DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Il paradiso, il purgatorio, l'inferno e lo scandalo della libertà. di Giacomo Biffi

"Verrà a giudicare i vivi e i morti", diciamo nel Credo. Questa formula è tra le più antiche del linguaggio cristiano ed era di uso comune nella prima comunità. È riportata negli Atti (10, 42). La troviamo usata nella prima lettera di Pietro: "Dovranno rendere conto a colui che è pronto a giudicare i vivi e i morti" (1 Pietro, 4, 5), e nella lettera seconda a Timoteo: "Ti scongiuro davanti a Dio e a Gesù Cristo, che giudicherà i vivi e i morti..." (ii Timoteo, 4, 4. Per gli scritti postapostolici, cfr. Barnaba, 7, 2; Policarpo, Epistola, 2, 1; 2 Clemente, 1, 1). Che significa questa espressione? Il significato vero è quello letterale: si vuol dire che Gesù sottoporrà al suo giudizio non solo quelli che troverà in vita alla sua venuta, ma anche tutti gli uomini del passato, che hanno già incontrato la morte. Più semplicemente si vuol dire - attraverso l'uso semitico del binomio di totalità, che indica l'intero mediante la distinta elencazione delle parti (per esempio "il cielo e la terra", per dire "tutto") - che sarà giudicata tutta l'umanità, senza alcuna eccezione. Oltre l'universalità delle persone, la Rivelazione ci parla di una universalità dei fatti umani: niente di ciò che è umano sfuggirà alla valutazione del giudice. Non si dovranno offrire vuote frasi adulatrici (Matteo, 21-23), ma si dovrà presentare la totalità delle opere compiute (Matteo, 16, 27; Romani, 2, 6; II Corinzi, 5, 10); e non appena sulle opere saremo giudicati, ma anche sulle parole (Matteo, 12, 36), sulle omissioni (Matteo, 25, 35-46), sui pensieri segreti (1 Corinzi, 4, 5). Nelle pagine della Bibbia troviamo ricordati alcuni elementi che entrano a comporre la scenografia del giudizio, in un quadro che ha sempre eccitato la fantasia, ma che chiede piuttosto di essere letto, anche nei particolari pittoreschi, secondo il suo vero significato concettuale. Il profeta Gioele colloca il giudizio in una misteriosa "Valle di Giosafat" (Gioele, 4, 2), solo tardivamente - a partire dal IV secolo dopo Cristo - identificata con la valle del Cedron, a sud-est della spianata del tempio. Ancora oggi arabi ed ebrei ambiscono essere seppelliti sull'uno e sull'altro versante dell'avvallamento, per essere più pronti a rispondere all'ultimo appuntamento. In realtà il nome ci rivela con molta chiarezza nella sua composizione la sua natura simbolica: Giosafat significa Jahvè giudica. Del resto, poco più avanti lo stesso profeta usa un altro nome, ugualmente significativo: "Valle della Decisione" (Gioele, 4, 14). Daniele delinea davanti a noi una vera e propria azione processuale con un giudice, una corte, i libri degli atti (Deuteronomio, 7, 9-10). L'immagine del processo si conserva fino alla predicazione di Gesù, anche se si sovrappongono altre raffigurazioni, come quella del pastore che alla sera esamina attentamente il suo gregge (Matteo, 25, 31-46). Ma, di là dai particolari fantastici, è possibile appurare come avverrà concretamente il nostro giudizio? Pensiamo di sì. Il nostro mondo è caratterizzato da una quasi totale discordanza tra i valori reali e la loro esterna apparenza, sicché non è di solito possibile assegnare agli uomini e alle cose il giusto prezzo che hanno in faccia a Dio. Questa discordanza ha raggiunto il grado sommo - e ne è stata condannata - al momento dell'uccisione del Figlio di Dio, quando colui che era la nostra stessa "giustizia, santità, redenzione" (1 Corinzi, 1, 30), "è stato annoverato tra i malfattori" (Isaia, 53, 12). L'esecuzione di Gesù fuori della porta di Gerusalemme, cioè "fuori della vigna" che era la sua eredità (cfr. Marco, 12, 8), raffigura e avvera la sconfitta di Dio, che oggi appare come estromesso dal mondo che è suo. Dio è sconfitto, e non tanto dall'uomo che pecca, quanto dall'uomo che, peccando, appare bello, forte, felice, soddisfatto; mentre colui che, tentando di conformarsi alla volontà del Padre, incontra la derisione, la sofferenza, la morte, è associato al mistero della sconfitta del suo Creatore. Il momento del giudizio è appunto la fine di questo stato irrazionale e blasfemo. Esso perciò consisterà essenzialmente nella brusca lacerazione del velo della esteriorità, così che tutta la creazione appaia "nuda e aperta" agli occhi di tutti, come è nuda e aperta da sempre agli occhi di Dio (Ebrei, 4, 13). Il suono della tromba finale - particolare del quadro che significativamente ritorna sempre nelle descrizioni bibliche della fine (Matteo, 24, 31; 1 Corinzi, 15, 22; 1 Tessalonicesi, 4, 15; Atti degli apostoli, 11, 15) - farà crollare la scena di questo mondo come le trombe di Giosuè squassarono, lasciandole diroccate, le mura di Gerico (Giosuè, 6, 20), e ciascuno sarà visto con la sua interiore ricchezza o con la sua interiore miseria. Il primo che sarà "manifestato" sarà il Cristo, capo dell'universo e centro della storia umana, fino allora nascosto e quasi sopraffatto dalla futilità del mondo. E ogni essere, improvvisamente privato della maschera che impediva ogni autentico esame, apparirà nella sua vicinanza a lui o nella sua lontananza: questo sarà il giudizio. Gesù sarà dunque l'unico punto di riferimento dal quale tutto sarà misurato: per questo egli sarà il "giudice". Allora finalmente sarà rovesciato il ricamo della nostra storia, e si potranno contemplare nella loro piena evidenza la bontà, l'armonia, la saggezza del disegno condotto a compimento da Dio, che senza una fede robusta ci è così difficile ravvisare oggi nei casi della storia mondana. Che cosa determina nella realtà la vicinanza o la lontananza da Cristo? In altre parole, su quale legge saremo giudicati? Certo, saremo giudicati sulla nostra fedeltà alla legge di Dio, perché Gesù non ha abrogato il decalogo, il quale resta per gli uomini di tutti i tempi il codice di comportamento. Ma, poiché il Signore stesso ha chiarito che la legge di Dio ha come compendio, come anima, come significato sostanziale l'amore di Dio sopra ogni altro amore e l'amore del prossimo, come inveramento concreto dell'amore di Dio, possiamo ben dire che "all'ultimo dei giorni - come si esprime san Giovanni della Croce - saremo giudicati sull'amore" (cfr. Matteo, 25, 31-46). "Tutti risorgeranno - dice il concilio Lateranense quarto - con i loro propri corpi, gli stessi che possiedono ora". È un'affermazione categorica, ma in fondo non è che l'insegnamento della Sacra Scrittura: "Da Dio ho ricevuto queste membra; queste per le sue leggi disprezzo; queste da lui spero di avere di nuovo", dice il terzo dei fratelli prima del martirio, nella narrazione del secondo libro dei Maccabei (7, 11). E Paolo: "È necessario che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità" (1 Corinzi, 15, 53). Cristo stesso - archetipo degli uomini che rinascono dalla morte - riprende dal sepolcro lo stesso corpo che è stato spento sul Calvario. Del resto, l'ipotesi di una risurrezione con un corpo diverso rivela una concezione dell'uomo che neppure sul piano di un'antropologia puramente razionale possiamo accettare. Tale ipotesi suppone infatti che l'anima stia nel corpo come una spada nel fodero; e che, come la spada, possa tranquillamente cambiare di fodero senza per questo mutare essa stessa. Ci sembra di dover ammettere con san Tommaso che l'anima intellettiva è l'unica "forma sostanziale" dell'uomo, sicché l'ipotesi fatta ci appare non solo teologicamente errata, ma anche filosoficamente assurda: non solo risorgeremo con il nostro identico corpo, ma neppure possiamo risorgere con un corpo diverso. Se il fatto della identità è fuori discussione, si discute molto sul modo di concepirla. La soluzione più semplice sta forse nel capire che lo stesso principio spirituale che anima il composto umano è la vera ragione della identità corporea. Poiché è la "forma sostanziale" dell'uomo, l'anima informando qualunque materia dà sempre origine allo stesso corpo, tanto che l'identità del nostro corpo è sempre salvata lungo l'arco