DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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2 DICEMBRE 2015


Pyongyang, Corea del Nord
Ragazzine fanno un inchino davanti a un murale che ritrae l'ex dittatore Kim Il Sung, prima di spazzare il marciapiede di fronte.
(AP Photo/Wong Maye-E)


IDOLATRIA 

E l’idolatria è quando un uomo o una donna perdono la carta d’identità di essere figlio di Dio e preferisce cercarsi un dio a propria misura. Questo è il principio. Di lì, se l’umanità non cambia, continueranno le miserie, le tragedie, le guerre, i bambini che muoiono di fame, l’ingiustizia … Cosa pensa questa percentuale che ha in mano l’80 per cento della ricchezza del mondo? E questo non è comunismo, eh?, questa è verità. E la verità, eh?, non è facile vederla. (Papa Francesco. Conferenza stampa di ritorno dal viaggio in Africa)


FONDAMENTALISMO

 Il fondamentalismo è una malattia che c’è in tutte le religioni. Noi cattolici ne abbiamo alcuni: non alcuni, tanti, eh?, che si credono con la verità assoluta e vanno avanti sporcando gli altri con la calunnia, con la diffamazione e fanno male: fanno male. Il fondamentalismo religioso non è religioso. Perché? Perché manca Dio. E’ idolatrico, come è idolatrico il denaro. (Papa Francesco. Conferenza stampa di ritorno dal viaggio in Africa)

  
DIRITTI UMANI

In Irlanda del Nord la corte suprema ha definito la legge che proibisce l’aborto una violazione dei diritti umani. La norma sull’interruzione di gravidanza (ivg) è molto restrittiva: permette di abortire solo nel caso di pericolo per la vita della madre e prevede la condanna all’ergastolo per le donne che praticano l’aborto in maniera illegale. In una sentenza storica la corte ha definito questa legislazione una violazione della convenzione europea sui diritti umani, in particolare perché impedisce di ricorrere all’ivg anche alle donne che hanno subìto uno stupro, o nel caso che sia diagnosticata una grave deformità del feto. (Internazionale)


INDIPENDENZA

Michelle ha raccontato a Radio 24, ospite di Nessuna è perfetta, che lei e Tomaso al momento delle nozze hanno scelto la «separazione dei beni». Una scelta, secondo lei, azzeccatissima. «È una cosa che rilassa tutti gli animi», ha spiegato, «si deve essere molto obiettivi e dire a se stessi che la separazione dei beni va oltre la materia. Lui ci sarà sempre per me e io ci sarò sempre per lui e nel momento in cui avrò bisogno sono certa che non è la comunione dei beni o la separazione dei beni che fa la differenza». Per la conduttrice, però, «l’indipendenza ti dà una forza ed una autonomia psicologica, in modo tale da non dipendere da nessuno». E ancora: «Io e mio marito ci diciamo tutto, abbiamo una grandissima complicità, ma non parliamo molto di soldi». (Vanity Fair)


LA RADICE
Perché gli Ebrei si dondolano quando pregano e studiano? I nostri Maestri chiesero a Rabbi Shimon bar Yochai: “Perché solo gli Ebrei si dondolano quando si occupano di Torah e gli altri popoli del mondo non lo fanno?”.
Egli rispose loro: “Mi avete ricordato un concetto importantissimo che la gente ignora e a cui non presta attenzione. Le anime degli Ebrei provengono dal santo lume ardente, poiché è scritto (Proverbi 20, 27): ‘L’anima dell’uomo è una fiamma divina’ e la luce di questa fiamma, quando è accesa dalla Torah celeste, non si calma neppure per un istante e questo è il significato del versetto (Salmi 83, 2): ‘Signore, non restare in silenzio’. Una cosa simile è scritta sulle anime che invocano al Signore (Isaia 62, 6): ‘Non state in silenzio’, cioè non siete mai calme. La fiamma della candela, una volta che si attacca alla miccia, non si calma più; anzi, questa fiamma si dondola di qua e di là e non ha più requie. Così è per gli Ebrei, le cui anime provengono dalla stessa fiamma divina: appena pronunciata una parola di Torah, la fiamma divina nell’anima si accende ed essi non possono più calmarsi: anzi, si dondolano di qua e di là, da ogni parte come la fiamma della candela, perché è scritto (Proverbi 20, 27): ‘L’anima dell’uomo è una fiamma divina’. Come l’anima, anche il corpo loda il Creatore, come è scritto: ‘Tutte le mie ossa diranno: Chi è come te, Signore, che liberi il debole dal più forte, il misero e il povero dal predatore?’ (Salmi 35, 10). Abbiamo così appreso perché ci si dondola quando si studia la Torah e quando si prega”. (Sefer HaZohar III, 218b). - 
Paolo Sciunnach, insegnante (Moked)


