DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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INTERVENTO DI KIKO ARGUELLO SULLA TRASMISSIONE DELLA FEDE AI FIGLI

Siamo convinti che la reale battaglia che la Chiesa è chiamata a fronteggiare nel Terzo Millennio, la sfida che dobbiamo raccogliere, nella quale si gioca il nostro futuro, è quella della famiglia.


Mi hanno invitato a parlare brevemente su come le famiglie nel Cammino Neocatecumenale trasmettono la fede ai figli. Migliaia di famiglie oggi si trovano di fronte al problema dei loro figli che a scuola e all’università stanno abbandonando la Chiesa. Come possano le famiglie cristiane rispondere a questa situazione di secolarizzazione, questo cambio d’epoca, la globalizzazione, ad un ambiente contrario ai valori cristiani?

Dio si è manifestato al suo popolo sul Monte Sinai. Dio ha voluto scegliere un popolo per rivelarsi, attraverso il suo agire, all’umanità’ intera. Ha scelto un popolo di schiavi in Egitto e ha cominciato ad agire
con loro. Dio si è rivelato tramite il suo agire nella loro storia. Dopo avere compito dei miracoli, aprendo il mare e guidando il popolo attraverso il deserto, Dio ha fatto un’alleanza con loro. È apparso sul Monte Sinai, lì, dove il popolo vide la montagna tremare e udito un rumore terribile, l’umanità’ ha sentito per la prima volta la voce di Dio. E Dio parlò così: “ Shemà Israel. Adonai Elohenu, Adonai Ehad! Ascolta Israele io sono l’unico! E tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutte le tue forze e amerai il tuo prossimo come te stesso!” ma subito aggiunge: “ questo lo ripeterai ai tuoi figli quando sei in casa, quando sei per strada, quando ti corichi e quando ti alzi! E quando arriverà il momento in cui tuo figlio ti chiederà: “ qual’è il significato di queste leggi, di queste tradizioni e questi comandamenti?” tu gli dirai: eravamo schiavi del Faraone in terra d’Egitto e il Signore ci ha tratto fuori con mano potente. Davanti ai nostri occhi il Signore ha operato segni e prodigi contro il Faraone e contro la sua casa. Ci ha tratto fuori per guidarci verso una terra che aveva giurato ai nostri padri.” . Questo è scritto in Deuteronomio 6.

Questa parola “Shemà” è oggi il Credo fondamentale di Israele. Gli Ebrei ortodossi la proclamano tre volte al giorno. Questo testo così importante per il popolo ebreo lungo i secoli e che ha tenuto la famiglia ebraica unita, ci aiuta a capire l’importanza per i genitori di trasmettere la fede ai loro figli e ci mostra anche che questo comandamento divino è dato ai genitori e non può essere delegato a nessun altro. Sono loro che devono
raccontare ai loro figli le opere che Dio ha compiuto il loro favore.

Per i primi cristiani la trasmissione della fede ai figli, attraverso le Sacre Scritture compiute in Gesù Cristo, era una missione fondamentale. Ne conosciamo la testimonianza nella seconda lettera di San Paolo a Timoteo: “ Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto, sapendo da chi l’hai appreso e che fin dall’infanzia conosci le sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù” (2 Tim. 3, 14-15). Questa tradizione è stata mantenuta in diverse forme nelle famiglie cristiane lungo i secoli. Questa è ancora più evidente nella testimonianza di numerosi bambini e giovani che furono martirizzati.

Il Cammino Neocatecumenale, quale iniziazione cristiana nelle diocesi e nelle parrocchie, insegna oggi alle coppie anche a trasmettere la fede ai loro figli, in particolare attraverso una celebrazione , in una liturgia domestica.

