote Roman Braga, abbia descritto la sua esperienza in questi termini: «Penso che non ci sia nessuna mente al di fuori di quella di Lucifero capace di inventare il “Sistema Pitesti” che teneva sospesi tra la follia e la realtà, tra l’essere e il non essere, con l’idea ossessiva di poter scomparire o, peggio ancora, di dover ricadere sotto il Terrore delle torture».

Corrispondenza Romana n.1158 del 18/9/2010

Siberia '45, un gesuita nel gulag

Per 15 anni nei lager sovietici come «spia». Per padre Walter Ciszek ora è in corso la causa di beatificazione • Era missionario in Polonia, la sua chiesa fu invasa dall'Armata Rossa. Da carcerato lavorava in miniera, celebrava messa su un tronco nel bosco
di Lorenzo Fazzini
Tratto da Avvenire del 24 agosto 2010

Quindici anni in un gulag so vietico, in totale 23 anni «detenuto» dal potere co munista di Mosca con l’ac cusa (falsa) di essere «una spia del Vaticano». Quasi rievocando un fatto di cronaca recente – lo scam bio, avvenuto a luglio scorso – tra 10 spie russi negli Usa e alcuni a genti yankee di stanza in Russia – fu anche lui oggetto di permuta con due membri del controspio naggio dell’Urss. Ma in questa sua dolorosa vicenda, padre Walter J. Ciszek, gesuita di Shenandoah, in Pennsylvania, clas­se 1904, non ha mai perso la fede nel suo Signore: «Ho imparato a ri volgermi a Dio per domandargli la sua consolazione e a non porre la mia fiducia in altri se non in Lui» racconta nella rievocazione degli anni di prigionia in Russia, un libro appena edito in Francia, Avec Dieu au goulag (Editions des Béatitudes, pp. 316, euro 19, 70), che si legge quasi come un nuovo Arcipelagosolgetsiniano, tanto è intrecciata la descrizione della disumanità del si stema penitenziario sovietico alla riflessione spirituale, precipua mente cattolica, del detenuto Ci szek. Del quale, va ricordato, nel 1990, è iniziata la causa di beatifi cazione, nel 2006 approdata in Va ticano.

Ma come arrivò il sacerdote gesuita nei gulag? A far sorgere la sua pas sione per la Russia fu l’appello nel 1929 di Pio XI per nuovi missionari per la Russia. Ciszek rispose nel ’37: fu il primo prete americano ad essere ordinato secondo il rito bi zantino. E visto che la missione verso il Paese più ateo (allora) del mondo era preclusa, Ciszek si «ac contentò» del villaggio di Albertyn, in Polonia. Dove il 17 ottobre 1939 la sua vita subì una virata imprevi sta. A seguito dell’accordo Riben tropp- Molotov, tedeschi e sovietici si spartirono la Polonia e il giovane gesuita si trovò l’Armata rossa in casa, letteralmente: nella sua par rocchia prese alloggio un gruppo di soldati sovietici. «Poco dopo l’inva sione cominciarono gli arresti. Le proprietà (ecclesiali, ndr) venivano confiscate. Gli interrogatori si suc cedevano senza fine. La Chiesa era divenuta il bersaglio degli attacchi dei comunisti. La nostra parroc chia orientale venne chiusa, quella latina potè proseguire per qualche tempo la sua attività» rievocail ge suita.

Di qui la decisione di seguire, per assistere spiritual mente gli operai po lacchi che tentarono la fortuna in Russia, precisamente a Te playa Gora, città negli Urali, dove lavorava no per una società di legnami. Ogni attività di fede era pressoché clandestina, ricorda l’ex prigioniero: «C’e rano delle spie e dei membri del Partito che segnalavano ogni atto religioso. Bisognava evitare di par lare di Dio». Unica consolazione, racconta Ciszek, celebrare la messa nella foresta, con un tronco come altare, senza abiti liturgici, i piedi nel fango.

Ma il 3 giugno 1940 il gesuita viene arrestato e condotto prima nella prigione di Perm, poi nel famigera to carcere moscovita della Lou bianka, fosco simbolo del terrore staliniano. Il viaggio-incubo in tre no da Teplaya Gora a Mosca Czisek lo ricorda bene: «Sembrava che tut- ti quei lunghi anni di propaganda sovietica aveva portato frutto. La maggior parte dei miei compagni di prigione considerava i preti co me parassiti della società. Mi insul tavano, mi evitavano, non si fidava no di me. Questo rappresentava per me un’umiliazione costante».

