DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Noi, schiavi dell’immaginazione al potere. IFuggire la realtà e rifugiarsi nelle illusioni: consumismo e mondi virtuali. M. Veneziani

di Marcello Veneziani
Tratto da Il Giornale del 26 ottobre 2010

Abbiamo smesso di sognare, dice la gente. Non siamo in grado di accettare la realtà, dice la stessa gente. Due cose opposte, dice la gente, qual è vera tra le due? Ambedue. Come succede ai bambini, abbiamo scambiato il giorno con la notte. Provo su strada la filosofia, la porto in mezzo alla gente. So che sui giornali non si usa, ma io ci provo. Trovo conferma dei due modi di dire. La gente ha paura della vita, ha paura della realtà. Ha paura della violenza, ha paura dello straniero, ha paura delle malattie, ha paure dell’inquinamento, ha paura delle discariche e delle antenne. E ha paura di far figli, di uscire la sera tardi, di perdere il tenore di vita, ha paura del futuro ma anche del passato. E allora si rende schiava delle illusioni, che cerca in video, in fumo, nelle trasgressioni, in vacanza, nei carrelli della spesa. Non è una novità aggrapparsi alle illusioni, cambiano gli oggetti ma non i soggetti. In passato, un passato anche recente, le illusioni furono le utopie rivoluzionarie, le ideologie che promettevano paradisi in terra e società perfette. Le illusioni degli uni erano le paure degli altri, il terrorismo, la violenza, gli anni di piombo. C’era chi bruciava nel fuoco i sogni dopo aver incendiato la realtà e chi faceva il contrario. Ma i disagi, la violenza, le paure del presente sono passate dalla sfera pubblica e storica alla sfera intima e privata, ma rivelano la stessa cosa: abbiamo scambiato il sogno con la veglia. Quando dovremmo vivere alla luce del sole la realtà quotidiana, fare i conti con ciò che siamo davvero, con il mondo concreto che ci circonda, con la nostra vita, i suoi limiti e le sue imperfezioni, ci rifugiamo nei desideri, inseguiamo chimere, viviamo di universi fittizi, mondi perfetti, società inesistenti, fughe nella realtà virtuale; incapaci di vivere, ci abbandoniamo ai sogni, compreso il sogno della merce. E quando invece dovremmo sognare, lasciare il campo alla libera immaginazione, all'incanto o all'irruzione del mito, allora ci barrichiamo nelle ferree leggi della ragione, nella contabilità, nella tecnica e nei bisogni materiali. Così l'amore è ridotto all'atto sessuale, la religione è ridotta a proiezione nei cieli dei nostri bisogni e delle nostre paure, l'arte è ridotta alle condizioni economiche e materiali, le idee ai rapporti di produzione, la cultura all'egemonia. In più ci snaturiamo quando dovremmo vivere la natura e ci aggrappiamo alla natura quando dovremmo liberare i sogni soprannaturali. Funzionano a pieno regime le fabbriche dei sogni, dalla fiction all'astrologia: si veda a tal proposito il saggio di Theodor Adorno, Stelle su misura, ristampato in questi giorni da Einaudi (pp. 134, E11. 50) in cui il filosofo di Francoforte analizza questo trasloco nella veglia delle allucinazioni oniriche e delle psicosi notturne.

Questa inversione tra il giorno e la notte, tra il sogno e la veglia, trovò nel '68 una formula di successo: l'immaginazione al potere. Il risultato fu rovesciare l'uomo, farlo camminare con la testa e pensare con i piedi, ribaltando così il rapporto con il cielo e con la terra. Se ci fate caso, i malesseri del presente - come i dolorosi furori del passato - hanno quella stessa matrice: sogniamo quando dovremmo vivere, viviamo quando dovremmo sognare. Dormienti di giorno, insonni di notte, apriamo gli occhi quando è buio, gli chiudiamo quando c'è il sole. Pesanti nella leggerezza e leggeri nella gravità.

Passo dalla realtà alla letteratura, senza citarvi testi di filosofia o romanzi dove sarebbe facile pescare quel che dico; ve ne cito solo due agli antipodi. Uno è di un ex presidente della repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, Non è questa l'Italia che sognavo, un diario delle illusioni perdute nella repubblica italiana, il bilancio di una delusione. L'altro, all'opposto, è di un medico dell'anima, Ethan Watters, e si intitola: Pazzi come noi. Depressione, stress, anoressia: malattie occidentali da esportazione (B. Mondadori, pp. 204, E. 22). Watters racconta che succede quando si perdono i sogni di notte e la realtà di giorno. Non dice così, non voglio affibbiargli un mio pensiero; ma quella mi pare la chiave più giusta per spiegare la malattia occidentale che egli descrive. Vogliamo pestare il cielo con i piedi e camminare con la testa. Così i nostri dei sono pedestri, all'altezza delle nostre scarpe, e la nostra vita terrena si perde nel cervello, in quella tirannia dell'immaginazione sulla realtà, del cervello sulla vita concreta che Paul Celàn, prima di suicidarsi chiamava psicocrazia. Gli dei caduti in terra si chiamano malattie. L'immaginazione al potere ci ha resi schiavi, non liberi; alienati, non autentici. Viviamo bene solo in stato di sospensione e di incoscienza, da automi e fruitori dell'attimo. Quando viviamo male, i sogni si fanno incubi e la realtà maledizione. Così la vita diventa una confortevole patologia.

La terapia è semplice a dirsi, difficile a realizzarsi: restituire i sogni alla notte e la veglia al giorno, ridare il cielo agli dei e la terra agli uomini, ripristinare il duplice bisogno di sogni e di realtà che ci rende uomini, collocandoli però nel loro giusto tempo e al loro giusto posto. Facile a declamarla, provate sul serio a realizzarla. E' quasi impossibile, ma a quel quasi conviene dedicare la vita.

Il padre dell’Italia unita? Altro che Cavour, è Dante. Marcello Veneziani

Il terreno primario comune di ogni nazione del mondo è la lingua. Fu il poeta a ridare centralità a Roma in chiave cattolica ma non clericale e a creare un mito di fondazione condiviso

di Marcello Veneziani

Risorgimentali e antirisorgimentali, mettetevi l’anima in pace. L’Italia non l’ha fatta Garibaldi, e nemmeno Cavour o Vittorio Emanuele. L’ha fatta la geografia, l’ha fatta la storia, l’ha fatta la letteratura. Ma se cercate il fondatore, se avete bisogno di un padre, un Enea per l’Italia, allora quel Fondatore non fu un condottiero, ma un poeta. L’Italia fu fatta da Dante Alighieri. Fu lui a dare dignità al terreno primario e comune di una nazione, la lingua. Fu lui a riannodare l’Impero e il Papato, cioè la civiltà cristiana e la civiltà romana, riconoscendoli come i genitori dell’Italia. Ebbero altri figli, certamente, ma la figlia che ereditò la casa paterna e materna fu l’Italia.
Certo, Dante vaticinava una monarchia universale, ma fu il primo a considerare il fulcro di una rinascenza in Roma, nell’Italia cattolica ma non clericale, dove l’Impero ha dignità pari a quella del Papato. E fu ancora Dante a creare un mito di fondazione e una narrazione su cui costruire l’Italia, e a cercare un Veltro che la unisse da «feltro a feltro», come egli scrisse, «di quell’umile Italia fia salute»; alimentando così un’aspettativa che altri letterati - da Petrarca a Machiavelli, da Alfieri a Foscolo e Leopardi - poi coltivarono. La nostra è una nazione culturale, nata non con la forza delle armi, ma con la forza della poesia; per questo l’Italia è uno Stato fragile, ma un’identità forte. Tuttora, al di là di tutto, la dignità universale dell’Italia non è di natura commerciale o industriale, militare o tecnologica, ma culturale: si studia l’Italiano per ragioni culturali, si viene in Italia per ragioni culturali, si considera l’Italia per ragioni culturali.
L’espressione stessa usata per indicare il processo unitario del nostro Paese, Risorgimento, non ha una genesi politica o militare, ma religiosa e letteraria, allude alla Resurrezione e insieme ad una letteratura, dal gesuita Saverio Bettarelli che la usò per primo a Gioberti, da Alfieri a Leopardi con la poesia Il risorgimento, in cui l’espressione ha un significato esistenziale e religioso. Solo dopo arriverà il Risorgimento politico di Balbo e Cavour. Da dove viene fuori quest’apologia di Dante come profeta dell’Italia? Sì, da un intreccio di ricorrenze e polemiche, tra i 150 anni dell’unità d’Italia e i sette secoli del De Monarchia di Dante, di cui peraltro è indefinita l’effettiva data.
Ma viene fuori anche dall’ultimo filosofo italiano che pensò l’Italia dentro la sua tradizione civile e religiosa, e la pensò a partire da Dante. Parlo di Augusto del Noce, di cui mi sono più volte occupato, anche sul Giornale. L’altro giorno si è svolto a Pistoia, sua città nativa, un convegno a lui dedicato in occasione del centenario della nascita, ed io ho parlato di lui come del filosofo del Risorgimento, ma di un Risorgimento dantesco, oltre che giobertiano. Per fondare la sua idea dantesca d’Italia, Del Noce si rifece a due autori: Giacomo Noventa e Giovanni Gentile. Il primo si oppose alla linea idealistica-hegeliana di Spaventa, De Sanctis e Croce che leggeva l’unità d’Italia attraverso la nascita dello Stato unitario. Una lettura strettamente politica del Risorgimento, che rinveniva al più in Machiavelli il suo predecessore, ma in quanto pensatore e segretario di Stato. Secondo Noventa, invece, fu Dante a fondare l’idea dell’Italia sulla tradizione romana e cattolica, mediterranea e poetica. Ma fu soprattutto Gentile, in uno scritto del 1918, a vedere in Dante il profeta dell’Italia risorgimentale e moderna. Egli riconobbe in Dante non solo il sommo poeta, ma anche il filosofo. La sua divergenza da Croce fu netta. Di solito la si riconduce sul piano storico al dissidio tra fascismo e antifascismo e sul piano filosofico al divario tra il razionalismo liberale di Croce e l’irrazionalismo «mistico» di Gentile.
Ma sfugge una differenza essenziale: Croce, che pure non era accademico, tenne fuori dalla filosofia Marx da un verso e Dante e Leopardi dall’altro; ritenendo il primo uno scrittore politico ed un critico dell’economia e i secondi due eminenti poeti, ma trascurabili pensatori. Gentile che pure era accademico, al contrario riconobbe a Marx da un verso, ma anche a Dante e Leopardi, dignità e potenza di filosofi e di profeti. A Croce sfuggiva da un verso la ragione profonda dell’internazionalismo marxista e del materialismo storico e dialettico. E dall’altro la matrice poetica del pensiero italiano che passa attraverso grandi poeti-filosofi (anche Petrarca, per altri versi) e grandi pensatori che riconobbero dignità al pensiero poetante, come Vico. Il Vico di Croce è tutto nella storia ed è gravido dell’Ottocento (lui lo definì infatti secolo XIX in germe); il Vico di Gentile è tutto nel pensiero ed è gravido dell’Italia nuova.
A questa tradizione si rifà Augusto del Noce. Lui, cattolico, si riconobbe nella linea di Gentile discesa da Dante. Una linea non laica ma ghibellina (anche se Dante fu guelfo bianco, benché definito da Foscolo «ghibellin fuggiasco»); ed una linea che senza cedere al neopaganesimo e all’idolatria dello Stato (che fu di Gentile fascista), riconosceva una connotazione religiosa al processo unitario. Il Risorgimento è la nostra Riforma morale e civile, diceva Del Noce, richiamando Noventa e Gentile. L’idea di Riforma in Del Noce si trasferisce dal piano religioso-ecclesiale del luteranesimo a quello storico-politico del Risorgimento. Un pensiero originale che riesce a trovare un punto d’intesa fra Tradizione e Risorgimento e che concepisce il Risorgimento come categoria distinta tanto da «rivoluzione» che da «reazione». Del Noce vedeva la ripresa del Risorgimento come compito dei nostri anni e immaginava, quando ancora non si era formata l’Unione Europea, una riscoperta dell’Italia «dopo l’Europa», cioè non regredendo all’epoca delle nazioni e dei nazionalismi, ma procedendo oltre, nell’epoca degli incontri e degli scontri di civiltà. Un pensiero italiano e risorgimentale che ancora non trova destinatari.