Noi insegniamo loro che la famiglia Cristiana ha tre altari : il primo è la mensa della santa Eucaristia, dove Gesù offre il sacrificio della sua vita per la nostra salvezza. Il secondo altare è il talamo nuziale, dove si compie il sacramento del matrimonio e si da’ la vita a nuovi figli di Dio. Insegniamo loro come si deve
compier l’atto coniugale, che prima hanno bisogno di pregare, e si insegna ai bambini che la stanza da letto dei genitori è un luogo santo. Ai Cristiani si deve insegnare che il talamo nuziale si deve tenere in grande onore e gloria. Il terzo altare è il tavolo dove la famiglia si riunisce per mangiare, benedicendo il Signore per i suoi doni. La celebrazione domestica, nella quale si trasmette la fede ai figli, si svolge attorno allo stesso tavolo, dove i genitori possono passare la fede ai figli.

Dopo più di trent’anni dall’inizio del Cammino Neocatecumenale, uno dei frutti che più ci consola è vedere la famiglia ricostituita. E la famiglia diventa un vero “ santuario domestico della Chiesa.” Queste famiglie che sono nel Cammino sono tutte aperte alla vita. Il Cammino Neocatecumenale ha uno dei più alti tassi di natalità nel mondo – cinque figli per famiglia – finanche più dei mussulmani. Insegniamo loro cosa vuol dire dare un figlio a Dio. Queste famiglie che sono numerose, compiono il dovere fondamentale della famiglia cristiana, che è di trasmettere la fede ai propri figli. Oltre alle preghiere del mattino e della sera, rendono grazie prima dei pasti e partecipano all’Eucaristia con i loro genitori nelle loro comunità.

La trasmissione della fede ai figli avviene principalmente, come abbiamo detto, in una liturgia domestica, celebrata regolarmente nel Giorno de Signore. In questa celebrazione, siccome la famiglia è grande, si prepara il tavolo con una tovaglia bianca, una candela i fiori e la Bibbia. Uno dei figli suona la chitarra, un alto il flauto e pregano insieme ai loro genitori e i loro nonni. In questa celebrazione i genitori pregano i salmi delle lodi con i loro figli. I
genitori preparano una lettura, che può essere anche il Vangelo della Messa di quella Domenica. Quindi il padre domanda ad ogni figlio: “ cosa ti dice Dio attraverso questa lettura, per la tua vita?”. Colpisce molto vedere come i bambini siano capaci di applicare la Parola di Dio alla loro esperienza di vita. Alla fine, dopo che tutti i bambini hanno parlato, i genitori danno una catechesi basata sulla loro esperienza. Dicono ciò che la Parola significa per loro. Infine invitano i bambini a pregare per il Papa, la Chiesa, per coloro che soffrono ecc.. Poi pregano il Padre Nostro tutti insieme, e si scambiano il segno della Pace. E così ogni Domenica in ogni famiglia cristiana……

Il risultato di questa preziosa attenzione dei genitori per i loro figli è che quasi il 100% dei figli del Cammino Neocatecumenale rimane nella Chiesa. Questa è la ragione per cui abbiamo portato 50.000 giovani a Toronto e 75.000 a Parigi. È meraviglioso vedere le comunità Neocatecumenali nelle parrocchie che sono piene di giovani, piene di giovani!! All’incontro con il Papa a Roma, a Tor Vergata, abbiamo portato 100.000 giovani tutti provenienti dal Cammino Neocatecumenale. E da queste famiglie numerose, da questo tipo di educazione dei figli, da queste celebrazioni domestiche, stanno sorgendo migliaia di vocazioni, migliaia….Abbiamo già aperto 50 Seminari Diocesani Redemptoris Mater (applausi); da queste comunità sono entrate nei conventi di clausura 4.000 sorelle; tutti i conventi in Italia, le Benedettine e le Clarisse, sono pieni di sorelle che vengono dal Cammino Neocatecumenale.

E questo non è un movimento. Queste comunità sono nelle parrocchie come un’iniziazione Cristiana che appartiene alla Chiesa. La Chiesa ha riconosciuto che non siamo un’associazione nè una congregazione, nè un movimento. La nostra missione è quella di aiutare le parrocchie e i Vescovi ad avere un itinerario di iniziazione Cristiana che aiuta a maturare la Fede – come la Santa Famiglia di Nazareth –. Perché Nostro Signore, la
Parola del Padre, che prese carne dalla Vergine Maria, nacque come un bambino che aveva bisogno di crescere per diventare uomo, per diventare adulto. Soltanto da adulto avrebbe potuto compiere la sua missione di salvare il mondo, quando raggiunse i 30 anni. E come divenne adulto? Obbedendo a Maria e Giuseppe. Similmente oggi molta gente che ha ricevuto il Battesimo ha una fede piccola, una fede infantile. Questa fede deve crescere in un ambiente come la Famiglia di Nazareth, diventando adulta obbedendo al parroco e ai catechisti, in obbedienza al parroco e ai catechisti.

