DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Visualizzazione post con etichetta morte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta morte. Mostra tutti i post

Faccia a faccia con sorella morte

di Sergio Belardinelli


Tratto da cronache di Liberal del 22 gennaio 2011

Conosco un farmacista che, mentre lavora, a suo modo, per il mantenimento della salute degli uomini, ironizza continuamente sulla loro salvezza.

Vederlo all'opera, mentre con consumato sussiego distribuisce ai suoi clienti sacchetti pieni di medicine, maneggia i soldi dentro il cassetto o sistema le ricette, è già un'emozione. Ma ascoltare le domande che pone nell'esercizio di queste sue funzioni rappresenta un'esperienza degna di Gogol. Tra lo stupore dei presenti, per lo più anziani, assorti ciascuno sui propri acciacchi, Arturo (chiamiamolo così) si guarda intorno, guarda lontano, magari verso di me che sono appena entrato in farmacia, e domanda: «Dico a voi: esiste la vita eterna?»; «E l'anima? Che cos'è l'anima?»; «E l'inferno e il paradiso dove stanno?». Sarà per il modo in cui vengono poste, ineffabile e inopportuno insieme, o forse per la suggestione dell'ambiente, i cui vasi e alambicchi evocano una scienza antica, parente dell'alchimia, nonché un po' ostile a ciò che sa di religione, sta di fatto che le domande di Arturo suonano in realtà come subdole sentenze, rese ancora più urticanti dal fatto che il nostro farmacista mai oserebbe perdersi una messa. Al confronto, la perfidia dei farisei che domandano a Gesù di chi sarà moglie nel regno di Dio la donna che in vita è stata sposa di sette fratelli è roba da bambini. Eppure, ciò nonostante, questa farmacia sembra una sorta di accademia moderna, dove ignari clienti hanno la ventura di trovarsi coinvolti in conversazioni, bislacche quanto si vuole, ma su argomenti che interessano per davvero: l'immortalità dell'anima, la vita dopo la morte, il paradiso, l'inferno. Se vi aggiungiamo il sesso e la famiglia, ci sono forse argomenti che interessano di più?

Una volta di tutti questi problemi parlava incessantemente la Chiesa. Ma oggi, persino in chiesa, dei problemi di Arturo si parla pochissimo. Le omelie si affidano più alla sociologia che alla teologia, più ai problemi di questo mondo che a quelli dell'altro. L'aldilà diventa così una specie di luogo immaginario dove semplicemente proiettiamo il nostro aldiquà: luci bianche e musica celestiale, tenebra e stridore di denti; immagini tratte forse dalla nostra fede cristiana, ma certo anche fuorvianti rispetto a ciò che di essenziale la fede ci dice in proposito. Nell'aldilà, infatti, vedremo finalmente Dio come egli è. Saremo faccia a faccia con lui. Il dialogo, il più delle volte faticoso, che però dura da sempre, tra Dio e gli uomini, troverà il suo compimento. Risplenderemo nell'eternità di Dio e lo faremo, non come uomini dimezzati, come anime separate dai corpi, ma come uomini nuovi. L'uomo vecchio che siamo stati sarà lo stesso che, guardando Dio, scoprirà la novità della propria natura immortale; scoprirà che la morte non è l'ultima parola, ma il nuovo inizio, il compimento, la risurrezione, l'ingresso definitivo nel regno vendi Dio dal quale ognuno di noi proviene, amato da sempre nella propria irripetibile unicità. Forse le domande di Arturo sull'aldilà sono così insidiose perché fanno conto sul fatto che, di solito, anziché trarre ispirazione dal «regno di Dio» per interpretare il nostro, assumiamo il nostro regno come misura di quello di Dio; pensiamo quest'ultimo come un luogo qualsiasi e l'eternità come una sorta di prolungamento del tempo, per esorcizzare magari la nostra paura della morte. Ma l'aldilà, il regno «che non è di questo mondo», non è una semplice raffigurazione consolatoria fuori del tempo e della storia; è piuttosto la sola condizione che rende l'aldiquà vivibile e degno di essere vissuto. Quanto all'inferno e al paradiso, essi non sono luoghi geografici, ma due dimensioni realissime della nostra persona, del nostro essere uomini, diciamo pure, della nostra anima, se la intendiamo come ciò che ci fa essere ciò che siamo. L'inferno è la solitudine, la nostra ostinata determinazione a bastare a noi stessi; il paradiso è invece lo stato di grazia di chi, sentendosi amato, si sente a sua volta capace di amare. Mi rendo conto che sto semplificando parecchio, ma di certo in questa prospettiva le domande di Arturo diventano meno insidiose. La morte e la sofferenza di questa vita non cessano per questo di essere uno scandalo, né ven gono purtroppo eliminate; acquistano però un senso che ci aiuta ad accettarle e a condividerle, senza rimuoverle; un senso che le include in un universo simbolico che dà preminenza alla vita, che commisura ciò che siamo e facciamo a una vita che non finisce mai, esaltandone in questo modo, non soltanto la serietà, ma anche la bellezza. Ovviamente tutti temiamo la morte, ma, parafrasando un passo dello Zibaldone leopardiano, si potrebbe dire addirittura che più di tutti la temono coloro che non trovano ragioni sufficienti per vivere. E chissà che non sia questo il vero motivo per cui oggi ci affanniamo tanto a rimuoverla. Come dice Leopardi, «gli antichi, vivendo, non temevano il morire»; siamo noi, i «moderni», che invece «non vivendo, lo temono».

