DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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MONS. PIACENZA: IL SACERDOTE, NON “FUNZIONARIO DI DIO”, MA “ALTRO CRISTO”. Parla il nuovo prefetto della Congregazione per il Clero

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 7 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Il profondo rinnovamento spirituale dei sacerdoti è indispensabile per la nuova evangelizzazione, come Papa Benedetto XVI ha segnalato in varie occasioni durante l'Anno Sacerdotale. E' questo il “programma” che ha in mente il nuovo Prefetto della Congregazione per il Clero, monsignor Mauro Piacenza.

Il presule ha concesso questa intervista a ZENIT quando è stata resa nota la sua nomina, dopo la rinuncia del Cardinale Cláudio Hummes per motivi di età.

Monsignor Piacenza, che ha lavorato per molti anni presso la Congregazione per il Clero, riconosce che uno dei suoi compiti sarà quello di migliorare la formazione del clero, anche a causa degli scandali che hanno visto protagonisti alcuni suoi membri negli ultimi mesi.

Eccellenza, il Santo Padre l’ha chiamata all’alta responsabilità di guidare il Dicastero della Curia romana che si occupa dei sacerdoti. Quali sono le ragioni che hanno spinto il Santo Padre a compiere questa scelta?

Monsignor Piacenza: Bisognerebbe chiederlo al Santo Padre! Ciò che io posso immaginare è che un qualche ruolo lo abbia svolto la mia lunga presenza in questo Dicastero, nel quale ho svolto la gran parte del mio servizio alla Curia romana. Colgo l’occasione per rinnovare i profondi ringraziamenti al Sommo Pontefice per la fiducia accordatami ed invocare per me e per tutti i collaboratori della Congregazione la sua paterna benedizione, perché, tutti insieme, possiamo lavorare indefessamente per il vero bene del Clero e della Santa Chiesa, mai premettendo nulla all’Amore di Cristo.

Anche per le note recenti vicende, la Congregazione per il Clero assume oggi un ruolo strategico nel governo di Benedetto XVI?

Monsignor Piacenza: Dei delitti più gravi si occupa la Congregazione per la Dottrina della Fede. È certamente necessario e doveroso, tuttavia, porre in essere tutti quegli strumenti che prevengano ed impediscano l’accadere di simili fatti.

Primo tra tutti la formazione, iniziale e permanente, sulla quale continuamente è necessario vigilare perché non si devono formare dei “funzionari di Dio”, bensì degli “altri Cristi”: un buon pastore, che, vivendo totalmente di Dio e per Dio, offra la vita per il Suo gregge, edificandolo nell’amore autentico.

E quali sono le strade per ottenere questo? Qual è il suo programma, Eccellenza?


Monsignor Piacenza: Non ho altro programma che quello di obbedire a Cristo ed alla Sua Chiesa, la cui volontà si esprime, in maniera del tutto peculiare, in quella del Santo Padre. Egli stesso ci ha richiamato più volte, anche durante l’Anno Sacerdotale, ad una lettura non funzionalista ma ontologica del Ministero ordinato, capace realmente di “portare Dio nel mondo” attraverso il carisma del celibato, la fedeltà evangelica, la carità pastorale. L’Eucaristia, celebrata e adorata, in una tale concezione del Ministero ordinato, non può che avere un ruolo assolutamente centrale: in essa sta il segreto, la fonte di ogni esistenza sacerdotale “riuscita”. Il respiro stesso dell’anima sacerdotale è l’Eucaristia.

Qual è l’identità sacerdotale, allora, che ha in mente il neo-Prefetto?

Monsignor Piacenza: Sempre quella della Chiesa! L’identità sacerdotale non può che essere cristocentrica e perciò eucaristica. Cristocentrica perché, come più volte ricordato dal Santo Padre, nel Sacerdozio ministeriale, “Cristo ci tira dentro di Sé”, coinvolgendosi con noi e coinvolgendoci nella Sua stessa Esistenza. Tale “reale” attrazione accade sacramentalmente, quindi in maniera oggettiva ed insuperabile, nell’Eucaristia, della quale i sacerdoti sono ministri, cioè servi e strumenti efficaci.

Ha accennato poco fa al celibato. Si prevedono novità a proposito di tale legge?

Monsignor Piacenza: Innanzitutto tolga la parola “legge”. La legge è conseguenza di una ben più alta realtà che si coglie solo in chiave cristologica. Il celibato è sempre una novità, nel senso che, anche attraverso di esso, la vita del presbitero è “sempre nuova”, perché sempre donata e, quindi, sempre rinnovata, in una fedeltà che ha in Dio la propria radice e nella fioritura e dilatazione della libertà umana il proprio frutto.

Come pensa di attuare questo programma?


Monsignor Piacenza: Se pensassi di attuarlo io, sarei un temerario! È lo Spirito che guida la Chiesa nell’attuazione dei Suoi programmi. Certamente è necessaria una profonda riscoperta della dimensione verticale della vita e della fede stessa, anche per il Sacerdoti, ricollocando Dio al Suo posto: il primo! L’Ordine, nella vita del discepolo, è garanzia di fecondità apostolica, unito ad un profondo spirito di orazione e ad una intensa vita eucaristica, sia sacramentale sia nel dono totale di sé. Chiedo l’accompagnamento ed il sostegno, per il nuovo compito affidatomi dal Santo padre, a tutti i confratelli Vescovi e Sacerdoti ed a tutte la anima consacrate, sensibili all’essenziale causa della Santificazione del Clero, fondamentale per tutta la grave impresa di nuova evangelizzazione. La Beata Vergine Maria ci accompagni, illumini e protegga. A Lei affido e consacro tutto il mio umile servizio. Grazie!

Lettera di Suor Lucia, veggente di Fatima, a un sacerdote molto preoccupato e occupato

Caro padre: Pax Christi!
Ho notato nella sua lettera che è molto preoccupato per il disorientamento del tempo presente. È nella verità quanto lei lamenta che tanti si lascino dominare dall’onda diabolica che schiavizza il mondo e si incontrano tanti ciechi che non vedono l’errore.
Ma il principale errore è che questi abbandonarono la preghiera, allontanandosi da Dio e senza Dio tutto gli viene meno, perché senza di me non potete fare nulla ( Gv 15,5).
Ora, ciò che soprattutto raccomando è che ci si avvicini al Tabernacolo e si faccia orazione. Lì si incontrerà la luce e la forza per nutrirsi e donarsi agli altri. Donarsi con soavità, con umiltà e, nello stesso tempo con fermezza. Perché coloro che esercitano una responsabilità hanno il dovere di tenere la verità nella dovuta considerazione, con serenità, con giustizia, con carità. Per questo hanno bisogno ogni giorno di più pregare, di stare vicino a Dio, di trattare con Dio di tutti i problemi prima di affrontarli con le creature. Continui per questa strada e vedrà che vicino al Tabernacolo troverà più sapienza, più luce, più forza, più grazia e più virtù che giammai potrà incontrare nei libri, negli studi, né presso creatura alcuna.
Non giudichi mai perduto il tempo che passa nell’orazione e vedrà come Dio le comunicherà la luce, la forza e la grazia di cui ha bisogno, e anche quello che Dio le chiede.
È questo che importa: fare la volontà di Dio, rimanere dove Egli ci vuole e fare ciò che Egli ci chiede. Ma sempre con spirito di umiltà, convinti che da soli non siamo niente e che deve essere Dio a lavorare in noi e servirsi di noi per tutto quello che Lui domanda.
Per questo abbiamo tutti bisogno di intensificare molto la nostra vita di interiore unione con Dio e tutto ciò si consegue per mezzo della preghiera. Che a noi manchi il tempo per tutto, meno che per la preghiera, e vedrà come in meno tempo si farà molto!

Tutti noi, ma specialmente chi ha una responsabilità, senza la preghiera, o che abitualmente sacrifica la preghiera per le cose materiali è come una penna d’oca di cui ci si serve per sbattere l’albume delle uova, elevando castelli di schiuma che, senza zucchero per sostenerli, in seguito si disgregano e si disfanno trasformandosi in acqua putrida.
Per questo Gesù Cristo disse: voi siete il sale della terra, ma se questo perde la forza , a niente altro più serve se non per essere gettato via.
E, siccome questa forza solo da Dio possiamo riceverla, abbiamo bisogno di avvicinarci a Lui, perché ce la comunichi e questa vicinanza si realizza solo per mezzo della preghiera, che è il luogo in cui l’anima si incontra direttamente con Dio.
Raccomandi questo a tutti i suoi fratelli sacerdoti e lo sperimenteranno. E poi mi dica se mi sono ingannata. Sono ben certa di quale sia il principale male del mondo attuale e la causa del regresso nelle anime consacrate. Ci allontaniamo da Dio, e senza Dio inciampiamo e cadiamo. Il demonio è astuto per saper qual è il punto debole e attraverso il quale ha da attaccarci. Se non stiamo attenti e non ci premuriamo con la forza di Dio, soccombiamo perché i tempi sono molto cattivi e noi siamo molto deboli. Solo la forza di Dio ci può sostenere.
Veda se può portare avanti tutto con calma, confidando sempre in Dio e Lui farà tutto quello che noi non possiamo fare e supplirà alla nostra insufficienza.

Suor Lucia, scc
A mons. Pasquale Mainolfi
Autore del libro: Fatima –cronaca e profezia

Mons. Forte: la solitudine del prete è presenza di Dio

ROMA, giovedì, 13 maggio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la Lettera “Ai carissimi sacerdoti giovani dell’Arcidiocesi” di mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto.


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Carissimi giovani Sacerdoti,

in preparazione a questo incontro con Voi ho provato a pensare ad alcune delle sfide che nella nostra vita di presbiteri prima o poi inevitabilmente si presentano. L’elenco è solo indicativo, e pesca nella memoria del vissuto personale e collettivo. Ve lo presento con l’unica intenzione di capire che cosa significhi per ognuna di queste situazioni esistenziali la parola di Gesù: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,28-30).

