DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Il prete che io cerco. di Hans Urs von Balthasar

Chi è malato va dal medico, chi fa testamento si rivolge al notaio, allo specialista. C'è uno specialista della relazione di Dio con me? Nella sua libera donazione a un essere umano, Dio non è legato ad alcuna legge; in questo campo né il sociologo né lo psicologo hanno nulla a che fare, perché oggetto della loro scienza sono al massimo le relazioni religiose medie della "specie uomo" con un cosiddetto assoluto. Ma, anche in questo caso, questo essere unico che io sono, a cui il Dio unico si rivolge, non dovrebbe essere soggetto ad alcuna legge generale.
Nessuna legge socio-psicologica regola il comportamento di Gesù o delle persone alle quali egli si rivolge, essendo queste vincolate alla sua libera e irripetibile chiamata. Coloro che sono chiamati commettono una scorrettezza se obbediscono alle leggi normali del comportamento umano - prendere congedo, seppellire il padre, eccetera; in tal caso essi "non sono degni di lui". Non posso pianificare insieme la Parola di Dio e la famosa "situazione concreta", così che da ambedue risulti un parallelogramma delle forze.
Gesù, la Parola di Dio per me, mi viene incontro nella Chiesa, la quale custodisce la sua Parola, sempre attualmente viva, nella predicazione e nel sacramento. Nella Chiesa, nella sua comunione, io devo ricevere la sicurezza che la Parola di Dio non mi raggiunge come un'eco da un lontano passato, bensì mi risuona vicina, palpabile e chiara così come la mia esistenza è concreta nel tempo e nello spazio. Ma in questo caso la Chiesa non si trasforma forse a sua volta in legge generale che, nella sua interpretazione dell'irripetibile volontà di Dio nei miei riguardi, si frappone tra me e Dio, forte di un'esperienza socio-psicologica di secoli forse a essa specifica?
Tuttavia, se la Chiesa come Ecclesia è la comunità dei chiamati, se a essa sono state consegnate la Parola di Dio e le chiavi del regno dei cieli, se a essa è stato donato da Dio e da Gesù Cristo lo Spirito Santo che, essendo Dio, è irripetibile al pari del Padre e del Figlio e può spiegarci alla fonte la volontà di Dio in Gesù Cristo: se questa è la realtà, come potrei io fare a meno della Chiesa, nell'ipotesi che io voglia assoggettare la mia vita alla verità del Dio vivente? Ma quale Chiesa, chi nella Chiesa, può aiutarmi? Io pure sono un membro della Chiesa, ma né posso rivendicare per me lo Spirito Santo nella sua pienezza ecclesiale, né definirmi a testa alta un "buon cristiano" che vive vicino al cuore della Chiesa e comunica per osmosi con la sua più profonda comprensione. So invece benissimo, se sono onesto e sincero, quanto sono lontano dal soddisfare le richieste di Dio e quanto volentieri vorrei ridurre tali richieste al mio livello di medioborghese e di decaduto a causa del peccato, dando l'ultima parola alla sociologia religiosa, contro la mia stessa coscienza: "Che farci, gli uomini sono così". "Tutto sommato, e considerato il mio carattere, non mi si può chiedere di più".
Ciò ci aiuta a capire quanto difficile e complicata sia la condizione di chi va in cerca d'aiuto. La richiesta che io avanzo può essere soddisfatta da un uomo? Egli dovrebbe farmi da tramite nei miei rapporti irripetibili con Dio, senza però dissolverli nelle generalità di questo mondo. Egli dovrebbe pertanto sapere, basandosi sul proprio irripetibile rapporto con Dio, che cosa sia tale irripetibilità, e simultaneamente essere provvisto del mandato e dell'autorità di saperlo, nello Spirito Santo, anche per gli altri, per poter dare loro le adeguate indicazioni. Mandato e autorità da Dio, uniti con l'esperienza nello Spirito: ciò lo autorizzerebbe a richiedere da me - non per sé, ma per Dio e per me - ciò che io non ho il coraggio di chiedere a me stesso.
Questa è la prima qualità che dovrebbe possedere il prete che io cerco. Infatti il sacerdote dovrebbe essere colui che è delegato e dotato di autorità dall'alto, cioè da Cristo, per presentarmi la Parola incarnata di Dio, così che io sia sicuro di non ridurla ai miei scopi, di non averla anticipatamente svigorita con una mia interpretazione psicologica, esegetica e demitizzante, tanto da renderla impotente a generare in me ciò che le è proprio; così che io non possa sfuggire alle sue richieste, perché si presentano a me nella concretezza dell'autorità ecclesiastica, la quale nel ministero attualizza la concretezza dell'autorità divina. Non è però sufficiente che qualcuno mi metta impietosamente di fronte alle richieste della Parola, per poi lasciare che mi fermi: forse sono già giunto da solo a pormi di fronte a quelle. Egli deve anche aiutarmi a perseverare, a non fuggire, stando costantemente accanto a me, con amore inesorabile. Tale uomo è simile, in certi momenti, all'angelo del monte degli Ulivi, che infonde forza quando si è soli con Dio. La forza con cui tale uomo fa questo deriva certamente dalla sua missione (che possiede in se stessa la forza e l'inesorabilità di Dio) ma allo stesso tempo dal suo stesso vigore che lo star con Dio in solitudine gli conferisce.
Se gli manca l'esperienza, non potrebbe proclamare credibilmente la Parola di Dio neppure dal pulpito; tutt'al più potrebbe essere una eco morta di quello che, della Parola di Dio, altri - per esempio Paolo - predicarono con la loro esistenza. Tanto meno sarebbe capace di accompagnare, e di sostenere, un credente nel confronto esistenziale con la Parola di Dio. "Se gli manca l'esperienza...": subito si affaccia, ma deve essere immediatamente respinta, la parola "specialista". Nell'assoluto irripetibile non possono infatti esistere né "specializzazioni" né classificazioni. La stessa parola "scienza" va evitata, potendosi al massimo parlare di una certa "saggezza" che lo Spirito Santo concede a coloro che hanno familiarità con il suo "spirare dove egli vuole". Anche se sono state proposte "regole per il discernimento degli spiriti" e si è parlato di una "scienza dei santi", tali regole, se autentiche e utilizzabili, vengono però sempre date per esperienza personale e comprovate dall'esperienza personale nell'ambito della Chiesa; quella "scienza", poi, si identifica con uno dei sette doni dello Spirito Santo, per cui può essere concessa soltanto a coloro - e da quelli soltanto può essere capita - che con la preghiera e con la pratica della vita si sforzano di penetrare il centro dello Spirito.