«Il Giornale» del 1 ottobre 2010

Il razzismo radical chic è come Gomorra di Marcello Veneziani

Egregio Adriano Sofri, ho letto il suo editoriale di ieri su la Repubblica e mi ha sorpreso la violenza verbale nei confronti di Berlusconi. Lo definisce lupo spelacchiato, lo accusa di non pensare, gli attribuisce una visione cosmetica del mondo, lo tira per i capelli, gioca perfino tra lezioni e lozioni. E gli contrappone, in un corpo a corpo che ricorda gli anni di piombo, l’immagine e la persona di Saviano, l’autore di Gomorra. Giochino facile e un po’ demagogico, lievemente fascista - e glielo dice uno che di fascismo se ne intende - perché oppone la gagliarda giovinezza del «lupacchiotto» Saviano all’età grave e assai provata del «lupo spelacchiato» Silvio. Fu Pasolini - ricorda? - a vedere in lei e in Lotta continua di cui lei era leader, qualcosa che gli ricordava il primo squadrismo.
Curiosamente lei adotta a rovescio la stessa distinzione manichea usata da Berlusconi nel dividere le forze del Bene dalle forze del Male, opponendo, in una forma di implicito razzismo, l’antropologia di Saviano all’antropologia, anzi all’antropofagia, di Berlusconi. Deprecabile manicheismo in ambo i casi, con l’attenuante per Berlusconi che lo ha usato nella guerra politica ed elettorale, mentre lei, Sofri, è un fine intellettuale e lo usa in tempo di pace, fuori dalle urne. Il tema è noto. Berlusconi ha criticato - com’è suo diritto e lo ha ben ricordato la figlia Marina - la riduzione del nostro Paese alla criminalità organizzata; è un’immagine falsa che nuoce all’Italia. La malavita è una delle facce dell’Italia, ma non si identifica con l’Italia. E invece da qualche tempo si tende a vendere, soprattutto fuori d’Italia, l’immagine di un Paese dominato, anzi diciamo pure, governato dalla malavita. Salvo una minoranza di antitaliani puri, puliti e pensanti.
Prima che lo dicesse Berlusconi, in un mio libro di un anno fa avevo criticato anch’io che l’Italia fosse rappresentata con un solo film a Hollywood, il Gomorra tratto da Saviano. E avevo scritto e detto a Napoli che quel film andava proiettato nelle scuole del napoletano e del casertano, a scopo educativo; ma non poteva diventare l’unica sintesi dell’Italia da esportare nella principale vetrina del mondo. È chiaro anche ai cretini che non facevo solo una questione d’immagine, di finzione o di cosmesi. Ma contestavo una falsa rappresentazione dell’Italia, che non corrisponde alla realtà e nuoce agli italiani, soprattutto a coloro che lavorano e studiano all’estero. Invece lei ha ridotto la tesi di Berlusconi a una pura questione di ipocrisia facciale, dicendo che il premier avrebbe esortato Saviano a dire il falso. È vero proprio il contrario, ha respinto la falsa riduzione dell’Italia alla criminalità. Anche per lei Berlusconi ha censurato Saviano e la verità.
Ora si dà il caso che Saviano abbia pubblicato il suo Gomorra proprio da Mondadori, riconducibile a Berlusconi. Non mi pare che Berlusconi abbia soppresso il libro o esortato a boicottarlo. Ha solo criticato l’uso improprio di una piaga verissima del nostro Paese. Non è suo diritto divergere dall’opinione di Saviano o è vilipendio della Repubblica, intesa come quotidiano? Mi pare legittimo dire che la malavita alberga dentro l’Italia a partire dal sud, ma mi pare falso e masochista dire che l’Italia sia dentro la malavita. Non è vero e non è giusto per la grande maggioranza degli italiani. Berlusconi non ha peraltro invocato censure e killeraggi, come accadeva negli anni ’70, ma ha dissentito da una tesi, e lo ha fatto alla luce del sole.
Ammiro Saviano, ha scritto un libro coraggioso e forte, e perciò vive pericolosamente. E anche se non sopporto il suo uso da madonna pellegrina nei manifesti, in tv, in politica e nei giornali, a cui peraltro lui si concede, so distinguere la buccia sgradevole dalla polpa meritevole.
Ma lei, Sofri, si rivela molto più simile all’icona di Berlusconi che lei stesso dipinge e dileggia, quando si sofferma sull’immagine e sulle parole di Berlusconi e non sui fatti e sulle azioni di governo del medesimo: ma è qui che va giudicato un uomo di governo. Lei può fare tutti i paragoni gobbi con Andreotti, ma non può mistificare la realtà. Il governo Berlusconi ha fatto di più contro la malavita rispetto ai governi precedenti. Ha messo in galera più mafiosi e camorristi, ha sgominato più bande, ha minato i racket della monnezza e fermato appalti alla malavita, ha confiscato beni rilevanti. Da una parte ci sono gli ideologi dell’antimafia, dall’altra ci sono arresti, espropri, confische. Se tutto questo per lei non conta, allora è lei a ritenere che conti più la parola, la vetrina, il pregiudizio ideologico, la retorica che la realtà dei fatti. E questo non è un caso, perché lei proviene da un radicalismo che opponeva l’immagine di un mondo migliore alla realtà della storia, che ha sempre anteposto l’utopia ai fatti, che ha sempre preferito i parolai e i professionisti dell’antimafia a chi sul serio l’ha combattuta e magari è morto.
E tra questi ci sono molti uomini «di destra», come lei stesso cita. E i Borsellino che lei ricorda erano della stessa pasta dei Calabresi, che lei non ricorda: ambedue furono uccisi perché servitori dello Stato da criminali comuni o da criminali ideologici (sul piano degli effetti si equivalgono; sul piano delle intenzioni no, riconosco ai secondi un perverso idealismo). Se il paragone non fosse irriverente, direi che la stessa cosa accade con Ratzinger: lui che più di ogni altro papa ha denunciato e condannato i pedofili, e ha sofferto di queste ferite della Chiesa fino alle lacrime, passa per il papa della pedofilia. Così il governo che più ha colpito la malavita passa per un governo mafioso. Perché l’immagine che vi siete costruiti prevale sulla realtà.
Penserà che ho difeso il premier perché scrivo sul Giornale di Berlusconi. No, Sofri, scrivo sul Giornale perché penso queste cose. E converrà con me che è più coerente chi scrive sul Giornale perché preferisce Berlusconi ai suoi avversari interni ed esterni, rispetto a chi, come lei, scriveva su una rivista «di Berlusconi», Panorama - senza peraltro subire censure neanche lei, mi pare - ma poi lo detestava intimamente. E ora che non ci scrive più lo detesta in questo modo plateale e un po’ volgare. Ma siamo abituati allo snobismo incivile, versione aggiornata del vecchio radicalismo chic. Sapendola sprezzante, confido in una sua non risposta. A differenza sua, io invece, le esprimo la mia stima per la sua qualità di scrittura, di lettura e di intelligenza, unita al mio dissenso e al mio civilissimo disprezzo per la sua cecità ideologica e il suo torvo manicheismo che in altra epoca dettero, come lei ben sa, atroci frutti.