La prima sfida che mi viene in mente è la solitudine del prete: in verità, essa è messa in conto sin dal primo momento della nostra chiamata ed ha un sapore anzitutto bello e positivo. Solitudine per noi che abbiamo incontrato Gesù non è tanto assenza degli uomini, quanto presenza di Dio: un essere rapiti dalla luce del Suo Volto, pur sempre cercato, un desiderio di stare con Lui e di lasciarci lavorare da Lui. C’è però anche una solitudine amara: l’avverti quando ti sembra che nessuno ti comprenda veramente o sia capace di un minimo di gratitudine per quello che sei e che fai. È la solitudine che ti fanno sentire i pregiudizi di alcuni, la malevolenza di altri - a volte anche nel nostro mondo ecclesiastico -, l’atteggiamento di chi sembra rimproverarti come egoistica la scelta di non avere accanto una moglie o dei figli secondo la carne. A volte tutto questo ti pesa, altre volte ti appare un prezzo necessario da pagare a una forma di vita certamente “controcorrente”. Ricorda sempre però che la tua solitudine è abitata da Gesù: Lui, che l’ha vissuta, ci dice “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. Regalare a Lui l’esperienza della solitudine amara e di quella ricca di pace, lasciare che sia Lui ad abitarle entrambe per farne tempo di grazia: è questo il modo più vero per camminare nella solitudine e viverla come condizione di grazia e di autentica generosità e libertà. Non sarai mai solo, se riconosci Gesù accanto a te!

Una seconda sfida che mi viene in mente è il senso di scoraggiamento e di frustrazione che a volte ci prende di fronte agli scarsi risultati, se non addirittura ai fallimenti del nostro ministero. Ci sono momenti in cui ti sembra di battere l’aria, di affaticarti invano: in quei momenti la stanchezza e il peso degli altri ti appaiono troppo grandi. Quante speranze e desideri incompiuti! Quante attese di bene cadute nel vuoto! Eppure Gesù ci dice: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. Dobbiamo riposarci in Lui: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’” (Mc 6,31). A volte occorre anche un po’ di sano riposo fisico: ma solo nell’amicizia con Gesù, nella prolungata esperienza della preghiera e dell’ascolto, raggiungiamo la fonte del riposo cui anela il nostro cuore. “Hai fatto il nostro cuore per Te ed è inquieto finché non riposa in Te”, ci assicura Agostino parlando a partire dalla propria esperienza. Confida nel Signore, spera in Lui e le forze e l’entusiasmo torneranno: “Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (Is 40,31). Non dimenticare, poi, che i frutti del tuo ministero li conosce solo Dio e a volte ti dà di scoprirne i segni al di là di ogni tuo calcolo e attesa!

Una terza sfida nella vita del prete è il rapporto con quelli che gli sono affidati: a volte, possiamo dirlo con veracità e umiltà, alcune persone sono proprio insopportabili. C’è chi ci tratta come funzionari del sacro da cui pretendere la disponibilità cieca del burocrate (ammesso che esista!); c’è chi vorrebbe arruolarci nel proprio mondo familiare o affettivo come possesso di cui disporre al momento opportuno; c’è chi ci assale col suo bisogno, rimproverandoci come colpa l’eventuale nostra impossibilità a soddisfare quello che ci viene chiesto. Qui è importante imparare a guardare sempre e solo la nostra gente come quella che Dio ci ha affidato: a guardarla cioè con occhi di amore, con lo sguardo di un padre che ama i propri figli a prescindere dai loro meriti o dalla loro effettiva amabilità. Occorre ricorrere a Lui, Gesù, al Suo esempio, al Suo aiuto: “Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde… Io sono il buon pastore… e do la mia vita per le pecore” (Gv 10,11-15). Non dobbiamo sottrarci alla fatica di chi ci chiede aiuto per portare il suo peso. Se accoglieremo tutti con un cuore disponibile e generoso, un Altro aiuterà noi: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”. Il giogo di chi ci è affidato è il giogo di Gesù: prenderlo su di noi ci fa sperimentare il ristoro e la dolcezza che Lui ci ha promesso!

C’è poi la sfida della comunione col vescovo e con il presbiterio: al vescovo abbiamo promesso fiducia e obbedienza, e questo a prescindere da chi sia o come sia colui che il Signore ci ha dato come pastore. Soprattutto, però, anche il vescovo ha bisogno dell’amore dei suoi sacerdoti, senza cui non potrebbe fare quasi nulla per la crescita del suo popolo nella fede e nell’amore di Dio e degli altri. Da vescovo sto imparando sempre di più a esercitare la carità paterna, a non giudicare, a cercare di comprendere, a valorizzare il bene che c’è in ognuno, specie in ciascuno dei miei preti. Anche voi aiutatemi ad aiutarvi! Pregate per me e cercate di comprendermi e sostenermi, come io desidero fare con voi. Prego tanto per voi, fedelmente, con tutto il mio cuore. Vi chiedo di volervi bene come Gesù ci ha chiesto: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,12). “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (13,35). Abbiate a cuore il bene gli uni degli altri. Siate fedeli ai nostri appuntamenti, cercando di viverli come ore di grazia, con spirito di profondo ascolto e partecipazione assidua e attiva. Amiamo i sacerdoti più anziani, riconoscendo in loro tutto il bene della loro vita spesa per il Vangelo. Liberiamoci da ambizioni, confronti, gelosie e piccole invidie. Gesù ce lo chiede come lo aveva chiesto ai suoi: “Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato” (Mt 23,11s). Chiediamo di essere così a Lui, che ci dona di vivere con semplicità quello che ci chiede: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”.

Infine, vorrei dirvi una parola sulla sfida rappresentata dal rapporto con la famiglia, le amicizie e gli affetti: ci sono tanti esempi belli di relazioni umane autentiche del sacerdote con i suoi cari e con i suoi amici; ci sono parimenti rischi e atteggiamenti sbagliati. Fra questi la freddezza di alcuni preti, che appare a volte perfino disumana e alienante, anche se è spesso solo frutto di timidezza e di una mancanza di amore conosciuta nei tempi dell’infanzia o dell’adolescenza (per inciso vorrei ricordare quanto è importante l’aiuto di una psicologia scevra da precomprensioni per aiutare il prete a essere uomo fra gli uomini, costituito a favore degli uomini!). Altri tendono invece a creare legami oppressivi, sentendosi quasi padroni della fede e dell’affetto di quelli che sono loro affidati. Entrambi questi atteggiamenti sono sbagliati: occorre essere tanto umani ed insieme tanto veri nella nostra appartenenza esclusiva a Gesù. Nessun affetto ci deve separare da Lui: meglio morire, che offendere gravemente l’alleanza con Lui! Anche qui è Gesù che ci viene incontro: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. È Lui che ci ama per primo e ci aiuta ad amare gli altri con verità e libertà se solo ci lasciamo amare da Lui. Diamogli tempo e cuore: adoriamolo con tutto il nostro essere, regalandogli lunghi momenti davanti alla Sua Presenza sacramentale e in ascolto della Sua Parola di vita. Allora, ci sentiremo in pace e nessun surrogato potrà esercitare il suo fascino malizioso sul nostro cuore innamorato di Dio ed abitato da Gesù.

Vi ho esposto questi pensieri con semplicità, dopo averci un po’ pregato. Ora, vorrei che li condividiate con me, lasciando che la ricchezza del nostro essere insieme moltiplichi la luce di grazia che il Signore vuol far risplendere in ciascuno di noi, per sperimentare nel vivo del nostro cuore e del nostro ministero la forza liberante e salutare della promessa che Gesù ha fatto ai discepoli che tanto ama: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,28-30).

+ Bruno

Padre Arcivescovo

4 Maggio 2010

Il Card. Caffarra ai sacerdoti: predicate nel “cortile dei gentili”

Nella solennità della Beata Vergine in San Luca, patrona di Bologna


di Antonio Gaspari

ROMA, giovedì, 13 maggio 2010 (ZENIT.org).- Nella solennità della Beata Vergine in San Luca, patrona di Bologna, (13 maggio) il cardinale Carlo Caffarra ha ricordato che Maria è “l’arca della Nuova Alleanza che reca la presenza salvifica del Signore in mezzo al suo popolo” ed ha invitato i sacerdoti a predicare il Vangelo nel “cortile dei gentili”.

Nel corso dell’omelia della Santa Messa Episcopale concelebrata da tutti i sacerdoti della diocesi, l’Arcivescovo di Bologna ha spiegato che come l’arca della prima Alleanza fu accolta dai leviti ‘levando la loro voce’, così Elisabetta accoglie Maria “esclamando a gran voce: 'benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo'”.

Così, ha sostenuto il porporato, Maria “ci ha visitato, recandoci la presenza salvifica del nostro Salvatore” per questo bisogna esultare di gioia come fece Giovanni.

Il cardinale Caffarra ha quindi ricordato che una imponente tradizione dei Padri e dei Dottori della Chiesa insegna che “mediante la presenza di Maria, Giovanni è stato santificato fin dal grembo materno”.

L’evento di grazia che accade nella casa di Zaccaria ed Elisabetta è dunque “l’unzione profetica” di Giovanni.

“La santificazione del precursore fin dal grembo materno – ha precisato l’Arcivescovo – consiste dunque nella sua vocazione ad essere profeta dell’Altissimo: ‘per andare davanti al Signore a preparargli le strade. E pertanto Giovanni inizia a profetare mediante la voce di sua madre”.

Facendo riferimento all’Anno sacerdotale il cardinale Caffarra ha spiegato che la visita di Maria sollecita la missione profetica di predicare il Vangelo ad ogni presbitero.

“La predicazione del Vangelo precede ogni altra attività apostolica” ha sottolineato l’Arcivescovo, ed è “nel ‘cortile dei gentili’ che oggi il Signore ci chiede di esercitare il nostro munus propheticum più che nel recinto del Santo dei Santi”.

Il porporato ha sostenuto che “il profeta però non parla a nome proprio” e “infatti non predichiamo noi stessi” ma “il Vangelo di Dio.