Siamo grati al Pontificio Consiglio per la Famiglia che ha cominciato a interessarsi a questo fenomeno. Sono rimasti sorpresi da tutti questi giovani e ci hanno invitati a proporre all’intera Chiesa lo stesso tipo di celebrazione (domestica) che noi facciamo. Quando incontrammo Mons. Bugnini, che era uno stretto collaboratore di Papa Paolo VI ed era incaricato di tutto il rinnovamento liturgico, l’OICA ecc…, ci disse che nella Chiesa mancava una liturgia domestica; e quando seppe che cosa stavamo facendo, rimase molto colpito. Quindi siamo molto contenti di collaborare col Pontificio Consiglio per la Famiglia e di dare il nostro piccolo contributo attraverso quello che Dio sta facendo con noi. Mi piacerebbe proporre tutto ciò a tutti gli altri, per aiutare altra gente, altre ottime famiglie di tutte le altre realtà Cristiane che hanno difficoltà con i loro figli durante la loro crescita, nella scuola. In tutta Europa c’è un ambiente di sinistra con una terribile educazione sessuale che è contro l’insegnamento Cristiano. I genitori soffrono molto vedendo i loro figli contaminati da questa cultura. Questa è la verità.

E vorrei far capire a tutta la Chiesa che quello che sto dicendo non è un problema secondario, una devozione; è questione di vita o di morte per la Chiesa. Una questione di vita o di morte! Se la Chiesa non è capace di trasmettere la fede alla prossima generazione, morirà (applausi). Questo è così importante che il Santo Padre e il Pontificio Consiglio per la Famiglia hanno capito che stiamo perdendo……ci sono parrocchie nelle quali i giovani non ci sono più. Dove sono? Non e’ questione di fare del teatro o altre stupidaggini con i bambini, ma di dare loro un contenuto vero e serio. Perché essi vanno a fronteggiare un ambiente che completamente agli antipodi con la realtà del Vangelo. Attraverso la globalizzazione del mondo intero, la secolarizzazione sta arrivando con molto rapidità mettendo in crisi tuta a religione. In Europa stiamo perdendo le scuole Cristiane, non ci sono più scuole in cui si insegni la religione. Gli ordini religiosi non hanno più vocazioni e stanno abbandonando le scuole e le università. Abbiamo perso le università, e ai nostri figli si insegna Hegel, Marx….. tutto l’opposto, il nichilismo. Queste cose ce le dicono i nostri giovani.

Ma
alla Chiesa riamane qualcosa che è una formula vincente: la famiglia (applausi). Noi abbiamo visto che i nostri figli, educati in una famiglia stabile, non vacillano a scuola. Diventano obiettori. Quando alle lezioni di educazione sessuale gli viene insegnato a masturbarsi e altre cose contrarie al Vangelo, si alzano in piedi e fanno obiezione. I genitori vanno a parlare con il preside. Non soccombono a tutto questo. All’università’, dove tutto è contrario ai valori Cristiani, non soccombono, non si possono convincere. Dietro a loro c’è la loro famiglia e la loro comunità Cristiana, una comunità Neocatecumenale di 40 o 50 fratelli che sono tutti uniti, dove appare Dio, dove non ci sono più classi sociali. Tutti sono fratelli: ingegneri, donne delle pulizie, vagabondi, tutti fratelli! Non ci sono più differenze di lingua o cultura, tra bianchi e neri, tra gente colta e ignoranti, o altro. Non ci sono poveri o ricchi, sono tutti fratelli che si aiutano l’un con l’altro. Se c’è una famiglia con molti figli che non ce la fa ad arrivare alla fine del mese, la comunità fa una colletta per aiutarli. La comunità aiuta la famiglia, e la famiglia salva la Chiesa! (applausi).