Il Papa: "come può esistere un dialogo tra culture senza valori diritti e principi comuni"

Discorso al Bureau dell'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa


CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 8 settembre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo del discorso che Benedetto XVI ha pronunciato questo mercoledì ricevendo il Bureau dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa in occasione del 60° anniversario della Convenzione Europea sui Diritti dell'Uomo.



* * *



Signor Presidente,

Cari membri del Bureau dell'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa

Sono molto grato all'onorevole signore Çavuşoğlu per le gentili parole che mi ha rivolto a nome del Bureau e porgo a tutti voi un cordiale benvenuto. Sono lieto di ricevervi nel sessantesimo anniversario della Convenzione Europea sui Diritti dell'Uomo che, come è noto, impegna gli Stati membri del Consiglio d'Europa a promuovere e a difendere la dignità inviolabile della persona umana.

So che l'Assemblea Parlamentare ha nella sua agenda importanti temi che riguardano soprattutto le persone che vivono in situazioni particolarmente difficili o che sono sottoposte a gravi violazioni della loro dignità. Penso alle persone affette da handicap, a bambini che subiscono violenza, agli immigranti, ai profughi, a coloro che pagano il prezzo più alto per l'attuale crisi economica e finanziaria, a quanti sono vittime dell'estremismo o delle nuove forme di schiavitù come il traffico di vite umane, il commercio illegale di stupefacenti e la prostituzione. Il vostro lavoro riguarda anche le vittime delle guerre e le persone che vivono in democrazie fragili. Sono a conoscenza anche dei vostri sforzi per difendere la libertà religiosa e contrastare la violenza e l'intolleranza nei confronti dei credenti in Europa e nel mondo.

Tenendo presente il contesto della società attuale, nella quale si incontrano popoli e culture differenti, è imperativo sviluppare sia la validità universale di questi diritti, sia la loro inviolabilità, inalienabilità e indivisibilità.

In diverse occasioni ho evidenziato i rischi associati al relativismo nel campo dei valori, dei diritti e dei doveri. Se questi fossero privi di un fondamento razionale oggettivo, comune a tutti i popoli, e si basassero esclusivamente su culture, decisioni legislative o sentenze di tribunali particolari, come potrebbero offrire un terreno solido e duraturo per le istituzioni sovranazionali come il Consiglio d'Europa e per il vostro compito all'interno di tale prestigiosa istituzione? Come potrebbe esserci un dialogo fecondo tra le culture senza valori comuni, diritti e principi stabili, universali, intesi allo stesso modo da tutti gli Stati membri del Consiglio d'Europa? Questi valori, diritti e doveri sono radicati nella dignità naturale di ogni persona, qualcosa che è accessibile alla ragione umana. La fede cristiana non ostacola, bensì favorisce questa ricerca, ed è un invito a cercare una base soprannaturale per questa dignità.

Sono convinto che questi principi, osservati fedelmente, soprattutto quando si parla della vita umana, dal concepimento alla morte naturale, del matrimonio — radicato nel dono esclusivo e indissolubile di sé tra un uomo e una donna — e della libertà di religione e di educazione, siano condizioni necessarie se dobbiamo rispondere in modo adeguato alle sfide decisive e urgenti che la storia pone ad ognuno di voi.