“Il sacerdote-profeta – ha aggiunto - ha ricevuto una parola che non è sua; di cui è debitore verso ogni uomo poiché è la salvezza di ogni uomo”.

Circa la fonte da cui attingere la parola profetica, il cardinale Caffarra ha detto: “Scrittura, Tradizione, Magistero: il triplice ed unico canale da cui attingiamo l’acqua della Parola che annunciamo.

“Il sacerdote – ha continuato - deve giungere ad una tale assimilazione della Parola profeticamente predicata, che il suo pensiero, il suo sentire, il suo predicare è diventato pura trasparenza e rifrazione del pensiero, del sentire, della predicazione di Cristo. Come il pesce nell’acqua, siamo immersi nella verità che è Cristo”.

In conclusione l’Arcivescovo di Bologna ha invocato Maria dicendo: “Ottienici la forza dello Spirito perché siamo profeti ‘in opere ed in parole’ del tuo Figlio. Ogni fedele riconosca nella voce di ciascuno di noi la voce del Buon Pastore; ogni uomo e donna ancora in ricerca riconosca nella voce di ciascuno di noi la risposta alla sua attesa più profonda. O Spirito di profezia scendi su di noi”.

Il Papa: Imparare ad essere pastori secondo il cuore di Dio


CITTA' DEL VATICANO, domenica, 25 aprile 2010 (ZENIT.org).- Riportiamo le parole pronunciate questa domenica a mezzogiorno da Papa Benedetto XVI affacciandosi alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare il Regina Caeli con i fedeli e i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.





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Cari fratelli e sorelle,

in questa quarta Domenica di Pasqua, detta "del Buon Pastore", si celebra la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, che quest’anno ha per tema: "La testimonianza suscita vocazioni", tema "strettamente legato alla vita e alla missione dei sacerdoti e dei consacrati" (Messaggio per la XLVII G. M. di preghiera per le vocazioni, 13 novembre 2009). La prima forma di testimonianza che suscita vocazioni è la preghiera (cfr ibid.), come ci mostra l’esempio di santa Monica che, supplicando Dio con umiltà ed insistenza, ottenne la grazia di veder diventare cristiano suo figlio Agostino, il quale scrive: "Senza incertezze credo e affermo che per le sue preghiere Dio mi ha concesso l’intenzione di non preporre, non volere, non pensare, non amare altro che il raggiungimento della verità" (De Ordine II, 20, 52, CCL 29, 136). Invito, pertanto, i genitori a pregare, perché il cuore dei figli si apra all’ascolto del Buon Pastore, e "ogni più piccolo germe di vocazione … diventi albero rigoglioso, carico di frutti per il bene della Chiesa e dell’intera umanità" (Messaggio cit.). Come possiamo ascoltare la voce del Signore e riconoscerlo? Nella predicazione degli Apostoli e dei loro successori: in essa risuona la voce di Cristo, che chiama alla comunione con Dio e alla pienezza della vita, come leggiamo oggi nel Vangelo di san Giovanni: "Le mie pecore ascoltano la mia voce ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano" (Gv 10,27-28). Solo il Buon Pastore custodisce con immensa tenerezza il suo gregge e lo difende dal male, e solo in Lui i fedeli possono riporre assoluta fiducia.

In questa Giornata di speciale preghiera per le vocazioni, esorto in particolare i ministri ordinati, affinché, stimolati dall’Anno Sacerdotale, si sentano impegnati "per una più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi" (Lettera di indizione). Ricordino che il sacerdote "continua l’opera della Redenzione sulla terra"; sappiano sostare volentieri davanti al tabernacolo"; aderiscano "totalmente alla propria vocazione e missione mediante un’ascesi severa"; si rendano disponibili all’ascolto e al perdono; formino cristianamente il popolo a loro affidato; coltivino con cura la "fraternità sacerdotale" (cfr ibid.). Prendano esempio da saggi e zelanti Pastori, come fece san Gregorio di Nazianzo, il quale così scriveva all’amico fraterno e Vescovo san Basilio: "Insegnaci il tuo amore per le pecore, la tua sollecitudine e la tua capacità di comprensione, la tua sorveglianza … la severità nella dolcezza, la serenità e la mansuetudine nell’attività … i combattimenti in difesa del gregge, le vittorie … conseguite in Cristo" (Oratio IX, 5, PG 35, 825ab).

Ringrazio tutti i presenti e quanti con la preghiera e l’affetto sostengono il mio ministero di Successore di Pietro, e su ciascuno invoco la celeste protezione della Vergine Maria, alla quale ci rivolgiamo ora in preghiera.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Stamani, rispettivamente a Roma e a Barcellona, sono stati proclamati Beati due Sacerdoti: Angelo Paoli, Carmelitano, e José Tous y Soler, Cappuccino. A quest’ultimo farò cenno tra poco. Del beato Angelo Paoli, originario della Lunigiana e vissuto tra i secoli XVII e XVIII, mi piace ricordare che fu apostolo della carità a Roma, soprannominato "padre dei poveri". Si dedicò specialmente ai malati dell’Ospedale San Giovanni, prendendosi cura anche dei convalescenti. Il suo apostolato traeva forza dall’Eucaristia e dalla devozione alla Madonna del Carmine, come pure da un’intensa vita di penitenza. Nell’Anno Sacerdotale, propongo volentieri il suo esempio a tutti i sacerdoti, in modo particolare a quanti appartengono ad Istituti religiosi di vita attiva.

Rivolgo uno speciale saluto all’Associazione "Meter", che da 14 anni promuove la Giornata nazionale per i bambini vittime della violenza, dello sfruttamento e dell’indifferenza. In questa occasione voglio soprattutto ringraziare e incoraggiare quanti si dedicano alla prevenzione e all’educazione, in particolare i genitori, gli insegnanti e tanti sacerdoti, suore, catechisti e animatori che lavorano con i ragazzi nelle parrocchie, nelle scuole e nelle associazioni. Saluto i fedeli venuti da Brescia, da Cassana presso Ferrara, da alcune parrocchie dell’Umbria e da Toronto, in Canada; i ragazzi delle parrocchie della Valposchiavo, in Svizzera, e quelli di Francavilla al Mare; e il gruppo di fidanzati di Altamura. A tutti auguro una buona domenica.

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]

Cambia la formazione dei futuri preti: forte attenzione antipedofilia.

Dopo la prima ondata di scandali venuta anni fa dall’ America, il ricorso a psicanalisti e psicologi nei seminari è diventato costante. «Persino eccessivo», dice Tonino Cantelmi, psichiatra cattolico e professore della Gregoriana, appena tornato da due settimane tra i 105 seminaristi di Arequipa, Perù: «C’ è un’ attenzione spasmodica, la Cei disegna un prete del Terzo Millennio di altissimo livello, noi abbiamo bisogno di preti-eroi». corriere.it