La nostra società sta
distruggendo la famiglia, e, in particolare, l’Europa sta andando verso l’apostasia e sta tenendo la famiglia separata. A causa del lavoro non hanno più tempo per tornare a casa per mangiare insieme. Le nuove generazioni non mangiano mai insieme. In Europa non ci sono punti di incontro, non ci sono momenti. La mattina un ragazzo esce a giocare a basket e una ragazza va a ballare. Sono sempre fuori, non si incontrano mai, non si siedono mai a parlare. La donna lavora, l’uomo lavora, quando tornano a casa i figli già dormono. E la famiglia si sta distruggendo in termini di tempo (il ritmo del lavoro e gli orari scolastici), in termini di composizione (coppie omosessuali, coppie di fatto, divorzio) in termini di stile di vita (la gente vive in un modo che è contro la famiglia) e soprattutto attraverso una cultura che ci circonda che è contraria al Vangelo.

Siamo convinti che la reale battaglia che la Chiesa è chiamata a fronteggiare nel Terzo Millennio, la sfida che dobbiamo raccogliere, nella quale si gioca il nostro futuro, è quella della famiglia. Per questo ho detto che sono contento di collaborare col Pontificio Consiglio per la Famiglia, portando l’esperienza di così tante famiglie, dopo tanti anni nei quali abbiamo visto che questa è una formula vincente. Con loro stiamo cercando di fare una guida. Sulla base di un’esperienza ultra trentennale, con famiglie di differente cultura e classe sociale, possiamo fare qualcosa di valido, non solo uno schema disegnato al tavolino del bar, ma qualcosa che ha dietro un’esperienza, qualcosa di serio, una guida per la famiglia, un’esperienza del Cammino Neocatecumenale attraverso la quale la Chiesa può aiutare la famiglia a trasmettere la fede ai figli. Penso che tutto ciò sia un grande contributo per la famiglia.

Spero che questo piccolo seme che gettiamo ora possa un giorno diventare un albero ricco di frutti, perché se un bambino di 4 anni ha visto suo padre pregare nell’assemblea con sincerità, non lo dimenticherà mai, mai (applausi). Molto adulti non dimenticheranno mai il modo in cui hanno celebrato nelle proprie famiglie, dove hanno
visto l’amore dei loro genitori per Dio e come pregavano con vero convincimento. Pregate per me. Grazie.

La pedagogia di Gesù. Una riflessione sull'educazione alla fede cristiana

"La pedagogia di Gesù nell'educare alla fede" è il tema della riflessione che il priore di Bose terrà la sera del 17 marzo nel teatro comunale di Belluno nell'ambito del Convegno di Quaresima. Anticipiamo ampi stralci del suo intervento.