Cari amici, so anche che desiderate andare incontro a quanti soffrono. Ciò mi rallegra e vi incoraggio a svolgere la vostra delicata e importante missione con moderazione, saggezza e coraggio, al servizio del bene comune dell'Europa. Vi ringrazio di essere venuti e vi assicuro delle mie preghiere. Dio vi benedica!

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana, traduzione a cura de “L'Osservatore Romano”]

Prigioniero e militante. Dal suo carcere in Florida Conrad Black denuncia il business dei diritti umani: Amnesty International e Human Rights Watch

Una delle conseguenze più inaspettate
della grande vittoria democratica e
capitalista nella Guerra fredda è stato il
successo di cui ha goduto la già screditata
sinistra trincerandosi nelle retrovie dopo
la disfatta subita in prima linea. La sinistra
economica di Stiglitz-Krugman, ricolma
di premi Nobel, come i suoi paladini
politici, da Jimmy Carter ad Al Gore e Barack
Obama, ha danzato fino allo sfinimento
su quelle che credeva essere le tombe
del thatcherismo e della reaganomics.
Il movimento dei verdi, che è stata una
confederazione bucolica e informale di
amanti delle foreste, di oppositori dei test
nucleari come Greenpeace e di simpatici
eccentrici con pedule ai piedi, caschetto
coloniale in testa, reti da farfalle in mano
e binocolo al collo, è diventato il baluardo
della sinistra. Come nel caso della guerriglia
comunista delle Farc colombiane, travolta
dalla piena di signori della guerra
armati, questi vecchi militanti in lotta per
aria e acqua pulite e per la protezione di
meravigliose farfalle sono stati travolti dai
sostenitori della deindustralizzazione, della
rinuncia all’automobile e di una determinazione
churchilliana di fronte
a un’incontrollata flatulenza bovina.
Gli autentici ambientalisti
sono stati una ridotta perfetta
per lo sconfitto esercito di
soldati scontenti, radicali e
ottusi che, come il malconcio
relitto della
Grande Armée di
Napoleone a Smolensk
nel 1812, si
sono tuffati in questo
incongruente
ecosistema politico.
Ora che i famigerati
“fatti scientifici”
di Al Gore si
sono dimostrati
null’altro che una
massa di escrementi
così fetidi da
poter danneggiare
anch’essi lo strato
di ozono, e che si è
provato che i livelli
dei mari e la temperatura
globale non si
stanno alzando, che i
ghiacciai non si stanno sciogliendo
e che in buona parte i
dati più allarmistici sono errati, la sinistra
si è messa a cercare un nuovo terreno
sul quale esercitare il proprio monopolio
sugli eventi e la loro interpretazione.
Sebbene le sue concezioni strategiche
ed economiche siano state smentite, la sinistra
del mercato sociale ha imparato
l’arte del camaleonte. Naturalmente l’Unione
Sovietica non era una vera minaccia,
e la vittoria ottenuta in un’inutile
Guerra fredda è stata soltanto una vittoria
di Pirro, del tutto illusoria. Il mondo accademico
ha accolto e protetto gli sconfitti e
malridotti guerrieri di questa sinistra e si
sono intonati appassionati requiem nelle
consuete cattedrali dei media di ispirazione
liberal. Ma probabilmente il più perentorio
Te Deum è stato suonato dalle organizzazioni
per i diritti umani. Human Rights
Watch è stata fondata dal celebre editore
e campione dei diritti Robert Bernstein,
ancora oggi molto attivo ma ormai
da lungo tempo fuori da questa organizzazione.
E quando la fanteria della sinistra è
stata messa in fuga, Human Rights Watch
è diventata una sorta
di clinica per i soldati
più traumatizzati,
che, assistiti dal balsamo
delle sovvenzioni
di George Soros,
l’hanno trasformata
in una delle tante istituzioni
anti-israeliane.
Human Rights Watch
(HRW) è stata
creata per contrapporsi
alla britannica
Amnesty International
(AI), e le è stata
data una veste di stile prettamente americano.
Mentre AI si fondava sul sostegno
economico di un’ampia base di membri,
HRW è sovvenzionata da un ristretto numero
di grandi finanziatori. Mentre AI
operava da uffici modesti ed esprimeva
proteste di basso profilo, HRW ha sede in
eleganti uffici di Manhattan e produce decine
di rapporti su carta patinata.
AI è sempre stata circondata da sospetti,
ed è stata guidata per molti anni dal dichiarato
terrorista del Sinn Fein e vincitore
del premio Lenin (nonché, naturalmente,
del premio Nobel) Seán MacBride. Le
opinioni di AI sono state oscurate dal suo
