DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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C’è analogia tra l’égalite giacobina e il “love is love” di oggi? Sì, purtroppo


Antonio Gurrado

Ho capito il motivo per cui non solo è
giusto ma anche ragionevole che i conservatori
siano contrari alle unioni civili e
alle nozze gay. Non è ritrosia verso l’adozione
dei figliastri (che già tradotta in italiano
suona molto meno accattivante della
stepchild adoption) né timore che s’ingeneri
un disordine sociale peggiore di quello
in cui già sguazziamo, e nemmeno accanimento
ingiustificato contro gli omosessuali
o, figuriamoci, sessuofobia. I conservatori
di oggi provano istintivamente il dovere
di opporsi all’ideologia gender per lo stesso
motivo per cui i conservatori di tutta Europa
si erano immediatamente schierati
compatti contro la Rivoluzione Francese.
A ogni latitudine infatti i fautori delle
nozze gay e delle unioni civili sono animati
dagli stessi princìpi cardine che avevano
spinto all’azione più o meno sanguinaria i
loro precursori, che al posto della bandiera
arcobaleno sfoggiavano la coccarda tricolore:
il riconoscimento di un’eguaglianza
onnicomprensiva fra gli individui e la
certezza di essere nel giusto in virtù di ragionamenti
che equiparano tutti gli uomini
quindi valgono al di fuori di concreti
contesti storici e geografici. Rispetto ai rivoluzionari
cromwelliani o jeffersoniani, i
giacobini nutrivano l’ambizione di non voler
soltanto rinegoziare un patto politico interno
ai propri confini e avvantaggiare l’una
o l’altra classe: volevano affermare un
principio universale eterno e infatti non
scrivevano locali dichiarazioni di indipendenza
bensì planetarie, onnivore dichiarazioni
dei diritti dell’uomo e del cittadino,
senza specificare quale tipo di uomo né cittadino
di cosa. Lavoravano per il beneficio
del mondo intero – “la rigenerazione del
genere umano”, secondo Tocqueville – e il
loro ecumenismo era tale da non soffermarsi
su qualche testa che rotolava per terra
se non come effetto collaterale di un miglioramento
inarrestabile, inesorabile.
Così i sostenitori delle nozze gay, che in
Italia si fanno più timidi sostenitori delle
unioni civili e della lana caprina. Lo slogan
“love is love” significa égalité fra tutti gli
uomini, quale che sia la natura dei rapporti
che li lega agli altri e indipendentemente
dal contesto sociale in cui i singoli individui
si ritrovano a operare e a rispondere
delle conseguenze delle proprie azioni. Il
diritto a sposare chi si ama significa voler
affermare su vasta scala la stessa liberté
che la Francia rivoluzionaria voleva esportare
in Europa sulla punta delle baionette.
Per sostenersi e autoalimentarsi propugnano
dunque deduzioni di logicità tanto asettica
da far spavento, a cominciare dalla tautologia
per cui l’amore è l’amore quindi si
può sposare chiunque. Le loro idee sono
ciò che Hippolyte Taine definiva “il trionfo
della ragione pura e dell’irragionevolezza
pratica”, il cui esercizio riduce la nazione
a “malato preso dal delirio della propria
fantasia, in preda alle suggestioni della ragione
ragionante, della ragione che dimentica
il mondo sul quale dovranno svolgersi
i propri esperimenti e manda in rovina le
tavole dei vecchi valori”.
I loro ideali astrusi invocano un diritto
naturale di carattere universale che cede
a una pulsione collettiva all’eguaglianza,
basata sull’idea generica di uomo nonostante
De Maistre ammonisse che “l’uomo,
considerato nella sua universalità, non esiste;
è un prodotto dello spirito classico, ossia
dell’astrattismo filosofico”. A furia di
impeccabili rivendicazioni, come spiegava
Edmund Burke, “si allontanano dalla grande
e diritta via della natura” e poi si arrabbiano
perché la traduzione concreta di
princìpi astratti porta a risultati opposti a
quelli prefissi, come quando Robespierre
calmierò i prezzi per favorire gli acquisti in
teoria ma in pratica rese tutti più poveri:
per questo Burke scrisse subito che “quando
avranno portato a termine la propria
opera, avranno portato a termine anche la
propria rovina”. Sarà; fatto sta che la coccarda
tricolore divenne obbligatoria nel
1792, per la bandiera arcobaleno attendiamo

fiduciosi.

Il Foglio 28 Gennaio 2016

Anche l’UNICEF sostiene il matrimonio gay (e le adozioni)


A Novembre, l’UNICEF ha pubblicato una “Position Paper” che sostiene l’ideologia gender, il matrimonio gay e le conseguenti adozioni. Sembra semplicemente incredibile ma è tristemente vero!
La Convenzione sui diritti dell’ Infanzia e dell’adolescenza patrocinata e promossa dall’ UNICEF è stata approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, ratificata dall’Italia con legge del 27 maggio 1991, n. 176 e depositata presso le Nazioni Unite il 5 settembre 1991. Nel preambolo della Convenzione è chiaramente scritto che “…la famiglia, unità fondamentale della società e ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei fanciulli, deve ricevere la protezione e l’assistenza di cui necessita per poter svolgere integralmente il suo ruolo nella collettività”.
La Convenzione protegge in particolare i diritti dei bambini di non essere separati dai propri genitori, di conoscerli; protegge il diritto alla vita, e promuove una protezione legale appropriata, non solo dopo la nascita, ma anche prima.
Non sanno forse i redattori della “Position paper” delle migliaia di bambini privati della madre e del padre naturale mediante la pratica disumana della vendita dei gameti e degli uteri in affitto? Non sanno dei numerosi casi di genitori gay che hanno adottato bimbi o li hanno comprati a seguito delle suddette pratiche di inseminazione artificiale e uteri in affitto al solo scopo di abusarne sessualmente? Citiamo, a titolo di esempio, solo quattro casi: Mark Newton e Petr Truong; George Harasz e Douglas Wirth;  David Cannon e John Scarfe; l’anonimo cliente giapponese dell’avvocato Ratprathan Tulathorn .
Senza contare tutti i casi dei ragazzi cresciuti con coppie omosessuali che testimoniano il disagio e i gravi problemi psichici – anche di violenza – che hanno dovuto superare.
E’ in questo modo che l’UNICEF intende proteggere i diritti dei bambini???
Ho sempre pensato che l’UNICEF fosse una organizzazione bona fide  non soggetta a pressioni ideologiche e politiche. Purtroppo mi devo ricredere.
Ma perché le organizzazioni internazionali sostengono le teorie anti umane e contro natura del gender? Forse, semplicemente perché sono soggette alle pressioni delle lobby finanziarie che fanno miliardi di profitti dalle industrie della FIV, degli uteri in affitto, del cambio di sesso, della pornografia, del condom, spesso sostenute dai contribuenti?
Antonio Brandi
http://www.notizieprovita.it/

Sono cresciuta con due mamme e questa è la mia storia. Per favore, non approvate il matrimonio gay


«Conosco la loro violenza. Sono stata una loro vittima. Non sono loro le vittime. Per favore, usate buon senso e mantenete in Texas la definizione di matrimonio tra uomo e donna». Nell’aula del quinto circuito della Corte d’appello dello Stato del Texas la signora B.N. Klein, 54 anni, è stata chiamata a testimoniare riguardo alla sua vita come figlia di una coppia di lesbiche e attiviste Lgbt. La legge texana definisce il matrimonio come unione tra uomo e donna ma a febbraio, dopo il ricorso di una coppia, un giudice federale ha dichiarato incostituzionale il divieto di celebrare nozze gay. Lo Stato del Texas ha fatto ricorso e la signora Klein ha reso la sua testimonianza in aula il 15 settembre nell’ambito del processo di appello.