Due anni di interrogatori e sevizie psicologiche (poi altre tre primave re dietro le sbarre) alla Loubianka da parte degli agenti della NKDV, la terribile polizia segreta sovietica, portarono il 26 giugno 1942 il pove ro prete americano (esausto da tanta pressione) a «confessare» i suoi «crimini»: una firma sotto un foglio che lo portò a 15 anni di condanna come «spia». Durante i 5 anni di carcere a Mosca Czisek ha la fortuna di «ripassare» la lette ratura della Santa Russia, leggen do, in originale, Tolstoj, Dostoev sky, Turgenev, Gogol. Molto più dure furono le sue condizioni di vi ta nel gulag di Krasnoyarsk, a 800 chilometri nord di Mosca, dove il religioso Usa scontò la sua pena: lavorava anche 15 ore al giorno in un miniera di carbone.

Ma una consolazione almeno allie va quell’incubo: per la prima volta dopo 5 anni il «nostro» può incon trare un prete cattolico. Ed eserci tare il suo servizio di fede, nasco stamente: celebra la messa con vi no introdotto clandestinamente nel gulag e con il pane consacrato nascosto nelle baracche; ascolta di notte le confessioni dei prigionieri, da conforto ai morenti. Il gesuita racconta poi l’«ecumenismo della persecuzione», rievocando i pasto ri battisti e i pope ortodossi impri gionati nei gulag.

Il 22 aprile 1955 Czisek viene ri messo in libertà dal gu lag e può, dopo 15 anni, comunicare alla sua fa miglia che è vivo, visto che dal 1947 i suoi con fratelli celebravano del le messe in suo suffra gio, ritenendolo morto.

Ma la strada verso la piena libertà è ancora lunga: solo il 12 ottobre 1963, improvvisamente, il Kgb lo preleva nella città di No rilsk, dove era confinato, e lo por ta a Mosca dove un aereo lo ricon duce negli Stati Uniti. Padre Ci szek ha lavorato al John XXII Cen ter della Fordham University. È deceduto l’8 dicembre 1984. Non prima di aver guardato alla sua e sperienza nel gulag con queste parole: «Niente poteva separarmi da Dio perché egli è presente in tutte le cose. Nessun pericolo mi poteva minacciare, nessuna paura poteva più spaventarmi salvo quella di distogliere il mio sguar do da lui e non vederlo più».

Margherita Hack e la persecuzione degli scienziati nell'Urss comunista

Di Francesco Agnoli

Per comprendere alcuni aspetti dell’ultima fatica di Margherita Hack, “Libera Scienza in libero stato” (Rizzoli), non è utile soffermarsi tanto sui luoghi comuni, sulle imprecisioni, sulle interpretazioni storiografiche e filosofiche maliziose e spesso infondate che costellano il libro, quanto chiedersi quale sia l’idea di fondo che ha guidato l’astronoma triestina nella composizione del suo lavoro.

In questo la storia della Hack ci aiuta: non mi riferisco tanto alla sua carriera scientifica - che, pur brillante, non ne giustifica da sola la fama, di cui astrofisici ben più insigni non godono-, quanto alla sua “carriera” politica.

E’ chiaro infatti che la Hack ha potuto sfondare nel mondo dei media soprattutto per le sue prese di posizione politiche, che ne hanno fatto un unicum, insieme ad Odifreddi, nel mondo così riservato e solitamente scrupoloso degli scienziati. Ebbene, la Hack compare sulla scena prima nel 1971, come firmataria, sull’Espresso, del vergognoso manifesto contro il commissario Luigi Calabresi.

Successivamente il suo nome ritorna periodicamente alla ribalta per le sue posizioni politiche, che la portano anche a candidarsi nel “Partito dei comunisti italiani”. E’ da qui, da questa sua fede politica, la stessa per intenderci da cui è nato il pessimo dramma su Galilei del marxista Bertold Brecht, che bisogna partire: dall’idea di stato, di scienza, di religione, proprio di questa cultura di provenienza.

Analizziamo brevemente queste idee. La prima: nella concezione marxista leninista, di derivazione hegeliana, lo Stato è un assoluto; anzi, poiché un Dio trascendente non esiste, esso è addirittura un “dio visibile”. Tutto deve avvenire con lo stato, per lo stato, nello stato: siamo di fronte alla statolatria tipica della prima metà del Novecento, che ha dato all’umanità quello che tutti sappiamo. In quest’ottica lo Stato è creatore della morale. Pensiamo alla clonazione: in un’ottica non statolatrica, la clonazione è la violazione di un principio, la dignità umana, che esiste prima dello Stato, per cui esso non ha il diritto di violarla. Antigone, quindi, conta più di Creonte. Nell’ottica comunista invece, Creonte è tutto, è lui che decide cosa è bene e cosa è male, e Antigone solo un “nemico del popolo”, una “controrivoluzionaria”: per lei c’è il gulag, luogo in cui, come dice la propaganda, non si punisce, ma si rieduca.