A colui che nella Chiesa si assume la missione di predicare ufficialmente e di proporre a ciascuno in particolare la Parola di Dio, che è Cristo, non rimane altra alternativa che quella di tradurla in atto e di perseverarvi con coerenza, di dedicare totalmente a essa la propria esistenza. Egli deve identificarsi con la sua missione; questo fecero gli apostoli per comando di Gesù, allorché abbandonarono tutto per seguirlo: non soltanto gli averi e la casa paterna, ma anche la moglie e i figli. Ovviamente, la rinuncia materiale per dedicare la vita alla Parola di Dio rimane soltanto il punto di partenza; essa diventa un criterio per giudicare il "prete che io cerco" soltanto se questo primo passo si trasforma in stile costante di vita. Da un punto di vista terreno, questo stile di vita è e rimane privo di senso, non trovando una collocazione in nessuna condizione sociologica; e ogni iniziativa che, partendo dal paganesimo o dal giudaismo, tentò di dargli un sostegno ecclesiologico suscitò sempre perplessità. Il prete deve continuamente prospettarsi l'eventualità di essere nuovamente escluso dall'organizzazione della società. Qui più che mai è valida l'affermazione di Agostino, secondo cui chi poggia la propria vita su Cristo non sta in piedi, ma sta appeso o "sta oltre se stesso". E unicamente Dio in Cristo può garantire che "chi per amore mio e del Vangelo abbandona tutto" non cadrà nel vuoto senza trovare un punto d'appoggio, ma sarà sorretto (appeso) per tutta la sua esistenza.
Umiltà e zelo crescono dalla medesima radice. Il prete umile non sarà tentato di propormi qualcosa che non sia la Parola di Dio diretta a me; quello zelante non sopporterà che io mi sottragga a essa. Egli mi tiene alle redini, per cui posso rimproverargli di essere importuno; per la verità, importuna e insistente è soltanto la Parola di Dio. Nel caso io trovi il prete che cerco, non posso rimproverargli d'accostarsi a me con una sicurezza che nessun uomo può pretendere, quasi che egli debba limitarsi a indicarmi vagamente in quale direzione il mio cammino verso Dio forse si muove, quasi sia obbligato a lasciare a me e alla mia coscienza di giudicare, accettare o respingere le sue indicazioni generiche. Premesso che egli abbia identificato la sua esistenza con la sua autorità, assorbendola in questa, la sua missione non gli consente nessuna falsa modestia; altrimenti rappresenterà soltanto parzialmente e confusamente l'autorità nella Chiesa. Se l'unione con Dio nella preghiera e l'umiltà della mediazione pervengono alla trasparenza e al dono totale, allora può anche avverarsi il miracolo che da Dio giunga - nello Spirito Santo che è nella Chiesa - un'autentica direttiva che, per quanto scomoda, io non posso fingere di non udire. Soltanto chi sa scomparire senza finzione può ricevere la grazia della sicurezza. Egli può permettersi di gioire con chi è felice, di piangere con gli afflitti; mai però gli è permesso, per solidarietà, di tentennare con chi esiti nell'incertezza.
Abbiamo parlato di miracolo. La riuscita di un prete è sempre un miracolo della grazia. Il miracolo atteso sarebbe semplicemente la santità: quella di un uomo che in Dio ha perso talmente la coscienza di se stesso da stimare Dio come unica realtà importante. Egli non si preoccupa più della propria identità. Perciò è abituale e nutriente come una pagnotta da cui chiunque può strappare un boccone. Il modo in cui egli si distribuisce viene a identificarsi con quello adottato dalla Parola di Dio per distribuirsi in pane e vino. Egli conosce anche il modo di spezzare e d'interpretare la Parola di Dio. Contrariamente ai predicatori di oggi, egli non mi richiamerà dal deserto provvedendomi di un indigesto viatico di parole sull'apertura della Chiesa al mondo. Che cosa devo porgere agli affamati che mi circondano, se non pane? Ma dove lo prendo, se non mi viene porto? Come può la Chiesa uscire all'esterno se non ha più alcuna interiorità da porgere? Oppure si deve dire che essa scaccia da sé l'incertezza della propria identità perché non ha più alcuna esperienza di ciò che è il suo intimo? Non è essa stessa tale interiorità - la Chiesa non può riflettere se stessa - bensì Cristo, suo capo e anima, mediante il quale il Dio trino s'impossessa di essa.
Una volta c'erano i monaci, sia in Oriente che in Occidente, sull'Athos, a Clairvaux e al Ranft, a Kiev e Optina. I monaci erano anche chiamati "spirituali" (in greco, pneumatikói, coloro che possiedono lo Spirito); tale è tuttora la denominazione corrente dei sacerdoti nei Paesi di lingua tedesca. Per secoli, nell'ortodossia, i candidati ai gradi più elevati delle gerarchie sono stati forniti dai monaci. Sono spirituali quelle persone che hanno esperienza dello Spirito Santo e, grazie a essa, sono capaci di riconoscere e di accendere in noi, in me, lo Spirito nascosto, incognito, imprigionato. Quanto raro è diventato questo tipo di uomo. Dobbiamo forse accontentarci di un surrogato dello Spirito? Tale surrogato ci è fornito soprattutto dalla psicologia - il che non significa che un buono e umile psicologo non possa essere permeabile allo Spirito Santo; ma il suo oggetto è rappresentato dalle leggi generali della psiche umana. Lo Spirito, invece, è sempre irripetibile. L'uomo spirituale deve permettere allo Spirito Santo irripetibile d'intervenire su di lui in modo da riuscire a soddisfare il bisogno di quest'uomo irripetibile che gli sta di fronte: non facendo intervenire forze mediatrici, ma nell'apertura alla grazia del Dio vivente, il quale liberamente rivolge a me la sua Parola amorosa, dolce ed esigente - mediante il prete che io cerco.