«Il Giornale» del 21 aprile 2010


PICCOLA POSTA Di Adriano Sofri

Marcello Veneziani, sul Giornale,
mi dichiara “sprezzante”:
non in questa o quella circostanza,
ma così, in generale. E avverte, anzi “confida”,
che, sprezzante come sono, non gli risponderò.
L’articolo mi addebita testualmente,
nell’ordine: razzismo radical-chic (è
il titolo); violenza verbale; echeggiamento
degli anni di piombo; corrività, demagogia
e fascismo; squadrismo delle origini secondo
Pasolini; manicheismo da tempo di pace;
superbia da antitaliano; riduzione di B.
a ipocrisia facciale, e falsificazione delle
sue opinioni; affinità con l’icona di B. da
me stesso dileggiata; mistificazione della
realtà; cedimento alla retorica e disprezzo
per i fatti; provenienza da un radicalismo
di cattivo utopismo; preferenza per l’antimafia
parolaia e professionista rispetto a
quella fattiva e sacrificale; di citare Borsellino
e non Calabresi; di denigrare B. al modo
in cui contemporaneamente si denigra
Ratzinger; di aver scritto per Panorama detestandolo
intimamente; di non scriverci
più detestandolo platealmente e un po’ volgarmente;
di snobismo incivile; di cecità
ideologica; di torvo manicheismo; e, finalmente,
del retaggio di atroci frutti. Gentile
Marcello Veneziani, nel caso che io non
fossi naturalmente sprezzante, come sono
di mediocre altezza e di voce nasale, e provassi
l’impulso di risponderle, prenderei il
suo come un augurio – berlusconiano, diciamo
– a vivere almeno centovent’anni.
Abbia pazienza, dunque. Qualche tempo fa
lei – salvo errore – mi inviò un libriccino di
poesia con dedica, cui risposi
ringraziando.
Ammetterà che era più facile.

Il Foglio 22 aprile 2010


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Gli evoluzionisti credono di essere Dio. di Marcello Veneziani

Nata come teoria scientifica, l'idea darwiniana si è ormai trasformata in giudizio universale sulle filosofie e le teologie che vorrebbe annullare. Raggiungendo forme primitive di intolleranza
Chi vuol dimostrare scientificamente l’inesistenza di Dio è, scientificamente parlando, un cretino. Sono pronto a riconoscere anche l’osservazione inversa: la prova scientifica dell’esistenza di Dio è rigorosamente stupida. Due atti opposti di demenza militante e presuntuosa. Credo che di Dio si possa discutere sul piano teologico, filosofico, poetico, sentimentale, come pensiero, intuizione, atto e fede. Ma non sul piano scientifico e sperimentale.

Nei giorni di bufera sul Papa e sulla Chiesa in tema di pedofilia, negli anni dell’ateismo esibizionista, c’è un grosso scimmione che si aggira per i laboratori, i libri, la tv e i giornali: è lo scimmione di Darwin che impone con le zampe della scienza e i barriti dei mass media l’indiscutibile verità evoluzionista. E lo fa non come una teoria scientifica, ma come una risposta assoluta, irrevocabile e generale al senso della vita, dell’umano e del divino. Ne sanno qualcosa Piattelli Palmarini e Jerry Fodor che hanno osato dubitare in un loro testo dell’infallibilità di Darwin. Ne sa qualcosa Roberto de Mattei, del quale è stato chiesto lo scalpo e la rimozione dagli incarichi scientifici ai vertici del Cnr perché sostiene argomenti critici verso il dogma darwiniano. Ma ne sanno qualcosa perfino i religiosi, dal Papa in giù, che nel nome della scimmia dovrebbero chiudere bottega e dichiarare la chiesa superata dal laboratorio.

Non dirò una parola sull’evoluzionismo, non ho la minima autorità e competenza né per gloriarlo né per confutarlo, e nemmeno per spiegarlo. E dunque mi asterrò rigorosamente dal violento diverbio tra gli scienziati che sta riducendo la cultura a una disputa tra macachi, bertucce e babbuini.

Parlo soltanto dell’implicazione assurda che la teoria evoluzionista comporta quando viene applicata oltre i confini della scienza, alla condizione umana, alla storia, al pensiero e al senso del divino. Nessuna scienza spiegherà mai perché un tipo di scimmia si è fatta uomo e altre specie no. E nessuna scienza potrà mai escludere che il seme della differenza, lo specifico di quella specie che poi è evoluta in umana, sia un misterioso Dna, un inalienabile destino, insomma un germe o un codice di cui nessuna teoria scientifica spiegherà mai la genesi, la comparsa e la radicale differenza. Nessuna scienza potrà mai applicare l’evoluzionismo alla vita intera, alla storia, al destino umano e all’anima, facendola debordare dall’osservazione delle specie animali. Perché la realtà, prima ancora di ogni altra teoria, insegna che l’evoluzione è solo uno dei moduli in cui si sviluppa la vita; ce ne sono altri opposti come il declino, la decadenza, il graduale invecchiamento o la degenerazione. O semplicemente l’alternarsi di stagioni e stati della vita, tra crescita e decrescita, tra potenziamento e indebolimento, tra piccole rinascite e piccole morti, tra giorni e notti, primavere e inverni. Ci sono i ritorni o i corsi e i ricorsi, della storia e della natura; e ci sono le parabole, c’è l’asse delle ascisse che cresce e quello delle ordinate che decresce, c’è l’acme di una vita, di un’epoca, di un popolo, situata a cavallo tra un’evoluzione e un degrado.

La maturità, per esempio, è il punto più alto nella traiettoria umana, situato nel centro fra una crescita graduale detta progresso e un invecchiamento altrettanto graduale detto regresso. La storia delle civiltà segue lo stesso percorso evolutivo e involutivo e si sottrae al determinismo progressista. Conosce espansioni e decadenze, sviluppi e degradi, incivilimenti e imbarbarimenti. E sul piano dei saperi e delle arti, ci sono campi, come la scienza e la tecnica, in cui la crescita sembra progressiva, e altre che hanno punti di eccellenza situati e seminati in epoche diverse che a volte sembrano inarrivabili ai posteri: chi ha più eguagliato il pensiero di Platone e di Aristotele, la scultura di Fidia e di Michelangelo, la concentrazione di un Sufi o di un Bodhi, l’abilità danzante di un derviscio o la potenza erotica di un maestro tantrico, la forza fisica di erculei antichi e perfino l’abilità manuale di alcuni inarrivabili artigiani? E quante scoperte, quante tecniche hanno accresciuto una sfera di poteri, atrofizzando o mortificando altre? Si pensi al rapporto tra scrittura e memoria, di cui scriveva già Platone.

Ma anche nell’ambito dell’evoluzione e del progresso, quando si dice che noi vediamo più dei nostri avi perché siamo nani sulle spalle di giganti, il taciuto è che se scendiamo dalle spalle dei giganti antichi siamo nani e non vediamo nulla; ovvero fuori dalla tradizione c’è il nulla. L’evoluzione spiegata alla luce della tradizione assume altri significati e altre implicazioni.
L’evoluzione non è una teoria generale e assoluta di vita. Non spiega il nostro destino, non spiega l’assenza di Dio o dell’anima, come la sua demolizione non ne spiega la presenza; non si sostituisce il disegno intelligente con lo schema evolutivo. Si può applicare ad alcuni, anche vasti contesti. Lo scienziato che scaccia sdegnato il filosofo, il teologo, il credente dai suoi ambiti e poi si avventura a trasformare una teoria scientifica in un giudizio universale, vive lo stesso delirio, compie lo stesso sconfinamento filosofico, teologico e fideistico che condanna. Non si tratta dunque di essere pregiudizialmente avversi all’evoluzionismo, confesso candidamente la mia radicale ignoranza in materia; ma quando vedo una teoria tracimare dal suo ambito, debordare, farsi dogma e schema totale di vita, fino a generare conformismo e perfino intimidazione verso chi sostiene percorsi opposti, allora insorgo. Temo per la libertà e per il libero pensiero, per la libera teologia e la libera fede, ma temo anche per la ricerca scientifica e per la capacità di rimettere in discussione i saperi acquisiti per proseguire nella ricerca.

Le teorie vanno continuamente falsificate, come dice Popper, nel senso di verificate; o revisionate, come dicono gli storici, nel senso di riaprire le pagine chiuse e proibite. La miscela di relativismo e di intolleranza, di nichilismo e di fanatismo, mi spaventa più dei vecchi dogmatismi autoritari. Abbiate passione di verità fondata sul senso della realtà. Lo dico a voi che vivete la scienza come fede e a voi che vivete la fede come scienza.


© IL GIORNALE ON LINE

Saliamo sull’autobus di Dio e del Destino di Marcello Veneziani

«Il futuro è nelle tue mani», dicono da opposte sponde i soggettivisti e i fatalisti. Basta volerlo, dicono i titanici, lo hai in pugno. Basta leggerlo, dicono le chiromanti, è già scritto. La mano come sede della sovranità o come mappa della sorte. Entrambi, peccando per eccesso d’immaginazione, forse colgono mezza verità. Meglio allora tornare alla realtà per cogliere la sua pienezza. Guardate a lungo la vostra mano, in silenzio, magari prima di dormire o nell’inerzia assoluta di un pomeriggio estivo, quando la vita è sospesa. Guardatela con attenzione, la mano: la ricchezza allusiva dei segni che la solcano, come una romanzata storia racchiusa in un documento unico, eloquente e reticente al tempo stesso; fitta di intrecci, deviazioni e crocevia, in un manto di intarsi lavorato a mano; filigrane parallele come la pianta di un albero o la piantina di una città.