implicito assioma secondo cui si potevano
prendere provvedimenti apparentemente
ingiusti per favorire la sconfitta della ingiustizia
istituzionalizzata, cosa che può
essere vera, ma è anche il percorso tradizionale
per il totalitarismo e il terrorismo.
Così, quando la direttrice del programma
di AI per la parità sessuale, Gita Sahgal, si
è lamentata del fatto che Amnesty avesse
un atteggiamento compiacente verso l’islam
radicale, è stata sospesa, e HRW ha
gongolato di felicità. Salman Rushdie e altri
intellettuali hanno criticato il trattamento
riservato alla signora Sahgal.
Il campo di battaglia tra AI e HRW è
mutato, passando dalla difesa degli oppressi
a uno scontro spietato di ginnica
ipocrisia. Nel 2006 il responsabile per la
parità sessuale ha accusato l’avvocato per
i diritti britannici Peter Tatchell di “islamofobia,
razzismo e colonialismo” perché
aveva criticato l’esecuzione sommaria, in
Iran, di un vasto numero di omosessuali
per il solo fatto del loro orientamento sessuale.
Ma questa protesta, ha replicato
HRW, non era che un “luogo comune occidentale”
e non doveva interessare coloro
la cui raison d’être erano i diritti umani.
Quando Bernstein ha attaccato la sua vecchia
organizzazione accusandola di ignorare
le società repressive pur di colpire le
democrazie (soprattutto Israele), e i suoi
successori hanno replicato (sul New York
Times, naturalmente) che il fondatore stava
cercando di rendere le democrazie immuni
da ogni responsabilità, l’esperto militare
di HRW è esploso come fuoco d’artificio.
Marc Garlasco era già un personaggio
discusso per avere dichiarato che
Israele aveva ucciso 7 civili arabi a Gaza
nel 2006 ed avere poi ammesso, sul Jerusalem
Post, di essersi sbagliato (era Hamas
ad essere responsabile).
Allo Spiegel Garlasco ha raccontato
di avere ordinato,
nella guerra del 2003, in
qualità di funzionario civile
del Pentagono, un attacco
aereo su Bassora che
causò la morte di 17 civili.
A questa confessione
ne sono seguite molte
altre, nelle quali rivelava
di avere ordinato
almeno
cinquanta attacchi
aerei che avevano
causato la
morte di centinaia
di persone,
ma senza colpire
nessuno degli
obiettivi assegnati,
e che quest’esperienza
lo aveva spinto
a entrare in HRW.
Poi si è venuto a sapere
che Garlasco era un
collezionista di cimeli nazisti e
sul suo sito internet (con lo pseudonimo
di “Flak88”) si divertiva a dire che se i
suoi colleghi di HRW avessero scoperto
questa sua passione avrebbe “potuto perdere
il lavoro”. Scriveva su siti come
Wehrmacht-Awards.com, da cui è tratta
questa citazione: “La giacca di pelle delle
SS mi fa gelare il sangue: è fighissima”.
Per un po’ di tempo HRW ha amorevolmente
difeso Garlasco come un importante
collezionista, cercando di addossare la
colpa degli attacchi all’intolleranza degli
ebrei. Allo stesso tempo trovava una certa
difficoltà nel difendere se stessa dall’accusa
di avere organizzato cene per la raccolta
di finanziamenti in Arabia Saudita denunciando
Israele in termini graditi al governo
saudita, uno dei regimi più primitivi
del mondo sui diritti. Quando però un
blogger ha chiesto se la passione di Garlasco
per i cimeli nazisti fosse connessa con
l’israelofobia, HRW ha “sospeso” Garlasco,
pur garantendogli lo stipendio.
I media, che prima avevano un atteggiamento
di indulgenza, hanno rivelato che
uno dei più importanti
esperti di medio
oriente di HRW è
tra i fondatori della
pubblicazione internet
anti israeliana
“The Electronic Intifada”
e che il vicedirettore
del settore
operativo per il medio
oriente di HRW,
Joe Stork, è stato un
noto commentatore
anti israeliano, che
aveva approvato l’assassinio
degli atleti
israeliani a Monaco nel 1972. In questo
brodo che non risparmia nessuno, avrebbe
molto più senso che i leader del business
dei diritti umani, vista la loro animosità
contro Israele, diventassero l’obiettivo
delle organizzazioni per la cattura dei
nazisti, che si stanno ora dedicando alla ricerca
di persone come John Demjanjuk.
Inseguito per trent’anni, ma senza successo,
da Israele, e accusato di avere fatto il
guardiano a Treblinka, ora Demjanjuk, novantenne
disteso su una barella, è processato
dalla Germania con l’accusa di essere
stato guardiano a Sobibor. In Elie Wiesel e
nei suoi colleghi, Human Rights Watch e
Amnesty International troverebbero avversari
formidabili.