Passiamo agli altri due concetti: scienza e religione. Nel pensiero marxista-leninista, il materialismo dialettico è scienza esatta. La nuova struttura economica comunista, e la scienza, saranno le forze in grado di sconfiggere la religione, “oppio dei popoli” e di dare all’uomo la vera felicità. Moltissimi testi bolscevichi insistono su questo punto: la luce della scienza sconfiggerà le tenebre e il buio della fede in un Dio trascendente e creerà il paradiso in terra. Non solo le ingiustizie sociali, ma anche le malattie verranno sconfitte e la vita prolungata quasi a piacimento. E’ noto che lo stesso Stalin, sull’onda di questa dogmatica convinzione, spaventato dalla morte, cercò in tutti i modi di far produrre ai suoi medici una sorta di elisir di eterna giovinezza. Un po’ come coloro che oggi promettono di poter allungare enormemente la vita umana o che affidano alle cellule staminali embrionali il ruolo di toccasana universale.

Detto questo, constatata l’origine pregiudiziale, ideologica, di molte sue convinzioni, ci rimane da chiedere alla Hack, come giustifichi, alla luce della storia, due dati di fatto innegabili. Il primo: la scienza moderna nasce dal pensiero greco e da quello cristiano. In Italia, in Europa, non in altre civiltà. In un’epoca in cui il cristianesimo è la religione dominante.

Perché, cara Hack? Astronomi come Owen Gingerich, professore di astronomia e di storia della scienza ad Harvard, autore per Lindau di “Cercando Dio nell’universo”, dimostrano molto chiaramente che ogni effetto ha delle cause, e ricordano che tutti i padri della scienza moderna, da Copernico, a Galilei, a Keplero, a Newton, a Mendel, erano credenti, e che la loro fede biblica contribuì a determinare il loro atteggiamento verso la natura.

La seconda constatazione: la scienza, così esaltata nel mondo sovietico, non ha mai conosciuto una persecuzione così feroce come quella vissuta proprio in quel paese, nel paradiso del comunismo statolatrico e scientista. E’ assai strano che questa verità storica sia così occultata dalla Hack e da tutti coloro che, come Odifreddi, Dawkins, Veronesi, Flamigni ecc., si ergono a paladini della scienza, dimostrando nello stesso tempo grande simpatia per il comunismo e le sue “libertà”.

Eppure tutti gli storici dell’Urss mettono in luce questo fatto. Ad esempio Adam. B. Ulam, autore di “Stalin”, poderoso studio sul dittatore georgiano, e Julian Huxley, celebre neodarwinista ateo, nel suo “La genetica sovietica e la scienza”, raccontano come in Unione sovietica la scienza fosse sottoposta al controllo dell’autorità politica e dovesse essere conforme e compatibile col pensiero marxista.

Ogni scoperta, ogni idea scientifica era giudicata non in se stessa, ma alla luce di Marx e di Lenin. Esattamente come quando gli aristotelici negavano o ammettevano le nuove scoperte scientifiche a seconda che fossero conformi o meno al pensiero di Aristotele. Ciò comportò, per brevità, che le idee scientifiche più moderne vennero tutte respinte dai sovietici. Zdanov, fedele interprete della politica culturale di Stalin, si scagliava per esempio “contro i seguaci di Einstein e Planck”, a causa della loro “assurda idea di un universo finito” e in espansione, che mal si conciliava con il dogma marxista dell’universo increato ed eterno.

Le loro idee, e quelle di molti astronomi occidentali, vennero bollate come reazionarie, sia per le implicazioni metafisiche, sia perché opera di stranieri: come potevano uomini che non vivevano nell’Urss, patria della vera felicità e dell’unica giusta visione del mondo, scoprire qualcosa di vero?

I sovietici arrivavano al punto, ricorda Robert Conquest, di attribuire a se stessi le invenzioni compiute in Occidente: l’aereo, la radio…. Zdanov e soci, scrive ancora Ulam, se la presero anche contro “gli scienziati atomici borghesi con il loro tentativo di presentare la materia come ‘semplice combinazione di onde e altre stupidaggini’ ”.

Infierirono inoltre contro coloro che sponsorizzavano il barometro, perché, se il servizio meterologico sovietico non era in grado di fare previsioni sul tempo, tantomeno poteva esserlo un strumento straniero. Anche la genetica moderna fu condannata in toto e i genetisti dovettero chinarsi all’orotodossia di Lysenko, garantita dal regime: Mendel era accusato di essere un monaco, un “razzista” che “predicava il fatalismo e la rassegnazione di fronte alle leggi dell’ereditarietà”.