«TRATTATI COME ARREDI». «Ho visto – ha esordito Klein – che i bambini nelle famiglie gay sono spesso trattati come arredi da mostrare pubblicamente per provare che le famiglie gay sono esattamente come quelle eterosessuali. Mio fratello più piccolo è stato usato per questo scopo». Anche a Klein è stato assegnato un ruolo da piccola: «Mi chiedevano di difendere mia madre e la sua compagna anche quando non venivano criticate. Dovevo alzarmi e dire cose di questo tipo: “Non puoi permetterti di parlare così ai miei genitori!”».

EDUCAZIONE. Nella comunità gay, continua, ai bambini «insegnavano che quasi tutti gli ebrei (come me) e la maggioranza dei cristiani sono stupidi, che odiano i gay e sono violenti. Mi hanno insegnato che i gay erano più creativi e artistici perché non erano sessualmente repressi e che erano naturalmente più sensibili. Inutile dire che non era la mia esperienza». A 11 anni Klein scoprì «che la comunità gay aveva anche un’ossessiva ed invasiva preoccupazione per la sessualità dei loro figli. Incoraggiavano l’attività sessuale perché erano “aperti di mente”. Mia madre mi disse che essere vergine era da stupidi». Questo «dimostra che [gli attivisti Lgbt] guardano i figli come una mera estensione di sé e non come esseri umani separati da loro». Influenzata dal clima, durante l’adolescenza «non ho mai avuto un fidanzato né interesse per gli uomini. (…) Non mi era neppure permesso di esprimere la mia femminilità nel modo di vestire».

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LA CASA. Dopo il divorzio dei genitori, la madre si è portata dietro Klein nella casa della compagna, dove ha vissuto «fino alla morte». La nuova casa «era sempre in pessimo stato», anche se «né mia madre né la sua partner lavoravano». Però le due donne erano «molto attive nella causa della “liberazione gay”», motivo per cui «i pasti erano infrequenti» e «quando venivano preparati erano o bruciati o crudi. Pesavo 36 chili a 16 anni». La sera, mentre la compagna beveva, la madre si drogava. La maggioranza delle comunità gay frequentate dalla madre di Klein «si fondavano su sesso e odio», la droga «era abbondante» e «assunta apertamente».

OMOSESSUALITÀ OSTENTATA. L’aspetto più difficile della vita di Klein era rappresentato dal «dover rendere continuamente omaggio alla loro omosessualità». In generale, «la loro omosessualità condizionava qualsiasi cosa: le loro amicizie, quello che leggevano, le vacanze che facevano». Come gli altri membri della comunità Lgbt conosciuti da Klein, «odiavano tutte le persone religiose (…) e ogni persona che non era omosessuale, perché essendo gay si percepivano come dotati di intelligenza e gusti superiori. (…) Era un’ossessione condivisa da molti dei loro amici e conoscenti». È per questo che «ad ogni cameriera veniva chiesto di “portare un po’ d’acqua per la mia amata”. Ad ogni commesso [dicevano] “noi stiamo insieme”».

ARROGANZA E DISPREZZO. Ogni persona che incrociavano «doveva essere informata della loro omosessualità». Spesso le due donne rimproveravano la gente usando qualche pretesto, «a volte magari si trattava della madre o del fratello di qualche mio compagno di classe. E questo rendeva la mia vita ancor più difficile». Per loro «non contava la storia di una persona», i «suoi successi» o «fallimenti», perché «l’unica cosa che importava era cosa pensasse dei gay. Questo mi trasmise una certa arroganza e una visione a senso unico che nessun bambino così piccolo dovrebbe sviluppare», perché «non gli permette di vedere le persone nel loro complesso» né «di trovare un posto nel mondo quando gli si insegna a vivere nel disprezzo».

LA ROTTURA DELLA TIBIA. Quando le due donne capirono che Klein non approvava il loro modo di vivere «fui condannata a una vita di dura ostilità da parte di mia madre e della sua compagna. Portata avanti con il sostegno di tutti i loro amici gay». Fra gli episodi più eclatanti, Klein racconta di quando si ruppe una tibia e rimase alcune settimane in ospedale praticamente senza ricevere visite, perché la madre «non amava le occhiate dell’infermiera». Uscita dall’ospedale, la tibia fece infezione e Klein iniziò a provare dolori fortissimi per cui «non potevo smettere di piangere». Ma solo dopo tre mesi la madre la portò dal medico perché secondo la compagna stava «cercando di attirare l’attenzione». Il medico constatò che l’osso non si era riposizionato correttamente, perciò «fui sottoposta a diverse operazioni chirurgiche, da sola». La madre e la compagna «portavano il gatto dal veterinario più di quanto io vedessi il medico». Ora «tutti direbbero che sono state irresponsabili, ma ogni adulto che passava allora in casa era d’accordo con loro: fingevo il dolore per attirare l’attenzione».

gay-omofobia

«TROPPO STUPIDA PER L’UNIVERSITÀ». A causa della noncuranza circa il suo stato di salute, la ragazza non riuscì a terminare le scuole superiori e «non fui mai incoraggiata né aiutata a recuperare quanto perso. Allo stesso modo mia madre e la sua compagna non mi insegnarono a guidare». Dopo molte peripezie, Klein riuscì a rimediare ai buchi nella sua educazione e a iscriversi all’università. Pensando di riguadagnarsi la stima delle due donne, Klein ne informò la madre solo per sentirsi dire che «ero troppo stupida e ignorante e che l’università aveva fatto un errore e che tutti i suoi amici e chiunque mi conosceva erano d’accordo sul fatto che fossi uno “zero”».

IL LUTTO. La madre cercò perfino di farla espellere dalla State University di New York ma un professore, capendo la situazione, riuscì a proteggerla: «Mi disse anche di stare lontana da mia madre e dalla sua compagna. Mi spiegò che erano malsane e offensive. Questi erano termini che non avevo mai sentito e che allora non capii». Solo più avanti la ragazza si rese conto pienamente dei danni psicologici subiti, quando si ritrovò a provare «una completa liberazione» in seguito alla morte della compagna e della madre, nonostante «il dispiacere». Capì poi di non essere la sola: «Poco tempo fa ho parlato con un uomo cresciuto [nella comunità Lgbt], sapendo che sua madre era morta gli ho scritto un biglietto per digli che mi dispiaceva: “Era una donna gradevole”. Mi ha risposto dicendo: “Gradevole non è ciò che era, ma ormai è acqua passata”. Sapevo cosa intendeva».