Guardare in faccia la morte è stato per secoli un gesto virile, forse l'ultimo gesto virile anche per le vite più umili. La «buona morte» coincideva con una morte consapevole, una morte da vivi; morire «vecchi e sazi di giorni», come Giobbe, costituiva la speranza di molti. Oggi l'ideale sembrerebbe quello di morire senza accorgercene, all'improvviso, magari sotto anestesia. Niente di strano dunque che questa mentalità da «anime morte» manifesti così poco interesse per le anime dei morti o per la vita dopo la morte. Preferiamo considerare questi temi come irrazionali, riducendoli ironicamente e strumentalmente alle ingenue cosmologie del passato, che prevedevano il paradiso «sopra», la terra in mezzo e l'inferno «sotto». È pur vero, però, che la realtà, fosse anche attraverso le insidiose domande di Arturo, continua incessantemente a interpellarci sul senso della vita e della morte, della gioia e della sofferenza; non si rassegna; ci costringe a pensare. «Hai trasformato questo antico luogo eretico in un volgare luogo erotico»: questo il rimprovero che Arturo si è sentito rivolgere spesso da un suo vecchio amico, nostalgico dei bei tempi in cui in farmacia si parlava soprattutto contro il papa e contro i preti e infastidito dal triviale disimpegno dei discorsi a sfondo sessuale che pare si facciano sempre più frequenti. Qualche volta, si sa, persino il paradiso viene associato a esperienze molto «carnali». E nella farmacia di Arturo in questo senso non si fanno eccezioni, anzi. Non è questo tuttavia il vero motivo per cui anch'io definirei questa farmacia un «luogo erotico». Se lo è (e lo è), è perché, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, il nostro Arturo, che di donne proprio non capisce nulla, è però animato davvero dall'eros. La sua profonda timidezza, il suo timore di far male anche solo a una mosca, la sua difficoltà a trattare le cose più elementari di questo mondo (a eccezione delle ricette) sono diventati col tempo il propellente di un'autentica passione per le cose ultime. E quando domanda dove stanno l'inferno e il paradiso, mi piace pensare che Arturo conosca meglio di tutti la risposta migliore.

Se l'Altro mondo diventa Facebook. Sulla pagina di Berselli tutti continuano a parlare come fosse vivo. Perché cessare di esistere è ancora un tabù

di Massimiliano Parente
Cos’è la morte nella società moderna? Sociologicamente, secondo i famosi studi dello storico Philippe Ariès, per esempio, la morte è il più grande tabù occidentale, che ha preso il posto di quello sessuale. Per questo, nonostante le conoscenze scientifiche, le persone preferiscono pensare ancora che uno vada «in cielo», come fossimo nel Medioevo o nell’Islam, sebbene quel cielo sia un’invenzione consolatoria e si sia andati ben oltre nell’esplorazione fisica e astrofisica della terribilità dello spazio; oppure sperano di avere un’anima immortale, come se potesse esistere qualcosa di vivo senza corpo, senza metabolismo, senza Dna, pregando un’entità inconcepibile chiamata «Dio» o almeno qualche Ufo qua e là, qualche speranza volante per sottrarre il nostro destino all’ineluttabilità della seconda legge della termodinamica e all’idea di una fine.
Tuttavia Ariès non aveva previsto i social network, ecco perché la prima cosa che ho pensato quando ho saputo della morte di Edmondo Berselli è ciò che lo legava a me, e cioè il suo aver lanciato il mio ultimo romanzo, sull’Espresso, come «l’opera d’arte definitiva», scrivendone una lunga, appassionata recensione. Letterariamente dopo di me il diluvio, ero d’accordo con lui perfino io che l’ho sempre detto. Così non l’ho mai dimenticato, Edmondo. E però, dopo questa considerazione, mi sono ricordato che, pur non conoscendoci di persona, eravamo amici su Facebook, e quindi sono corso morbosamente sulla sua pagina, chiedendomi: sarà chiusa, sarà aperta, sarà in lutto? Non mi è mai morto nessuno su Facebook, prima o poi doveva capitarmi. Toccare un morto è terribile, lo sa chi ne ha toccato uno, ma entrare nella pagina Facebook di un morto appena morto anche peggio perché non è terribile per niente, entri come se niente fosse.
Infatti Edmondo è ancora tra i miei amici, e ne ha per l’esattezza 3548, di cui 49 in comune, di cui non so a questo punto se tutti vivi, eppure non sembra successo niente. È la tragedia della rimozione della tragedia, come già denunciava Friedrich Nietzsche, ciò che rende impossibile perfino il dionisiaco. Ecco perché la pagina di Edmondo è ancora lì, al suo posto, con la sua bella foto, non so se l’abbia lasciata aperta apposta o se non abbia fatto in tempo a disattivarla, come è più probabile, e di primo acchito sono stato tentato di lasciarci sopra le mie tristi condoglianze, ma le condoglianze a chi? Essendo il proprio account una protesi di se stessi, una propria emanazione virtuale, un diario vivente dentro cui puoi anche chattare, come posso fare le condoglianze a Edmondo per la sua stessa morte? Non è come scrivere un necrologio su un giornale, Facebook è un’altra cosa. Per trovare la soluzione mi sono messo a leggere i messaggi degli altri, i suoi lettori, i suoi amici virtuali, e scopro che Edmondo non è morto, come fossimo in Chiesa. Neppure «se ne è andato», altra formula della rimozione collettiva per non dire che si è morti. Va molto, piuttosto, il concetto del viaggio. Si comincia la bacheca da un certo Raul che scrive «Ciao Edmondo, buon viaggio», due righe più sotto anche Pino «buon viaggio, e porta con te la penna», Marco «Buon viaggio», Marta «Fai buon viaggio e pensaci», Luigi «Buon ritorno» (dove?), Sara «Buon viaggio, e facci pensare anche da lì», Bruno Wolf «Chissà se all’altro mondo saranno di più le belle promesse, i venerati maestri o i soliti stronzi», Antonio «Ciao Edmondo, grazie della tua arguzia, della tua intelligenza, buon viaggio», Sabrina «Ciao Edmondo, buon viaggio e buona scrittura ovunque sarai», Paolo «Ciao, buon viaggio», eccetera eccetera. I «buon viaggio» non si contano. Se non avessi letto la notizia della sua morte avrei pensato che Edmondo era semplicemente andato in ferie. La morte degli altri esorcizza la propria, si sa, e Facebook è una macchina perfetta, e se sei davanti al computer a scrivere «buon viaggio» sull’account di un altro significa che tu sei vivo e l’altro pure, non è successo niente. Tutto sommato, anzi tutto sottratto, la morte su Facebook non esiste, non può esistere: se per rompere davvero un’amicizia o un amore bisogna eliminarsi su Facebook, come si può morire davvero se continua a esistere il proprio account? Per paradosso si può morire da vivi disattivandoci anzitempo ma si può sopravvivere da morti non chiudendo l’account. Essere o non essere, Facebook o non Facebook, la triste verità è che della morte degli altri che non siano strettamente le persone care non frega nel profondo a nessuno. La morte è una notizia e una mestizia fugace. «Lo sai chi è morto?». «Ma noooo, mi dispiace». Il dispiacere dura un giorno, come i coccodrilli sui giornali, e non potrebbe essere altrimenti.
In ogni caso, non avendo la possibilità o il coraggio di scriversi il proprio necrologio, come fece Indro Montanelli, ognuno faccia quello che può, e tenete presente che il più geniale resta Marcel Duchamp, sulla cui tomba si legge che: «D’altronde sono sempre gli altri a morire». Infine, una domanda, visto che si avvicina l’estate: se la metafora del viaggio la si usa per la morte, cosa dite quando uno parte per le vacanze, per evitare che si tocchi scaramanticamente? Sarà per questo che non mi muovo mai? Perché nella mia immobilità da vivo nessuno può augurarmi niente, neppure la vita, che per uno scrittore è davvero mortale?
«Il Giornale» del 13 aprile 2010