della nostra vita, nonostante il continuo fluire degli elementi materiali. Intesa così - e forse non è possibile intenderla diversamente - la dottrina della identità scioglie immediatamente tutte le difficoltà che a prima vista essa stessa sembrerebbe provocare. Un altro interrogativo, suscitato dall'argomento che stiamo trattando, si riferisce alla condizione dei corpi risorti, che certo non potrà ripetere lo stato di miseria proprio del corpo terrestre. Da parte mia, non credo che saremo tutti come le acciughe nel barile. Io credo che effettivamente i rapporti umani ci saranno. Anche l'amicizia ci sarà. Non è il caso di anticipare con la fantasia una conoscenza che ci è stata riservata per quel giorno. Né ci sentiamo di seguire con animo tranquillo quei teologi che dal testo di san Paolo prima citato si pensano autorizzati a precisare le prerogative del corpo glorioso nei loro particolari. Tuttavia la Sacra Scrittura ci offre un principio e un modello, come dati sicuri per una riflessione sulla sorte che attende le nostre membra. Il principio è enunciato da san Paolo, quando ci parla di corpo "spiritualizzato" (1 Corinzi, 15, 44). Nel linguaggio dell'apostolo questo significa che la nostra carne, che ci appare così spesso ribelle alla volontà di Dio, sarà docilmente sottoposta all'azione dello Spirito Santo, che tutto trasforma e assimila a sé. In altre parole, quella trasfigurazione che lo Spirito di Dio opera fin da adesso nel mondo interiore dell'uomo, si estenderà a tutto il nostro essere, così che anche esteriormente riesca visibile la nostra rinnovazione. Il modello poi è lo stesso Gesù risorto, che dalle testimonianze apostoliche sappiamo sovranamente libero nella sua azione, senza che le cose materiali o le forze della natura gli diano impaccio alcuno, e senza che i dolori o la morte gli possano più recare alcun danno. A lui già ci siamo interiormente conformati, quando siamo passati dalla vita di colpa a quella di grazia. E a lui ci conformeremo totalmente (Filippesi, 3, 21), quando anche il nostro corpo, dopo la purificazione di una morte cristiana, obbedirà alla sua vocazione di gloria. Come già s'è detto, l'idea di un "giudizio" porta implicita l'idea di una discriminazione, anzi, poiché si tratta del giudizio ultimo e senza appello, l'idea di una discriminazione definitiva. La riflessione sulla glorificazione dell'uomo non può non coinvolgere dunque una riflessione simmetrica sulla dannazione dell'uomo. Difatti la stessa Rivelazione che ci parla di un premio eterno ci parla anche di un castigo eterno: la proposta di Dio non può essere accolta con beneficio d'inventario; o l'accettiamo o la rifiutiamo in blocco. Perciò la terribile e insopportabile prospettiva di un destino di punizione e di sofferenza è necessaria per una visione non snaturata dell'escatologia cristiana. Gesù per spiegare la condizione del dannato è ricorso soprattutto al concetto di esclusione: "La porta fu chiusa" (parabola delle vergini: Matteo, 25, 10); "gettatelo fuori" (parabola dei talenti: Matteo, 25, 30); "via lontani da me, maledetti" (Matteo, 25, 41) (cfr. anche Apocalisse, 22, 15). Paolo dà una versione sportiva dello stesso concetto, ricorrendo all'immagine della "squalifica" (1 Corinzi, 9, 27). Occorre però capire bene quanto spaventevole sia questo "star fuori" dalla Gerusalemme celeste, che ha Iddio stesso come fonte della sua luce. Noi riceviamo tutto da Cristo: siamo stati modellati su di lui, siamo stati creati per manifestare le sue perfezioni, riceviamo da lui continuamente l'alimento della nostra vita. Possiamo dire che tutti, anche i peccatori e gli infedeli, hanno, sia pure in diverso grado e natura, qualche legame con il Verbo incarnato: tutti infatti o sono inseriti o sono inseribili nel suo Corpo mistico. Tutti perciò sono in qualche modo raggiunti dalla sua grazia. All'inferno, l'uomo è invece totalmente avulso da questo Corpo, pur conservando una fondamentale ordinazione a esso: il dannato continua a essere creato a immagine del Salvatore e a glorificare con il suo stesso essere colui che rinnega e bestemmia con la sua volontà; continua ad avere un'assoluta necessità di incorporarsi in colui dal quale si mantiene avulso nel suo odio ostinato. E poiché è il nostro legame con Gesù a consentirci di essere veramente uniti tra noi, colui che è all'inferno è disperatamente solo. Mentre la sua natura resta una natura sociale, anzi resta chiamata a una comunione soprannaturale - perché la vocazione di Dio è senza pentimenti e rimane anche su chi l'ha rifiutata - è tagliato fuori da qualunque convivenza d'amore, da qualunque amicizia. Anche per questo aspetto il dannato è una natura che si contraddice. Ma questa avulsione da Dio e dal Regno di Dio non è l'unica ragione di sofferenza nell'inferno, anche se è la principale. La Scrittura - in parte già l'abbiamo visto - parla frequentemente di "fuoco". È possibile intendere questo fuoco solo come una immagine che rappresenta il grande dolore di chi è perduto per sempre? La cosa è sotto il profilo strettamente esegetico del tutto improbabile. In primo luogo non abbiamo notizia dell'uso di una tale metafora per indicare una pena puramente interiore. Inoltre tale interpretazione non sembra dare sufficientemente conto né della frequenza del termine, né del senso preciso di alcuni passi in particolare (cfr. Matteo, 25, 41, dove il fuoco è detto "preparato" per i cattivi; Matteo, 13, 40-42, dove il fuoco è l'unico elemento parabolico conservato anche nella spiegazione). Ovviamente non è necessario ritenere che il fuoco infernale abbia la stessa natura del nostro. Sarà sufficiente pensare a esso come a un elemento materiale estrinseco che, in qualunque modo, influisca tormentosamente sul dannato. Il destino umano sembra governato dal principio della "trasnaturazione": come lo spirito del giusto è divinizzato con la grazia e il corpo è spiritualizzato con la risurrezione, così la dannazione proietta l'uomo in opposta direzione, materializzandone per così dire lo spirito e sottomettendo lo spirito così materializzato alla schiavitù della materia. Non è possibile pensare che tutti si salvino? Non basta ammettere l'esistenza dell'inferno? Bisogna proprio pensare anche che ci stia effettivamente qualcuno? La dottrina rivelata, che ci obbliga a credere nella possibilità di dannarci, evita di darci qualche indicazione numerica circa i dannati. Anzi, rigorosamente parlando, non ci impone neppure di ritenere per fede che qualche uomo di fatto ci vada. Tuttavia affermare che l'inferno sia perfettamente vuoto è asserzione infondata, incauta e superficiale. In primo luogo non si vede in forza di quali argomentazioni possa essere sostenuta. Non avendo nessun argomento "a posteriori" - per il quale, in mancanza di una Rivelazione, ci vorrebbe una esplorazione diretta - è fatale che un simile atteggiamento si appoggi, più o meno consapevolmente, su argomenti "a priori" (come la misericordia di Dio, l'impossibilità di compiere un vero peccato mortale e così via.). Ora gli argomenti "a priori", se provassero, proverebbero non solo la non esistenza ma anche la impossibilità. Il che sarebbe incompatibile con la dottrina rivelata. In secondo luogo, la Rivelazione ci parla della effettiva riprovazione eterna dei demoni. Sicché non si eliminerebbe neppure il disagio psicologico di pensare a un essere personale prigioniero di una condizione così crudele. E dal momento che la Rivelazione richiama tanto spesso l'idea del castigo eterno, sarà meglio affidarsi a questa divina pedagogia, senza vanificarla con supposizioni che, per quel che ne sappiamo noi, non hanno fondamento. Non dobbiamo mai dimenticare che chi ci ha parlato con più chiarezza dell'inferno, della sua pena, della sua eternità, è stato Gesù Cristo, cioè colui che più di ogni altro ha conosciuto e rivelato il cuore misericordioso del Padre e più di ogni altro ha avuto amore e compassione per gli uomini. Certo la dannazione resta una realtà misteriosa e incomprensibile. "Sarà soltanto quando saremo passati dall'altra