di Enzo Bianchi

Gesù ci ha mostrato innanzitutto una necessità: chi inizia alla fede o a essa vuole generare, deve essere credibile, affidabile. Del resto - lo sappiamo per esperienza - anche i genitori che vogliono educare un figlio possono farlo solo se sono credibili, affidabili.
La credibilità di Gesù nasceva principalmente dal suo avere convinzioni e dalla sua coerenza tra ciò che pensava e diceva e ciò che viveva e operava. Non erano solo le sue parole che, raggiungendo l'altro, riuscivano a vincere le sue resistenze a credere; non era un metodo o una strategia pastorale a suscitare la fede: era la sua umanità contrassegnata da una pienezza di grazia e di verità (cfr. Giovanni, 1, 14). Grazia e verità che dicevano l'autenticità e la coerenza di Gesù, non lasciando alcuno spazio tra le sue convinzioni e ciò che egli diceva e viveva.
Incontrando Gesù, tutti percepivano che non c'era frattura tra le sue parole e i suoi gesti, i suoi sentimenti, il suo comportamento. Ed è proprio da questa sua integrità che nasceva la sua autorevolezza, che spingeva gli uomini a esclamare con stupore: "Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorevolezza!" (Marco, 1, 27).
Nella pedagogia, nell'educazione alla fede, l'iniziatore deve dunque essere affidabile. Certo, per noi non è possibile raggiungere la coerenza vissuta da Gesù, quest'uomo in cui traspariva Dio; ma anche per noi l'essere affidabili dipende dalla nostra coerenza, e la nostra affidabilità è decisiva nell'educare alla fede e nel trasmetterla.
Un'altra caratteristica di Gesù, che emerge dai suoi incontri, è la sua capacità di accoglienza verso tutti. In primo luogo i poveri, i primi clienti di diritto della buona notizia, del Vangelo; poi i ricchi come Zaccheo e Giuseppe di Arimatea; gli stranieri come il centurione e gli uomini giusti come Natanaele, o i peccatori pubblici e le prostitute presso i quali alloggiava e con i quali condivideva la tavola.
Com'era possibile questo? Perché Gesù sapeva non nutrire prevenzioni, sapeva creare uno spazio di fiducia e di libertà in cui l'altro potesse entrare senza provare paura e senza sentirsi giudicato. Sulle strade, lungo le spiagge, nelle case, nelle sinagoghe, Gesù creava uno spazio accogliente tra se stesso e l'altro che veniva a lui o che lui andava a cercare; si metteva sempre innanzitutto in ascolto dell'altro, cercando di percepire cosa gli stava a cuore, qual era il suo bisogno.
Mi si permetta di dire: Gesù non incontrava il povero in quanto povero, il peccatore in quanto peccatore, l'escluso in quanto escluso. Ciò avrebbe significato porsi in una condizione in cui l'altro veniva rinchiuso in una categoria, avrebbe significato ridurre l'altro a ciò che era solo un aspetto della sua persona. No, Gesù incontrava l'altro in quanto uomo come lui, membro dell'umanità, uguale in dignità a ogni altro uomo. E nell'incontrare e ascoltare un uomo Gesù sapeva coglierlo, questo sì, come una persona segnata da povertà, da malattia, da peccato. Solo avvicinandoci all'altro nel modo insegnatoci da Gesù, anche noi possiamo vivere un incontro ospitale, un incontro all'insegna della gratuità e teso alla comunione. E così possiamo giungere a fare spazio non solo all'altro che vediamo davanti a noi, ma all'Altro per eccellenza, Dio, che allora ci può veramente parlare.
Gesù era capace di compiere un terzo passo per iniziare, per educare alla fede. Nel rispondere a chi incontrava, Gesù cercava la fede presente nell'altro, come se volesse risvegliare e far emergere la sua fede. Egli sapeva infatti che la fede è un atto personale, che ciascuno deve compiere in libertà: nessuno può credere al posto di un altro! Gesù sapeva che a volte negli uomini c'è l'assenza di fede, atteggiamento che lo stupiva e lo rendeva impotente a operare in loro favore (cfr. Marco, 6, 6); era anche consapevole che ci può essere una fede non affidabile nel suo Nome, suscitata dal suo compiere segni, miracoli: "Molti, vedendo i segni che faceva, mettevano fede nel suo Nome; ma Gesù non metteva fede in loro" (Giovanni, 2, 23-24), perché l'uomo diventa rapidamente religioso, ma è lento a credere.