L'ars moriendi in san Roberto Bellarmino

Roberto Bellarmino nasce nella città di Montepulciano il 4 ottobre del 1542 da Vincenzo, magistrato, e da Cinzia Cervini, sorella del più noto cardinal Cervini, salito poi al Soglio Pontificio con il nome di Marcello II. Sin da piccolo, mostra uno spiccato interesse per l’arte poetica, trascorrendo gran parte del proprio tempo immerso nella lettura dei classici, ed in particolare delle opere dell’amato Virgilio.

Dopo aver seriamente meditato su cosa dovesse fare per raggiungere la completa pace spirituale, il giovane Bellarmino comincia a riflettere sulla fuggevolezza del tempo, sul senso della morte e sulla brevità delle cose di questo mondo; a diciotto anni entra nella Compagnia di Gesù, compiendo in principio studi di natura filosofica presso il Collegio Romano (1560-1563), sotto la guida del padre Piero Parra, e successivamente, dopo una breve parentesi di vita dedicata all’insegnamento delle lettere e della retorica (Firenze, 1563-1564; Mondovì, 1564-1567), prosegue la sua formazione intellettuale completando gli studi di teologia. In quegli anni riceve anche l’ordinazione sacerdotale e dopo un ventennio speso nell’attività di docenza, diviene padre spirituale presso il Collegio Romano (1590-1592), in seguito Rettore dello stesso Collegio (1592-1594), poi provinciale del suo Ordine a Napoli (1594-1597). Infine è chiamato a Roma a reggere la Casa dei Penitenziari.

Dopo la nomina a Cardinale, avvenuta il mercoledì (3 marzo del 1599) delle quattro tempora di quaresima, ad opera di Papa Clemente VIII, occupa gran parte del suo tempo ricoprendo l’incarico di teologo personale di Sua Santità. Nell’arco di tempo compreso tra il 1602 ed il 1605 dirige la sede arcivescovile di Capua, ma l’impegno diocesano è breve, seppur intenso. Difatti, è richiamato a Roma da Papa Paolo V e ivi continua la sua indefessa attività in favore della Santa Sede ed in difesa della “vera fede”. Si spegne al mondo il 17 settembre del 1621; è canonizzato nel 1930 ed il 17 settembre del 1931 riceve il titolo di Dottore della Chiesa. Roberto Bellarmino svolge in ambito ecclesiastico molteplici funzioni: è un predicatore assiduo, instancabile ed è un accorto difensore della Verità del Vangelo e della parola di Dio.

Dedica estrema cura al ministero della predicazione e, proprio per questa particolare vocazione, la sua formazione culturale si dirige verso tale obiettivo, da lui ritenuto di primaria importanza. Come nota Giovanni Ancona, “egli si convinse ben presto che la predicazione costituiva lo strumento più idoneo per promuovere la vita spirituale cristiana nelle diverse categorie di persone, così come costituiva l’elemento più efficace per combattere gli attacchi alla fede, che provenivano da eretici e riformatori”.