ROMA – Don «Atta» si batte la mano sulla giacca del clergyman grigio, senza rendersene conto alza anche un po’ la voce: «Lo vede quest’ abito? Sono orgoglioso e felice di portarlo. Ma sono anche indignato. Con questa campagna contro di noi, quando vai in giro per strada ti urlano “pedofilo!”, ti guardano come un mostro. Ti sputano addosso. Non è giusto». È un prete combattente Gianluca Attanasio: 43 anni, barbetta sale e pepe, occhi miti con lampi di orgoglio ed ironia. I seminaristi della Fraternità di San Carlo, di cui è rettore, lo chiamano «Atta» come un fratello grande, come forse lo chiamavano sui campetti di pallone di Cinisello Balsamo, la periferia milanese dov’ è cresciuto. Dice: «Facciamo una passeggiata e intanto parliamo». La passeggiata è una marcia di un’ ora e mezzo, sempre lo stesso circuito, tra i viali alberati che circondano il seminario, in mezzo al nulla di Casalotti (c’ era una birreria, l’ hanno bruciata), altra periferia, ai bordi di Roma, dopo l’ Aurelia e il Raccordo. Dentro la palazzina di mattoni rossicci, pochi seminaristi, dai vent’ anni in su. Un ragazzone tedesco s’ affaccia dalla biblioteca, un paio di americani sorridono sulla porta. Sono 40 in tutto, molti ancora a casa, le vacanze le hanno avute dopo Pasqua. Profumo di pagine antiche tra gli scaffali, penombra nei corridoi semideserti. «A volte andiamo a nuotare nella piscina qua fuori. Io diffido di chi non sa divertirsi». In mezzo a cinque anni di studio e preghiera, il divertimento è nuoto, calcio, basket «per quelli che vengono dall’ America». «No, con i ragazzi non la lascio parlare, non mi sembra appropriato», s’ impunta «Atta», diffidente il giusto anche coi giornalisti. Si dice «tolleranza zero», slogan banale. Cos’ è cambiato da voi? «Certe prudenze le abbiamo sempre avute. Per entrare in seminario ci sono più colloqui preliminari con i superiori e anche con gli psichiatri, è richiesta la sanità psichica, si capisce. La pedofilia è una grave malattia oltre che un gravissimo peccato. Queste visite psicologiche si fanno ormai in tutti i seminari, dove si seguono le indicazioni della Chiesa c’ è talmente tanto controllo che il seminario è diventato il posto più sicuro contro i pedofili». Don Gianluca prende fiato, rallenta il passo: «Vede, l’ aspetto affettivo include la sessualità, è ovvio. Io faccio ai ragazzi lezioni sulla sessualità e l’ affettività e non penso ci sia bisogno di essere psichiatri per farlo. Il discernimento su una vocazione non può essere affidato allo psichiatra». A guardare la Chiesa dal di fuori si rischia sempre di banalizzare tutto, i tempi di reazione sono sfalsati rispetto al resto del mondo. Dopo la prima ondata di scandali venuta anni fa dall’ America, il ricorso a psicanalisti e psicologi nei seminari è diventato costante. «Persino eccessivo», dice Tonino Cantelmi, psichiatra cattolico e professore della Gregoriana, appena tornato da due settimane tra i 105 seminaristi di Arequipa, Perù: «C’ è un’ attenzione spasmodica, la Cei disegna un prete del Terzo Millennio di altissimo livello, noi abbiamo bisogno di preti-eroi». La Congregazione per l’ Educazione Cattolica ha emanato cinque anni fa un’ istruzione contro l’ omosessualità e due anni fa ha messo paletti per limitare il ricorso continuo alle «scienze umane»: tra il lettino del medico e il mistero del confessionale corre un filo teso dentro questa tempesta amplificata dal web (Karl Golser, il vescovo di Bolzano che ha aperto un sito dove molti ex seminaristi hanno rivelato abusi subiti, ha annunciato che domani andrà in Procura a denunciare sei casi). «Le cose sono cambiate, eccome», dice Mario De Maio, sacerdote e psicanalista: «Quando sono entrato io in seminario, negli anni Cinquanta, persino l’ igiene personale era avvolta da riserbo, si faceva il pediluvio nella semioscurità: per non guardare i piedi del vicino. C’ era questa atmosfera sessuofobica che poteva alimentare forme non serene di sessualità. I casi di cui leggete ora sono di trenta, quarant’ anni fa. Oggi se i seminaristi hanno difficoltà con la sessualità chiedono aiuto a noi psicologi». «Ho convinto molti ragazzi a lasciare la strada del sacerdozio, un 30 per cento circa. Con molti siamo rimasti amici, hanno capito», dice don Attanasio: «Abbiamo sempre avuto una politica restrittiva, ma non per la pedofilia che oggi sembra essere l’ unico problema: per la nostra vocazione missionaria, è dura» (la Fraternità fondata nell’ 85 da Massimo Camisasca manda i suoi figli in giro per l’ Asia, l’ America, l’ Africa). «Tanti non reggono alla timidezza di fronte ai fedeli. O non riescono a star lontano dalla famiglia. O a vivere senza una donna. Per la castità serve maturità psichica. San Paolo dice: se uno per dedicarsi a Dio deve ardere, si sposi. Io nella castità sono felice». Don De Maio ha fatto il consulente in decine di seminari e si occupa di relazioni tra psicologia e spiritualità con la sua associazione, Oreundici: «Il giorno che toglieranno il celibato obbligatorio, la qualità dei preti aumenterà. Non penso assolutamente a un legame tra celibato e pedofilia, ma al fatto che giovani con personalità fragile chiedono alla Chiesa di entrare per avere un ruolo, una sicurezza, ed evitare rapporti con una moglie e con il loro prossimo. Questo Papa però ha affrontato la situazione con forza e con coraggio». Ogni seminario ha il suo psicologo di riferimento, «ma ora ogni istituto tende a crearsi lo psicologo in casa mandando a studiare uno dei suoi: c’ è un’ inversione di tendenza», insomma, sempre banalizzando, si punta al controllo interno più che al rigore scientifico, è l’ ondata di ritorno. Cantelmi, protagonista di una lunga querelle con Liberazione sull’ omosessualità, dice che «in Italia ci sono diecimila persone, non preti, con problemi di pedofilia e centomila con tendenze pedofile»: «dunque trovare dieci o quindici preti con problemi simili non sorprende. Ma la Chiesa è l’ unica struttura che sta facendo pulizia al suo interno, davvero Benedetto XVI ha scelto la tolleranza zero. Ci sono congregazioni che sottopongono tutti a test diagnostici». Don De Maio accenna a tre o quattro preti pedofili incontrati in trent’ anni di professione, «ma l’ omosessualità nei seminari può arrivare al quaranta, cinquanta per cento». In realtà di fronte a dati che non possono essere certi restano i percorsi individuali a riempire di senso un difficile racconto collettivo: «A volte viene messo a capo di seminari proprio chi ha un atteggiamento più affettuoso verso i ragazzi. E, a volte, si rivela un errore di ingenuità. Ma la psicanalisi aiuta. Un prete romano di 35 anni con tendenze pedofile stava per diventare responsabile di seminario: era in terapia, è riuscito a rifiutare. Un altro ha preso consapevolezza della propria omosessualità e ha fatto un lavoro psicologico per tornare laico… era a un passo dal diventare vescovo». Scienza e fede, ancora quel filo teso sopra coscienze e sofferenze. Tante sofferenze. Pio XII, chiedendo nel 1949 a don Marco Venturini di fondare l’ opera per i preti in difficoltà che sarebbe diventata la Congregazione di Gesù Sacerdote, gli disse: «Pensiamo che questo lavoro vi costerà assai». Sono giorni terribili, questi. Don «Atta» tira fuori una mail appena arrivata dalla Spagna: Miguel Angel, un giovane confratello della casa di Madrid, girava in clergyman e un tassista s’ è fermato in mezzo alla strada per dargli del «pedofilo di m…». «Vede? Che le dicevo?». Sono giorni che mettono alla prova. Nel suo ufficio di rettore tiene un tazebao su cui ha appuntato a pennarello la prossima lezione per i ragazzi: le passioni secondo San Tommaso, desiderio, piacere, odio, dolore speranza, timore… «San Tommaso era un grande psicologo», dice: «E, lo sa? Alla radice di tutti i sentimenti metteva sempre l’ amore».

Goffredo Buccini

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Splendida catechesi del Papa sul ministero del presbitero: egli annuncia la Verità che, in un serio cammino di fede, lo ha afferrato e trasformato

Dal Papa le uniche parole di verità, per non cadere nella pedofilia spirituale, la peggiore, l'imperdonabile


Quante parole per commentare, difendere, spiegare qualcosa che invece è molto semplice. Lo scandalo e il tumulto derivante dalla pedofilia insinuatasi nel clero ha una radice inequivocabile: lo smarrimento della Grazia che chiama e costituisce il presbitero. E, con essa, la perdita o l'immaturità della fede. La secolarizzazione della società penetrata anche nella Chiesa ha certo contribuito allo sviluppo del triste fenomeno, ma da sola non basta a spiegare. Mettere sotto accusa il Concilio Vaticano II non dimostra altro che l'ignoranza dello stesso, dei suoi testi sulla Chiesa e sul Ministero ad esempio. La severità e la trasparenza sono certo doverose ma, da sole, non risolveranno nulla, perchè è tutt'altro il piano su cui si muovono la Chiesa ed i suoi Pastori. Il piano misterioso e celeste della Grazia. La catechesi del Papa sul ministero docente del sacerdote è, più e meglio d'ogni altra, parola chiara ed inequivocabile. Illumina il ministero e l'essenza del presbitero e così, in controluce, indica alla Chiesa il cammino futuro, ed insieme antico. Diocesi e parrocchie, movimenti e nuove comunità, seminari ed istituti di formazione hanno, nelle parole odierne del Pontefice, una sorta di manuale per un autentico rinnovamento del clero e, quindi, della Chiesa intera. Altre ne seguiranno le prossime settimane, come sempre semplici e dense. Disattenderle sarà l'ennesimo rifiuto della Grazia, di quel soffio dello Spirito senza il quale qualcosa di ancor peggio della pedofilia affliggerà la Chiesa ed il mondo intero. Perdere Cristo, il suo amore, la sua amicizia che generano libertà e umiltà, parresia e zelo, verità e misericordia sarebbe un peccato imperdonabile; sarebbe una vera e propria pedofilia spirituale, a violare, con la negligenza e l'accidia, il cuore di tutti i bambini di spirito indifesi che, per una Parola non annunciata, cadranno vittime del demonio. Nessun tribunale potrà allora giudicare un crimine così efferato come quello d'aver privato del Vangelo i piccoli della terra che attendono, schiavi nell'ombra del timore e della morte, il volto misericordioso di Cristo .

Antonello Iapicca Pbro



Il Signore ha affidato ai Sacerdoti un grande compito: essere annunciatori della Sua Parola, della Verità che salva; essere sua voce nel mondo per portare ciò che giova al vero bene delle anime e all’autentico cammino di fede
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Cari amici,

in questo periodo pasquale, che ci conduce alla Pentecoste e ci avvia anche alle celebrazioni di chiusura dell’Anno Sacerdotale, in programma il 9, 10 e 11 giugno prossimo, mi è caro dedicare ancora alcune riflessioni al tema del Ministero ordinato, soffermandomi sulla realtà feconda della configurazione del sacerdote a Cristo Capo, nell’esercizio dei tria munera che riceve, cioè dei tre uffici di insegnare, santificare e governare.

Per capire che cosa significhi agire in persona Christi Capitis - in persona di Cristo Capo - da parte del sacerdote, e per capire anche quali conseguenze derivino dal compito di rappresentare il Signore, specialmente nell’esercizio di questi tre uffici, bisogna chiarire anzitutto che cosa si intenda per “rappresentanza”. Il sacerdote rappresenta Cristo. Cosa vuol dire, cosa significa “rappresentare” qualcuno? Nel linguaggio comune, vuol dire – generalmente - ricevere una delega da una persona per essere presente al suo posto, parlare e agire al suo posto, perché colui che viene rappresentato è assente dall’azione concreta. Ci domandiamo: il sacerdote rappresenta il Signore nello stesso modo? La risposta è no, perché nella Chiesa Cristo non è mai assente, la Chiesa è il suo corpo vivo e il Capo della Chiesa è lui, presente ed operante in essa. Cristo non è mai assente, anzi è presente in un modo totalmente libero dai limiti dello spazio e del tempo, grazie all’evento della Risurrezione, che contempliamo in modo speciale in questo tempo di Pasqua.

Pertanto, il sacerdote che agisce in persona Christi Capitis e in rappresentanza del Signore, non agisce mai in nome di un assente, ma nella Persona stessa di Cristo Risorto, che si rende presente con la sua azione realmente efficace. Agisce realmente e realizza ciò che il sacerdote non potrebbe fare: la consacrazione del vino e del pane perché siano realmente presenza del Signore, l’assoluzione dei peccati. Il Signore rende presente la sua propria azione nella persona che compie tali gesti. Questi tre compiti del sacerdote - che la Tradizione ha identificato nelle diverse parole di missione del Signore: insegnare, santificare e governare - nella loro distinzione e nella loro profonda unità sono una specificazione di questa rappresentazione efficace. Essi sono in realtà le tre azioni del Cristo risorto, lo stesso che oggi nella Chiesa e nel mondo insegna e così crea fede, riunisce il suo popolo, crea presenza della verità e costruisce realmente la comunione della Chiesa universale; e santifica e guida.