MASCHILISMO LGBT. Klein non pensa che «tutti i gay siano de facto cattivi genitori» ma «so che la comunità gay non ha mai messo i figli al primo posto, se non come un pezzo di proprietà, un errore del passato o uno strumento politico». Racconta di un uomo ricco, amico della madre, «che cercò di abusare di mio fratello» e condanna la comunità Lgbt in quanto «maschilista» perché le donne vengono usate dagli attivisti uomini come strumenti per ottenere figli. Ecco perché ritiene che il matrimonio gay sia «un cavallo di Troia che non farebbe che danneggiare le donne e i bambini». Come lei stessa è stata danneggiata: «Ho speso la maggior parte della mia vita nella paura. Sapendo che potevo essere calunniata o molestata su internet o altrove (…) e che due o più attivisti avrebbero potuto provare a farmi perdere il lavoro» o «toccare la mia famiglia. Ho ancora paura. Conosco la loro violenza. Sono stata una loro vittima. Non sono loro le vittime».

ABUSI. Klein oggi ha una famiglia sua e se ha deciso di testimoniare è per i bambini: «So dalla mia esperienza e da quella di altre persone cresciute in famiglie Lgbt che» crescere in una famiglia del genere «danneggia i bambini». Oggi «l’unica immagine che vedete delle famiglie gay è manipolata e controllata» ma esistono molti casi di abusi. Come quello eclatante diMark Newton e Peter Truong, i due papà gay condannati «per gli abusi sessuali sul figlio». Se questo caso è stato riportato è «solo perché l’abuso è così palese che non è possibile nasconderlo», ma so di «molti uomini, esposti e attivi nella comunità gay, che avevano rapporti sessuali con i figli dei loro amici».

«PUÒ FUNZIONARE?». Conclude Klein: «Può funzionare [una simile famiglia]? A volte sì, certo. Tutto può funzionare qualche volta. Ma questo non significa che vada nell’interesse primario dei bambini». Per questo «chiedo alla Corte di usare buon senso e di essere prudente. (…) Per favore, mantenete in Texas la definizione di matrimonio tra uomo e donna».


Tempi.it 



Lesbiche, gay, trans dettano l’indice delle parole: lesbico sì, saffico no


Lesbico e non "saffico", "famiglia omogenitoriale" e non "famiglia gay", "matrimoni" e non "matrimoni gay", "gestazione di sostegno" e "maternità surrogata" invece di "utero in affitto": è il vocabolario politicamente corretto dettato dalle "Linee guida per un'informazione rispettosa delle persone Lgbt (Lesbiche gay bisessuali transgender)" redatto dall'Unar (Ufficio nazionale anti-discriminazioni razziali) con il patrocinio del Dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del consiglio. "Linee guida" visibili sul sito www.pariopportunita.gov.it "Linee guida" criticate da Gian Arturo Ferrari sul Corriere della Sera: E attenzione! Soprattutto rispetto per «la lavoratrice del sesso trans», ineffabile espressione in cui alcune figure rese familiari dalla cronaca si stagliano su uno sfondo di campi e di officine. E ovunque un mare di fogli, un grande sventolio di codici deontologici, raccomandazioni del Consiglio d’Europa, strategie nazionali, agenzie per i diritti fondamentali, carte, risoluzioni e sentenze di ogni genere. Non che tutto sia da buttare. L’invito alla precisione terminologica, ad esempio, è da seguire e le spiegazioni sono chiare e puntuali. Ma il tono — didattico, insofferente, accusatorio — non è sopportabile. Molto grande è il debito che tutti abbiamo nei confronti degli omosessuali, donne e uomini. Siamo tutti vissuti e volenti o nolenti abbiamo tutti avuto parte in un mondo che nei loro confronti ha esercitato una violenza intollerabile, esplicita e implicita, materiale e morale. Con cinismo, con cattiveria. Un mondo crudele. [...] Non è la rapidità del cambiamento a poter costituire una sorta di indulgenza generale. Ma non è l’editto delle Linee guida il modo di pagare quel debito. Non con questo grottesco capovolgimento delle parti per cui i perseguitati di ieri si trasformano non tanto nei persecutori, quanto nei bacchettoni di oggi. C’è nel nostro inconscio nazionale un istinto inquisitorio profondo, un piacere segreto nell’identificarsi con le figure della tradizionale oppressione autoritaria. Che tutti, a parole, diciamo di esecrare: il poliziotto, il professore, il prete. Nelle Linee guida c’è il tono minaccioso del questurino, la matita blu che si avventa sugli strafalcioni, la minuta casistica del confessionale. È triste che gli eredi, i reduci e i beneficiari di un grande movimento di liberazione si ritrovino così inaspriti, così — a loro volta — incattiviti. Come se in una delle pochissime vere incarnazioni di un reale progresso non ci fosse alcuna gioia. Ma solo rancore". Ecco alcuni esempi delle Linee guida: 1. LESBICO E NON SAFFICO "Esiste poi un linguaggio apertamente ostile al lesbismo, che utilizza – anche nei discorsi politici – la parola lesbica come insulto. Per questo motivo, anche nei media, lesbica è percepita erroneamente come una parola dal vago senso offensivo. Pensiamo a titoli come: Michelle Bonev ha dato della lesbica alla Pascale. “Dare della…” è un’ espressione che sottintende un valore negativo della parola. Anche per questo, forse, si tende a usarla con parsimonia o a non usarla affatto. Ma c’è anche un uso di segno completamente diverso, che si ritrova specialmente negli articoli di costume, società, spettacolo e che riguarda l’aggettivo LESBO. Qui si rincorrono infatti formule dal sapore voyeristico o pornografico, per esempio video lesbo, bacio lesbo… Ma si veda anche un titolo come Delitto di Ostia: spunta la pista lesbo, che fa pensare a un thriller erotico. Lo stesso vale per l’aggettivo SAFFICO, che richiama atmosfere lascive e seducenti adatte a stuzzicare anche il lettore maschio. Insomma, troppo spesso l’omosessualità femminile è presentata a uso e consumo di un pubblico di uomini e cancellata completamente nella sua esistenza autonoma, anche all'interno dell’universo LGBT. Fare entrare la parola lesbica nell’uso comune e nel linguaggio dei media, liberandola da connotazioni dispregiative o voyeristiche, è un passo importante verso il riconoscimento dell’omosessualità femminile e l’attribuzione di diritti alle donne che desiderano e amano altre donne".
Blitz quotidiano 19 dicembre 2013

FRANCIA: “NO” AL MATRIMONIO OMOSESSUALE Per la legge francese, il matrimonio è l'unione di un uomo e una donna


di Paul De Maeyer


ROMA, domenica, 30 gennaio 2011 (ZENIT.org).- Il Consiglio Costituzionale di Francia – l'organo che Oltrealpe veglia sulla costituzionalità delle leggi - ha reso nota venerdì 28 gennaio la sua risposta ad una cosiddetta “Questione Prioritaria di Costituzionalità” (QPC) sollevata da due donne lesbiche - Corinne Cestino e Sophie Hasslauer - e ha stabilito che l'attuale proibizione del matrimonio omosessuale è conforme alla Costituzione del Paese.