(©L'Osservatore Romano - 9 aprile 2010)

Natale, mistero d’Epifania.

« Nel mistero del Verbo incarnato è apparsa agli occhi della nostra mente la luce nuova del tuo fulgore, perché conoscendo Dio visibilmente, per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle realtà invisibile » (Prefazio di Natale I)

Vedere e essere rapito

L’estetica teologica di Balthasar ci aiuta ad approfondire alcuni aspetti del mistero di Natale. Egli si riferisce al prefazio di Natale per presentare la logica dell’estetica divina. Ci invita a contemplare con gli « occhi del nostro spirito » toccati da una nuova luce che proviene da Dio la « forma misteriosa sacramentale » del « Verbo incarnato ». Il mistero di Natale apre all’uomo la possibilità di vedere nella luce della fede un mistero di Bellezza che supera ogni splendore intramondano : « Lo splendor di questo mysterium che offre se stesso non può quindi essere equiparato ad un qualsiasi altro splendore estetico che si incontra nel mondo… »1. Nello stesso tempo Balthasar evidenzia il « rapimento » dell’uomo che è suscitato dalla « mediazione » di questo sguardo e che porta tutto l’uomo all’amore del Dio invisibile. Queste considerazioni teologiche illustrano in modo originale l’atteggiamento che dovrebbe essere nostro in questo tempo di Natale : siamo invitati a prostrarci e adorare il Verbo incarnato nel Bambino di Betlemme.