Il primo compito del quale vorrei parlare oggi è il munus docendi, cioè quello di insegnare. Oggi, in piena emergenza educativa, il munus docendi della Chiesa, esercitato concretamente attraverso il ministero di ciascun sacerdote, risulta particolarmente importante. Viviamo in una grande confusione circa le scelte fondamentali della nostra vita e gli interrogativi su che cosa sia il mondo, da dove viene, dove andiamo, che cosa dobbiamo fare per compiere il bene, come dobbiamo vivere, quali sono i valori realmente pertinenti. In relazione a tutto questo esistono tante filosofie contrastanti, che nascono e scompaiono, creando una confusione circa le decisioni fondamentali, come vivere, perché non sappiamo più, comunemente, da che cosa e per che cosa siamo fatti e dove andiamo. In questa situazione si realizza la parola del Signore, che ebbe compassione della folla perché erano come pecore senza pastore. (cfr Mc 6, 34). Il Signore aveva fatto questa costatazione quando aveva visto le migliaia di persone che lo seguivano nel deserto perché, nella diversità delle correnti di quel tempo, non sapevano più quale fosse il vero senso della Scrittura, che cosa diceva Dio. Il Signore, mosso da compassione, ha interpretato la parola di Dio, egli stesso è la parola di Dio, e ha dato così un orientamento. Questa è la funzione in persona Christi del sacerdote: rendere presente, nella confusione e nel disorientamento dei nostri tempi, la luce della parola di Dio, la luce che è Cristo stesso in questo nostro mondo. Quindi il sacerdote non insegna proprie idee, una filosofia che lui stesso ha inventato, ha trovato o che gli piace; il sacerdote non parla da sé, non parla per sé, per crearsi forse ammiratori o un proprio partito; non dice cose proprie, proprie invenzioni, ma, nella confusione di tutte le filosofie, il sacerdote insegna in nome di Cristo presente, propone la verità che è Cristo stesso, la sua parola, il suo modo di vivere e di andare avanti. Per il sacerdote vale quanto Cristo ha detto di se stesso: “La mia dottrina non è mia” (Gv, 7, 16); Cristo, cioè, non propone se stesso, ma, da Figlio, è la voce, la parola del Padre. Anche il sacerdote deve sempre dire e agire così: “la mia dottrina non è mia, non propago le mie idee o quanto mi piace, ma sono bocca e cuore di Cristo e rendo presente questa unica e comune dottrina, che ha creato la Chiesa universale e che crea vita eterna”.

Questo fatto, che il sacerdote cioè non inventa, non crea e non proclama proprie idee in quanto la dottrina che annuncia non è sua, ma di Cristo, non significa, d’altra parte, che egli sia neutro, quasi come un portavoce che legge un testo di cui, forse, non si appropria. Anche in questo caso vale il modello di Cristo, il quale ha detto: Io non sono da me e non vivo per me, ma vengo dal Padre e vivo per il Padre. Perciò, in questa profonda identificazione, la dottrina di Cristo è quella del Padre e lui stesso è uno col Padre. Il sacerdote che annuncia la parola di Cristo, la fede della Chiesa e non le proprie idee, deve anche dire: Io non vivo da me e per me, ma vivo con Cristo e da Cristo e perciò quanto Cristo ci ha detto diventa mia parola anche se non è mia. La vita del sacerdote deve identificarsi con Cristo e, in questo modo, la parola non propria diventa, tuttavia, una parola profondamente personale. Sant’Agostino, su questo tema, parlando dei sacerdoti, ha detto: “E noi che cosa siamo? Ministri (di Cristo), suoi servitori; perché quanto distribuiamo a voi non è cosa nostra, ma lo tiriamo fuori dalla sua dispensa. E anche noi viviamo di essa, perché siamo servi come voi” (Discorso 229/E, 4).

L’insegnamento che il sacerdote è chiamato ad offrire, le verità della fede, devono essere interiorizzate e vissute in un intenso cammino spirituale personale, così che realmente il sacerdote entri in una profonda, interiore comunione con Cristo stesso. Il sacerdote crede, accoglie e cerca di vivere, prima di tutto come proprio, quanto il Signore ha insegnato e la Chiesa ha trasmesso, in quel percorso di immedesimazione con il proprio ministero di cui san Giovanni Maria Vianney è testimone esemplare (cfr Lettera per l’indizione dell’Anno Sacerdotale). “Uniti nella medesima carità – afferma ancora sant’Agostino - siamo tutti uditori di colui che è per noi nel cielo l’unico Maestro” (Enarr. in Ps. 131, 1, 7).

Quella del sacerdote, di conseguenza, non di rado potrebbe sembrare “voce di uno che grida nel deserto” (Mc 1,3), ma proprio in questo consiste la sua forza profetica: nel non essere mai omologato, né omologabile, ad alcuna cultura o mentalità dominante, ma nel mostrare l’unica novità capace di operare un autentico e profondo rinnovamento dell’uomo, cioè che Cristo è il Vivente, è il Dio vicino, il Dio che opera nella vita e per la vita del mondo e ci dona la verità, il modo di vivere.

Nella preparazione attenta della predicazione festiva, senza escludere quella feriale, nello sforzo di formazione catechetica, nelle scuole, nelle istituzioni accademiche e, in modo speciale, attraverso quel libro non scritto che è la sua stessa vita, il sacerdote è sempre “docente”, insegna. Ma non con la presunzione di chi impone proprie verità, bensì con l’umile e lieta certezza di chi ha incontrato la Verità, ne è stato afferrato e trasformato, e perciò non può fare a meno di annunciarla. Il sacerdozio, infatti, nessuno lo può scegliere da sé, non è un modo per raggiungere una sicurezza nella vita, per conquistare una posizione sociale: nessuno può darselo, né cercarlo da sé. Il sacerdozio è risposta alla chiamata del Signore, alla sua volontà, per diventare annunciatori non di una verità personale, ma della sua verità.

Cari confratelli sacerdoti, il Popolo cristiano domanda di ascoltare dai nostri insegnamenti la genuina dottrina ecclesiale, attraverso la quale poter rinnovare l’incontro con Cristo che dona la gioia, la pace, la salvezza. La Sacra Scrittura, gli scritti dei Padri e dei Dottori della Chiesa, il Catechismo della Chiesa Cattolica costituiscono, a tale riguardo, dei punti di riferimento imprescindibili nell’esercizio del munus docendi, così essenziale per la conversione, il cammino di fede e la salvezza degli uomini. “Ordinazione sacerdotale significa: essere immersi [...] nella Verità” (Omelia per la Messa Crismale, 9 aprile 2009), quella Verità che non è semplicemente un concetto o un insieme di idee da trasmettere e assimilare, ma che è la Persona di Cristo, con la quale, per la quale e nella quale vivere e così, necessariamente, nasce anche l’attualità e la comprensibilità dell’annuncio. Solo questa consapevolezza di una Verità fatta Persona nell’Incarnazione del Figlio giustifica il mandato missionario: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). Solo se è la Verità è destinato ad ogni creatura, non è una imposizione di qualcosa, ma l’apertura del cuore a ciò per cui è creato.

Cari fratelli e sorelle, il Signore ha affidato ai Sacerdoti un grande compito: essere annunciatori della Sua Parola, della Verità che salva; essere sua voce nel mondo per portare ciò che giova al vero bene delle anime e all’autentico cammino di fede (cfr 1Cor 6,12). San Giovanni Maria Vianney sia di esempio per tutti i Sacerdoti. Egli era uomo di grande sapienza ed eroica forza nel resistere alle pressioni culturali e sociali del suo tempo per poter condurre le anime a Dio: semplicità, fedeltà ed immediatezza erano le caratteristiche essenziali della sua predicazione, trasparenza della sua fede e della sua santità. Il Popolo cristiano ne era edificato e, come accade per gli autentici maestri di ogni tempo, vi riconosceva la luce della Verità. Vi riconosceva, in definitiva, ciò che si dovrebbe sempre riconoscere in un sacerdote: la voce del Buon Pastore.

CONGREGAZIONE PER L'EDUCAZIONE CATTOLICA Istruzione della Congregazione per l'Educazione Cattolica circa i criteri di discernimento vocazionale

CONGREGAZIONE PER L'EDUCAZIONE CATTOLICA

Istruzione
della Congregazione per l'Educazione Cattolica
circa i criteri di discernimento vocazionale
riguardo alle persone con tendenze omosessuali
in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri

Introduzione

In continuità con l'insegnamento del Concilio Vaticano II e, in particolare, col decreto Optatam totius [1] sulla formazione sacerdotale, la Congregazione per l’Educazione Cattolica ha pubblicato diversi documenti per promuovere un'adeguata formazione integrale dei futuri sacerdoti, offrendo orientamenti e norme precise circa suoi diversi aspetti[2]. Nel frattempo anche il Sinodo dei Vescovi del 1990 ha riflettuto sulla formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali, con l’intento di portare a compimento la dottrina conciliare su questo argomento e di renderla più esplicita ed incisiva nel mondo contemporaneo. In seguito a questo Sinodo, Giovanni Paolo II pubblicò l'Esortazione apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis [3].

Alla luce di questo ricco insegnamento, la presente Istruzione non intende soffermarsi su tutte le questioni di ordine affettivo o sessuale che richiedono un attento discernimento durante l'intero periodo della formazione. Essa contiene norme circa una questione particolare, resa più urgente dalla situazione attuale, e cioè quella dell’ammissione o meno al Seminario e agli Ordini sacri dei candidati che hanno tendenze omosessuali profondamente radicate.