Non solo il gene era messo al bando, continua Ulam, e il cromosoma guardato con sospetto: i più accaniti seguaci di Lysenko denunciarono anche gli ormoni e i virus come vapori metafisici della mentalità borghese”. L’effetto fu che vi furono veri e propri pogrom verso i genetisti, gli astronomi e verso tanti altri ricercatori. Molti furono messi a tacere, altri eliminati, altri spediti nei gulag. Huxley ricorda alcuni nomi di scienziati, anche di fama internazionale, perseguitati: Dobzhansky, Chetverikov, Ferry, Ephroimson, Levitsky, Agol, Levit, Vavilov, Kerpecenko, Serebrovsky, Ivanov, Sasciarov ecc…Si salvarono invece quelli che dimostrarono di poter mettere il loro lavoro all’immediato servizio del marxismo, e quei fisici che furono chiamati a lavorare alla bomba atomica. Cioè ad un uso iniquo, mi permetta cara Hack, e non urli contro il mio oscurantismo, di scoperte scientifiche.


Il Timone, maggio 2010

Corea del Nord: da ottant'anni è sotto una cappa di piombo e da trenta regna il silenzio

Roma e Pyongyang:
nessuno conosce la sorte
dei vescovi della Corea del Nord

di Joseph Yun Li-sun

Per il Vaticano essi sono “dispersi”, ma figurano ancora come titolari delle proprie diocesi sull’Annuario Pontificio. Per il regime del Nord sono “perfetti sconosciuti”, e dagli anni Ottanta nessun funzionario risponde più a chi chiede di loro.


Pyongyang (AsiaNews) – Dove sono finiti i vescovi della Corea del Nord? I presuli dell’ultimo, vero regime stalinista del mondo sembrano essere scomparsi nel nulla: per il Vaticano essi sono “dispersi”, ma figurano ancora come titolari delle proprie diocesi sull’Annuario Pontificio. Per il regime del Nord sono invece “perfetti sconosciuti”, e dagli anni Ottanta nessun funzionario risponde più a chi chiede di loro.

Secondo la geografia cattolica, la Corea del Nord è suddivisa in tre diocesi - Pyongyang, Chunchon e Hamhung - e una Abbazia territoriale, quella di Tomwok, direttamente soggetta alla Santa Sede. Dopo la fine della guerra civile di Corea (avvenuta de facto nel 1953, ma mai esplicitamente riconosciuta dai due governi) e la conseguente divisione in due della penisola, il Vaticano ha affidato le Amministrazioni apostoliche delle diocesi ad altrettanti vescovi del Sud.

Secondo l’Annuario Pontificio - il poderoso tomo stampato in Vaticano, che rappresenta una sorta di mappa della presenza cattolica nel mondo - i vescovi sono ancora gli stessi. Alla voce "Pyongyang" si legge infatti mons. Francesco Hong Yong-ho, nato nel 1906 e oggi “disperso”; per Hamhung troviamo invece uno spazio vuoto; Chunchon, invece, ha un territorio che “sconfina” nel Nord. Qui dunque il vescovo è legittimamente mons. Giovanni Chang-yik (ma la sede “è vacante” per i cattolici locali).

La situazione dei vescovi è uno specchio fedele della situazione della Chiesa nordcoreana. Alla metà del secolo scorso il 30% degli abitanti della capitale Pyongyang professava la fede cattolica, contro l’1% del resto del Paese. Durante la Guerra di Corea (1950-1953) le truppe comuniste penetrano nel Sud e rastrellano missionari, religiosi stranieri e cristiani coreani. Il regime nordcoreano intendeva distruggere ogni presenza cristiana. Al Nord vennero distrutti tutti i monasteri e le chiese; i monaci e i sacerdoti furono arrestati e condannati a morte.

Nel corso della guerra fu arrestato anche il delegato apostolico di Corea, Patrick James Byrne. Vescovo e cittadino statunitense, fu condannato a morte ma la sentenza non venne eseguita. Fu deportato in un campo di concentramento e qui morì, dopo anni di stenti e privazioni. Di cosa successe ai cristiani negli anni seguenti non si hanno più notizie: ancora non si conosce la sorte dei 166 sacerdoti e religiosi presenti nel Nord alla fine della guerra. A chi chiedeva di loro, i funzionari nordcoreani rispondevano fino agli anni Ottanta: “Sono perfetti sconosciuti”.