L’attività pastorale di San Roberto, infatti, si svolge alla vigilia della conclusione del Concilio di Trento, che sancisce definitivamente la rottura con i “disobbedienti” protestanti (e riformati) e rafforza, teologicamente e politicamente, la Chiesa di Roma. Il Bellarmino può essere considerato, senza tema di smentita, uno dei più illustri rappresentanti della teologia post-tridentina: la sua concezione di Chiesa “controriformata” consiste nella congregazione di tutti i fedeli cristiani battezzati e nell’unione di coloro che credono e confessano la fede di Gesù e riconoscono il Sommo Pontefice come il vicario in terra di Cristo5. In materia dottrinale, San Roberto agisce con passione ed accortezza, ricoprendo vari incarichi presso il Sant’Ufficio: è attento e solerte soprattutto nell’azione antiereticale, combatte con le armi della fede e della cultura le derive teologiche che si diffondono e si preoccupa di controllare i possibili canali di promozione della devianza religiosa. È evidente, pertanto, che in un tale contesto storico e culturale l’attenzione del Bellarmino sia completamente rivolta al rigore del ragionamento ed alla solidità del contenuto dottrinale (continuamente riferito alla tradizione ed alle fonti scritturistiche), sempre diretto al recupero delle opere dei Padri della Chiesa ed alla divulgazione dei contributi dei più noti teologi medievali.

Negli ultimi anni di vita si impegna nella redazione di opuscoli ascetici e di opere di carattere etico; proprio lì si coglie il motivo di fondo della sua profonda spiritualità, tutta volta verso la tradizione gesuitica e, particolarmente, riferita agli Esercizi spirituali di sant’Ignazio. La santità e l’indubbio valore culturale non influenzarono esclusivamente i cattolici suoi coevi, ma i tratti del pensiero bellarminiano ancor oggi, a secoli di distanza, possono scuotere le coscienze dei contemporanei, sempre più restii ad affrontare la meditatio mortis. “La sua opera e il suo metodo – scrive Piolanti – hanno inciso profondamente nella storia della Chiesa e della teologia, le sue dottrine sul Papa e sui sacramenti […] hanno arricchito la tradizionale dottrina del cattolicesimo, i suoi opuscoli spirituali hanno nutrito la pietà di tante anime, il suo catechismo, ispirato alla concretezza mentale del popolo, ha istruito per secoli tanta parte della cristianità, la sua dedizione a Cristo ed al suo Corpo Mistico fu tale da essere esempio più ammirabile che imitabile”.

Tra gli opuscoli ascetici redatti nell’ultimo periodo spicca proprio il De arte bene moriendi, scritto nel 1620 (durante uno dei suoi periodi di vacanza) e pubblicato nel 1621.

L’opera è dedicata a Francesco Sforza, “Cardinale di Santa Romana Chiesa e vescovo di Albano”, ed è strutturata in due distinte sezioni, tra loro strettamente dipendenti. Nella prima, l’Autore si rivolge direttamente ai “sani”, che avvertono la morte assai lontana; nella seconda, invece, si rivolge a chi si trova in uno stato di grave malattia e percepisce la fine terrena assai prossima. La sua riflessione antropologico-teologica si innesta integralmente nel tronco della tradizione cattolica, riaffermata e corretta attraverso le disposizioni partorite dal Concilio di Trento: pertanto, così come nella migliore convenzione religiosa, la sanità e la malattia non sono da intendersi esclusivamente nella loro accezione più ristretta (corporale), bensì esse sono da considerarsi anche, e soprattutto, come stati dello spirito umano. Se da un lato, però, quest’idea della morte non è affatto nuova – infatti si rifà espressamente al pensiero mistico medievale e al fiorire delle artes moriendi, sviluppatesi sul finire del Quattrocento e diffusesi anche nei secoli successivi –, v’è da notare, dall’altro, che nel XVII secolo la riflessione sul trapasso subisce una decisiva mutazione, che si protrarrà anche negli anni fino alla metà del XX secolo.

Il De arte bene moriendi infatti – così come d’altronde moltissimi altri libelli del tempo – presenta una svolta antropologica e teologica radicale che si ripercuoterà anche sul prezioso lavoro di Alfonso Maria de Liguori, Apparecchio alla morte, scritto nel XVIII secolo. Infatti, dopo il Cinquecento, il morire assume, anche grazie al nuovo apporto speculativo di Roberto Bellarmino, un ulteriore significato: l’interesse, dal Seicento in poi, non è più rivolto alla vecchia iconografia dell’ars moriendi che ipervalorizzava l’ultimo istante terreno, bensì è interamente rivolto alla continua preparazione della morte durante tutto l’arco temporale della vita. La morte perde la sua carica emotiva attribuita all’istante del decesso ed acquisisce, al contempo, un nuovo status: si muore tutti i giorni, poiché la morte è inscritta nella vita, ne è parte integrante. La struttura portante dell’opera trovava nell’atto di ricomprensione del “tempo” del morire nel “tempo” della vita: per il Bellarmino, la “fine” terrena non è antitetica, né contrapposta alla vita, bensì ne è parte rilevante, ne è il culmine estremo, la possibilità conclusiva; pertanto, l’unica arte per ben morire non è altro che quella di chi impara a ben vivere nel quotidiano, perché se la morte è il termine della vita (ed essa è, quindi, anche parte della vita, perché il termine di una cosa è compreso nella cosa stessa), è certo che chi vivrà bene ogni suo giorno terreno, fino alla fine della propria esistenza, morirà anche bene; “né potrà morire male chi non è mai vissuto male. Allo stesso modo, chi è vissuto male, muore anche male; né può non morire male chi non è mai vissuto bene”.