Secondo le due donne, che convivono da circa 15 anni e sono già legate da un PACS o Patto Civile di Solidarietà, l'unico modo per tutelare al massimo i quattro figli che crescono insieme sarebbe il matrimonio. Con il sostegno attivo dei gruppi per i diritti degli omosessuali SOS Homophobie e l'Associazione dei Genitori e Futuri Genitori Gay e Lesbiche (APGL), le due donne chiedevano dunque per il bene dei loro figli il diritto di potersi sposare, cosa che il legislatore finora ha negato.

L'attuale divieto del matrimonio fra persone dello stesso sesso e specialmente gli articoli 75 e 144 del Codice Civile - così sostenevano le due donne - sarebbero contrari ai diritti e alle libertà - in modo particolare alla libertà di matrimonio, al diritto ad una vita familiare normale e al principio d'eguaglianza davanti alla legge - che la Costituzione francese garantisce nel suo articolo 66.

Nella loro risposta, consultabile sul sito Internet dell'organismo*, i “saggi” (come sono chiamati i membri del Conseil Constitutionnel) ribadiscono fra l'altro che l'articolo 66 della Costituzione, che proibisce la detenzione arbitraria, non è applicabile al matrimonio. “Il capo d'accusa derivato dalla violazione dell'articolo 66 della Costituzione è inoperante”, scrive il Consiglio nella sentenza.

I “saggi” osservano d'altronde che gli articoli 75 e 144 del Codice Civile non pongono ostacoli alla libertà delle coppie omosessuali di vivere in concubinaggio o beneficiare del quadro giuridico che offre il PACS. Inoltre, “il diritto a condurre una vita familiare normale non implica un diritto di sposarsi per le coppie dello stesso sesso”.

Il Consiglio conferma poi la sentenza della Corte di Cassazione del 13 marzo del 2007, che aveva annullato il “matrimonio” gay celebrato nel maggio 2004 dal sindaco ecologista di Bègles, Noël Mamère, e stabilisce che i due articoli “incriminati” del Codice Civile sono conformi alla Costituzione. Secondo i “saggi”, la legge è molto netta e non lascia dunque alcun dubbio. “Secondo la legge francese il matrimonio è l'unione di un uomo e di una donna”, si legge.

Proprio per questo motivo, continua la sentenza, “il legislatore ha, nell’esercizio delle sue funzioni [...], valutato che la differenza di situazione tra le coppie dello stesso sesso e le coppie composte da un uomo e una donna può giustificare una differenza di trattamento in quanto alle regole del diritto di famiglia”.

Tocca dunque al legislatore modificare eventualmente i limiti vigenti, non ai “saggi”. “Non spetta al Consiglio Costituzionale sostituire il proprio apprezzamento a quello del legislatore [… ] in questa materia”, sottolinea la decisione del 28 gennaio.

La sentenza ha deluso la coppia querelante e amareggiato le associazioni per i diritti gay. Corinne Cestino e Sophie Hasslauer parlano di una sentenza “scandalosa”. “Le più alte istanze dello Stato istituzionalizzano l'omofobia”, hanno detto (Le Monde.fr, 28 gennaio). Il legale delle associazioni SOS Homophobie e APGL, Caroline Mécary, ha dichiarato in un comunicato che “il Consiglio Costituzionale ha mancato un'occasione storica per porre termine alla discriminazione diventata intollerabile per più di tre milioni di persone gay e lesbiche in Francia”. Probabilmente bisogna “aspettare un'alternanza politica nel 2012 per sperare che i partiti della sinistra, che si sono tutti impegnati per l'apertura del matrimonio e dell'adozione alle coppie dello stesso sesso, inizino una riforma del genere”, si legge (Agence France-Presse, 28 gennaio).

Mentre l'associazione Act Up-Paris parla persino di “accanimento omofobico”, per Noël Mamère, che nel 2004 aveva celebrato il primo “matrimonio” gay della Francia (poi annullato), la sentenza non è una sorpresa ma è comunque “interessante, perché non chiude la porta all'apertura del matrimonio alle coppie dello stesso sesso” (Le Monde.fr, idem).

Christine Boutin, presidente del Partito Cristiano-Democratico (PCD), ha lodato invece la sentenza e ha parlato di una “decisione che rispetta la nostra tradizione giuridico-politica”. “Coloro che hanno pensato di ottenere soddisfazione tramite la moltiplicazione di piccole procedure trovano oggi la risposta: in Francia, il diritto non è l'oggetto di tale o tale lobby” (AFP, 28 gennaio).

Anche il Collectif pour l’Enfant ha espresso la sua soddisfazione per la sentenza. “Se, in nome della libertà individuale, si autorizza delle persone a sposarsi con una persona dello stesso sesso, per quali ragioni si potrebbe mantenere i divieti relativi alla poligamia? Questo sarebbe discriminatorio verso tutte le persone che si amano”, ha detto la portavoce dell'organismo, Béatrice Bourges (Chrétienté.info, 28 gennaio).

La domanda che rimane è: cosa succederà adesso? Si potrebbe infatti interpretare la sentenza di questo venerdì come un messaggio o un invito lanciato da parte del Consiglio Costituzionale al legislatore per legiferare e modificare il Codice Civile. Questo è il timore di François de Lacoste Lareymondie. “A prima vista si potrebbe essere soddisfatti con la risposta che i saggi hanno dato alla questione prioritaria di costituzionalità”, osserva il vicepresidente dell'Association pour la Fondation de service politique (Décryptage, 28 gennaio).

Quello che preoccupa però l'autore è il fatto che nella sua sentenza del 28 gennaio il Consiglio Costituzionale ha seguito “esattamente lo stesso ragionamento” di quando ha validato nel 1975 la legge Veil sull'aborto e ha confermato “il suo rifiuto di considerare le fondamenta di ogni società politica e di chinarsi sulle questioni ontologiche”. Si può scommettere - continua l'autore - che presto il Parlamento sarà investito di una proposta a favore del riconoscimento del matrimonio omosessuale e soprattutto che il Consiglio Costituzionale non censurerà questa legge se verrà adottata: si è quasi impegnato a farlo.

* http://www.conseil-constitutionnel.fr/conseil-constitutionnel/francais/les-decisions/acces-par-date/decisions-depuis-1959/2011/2010-92-qpc/decision-n-2010-92-qpc-du-28-janvier-2011.52612.html


La battaglia sul matrimonio omosessuale. Il caso della California riaccende il dibattito

di padre John Flynn, LC
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 29 agosto 2010

Washington, D. C. - La sentenza emessa all’inizio di agosto da un giudice federale ha rovesciato la California Proposition 8 [referendum con cui è stato abolito il diritto al matrimonio omosessuale che era stato introdotto con una sentenza della Corte suprema della California, ndt] e ha innescato un aspro dibattito sulla questione del matrimonio omosessuale.

La Proposition chiedeva inoltre di inserire un emendamento nella costituzione della California per affermare che lo Stato riconosce come valido solo il matrimonio tra un uomo e una donna.