Prostrarsi e adorare

Per Balthasar il mistero di Natale è Epifania; è la manifestazione, il risplendere di Dio in questo misero bambino che i tre Maggi adorano. L’adorazione del Nuovo Testamento ci rimanda al mistero di Natale. In effetti « l’Antico Testamento ha adorato Dio nella sua maestà, nella sua giustizia giudicante, nella sua bontà come Signore dell’Alleanza. Adesso, invece, lo si deve adorare in un bambino »2. Adorare in una prospettiva estetica significa « riconoscere che Dio è l’essenza di ogni bellezza, che noi perciò con entusiasmo dobbiamo dargli ragione e servirlo con letizia.. »3. Nel contesto del Nuovo Testamento, « se noi dunque qui ci prostriamo e adoriamo, non adoriamo carne, ma Dio, l’unica cosa che noi sicuramente non siamo, Dio, il Tutt’Altro, l’Essere per sé, l’Onnipotente, al quale però è piacuto mostrarci che egli è abbastanza onnipotente da poter essere anche impotente, abbastanza beato da poter anche soffrire, abbastanze pieno di gloria da poter anche collocarsi all’utlimo posto della creazione »4. E’ proprio questa onnipotenza paradossale che genera nel cristiano un atteggiamento di adorazione davanti ad una Omnipotenza umile. Ecco perché « solo adesso noi possiamo arrivare a intuire fin dove può giungere in realtà la divina Onnipotenza. Non può, perciò, darsi adorazione più profonda di quella cristiana, se essa è autentica »5.

Evidenza dell’amore

La bellezza del Bambino non fa violenza alla libertà dell’uomo. E’ una bellezza legata alla povertà e alla fragilità del bambino neonato. La bellezza di Cristo possiede l’evidenza dell’amore (Liebesevidenz)6; per questo la bellezza di Cristo genera, secondo Balthasar, un movimento d’adorazione. Inoltre, questa bellezza della figura di Cristo si caratterizza per una potenza propria che segna l’esistenza del soggetto contemplatore. È la dynamis interiore della figura proveniente dallo Spirito Santo e che dona a questa figura una profondità plastica e una potenza vitale7. La bellezza di Cristo ha dunque una forza esistenziale (Balthasar l’attribuisce allo Spirito Santo) che porta l’essere umano al rapimento e che corrisponde al movimento d’uscita dell’uomo verso Dio, un movimento che avviene sotto la luce stimolante della grazia, cioè la luce dello Spirito8. È ancora opera dello Spirito Santo rendere presente questa bellezza a tutti i tempi, realizzando l’unità tra il Cristo della fede ed il Cristo storico. La chiamata che emana dalla bellezza di Cristo resta allora la stessa di quella che fu all’origine del cristianesimo.

Vedere e adorare Dio nell’altro

E. Levinas parla dell’epifania del volto. Con Balthasar l’altro riceve una determinazione ulteriore « ..ognuno dovrebbe divenire per l’altro un’occasione di epifania, un’occasione di adorare la presenza di Dio in ogni uomo singolo »9, perché il cristiano vede l’amore divino che ama ogni uomo in particolare e questo amore è degno di adorazione. È solo a partire da Gesù Cristo che possiamo vedere l’altro come un figlio del Padre che possiede in Gesù Cristo una sua unicità. L’altro non è così un numero, « un esemplare ambiguo, un essere da nulla, un esemplare del tutto imperfetto della specie umana, bensì qualcuno che Dio stesso ama con amore immutevole »10. Il cristiano sa che l’altro è, per grazia di Dio, destinato, eletto e chiamato ad essere figlio del Padre, fratello di Gesù e portatore dello Spirito Santo. In questo senso Balthasar parla del sacramento del fratello. Questo modo di concepire l’adorazione dell’amore di Dio nell’altro offre a Balthasar la possibilità di fondare una spiritualità concreta incarnata nella vita quotidiana : « se una volta, riflettiamo sul mistero dell’Epifania penetriamo sino all’amore (degno di adorazione) di Dio, allora non c’è più motivo di rinunciare al nostro atteggiamento di adorazione durante il lavoro quotidiano ; non solo noi siamo circondati sempre nuovamente da questo mistero, ma attraverso ogni incontro con qualsiasi persona diventiamo sempre profondamente familiari con questo mistero »11. Il Natale non è dunque una celebrazione nostalgica di un evento del passato ma « questo Figlio donato sta davanti ai nostri occhi. Qui nel tempo di Natale, ma ugualmente sulla croce, nel giorno di Pasqua, e in ogni giorno feriale dell’Anno Liturgico »12.