1. Maturità affettiva e paternità spirituale

Secondo la costante Tradizione della Chiesa, riceve validamente la sacra Ordinazione esclusivamente il battezzato di sesso maschile[4]. Per mezzo del sacramento dell’Ordine, lo Spirito Santo configura il candidato, ad un titolo nuovo e specifico, a Gesù Cristo: il sacerdote, infatti, rappresenta sacramentalmente Cristo, Capo, Pastore e Sposo della Chiesa[5]. A causa di questa configurazione a Cristo, tutta la vita del ministro sacro deve essere animata dal dono di tutta la sua persona alla Chiesa e da un'autentica carità pastorale[6].

Il candidato al ministero ordinato, pertanto, deve raggiungere la maturità affettiva. Tale maturità lo renderà capace di porsi in una corretta relazione con uomini e donne, sviluppando in lui un vero senso della paternità spirituale nei confronti della comunità ecclesiale che gli sarà affidata[7].

2. L’omosessualità e il ministero ordinato

Dal Concilio Vaticano II ad oggi, diversi documenti del Magistero – e specialmente il Catechismo della Chiesa Cattolica – hanno confermato l’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità. Il Catechismo distingue fra gli atti omosessuali e le tendenze omosessuali.

Riguardo agli atti, insegna che, nella Sacra Scrittura, essi vengono presentati come peccati gravi. La Tradizione li ha costantemente considerati come intrinsecamente immorali e contrari alla legge naturale. Essi, di conseguenza, non possono essere approvati in nessun caso.

Per quanto concerne le tendenze omosessuali profondamente radicate, che si riscontrano in un certo numero di uomini e donne, sono anch'esse oggettivamente disordinate e sovente costituiscono, anche per loro, una prova. Tali persone devono essere accolte con rispetto e delicatezza; a loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Esse sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita e a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare[8].

Alla luce di tale insegnamento, questo Dicastero, d'intesa con la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ritiene necessario affermare chiaramente che la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione[9], non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l'omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay[10].

Le suddette persone si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne. Non sono affatto da trascurare le conseguenze negative che possono derivare dall'Ordinazione di persone con tendenze omosessuali profondamente radicate.

Qualora, invece, si trattasse di tendenze omosessuali che fossero solo l'espressione di un problema transitorio, come, ad esempio, quello di un'adolescenza non ancora compiuta, esse devono comunque essere chiaramente superate almeno tre anni prima dell'Ordinazione diaconale.

3. Il discernimento dell'idoneità dei candidati da parte della Chiesa

Due sono gli aspetti indissociabili in ogni vocazione sacerdotale: il dono gratuito di Dio e la libertà responsabile dell’uomo. La vocazione è un dono della grazia divina, ricevuto tramite la Chiesa, nella Chiesa e per il servizio della Chiesa. Rispondendo alla chiamata di Dio, l’uomo si offre liberamente a Lui nell’amore[11]. Il solo desiderio di diventare sacerdote non è sufficiente e non esiste un diritto a ricevere la sacra Ordinazione. Compete alla Chiesa – nella sua responsabilità di definire i requisiti necessari per la ricezione dei Sacramenti istituiti da Cristo - discernere l'idoneità di colui che desidera entrare nel Seminario[12], accompagnarlo durante gli anni della formazione e chiamarlo agli Ordini sacri, se sia giudicato in possesso delle qualità richieste[13].

La formazione del futuro sacerdote deve articolare, in una complementarità essenziale, le quattro dimensioni della formazione: umana, spirituale, intellettuale e pastorale[14]. In questo contesto, bisogna rilevare la particolare importanza della formazione umana, fondamento necessario di tutta la formazione[15]. Per ammettere un candidato all’Ordinazione diaconale, la Chiesa deve verificare, tra l'altro, che sia stata raggiunta la maturità affettiva del candidato al sacerdozio[16].

La chiamata agli Ordini è responsabilità personale del Vescovo[17] o del Superiore Maggiore. Tenendo presente il parere di coloro ai quali hanno affidato la responsabilità della formazione, il Vescovo o il Superiore Maggiore, prima di ammettere all'Ordinazione il candidato, devono pervenire ad un giudizio moralmente certo sulle sue qualità. Nel caso di un dubbio serio al riguardo, non devono ammetterlo all’Ordinazione[18].

Il discernimento della vocazione e della maturità del candidato è anche un grave compito del rettore e degli altri formatori del Seminario. Prima di ogni Ordinazione, il rettore deve esprimere un suo giudizio sulle qualità del candidato richieste dalla Chiesa[19].

Nel discernimento dell'idoneità all’Ordinazione, spetta al direttore spirituale un compito importante. Pur essendo vincolato dal segreto, egli rappresenta la Chiesa nel foro interno. Nei colloqui con il candidato, il direttore spirituale deve segnatamente ricordare le esigenze della Chiesa circa la castità sacerdotale e la maturità affettiva specifica del sacerdote, nonché aiutarlo a discernere se abbia le qualità necessarie[20]. Egli ha l'obbligo di valutare tutte le qualità della personalità ed accertarsi che il candidato non presenti disturbi sessuali incompatibili col sacerdozio. Se un candidato pratica l'omosessualità o presenta tendenze omosessuali profondamente radicate, il suo direttore spirituale, così come il suo confessore, hanno il dovere di dissuaderlo, in coscienza, dal procedere verso l’Ordinazione.

Rimane inteso che il candidato stesso è il primo responsabile della propria formazione[21]. Egli deve offrirsi con fiducia al discernimento della Chiesa, del Vescovo che chiama agli Ordini, del rettore del Seminario, del direttore spirituale e degli altri educatori del Seminario ai quali il Vescovo o il Superiore Maggiore hanno affidato il compito di formare i futuri sacerdoti. Sarebbe gravemente disonesto che un candidato occultasse la propria omosessualità per accedere, nonostante tutto, all’Ordinazione. Un atteggiamento così inautentico non corrisponde allo spirito di verità, di lealtà e di disponibilità che deve caratterizzare la personalità di colui che ritiene di essere chiamato a servire Cristo e la sua Chiesa nel ministero sacerdotale.

Conclusione

Questa Congregazione ribadisce la necessità che i Vescovi, i Superiori Maggiori e tutti i responsabili interessati compiano un attento discernimento circa l'idoneità dei candidati agli Ordini sacri, dall’ammissione nel Seminario fino all’Ordinazione. Questo discernimento deve essere fatto alla luce di una concezione del sacerdozio ministeriale in concordanza con l’insegnamento della Chiesa.

I Vescovi, le Conferenze Episcopali e i Superiori Maggiori vigilino perché le norme di questa Istruzione siano osservate fedelmente per il bene dei candidati stessi e per garantire sempre alla Chiesa dei sacerdoti idonei, veri pastori secondo il cuore di Cristo.

Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, in data 31 agosto 2005, ha approvato la presente Istruzione e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, il 4 novembre 2005, Memoria di S. Carlo Borromeo, Patrono dei Seminari.

Zenon Card. Grocholewski
Prefetto

+ J. Michael Miller, c.s.b.
Arciv. tit. di Vertara
Segretario



[1] Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sulla formazione sacerdotale Optatam totius (28 ottobre 1965): AAS 58 (1966), 713-727.

[2] Cfr. Congregazione per l’Educazione Cattolica, Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis (6 gennaio 1970; edizione nuova, 19 marzo 1985); L’insegnamento della filosofia nei Seminari (20 gennaio 1972); Orientamenti educativi per la formazione al celibato sacerdotale (11 aprile 1974); Insegnamento del Diritto Canonico per gli aspiranti al sacerdozio (2 aprile 1975); La formazione teologica dei futuri sacerdoti (22 febbraio 1976); Epistula circularis de formatione vocationum adultarum (14 luglio 1976); Istruzione sulla formazione liturgica nei Seminari (3 giugno 1979); Lettera circolare su alcuni aspetti più urgenti della formazione spirituale nei Seminari (6 gennaio 1980); Orientamenti educativi sull’amore umano – Lineamenti di educazione sessuale (1 novembre 1983); La Pastorale della mobilità umana nella formazione dei futuri sacerdoti (25 gennaio 1986); Orientamenti per la formazione dei futuri sacerdoti circa gli strumenti della comunicazione sociale (19 marzo 1986); Lettera circolare riguardante gli studi sulle Chiese Orientali (6 gennaio 1987); La Vergine Maria nella formazione intellettuale e spirituale (25 marzo 1988); Orientamenti per lo studio e l'insegnamento della dottrina sociale della Chiesa nella formazione sacerdotale (30 dicembre 1988); Istruzione sullo studio dei Padri della Chiesa nella formazione sacerdotale (10 novembre 1989); Direttive sulla preparazione degli educatori nei Seminari (4 novembre 1993); Direttive sulla formazione dei seminaristi circa i problemi relativi al matrimonio ed alla famiglia (19 marzo 1995); Istruzione alle Conferenze Episcopali circa l'ammissione in Seminario dei candidati provenienti da altri Seminari o Famiglie religiose (9 ottobre 1986 e 8 marzo 1996); Il periodo propedeutico (1 maggio 1998); Lettere circolari circa le norme canoniche relative alle irregolarità e agli impedimenti sia ad Ordines recipiendos, sia ad Ordines exercendos (27 luglio 1992 e 2 febbraio 1999).

[3] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis (25 marzo 1992): AAS 84 (1992), 657-864.

[4] Cfr. C.I.C., can. 1024 e C.C.E.O., can. 754; Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis sull'Ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini (22 maggio 1994): AAS 86 (1994), 545-548.

[5] Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sul ministero e la vita dei presbiteri Presbyterorum ordinis (7 dicembre 1965), n. 2: AAS 58 (1966), 991-993; Pastores dabo vobis, n. 16: AAS 84 (1992), 681-682.

Riguardo alla configurazione a Cristo, Sposo della Chiesa, la Pastores dabo vobis afferma: “Il sacerdote è chiamato ad essere immagine viva di Gesù Cristo Sposo della Chiesa […]. È chiamato, pertanto, nella sua vita spirituale a rivivere l’amore di Cristo Sposo nei riguardi della Chiesa Sposa. La sua vita dev’essere illuminata e orientata anche da questo tratto sponsale, che gli chiede di essere testimone dell’amore sponsale di Cristo” (n. 22): AAS 84 (1992), 691.