parte che si risolveranno gli ultimi problemi, che cesserà per noi lo "scandalo", che la bontà divina ci apparirà infinita, non soltanto in tutto ciò che essa crea, ma anche nella pazienza che le fa tollerare la rivolta delle sue creature libere. Finché vivremo, il pensiero dell'inferno ci sconvolgerà: è una spina nel nostro cuore, che ci fa tremare di fronte ai giudizi di Dio, ci fa invocare una fede più pura, ci fa supplicare perché siano forzate le nostre volontà ribelli, perché nessuno tra gli uomini resista alle premure amorose di quella bontà infinita di cui l'apostolo scrive che è follia prenderla alla leggera (Galati, 6, 7)" (Charles Journet, Il male: saggio teologico, Torino, Borla, 1963, pagine 246). L'inferno insomma è un pensiero insopportabile. Ma l'esistenza umana non ha un lieto fine immancabile, come nei vecchi film americani. La risurrezione corporea è l'aspetto più appariscente ed esterno di una condizione nuova dell'umanità, che trova la sua radice e insieme la sua dimensione più profonda in un rapporto nuovo con Dio, che eccede l'ambito puramente creaturale. Gesù sembra alludervi, secondo il vangelo di Giovanni, proprio nella sua prima manifestazione, la mattina di Pasqua: "Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro" (Giovanni, 20, 17). L'elemento più importante dello stato di gloria verso cui siamo incamminati sarà appunto una comunione con il Padre così forte e saziante da superare ogni attesa e ogni immaginazione. Se già la risurrezione è un evento che va oltre ogni capacità di comprensione, il possesso di Dio trascende assolutamente ogni prospettiva e pone in luce ancora più intensa la generosità del piano divino e la grandezza del destino che ci è stato assegnato. In che cosa consisterà questa intimità con il Padre? Sarà senza dubbio una unione d'amore, e come tale ha già le sue premesse nella vita di grazia. La carità infatti - che ci assimila a Cristo nella sua perfetta adesione al Padre - è la costante che accomuna lo stato del giusto durante il cammino terrestre e la sua condizione finale, ed è ciò che ci consente di essere già adesso nella "vita eterna", secondo l'insegnamento di Giovanni. Perciò san Paolo dice: "La carità non avrà mai fine" (1 Corinzi, 13, 8). La differenza sta nel fatto che l'amore del cristiano sulla terra nasce da una conoscenza che è sì soprannaturale e divinizzante, ma è velata e indiretta; nasce cioè dall'atto di fede, che è la radice e il fondamento di tutta la vita battesimale. Invece l'amore dell'uomo glorificato scaturirà dalla visione immediata di Dio. Dio che, secondo l'insegnamento biblico, è l'Invisibile e l'Inaccessibile, sarà contemplato senza intermediari: "La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand'ero bambino, parlavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che ero da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto" (1 Corinzi, 13, 9-12). La contemplazione diretta di Dio porrà nella massima evidenza il nostro stato di creature divinizzate e di figli che entrano in possesso della loro eredità. E come il battesimo inizia in noi la presenza di una vita e di una ricchezza "ecclesiali", così la suprema fioritura di questa vita ci troverà partecipi di una "città santa", di un "popolo nuovo", della "Chiesa escatologica", insomma: "Vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii una voce potente che usciva dal trono: Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno il suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi: non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate" (Apocalisse, 21, 2-4). Vedremo dunque Dio "a faccia a faccia" e sarà una conoscenza ben diversa da quella che oggi ci è consentita. Quanto al purgatorio, è una cosa, da un certo punto di vista, molto semplice. Nel disegno di Dio bisogna purificarsi, non basta dire: io ho sbagliato. Sono però da considerarsi errate le tendenze della pietà popolare e di una certa teologia che ha interpretato il purgatorio come un piccolo inferno. Il clima del purgatorio è la serenità. Le anime sono in grazia di Dio. Il cardinale Schuster diceva che il purgatorio è come un corso di esercizi spirituali: uno riflette, pensa, vede le cose sbagliate che ha fatto, gli dispiace, si purifica. Mi piace pensare che il nostro purgatorio, il purgatorio di ciascuno, sia quello di vedere tutte le stupidaggini che abbiamo fatto nella vita. Mi è congeniale in questo senso la descrizione dantesca delle anime "che vanno a farsi belle". Le narrazioni del Nuovo Testamento circa l'ultimo giorno parlano tutte di uno sconvolgimento cosmico terrificante. Citiamo per esempio la seconda lettera di Pietro: "Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c'è in essa sarà distrutta" (ii Pietro, 3, 10, cfr. anche Matteo, 24, 29; Apocalisse, 6, 12-14). Ma è difficile assegnare un contenuto preciso a queste descrizioni, che appartengono al genere letterario apocalittico e non devono essere prese alla lettera. Quanto alla data, è sempre stata oggetto di curiosità viva e morbosa in tutte le epoche della storia cristiana. San Paolo aveva già bisogno di ammonire severamente su questo punto la comunità di Tessalonica, che nella convinzione della imminente fine aveva a buon conto smesso di lavorare. In particolare, l'apostolo raccomanda - e non solo ai Tessalonicesi, visto che anche ai nostri tempi ogni tanto questo stato d'animo rinasce - che non ci si debba attenere a rivelazioni private o ad annunci divini o a lettere apostoliche che dichiarano prossimo il giorno del Signore (II Tessalonicesi, 2, 2). Se c'è una cosa chiara nella Rivelazione, è la non conoscibilità della data: il Padre se l'è riservata come un segreto geloso e ogni notizia che circola a questo proposito non può certo essere considerata di provenienza divina: "Quanto a quel giorno o a quell'ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli del cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre" (Marco, 14, 32). Resta da vedere se la Rivelazione ci indichi chiaramente dei segni premonitori della fine. Il segno che più ha colpito la fantasia popolare è la venuta di uno speciale nemico di Gesù che l'apostolo Giovanni chiama appunto Anticristo (1 Giovanni, 2, 18) e che san Paolo qualifica come l'Uomo del peccato, il Figlio della perdizione, l'Avversario, l'Iniquo (II Tessalonicesi, 2, 3-10). Egli si manifesterà negli ultimi tempi e sarà distrutto dall'alito della bocca del Signore e dallo splendore della sua venuta (II Tessalonicesi, 2, 8). Ma se la comparsa di questo misterioso personaggio è certa, la sua natura è discussa, e gli uomini di tutte le epoche non hanno mancato di riconoscerlo in qualche abominato contemporaneo. Già san Giovanni, dicendo che "gli anticristi sono molti" (1 Giovanni, 2, 18), pone le premesse per una interpretazione collettivistica, che riconosca questo avversario di Dio in tutte le forze del male agenti lungo la storia, le quali si scateneranno con particolare violenza prima della loro finale eliminazione. In connessione con l'"Uomo di iniquità", san Paolo parla anche di "apostasia" che dovrà colpire i cristiani, senza offrirci però nessuna notizia particolare (II Tessalonicesi, 2, 1). Nel discorso escatologico, poi, Gesù ha preannunciato l'universale predicazione del vangelo in tutto il mondo abitato, e solo dopo, ha detto, "verrà la fine" (Matteo, 24, 14). Ma poiché il contesto sembra riferirsi piuttosto alla distruzione di Gerusalemme, anche questa profezia deve considerarsi compiuta con la missione apostolica in tutto il mondo greco-romano. Infine san Paolo predice in termini abbastanza espliciti la conversione della nazione giudaica, che avrebbe dovuto essere la prima a entrare nel Regno e che invece sarà l'ultima, secondo un oscuro e sapiente piano di provvidenza (Romani, 11, 25-36). Ma non ci dice nulla sulla vera natura e sulle modalità di questo ritorno. Come si vede, nessuno di questi segni è tale da togliere o sminuire il carattere di "sorpresa", così ripetutamente attribuito dal libro sacro all'ultimo giorno della nostra storia.