A tutti coloro che legeranno questo editoriale, al nome dei collaboratori del Centro di Studi Hans Urs von Balthasar della Facoltà di Teologia di Lugano, auguro un santo Natale.

André- Marie Jerumanis



1 G 1, 106 (H 1, 114).

2 BALTHASAR, H.-U. von, Tu coroni l’anno con la tua grazia, Jaca Book, Milano 1990, 19 (Du krönst das Jahr Deiner Huld, Johannes Verlag, Einsiedeln 1988).

3 Ibid, 20.

4 Ibid, 20.

5 Ibid, 21.

6 Cf. G 1, 452-453 (H 1, 464).

7 Cf. G 1, 460 (H 1, 471).

8 Cf. G 1, 106 (H 1, 114).

9 Tu coroni…, 21.

10 Ibid, 21.

11 Ibid., 22.

12 Ibid., 22.

http://www.aventicum.ch/

Henri de Lubac su von Balthasar: «Devo molto al fatto di aver avuto un amico simile»

itiamo da Memoria intorno alle mie opere di Henri de Lubac (ritratto nella foto a lato), nella prima edizione di Jaca Boook del 1992, a pagina 396 :

"Quando dovette rinunciare a fare la professione nella Compagnia di Gesù per fondare un Istituto secolare, compito al quale aveva coscienza d essere chiamato da Dio, padre Balthasar nel marzo 1950, scrisse ai suoi confratelli della Svizzera questa lettera :

«Cari padri e fratelli della Compagnia di Gesù,

Distaccandomi dalla vostra comunità per fare la volontà di Dio, io non voglio lasciare la casa per la porta di servizio, ma desidero piuttosto guardarvi in faccia e salutare voi, che per alcune decine di anni siete stati così vicini a me e che, per quel che mi concerne, lo resterete ancora spiritualmente. Le cause della mia partenza non sono comuni, il mio caso non può essere confuso con altri. Per questo mi sembra opportuna una breve spiegazione.

Innanzitutto vorrei ripetere un parte di ciò che esponevo il 20 aprile 1948 , al Padre generale John Janssens : « Dopo anni di preghiera e di meditazione davanti a Dio e al nostro Padre sant'Ignazio, sono arrivato alla conclusione, di cui l’ho informata a voce in due incontri, che Dio mi ha riservato un incarico personale, particolare, che non posso affidare ad altri ; schivarlo o fare orecchi da mercante significherebbe tradir l’amore di Dio nel più intimo di me stesso.
Lungi da me il pensiero di voler mettere la mia indegna persona vicino ai grandi e ai puri del regno di Dio : tuttavia non posso proibirmi di paragonare la certezza che mi fu accordata, a questo riguardo, con quella che ricevette, ad esempio fra Nicolao, quando dovette abbandonare la famiglia, o Jan Eudes quando lasciò l’Oratorio, o Charles de Foucauld o chiunque altro, cui fu comunicata una missione da parte di Dio. E se io oggi prego sua paternità di sciogliermi dal voto di entrare nella Compagnia di Gesù per vivervi nella povertà, verginità e obbedienza, non è certo per sottrarmi alla croce della vita religiosa, per evitare di sottomettere il mio spirito e la mia volontà al fine di seguire un piano personale, ma con la chiara coscienza di legarmi a Dio e al nostro Padre Ignazio con una obbedienza ancora più stretta, che mi spogli con severità ancor maggiore della mia libertà,
secondo quanto è detto : Quando sarai vecchio, ti condurranno dove tu non vorrai.
Parto dunque, volontariamente ed involontariamente allo stesso tempo.
Volontariamente, perché la mia richiesta di congedo non ha altra ragione che il mio desiderio di obbedire a Dio. Nessun distacco, nessuna frizione, da parte mia, con la Compagnia, che mi è cara sopra ogni cosa e, come mi è stato assicurato, nessuno scontento da parte dei miei superiori. Ora come sempre, l’opera del nostro Padre Ignazio mi sembra ciò che di più bello ci sia sulla terra ed abitare la sua casa , la sorte più desiderabile. Nonostante tutto quello che si potrebbe trovare da ridire sulla Compagnia attuale, sopratutto nei nostri paesi tedeschi, mai la critica di questi fatti avrebbe potuto indurmi a scegliere un’altra strada.
Ma parto anche controvoglia, costretto da una serie di circostanze alle quali non posso riconoscere una necessità ineluttabile. Sua paternità, nella sua qualità di guida responsabile, deve seguire la via sicura della tradizione ; lei mi ha insistentemente ricordato che Dio guida di preferenza per le vie ordinarie piuttosto che per le vie straordinarie e che l’obbedienza ai superiori è sempre
garanzia di sicurezza, mentre le certezze personali possono facilmente ingannare : - come potevo vedere in tutto questo qualcosa di diverso dall’espressione della sua esperienza e prudenza, della sollecitudine per tutti e del suo amore paterno per me in particolare ? Però mi fu ugualmente chiaro che, dal momento in cui la mia causa a Roma prendeva la forma di un’alternativa, era finita per me nella Compagnia. Questa forma si sarebbe potuta evitare solo se altri, oltre a me, avessero riconosciuto che l’obbedienza che la Compagnia deve a Dio e al suo fondatore non necessariamente dove contraddire l’obbedienza che un singolo può dover prestare a Dio e a sant’Ignazio, anche se questa obbedienza dovesse diventare un giorno completamente personale. »