Già dalla lettura delle prime pagine del testo si evince il motivo di fondo che anima il pensiero dell’Autore: ciò che è, in quanto è, è ontologicamente buono, né potrebbe essere altrimenti. Se Dio crea, non può che creare per il bene tenendo ben presente il meglio. Pertanto, ciò che si oppone all’Essere e ciò che si oppone alla creazione di Dio non può venir definito altro che male, poiché si orienta al peggio. Già dalla prefazione del De arte bene moriendi, Roberto Bellarmino denuncia chiaramente la sua totale adesione al pensiero cristiano, inaugurato da Sant’ Agostino e magistralmente approfondito, nel XII secolo, da San Tommaso d’Aquino. Egli ritiene che, nonostante la morte sia da considerarsi malvagia, giacché priva l’uomo del suo essere corporale (della vita terrena), Dio ha saputo “accomodarla” affinché da essa potessero derivare molti beni spirituali: il bene più grande, che il trapasso dona all’uomo, consiste nel liberarlo dalle infinite miserie della vita mondana, affrancarlo dagli stretti legami della terra, aprendogli la porta del Regno dei cieli. L’opera mette in evidenza l’essere dell’uomo: la creatura umana, osserva, non è composta esclusivamente di materia, essa non è soltanto vitalismo esasperato o mero istinto, bensì possiede anche una componente spirituale, che deve costantemente essere curata ed alimentata attraverso la riflessione e la preghiera.

Con la morte perisce il corpo, ma non l’anima, e la cura di sé coinvolge precipuamente l’anima. Se l’anima è sana, l’uomo è salvo, ma per preservare la propria componente spirituale la creatura deve impegnarsi in un percorso “terreno” di continua deferenza verso “Colui che ci ama”. Questa riflessione sulla morte è mossa principalmente dal desiderio di fornire ai fedeli un modus operandi per la “buona” vita, per il “ben” esistere; ciò affinché l’uomo possa comprendere davvero il profondo senso del morire. Ma per raggiungere l’intimità del significato, è indispensabile dover dividere il bene dal male, il positivo dal negativo: proprio a questo livello riemerge, in tutta la sua forza, l’ottimismo ontologico dell’Autore. “Prima d’incominciare a esporre i precetti di quest’arte – si legge nel De arte bene moriendi – m’è parso conveniente ricercare se la morte debba collocarsi tra le cose buone o cattive. E veramente, se si considera la morte in se stessa, senza dubbio la si deve ritenere cosa cattiva, perché essa si oppone alla vita, la quale è indiscutibilmente una cosa buona. A ciò si aggiunge, inoltre, che non è stato Dio a creare la morte (cfr. Sapienza 1, 13); ma essa «è entrata nel mondo per invidia del diavolo» (Sapienza 2, 24)”.

Pertanto, se non è creatura di Dio, la morte non è una cosa buona in sé; perché tutto ciò che Dio crea è in se stesso buono, secondo quanto affermato da Mosé: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona». “Quantunque, però, la morte non sia in se stessa una cosa buona, tuttavia la sapienza di Dio ha saputo quasi accomodarla in modo che da essa possano derivare molti beni. (Genesi 1, 31)”9.

La morte acquisisce quindi, a questo livello, un significato ulteriore, potremmo dire, più profondo, rispetto a quello normalmente attribuitole: il tempo del morire diviene, in queste pagine, un momento di vita, che è in sé buona, perché tendente al meglio; da qui, nonostante la morte sia il frutto del peccato, essa permette all’uomo di raggiungere, attraverso il suo completo attraversamento, la compiutezza nella gioia eterna. Da una tale visione emerge la positività della vita, figlia della tradizione cattolica: ad ogni modo, seppur buona in sé, l’esistenza può subire l’attacco del Peccato; ed è proprio il Peccato il principale responsabile dell’ingresso della morte nell’orizzonte umano. Il trapasso pone le sue radici, quindi, nel male, ma esso è anche la via attraverso la quale l’uomo, se ha ben vissuto nel tempo terreno, ha l’opportunità di ricongiungersi al Padre celeste.

L’obiettivo di fondo del Bellarmino consiste, quindi, nel tentativo di rileggere l’ars moriendi cinquecentesca attraverso il recupero della morte al tempo della vita: il tempo del morire non è più opposto alla vita, bensì è parte integrante di essa. “La morte invade la vita: è questo, al livello della sensibilità collettiva, il tratto decisivo che prevarrà per oltre un secolo e mezzo, fino a metà Settecento”. Dunque, la morte è un tempo del vivere, è interna ad esso ed è anche il limite massimo della presenza terrena. L’essere dell’uomo è inscritto dentro un recinto circoscritto dal trapasso, che a sua volta non è il limite assoluto dello spirito umano, bensì è soltanto il termine ultimo della personale presenza terrena. Grazie a quest’opera, nel Seicento “cristiano” si rafforza l’idea che per morire bene si debba vivere serenamente nel tempo, ma ciò implica l’abbandono della terra e dei beni materiali. Liberare il proprio animo dagli stretti legacci con il mondo non vuol dire ricusare ciò che Dio ha donato liberamente all’uomo.