(© L'Osservatore Romano - 6 settembre 2009. Il testo dell'arcivescovo emerito di Bologna, Giacomo Biffi, è pubblicato nel quarto numero del 2009 della rivista del bimestrale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore "Vita e Pensiero").

L'inferno secondo il Nuovo Testamento. Il luogo del fuoco gelido

di Inos Biffi

Se esista o no l'inferno non lo dobbiamo chiedere ai filosofi; e neppure ai teologi, siano pure i più blasonati: il compito dei teologi non è quello di determinare i contenuti del Credo, ma quello di illustrarli in connessione con tutto il mistero cristiano. Dobbiamo invece interrogare la fede della Chiesa, che non ha inventato l'inferno, ma lo afferma, semplicemente perché ha ascoltato la parola di Cristo sul "fuoco eterno" (Matteo, 25, 41) e sulla "risurrezione di condanna" (Giovanni, 5, 29) per quelli che fecero il male.
Il concilio di Trento, nell'ottavo canone sulla giustificazione, afferma il valore salutare della "paura dell'inferno, grazie alla quale, dolendoci dei peccati, ci rifugiamo nella misericordia di Dio e ci asteniamo dal male".
Nel Credo di Paolo vi si professa che: "Gesù Cristo è salito al Cielo, e verrà nuovamente, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, ciascuno secondo i propri meriti; sicché andranno alla vita eterna coloro che hanno risposto all'Amore e alla Misericordia di Dio, e andranno nel fuoco inestinguibile coloro che fino all'ultimo vi hanno opposto il loro rifiuto".
Mentre il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: "Gesù parla ripetutamente della "Geenna", del "fuoco inestinguibile", che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l'anima che il corpo". Egli "annunzia con parole severe che "manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno... tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente", e che pronunzierà la condanna: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!"" (n. 1034).
E sempre il Catechismo della Chiesa Cattolica: "La Chiesa nel suo insegnamento afferma l'esistenza dell'inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell'inferno, "il fuoco eterno"", dove "la pena principale dell'inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l'uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira" (ibidem, n. 1035).
Chi contestasse l'esistenza dell'inferno come reale possibilità di chi abbia rigettato fino all'ultimo la grazia della salvezza, negherebbe una verità del Credo cristiano. Ma per comprendere, nella misura del possibile, il senso e in certo modo la ragione dell'inferno - che è una verità di fede - importa coglierlo anzitutto nella sua disposizione originaria.
Secondo le parole di Cristo, il "fuoco eterno" è stato "preparato per il diavolo e per i suoi angeli" (Matteo, 25, 41), i quali, "creati da Dio naturalmente buoni", si sono "da se stessi trasformati in malvagi", per avere, "con libera scelta, radicalmente e irrevocabilmente, rifiutato Dio e il suo Regno" (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 391-392).
Noi constatiamo che, quando appare l'uomo, è già presente "il serpente antico, colui che è chiamato diavolo"; già opera il Satana che seduce (Apocalisse, 12, 9), l'"Anticristo" (1 Giovanni, 2, 18). "Il diavolo è peccatore fin dal principio" (1 Giovanni, 3, 8): Gesù lo definisce, infatti, "omicida fin da principio", radicalmente "menzognero e padre della menzogna" (Giovanni, 8, 44).
E quale fu il peccato di tal "seduttore e anticristo", per il quale originariamente venne disposto il "fuoco eterno"? Fu, esattamente, quello di aver obiettato all'eterno "mistero di Dio, che è Cristo" (Colossesi, 2, 2), di averlo respinto.
Non dovrebbe stupire, se pensiamo che Dio abbia creato gli angeli a servizio del Figlio suo, e che la loro bontà dipenda tutta dalla loro gioiosa accoglienza di Gesù, mentre la loro dannazione dalla loro ribellione e dal loro sdegnato rifiuto.
Ce ne convinciamo seguendo la vita di Cristo, intorno al quale operano sia gli angeli sia i de- moni.
Intorno a Gesù si aggira anche il demonio, che lo tenta, per distoglierlo dal compimento della volontà del Padre; diffonde la diffidenza e induce al distacco da lui (Giovanni, 6, 69); prende possesso di chi lo tradisce (Giovanni, 13, 27); contende a Cristo la signoria e la regalità, però rimanendone sconfitto.
È su Gesù che si discrimina la rettitudine o la perversione sia dell'angelo sia dell'uomo. Anzi, ogni peccato obiettivamente e storicamente è un rifiuto di Cristo, nel quale si risolve la predestinazione di Dio.
Abbiamo sentito che Gesù definisce il demonio omicida e menzognero fin dal principio, colui quindi che si oppone alla Vita e alla Verità, ossia al Verbo incarnato, che dice di sé: "Io sono la Verità e la Vita" (Giovanni, 14, 6).
Se torniamo alle origini, vediamo con chiarezza che tutta la trama del Serpente, invidioso dell'uomo, è quella di attrarlo da subito nella sua stessa spirale di gelosia, di sospetto, e di disubbidienza; quella di rendere l'uomo partecipe della sua stessa ribellione, e così deturpare in lui l'immagine di Cristo secondo la quale l'uomo era stato concepito, in modo da renderlo irriconoscibile dal Padre. L'inferno si configura, di conseguenza, come la lontananza da Cristo, che non può trattenere vicino a sé quelli che, consapevolmente, in piena e definitiva libertà, hanno scelto di essere dissimili da lui. Quanti non presentano i tratti del Signore, e ne sono discordanti, si sentono fatalmente dire: "Via, lontano da me" (Matteo, 25, 41); "Voi non so di dove siete: Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia" (Luca, 13, 27). L'inferno è il destino irreversibile, ormai fissato di là dal tempo, di una umanità di cui Dio non si compiace.