Evidentemente, se volevo essere preso sul serio, era necessario presentare dei dati controllabili della certezza interiore raggiunta nella preghiera. È quanto feci, prima con il provinciale dell’epoca, quindi, quando la questione fu portata a Roma, con il padre generale, in tutta franchezza. Ma dato che questo genere di prove ecclesiastiche sono solite durare degli anni, mentre Dio può chiedere ad una persona l’obbedienza immediata, ne risultò una situazione pienamente possibile, legittima e prevista, nella quale due pareri, pur con le migliori intenzioni, si contrappongono, di modo che, mentre da una parte si forma una chiarezza e s’impone una risoluzione, dall’altra la natura delle cose non permette che si giunga ancora a una soluzione. Rimando a Tommaso, De Veritate, q 17 a5, o alla elaborazione successiva del padre de Lugo, SJ, nel suo Tractatus de virute fidei divinae, in disp. I, nn 226-229:

"Sententia communior iam docet, omnem revelationem sufficienter propositam pertinere ad objectum formale fidei nostrae, sive privata sive publicae ab Ecclesia proposita ; nam licet privatm non teneatur fideles omnes communiter credere, tenetur tamen credere ille cui fit et sufficienter proponitur, eodem habitu fidei quo credit et alia fidei mysteria. Hanc tenet … Catherinus in Apologia contra Sotum de certitudine gratiae, cap.ult. ubi testis oculatus testatur, hanc sententiam quam P. Lainez Generalis nostrae Societatis contra Sotum acriter in Tridentino probavit, communi Concilii approbatione fuisse acceptum. Eandem tenet Suarez … Quam defendunt jam communiter nostri recentiores. Dubium esse potest, an revelatio privata possit obligare sub peccato gravi infidelitatis ad credendum objectum sic revelatum, antequam ab Ecclesia acceptatur. In hoc puncto distinguendum videtur. Possumus loqui vel de ipsomet, cui immediate fit revelatio, vel de aliis, ad quos postea notitia ejus derivatur. Loquendo de aliis, credo communiter loquendo numquam aut rarissime obligari ad credendum, quamdiu non proponitur ab Ecclesia. Non est sermo nunc de revelatione alicui immediate facta ad hoc ut id ex parte Dei alter etiam privatim nuntiaret ; tunc enim occurrentibus motivis sufficientibus, credere teneretur positive is etiam, ad quem mandatum vel nuntium illud deferretur.
Si vero loquamur de eo, cui fit revelatio privata immediate, non videtur negari posse, quod aliquando et non raro teneatur illam et objectum revelatum credere. Si adsint motiva talia, ut non possit prudenter dubitari, debet positive credere, alioquin erit gavis irreverentia in Deum, cui loquenti et sufficienter sua locutionem proponenti ad exigendam hominis fidem, illam non possumus negare. Et quaedam cum adsit motivum divinae auctoritatis sufficienter propositae, cui summus cultus intellectualis debetur, erit etiam obligatio assentiendi non utcumque sed super omnia, sicut in rebus fidei assentiri debemus. Ceterum non est dubium quod possit revelatio privata proponi cum tantis credibilitatis motivis et cui fit, cum quantis proponitur revelatio publica."