Un mondo è racchiuso nella tua mano. È un libro naturale e forse destinale, narra inferni e paradisi, la natura e il tempo che la leviga, l’origine e l’esperienza, i ricordi e i presagi, le carezze e le ferite. Nella mano forse è scritto il futuro, certo si legge il passato. Un’opera unica e universale, è l’autobiografia scritta a più mani, da te, dal mondo e da un Altro in un alfabeto vitale, indecifrabile ma espressivo, d’impronta personale. Se l’anima si rivela dallo sguardo, la vita si raccoglie nel cavo di una mano. Come nel gioco, metà è fortuna metà è perizia, così è la mano, topografia del gioco chiamato vita. Metà del nostro destino è nelle nostre mani: è vero, se siamo in grado di riconoscere pure l’altra metà, fino ad amarla.

Ho visto il fato nel tempio di Segesta, l’ho ritrovato a Selinunte e a Delfi. Ho visto il fato nella luce di un mattino, e poi sull’onda lunga della luna che si stendeva in mare. Ho visto il fato negli occhi di un morente e nello sguardo di un artista che traduceva in musica le tempeste della vita. Ma era il ritratto di un autore remoto. Non vedo nei vostri occhi nessuna traccia di destino. C’è motilità, c’è quantità di vite accumulate, c’è liberazione, piacere e angoscia, ma non c’è fato.

La sorte accade ma la vita scorre ignara, non combaciano gli sguardi con gli eventi. Anche la preghiera è un accartocciarsi nelle proprie umanissime perorazioni, anche la guerra è un cancellare il nemico sul display, senza offrirsi all’incontro epico col destino. E così lo scrivere e il poetare, canti di vanità e di solitudine, egocentrismi stesi al sole, talenti da rendere subito all’incasso. Non c’è destino negli occhi della vita, solo frenesia, attesa o rassegnazione. Vi definite contemporanei, ma si traduce estemporanei. Tutta la vostra vita si esaurisce nel vostro tempo e in quel piccolo cono di luce, nell’illusione che sia unico e assoluto. Non lascia traccia. È un dolore immenso non scorgere neanche un filo tenue che accenni al fato, un’impronta che non si disperde; è una perdita infinita, assoluta, irreparabile. Resta la speranza che da qualche parte si nasconda un destino, e vegli all’insaputa. Confidare negli agguati del destino.

C’è una condizione più disperante dell’avere un crudele destino: è non avere un destino. L’evento più inconsolabile che possa abbattersi su un uomo o una comunità è non avere un destino ma solo un’esistenza occasionale, avventata, galleggiare tra la vita e la morte, indifferentemente. Può esistere può non esistere, non fa differenza.

Senza il destino vincono le cose, e sulle cose vince il loro situarsi, e sul loro situarsi vince la loro rappresentazione, e sulla loro rappresentazione vince il loro apparire, e sul loro apparire vince la parvenza, in definitiva il niente. Non si dà apparire senza il suo contrario, scomparire. Il viaggio dal destino alla sua negazione è il viaggio dal chiarore all’oscurità attraverso la discesa nell’opaca gravità, dove le cose acquistano peso e perdono sostanza.

Dio è morto, andiamo a festeggiare. In Inghilterra si aprì una raccolta di fondi per una campagna pubblicitaria su bus e treni del metro londinese con questo slogan: «Probabilmente Dio non esiste. Perciò smettete di preoccuparvi e godetevi la vita». Il punto debole del messaggio, imitato poi a Genova, è proprio nel punto di maggiore correttezza british, in quel «probabilmente» che è apprezzabile dal punto di vista etico e logico, ma rovinoso sul piano esistenziale. Come spiegò Pascal, che di Dio e di calcoli se ne intendeva, se non sei sicuro dell’esistenza o l’inesistenza di Dio, meglio scommettere sulla prima perché hai due possibilità: se va male finisci nel tunnel della seconda, se va bene sei nella gloria di Dio.

Ma il problema, obiettano gli atei gaudiosi, è che intanto ci rimetti il godimento della vita: visto che del diman non v’è certezza, chi vuol esser lieto sia. Non hanno pensato a quanti in attesa del metrò vivono una sofferenza, un male incurabile, loro o di un loro caro, una vita sfortunata, depressione e solitudine, pensano all’impossibilità di godersi la vita, e vedono sfilare davanti a loro quel vagone con quella scritta: per loro non resta che buttarsi sotto il treno. Se Dio non c’è, la vita bella nemmeno, perché aspettare sulla pensilina?

Lo slogan grottesco degli ateobus genovesi annunciava una brutta notizia, Dio non esiste, accompagnata da una buona, non abbiamo bisogno di Dio. Un trionfalismo presuntuoso, smentito dalla realtà della condizione umana. Di quella campagna pubblicitaria di ateismo globale tuttavia c’è da gioire perché finalmente di Dio si parla e non solo per vendere caffè o acqua minerale nella pubblicità. E non importa che si usi un mezzo pubblico, cioè di tutti, e si comprino spazi pubblicitari per esprimere e veicolare opinioni e ideologie e ferire la sensibilità altrui. E non importa che la religione sia ridotta alla sfera privata mentre l’ateismo diventi pubblico e sfacciato. E non importa che invochi libertà di opinione su Dio chi non tollera opinioni politicamente scorrette e giudizi difformi su minoranze protette, idee e revisioni storiche, magari arrivando a considerarle perseguibili a norma di legge. E non importa che qualcuno ponga sullo stesso piano religioni e sette, dottrine e riti millenari e opinioni individuali, senso del divino e senso del comico, teologia e pubblicità, fede e tifoseria, ritenendo equivalenti culti, tradizioni, convinzioni radicate nell’uomo, nei popoli e nella storia con opinioni che si limitano a negare la fede altrui.

No, non importa, anzi è quasi una prova dell’esistenza di Dio e della convinzione di Chesterton e di Benedetto XVI che la religione del futuro sorgerà su una sottile forma di umorismo. Sarebbe bello che sui bus si parlasse di Dio e non Dio piuttosto che solo di calcio, veline e disguidi. L’ateismo gaio è forse lo scherzo di un angelo spiritoso che gioca divinamente con il mondo, su mandato del Signore, per coglionare l’umana presunzione. Un dio sorride dall’alto, giovane di vita eterna



© Copyright La Gazzetta del Mezzogiorno 11 marzo 2010

Spaesati, insicuri e isolati. Ci manca la vera comunità. Nell’età della comunicazione regnano i surrogati della collettività. di Marcello Veneziani

Esce oggi il nuovo libro di Marcello Veneziani Amor fati (Mondadori, pagg. 242, euro 18) di cui, per gentile concessione dell’editore e dell’autore, pubblichiamo un capitolo sui legami che vincolano una vera comunità. Al centro del denso saggio filosofico c’è il concetto di destino che «radica l’essere nel divenire, dà senso all’accadere, connette l’esistenza a un disegno e a una persistenza». Un antidoto, dunque, al senso corrente in cui predominano l’automatismo della tecnoscienza e dell’economia; e in cui il pensiero è ridotto a ludico solipsismo. Chiude il volume una rassegna di vite esemplari, in un senso o nell’altro, vere e proprie figure del destino nella mitologia contemporanea: da Michael Jackson ad Albert Camus, passando per Madonna, Che Guevara, James Dean, Lucia Bosè, Alain Delon e Ingmar Bergman