Egli rifiuta il totale disprezzo delle cose terrene (“dogma” monastico) e propone un modello basato su un equilibrato rapporto tra le cose del mondo e l’amore verso Dio. Se l’uomo è frutto dell’incontro tra il corpo e lo spirito, una vita che mortificasse interamente la materia ed esaltasse unicamente la cura dell’anima, diverrebbe disumana. L’uomo, per mezzo della grazia donatagli dal Signore, può rinascere a vita nuova e percorrere la via per la salvezza eterna, senza per questo dover disprezzare i doni materiali che Dio ha voluto concedere alle sue creature terrene. L’Ars bene moriendi altro non è, quindi, se non il reiterato tentativo di ricerca degli strumenti utili per vivere una vita santa. Proprio in virtù di ciò, l’Autore si preoccupa di indicare quale sia la retta via da seguire per morire serenamente: “Chi muore bene non muore felicemente solo in qualche modo; né solo in qualche modo muore infelicemente chi muore male. Ma chi muore bene, passa da una vita mortale e misera a una vita eterna e beatissima sotto ogni aspetto; al contrario, chi muore male cambia una vita, che sembra lunga e felice, con un’altra tutta piena di travagli e di dolori”.

Bellarmino, a tal proposito, incita i “sani” a vivere seguendo i precetti della vita cristiana: tale progetto, però, vedrà davvero la luce solo se l’uomo sarà in grado di “morire al mondo”, nel senso già enunciato. Coloro, infatti, che vivono ancorati ai beni del mondo, sono lontani dalla salvezza e morti per Dio; “né può in alcun modo avvenire che uno incominci a vivere per Dio, senza che prima muoia al mondo”.

Il “morire al mondo” sta, in tal modo, a significare che gli uomini tutti devono badare ad “attaccarsi così poco alle cose terrene, come se non appartenessero loro, mirando invece alla speranza della felicità”13. Egli è del tutto consapevole della difficoltà umana di dover vivere nel secolo “disprezzando” al contempo i beni materiali. “Vedere cose belle e non amarle – si legge in quest’opera – gustare cose dolci e non sentirne piacere, disprezzare gli onori, desiderare le fatiche, star volentieri all’ultimo posto, cedere agli altri i gradi più eminenti, e infine vivere nella carne quasi senza carne, sembra doversi dire vita piuttosto angelica, che umana”.

Ai cristiani, a coloro che anelano alla salvezza eterna, quindi, non sono vietati del tutto i beni di questo mondo: ciò che è assolutamente vietato, e che conduce direttamente alla dannazione, è, di contro, l’amore smodato per la materia, è la concupiscenza della carne, degli occhi o la superbia della vita. Pertanto chi ha a cuore il retto apprendimento dell’arte del ben morire non indugi ad uscire dalla perversione del mondo, perché è intimamente inammissibile, per il Bellarmino, poter vivere contemporaneamente per Dio e per la materia, e godere parimenti della terra e del cielo. Egli insegna che il primo passo verso il buon “apparecchio alla morte” consiste nel totale abbandono del mondo e dei suoi piaceri materiali, perché non sarà dato di morire bene a chi non avrà, parimenti, vissuto bene, libero dai vizi e dalla schiavitù terrena. Ad ogni modo, per poter vivere decorosamente non è sufficiente il semplice morire al mondo, bensì s’avverte soprattutto il bisogno di una buona preparazione alla morte, affinché essa non sopraggiunga repentina ed inattesa, cagionando disperazione e terrore. “Momentanee e leggere sono la consolazione e la tribolazione della vita presente – scrive il cardinal Bellarmino –, massime ed eterne la consolazione e la tribolazione della vita futura. Sono allora stolti coloro che disprezzano la consolazione e la tribolazione della vita avvenire”. Nella sezione centrale dell’opera, la riflessione si orienta con maggior attenzione sul peccato e sulla dannazione, ed il richiamo alla cura della propria anima si fa sempre più pressante.

L’Autore ammonisce il penitente e lo invita a non rimanere invischiato nel peccato neppure per un istante, “nella vana speranza che ci rimanga ancora molto da vivere e che potremo a suo tempo fare la necessaria penitenza. Perché questa vana speranza ha ingannato molti e ancora ingannerà molti, se prudentemente non impareranno, mentre sono in tempo, l’arte di ben morire”16. Nella riflessione dell’Autore v’è un chiaro riferimento alla fuggevolezza del tempo. L’uomo non controlla gli istanti della propria vita perché non li possiede; il tempo è sopra l’uomo, è aldilà del succedersi degli attimi; le creature di Dio vivono nel tempo, ma esso le condiziona e le limita.

Quest’opera invita tutti i fedeli ad un profondo esame di coscienza, poiché chi desidera vivere degnamente, per avere la garanzia di morire in grazia di Dio, deve comportarsi piamente nei confronti del Signore, rinnegando empietà, in ogni istante. “Chi vuole dunque imparare compiutamente l’arte di ben vivere e di morire felice, non segua la moltitudine, che non crede o non fa caso se non a quel che vede, ma segua Cristo e gli Apostoli, i quali, con la parola e l’esempio, insegnarono a disprezzare le cose presenti e ad aspettare quella «beata speranza della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo»”.