[6] Cfr. Presbyterorum ordinis, n. 14: AAS 58 (1966), 1013-1014; Pastores dabo vobis, n. 23: AAS 84 (1992), 691-694.

[7] Cfr. Congregazione per il Clero, Direttorio Dives Ecclesiae per il ministero e la vita dei presbiteri (31 marzo 1994), n. 58.

[8] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica (edizione tipica, 1997), nn. 2357-2358.

Cfr. anche i diversi documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede: Dichiarazione Persona humana su alcune questioni di etica sessuale (29 dicembre 1975); Lettera Homosexualitatis problema a tutti i Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali (1 ottobre 1986); Alcune considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali (23 luglio 1992); Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali (3 giugno 2003).

Riguardo all’inclinazione omosessuale, la Lettera Homosexualitatis problema afferma: “La particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé un peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l’inclinazione stessa dev’essere considerata come oggettivamente disordinata” (n. 3).

[9] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica (edizione tipica, 1997), n. 2358; cfr. anche C.I.C., can. 208 e C.C.E.O., can. 11.

[10] Cfr. Congregazione per l’Educazione Cattolica, A memorandum to Bishops seeking advice in matters concerning homosexuality and candidates for admission to Seminary (9 luglio 1985); Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Lettera (16 maggio 2002): Notitiae 38 (2002), 586.

[11] Cfr. Pastores dabo vobis, nn. 35-36: AAS 84 (1992), 714-718.

[12] Cfr. C.I.C., can. 241, § 1: “Il Vescovo diocesano ammetta al seminario maggiore soltanto coloro che, sulla base delle loro doti umane e morali, spirituali e intellettuali, della loro salute fisica e psichica e della loro retta intenzione, sono ritenuti idonei a consacrarsi per sempre ai ministeri sacri” e C.C.E.O., can. 342, § 1.

[13] Cfr. Optatam totius, n. 6: AAS 58 (1966), 717. Cfr. anche C.I.C., can. 1029: “Siano promossi agli ordini soltanto quelli che, per prudente giudizio del Vescovo proprio o del Superiore maggiore competente, tenuto conto di tutte le circostanze, hanno fede integra, sono mossi da retta intenzione, posseggono la scienza debita, godono buona stima, sono di integri costumi e di provate virtù e sono dotati di tutte quelle altre qualità fisiche e psichiche congruenti con l’ordine che deve essere ricevuto” e C.C.E.O., can. 758.

Non chiamare agli Ordini colui che non ha le qualità richieste non è una ingiusta discriminazione: cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Alcune considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali.

[14] Cfr. Pastores dabo vobis, nn. 43-59: AAS 84 (1992), 731-762.

[15] Cfr. ibid., n. 43: “Il presbitero, chiamato ad essere immagine viva di Gesù Cristo Capo e Pastore della Chiesa, deve cercare di riflettere in sé, nella misura del possibile, quella perfezione umana che risplende nel Figlio di Dio fatto uomo e che traspare con singolare efficacia nei suoi atteggiamenti verso gli altri”: AAS 84 (1992), 732.

[16] Cfr. ibid., nn. 44 e 50: AAS 84 (1992), 733-736 e 746-748. Cfr. anche: Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Carta circular Entre las más delicadas a los Exc.mos y Rev.mos Señores Obispos diocesanos y demás Ordinarios canónicamente facultados para llamar a las Sagradas Ordenes, sobre Los escrutinios acerca de la idoneidad de los candidatos (10 novembre 1997): Notitiae 33 (1997), 495-506, particolarmente l’Allegato V.

[17] Cfr. Congregazione per i Vescovi, Direttorio per il Ministero pastorale dei Vescovi Apostolorum Successores (22 febbraio 2004), n. 88.

[18] Cfr. C.I.C., can. 1052, § 3: “Se […] il Vescovo per precise ragioni dubita che il candidato sia idoneo a ricevere gli ordini, non lo promuova”. Cfr. anche C.C.E.O., can. 770.

[19] Cfr. C.I.C., can. 1051: “Per quanto riguarda lo scrutinio circa le qualità richieste nell’ordinando […] vi sia l’attestato del rettore del seminario o della casa di formazione, sulle qualità per ricevere l’ordine, vale a dire la sua retta dottrina, la pietà genuina, i buoni costumi, l’attitudine ad esercitare il ministero; ed inoltre, dopo una diligente indagine, un documento sul suo stato di salute sia fisica sia psichica”.

[20] Cfr. Pastores dabo vobis, nn. 50 e 66: AAS 84 (1992), 746-748 e 772-774. Cfr. anche Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, n. 48.

[21] Cfr. Pastores dabo vobis, n. 69: AAS 84 (1992), 778.

© Copyright 2005 - Libreria Editrice Vaticana

I preti custodi e testimoni dell'annuncio evangelico. L'esigenza vitale di custodire la peculiarità della rinascita del cristiano legata al battesimo

Il segretario generale della Cei Mariano Crociata

I preti custodi e testimoni
dell'annuncio evangelico

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Roma, 13. Franchezza nell'annuncio evangelico e limpidezza di vita. Queste le qualità necessarie e spesso maggiormente apprezzate nei sacerdoti. Lo ha ricordato il vescovo Mariano Crociata, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, che ieri presso l'Almo collegio Capranica ha presieduto la messa per l'ammissione agli ordini sacri di un candidato al sacerdozio. "Credenti e non credenti - ha detto - hanno diritto di attendersi da noi una parola che abbia sempre il sapore del Vangelo. La franchezza richiesta oggi non è a rischio di limitazione della nostra libertà, almeno non qui da noi e principalmente, ma a rischio della nostra autenticità e della nostra credibilità. E non mi riferisco solo alla necessaria coerenza di vita, ma anche alla coerenza delle nostre parole con la verità che ci è stata affidata". In sostanza, i sacerdoti sono chiamati a essere i "custodi della parresia", ovvero i "curatori del primato e della genuinità dell'annuncio".
Per Crociata "la tentazione che ci mette alla prova tende a rimuovere e a spostare sempre oltre il nostro confronto con la Parola di Dio, poiché ci sono tante parole, anche molto utili e sensate, che trovano facilmente posto sulle nostre labbra; solo che esse non hanno bisogno di noi per essere dette, poiché trovano molti già pronti e competenti per dirle. A noi è chiesto il coraggio e la fiducia di portare la luce di Cristo nella storia". Anche perché - ha proseguito il presule - "in un tempo di avanzato quanto disordinato risveglio religioso, in cui i "rinati" (born again) sono una categoria ben nota nella classificazione della sociologia religiosa riguardante sette e nuovi movimenti religiosi, abbiamo l'esigenza vitale di custodire la peculiarità della rinascita del cristiano, costitutivamente legata all'evento del battesimo, e consegnata al denso significato del binomio acqua e Spirito, con la sua connaturale risonanza pasquale". Di conseguenza - ha sottolineato Crociata - "se va contrastata la cedevolezza verso un superficiale emozionalismo riscontrabile in tanti fenomeni religiosi nuovi, non può nemmeno essere assecondata una tendenza al ritualismo impersonale che può condurre perfino a una sorta di automatismo salvifico".


(©L'Osservatore Romano - 14 aprile 2010)


"PASQUA DEI ROMANI"
Ammissione agli Ordini Sacri
presieduta da

S.E. Mons. Mariano Crociata
Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana

.: Leggi l'omelia :.


(Mons. Crociata, il rettore e il neo-ammesso Paolo Stacchiotti con i suoi familiari)