Il giudice Vaughn R. Walker ha stabilito che il voto maggioritario in favore di una definizione del matrimonio come unione tra persone di sesso opposto fosse una violazione del diritto costituzionale all’eguaglianza nella tutela giuridica.

Il divieto permane, per via di una decisione emessa da un collegio di tre giudici della Corte d’Appello degli Stati Uniti per il Ninth Circuit, competente per la California, a non modificare la situazione attuale prima di aver ascoltato le parti in sede di appello, cosa che avverrà nel prossimo dicembre. L’esito più probabile è che il caso sarà deferito alla Corte suprema.

Esistono tuttavia dubbi sulle basi giuridiche per i fautori della Proposition 8 di poter presentare appello. Le autorità statali della California non hanno voluto fare appello e la commissione per l’appello deciderà anzitutto sulla questione della legittimità dei ricorrenti.

La decisione del giudice Walker è stata oggetto di forti critiche per ciò che molti considerano carenza di obiettività. Anche prima della sua emanazione, Austin Ruse aveva sottolineato, in un articolo pubblicato sul sito Internet Catholic Thing, molti elementi problematici sulla gestione del caso.

Nel suo articolo del 16 luglio, Ruse ha ricordato ai lettori che la Corte suprema era intervenuta per impedire la diffusione televisiva del processo. Walker aveva voluto un “processo spettacolo”, secondo Ruse. In effetti, quattro testimoni esperti della parte favorevole alla Proposition 8 si sono ritirati, temendo rappresaglie. Precedentemente vi erano stati numerosi casi di azioni ostili da parte di attivisti omosessuali nei confronti di chi aveva fatto donazioni per la campagna in favore della Proposition 8.

Immediatamente dopo la decisione sono state formulate critiche da parte della Chiesa cattolica. “Il matrimonio tra un uomo e una donna è la culla di ogni società”, ha dichiarato il cardinale Francis George, presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, in una dichiarazione congiunta del 4 aprile con l’arcivescovo Joseph Kurtz, presidente di un comitato istituito in difesa del matrimonio.

“L’uso strumentale della legge per cambiare la natura del matrimonio è contrario al bene comune”, si afferma. “È tragico vedere un giudice federale rovesciare la chiara ed espressa volontà del popolo a sostegno dell’istituto matrimoniale. Nessun tribunale di diritto civile ha l’autorità di addentrarsi in aree dell’esperienza umana che la natura stessa ha stabilito”, asserisce.

Fuori controllo
La decisione è stata condannata anche dai fautori del matrimonio omosessuale. “Quando un giudice in California stabilisce che le coppie omosessuali hanno il diritto di sposarsi, si consolida la diffusa sensazione che i tribunali siano fuori controllo e che la Costituzione dica qualsiasi cosa i giudici le mettano in bocca”, ha affermato Steve Chapman nell’edizione dell’8 agosto del Chicago Tribune.

Chapman si è dichiarato favorevole al matrimonio omosessuale e persino alla poligamia, ma ha detto che tali cambiamenti devono essere messi in atto dalle istituzioni elette e non dai tribunali. “Grazie al giudice Walker il dibattito non è più se i gay meritino tutela legislativa, un dibattito in cui hanno sempre guadagnato terreno”, ha osservato Chapman. “L’attenzione si è spostata più sul dubbio se al metodo democratico possa essere affidata la soluzione della questione”, ha concluso.

John Yoo, docente di diritto dell’Università della California, Berkeley, anch’egli sostenitore del matrimonio omosessuale, ha criticato la decisione in un articolo pubblicato il 12 agosto sul Wall Street Journal. Egli ha ricordato che il presidente Obama, nel suo discorso sullo stato dell’Unione dello scorso gennaio, aveva attaccato i giudici della Corte suprema per una decisione impopolare sul finanziamento delle campagne. Il presidente è poi andato avanti chiedendo al Congresso di superare la decisione della Corte, ristabilendo così il diritto costituzionale.

Secondo il giudice Walker, la differenza di genere non costituisce più una parte essenziale del matrimonio e ogni posizione contraria è semplicemente irrazionale. Ma la Costituzione non istituisce le Corti federali per correggere tutti i problemi della nazione o per intraprende operazioni di ingegneria sociale, ha sostenuto Yoo.

Introdurre il matrimonio omosessuale in modo prematuro, attraverso il mezzo giudiziario, potrà solo assicurare decenni di conflitto sociale, come è avvenuto per l’aborto, quando la Corte suprema ha emesso la decisione Roe contro Wade nel 1973, ha sottolineato.

Atto politico
Tim Wildmon, presidente della American Family Association, ha accusato il giudice Walker di aver agito politicamente con la sua decisione. Scrivendo sulle pagine di opinione del Los Angeles Times del 13 agosto, Wildmon si è riferito all’argomentazione secondo cui il matrimonio ristretto alle coppie eterosessuali è simile al divieto che in passato vigeva per le persone di razze diverse di contrarre matrimonio.

In replica, Wildmon ha citato una dichiarazione di Colin L. Powell secondo cui: “Il colore della pelle è una caratteristica non comportamentale e benigna. L’orientamento sessuale è invece forse la più profonda delle caratteristiche umane comportamentali. Fare un paragone fra le due è un’argomentazione conveniente ma invalida”.

Riguardo l’affermazione del giudice Walker, secondo cui l’opposizione al matrimonio omosessuale sia fondata solo su considerazioni religiose o morali, Wildmon ha sostenuto che ci troviamo chiaramente di fronte a un giudice che impone mere opinioni personali; un chiaro caso di tirannia giudiziaria, qualcosa contro cui i padri fondatori ci avevano avvertito.

Attaccare chi difende il matrimonio eterosessuale sostenendone la motivazione religiosa e pregiudiziale è comune. Un’utile replica a quest’accusa è contenuta nel libro di una serie intitolata “Why vs Why” (perché contro perché), in cui le visioni contrastanti relative a questioni di primo piano sono articolate in forma dialettica. Nel secondo libro, intitolato “matrimonio gay”, pubblicato lo scorso maggio dall’editore australiano Pantera Press, Bill Muehlenberg prende la parte contraria al matrimonio omosessuale.

Argomentazioni ragionevoli
Muehlenberg, segretario del Family Council dello Stato di Victoria, in Australia, delinea una serie di motivi, nessuno dei quali fondato su basi religiose, contro il matrimonio omosessuale.

1. Esso nega il matrimonio stesso. Il matrimonio non è solo un’istanza sociale ma un elemento universale delle culture. Il matrimonio è la base della formazione della famiglia e non è semplicemente un modo per legittimare il sesso. I biologi evoluzionisti riconoscono che il legame maschio-femmina nelle coppie durature ha rappresentato l’elemento chiave nell’evoluzione della specie umana e che è un qualcosa di insito nella nostra natura.

2. La percentuale di omosessuali che si vogliono sposare è molto esigua, e nei luoghi ove è stato già legalizzato vi sono stati relativamente pochi matrimoni tra persone dello stesso sesso. In Olanda è legale sin dal 2001, ma solo il 4% degli omosessuali si sono sposati nei primi cinque anni dalla sua legalizzazione.