"L’opinione comune insegna che ogni rivelazione che sia stata proposta con sufficiente chiarezza appartiene all’oggetto formale della nostra fede, sia che sia privata sia che sia pubblicamente proposta dalla Chiesa ; a ciò che è stato rivelato privatamente non sono tenuti a credere tutti i fedeli, ma è tenuto ad aderirvi con la stessa virtù di fede con cui crede gli altri misteri della fede quello a cui fu proposta con sufficiente chiarezza. Questa è l’opinione … di Caterino ¬¬nell’Apologia contro Soto sulla certezza della grazia nell’ultimo capitolo, dove tratta della testimonianza dovuta dai testimoni oculari, con la stessa proposizione che il padre Lainez, Generale della nostra Compagnia, ha fatto acutamente valere nel Concilio di Trento, perché l’approvazione di tale sentenza fosse accettata dal Concilio. Anche Suarez è della stessa opinione … E questa stessa opinione è quella che difendono comunemente i nostri autori più recenti. Può essere dubbio se una rivelazione privata possa obbligare a credere l’oggetto in tal modo rivelato, sotto pena di commettere un peccato di grave infedeltà, anche prima che la Chiesa l’abbia accettato. A questo riguardo occorre distinguere. Possiamo infatti parlare o di colui a cui fu fatta la rivelazione immediatamente, oppure di altri ai quali ne sia pervenuta notizia in seguito. E parlando di questi altri, credo che nessuno sia comunemente considerato come tenuto a credervi, se non in casi rarissimi, fintanto che ciò non sia proposto dalla Chiesa stessa. Non parlo ora di una rivelazione fatta direttamente a qualcuno da parte di Dio, perché costui la comunichi privatamente ad un altro ; nel caso in cui ci fossero ragioni sufficienti, anche colui al quale un altro fosse mandato o al quale venisse comunicata tale notizia sarebbe positivamente tenuto a credere.
Ma se parliamo di uno a cui la rivelazione fosse fatta direttamente, non ci sembra possibile negare che talvolta, ma non raramente, costui sia tenuto a credere all’oggetto rivelato. Se fossero presenti ragioni tali per cui non possa esercitare la prudenza dubitandone, occorrerà che vi creda positivamente, altrimenti incorrerebbe in una grave irriverenza nei confronti di Dio, il quale parla e propone il suo discorso all’uomo in modo sufficientemente chiaro da poter esigere la fede da parte sua, e quella non possiamo proprio negarla. E nelle cose quando la divina autorità, alla quale dobbiamo il più alto culto dell’intelligenza, è presente in modo sufficientemente chiaro, comporterà l’obbligo ad assentirvi non in un modo qualsiasi, ma prima di tutto, così come dobbiamo assentire negli oggetti di fede. Del resto non è dubbio che una rivelazione privata possa essere proposta al suo destinatario con altrettanti motivi di credibilità, quanti sono quelli con cui è proposta una rivelazione pubblica."

[La traduzione di questa lunga citazione dal latino, che non si trova nel testo pubblicato da Jaca Book, è a cura della redazione del Centro Culturale della Svizzera Italiana]


Non si può dunque obiettare che la miglior soluzione del conflitto sia, per principio e in ogni caso, nell’obbedienza dell’Ordine. Essa sta, per principio e in ogni caso nell’obbedienza a Dio.
Il superiore, che non dovrà mai confondersi con Dio, è la via ordinaria della manifestazione della volontà divina. Non è la via esclusiva.
Dio resta libero di fronte all’uomo, sopratutto se si tratta di qualcuno che ha voluto mettersi a sua totale disposizione nel tipo di vita dei consigli. Egli è libero di servirsi di lui secondo il suo beneplacito, come vuole.
La vita religiosa non consiste nel cercare rifugio in un porto sicuro, ma nella fedeltà all’« esci dalla tua terra » (Genesi 12,1) e all’ « abbandonare tutto » ; e l’obbedienza religiosa non è l’angolo morto dove il soffio dello Spirito può raggiungerci solo indirettamente, visto che l’obbedienza ci toglie la responsabilità ultima di noi stessi davanti a Dio.
Quale Ordine predica di più e conosce meglio la strumentalità e la disponibilità davanti a Dio (non solamente per i suoi membri ma per l’ordine stesso) dell’Ordine dei gesuiti ? Se non si tratta di frasi vuote, il gesuita deve essere, per principio, sempre pronto ad ascoltare e seguire una nuova chiamata, anche inattesa, che lo farà uscire dalle forme alla quali si è abituato ed attaccato.
Nessun altro punto di vista entra allora in gioco, se non quello della semplice e reale obbedienza.
cosa importa a chi cerca la volontà del Signore : se essa è facile o dolorosa, se si è capiti o no, se la prospettiva di riuscita prendono forme consolanti o fosche, se la notte dell’obbedienza è più profonda a restare che a partire. E se allora si verificherà quasi necessariamente quanto è previsto negli Esercizi (n. 167 [« La terza è umiltà perfettissima, cioè quando includendo il primo e il secondo modo, a parità di gloria e lode della Divina Maestà, io per imitare e rassomigliare più attualmente a Cristo nostro Signore, voglio ed eleggo piuttosto povertà con Cristo povero che ricchezza, obbrobri con Cristo coperto di essi piuttosto che onori, e desidero più essere stimato da niente e stolto per Cristo che per primo fu ritenuto tale, che savio e prudente in questo mondo. » N.d.R.] ) egli lo accoglierà con intima riconoscenza, ma ancora una volta : cosa gli importa ?
Dio farà sì che una tale obbedienza, prestata con la semplicità del bambino, non si oscuri al margine della Chiesa cattolica, ma ne raggiunga le fondamenta.