Oggi la Chiesa del Nord rimane senza clero e senza culto. Secondo i dati ufficiali del governo, i cattolici nordcoreani sono circa 4.000, oltre a circa 11.000 protestanti. Ma fonti di AsiaNews nel Paese sostengono che i “veri” cattolici non sono più di duecento, per la maggior parte molto anziani. In tutta la Corea del Nord esistono solamente tre luoghi di culto autorizzati per la fede cristiana: due protestanti e uno cattolico. Quest’ultimo è la chiesa di Changchung nella capitale Pyongyang, che per molti analisti è soltanto una “vetrina” a uso del regime.

La comunità cristiana è sottoposta ad una dura repressione da parte delle autorità. Un cristiano è doppiamente malvisto: accusato di slealtà verso il regime e sospettato di rapporti con l’Occidente. La maggioranza dei fedeli rimasti è costretta ad esprimere la propria fede in segreto. Nel Paese comunista, essere “scoperti” mentre si partecipa ad una messa in un luogo non autorizzato può comportare pene detentive e, nei casi peggiori, tortura e anche la pena capitale. Anche il solo fatto di possedere una Bibbia è considerato un reato che può portare alla pena di morte. Il 16 giugno 2009 una cristiana di 33 anni, Ri Hyon-ok, è stata condannata a morte e giustiziata “per aver messo in circolazione delle Bibbie”.

La figura di mons. Hong Yong-ho è emblematica di questa situazione. Ordinato sacerdote il 25 maggio 1933, è stato nominato vicario apostolico di Pyongyang e vescovo titolare di Auzia il 24 marzo 1944 da papa Pio XII. Il successivo 29 giugno è stato consacrato da monsignor Bonifatius Sauer, co-consacranti il vescovo Irenaeus Hayasaka e l’arcivescovo Paul Marie Kinam-ro.

Il 10 marzo 1962 papa Giovanni XXIII decise di elevare a diocesi il vicariato di Pyongyang, anche in segno di protesta contro la politica del regime nordcoreano, e di nominare quale primo vescovo proprio mons. Hong, che diviene così un simbolo della persecuzione contro i cattolici nella Corea del Nord e in generale nei regimi comunisti. Anche se avrebbe ormai superato il centesimo anno di età, in Vaticano dicono che “non può essere escluso che si trovi ancora prigioniero in qualche campo di rieducazione”.

Se l'Occidente ha il nemico in casa. La convergenza del totalitarismo comunista e nazista verso l'Islam

Il saggio di Alexandre Del Valle, Verdi Rossi Neri, illustra la convergenza del totalitarismo comunista e nazista verso l'Islam


di Pico Angelico

Nove anni dopo il crollo delle Twin Towers è sempre l'estremismo islamico il maggior pericolo per l'Occidente? La risposta è solo in parte affermativa: nel suo saggio Verdi Rossi Neri. La convergenza degli estremismi antiocidentali: islamismo, comunismo, neonazismo (Lindau, 2009, pp. 486), il politologo francese Alexandre Del Valle – suffragato da ineccepibili dati storici – pone l'accento sul risentimento degli orfani delle defunte ideologie novecentesche verso la civiltà giudaico-cristiana. I post-comunisti e i post-nazisti sono accomunati da una tremenda rabbia verso l'Occidente capitalista che, con tutti i suoi limiti, ha contribuito a diffondere la cultura dei diritti umani e della liberal-democrazia.