Un buon “apparecchio” alla morte, dunque, garantisce la salvezza, ma per ottenerla è necessario non procrastinare neppure di un giorno la conversione. Infatti l’uomo ignora sia il giorno sia l’ora del proprio decesso, e se la morte giungesse impromptu non vi sarebbe più il tempo per pentirsi del male commesso. “Ma che dire – scrive infatti l’Autore – di coloro che vengono sorpresi da una morte improvvisa? Di coloro che diventano pazzi o cadono in delirio prima della confessione? Di coloro che, oppressi dalla gravità della malattia, non possono neppure pensare quanti e quali peccati abbiano commesso? Di coloro che peccano morendo o muoiono peccando, come chi viene ucciso in una guerra ingiusta o in contese private o sorpreso in adulterio?”.

Proprio per tali motivi Roberto Bellarmino ammonisce i fedeli a mutare radicalmente la propria esistenza, perché non è possibile vivere immersi nell’empietà e nel vizio; per vincere lo stato di peccatori, l’unica soluzione risiede nella preghiera e nella richiesta della grazia e del perdono. A tal proposito l’Autore, attingendo dalle Sacre Scritture, scrive: “«Chiedete e vi sarà dato» (Luca 11,9; Matteo 7,7) […] Possiamo quindi ragionare in questo modo: chi domanda come si deve il dono di ben vivere, certamente l’otterrà; e chi domanda come si deve la perseveranza nel vivere bene fino alla morte e perciò fino ad una morte felice, senza dubbio la riceverà”.

Il passo definitivo verso il buon apparecchio consiste nella costante meditazione della morte. La reale comprensione di un evento la si ottiene solo attraverso un perseverante esercizio di riflessione, che non deve in alcun modo essere procrastinato. Difatti, nota il Bellarmino, finché si è in giovane età non si avverte il peso del trapasso, ed il “tempo” del morire appare lontano e meno sconvolgente. Col trascorrere degli anni o con l’emergere di una malattia inattesa, però, l’uomo comprende chiaramente di essere instabile ed ancorato ad un sottile filo, che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro. La morte ed il terrore della dannazione eterna, a questo punto, colpiscono l’uomo sino nell’intimità; esse divengono insopportabili e terribili. Qui, l’invito del Bellarmino trova la sua giustificazione proprio nel tentativo di preservare l’homo patiens dal trovarsi invischiato nel sentimento di terrore per la fine imminente. “Nella morte avviene la separazione dell’anima dal corpo, ma […] né l’anima muore, né il corpo perisce e si riduce in polvere senza la speranza della risurrezione. Se non ci fosse questa speranza, come pensano gli atei, avrebbero detto bene coloro che disprezzavano la morte, dicendo: «Mangiamo e beviamo che domani morremo» […] alcuni, ormai vecchi, non pensano alla morte, come se non dovessero morire mai o come se con la morte del corpo anche l’anima si spegnesse per sempre”.

I cristiani assennati, dunque, devono innanzitutto preservarsi dal peccato e pensare assiduamente al trapasso, perché il loro precipuo obiettivo non è vivere spensierati in questa vita, bensì affrontare con serenità il “tempo” della buona morte, nella speranza della Gloria eterna.

da: A. Pertosa, Santi e rivoluzionari, Sugarco.

Il Gioco della morte va in onda in tv

Fa discutere l'esperimento di «France 2» che ha trasformato gli spettatori in aguzzini e torturatori
Tratto da Avvenire del 17 marzo 2010

Parigi. Torturati in tv, davanti a milioni di telespettatori, da una platea di inconsapevoli e implacabili “nazisti”.

La trasmissione, dal titolo «Il gioco della morte», è andata in onda ieri sera in prima serata su “France 2” che ha deciso di trasformare in spettacolo un esperimento psicologico sul potere televisivo. Il programma, creato da Christophe Nick giornalista francese noto per le sue inchieste choc, traspone sul piccolo schermo l’esperimento condotto da Stanley Milgram nel 1960 a l’Università di Yale per sondare il livello di sottomissione e obbedienza dei tedeschi ai nazisti. Nick ha quindi reclutato 80 volontari, ignari del tipo di gioco di cui sarebbero stati protagonisti, per far parte di una platea di potenziali genocidi. Scopo del gioco: porre a un candidato (in realtà un attore) una serie di domande e «punirlo» con delle fortissime scosse elettriche da 80 a 460 volt quando questo risponde in maniera errata, al grido di «punizione, punizione!». Risultato: su 80 volontari solo 16 non hanno ceduto al potere della tv e si sono rifiutati di portare avanti il crudele gioco. L’81% di loro invece ha voluto continuare a vessare il finto giocatore nonostante questo urlasse, piangesse e implorasse di arrestare il pericoloso “quiz”. «E più di una semplice obbedienza al potere – ha commentato Jacques Semelin, psicologo e storico esperto di genocidio e totalitarismo – è una risposta amplificata dall’audience e dalle telecamere che sono dappertutto».