Nell’epoca spaesata, la comunità esiste come residuo possente che dà sostegno alla vita reale, è presente come lutto e orfanità ma anche come aspirazione comune. La famiglia, il gruppo, la città, l’associazione, la rete, la patria, l’ecclesia, benché in crisi, sono gli unici contesti in cui si esprime la vita, senza dei quali non avrebbe senso né sostegno la persona. Si è persona in relazione all’altro, perché persona – lo dice il suo stesso etimo – esige qualcuno che ci osservi. Siamo persone rispetto a qualcuno. Persona indica un carattere, una modalità specifica di presentarsi, perfino una maschera, che ha senso solo in rapporto col mondo; altrimenti non si è persone, ma solo individui. La persona esige relazione e la vita esige legame sociale. L’io prende corpo e misura rispetto a un tu, si qualifica e si definisce rispetto a un tu, e dentro un noi. E tuttavia, l’orizzonte comunitario sembra retrocedere al passato, sfumare nelle superstiti isole dell’ideologia, fino a diventare la proiezione onirica di solitudini a disagio. La famiglia è vissuta come luogo di evacuazione e tempo di smobilitazione, le associazioni sopravvivono se diventano occasionali e laterali luoghi di socializzazione o di rappresentanza degli interessi singoli; le città e le nazioni si riducono a sfondi paesaggistici, display o location; le religioni sono ricacciate nel privato come sette recintate, separate dal vivere civile e comune.
Una vera comunità non può essere sconfinata, universale, coincidente con l’umanità, perché la comunità delimita un noi e lo distingue dal resto; ma non può essere neanche il suo rovescio, una setta, una tribù, un circuito chiuso. Se è comunità esige sia una separazione sia un’apertura, è sempre un essere-con ma a viso scoperto, a cielo aperto. La comunità ha un territorio, delinea un confine e può avere anche un suo cuore segreto, ma non ha cinte murarie entro cui barricarsi. La comunità designa un’appartenenza, ma non preclude alla differenza. Altrimenti è una fortezza che si reputa assediata, non è un luogo di primaria esperienza del mondo ma una cittadella di reclusi, ostile al mondo. Comunità è comunicare. Si può essere congrega di asceti e ordine di cavalieri, ma non si può essere comunità civica chiusa all’esterno. La comunità è delimitata ma aperta. Se non subisce assedi, non può murarsi dentro.
La comunità non esclude al suo interno la solitudine, come l’essere in società non scongiura l’isolamento. Essenziale è la distinzione tra solitudine e isolamento, come ben distinse Hannah Arendt. La solitudine può essere un’indole, un’esigenza, una scelta, una conquista, perfino una beatitudine (Beata solitudo, sola beatitudo); l’isolamento è invece una perdita del mondo e una sconfitta, un impoverimento e un’emarginazione, un’inadeguatezza, una condanna e una sofferenza. L’isolamento non è la solitudine involontaria di cui scriveva Hume, perché non è sempre né solo inflitta dalla società. È una solitudine sgraziata, a volte subita a volte interiore, cioè covata nel proprio seno, irriducibile all’emarginazione e all’ingiustizia sociale. In una comunità è possibile la solitudine ma non l’isolamento, perché isolarsi presuppone la fuoruscita, la perdita, l’esclusione dalla comunità. In una società si può essere soli ma anche isolati; in una comunità invece si può essere soli ma non isolati, perché se si è veramente isolati si è già fuori dalla comunità. In una società è possibile distinguere una sfera pubblica e una sfera privata, anzi la società sorge su quella distinzione; una società malata non distingue, non tutela o addirittura inverte i rispettivi spazi che attengono alla vita pubblica e privata. In una comunità, invece, l’orizzonte privato tende a collimare con l’orizzonte pubblico, o quantomeno ad armonizzarsi e a riconoscere uno spazio comune in cui confluiscono e interagiscono il pubblico e il privato.
Prodotto tipico e contagioso dell’isolamento è l’insicurezza, che tende a espandersi. Le società prive di destino e di comunità pullulano di singoli isolati, sono abitate da milioni di eremiti – diceva Montale – che vivono il loro isolamento in piena folla. L’isolamento produce paura, genera domanda di sicurezza. Si tratta di domande di origine metafisica e psicologica, prima che sociale e militare, che investono il senso e l’identità, l’incertezza dell’esistenza in un orizzonte labile e l’incedere del vuoto e del nulla; ma il gigantesco, capillare sradicamento di ogni domanda in rapporto al destino costringe a dirottare le domande d’insicurezze sul controllo delle risposte e a circoscriverle nell’ambito della pubblica sicurezza. Accade allora che l’insicurezza si riduca a incolumità, la metafisica a ordine pubblico e l’incertezza della vita in rapporto al destino si trasfiguri, fingendo di assumere concretezza, in paura sociale dello straniero, del criminale, del pedofilo, in generale del disordine e dell’anomia. In un percorso inverso e paradossale rispetto alla critica alla religione degli illuministi e poi di Feuerbach, accade che si proietti in terra un bisogno di cielo, e si invochi il vigilante in luogo dell’angelo custode, si installi una ronda o una postazione di pubblica sicurezza laddove manca un’edicola sacra e protettiva; si risponda con l’ordine poliziesco a una domanda di ordine esistenziale e si prometta tutela dei singoli da ogni prossimità inquietante mentre la domanda da cui sorgeva l’insicurezza era incentrata sul bisogno di comunità. Non è l’estraneo che spaventa, ma è il venir meno di quel che è nostrano a disorientare.
Le comunità soffrono meno di queste paure rispetto alle società spaesate perché sono rassicuranti, familiari e calde; l’insicurezza si accompagna all’isolamento. L’assenza degli dei, del fato e della comunità viene compensata con il raddoppio della vigilanza. La perdita d’identità è risarcita con l’aumento dei controlli.
L’estensione della società al pianeta, lo sconfinamento del locale nel mondiale e la rete globale di relazioni telematiche rendono sempre più evanescente l’appartenenza stessa a una società. Più la società si estende e più perde ogni traccia di contorno, fino a realizzare l’idea popperiana che la società sia solo un’astrazione platonica e che esistano soltanto gli individui con le loro dirette e occasionali relazioni. Se la società è un concetto astratto, il mondo non è fondato sui legami ma è regolato da leggi e contratti, le consonanze si fanno solo sincronie, perché sono fondate soltanto sul temporaneo convergere di interessi e apprensioni; le relazioni non prevedono comunanza ma tecnologia. È la tecnica a rapportarci al mondo; le comunanze al più consentono di stabilire rapporti sentimentali nell’ambito dell’affettività privata.
A uno sguardo più attento, potrebbe perfino modificarsi la considerazione da cui siamo partiti circa il tramonto della comunità; a tramontare sembra essere piuttosto la società che cede il passo a una frammentazione di meteoriti individuali o tribù microsociali e di solitudini globali, mentre la comunità resiste almeno in tre ambiti: come nostalgia del passato, come prospettiva del futuro e come sentimento intenso nel presente. La comunità abita in interiore homine, come vuoto e come attesa, ma anche come percezione di legami elettivi e naturali che sentiamo come fondativi della nostra vita e del suo senso. Per questo, la comunità oggi acquista vigore proprio nella solitudine, come invocazione, memoria e pre-sentimento. Viceversa diventano pericolose, quanto artificiose, le pseudocomunità che sorgono dall’isolamento perché sono agglomerati ringhiosi di risentimenti ed emarginazioni che armano le frustrazioni fino a renderle militanti. Tanto sono aggressive le pseudocomunità di clan, di club o di quartiere quanto sono fittizie e interiormente vuote. Possono attenere tanto a un villaggio quanto a un branco o a un collettivo. Reti effimere, occasionali, hobbystiche, orgiastiche, emozionali, virali... La comunità sorge da un’esigenza naturale che si costituisce in orizzonte culturale. Entrambi la radicano nel tempo e nello spazio. Il nesso tra natura e cultura è l’orlo del destino.
«Il Giornale» del 2 marzo 2010

Addio all'ultimo tabù ora la morte si fa bella. Di Marcello Veneziani.

Le polemiche sull'eutansia. Dopo secoli di pudore e rifiuto il dibattito pubblico sulla fine della vita si è improvvisamente rovesciato Ora c’è silenzio su chi sceglie di andare avanti e solidarietà verso chi annuncia che preferisce andarsene

Ma è possibile che l’umanità e la dignità della persona, e persino l’amore, si siano rifugiati nell’eutanasia? Leggo ogni giorno dichiarazioni e articoli pieni di umanità e d’amore dedicati a persone che decidono di morire o aiutano a morire.

Il caso Crisafulli, il caso Gosling, il caso Purdy, il caso Ewert, perfino l’anniversario del caso Englaro, del caso Welby e centinaia di altri casi. Più partecipi si fanno poi i racconti se i morenti e i loro aiutanti sono omosessuali, come se l’amore più puro fosse quello che non può procreare, cioè dar vita. L’atto supremo d’amore è considerato dar la morte al proprio partner malato.

Non leggo mai elogi a chi decide di vivere nonostante le condizioni estreme di vita o a chi procrea pur con una gravidanza a rischio mortale; solo elogi e comprensione a chi decide per la morte. Vedo poi una serie di film e interi scaffali in libreria dedicati al libero morire, al testamento biologico, al suicidio. Quasi tutti orientati in favore dell’eutanasia. È impressionante notare come il tabù della morte su cui è fondata la nostra epoca, ovvero la scomparsa del morire dai nostri orizzonti, il tacere, eludere, rimuovere la sua rappresentazione e perfino la parola, si sia d’un tratto rovesciato in un diffuso accanimento mortuario.

A ben vedere, però, si tratta di uno slittamento di senso perché il nodo naturale e soprannaturale del morire cade in secondo piano rispetto alla nostra libertà di decidere e di recidere il legame con la vita. Non dunque una cogitatio mortis, un pensare la morte, ma una rivendicazione della nostra sovranità sul morire. Sul tema non riesco ad avere opinioni nette e chiare, e non invidio coloro che le nutrono perché in quell’incertezza colgo il segno della condizione umana. Riesco solo a distinguere tra la sfera pubblica, comunitaria, e la sfera, non dirò privata, ma interiore, intima, personale.

Per la prima continuo a pensare che compito di un medico, di un ospedale, della legge e dell’autorità, della società e delle sue agenzie civili e religiose, sia quello di essere dalla parte della vita. E dunque di proporsi comunque di salvaguardarla, di scommettere sulla vita fino in fondo; evitando certo lo strazio dell’accanimento terapeutico ma tutelando quel fil di vita fino a che è possibile. E dunque reputo l’eutanasia a norma di legge un pericoloso cedimento allo spirito di morte che aleggia nella nostra società e fa il paio con la denatalità, gli amori sterili e la disperata opulenza.

Il suicidio dell’occidente di cui scriveva James Burnham mezzo secolo fa diventa orizzonte comune ad altezza di singolo. I confini dell’eutanasia sono poi incerti e insidiosi; a volte si citano casi estremi per far passare gradualmente l’idea che sia possibile liberarsi di vite malate o semplicemente stanche, di rami secchi e di pesi morti, che magari possono essere utili magazzini di ricambi per trapianti d’organi vitali. Un po’ quel che avviene nel girone inverso con l’aborto. Insomma, forme larvate di suicidio.

Invece è bene ricordare, prima della cristianità, la concezione pagana della vita come milizia, che fu di Cicerone; cioè l’idea che non si possa disertare, perché la vita non è solo nostra e ai suoi confini estremi non ci appartiene: ci fu data, ci sarà tolta. Amor fati, amate il vostro destino. Ai giovani tentati dal suicidio esorto all’avventura, al rischio in proprio, non a spese altrui, s’intende: giocatevi la vita più che buttarla via. Però se passo dal piano pubblico della civiltà al piano personale e interiore, allora il discorso assume altre prospettive.