Il volume gode dell'introduzione dell'europarlamentare Magdi Cristiano Allam, del quale Del Valle è collaboratore e consigliere.
Storicamente l'intellighenzia marxista, ben prima della caduta del muro di Berlino, ha sempre nutrito grande simpatia verso la religione islamica, che, pur incompatibile con il materialismo e l'ateismo, è vista da molti neogiacobini come un possibile alleato in una comune causa terzomondista. Gli esempi di convergenza rosso-verde sono numerosi: Del Valle cita, tra gli altri, la clamorosa conversione del terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, più noto con il nome di battaglia di Carlos. Il bolivarismo di Hugo Chavez ha un carattere fortemente pragmatico (indipendenza petrolifera dagli USA) eppure si connota per uno spiccatissimo antisemitismo, rispetto al quale il dittatore iraniano Mahmoud Ahmadinejad è il più prevedibile ed inquietante dei complici. Numerosi altri sono i 'cattivi maestri' occidentali citati da Del Valle: tra questi figurano ex leader del '68 come Toni Negri e Daniel Cohn-Bendit, oggi più che mai ringalluzziti dall'assedio sferrato all'Occidente dall'11 settembre 2001 ad oggi.
La convergenza nero-verde affonda le radici nel sodalizio stretto nel 1941 tra Hitler e il Gran Muftì di Gerusalemme. Le attuali frange di estrema destra sparse in tutto il mondo sono accomunate agli estremisti di sinistra dallo sconfinato odio verso gli Stati Uniti ed Israele. Le differenze tra rossi e neri, in tal senso, sono puri dettagli: entrambi sono ossessionati dalla lobby giudaico-plutocratica e sostengono caparbiamente la causa palestinese. Inevitabile, dunque, l'alleanza tattica con gli islamici – meglio se fondamentalisti – contro il Grande Satana occidentale.
Davvero una bella grana per gli Stati Uniti e per l'Europa se si pensa che la maggior parte degli organismi internazionali e delle organizzazioni non governative, ONU in testa, sono decisamente sbilanciati verso la causa terzomondista e filo-musulmana. Emblematiche, in questo senso, le conferenze di Durban (2001) e Ginevra (2009) che, con la complicità del Pakistan e della Cuba castrista, “hanno avuto come unico scopo di stigmatizzare l'Occidente e l'islamofobia, senza preoccuparsi di denunciare le numerose violazioni dei diritti delle donne, dell'uomo e delle minoranze religiose, presenti in terra d'Islam o nel Terzo Mondo”. In tale scenario pesano il risentimento della Russia – ancora impantanata nelle logiche della guerra fredda – e il boom inarrestabile della Cina (potenza nucleare come la vicina ed inquietante Corea del Nord) dove i diritti umani sono notoriamente negati e il comunismo totalitario - fatta salva la diffusione dell'economia di mercato nella sua versione più selvaggia e deteriore – non ha affatto chiuso i battenti. La Cina è alleata con l'Iran, da cui importa il petrolio, e, in cambio, ne sostiene le ambizioni nucleari.
Un quadro, almeno in apparenza, a tinte fosche, quello delineato da Del Valle. Una via di uscita, tuttavia c'è ed è rappresentata dalla prospettiva di un'alleanza panoccidentale. La Russia, presto o tardi, avrà tutto l'interesse ad abbandonare il proprio livore antiamericano. Anch'essa deve fare i conti con il terrorismo islamico – ceceno in particolare - al suo interno. Una distensione e un'integrazione politico-economica con l'Europa Occidentale, potrebbe distogliere la Russia da perniciose connivenze con l'Iran, la Cina, la Corea del Nord e altri 'stati canaglia'. La Cina, dal canto suo, deve vedersela a sua volta con la dissidenza dei musulmani uiguri e, presto o tardi, il suo totalitarismo laicista non potrà che entrare in conflitto con il fondamentalismo religioso. Dinamiche analoghe potrebbero profilarsi per il vetero-comunismo di Chavez e Morales, laddove la stragrande maggioranza della popolazione latino-americana si sente ancora fortemente cristiana e cattolica e nulla vuole avere a che fare con lo strumentale filo-islamismo dei demagoghi bolivariani. Tutti gli scenari fin qui descritti, rivelano dunque il carattere puramente tattico dell'alleanza rosso-verde.
Il vero nemico da sconfiggere, però, secondo Del Valle, è l'assurdo odio di sé che l'Occidente nutre. La costante genuflessione di tanti intellettuali gnostici ed apostati, nei confronti dell'Islam e delle ideologie terzomondiste in generale è la vera piaga da debellare. Estirpare tale cancro è un imperativo urgente, anche perché, come afferma in conclusione l'autore, “l'Occidente ha sempre vinto, perché è suo dovere vincere e perché non avrà altre alternative”.

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Cuba. Il grido soffocato delle Damas de Blanco