All'inferno non c'è la grazia di Cristo e manca la sua gloria; esso è il "luogo" della permanente e impenitente deprecazione dell'amore misericordioso, che fu addirittura il motivo della creazione dell'uomo.
Non è quindi che la grazia e il perdono non siano stati offerti o, per contingenti circostanze, non si siano potuti incontrare. È che l'uomo - chiamato all'esistenza "per mezzo di Cristo", "in lui" e "in vista di lui" (cfr. Colossesi, 1, 16-17) - li ha ostinatamente respinti sino all'ultimo, con tutte le forze della sua libertà, provando fastidio per Gesù Cristo.
Il tormento di quanti dimorano all'inferno - siano essi i demoni o gli uomini irredenti che li hanno imitati - proviene proprio dal fatto che vi è assente Gesù Risorto redentore, sorgente inesausta della beatitudine, e che non vi si gode la comunione dei santi. L'inferno è il non esserci di Cristo e della Chiesa.
Al contrario, l'inferno è una comunione di dannati, che in realtà non potrebbe essere una comunione, ma solo un implacabile reciproco dissidio e una invincibile e perpetua discordia. All'inferno non è possibile l'esperienza dell'amore. Non ci si ama, ma non ci si può che odiare a vicenda.
Resta a confortarci la sicurezza che il Signore di questo mondo non è il demonio, ma Gesù Risorto, che lo ha definitivamente giudicato e vinto, e che l'amore misericordioso e onnipotente si insinua in ogni frammento di tempo, anche in quello estremo.


(©L'Osservatore Romano - 27 marzo 2010)

Benedetto XVI durante la visita a una parrocchia della periferia romana: "L'inferno esiste, ma oggi se ne parla poco"

Luigi Accattoli

CITTÀ DEL VATICANO — L'inferno «esiste ed è eterno» e può essere inteso come la condizione di quanti «chiudono il cuore» a Dio, realizzando così il «fallimento» della propria esistenza: l'ha detto il Papa teologo parlando ieri in una parrocchia di Roma e usando un linguaggio semplificato, si direbbe da parroco. Ma nella semplicità ha riassunto tutti i punti della sua riflessione di teologo in tale scottante materia, variamente esposta negli anni in saggi e in interviste.
Ieri Benedetto XVI era in visita a una parrocchia della periferia Nord di Roma, quella di «Santa Felicita e figli martiri». Ha commentato un episodio chiave del Vangelo di Giovanni, quello dell'adultera che Gesù salva dalla lapidazione dicendo «Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra». Dall'episodio ha tirato questa «indicazione concreta»: a Gesù non interessa «discutere» con gli scribi e i farisei che gli portano l'adultera, ma il suo «obiettivo» è «salvare un'anima» per la via della misericordia.
Per questo — ha continuato il Papa — il Signore è venuto sulla terra: «È venuto per dirci che ci vuole tutti in Paradiso e che l'inferno, del quale poco si parla in questo nostro tempo, esiste ed è eterno per quanti chiudono il cuore al suo amore». Conclusione: «Anche in questo episodio comprendiamo che il vero nostro nemico è l'attaccamento al peccato, che può condurci al fallimento della nostra esistenza».
Tutte le volte che nelle sue opere il teologo Ratzinger tratta dell'inferno sempre osserva che è un «articolo di fede» che la teologia moderna tende a «eliminare» perché «ostico» alla nostra «coscienza odierna». E anche ieri l'ha fatto con l'inciso che oggi di inferno «poco» si parla.
Altro elemento ratzingeriano tipico è l'affermazione che l'inferno è destinato a chi «chiude il cuore all'amore» come ha detto ieri, realizzando così un pieno «fallimento dell'esistenza».
Nel volume Introduzione al cristianesimo (Queriniana 1969), questi concetti erano così proposti, nel capitolo sulla «discesa agli inferi»: «ultima solitudine», «abisso del nostro estremo abbandono», «soltanto la chiusura in se stessi voluta di proposito è ora l'inferno».
In quello stesso volume si chiarisce che l'inferno non è un luogo ma una condizione: «Quello stato spaventoso e sinistro che il teologo chiama inferno».
Nel libro intervista Dio e il mondo (San Paolo 2001), il teologo Ratzinger invita a non «risolvere» il «simbolismo biblico» del «mondo superiore e mondo inferiore» in una «visione ingenua» e in un «fisicismo che non aiuta a cogliere l'essenziale». Dunque niente bolgie dantesche e fiamme e ghiacci. Dell'inferno come «grande mare di fuoco» parla anche il «segreto di Fatima», che a suo tempo il cardinale Ratzinger qualificò come «visione privata» esposta in un «linguaggio immaginifico e simbolico» che va «correttamente» interpretato. Liberandolo cioè dal «fisicismo».
Sempre in quel volume il teologo Ratzinger esprimeva l'auspicio che i dannati all'inferno non siano numerosi: «Speriamo siano pochi gli uomini la cui vita è stata un fallimento totale e insanabile».
L'occasione più recente in cui il cardinale Ratzinger si è occupato dell'inferno è stata la preparazione del «compendio» del Catechismo della Chiesa cattolica (2005), che ha redatto da cardinale e promulgato da papa. In esso c'è la domanda «in che cosa consiste l'inferno», seguita da questa risposta: «Consiste nella dannazione eterna di quanti muoiono per libera scelta in peccato mortale. La pena principale dell'inferno sta nella separazione eterna da Dio».