È in gioco la dignità del vivere e del morire, il nostro umanissimo desiderio di non trascinarci come ombre di noi stessi e larve d’uomini, di non soffrire e di non far soffrire. Ti risalgono nella memoria e negli occhi il gesto o le ultime parole di una Cara Morente che ti chiedeva di essere portata a casa e poi fa il segno con l’indice e il medio di una forbice, come a tagliar la spina. Ti risalgono le parole di un Vecchio malato che si chiama la morte ogni giorno, pur avendone terrore, e ripete: che senso ha vivere ancora così malandato e vecchio. E tu ti vergogni nel primo caso se non hai il coraggio di assecondarla e ti attacchi invece a quel fil di vita; o nel secondo ti vergogni quasi a sperare, anche se lo ami quasi più di te stesso, che il vento se lo porti via e assecondi il suo desiderio di partire. Perché quello è il desiderio che coltivi anche per te stesso, di non trascinarti quando la vita diventa solo l’ombra del morire.

E allora, nei casi estremi, è possibile assumere sul piano personale una decisione tragica, ma senza pretendere il conforto della legge e della religione e il consenso della società e delle istituzioni. Ti assumi tutte le responsabilità della scelta e le conseguenze; un giudice rigoroso e misericordioso ti condannerà anche simbolicamente, sancirà un verdetto e un principio ma non pretenderà di aggiungere pena a dolore. Sul piano personale arrivi perfino a capire l’uso antico in certe popolazioni dei vecchi che si allontanavano dalla comunità per lasciarsi morire in disparte e riprendi un’idea fatalista che allarga a dismisura i confini dell’accanimento terapeutico. Poi però torni nella sfera pubblica, leggi tutti quei discorsi in favore del morire e ricordi quel piccolo, forse indecifrato, episodio accaduto giorni fa a Salvatore Crisafulli, da sette anni ridotto in condizioni quasi vegetative, ma con residua lucidità. Gli avevano chiesto di chiudere le palpebre se desiderava vivere e di tenerli aperti se invece, come sembrava, desiderava morire.

Mi era parsa un’inversione rituale, quella richiesta: sarebbe più giusto che chi vuol vivere tenga gli occhi aperti, chi vuol morire li chiuda. Poi però mi sono ricordato dell’Imperatore Adriano che voleva entrare nella morte ad occhi aperti e allora ho capito che forse era più giusto il contrario, chiudere gli occhi per continuare a vivere. E lui, Salvatore, li ha chiusi, come a offrirsi ciecamente alla sorte e alla vita.

Che volete, provo più tenerezza e trovo più amore in quel battito di ciglia in favore della vita, piuttosto che in quel cuscino con cui Gosling ha soffocato il suo compagno malato per non farlo più soffrire. Umani entrambi, per carità, e meritevoli di pietas ambedue; ma nel primo c’è forse una piccola traccia di divino, nascosta in un alito di vita ulteriore.


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C’è un Camus "straniero" e rimosso. Di MArcllo Veneziani

Il destino si prese gioco di Albert Camus il 4 gennaio di cinquant’anni fa. Doveva rientrare dalla Provenza a Parigi, aveva il biglietto del treno, ma l’editore Michel Gallimard lo convinse a partire con lui in auto. Morirono in un incidente stradale. Trovarono Camus privo di vita ma con il volto sereno e stupito; aveva in tasca il biglietto ferroviario della salvezza mancata. Portava con sé pure il manoscritto de Il primo uomo, che segnava il ritorno al padre e alla terra d’origine.
Camus non aveva ancora compiuto 47 anni, ma aveva già ricevuto il premio Nobel, era un personaggio di culto. Scrittore di grido, intellettuale di denuncia, filosofo esistenzialista, secondo la moda del tempo, star del teatro e dei giornali. E fratello maggiore dei ribelli, forse precursore del ’68. Eppure la fama di Camus soffre di emiplegia: si ricorda soltanto il suo lato corretto e scontato, la critica al nazismo e alla pena di morte, la resistenza, il libertarismo laico e insofferente, la fama di intellettuale gauchiste, la sua origine umile di immigrato algerino. Meno si ricorda la sua rottura con il Partito Comunista, in cui militò brevemente, la polemica con Sartre, cattivo maestro, e la sua spiccata solitudine rispetto agli intellettuali organici e ai profeti delle masse, lui accusato da loro di essere «moralista disimpegnato»; il suo senso religioso e nietzscheano, l’assurdo come chiave della vita e la diffidenza per la ragione storica e progressiva; il suo amore per la cultura e la luce mediterranea, la predilezione per la bellezza e per la filosofia neoplatonica.
Sappiamo cosa resta di Camus narratore: opere come Lo straniero e La peste, e non solo. Ma sul piano delle idee e dei saggi, prima che per una teoria, un’opera, o il rigore di una filosofia, Camus merita di essere ricordato soprattutto per tre cose. In primo luogo Camus ha capito che la filosofia come sistema e come carriera accademica, come scienza astratta e come linguaggio astruso, era ormai finita. Certo, restano nel Novecento grandi filosofi, come Heidegger e Wittgenstein, Croce e Gentile, Bergson e Ortega, e altri. Ma dopo Nietzsche, Marx e Dostoevskij, la filosofia è morta. Il nichilismo non annuncia solo la morte di Dio, ma attesta anche la morte della filosofia, il suo disfarsi. La tecnica ne ha preso il posto da quando l’agire domina sul pensare. Alla filosofia è possibile vivere solo uscendo dalla teoria e dall’accademia ed entrando nella vita, fin dentro la sua condizione assurda. Farsi esistenza e racconto, pensare ad altezza d’uomo, incontrando l’universalità nell’esperienza personale.
Camus ha cercato di rianimare il pensiero con l’arte, ha cercato il punto di fusione tra filosofia e letteratura, e lo ha trovato nella vita alla luce del sole. Qui s’incontra il secondo grande motivo di fascino dell’opera di Camus. Il suo pensiero si radica nel paesaggio, nel sole, nel mare, nei colori del Mediterraneo. Pensiero meridiano chiamò Camus la sua geofilosofia; «il Mediterraneo dove l’intelligenza è sorella della luce cruda». Una filosofia profondamente meridionale, greca e latina, animata dal genius loci. Nella sua visione del mondo affiora il lucore dell’infanzia algerina e poi della Provenza, descritti nei suoi magnifici saggi solari dedicati all’estate e al ritorno. Una passione speciale nutre Camus per l’Italia, vista come sintesi tra la sua terra nativa, l’Algeria («la dolcezza di Algeri è piuttosto italiana») e la sua terra d’elezione, la Provenza. L’Italia, scrive ne Il rovescio e il diritto, è la «terra fatta secondo la mia anima».
Nella sua filosofia del paesaggio c’è un riferimento remoto, classico, ed uno vivente, prossimo. Il primo è Plotino, metafisico della bellezza e dell’Uno, venuto dall’Egitto a Roma, che per Camus «pensa d’artista, sente da filosofo... la sua ragione è vivente, piena, commovente come un melange di acqua e di luce», sul filo di una solitudine innamorata del mondo e di una «squisita malinconia». Parlando di Plotino, Camus parla di se stesso. Il riferimento prossimo è invece Jean Grenier che fu suo insegnante e poi suo amico e che lo folgorò da ragazzo con i suoi scritti dedicati al mare, alle isole e all’ispirazione mediterranee, sulla scia di Paul Valéry. Il maestro sopravvisse al discepolo e scrisse su Camus un libro di ricordi.
Per Camus la rivolta è una ribellione metafisica contro la condizione umana, non riducibile alla rivoluzione sognata dalle ideologie totalitarie di massa. La rivolta di Camus conserva il fremito della libertà e l’impronta della solitudine, non si fa mai imposizione. La sua rivolta non nasce dall’insofferenza verso il reale, dall’odio per l’esistente e verso la propria patria, ma al contrario: «Sceglieremo Itaca, la terra fedele, il pensiero audace e frugale, l’azione lucida, la generosità dell’uomo che sa. Nella luce, il mondo resta il nostro primo e ultimo amore». Non l’utopia del mondo migliore e dell’uomo nuovo, ma la solidale fratellanza con l’uomo e il mondo reale.
Da ragazzo, cercando motivi di rivolta opposti alla retorica rivoluzionaria dei contestatori, lessi insieme La rivolta ideale di Oriani, Rivolta contro il mondo moderno di Evola e L’uomo in rivolta di Camus. Fui colpito dalla morale eroica del ribelle camusiano che preferisce «morire in piedi piuttosto che vivere in ginocchio» e nel Mito di Sisifo aggiunge: «ciò che si chiama ragione di vivere è allo stesso tempo un’eccellente ragione di morire». Il suo ribelle non cade nel narcisismo dorato del dandy, ma neanche nel cupo settarismo del rivoluzionario di professione. Camus non celebra la morte di Dio, ma lotta con Dio incessantemente; la sua fu una religiosità polemica.
Camus tracciò una filosofia dell’amore. «Se fossimo déi non conosceremmo l’amore» dice con Platone; ma «l’uomo - scrive nei Taccuini - si realizza solo nell’amore perché vi trova in forma folgorante l’immagine della propria condizione senza avvenire». Camus sottrae l’amore all’eternità e lo rende umano, cioè fugace. Il suo fascino è la sua precarietà, il suo tramontare.
Amo di Camus l’atmosfera pomeridiana della siesta, la nostra meridionale controra, la metafisica del caldo, il ronzìo delle mosche e il sapore mediterraneo dell’anisette che diventa pastis in Provenza, l’incanto del mare, la solitudine come sete d’eternità, gli dei che «parlano nel sole e nell’odore degli assenzi...». La filosofia di Camus combacia col mito e soffia con il vento della vita. Una volta, mentre navigava l’Atlantico, Camus indicò curiosamente nei 57 anni l’età in cui avrebbe portato a compimento la sua opera e trovato quel che cercava: dopo i 57 anni - annotò sul suo taccuino di bordo - verrà la vecchiaia e la morte. La morte precoce lo rubò alla vecchiaia, al compiersi dell’opera e al ritrovamento di quel che cercava. Camus restò incompiuto come l’uomo in rivolta e il suo Sisifo; condannato all’eterna, irrequieta giovinezza.