Alcuni membri della compagnia hanno ritenuto opportuno – non voglio esaminare per quali motivi – di far circolare, sul mio caso, tutta una serie di aneddoti. Riguardo a quelli che sono giunti fino a me, posso soltanto dire che sono, o inventati di sana pianta o molto travisati, fino a rendere il contesto irriconoscibile, e questo sono disposto ogni volta a provare e confermare. Chiunque abbia a cuore la verità, vorrà per il momento astenersi dal giudicare, piuttosto che ascoltare (o anche diffondere) i pettegolezzi delle persone che pretendono di sapere cose che, in verità, non conoscono.

Un problema speciale è costituito dagli argomenti desunti dalla mia condotta e dal mio esempio all’interno della Compagnia, che vengono mobilitati contro la fondatezza delle mie affermazioni. Questa obiezione mi mette nella situazione paradossale di accusarmi qui in tutta verità, mentre d’altronde mi devo giustificare.
A questo riguardo, un punto dovrebbe prevalere sul resto : le gravi mancanze personali possono certamente nuocere alla realizzazione di un compito, ma non rendere impossibile una delega da parte di Dio.
Detto questo, colgo con riconoscenza l’occasione di chiedere sinceramente perdono ai miei confratelli per averli molto scandalizzati. Mi sento soprattutto più gravemente colpevole di una continua mancanza di carità attiva. In particolare deve essere segnalata la mancanza di premura per le preoccupazioni altrui, di essere stato avaro de mio tempo e della mia simpatia, di essere stato troppo indipendente nei miei piani di lavoro, negligente nel rendere conto delle mie spese. In questo e in molte altre cose ho mancato, e prego Dio di impedire che qualcuno abbia a soffrire un danno durevole per colpa mia.
D’altro canto non so cosa devo pensare quando oggi mi si accusa di essere stato assolutamente falso, sleale, orgoglioso e disobbediente. Io non riesco a scorgere in me questi atteggiamenti fondamentali. In particolare, io penso sinceramente « di aver sempre ritenuto nel mio cuore ciascuno superiore a me stesso » . Io devo lasciare a Dio il giudizio su queste cose e lo prego di illuminarmi. Tuttavia, più uno dei miei ex-confratelli scoprirà in me dei difetti, più avrò diritto di contare sulle sue preghiere.

Tutto ciò che devo alla Compagnia e ciò per cui resterò sempre riconoscente a Dio è, in una parola, quasi tutto. Non posso che lodare Dio per questa ricchezza, e pregarlo di farne parte a parecchie persone. Ma vorrei sottolineare ancora un punto : non dimenticherò mai l’edificazione che ho ricevuto dall’umiltà di alcuni fratelli coadiutori.

Pieno di riconoscenza, io vi saluto, e la luce che è dietro di me mi accompagna, illuminerà l’oscurità nel prossimo futuro, prossimo o ancora lontano. Bisognerebbe essere ciechi per non vedere che l’espletamento del mio incarico sarà molto più difficile fuori di quanto avrebbe potuto esserlo all’interno della Compagnia.
Ma quale gioia e quale pace, sulla terra, sono più grandi della coscienza raggiunta nella preghiera di aver obbedito nel modo migliore che si poteva comprendere? È anche la gioia di poter dare una gioia al mio Padre Ignazio, che mi è più caro di ogni cosa : alla gloria di Dio e forse anche, lo spero, per una nuova stagione del nostro padre Ignazio sulla terra.
Oggi nessun santo è forse più attuale, vivo, attivo di lui, capace di far saltare di nuovo e soprattutto anche questa volta, l’incrostazione dei secoli. Chissà, forse egli nasconde nel suo cuore un bel segreto, ancora invisibile : la svolta da compiere si rivelerà più tardi, quando noi non ci saremo più da molto tempo, come il cammino di una unità nuova più profonda.

Non c’è verità se non nella preghiera. Mi raccomando alle vostre preghiere e ricordatemi nelle vostre Sante Messe, e vi prometto di ricordarmi di voi nelle mie preghiere.

Hans Urs von Balthasar »


Io devo molto al fatto di aver avuto un amico simile."