DI LUCIA CAPUZZI
« T
raditrici». A testa alta, con gli occhi puntati sul viso degli assalitori, hanno sopportato impassibili, per otto lunghe ore, la sequela di insul­ti. Alcune decine di donne, vestite di bianco, con un gladiolo in mano, hanno sfidato ancora una volta l’ira del regime castrista. Lo fanno dal marzo 2003 – la primavera negra –, quando l’allora Lider Maximo Fidel Castro, mentre lo sguardo del mon­do era fisso sull’Iraq, avviò una 'pur­ga' verso il dissenso. Secondo mol­ti analisti, fu un messaggio indiretto all’amministrazione Bush, per di­mostrare che il governo socialista e­ra ancora forte. In 75, tra intellettua­li, artisti, giornalisti – dal poeta Raul Rivero all’economista indipenden­te Oscar Espinoza – furono arresta­ti e condannati, con processi sommari, a pene durissime, fino a 28 anni di carcere, per spionaggio. Al­cuni furono liberati in seguito alle pres­sioni internazionali. Cinquantatré sono ancora dietro le sbarre. Per loro, si battono le Damas de Blanco. Madri, fi­danzate, mogli dei dissidenti incarcera­ti, ogni domenica, a­scoltano la messa insieme nella chie­sa di Santa Rita. Poi, marciano per la Quinta Avenida, nel centro dell’Ava­na, gridando 'Libertad!'. «Non sia­mo un movimento politico. Siamo donne disperate. Che lottano per la libertà dei loro uomini. Innocenti imprigionati per il solo fatto di ave­re idee diverse», spiega ad Avvenire
Laura Pollan, fondatrice delle Da­mas. Suo marito Hector Maseda, giornalista, è rinchiuso nel carcere di Aguica, a Matanzas, a 150 chilo­metri dall’Avana e dalla sua famiglia. Qui sconta una pena a vent’anni. «È come una condanna a morte, ha già sessant’anni», aggiunge Laura.
Finora il regime aveva tollerato le marce delle Damas. Da qualche me­se, però, le aggressioni al gruppo si sono moltiplicate. Da tre settimane, le donne non riescono a raggiunge­re la Quinta Avenida. Agenti in bor­ghese le fermano all’uscita dalla messa e intimano loro di tornare in­dietro. Dato il secco rifiuto, le don­ne vengono aggredite da gruppi fi­locastristi. Che le circondano, le in­sultano, le spingono, le minacciano. Il copione degli 'atti di ripudio', spontanei in teoria ma in pratica or­dinati dal governo, non è cambiato in mezzo secolo di Revolucion. A cre­scere è stata, però, la veemenza del-
le manifestazioni. Perfino la stampa ufficiale, che mai prima aveva men­zionato le Damas, ha cominciato ad attaccarle. Segno che la 'rivoluzione dei gladioli delle signore bianche' è diventata un problema.
Per il castrismo è un momento deli­cato. Raul, succeduto al fratello ma­lato nel 2006, ha deluso le aspettati­ve di cambiamento. Le poche rifor­me attuate – diritto dei cubani ad a­vere un pc, un telefonino, a utilizza­re Internet, a entrare negli hotel per stranieri, la concessione di terra in­colta ai contadini e la possibilità di barbieri ed estetiste di prendere in affitto il loro locale – hanno un puro carattere 'cosmetico'. Il suo pro­getto di trasformazione del sociali­smo tropicale in capitalismo autori­tario, sul modello cinese, si è arena­to ancor prima di iniziare. Per l’op­posizione, dicono fonti vicine al re­gime, dello stesso Fidel, la cui ombra peserebbe sulle spalle del fratello. Per questo, i blogger più irriverenti han­no definito Raul Ca­stro 'il numero uno e mezzo': un poten­te ma non troppo per opporsi all’an­ziano 'comandan­te'. Una leadership inadeguata ad af­frontare la dura re­cessione economica che flagella il Paese. I negozi sono vuoti, un cittadino su quattro è sen­za lavoro. Il malcontento popolare è forte. Per questo, più che per una reale coscienza politica, dato che il regime fa di tutto per impedirne la formazione, in tanti ora si avvicina­no
ai dissidenti. «Lo fanno timidamente, la paura è tanta», spiega Reyna Zapata Tamayo, madre di Orlando, il prigioniero po­litico che due mesi fa si è lasciato morire di fame per protestare con­tro le terribili condizioni carcerarie. La donna è controllata a vista dalle forze di sicurezza «Mi hanno perfi­no vietato di rispondere alle do­mande dei curiosi sull’autobus. Di­cono che devo stare muta. Altrimenti mi fanno scendere. Preferisco cam­minare che tacere», dice Reyna. Iso­lare i dissidenti per impedire che il virus della ribellione dilaghi è l’os­sessione di Raul. Mentre la repres­sione cresce, però, la fragile econo­mia cubana si sgretola. Il rischio del tracollo è concreto. A meno di un cambiamento reale. Lo ha ricono­sciuto lo stesso presidente. Nel di­scorso alla Gioventù Comunista ha parlato della necessità di una 'gran­de trasformazione'. Il divario tra pa­role e fatti a Cuba non è mai stato tanto profondo.
Ogni domenica dopo la Messa marciano a L’Avana chiedendo libertà per i loro cari. La parabola discendente di Raul Castro e i morsi della crisi





Fariñas: offro la mia vita per chiedere più libertà
il dissidente


È in sciopero della fame e della sete dal 24 febbraio. «Castro ha trasformato questo Paese in un’azienda personale»