Corriere della sera, 26 marzo 2007

Una realtà sgradevole e misteriosa ma necessaria alla libertà dell'uomo di VITTORIO MESSORI

«Eminenza, perché i preti nelle loro infinite omelie (più di 25.000 ogni domenica nella sola Italia) non parlano più dell'aldilà e, soprattutto, rifuggono dal pronunciare una parola che è diventata tabù: inferno?». Alla domanda, l'allora Prefetto dell'ex Sant'Uffizio, Joseph cardinal Ratzinger, mi guardò un po' ironico: «Il fatto è che oggi tutti, anche nel clero, ci crediamo talmente buoni da non poter meritare altro che il paradiso. Siamo impregnati di una cultura che, a forza di alibi e di attenuanti, vuol togliere agli uomini il senso della loro colpa, del loro peccato.
Lo osservi: tutte le ideologie della modernità sono unite da un dogma fondamentale.
E, cioè, la negazione di quella realtà che la fede lega all'inferno: il peccato».

Ben consapevole che si tratta di una realtà misteriosa e sgradevole ma non rimovibile (parola di Gesù stesso: «I malvagi se ne andranno all'eterno supplizio») Ratzinger, prima come cardinale e ora come papa, non pratica sconti sul Credo e anche di inferno ha parlato e parla, con quel suo tono didattico e zelante e quel suo volto da fanciullo ottantenne. Lo ha fatto anche ieri nella parrocchia della periferia romana, mettendo in guardia chi amasse il peccato, chi volesse chiudere le porte a Dio. Chi insomma, all'inferno proprio volesse andarci. Perché, in effetti, proprio qui sta il problema: non Dio ci condanna, siamo noi stessi a farlo, a respingere — per qualche autodistruttività enigmatica — il perdono, la salvezza, la gioia.
C'è qualcosa di sospetto nella reazione spesso violenta del «mondo», quando la Chiesa riafferma la sua convinzione dell'esistenza di un realtà che non può rimuovere, essendo su questo troppo recisa e chiara la Scrittura. Per il non credente anche, soprattutto l'inferno dovrebbe rientrare nei miti oscurantisti di una fede da respingere con uno scuotimento di spalle. E, invece, proprio qui certa cultura sembra reagire, come turbata ed inquieta, non con l'ironia ma con l'invettiva. Tanto che in quel Perché non sono cristiano, che è una sorta di summa delle ragioni del rifiuto del moderno Occidente, Bertrand Russell finì col restringersi a uno scandalo supremo, inaccettabile fra tutti: l'inferno, appunto.
Simili reazioni dimenticano che il vangelo si chiama così — «buona notizia » — perché annuncia in Gesù il perdono di Dio, la redenzione, la salvezza. Ciò che la Chiesa predica, sulla scorta di quel vangelo, è il paradiso, è l'eternità di vita, di gioia, di luce in cui il Padre attende ciascuno. L'inferno non è creazione di quel Dio di misericordia, bensì dell'uomo. Dio lo ha forgiato libero, non ha voluto degli schiavi ma dei figli, non impone la Sua presenza proprio per rispettare la loro totale autonomia. La rispetta sino in fondo: sino, dunque, alla possibilità del rifiuto, ostinato e pervicace, della proposta di alleanza e di amore; sino alla possibilità di preferire le tenebre alla luce, il male al bene. Come ha detto qualcuno, con un paradosso non infondato, «senza l'inferno, il paradiso sarebbe un lager». Sarebbe, cioè, un luogo (o, meglio, un misterioso «stato», non essendovi nell'aldilà il tempo e lo spazio), un luogo di destinazione obbligata cui nessuno potrebbe sottrarsi. La vita come una linea ferroviaria con un solo capolinea. Con l'abolizione conseguente della libertà di scegliere in tutta autonomia la propria destinazione. Foss'anche suicida.
A conferma del rispetto del mistero, la Chiesa, facendo beati e santi, impegna la sua autorità nel proclamare che un defunto è certamente in paradiso. Ma mai ha fatto, né mai farà, «canoni», cioè elenchi, di dannati. Certo, malgrado ogni spiegazione, la prospettiva di una punizione eterna, senza riscatto, ha provocato e provoca interrogativi e reazioni nella Chiesa stessa. Qualche teologo ha ipotizzato che l'inferno esista sì, ma che sia vuoto. Eppure, non a torto qualcuno gli ha replicato: «Potrebbe anche essere vuoto. Ma ciò non toglie che proprio tu ed io potremmo essere i primi ad inaugurarlo».

Corriere della sera, 26 marzo 2007

GIOVANNI PAOLO II . L’inferno come rifiuto definitivo di Dio

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 28 luglio 1999

L’inferno come rifiuto definitivo di Dio

Lettura: Gv 3, 17-19

1. Dio è Padre infinitamente buono e misericordioso. Ma l’uomo, chiamato a rispondergli nella libertà, può purtroppo scegliere di respingere definitivamente il suo amore e il suo perdono, sottraendosi così per sempre alla comunione gioiosa con lui. Proprio questa tragica situazione è additata dalla dottrina cristiana quando parla di dannazione o inferno. Non si tratta di un castigo di Dio inflitto dall’esterno, ma dello sviluppo di premesse già poste dall’uomo in questa vita. La stessa dimensione di infelicità che questa oscura condizione porta con sé può essere in qualche modo intuita alla luce di alcune nostre terribili esperienze, che rendono la vita, come si suol dire, un “inferno”.

In senso teologico, tuttavia, l’inferno è altra cosa: è l’ultima conseguenza dello stesso peccato, che si ritorce contro chi lo ha commesso. È la situazione in cui definitivamente si colloca chi respinge la misericordia del Padre anche nell’ultimo istante della sua vita.