"Sono l'islamico Mohamed La maestra mi nega il presepe". lettera immaginaria di un bambino musulmano esasperato dallo zelo multirazziale. M. Veneziani

Salve, sono Mohamed Venez-Janiì, bambino musulmano di anni dieci. Stamattina ero contento di andare a scuola perché dovevamo andare a vedere il presepe e a festeggiare con i canti di Natale. Invece stamattina la maestra ha detto che per rispetto nei miei confronti si resta in classe e non si festeggia Natale. Gesù Bambino è troppo offensivo per noi islamici, ha detto, la Madonna vergine, devota e madre, è un insulto ai diritti delle donne, i Re Magi sono tre offese alla Costituzione repubblicana, gli Angeli sono una presa in giro dei trans, il bue e l’asinello sono un’offesa ai diritti degli animali ridotti a termosifoni della grotta, e il panettone è un insulto consumista alla fame nel mondo. Ma il Natale tutto, ha detto, mortifica quelli come me, che non sono cristiani, ci offende e ci prende pure in giro perché ci riduce nel presepe a beduini, pastori e cammellieri. Ma la maestra non sa che per noi islamici beduini non è un’offesa, e nemmeno pastori e cammellieri. Mio zio è cammelliere e ha pure le capre e io da grande volevo fare il beduino. Comunque Natale non si festeggia per rispetto mio.

La maestra della classe accanto, più furba, ha trasformato il Natale in festa della luce: io non lo so, perché vengo da lontano, ma forse a Natale si festeggia la santa natività dell’Enel. La maestra del piano di sotto, invece, non ha fatto festeggiare e ha spogliato l’albero di tutte le palle luminose perché quattro ladri hanno rubato l’insegna ad Auschwitz; ma non ho capito che c’entra con Gesù Bambino.
Non vi dico la rabbia che mi ha preso quando ci ha detto che non si andava più a cantare «Tu scendi dalle stelle» e non si mangiava più il panettone per rispetto di noi islamici. E non solo mi sono arrabbiato perché ci hanno tolto una bella mattinata di festeggiamenti, ma questa cosa che non si festeggia perché ci sono io musulmano mi ha fatto odiare per la prima volta da tutti i miei compagni di classe perché hanno capito che a causa mia e della mia famiglia non si festeggia Natale e non si canta ma si interroga e si fanno i compiti. Mi hanno preso per uno che piange e si arrabbia se gli altri festeggiano, non ama il Bambinello e detesta la Madonna come il Panettone.

Dicono che vengo dalla Rabbia saudita. Non mi invitano più alle feste perché pensano che io sono contrario e gliela tiro. Vedono me, mia madre Fatima e mio padre Alì, come guastafeste e anche un poco terroristi. E invece non è vero: a me piace Natale e a casa mia di solito a Natale si mangia l’Agnellone perché pure per noi è una mezza festa, mi è simpatico il Bambinello, la gente intorno al presepe è tutta delle parti mie, non c’è nemmeno un personaggio padano o inglese. Tutti mediorientali come me. Salvo gli angeli che sono come le hostess degli aerei, vivono in cielo e non hanno una terra loro.

Questa storia che si deve rispettare me che sono islamico mi ha stufato. Il giorno prima della festa di tutti i santi, la mia maestra ha detto che non dobbiamo festeggiare perché si offendono non solo gli islamici, gli ebrei e i non credenti ma pure i protestanti. Poi, d’accordo con il capo d’istituto, ci ha riuniti tutti intorno alla cattedra e ha tolto dal muro il crocifisso. Ha detto che quel segno lì, sperduto sul muro a fianco alla lavagna, che non avevo mai notato, offendeva me e tutti quelli che come me non credono e non pregano per Cristo. A me è dispiaciuto vedere quel poveretto magro magro e già sofferente, pieno di sangue e con quei chiodi conficcati nelle mani e nei piedi, finire in una busta di plastica e andare chissà dove; raccolta differenziata, almeno spero. I miei amici dicevano: ma che ti ha fatto Gesù Cristo, che ha fatto alla tua famiglia? E io non sapevo cosa dire perché non mi aveva fatto niente, non mi offendeva affatto, mi faceva pena. Mio padre ne aveva parlato pure bene, diceva che era un profeta, comunque una brava persona. E non ce l’aveva con noi musulmani né tifava per gli americani anche perché quando c’era lui, non c’erano ancora né l’Islam né l’America.

Ma ora che la maestra ha tolto il crocifisso, l’albero, il presepe, la festa di Natale, i canti e le preghiere perché offendevano me, una mia amichetta ha detto: ma perché sei così incazzuso e ti offendi per ogni cosa che abbiamo e festeggiamo noi? Ma io non mi offendo affatto, è lei, la maestra, che dice così. Ho paura che ci toglieranno pure Pasqua perché offende noi musulmani. Ho paura che si inventeranno qualcosa per toglierci pure le vacanze dell’estate e diranno che non si fanno perché noi musulmani odiamo il mare e preferiamo il deserto. Bugia, a me piace il mare. Io non so perché voi italiani vi vergognate di fare le cose che avete sempre fatto, di far vedere agli altri le cose che vi piacciono da sempre; non volete farci capire che pure voi avete un dio, solo che lo chiamate e lo vedete in altro modo. Ho l’impressione che questa maestra - che legge la Repubblica ma siccome è pluralista, come dice lei, porta a volte in classe l’Unità, Il fatto e Il manifesto - trova la scusa che c’è in classe l’islamico ma è lei che non sopporta il Natale.

Forse perché s’annoia, forse perché da bambina perdeva a tombola, forse perché il marito la trova racchia, o non so, perché detesta la Croce, il Papa e tutti i suoi dipendenti. A me il presepe piace; mi piace meno quel panzone vestito di rosso, Babbo Natale, che mi sembra un pagliaccio carico di vizi, pensa solo a ingrassare e a farci ingrassare e mi fa pure paura perché è travestito. Anzi una volta ho chiesto alla maestra come si dice di uno che ama i bambini? E lei mi ha detto «pedofilo».

Babbo Natale allora è pedofilo. Perché non lo mettete in galera? Ma poi non dite che lo fate per rispetto del bambino islamico. Smettetela perché se andiamo avanti così, nessuno mi invita più a giocare insieme. Non avete capito che a forza di rispettarmi, mi state escludendo da ogni vostra festa. Comunque ora che non ci sente la maestra dico la parolaccia: Buon Natale.


Il Giornale 22 dic. 2009

Radicali, cinici, giacobini Il grande filosofo previde l’arrivo dei comunisti 2.0

di Marcello Veneziani
Tratto da Il Giornale del 23 novembre 2009

A ugusto del Noce quasi si vergognava della sua intelligenza, aveva pudore della sua profondità e la nascondeva sotto il velo affabile della sua cortesia.

Quando parlava in pubblico non aveva un eloquio fluente, ma tormentato: partecipavi al travaglio di un parto, ma eri ammesso a vedere il lavorìo della sua intelligenza mentre forgiava i suoi pensieri e li sfornava davanti a te, caldi e ancora contorti. La sua scrittura era invece limpida ed efficace, nonostante non concedesse nulla ai tempi e alle vanità del filosofo. Del Noce morì alla fine dell’89, giusto vent’anni fa, e vide appena la caduta del Muro ma previde più di ogni altro l’esito mondiale e italiano del comunismo. Il passaggio dal comunismo al consumismo, e dal Pci al partito radicale di massa, fu descritto perfettamente da uno che poi non lo vide. Se n’è parlato nel fine settimana tra Roma e Cassino in un bel convegno a lui dedicato dal Cnr, con molte voci, da suo figlio Fabrizio a Buttiglione, dai delnociani della Fondazione a lui dedicata a Perfetti, de Mattei e altri, me compreso. Tutto nel silenzio assordante dei media. Eppure Del Noce l’inattuale ha compreso la nostra attualità più del suo amico e antagonista Bobbio o delle vulgate radicali, marxiste e neoazioniste. Provo a dire in quattro parole le ragioni della sua solitudine e della sua attualità. Mentre la cultura italiana definiva provinciale tutto ciò che nasceva in Italia e considerava, già prima dell’avvento di Berlusconi, il caso italiano come l’anomalia di un Paese che non era entrato nella modernità perché aveva avuto la Controriforma senza aver avuto la Riforma protestante, e perciò aveva avuto il fascismo, Del Noce considerava al contrario il nostro Paese come il paradigma dell’Occidente, il laboratorio in cui si sperimentò il difficile rapporto con la modernità, il marxismo, il fascismo. E, sul piano politico, mentre la cultura ufficiale del nostro Paese considerava il fascismo, con più indulgenza il comunismo e infine la Democrazia cristiana come tre cause di ritardo della modernità, tre resistenze al progresso, Del Noce, al contrario, ravvisava nel fascismo, nel comunismo e nella stessa Dc tre processi, assai differenti, di scristianizzazione del nostro Paese. Il fascismo combatteva molti degli avversari della cristianità ma restava prigioniero del suo attivismo irrazionale, della sua volontà di potenza e del culto della guerra e della violenza. L’italocomunismo, nella sua versione gramsciana, portava l’ateismo alle masse e concorreva allo sradicamento civile e religioso. Del Noce individuava nell’intreccio tra sinistra e poteri economici e ne la Repubblica di Scalfari i luoghi di passaggio dal comunismo, con il suo afflato religioso e la sua impronta popolare, ad un laicismo radical, cinico e neo borghese, di tipo liberal o giacobino. E la Dc, a cui pure Del Noce era vicino, lasciava che il comune sentire degli italiani, la cultura e il senso religioso, scivolassero dolcemente verso la scristianizzazione della società opulenta.