La società del divertimento imbelletta anche il teschio. La morte oggi è spettacolarizzato per esorcizzarla

di Stenio Solinas
La moda del teschio, il teschio alla moda. Prendete la scultura anatomica di Damien Hirst For the Love of God: ottomila e passa diamanti della gioielleria Bentley&Skinner incastonano il platino utilizzato dall’artista come materia superlusso. Venduta per 100 milioni di dollari, è l’opera d’arte contemporanea più cara mai realizzata da un artista vivente. Hirst i crani li colleziona, li serigrafa, ne fa delle icone sorridenti, e non sorprende che François Pinault, il magnate e mecenate di palazzo Grassi e Punta della Dogana lo porti in palmo di mano: il ritratto di sé che preferisce è quello fattogli nel 2003 da Piotr Uklanski ed è nient’altro che una radiografia colorata della propria testa con sotto due tibie incrociate alla maniera di un vessillo corsaro. Tutto si tiene: un’arte pirata e la pirateria dell’arte, il legame funereo, ma non tragico, fra artisti e mercanti, un pirata collezionista di un cranio che è già teschio, già defunto pur essendo ancora vivo... La morte dell’arte come de profundis dell’umanità.
È un revival funebre che dura da qualche decennio e dagli Skull di Andy Warhol degli anni Settanta, alle Tête de mort di Niki de Saint Phalle degli anni Ottanta, alla Body Art con scheletro incorporato di Marina Abramovich racconta sempre la stessa storia; il niente come sostituto del sacro, lo spettacolo derisorio del vuoto che ci attende, l’esorcizzare la morte facendone un’icona della vita: oggetto d’arredamento, bijoux, design. In neon e plexiglas, l’installazione luminosa di Jean-Michel Alberola disegna la parola rien, nulla, dandole la forma di un cranio che si accende... L’autoritratto fotografico di Robert Mapplethorpe, malato di Aids, inquadra un volto già segnato e una mano che impugna un bastone da passeggio che ha un teschio come pomo. «Io fui quello che tu sei, tu sarai quel che io sono».
Poche mostre come questa al Musée Maillol dal titolo «Vanités. De Caravaggio à Damien Hirst» (sino al 28 giugno) illustrano meglio l’evoluzione e/o involuzione di quello che si potrebbe definire «il senso della vita»: tema millenario che dall’antichità ricordava agli uomini la fragilità della loro condizione e che è arrivato ai nostri giorni vuotato di senso, ma moltiplicato di segni.
Il memento mori di un mosaico di Pompei allinea un teschio, la ruota della fortuna, le vesti di un potente e di un povero, una squadra, a simboleggiare la giusta misura. Veniva sistemato sopra la tavola dell’ospite, per ispirare sagge riflessioni ai commensali... È un’eccezione, perché il mondo classico incarnava la divinità nella fisicità, un’estetica del sacro in cui il culto della bellezza riscattava il pensiero della morte. È con l’Occidente cristiano che quest’ultima occupa un posto preponderante nell’iconografia. È il passaggio verso la «vera vita» e il teschio è sinonimo di resurrezione, racconta la Caduta e la Redenzione...
L’età d’oro delle Vanità è quella delle Riforma protestante e della Controriforma cattolica: alle «danze macabre» degli ultimi secoli del Medio Evo si sostituisce la meditazione dei grandi santi penitenti: il seicentesco San Francesco inginocchiato del Zurbarán, che si china sul teschio rovesciato che ha fra le mani, quello in preghiera del Caravaggio o in estasi di de La Tour, la Maddalena malinconica di Domenico Fetti. Nella retorica allegorica barocca, anche Cupido è reclutato nell’impresa. Seduto sul libro della saggezza, l’amorino addormentato di Luigi Miradori, detto il Genovesino, ha un teschio per cuscino, narcisi e tulipani come fiori emblematici dello svanire d’ogni cosa. Dorme e sogna la propria morte e la propria resurrezione.
Ciò che nell’Europa mediterranea è un proliferare di figure sacre che si interrogano, nell’Europa del nord cede il passo al simbolismo degli oggetti: il teschio rimane immancabile, ma clessidre, specchi, candele, strumenti musicali e di misurazione, libri e insegne del potere sono chiamati a rappresentare il passare del tempo, la brevità dell’esistere, la vanità dei piaceri e delle ricchezze, nature morte nel vero senso del termine, ma anche la spia di ciò che si prepara, ovvero l’esaltazione di ciò cui si dovrebbe rinunciare, l’illusione come arte. Il secolo dei Lumi e la Rivoluzione dell’89 accelerano la secolarizzazione: tagliano la testa ai re per diritto divino e tolgono la dimensione teologica agli scheletri umani. Il teschio diviene un accessorio negli atelier dei pittori, uno strumento di lavoro sui tavoli anatomici.
Bisognerà aspettare il Novecento delle ecatombi belliche perché la morte ritrovi la sua antica autorità e il teschio riprenda il suo posto d’onore. Ma per dadaisti, surrealisti, espressionisti, è solo l’icona del più indicibile orrore, il simbolo di una violenza che ha devastato, devasta e devasterà un continente, l’emblema con cui ideologie contrapposte si combattono, scaricandosele addosso.
Il resto è storia d’oggi, quella raccontata all’inizio: la fine delle utopie, la crisi delle certezze e dell’idea stessa di progresso, il ritrovarsi con una morte smaterializzata e de-spiritualizzata, semplice spettacolo in una società che muta tutto in spettacolo. Se ancora a fine Ottocento la veneziana Maison Codognato trasformava le «vanità cristiane» presenti nella basilica di San Marco in anelli, collane, orecchini, negli anni Sessanta del Novecento il collezionista parigino Yves Gastou può allestire un’esposizione di «gioielli d’inferno»: gli anelli degli Hells Angels, dei rocker anglosassoni, delle comunità omosessuali di San Francisco e di Amburgo, memento mori contemporanei dove il fenomeno sociale ha preso il sopravvento sul sacro e la trasgressione non fa più rima con meditazione.
«il Giornale» del 17 marzo 2010