2. Per descrivere questa realtà, la Sacra Scrittura si avvale di un linguaggio simbolico, che si preciserà progressivamente. Nell’Antico Testamento, la condizione dei morti non era ancora pienamente illuminata dalla Rivelazione. Si pensava infatti per lo più che i morti fossero raccolti nello sheól, un luogo di tenebre (cfr Ez 28, 8; 31,14; Gb 10, 21s.; 38, 17; Sal 30, 10; 88, 7.13), una fossa dalla quale non si risale (cfr Gb 7, 9), un luogo in cui non è possibile dare lode a Dio (cfr Is 38, 18; Sal 6, 6).

Il Nuovo Testamento proietta nuova luce sulla condizione dei morti, soprattutto annunciando che Cristo, con la sua risurrezione, ha vinto la morte e ha esteso la sua potenza liberatrice anche nel regno dei morti.

La redenzione rimane tuttavia un'offerta di salvezza che spetta all'uomo accogliere in libertà. Per questo ciascuno verrà giudicato “secondo le sue opere” (Ap 20, 13). Ricorrendo ad immagini, il Nuovo Testamento presenta il luogo destinato agli operatori di iniquità come una fornace ardente, dove è “pianto e stridore di denti” (Mt 13, 42; cfr 25, 3 0.41), oppure come la Geenna dal “fuoco inestinguibile” (Mc 9, 43). Tutto ciò è espresso narrativamente nella parabola del ricco epulone, nella quale si precisa che gli inferi sono il luogo di pena definitiva, senza possibilità di ritorno o di mitigazione del dolore (cfr Lc 16, 19-31).

Anche l’Apocalisse raffigura plasticamente in uno “stagno di fuoco” coloro che si sottraggono al libro della vita, andando così incontro alla “seconda morte” (Ap 20, 13s.). Chi dunque si ostina a non aprirsi al Vangelo si predispone a “una rovina eterna, lontano dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza” (2 Ts 1, 9).

3. Le immagini con cui la Sacra Scrittura ci presenta l’inferno devono essere rettamente interpretate. Esse indicano la completa frustrazione e vacuità di una vita senza Dio. L’inferno sta ad indicare più che un luogo, la situazione in cui viene a trovarsi chi liberamente e definitivamente si allontana da Dio, sorgente di vita e di gioia. Così riassume i dati della fede su questo tema il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Morire in peccato mortale senza esserne pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola ‘inferno’» (n. 1033).

La ‘dannazione’ non va perciò attribuita all’iniziativa di Dio, poiché nel suo amore misericordioso egli non può volere che la salvezza degli esseri da lui creati. In realtà è la creatura che si chiude al suo amore. La ‘dannazione’ consiste proprio nella definitiva lontananza da Dio liberamente scelta dall’uomo e confermata con la morte che sigilla per sempre quell’opzione. La sentenza di Dio ratifica questo stato.

4. La fede cristiana insegna che, nel rischio del ‘sì’ e del ‘no’ che contraddistingue la libertà creaturale, qualcuno ha già detto no. Si tratta delle creature spirituali che si sono ribellate all’amore di Dio e vengono chiamate demoni (cfr Concilio Lateranense IV: DS 800-801). Per noi esseri umani questa loro vicenda suona come ammonimento: è richiamo continuo ad evitare la tragedia in cui sfocia il peccato e a modellare la nostra esistenza su quella di Gesù che si è svolta nel segno del ‘sì’ a Dio.

La dannazione rimane una reale possibilità, ma non ci è dato di conoscere, senza speciale rivelazione divina, se e quali esseri umani vi siano effettivamente coinvolti. Il pensiero dell’inferno – tanto meno l’utilizzazione impropria delle immagini bibliche - non deve creare psicosi o angoscia, ma rappresenta un necessario e salutare monito alla libertà, all’interno dell’annuncio che Gesù Risorto ha vinto Satana, donandoci lo Spirito di Dio, che ci fa invocare “Abbà, Padre” (Rm 8, 15; Gal 4, 6).

Questa prospettiva ricca di speranza prevale nell’annuncio cristiano. Essa viene efficacemente riflessa nella tradizione liturgica della Chiesa, come testimoniano ad esempio le parole del Canone Romano: “Accetta con benevolenza, o Signore, l’offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia … salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti”.

SE L’INFERNO RITORNA A FAR NOTIZIA

Quel sommesso accenno del Papa rompe la solitudine
di chi offre indifferenza in cambio d’indifferenza,
richiama alla coscienza. Ma chi ripeterà le sue parole?


Gianni Baget Bozzo

Correva l’antico avvertimento: «Ricordati i tuoi novissimi e non peccherai», diceva la saggezza cristiana. I «novissimi» erano gli ultimi avvenimenti della vita umana oltre il tempo: la morte, il giudizio, l’inferno, il paradiso. Oggi il motto non corre più nemmeno nelle parrocchie, forse nemmeno nei movimenti, salvo i neocatecumenali. Eppure il Papa ha sentito l’obbligo pastorale perché dottrinale di ricordare ai fedeli che l’inferno esiste. Ha subito aggiunto la speranza che ci vadano in pochi e che sia un terminale d’eccezione. Dell’inferno parla il suo Catechismo della Chiesa cattolica ed è ai fedeli d’una parrocchia romana che ha fatto quest’affermazione quasi sottovoce, non l’ha destinata al pubblico dell’omelia del mercoledì o dell’angelus domenicale. Pure, l’avvertimento ha fatto subito notizia e sono apparsi sui giornali gli affreschi infernali del Signorelli, una delle più efficaci rappresentazioni dell’immaginario medioevale.
I «novissimi» sembrano troppo duri per essere detti oggi. Eppure solo il loro accenno sommesso fa notizia, come se rispondesse a qualcosa di cui si sente la mancanza. I «novissimi» infatti ci dicono che ciò che fa l’uomo non è indifferente a Dio e acquista le sue dimensioni. L’azione umana è giudicata dalla sapienza infinita, è oggetto di un’attenzione scrupolosa che considera e rispetta la libertà ma giudica l’atto. Insomma, il mondo non teletrasmesso ha sempre un pubblico; è guardato da un testimone invisibile che considera gli atti umani come qualcosa che tocca la sua realtà infinita.
Il Papa ha legato il concetto d’inferno a quello di peccato, all’idea che l’azione dell’uomo ha un valore innanzi all’eterno e segna agli occhi di Qualcuno il peso eterno della sua esistenza. In un mondo in cui si credono i «novissimi» non esiste l’indifferenza dell’uomo all’altro uomo. È infine quello che si chiede quando si domanda la libertà degli atti e dei diritti: si chiede l’indifferenza. Ogni individuo è una monade che guarda solo se stessa. Di se stesso è l’unico testimone e, impropriamente, si può dire che è l’ultimo giudice. Per questo pensare che il mio atto abbia la dignità di essere un peccato per una presenza infinita, toglie la possibilità dell’indifferenza non solo alle mie azioni ma ai miei desideri, intenzioni e scelte. Un testimone invisibile costruisce l’uomo interiore. È facile vedere quanti concetti laici siano legati a quello del Qualcuno invisibile che giudica il cuore: il concetto stesso di coscienza e anche quello di libertà sono legati al fatto che siano le mie intenzioni, non i miei atti né i miei risultati, a costituire me stesso.
La cultura postcristiana mantiene il concetto dello sguardo invisibile sui nostri atti, ma li ritiene come murati in noi stessi. La condizione dell’uomo che non ha più la fede nei «novissimi» è la solitudine. Non era così nel mondo pagano in cui gli atti esteriori non dipendevano dalle intenzioni, non esisteva l’uomo interiore, non esisteva la coscienza giudicante noi stessi che oggi abbiamo. Per questo l’inferno suscita interesse; rompe l’idea della solitudine, mostra le nostre intenzioni e il nostro cuore come oggetto d’uno sguardo e d’un giudizio. Il Papa che parla d’inferno provoca un’attenzione non legata a fatti esteriori come i Dico, ma risponde alla coscienza, il residuo cristiano che vive nel tempo della secolarizzazione e pensa di conservare se stessa offrendo indifferenza in cambio di indifferenza. Ma da questo a pensare che il Papa sia seguito e che i «novissimi» ritornino nel linguaggio parrocchiale ci corre. Chi parlerà oggi del peccato che non nuoce a nessuno in particolare, ma offende Dio nella sua pura realtà interiore, come intenzione e non come atto? Lo sguardo di Dio come atto sulla nostra vita determina mondi diversi dalla distinzione tra lecito e illecito. Pone la differenza tra peccato e grazia, tra il contrasto con lo sguardo divino o la sua fusione con esso.