3. Esiste un preciso programma. Uno scopo fondamentale della lobby degli omosessuali è il loro completo avallo, sociale e pubblico. Potersi sposare è come avere un bollino di approvazione da parte dei governi e della società. Esso è in grado anche di modificare l’istituzione della famiglia e di ridefinire profondamente il matrimonio tanto da farlo scomparire.

4. Non tutti i rapporti sono analoghi. I rapporti omosessuali sono molto più instabili e promiscui di quelli eterosessuali. Dagli studi risulta anche che tra le coppie omosessuali sposate, il tasso di divorzio è molto più elevato di quello delle coppie eterosessuali.

5. Proteste contro discriminazioni e diniego di diritto sono rare. Le persone possono godere dei benefici del matrimonio se ne possiedono i requisiti. Così come i minori e i parenti tra loro non si possono sposare, così non possono sposarsi le persone dello stesso sesso. I beni sociali vengono negati in tutta una serie di casi, ma è così che funziona la vita. Le società discriminano in favore delle unioni eterosessuali per via del bene sociale che da queste deriva. Gli omosessuali cercano invece di riscrivere le regole per aggiudicarsi i benefici eludendo i requisiti e le obbligazioni.

6. Le stesse argomentazioni utilizzate per giustificare il matrimonio omosessuale potrebbero valere per giustificare l’incesto, la poligamia o qualsiasi altra combinazione sessuale.

7. Non fa bene ai bambini. Nella maggior parte dei casi, un bambino starà meglio avendo vissuto con una madre e un padre. Inoltre, i bambini hanno bisogno di modelli mentre crescono. Ai bambini dovrebbe essere data priorità e non dovrebbero essere usati strumentalmente per fini politici.

Queste argomentazioni, ampiamente documentate nel libro, mostrano chiaramente quanto tendenziosa ed erronea sia la decisione del giudice Walker.

Spagna, fecondazione in provetta ai gay

Proposta dei socialisti di Zapatero per estendere anche alle coppie di lesbiche i servizi della legge: dalla norma deve sparire «marito» e «moglie»


di Michela Coricelli
Tratto da Avvenire del 22 agosto 2010

Si può sem pre fa re di più. Le riforme ap provate fi nora dal go verno di Za patero non bastano: serve un nuovo ritocco alla Legge sul la riproduzione assistita per permet tere esplicitamente alle coppie lesbi­che sposate di ricorrere alla donazio ne di ovuli fra partner. A chiederlo non sono le organizzazioni per i di ritti dei gay, ma lo stesso Partito so cialista del premier José Luis Rodri guez Zapatero. Il Psoe ha presentato una proposta (non di legge) per aprire un dibattito nell’am bito della Commis sione Uguaglianza e promuovere l’enne sima riforma della normativa, in vigore dal 2006.

Il matrimonio fra persone dello stesso sesso era già stato varato dal Parlamen to spagnolo (nel 2005), ma nella Leg ge sulla riproduzione assistita ci si è “dimenticati” di cambiare alcuni ter mini. La norma stabilisce che le «do nazioni» devono essere del tutto a nonime, a meno che non si tratti di «marito e moglie».

Nel testo – sottolineano ora i sociali sti – si parla ancora di «marito», «uomo non sposato» e «pa­ternità», mentre bi sognerebbe utilizza re «coniuge», «perso na non sposata» e «fi liazione».

Alcune coppie lesbi che – continua il Psoe in un comuni cato – desiderano che l’ovulo feconda to di una delle due donne venga im piantato alla partner, pur «rispettan do l’anonimato del donante di gameti maschili, esterno alla coppia»: se condo la legge, «all’interno della cop pia non può essere considerata do nazione, bensì cessione, e non è proi bita». I termini del testo, però, danno adito ad «interpretazioni restrittive» e «situazioni di discriminazione», de nunciano i socialisti. Le cliniche spa­gnole di riproduzione assistita – sot tolinea il quotidiano La Razon – non permettono che due donne omoses suali si cedano ovuli per ricorrere a trattamenti di fecondazione.

La Legge sulle tecniche di riprodu zione umana assistita – approvata 4 anni fa – aveva provocato un’accesa polemica, introducendo nella legi slazione spagnola la diagnosi geneti ca pre-impianto, che permette la se lezione di un embrione sano per evi tare eventuali malattie ereditarie (scartando gli altri embrioni) o per generare un fratello (donante com patibile), che possa «curare» un bam bino malato.

I vescovi dopo il voto favorevole del parlamento argentino. Grave la norma sul matrimonio omosessuale

Buenos Aires, 6. La Chiesa considera "molto grave" l'esito del passaggio parlamentare compiuto dalla norma sul "matrimonio omosessuale" che ieri è stata approvata dalla Camera dei deputati argentina. E particolarmente negativo è il giudizio sul fatto che queste coppie possano adottare dei bambini. È quanto ha detto il vescovo ausiliare di La Plata, Antonio Marino, responsabile dell'episcopato argentino per l'attività legislativa.
Il progetto di legge relativo al matrimonio "fra persone dello stesso sesso - ha rilevato il presule - non costituisce nessun progresso e invece va a modificare in modo rivoluzionario il concetto di società e di famiglia". Si tratta, infatti - ha aggiunto - "di una rivoluzione concettuale e culturale con la quale la Chiesa è in disaccordo". E, appunto, "la cosa più grave è che queste coppie gay possano adottare figli".
Il vescovo ha sottolineato, inoltre, che la Chiesa continuerà a dialogare con le istituzioni "offrendo i propri argomenti" anche in vista del passaggio al Senato che ora sarà chiamato a fornire un voto definitivo sul provvedimento. Argomentazioni in cui si mette in guardia anche circa l'incostituzionalità di un tale progetto e i danni che deriverebbero dall'adozione di minori da parte di coppie omosessuali. "Il bambino - viene ricordato - ha il diritto di crescere e di svilupparsi nella sua dimensione psicosessuale attraverso la complementarità tra l'uomo e la donna".
Se si avrà l'approvazione definitiva, l'Argentina sarà il primo Paese latinoamericano a riconoscere e a equiparare il matrimonio tra persone delle stesso sesso a quello eterosessuale. Anche se in alcune realtà statali all'interno di nazioni federali - come il distretto di Città del Messico - o in Paesi come l'Uruguay, i diritti delle unioni omosessuali sono già stati riconosciuti.
Il voto della Camera dei deputati di Buenos Aires è arrivato dopo una lunghissima discussione parlamentare. Il provvedimento è passato con 129 voti a favore contro 109, oltre a sei astenuti. E al riguardo monsignor Marino ha lamentato il fatto che alcuni parlamentari avrebbero ceduto rispetto ai propri convincimenti di fronte "alle pressioni di alcuni gruppi minoritari".
Già nei mesi scorsi vi erano stati alcuni tentativi da parte di coppie omosessuali di far passare il principio del riconoscimento delle unioni fra persone dello stesso sesso ricorrendo ai tribunali civili di singoli Stati, a cominciare da quello di Buenos Aires che aveva dato un primo parere favorevole aprendo così anche una querelle giudiziaria. Tuttavia, da mesi diverse proposte di legge attendevano di essere discusse nel Parlamento argentino. Adesso, però, è arrivata la prima approvazione resa possibile anche da una maggioranza trasversale ai due schieramenti. La legge dovrà comunque superare lo scoglio del Senato, dove i numeri per l'approvazione sembrano più incerti e in quella sede riprenderà anche la battaglia politica e giuridica.
Il provvedimento è costituito da 43 articoli che modificano in diverse parti il codice civile e rivedono il concetto di coniuge nel matrimonio, parlando di "contraenti" invece che di uomo e donna. "Il matrimonio - si legge infatti nel testo in esame - avrà gli stessi requisiti ed effetti, indipendentemente dal fatto che i contraenti siano dello stesso sesso o di sesso differente".
La Conferenza episcopale argentina, che non ha mai risparmiato le critiche al progetto, segue con molta preoccupazione l'iter della legge. Lo scorso 20 aprile, nel corso della 99ª assemblea plenaria, i presuli avevano diffuso un documento in cui si fa appello alla coscienza dei legislatori perché nel decidere su una "questione di tale gravità", tengano in considerazione alcune "verità fondamentali" per il bene del Paese e delle sue generazioni future. Si sottolinea, pertanto, come "l'unione fra persone dello stesso sesso non presenta gli elementi biologici e antropologici propri del matrimonio e della famiglia". In particolare, i vescovi argentini richiamano il dovere delle istituzioni a tutelare a livello legislativo il matrimonio tra un uomo e una donna "per assicurare e promuovere il suo insostituibile ruolo e contribuire al bene comune della società". Poiché "una volta concesso il riconoscimento legale delle unioni tra persone dello stesso sesso", o equiparando tali unioni al matrimonio, "lo Stato agirebbe in contraddizione con i suoi doveri, alterando i principi dell'ordine naturale e pubblico della società". Per i presuli l'attuale codice civile "non discrimina", bensì "riconosce solo una realtà naturale" quando richiede la diversità dei sessi per contrarre matrimonio. Al contrario "le situazioni giuridiche di reciproco interesse tra persone dello stesso sesso possono essere sufficientemente protette dal diritto comune".