Gesù cercava invece in chi incontrava la fede autentica, e quando essa era presente poteva dire: "La tua fede ti ha salvato". Si noti che Gesù non ha mai detto: "Io ti ho salvato", bensì: "La tua fede ti ha salvato" (Marco, 5, 34); "Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri" (Matteo, 15, 28). Ecco come Gesù rendeva possibile la fede, ecco come faceva emergere la fede già presente nell'altro: attraverso la sua presenza di uomo affidabile e ospitale, che non dice di essere lui a guarire e a salvare, ma la fede di chi a lui si rivolge.
Ha scritto Benedetto XVI nel prologo dell'enciclica Deus caritas est: "All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro (...) con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva". Purtroppo noi dimentichiamo questa verità e rischiamo così di rendere sterile la nostra missione e il nostro sforzo per comunicare il Vangelo. Proprio perché il Vangelo è buona notizia, esso vuole raggiungere l'uomo nel suo cuore e suscitare in lui in primo luogo la fede nella bontà della vita umana, in modo che egli possa intraprendere l'avventura dell'esistenza credendo all'amore. È in questo senso che Gesù insegnava che nulla resiste alla fede, anche quando essa è nella misura di un granello di senape, "il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra" (Marco, 4, 31).
Infine, va messo in rilievo come l'educazione alla fede da parte di Gesù tenda all'annuncio del regno di Dio, alla buona notizia che Dio regna. Gesù non faceva riferimento a se stesso, ma nell'opera di evangelizzazione appariva sempre decentrato rispetto a Dio, al Padre che, con fiducia assoluta, chiamava: "Abba, Papà" (Marco, 14, 36).
Di più, con l'intera sua vita, fatta di azioni e di parole, Gesù cercava di raccontare Dio, di rendere il Dio dei padri una buona notizia, distruggendo tutte le immagini perverse di Dio elaborate dagli uomini. Gesù parlava di Dio soprattutto nelle parabole, narrando vicende umane, mostrando come il regno di Dio sia buona notizia per uomini e donne, buona notizia nelle loro storie quotidiane, reali. Attraverso la sua vita umanissima, da vero uomo, l'autentico adam voluto da Dio (cfr. Colossesi, 1, 15-16), Gesù ha raccontato e annunciato Dio; ha mostrato come Dio regnava su di lui e, regnando, combatteva e vinceva la malattia, il male, la sofferenza, la morte. È per averlo visto vivere in questo modo che Giovanni ha potuto scrivere: "Dio nessuno l'ha mai visto, ma proprio lui, Gesù, ce ne ha fatto il racconto" (cfr. Giovanni, 1, 18).
Con la sua umanità piena e non segnata dal peccato, Gesù è dunque riuscito a raggiungere l'intimo dell'uomo e a generarlo alla fede in un Dio che ama per primo, un Dio il cui amore ci precede sempre, un Dio il cui amore noi non dobbiamo meritare, per- ché è il suo stesso essere: "Dio è amore" (1 Giovanni, 4, 8.16). Ciò che Gesù chiedeva, o meglio destava in chi incontrava, era nient'altro che la possibilità di credere all'amore. Ecco il fulcro della fede cristiana: credere all'amore attraverso il volto e la voce di questo amore, cioè attraverso Gesù Cristo.
Educare alla fede è per la Chiesa il compito primario; ma nel tentativo di riuscirvi possiamo imboccare molte strade, alcune decisamente sbagliate, altre poco efficaci. Tutto dipende in verità, e non può essere diversamente, dalla nostra capacità d'assumere la stessa pedagogia vissuta da Gesù nell'incontrare gli uomini e le donne.
Anche oggi la fede può essere generata, destata, fatta emergere da chi, volendosi testimone ed evangelizzatore di Cristo, sa incontrare gli uomini in modo umanissimo; sa essere una persona affidabile, la cui umanità è credibile; sa essere presente all'altro e sa fare il dono della propria presenza; sa, in un decentramento di sé, fare segno a Gesù e, attraverso di lui, indicare Dio, il Dio che è amore.
Può darsi - come molti affermano - che oggi il discorso su Dio lasci gli uomini indifferenti: io stesso penso che questa osservazione contenga del vero. Può darsi che oggi "la Chiesa" - come scriveva quarant'anni fa in Introduzione al cristianesimo il teologo Joseph Ratzinger - "sia divenuta per molti l'ostacolo principale alla fede". Ma rimane vero che gli uomini sono sensibili all'avere fede o al non avere fede nell'amore, al credere o non credere all'amore, perché da questo dipende il senso dei sensi della vita.
Resto convinto che ancora oggi molti ci chiedono: "Vogliamo vedere Gesù!" (Giovanni, 12, 21), perché sentono che la sua umanità li riguarda, li intriga, li interroga.


(©L'Osservatore Romano - 17 marzo 2010)