Conrad Black, storico canadese e giornalista,
membro della Camera dei Lord britannica. E’ stato
il terzo maggior magnate dei media al mondo.
Dal 2007 è detenuto nel carcere federale di Coleman,
in Florida, numero di matricola 18330424.
copyright The National Review

(traduzione di Aldo Piccato)

© Copyright Il Foglio 28 aprile 2010

I diritti umani secondoAndré Glucksmann che riceve dal Papa il Premio "Giovanni Paolo II"

Il «Premio Oswiecim (ovvero Auschwitz) per i diritti umani “Giovanni Paolo II”», destinato a personalità che si distinguono nella promozione e nella difesa dei diritti umani, è stato eccezionalmente consegnato al vincitore di quest'anno, André Glucksmann, da Benedetto XVI. La breve cerimonia – informa l’Osservatore Romano - ha avuto luogo ieri in una saletta attigua all'Aula Paolo VI, al termine dell'udienza generale. Scopo del premio è onorare e scegliere come modelli di comportamento coloro che, nella loro vita e nella loro attività pubblica, tutelano e difendono i diritti umani secondo gli insegnamenti e la testimonianza di Giovanni Paolo II. Alla cerimonia erano presenti i membri della giuria: il cardinale Franciszek Macharski, Andrzej Zoll, presidente dell'Accademia per i diritti umani che ha promosso il Premio, e Waldemar Rataj.

RV.