« N
on ho febbre, la tempera­tura è tra i 36 e i 36,5 gradi. La pressione è 100 su 60. Il mio medico di­ce che il decesso potrebbe avvenire nei prossimi venti o trenta giorni». Parla del suo corpo come se non gli appartenesse Guillermo “Coco” Fariñas. Da quando, 65 giorni fa, ha deciso di tra­sformare il suo organismo in strumento di lotta politi­ca, l’ex psicologo e giorna­lista critico si sforza di rac­contare il suo lento debili­tarsi con distacco. Risponde al telefono con voce ferma. Poi, col tono asettico di uno scienziato, comincia a de- scrivere i sintomi che, gior­no dopo giorno, stanno consumando quel che resta di lui. Non mangia né beve dal 24 febbraio, quando le forze di sicurezza cubane gli hanno impedito di parteci­pare al funerale di Orlando Zapata Tamayo, il detenuto politico morto dopo 85 gior­ni di sciopero della fame. Fariñas ha deciso di «pren­dere il suo posto», perché quello che definisce un «o­micidio di Stato» non sia va­no. Zapata chiedeva condi­zioni più umane per i dissi­denti dietro le sbarre. Coco domanda la scarcerazione di 26 prigionieri politici ma­lati. Come l’ingegnere Li­brado Linares Garcia, quasi cieco, l’intellettuale cattoli­co Blas Giraldo Reyes o il giornalista Pedro Arguelles Moran. Ha perso 14 chili in due mesi. Ne pesa 67 per ol­tre 1,80 di statura. Entra ed esce dall’ospedale. Ma non è disposto a fermarsi.
Raul Castro ha detto che «non cederà al ricatto«. Se continua, lei morirà. Perché una scelta così estrema?

Il regime non me ne lascia altra. Lo sciopero della fa­me è l’unico mezzo che ho per oppormi al governo brutale e tirannico dei fra­telli Castro. Non voglio mo­rire. Ma sono disposto a far­lo.

In nome di cosa?

Della democrazia, del mio Paese, di Orlando Zapata, dei ventisei detenuti in fin di vita che il regime si osti­na a tenere dietro le sbarre. Spero che quando non ci
sarò più, il governo si deci­da a lasciarli andare. Del re­sto, lo stesso ministero del­l’Interno ha dichiarato che non sono in condizioni di restare in carcere.
Altri due prigionieri, Darsi Ferrer e Franklin Pellegri­no, hanno interrotto il di­giuno perché ritengono di essere più utili a Cuba da vi­vi piuttosto che da morti. Lei persevera nella sua stra­da…

Rispetto la loro scelta, ma resto fermo nella mia. I mo­menti fondativi di una na­zione necessitano di marti­ri. Quando morirò, il pro­fessor Felix Bonne prenderà il mio posto, lo ha già di­chiarato, come io ho fatto con Zapata. Il regime non potrà ignorarci all’infinito.

Ha conosciuto personal­mente Orlando Zapata?

Sì, era il 1991. Lui lavorava come muratore per la co­struzione dell’Hotel Parque Central all’Avana. All’epoca militava nella Gioventù Co­munista e faceva parte del­le “brigate di risposta rapi­da” che dovevano impedire gli incontri dei dissidenti. Cioè del mio gruppo, la U­nión Liberal, che si riuniva nei paraggi. Così, cominciò a parlare con noi. A com­prendere le nostre ragioni. E finì per passare dall’altra parte.

Anche lei, come Zapata, è stato nella Gioventù Co­munista. Ha perfino com­battuto in Angola. Suo pa­dre era agli ordini di Che Guevara in Congo...

Ho creduto nel castrismo. E
nel socialismo. Credo anco­ra in uno stato sociale forte. Ma Fidel Castro, e ora Raul, hanno trasformato Cuba in un’azienda personale. Il re­gime ha dato istruzione, sa­nità e speranze. In cambio, però, ci ha privato di ogni forma di libertà. Cuba è un’immensa cella di cui so­lo i Castro hanno la chiave. Io mi sono distanziato dal regime dopo la condanna a morte del generale Ochoa, nel 1989, con la finta accu­sa di narcotraffico. Ma ho i­niziato ad allontanarmi nel 1980, all’epoca dell’esodo del Mariel, quando migliaia di cubani assediarono l’am­basciata peruviana per chiedere asilo e lasciare l’i­sola. Allora mi sono reso conto di quanti volessero fuggire via.
Lei è sposato e ha una figlia di otto anni. Come vive la sua famiglia questa scelta?

Mia moglie Clara non è d’accordo, ma resta al mio fianco. Mia figlia Diosange­les non sa niente. Pensa che sia malato. Le ho scritto u­na lettera di addio, per quando sarà più grande. Le ho spiegato che suo padre l’amava e non avrebbe mai voluto lasciarla. Ma ha do­vuto. Per contribuire a dar­le un futuro di libertà. Quando il mio corpo mi fa troppo male, leggo un pas­so del Vangelo di Giovanni in cui Gesù dice: «Non c’è a­more più grande che dare la vita per i propri amici». È questo che ho cercato di spiegare a Diosangeles.

Lucia Capuzzi




© Copyright Avvenire 28 aprile 2010