(©L'Osservatore Romano - 7 maggio 2010)

Sud America da evangelizzare. Sì della Camera alle nozze gay: voto storico in Argentina


Attivista gay a Buenos Aires (Credits: plasmastik by Flickr)

Attivista gay a Buenos Aires (Credits: plasmastik by Flickr)

Storica votazione alla Camera argentina. Per la prima volta un Parlamento dell’America Latina ha infatti discusso, votato e approvato il progetto di legge che permette di contrarre un regolare matrimonio civile alle coppie dello stesso sesso. In Messico era già accaduta mesi fa la stessa cosa ma, in quel caso, si trattava di una misura approvata dal municipio della capitale e i matrimoni gay in quel paese oggi possono essere celebrati solo a Ciudad de Mexico.

In Argentina no, la legge ha valenza nazionale, dalla Terra del Fuoco a Missiones, passando per Cordoba, Rosario, Mendoza e Buenos Aires, la Parigi sudamericana che si è autonominata qualche anno fa prima città gay friendly del Cono Sur. Dodici ore di discussione con ampi scambi di vedute – ma sempre molto civili rispetto ad altri lidi – che hanno visto alla fine prevalere con 125 voti a favore e 109 contrari la “libertà di azione” e, dunque, l’ok ai matrimoni civili tra persone dello stesso sesso.

Una maggioranza trasversale che alla fine è stata raggiunta grazie ai voti decisivi per raggiungere il quorum dei deputati del Frente Para la Victoria, l’alleanza del peronismo che appoggia Cristina e Néstor Kirchner mentre si è astenuta Elisa “Lilita” Carriò, avversaria della “presidenta” alle ultime presidenziali e molto sensibile alle istanze della Chiesa.

Nella nuova norma, che nelle prossime settimane passerà all’esame del Senato prima di entrare in vigore come legge dello stato (ma la maggioranza dei blocchi che l’appoggiano non dovrebbe riservare sorprese), sono stati sostituiti i termini “marito” e moglie” con quello di “contraenti”. Decisivo il pronunciamento a favore della legge dell’ex presidente Néstor Kirchner mentre la peronista di opposizione Cynthia Hotton, che ha votato contro, ha denunciato in aula di avere ricevuto “minacce di morte” per la sua posizione in merito.

Il dibattito è stato seguito da tutte le principali associazioni che in Argentina si battono per i diritti degli omosessuali a cominciare dalla Federación Argentina de Lesbianas, Gays, Bisexuales y Trans (LGBT) e dalla Comunidad Homosexual Argentina (CHA) e da Alex Freyre e José María Di Bello, la prima coppia gay ufficialmente sposatasi lo scorso 28 dicembre ad Ushuaia, in Patagonia. Tierra del Fuego.

Immediate le proteste della Chiesa Cattolica che si oppone alla nuova legge e anche all’adozione di bambini da parte di coppie dello stesso sesso che nel paese del tango ha fatto molto discutere nei mesi scorsi, dopo che due minori erano stati affidati da un tribunale ad una transessuale.



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Il matrimonio non è un’opinione. Riportiamo un estratto di questo importante studio sulla sentenza della Corte Costituzionale

l matrimonio non è un’opinione.
Così si potrebbe sintetizzare la sentenza della Corte Costituzionale n. 138 del 15 aprile 2010. La Consulta ha rigettato, in parte dichiarandola inammissibile ed in parte infondata, la questione di legittimità costituzionale, sollevata dal Tribunale di Venezia e dalla Corte d’Appello di Trento, di diversi articoli del codice civile nella parte in cui non consentono alle persone omosessuali di contrarre matrimonio (la questione riguardava due persone di sesso maschile che avevano fatto opposizione al provvedimento dell’ufficiale di stato civile che aveva rifiutato di procedere alla pubblicazione del matrimonio dagli stessi richiesta).
La sentenza riafferma un preciso significato al termine matrimonio, nell’ordinamento giuridico italiano. Esso ha dunque un contenuto costituzionale oggettivo e non è subordinato alle mutevoli interpretazioni dei tempi, alle opinioni soggettive ed agli orientamenti sociali desumibili da diverse – seppur minoritarie – forme di convivenza.
E’ un risultato importante, anche se la sola circostanza di aver dovuto ribadire, giuridicamente, la definizione di un dato insito nella stessa natura umana e relazionale (come il fatto di essere mori o di avere gli occhi azzurri, di avere 30 anni invece che 50, di essere maschi o femmine, di essere – appunto – sposati o no), la dice lunga – a mio avviso – sulla attuale crisi di corrispondenza tra segno e significato, tra parola e concetto racchiuso in essa.
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«Matrimonio-unioni gay: nessuna equiparazione». Pier Luigi Fornari

Nessuna illegittimità costituzionale della normativa del codice civile che prevede esclusivamente il matrimonio tra un uomo e la donna. Lo affermano le motivazioni della sentenza della Corte costituzionale sulle unioni gay pubblicate ieri. Quella norma infatti trova fondamento nell’articolo 29 della Costituzione. Il nostro ordinamento in materia non può essere ritenuto in contrasto con la Carta fondamentale, anche perché non si riscontrano neppure discriminazioni delle unioni omosessuali, in quanto esse non possono essere considerate omogenee al matrimonio. Dunque la Consulta respingere nettamente come «infondate» le tesi delle tre coppie gay, secondo le quali dal principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione e dalla definizione del matrimonio data dal 29, discenderebbe una sorta di obbligo alla introduzione delle nozze gay.