I diritti umani secondo André Glucksmann, che non crede agli angeli

Roma. Il premio “Oswiecim” per i diritti
umani, dedicato a Giovanni Paolo II e istituito
dalla città polacca all’indomani della
morte del Pontefice, nel 2005, è stato consegnato
in Vaticano mercoledì mattina – alla
vigilia del 10 dicembre, sessantennale della
Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo
– da Benedetto XVI al filosofo francese
André Glucksmann. Una scelta significativa,
se non altro perché l’allievo di
Aron e di Sartre, autore del recente “Le
deux chemins de la philosophie” (Plon),
non ha mai nascosto la propria lontananza
da un’idea angelicata, idealista, celebrativa
dei diritti umani. Ha sempre sostenuto,
invece, che “il vero problema è la resistenza
all’inumano, esperienza davvero universale”.
Lo ha ripetuto nella conferenza pomeridiana
tenuta nella sede romana dell’Accademia
di Oswiecim. Nome polacco di
Auschwitz, il cui campo di concentramento
è simbolo della negazione assoluta dell’umanità.
Ma che può diventare paradigma
della possibilità di “uscire dall’orrore”, ha
spiegato Glucksmann, che nel paradossale
accostamento tra un premio per i diritti
umani e Auschwitz vede una sfida inusuale
e degna di essere raccolta.
E’ ancora Auschwitz a interpellare il
mondo contemporaneo, “quando ci parla
della capacità dell’uomo di mettere fine all’avventura
umana. Quando ci dice che il
mondo è un inferno a cielo aperto e che
nessuno può farci niente, perché non c’è responsabilità
personale di fronte all’orrore.
Quando ci dice che la Cecenia è lontana, e
pazienza per i suoi trecentomila morti su
una popolazione di un milione di abitanti”.
L’idea falsa della “fine della storia giustifica
l’atteggiamento di chi pensa che non si
possa far altro che consumare e godersi lo
spettacolo. E’ il nichilismo compiuto, niente
di diverso dal ‘Viva la muerte!’ dei falangisti
spagnoli”. Glucksmann pensa che “il
trionfo di Auschwitz sia stata la morte dell’Europa”.
A salvarla, dice al Foglio, e “a
provocare quel miracoloso ribaltamento
che ha portato metà del continente diviso
dal comunismo alla democrazia, è stato lo
spirito della dissidenza, che gli europei dovrebbero
continuarea coltivare. Quando
nessuno considerava la possibilità che si
passasse dal socialismo al capitalismo, e
nelle università si studiava soltanto l’ipotesi
contraria, il cambiamento è arrivato, nonostante
una lunga serie di sconfitte precedenti:
Budapest, Praga, Polonia”. Ma la storia
non è finita, e Glucksmann pensa che alcuni
pericoli che minacciano l’Europa non
siano abbastanza considerati. Cita “il grande
scrittore viennese Hermann Broch, tornato
nel 1945 in Austria, dopo l’esilio negli
Stati Uniti, al quale fu chiesto che cosa
pensasse degli austriaci, e della loro colpa
di essere stati complici dei nazisti. Non tutti
lo sono stati, rispose, e neppure tutti gli
europei. Disse però che il grande peccato
degli europei era stata l’indifferenza. Non
hanno creduto al male e a quello che Hitler
diceva. Il loro ottimismo indecente fu condiviso
anche da tanti intellettuali francesi
prima della guerra. Se mi si chiede quali
pericoli minaccino oggi l’Unione europea,
rispondo allo stesso modo: il crimine dell’indifferenza.
Dovremmo continuamente
chiederci in che misura la rivendicazione e
l’ammirazione per i diritti dell’uomo potrebbe
servire a questo crimine. Esiste un
modo di utilizzare l’idea dei diritti umani
per dire che tutti sono cattivi, perché in
nessun paese sono totalmente rispettati: e
dunque uno vale l’altro, non si può e non si
deve fare niente. C’è l’idea che ovunque si
intervenga – dice – si rischia di compiere a
propria volta dei crimini. Amici tedeschi
mi dicono che non bisogna sostenere i ceceni
contro i russi, perché se i ceceni vincessero
potrebbero a loro volta esercitare
l’oppressione tra di loro. Certo, tutto è possibile.
Ma non è in nome di un pericolo ipotetico
che si deve rinunciare a resistere a
un’ingiustizia attuale. Supporre che il rispetto
assoluto dei diritti possa esistere solo
se tutti gli uomini sono angeli è un modo
per coltivare il crimine di indifferenza”. Al
contrario, dice ancora Glucksmann, “se ammettiamo
che i diritti dell’uomo sono la resistenza
all’inumano, allora si contrasta l’inumano
caso per caso, paese per paese, circostanza
per circostanza, e si ottiene un’arma
importante contro l’ingiustizia. Perché
è vero che non c’è il paese perfetto. Ma non
esiste nemmeno il crimine perfetto”.

Nicoletta Tiliacos

Il Foglio 11 dic. 2009