Il prete che io cerco. di Hans Urs von Balthasar

Chi è malato va dal medico, chi fa testamento si rivolge al notaio, allo specialista. C'è uno specialista della relazione di Dio con me? Nella sua libera donazione a un essere umano, Dio non è legato ad alcuna legge; in questo campo né il sociologo né lo psicologo hanno nulla a che fare, perché oggetto della loro scienza sono al massimo le relazioni religiose medie della "specie uomo" con un cosiddetto assoluto. Ma, anche in questo caso, questo essere unico che io sono, a cui il Dio unico si rivolge, non dovrebbe essere soggetto ad alcuna legge generale.
Nessuna legge socio-psicologica regola il comportamento di Gesù o delle persone alle quali egli si rivolge, essendo queste vincolate alla sua libera e irripetibile chiamata. Coloro che sono chiamati commettono una scorrettezza se obbediscono alle leggi normali del comportamento umano - prendere congedo, seppellire il padre, eccetera; in tal caso essi "non sono degni di lui". Non posso pianificare insieme la Parola di Dio e la famosa "situazione concreta", così che da ambedue risulti un parallelogramma delle forze.
Gesù, la Parola di Dio per me, mi viene incontro nella Chiesa, la quale custodisce la sua Parola, sempre attualmente viva, nella predicazione e nel sacramento. Nella Chiesa, nella sua comunione, io devo ricevere la sicurezza che la Parola di Dio non mi raggiunge come un'eco da un lontano passato, bensì mi risuona vicina, palpabile e chiara così come la mia esistenza è concreta nel tempo e nello spazio. Ma in questo caso la Chiesa non si trasforma forse a sua volta in legge generale che, nella sua interpretazione dell'irripetibile volontà di Dio nei miei riguardi, si frappone tra me e Dio, forte di un'esperienza socio-psicologica di secoli forse a essa specifica?
Tuttavia, se la Chiesa come Ecclesia è la comunità dei chiamati, se a essa sono state consegnate la Parola di Dio e le chiavi del regno dei cieli, se a essa è stato donato da Dio e da Gesù Cristo lo Spirito Santo che, essendo Dio, è irripetibile al pari del Padre e del Figlio e può spiegarci alla fonte la volontà di Dio in Gesù Cristo: se questa è la realtà, come potrei io fare a meno della Chiesa, nell'ipotesi che io voglia assoggettare la mia vita alla verità del Dio vivente? Ma quale Chiesa, chi nella Chiesa, può aiutarmi? Io pure sono un membro della Chiesa, ma né posso rivendicare per me lo Spirito Santo nella sua pienezza ecclesiale, né definirmi a testa alta un "buon cristiano" che vive vicino al cuore della Chiesa e comunica per osmosi con la sua più profonda comprensione. So invece benissimo, se sono onesto e sincero, quanto sono lontano dal soddisfare le richieste di Dio e quanto volentieri vorrei ridurre tali richieste al mio livello di medioborghese e di decaduto a causa del peccato, dando l'ultima parola alla sociologia religiosa, contro la mia stessa coscienza: "Che farci, gli uomini sono così". "Tutto sommato, e considerato il mio carattere, non mi si può chiedere di più".
Ciò ci aiuta a capire quanto difficile e complicata sia la condizione di chi va in cerca d'aiuto. La richiesta che io avanzo può essere soddisfatta da un uomo? Egli dovrebbe farmi da tramite nei miei rapporti irripetibili con Dio, senza però dissolverli nelle generalità di questo mondo. Egli dovrebbe pertanto sapere, basandosi sul proprio irripetibile rapporto con Dio, che cosa sia tale irripetibilità, e simultaneamente essere provvisto del mandato e dell'autorità di saperlo, nello Spirito Santo, anche per gli altri, per poter dare loro le adeguate indicazioni. Mandato e autorità da Dio, uniti con l'esperienza nello Spirito: ciò lo autorizzerebbe a richiedere da me - non per sé, ma per Dio e per me - ciò che io non ho il coraggio di chiedere a me stesso.
Questa è la prima qualità che dovrebbe possedere il prete che io cerco. Infatti il sacerdote dovrebbe essere colui che è delegato e dotato di autorità dall'alto, cioè da Cristo, per presentarmi la Parola incarnata di Dio, così che io sia sicuro di non ridurla ai miei scopi, di non averla anticipatamente svigorita con una mia interpretazione psicologica, esegetica e demitizzante, tanto da renderla impotente a generare in me ciò che le è proprio; così che io non possa sfuggire alle sue richieste, perché si presentano a me nella concretezza dell'autorità ecclesiastica, la quale nel ministero attualizza la concretezza dell'autorità divina. Non è però sufficiente che qualcuno mi metta impietosamente di fronte alle richieste della Parola, per poi lasciare che mi fermi: forse sono già giunto da solo a pormi di fronte a quelle. Egli deve anche aiutarmi a perseverare, a non fuggire, stando costantemente accanto a me, con amore inesorabile. Tale uomo è simile, in certi momenti, all'angelo del monte degli Ulivi, che infonde forza quando si è soli con Dio. La forza con cui tale uomo fa questo deriva certamente dalla sua missione (che possiede in se stessa la forza e l'inesorabilità di Dio) ma allo stesso tempo dal suo stesso vigore che lo star con Dio in solitudine gli conferisce.
Se gli manca l'esperienza, non potrebbe proclamare credibilmente la Parola di Dio neppure dal pulpito; tutt'al più potrebbe essere una eco morta di quello che, della Parola di Dio, altri - per esempio Paolo - predicarono con la loro esistenza. Tanto meno sarebbe capace di accompagnare, e di sostenere, un credente nel confronto esistenziale con la Parola di Dio. "Se gli manca l'esperienza...": subito si affaccia, ma deve essere immediatamente respinta, la parola "specialista". Nell'assoluto irripetibile non possono infatti esistere né "specializzazioni" né classificazioni. La stessa parola "scienza" va evitata, potendosi al massimo parlare di una certa "saggezza" che lo Spirito Santo concede a coloro che hanno familiarità con il suo "spirare dove egli vuole". Anche se sono state proposte "regole per il discernimento degli spiriti" e si è parlato di una "scienza dei santi", tali regole, se autentiche e utilizzabili, vengono però sempre date per esperienza personale e comprovate dall'esperienza personale nell'ambito della Chiesa; quella "scienza", poi, si identifica con uno dei sette doni dello Spirito Santo, per cui può essere concessa soltanto a coloro - e da quelli soltanto può essere capita - che con la preghiera e con la pratica della vita si sforzano di penetrare il centro dello Spirito.
A colui che nella Chiesa si assume la missione di predicare ufficialmente e di proporre a ciascuno in particolare la Parola di Dio, che è Cristo, non rimane altra alternativa che quella di tradurla in atto e di perseverarvi con coerenza, di dedicare totalmente a essa la propria esistenza. Egli deve identificarsi con la sua missione; questo fecero gli apostoli per comando di Gesù, allorché abbandonarono tutto per seguirlo: non soltanto gli averi e la casa paterna, ma anche la moglie e i figli. Ovviamente, la rinuncia materiale per dedicare la vita alla Parola di Dio rimane soltanto il punto di partenza; essa diventa un criterio per giudicare il "prete che io cerco" soltanto se questo primo passo si trasforma in stile costante di vita. Da un punto di vista terreno, questo stile di vita è e rimane privo di senso, non trovando una collocazione in nessuna condizione sociologica; e ogni iniziativa che, partendo dal paganesimo o dal giudaismo, tentò di dargli un sostegno ecclesiologico suscitò sempre perplessità. Il prete deve continuamente prospettarsi l'eventualità di essere nuovamente escluso dall'organizzazione della società. Qui più che mai è valida l'affermazione di Agostino, secondo cui chi poggia la propria vita su Cristo non sta in piedi, ma sta appeso o "sta oltre se stesso". E unicamente Dio in Cristo può garantire che "chi per amore mio e del Vangelo abbandona tutto" non cadrà nel vuoto senza trovare un punto d'appoggio, ma sarà sorretto (appeso) per tutta la sua esistenza.
Umiltà e zelo crescono dalla medesima radice. Il prete umile non sarà tentato di propormi qualcosa che non sia la Parola di Dio diretta a me; quello zelante non sopporterà che io mi sottragga a essa. Egli mi tiene alle redini, per cui posso rimproverargli di essere importuno; per la verità, importuna e insistente è soltanto la Parola di Dio. Nel caso io trovi il prete che cerco, non posso rimproverargli d'accostarsi a me con una sicurezza che nessun uomo può pretendere, quasi che egli debba limitarsi a indicarmi vagamente in quale direzione il mio cammino verso Dio forse si muove, quasi sia obbligato a lasciare a me e alla mia coscienza di giudicare, accettare o respingere le sue indicazioni generiche. Premesso che egli abbia identificato la sua esistenza con la sua autorità, assorbendola in questa, la sua missione non gli consente nessuna falsa modestia; altrimenti rappresenterà soltanto parzialmente e confusamente l'autorità nella Chiesa. Se l'unione con Dio nella preghiera e l'umiltà della mediazione pervengono alla trasparenza e al dono totale, allora può anche avverarsi il miracolo che da Dio giunga - nello Spirito Santo che è nella Chiesa - un'autentica direttiva che, per quanto scomoda, io non posso fingere di non udire. Soltanto chi sa scomparire senza finzione può ricevere la grazia della sicurezza. Egli può permettersi di gioire con chi è felice, di piangere con gli afflitti; mai però gli è permesso, per solidarietà, di tentennare con chi esiti nell'incertezza.
Abbiamo parlato di miracolo. La riuscita di un prete è sempre un miracolo della grazia. Il miracolo atteso sarebbe semplicemente la santità: quella di un uomo che in Dio ha perso talmente la coscienza di se stesso da stimare Dio come unica realtà importante. Egli non si preoccupa più della propria identità. Perciò è abituale e nutriente come una pagnotta da cui chiunque può strappare un boccone. Il modo in cui egli si distribuisce viene a identificarsi con quello adottato dalla Parola di Dio per distribuirsi in pane e vino. Egli conosce anche il modo di spezzare e d'interpretare la Parola di Dio. Contrariamente ai predicatori di oggi, egli non mi richiamerà dal deserto provvedendomi di un indigesto viatico di parole sull'apertura della Chiesa al mondo. Che cosa devo porgere agli affamati che mi circondano, se non pane? Ma dove lo prendo, se non mi viene porto? Come può la Chiesa uscire all'esterno se non ha più alcuna interiorità da porgere? Oppure si deve dire che essa scaccia da sé l'incertezza della propria identità perché non ha più alcuna esperienza di ciò che è il suo intimo? Non è essa stessa tale interiorità - la Chiesa non può riflettere se stessa - bensì Cristo, suo capo e anima, mediante il quale il Dio trino s'impossessa di essa.
Una volta c'erano i monaci, sia in Oriente che in Occidente, sull'Athos, a Clairvaux e al Ranft, a Kiev e Optina. I monaci erano anche chiamati "spirituali" (in greco, pneumatikói, coloro che possiedono lo Spirito); tale è tuttora la denominazione corrente dei sacerdoti nei Paesi di lingua tedesca. Per secoli, nell'ortodossia, i candidati ai gradi più elevati delle gerarchie sono stati forniti dai monaci. Sono spirituali quelle persone che hanno esperienza dello Spirito Santo e, grazie a essa, sono capaci di riconoscere e di accendere in noi, in me, lo Spirito nascosto, incognito, imprigionato. Quanto raro è diventato questo tipo di uomo. Dobbiamo forse accontentarci di un surrogato dello Spirito? Tale surrogato ci è fornito soprattutto dalla psicologia - il che non significa che un buono e umile psicologo non possa essere permeabile allo Spirito Santo; ma il suo oggetto è rappresentato dalle leggi generali della psiche umana. Lo Spirito, invece, è sempre irripetibile. L'uomo spirituale deve permettere allo Spirito Santo irripetibile d'intervenire su di lui in modo da riuscire a soddisfare il bisogno di quest'uomo irripetibile che gli sta di fronte: non facendo intervenire forze mediatrici, ma nell'apertura alla grazia del Dio vivente, il quale liberamente rivolge a me la sua Parola amorosa, dolce ed esigente - mediante il prete che io cerco.


(©L'Osservatore Romano - 9 aprile 2010)