I costituenti, elaborando la formulazione di "società naturale", evidenzia la Consulta, «discussero di un istituto che aveva una precisa conformazione ed un’articolata disciplina nell’ordinamento civile». L’articolo 29, perciò, intese «riferirsi al matrimonio nel significato tradizionale di detto istituto». Dunque «il precetto costituzionale non può essere superato per via ermeneutica – osserva la sentenza redatta dal giudice Alessandro Criscuolo –, perché non si tratterebbe di una semplice rilettura del sistema o di abbandonare una mera prassi interpretativa, bensì di procedere ad un’interpretazione creativa».

Si deve tener conto dell’evoluzione sociale, argomenta "Il giudice delle leggi", ma l’interpretazione dell’articolo 29 «non può spingersi fino al punto di incidere sul nucleo della norma». Peraltro il matrimonio e la sua finalità procreativa, assente nell’unione omosessuale, hanno «rilievo costituzionale». Non è casuale che la nostra Carta fondamentale «dopo aver trattato del matrimonio, abbia ritenuto necessario occuparsi della tutela dei figli» nell’articolo 30. Dunque a riguardo del cuore delle questioni sollevate, famiglia, uguaglianza giuridica e quindi diritti fondamentali dei cittadini, la risposta della Corte è netta ed inequivocabile: le tesi delle coppie gay non hanno nessun fondamento nella Costituzione.

La Consulta ha dichiarato poi «inammissibile» il ricorso basato sull’articolo 2 della Carta che riguarda i diritti dell’uomo anche nelle formazioni sociali. Infatti la sentenza sostiene che tra queste ultime si possono annoverare anche le unioni gay, ma si deve escludere che tale riconoscimento passi attraverso una equiparazione al matrimonio. Quindi «spetta al Parlamento, nell’esercizio della sua piena discrezionalità, individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette». Ugualmente «inammissibile» viene dichiarato il ricorso riferito al primo comma dell’articolo 117, che vincola lo Stato al rispetto dell’ordinamento comunitario e degli obblighi internazionali. La sentenza rimarca che l’articolo 9 della Carta di Nizza nell’affermare il diritto a sposarsi rinvia alle legislazioni nazionali e alla discrezionalità del Parlamento. Tra l’altro la Carta specifica che quella norma «non vieta né impone» il matrimonio omosessuale.

Da notare soprattutto che la Consulta non ritiene opportuno affrontare i problemi che, recependo la Carta di Nizza, l’entrata in vigore del Trattato sull’Unione europea, pone agli ordinamenti degli Stati membri. Cita, tuttavia, l’articolo 51 della Carta che fa un esplicito riferimento alla sussidiarietà nell’applicazione delle sue norme. Un principio che di recente, nell’incontro di Interlaken in Svizzera, è stato raccomandato da rappresentanti dei 47 Paesi del Consiglio d’Europa alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo nei suoi pronunciamenti a riguardo di materie eticamente sensibili, come vita, famiglia, tradizioni religiose.

A giudizio di Barbara Pollastrini, comunque, le motivazioni della sentenza confermerebbero «la responsabilità» del Parlamento nel dare una legge sui diritti e i doveri delle coppie di fatto, omosessuali e non. Ma la leghista Laura Molteni osserva: «Se da un lato l’articolo 29 della Costituzione sancisce: la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, dall’altro va tutelato il diritto naturale del minore ad avere una mamma ed un papà. Per questo ben vengano le sentenze come quella della Corte costituzionale».



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Matrimoni gay, così nel mondo

ROMA - Dopo il via libera della Corte Costituzionale portoghese al disegno di legge per i matrimoni omosessuali, in Europa sono a sei i Paesi nei quali le nozze tra persone dello stesso sesso sono legali. Molti Stati del Vecchio continente riconoscono comunque in una qualche forma le unioni fra omosessuali mentre coppie dello stesso sesso si possono sposare in cinque Stati Usa.

Questi, nel dettaglio, i diritti matrimoniali o le forme di unione riconosciuti a gay in Europa ed in alcune nazioni di altri continenti.

GERMANIA. Dal 2001 il "contratto di vita comune" garantisce alle coppie omosessuali diritti simili a quelli del matrimonio.

FRANCIA. Nel 1999 la legge francese ha adottato i Pacs, le unioni civili per le coppie etero e omosessuali. Non ammesse invece le eredità e le adozioni.

REGNO UNITO. Dal 2005, il "partenariato civile" garantisce alle coppie gay diritti pressoché identici rispetto a quelle etero in materia di eredità, impiego e pensioni.

SPAGNA. Sì al matrimonio tra omosessuali dal 2005. E' consentita anche l'adozione.

PORTOGALLO. Da pochi giorni le persone dello stesso sesso possono sposarsi, ma, a differenza della vicina Spagna, non adottare figli.

PAESI BASSI.
Nel 2001 è stato il primo Paese a consentire il matrimonio tra omosessuali, riconoscendo loro diritti e doveri identici a quelli delle coppie etero.

BELGIO. Gli omosessuali si possono sposare dal 2003, purché almeno uno dei due coniugi sia belga o risieda nel Paese.

PAESI DEL NORD EUROPA.
La Danimarca è stato il primo Paese al mondo ad autorizzare, nel 1989, il matrimonio civile (partenariato registrato) tra omosessuali, che non possono però ricorrere all'inseminazione artificiale né adottare bambini. Persone dello stesso sesso si possono sposare in Norvegia, Islanda, Finlandia e Svezia, in quest'ultimo Paese in Chiesa (unico al mondo).


STATI UNITI. Cinque Stati Usa autorizzano il matrimonio gay: Iowa, Connecticut, Massachusetts, Vermont e New Hampshire.

UNGHERIA. Le coppie dello stesso sesso sono riconosciute come "amanti", ma è esclusa l'adozione.

SVIZZERA. Anche qui 'partenariato registrato' dal 2005, ma è esclusa l'adozione.

CROAZIA. "Reciproco sostegno" e diritto all'eredità sono garantiti alle coppie omosex da una legge adottata nel 2003.

CANADA. Persone dello stesso sesso possono sposarsi e adottare dal 2005.

NUOVA ZELANDA. La legge garantisce dal 2004 alle coppie omosessuali gli stessi diritti di quelle etero. Ma per "matrimonio" si considera rigorosamente l'unione tra un uomo e una donna.

AFRICA. In 38 su 53 Stati africani l'omosessualità è punita dalla legge. Solo il Sudafrica ha legalizzato dal 2006 le unioni civili tra omosessuali.

(14 aprile 2010)