Con una diagnosi del genere, Del Noce si situava agli antipodi delle culture egemoni del nostro Paese, in totale solitudine. Accolto solo dal piccolo mondo della destra colta. E più solo si ritrovava Del Noce, antifascista ai tempi del fascismo, quando sosteneva che l’antifascismo sopravvissuto al fascismo era un fenomeno negativo e dissolutivo. L’antifascismo per Del Noce non poteva costituire la religione civile degli italiani. Il Risorgimento, invece, sì. E qui Del Noce si separava anche dai cattolici reazionari e antirisorgimentali ritenendo che l’idea stessa di Risorgimento, come resurrezione, fosse rimasta incompiuta e fosse necessario saldare l’idea di nazione a quella di tradizione, civile e religiosa. Pur cattolico, Del Noce non era clericale; coltivava una visione dantesca dell’Italia e non solo giobertiana. Con un’espressione da lui non usata, ho sostenuto che Del Noce sia stato il filosofo che ha pensato la religione civile per il nostro Paese. Religione civile da non confondere né con le religioni secolari e politiche che vogliono sostituire la religione con un’ideologia salvifica e con l’attesa di un paradiso in terra; né con la teocrazia medievale o di tipo islamico che uccide la libertà nella coincidenza forzata di fede e cittadinanza. Del Noce non scioglie la politica nella religione, né la religione nella politica, ma neanche le separa come farebbe un cattolico liberale; ma afferma la necessità di attingere alla tradizione religiosa per fondare i valori condivisi di un popolo. La religione civile di Del Noce è la rilettura nel nostro tempo della teologia civile di Vico. Sposare Libertà e Verità, persona e comunità, fu il cuore della sua ricerca.

In questa luce, Del Noce è stato il filosofo politico e civile del pontificato di Papa Wojtyla, mentre Ratzinger ne era il teologo e il dottrinario. Con il Papa Del Noce condivise la critica al comunismo e la lettura del dopo comunismo, l’avvento di una società permissiva e nichilista, sazia e disperata. E con il Papa condivise la necessità di correlare l’idea di nazione al senso religioso, verità e libertà, diritti dei popoli e diritti della persona. L’anno in cui salì al soglio pontificio Wojtyla, Del Noce scrisse Il suicidio della rivoluzione, che prefigurava la fine del comunismo, di cui quel Papa sarebbe stato il primo ispiratore.

Fui molto vicino negli ultimi anni a Del Noce, ebbi un sodalizio di pensieri e di incontri, di riviste e fondazioni, di cui c’è traccia anche nei suoi taccuini. Fu Del Noce ad aprirmi le porte al settimanale vicino a Cl, Il Sabato, e ad andare di persona da Gianni Letta, allora direttore de Il Tempo, per proporre un mio articolo culturale che gli era piaciuto, da cui scaturì la mia collaborazione alla pagina culturale del quotidiano romano. Lo vidi una settimana prima che morisse a casa sua, perché mi consegnò l’introduzione autografa ad un mio libro, che sarebbe stato il suo ultimo scritto. Accolse l’idea di un libro dialogo sul profilo ideologico del Novecento, che avremmo realizzato a conclusione del suo Gentile, poi rimasto incompiuto. Disse con una punta di civetteria che avrebbe voluto rivalutare Togliatti e pure Stalin rispetto alla nuova sinistra. Anche quella sera del 22 dicembre fu affabile ma affaticato, reduce già da un infarto; mi apparve disfatto come un uccello senza piume. Ci scambiammo gli auguri per il Santo Natale e per il Nuovo Anno, ma per lui valsero solo i primi.

Così i giudici ci condannano a un uomo senza umanità. Marcello Veneziani

Una sentenza idiota come quella della Corte di Strasburgo ha ottenuto subito, nel giro di ventiquattr’ore, i seguenti, strepitosi risultati: ha riacceso il Medioevo e lo scontro antico tra guelfi e ghibellini, costringendo anche i secondi a farsi cristiani e crociati; ha riportato in auge la demenza furiosa della rivoluzione francese che eliminava i simboli del cristianesimo e li sostituiva con grotteschi surrogati che furono spazzati via nel giro di pochi anni senza lasciar traccia; ha costretto la Chiesa ad abbandonare i toni ecumenici e dialoganti, spingendola alle crociate e allo scontro frontale; ha ridicolizzato l’Unione europea, cancellato la storia e l’identità europea, in uno dei rari punti fermi e comuni, allargando il fossato tra i cittadini e le istituzioni, gli europei e la giustizia, la realtà e le leggi. Complimenti, bel lavoro. Neanche Bin Laden era riuscito a ottenere questi risultati. Chiedo ai magistrati di corte vedute: eliminato il crocifisso, quali sono i simboli che evocano e unificano l’Europa? In che segno si possono riconoscere gli europei? Non trovo simboli, solo gadget.
Ma i crocifissi nelle aule sono una minima realtà rispetto all’occupazione di spazi pubblici da parte di più ingombranti simboli cristiani.
Tutte le nostre piazze, i nostri ospedali, i nostri palazzi storici, le nostre vie di centro e di campagna pullulano di enormi, vistosi segni di cristianità. Dovremmo foderare i nostri centri urbani per impedire l’esibizione così pacchiana della cristianità. Propongo in nome di pubblicità-progresso e di ateismo-civismo di rivestire le nostre cattedrali, le croci esibite negli spazi pubblici, i santuari debordanti con pannelli solari, poster pubblicitari e scritte inneggianti ai diritti umani contro il razzismo e per la libera sessualità.
Anzi per prendere due piccioni con una fava, perché non rivestire con giganteschi preservativi i simboli religiosi, educando al tempo stesso i cittadini alla profilassi sessuale? È quella la nuova universalità, lo spazio pubblico per tutti: il salutismo ambientale, l’igiene sessuale, il consumo globale, il politically correct.
Occultiamo i segni deplorevoli e rétro di fede religiosa in luoghi civici, con cartelloni più o più corretti, un po’ come si fa con i palazzi in via di ristrutturazione. Coprite San Pietro con una finta facciata che simula un paesaggio naturale tipo Levissima o un’immagine multirazziale tipo Benetton. Così esaltiamo la natura, i consumi e i diritti umani e nascondiamo queste feroci e arcaiche croci, questi assurdi santi e queste invadenti Madonne. Basta con le Vergini, vogliamo i Trans che più riflettono la condizione contemporanea e il diritto umano di mutare sesso.
È inutile prendersela con una piccola croce persa nel muro di un’aula scolastica o un tribunale, passa meno osservata di un gigantesco campanile, una croce che torreggia su una piazza civica, una cattedrale incombente su un municipio. Sono queste da coprire e rimuovere, prima che i crocifissi mignon. E così tutti quegli ospedali religiosi, quelle scuole e università cattoliche, quei luoghi di carità con simboli religiosi, che oppressione.
Ma come fai, giudice di Strasburgo, a ricoverarti al Santo Spirito, portare al Bambin Gesù la tua creatura, far partorire la tua compagna alla clinica Santa Maria del Soccorso? Non ti senti offeso nella tua libertà, ferito nei diritti umani? Ribattezziamo il Fatebenefratelli in Fatemalesorelle, nel nome delle pari opportunità.
Rifiutate le cure al Sacro Cuore, non chiamate agenzie di pompe funebri con quei nomi da credenti, tipo la Cattolica, chiamate il Pronto Intervento Laico per i Morti Emancipati. Basta con la Croce rossa, rovesciamola in Testa rossa. Poi tutti quei palazzi municipali, musei e biblioteche con segni e nomi di santi - Palazzo san Giorgio, Palazzo san Domenico - che violazione dei diritti umani. Sindaci e presidenti, non offendete laici e musulmani, ribattezzateli con nomi dei nuovi martiri: immigrati clandestini e rom, gay e trans.
C’è un retrogusto d’imbecillità in questa Cristofobia che si accanisce con il simbolo meno clericale che ci sia. Fu il clero infatti a condannare Cristo in croce, fu il Sinedrio, tramite il braccio temporale. Non c’entra la fede religiosa, che attiene alla vita di ciascuno e alla sfera di valori si comuni ma non statali. Parliamo di un simbolo fondamentale della nostra civiltà che fa parte integrante della nostra storia ed esperienza di vita. Vi sentite offesi dai simboli civili e religiosi, quando andate in un paese islamico, in Israele, in India o in Africa? Inaccettabile sarebbe imporre il culto, pretendere che tutti si inginocchino e si facciano il segno della croce; ma l’esposizione pubblica è il segno di un’eredità millenaria, di una cultura europea, di una memoria e non di una fede condivisa.
Quest’idea di umanità è disumana, perché immagina un individuo senza volto, senza storia, senza tradizione; un puro essere astratto nella sua essenziale vacuità.
Non esiste l’Uomo in astratto: esisti tu, io, noi, voi, i cattolici, gli islamici, ecc. Si possono ostentare le preferenze sessuali, manifestare orgoglio omosessuale, si può esprimere perfino la preferenza per il satanismo; e invece dobbiamo nascondere la croce.
Ma che razza di libertà state disegnando? Un mostro freddo, inumano, barbaro e insignificante; uno squallido spazio vuoto affacciato sul nulla. Infine, agli atei come Odifreddi e Giorello che ricordano le persecuzioni della scienza nel nome della Croce, come quelle subite da Galilei o da Giordano Bruno, vorrei ricordare che nel nome dei diritti umani, dell’uguaglianza e della fratellanza, furono uccisi il chimico Lavoisier e il poeta Andrea Chenier. Che facciamo, aboliamo pure i diritti umani?

© Copyright Il Giornale, 5 novembre 2009