La Stampa, 28 marzo 2007

L'inferno esiste e non è vuoto

Da "La Civiltà Cattolica", n. 3788 del 19 aprile 2008

di Giandomenico Mucci S.I.



L'uomo non può rinunciare a porsi, almeno una volta nella vita, la domanda sul perché dell'esistenza e a tentare una risposta, per chiarire e giustificare a se stesso il valore dell'esistenza. E una esigenza connaturata alla natura pensante dell'uomo. Sulla grande stampa italiana domina la risposta atea o agnostica. Scrittori e giornalisti, toccando o sfiorando i mille problemi di vario genere legati a quella domanda, suonano, un giorno sì un giorno no, la stessa musica. Non sarebbe possibile penetrare o eludere l'imperscrutabile decreto del Fato che ha posto l'uomo sulla terra per vivere, soffrire e morire, senza poter sperare in spazi più alti. L'impotenza paralizzerebbe l'uomo quando pretendesse di squarciare il mistero di quel decreto. Unico conforto è la vita stessa nella sua preziosa fragilità e con le cose belle che produce. Roberto Gervaso consiglia anche la lettura di Zenone, Seneca, Marco Aurelio e Montaigne (1). Figurarsi!

La risposta agnostica, sebbene molto pubblicizzata, è lungi dal convincere tutti. E di moda, da parte laicista, ironizzare sul «ritorno delle religioni», ma non pochi osservatori, anche non credenti, ne accettano il fatto. Più seria è l'obiezione che nasce da quella che Gian Enrico Rusconi chiama la «de-teologizzazione dell'atteggiamento religioso» (2). Essa constata o contesta alla Chiesa il cambiamento che si pretende sia avvenuto nel suo discorso pubblico: non più l'insistenza sui riferimenti dogmatici, ma la rivendicazione del monopolio dell'etica. I dogmi del peccato originale, della redenzione, della salvezza sarebbero oggi taciuti o proposti senza la forza di un tempo e, comunque, non costituirebbero più l'ossatura della dottrina morale della Chiesa. La dottrina millenaria della natura decaduta con il peccato sarebbe ormai divenuta obsoleta e sostituita da una sorta di «bio-teologismo» impegnato a risacralizzare la natura avversando le scienze biologiche e le teorie dell'evoluzione.

Che in taluni settori della Chiesa si ecceda forse con le tematiche sociali ed etico-pragmatiche è un fatto noto anche agli analisti cattolici. Già parecchi anni or sono, un fine letterato, Italo Alighiero Chiusano, metteva in luce la sproporzione tra l'impegno sociale e la predicazione delle verità della fede (3). Ma qui valga soltanto aver accennato a questi problemi. Ci interessa ora quell'altro fenomeno di de-teologizzazione, portato avanti dagli scrittori atei e agnostici, che consiste principalmente nel parlare con disinvolta ignoranza di argomenti capitali della dottrina cristiana, non nel senso con cui li intende la Chiesa, ma nell'ottica dell'immanenza laicista. Il risultato è il ridicolo gettato a piene mani su ciò che o non si conosce nei suoi veri termini o si stravolge per confondere i cattolici. La formuletta dell'«inferno vuoto» è uno di questi casi più frequenti. Usata da quegli scrittori, la formuletta significa che la Chiesa contemporanea ha mutato la sua fede nell'inferno che prima era «pieno», mentre ora è «vuoto». Si risente in questi autori l'eco del sarcasmo di Voltaire che, in una pagina antisemita, giudicava la dottrina cattolica dell'inferno cosa da domestiche e da sarti (4). Perché, si sa, «il più comune rimprovero che si fa oggidì alla religione si è che essa conduca a sentimenti bassi, volgari» (5). Vorremmo mostrare a eventuali cattolici disorientati che le cose non stanno così.

L'equivoco

È diventato un luogo comune in Italia citare Hans Urs von Balthasar come il teologo che ha detto che l'inferno esiste, ma è vuoto. L'equivoco nacque, o fu fatto nascere, nel 1984 dopo il Convegno romano sulla figura e sul pensiero di Adrienne von Speyr, durante il quale il teologo svizzero riprese la sua riflessione escatologica che già nel 1981 aveva suscitato aspre critiche nell'area teologica di lingua tedesca e ancora nel 1987 costringeva il suo autore a difenderla (6). La tesi di von Balthasar afferma che sperare la salvezza eterna di tutti gli uomini non è contrario alla fede. Essa si avvale dell'autorità di alcuni Padri della Chiesa, tra i quali Origene e Gregorio Nisseno, ed è condivisa da non pochi teologi contemporanei, tra i quali Guardini e Daniélou, de Lubac, Ratzinger e Kasper, e da scrittori cattolici come Claudel, Marcel e Bloy.

Ai suoi critici von Balthasar replicava: «La soluzione da me proposta, secondo la quale Dio non condanna alcuno, ma è l'uomo, che si rifiuta in maniera definitiva all'amore, a condannare se stesso, non fu affatto presa in considerazione. Avevo anche rilevato che la Sacra Scrittura, accanto a tante minacce, contiene pure molte parole di speranza per tutti e che, se noi trasformiamo le prime in fatti oggettivi, le seconde perdono ogni senso e ogni forza: ma neppure di questo si è tenuto conto nella polemica. Invece sono state ripetutamente travisate le mie parole nel senso che, chi spera la salvezza per tutti i suoi fratelli e tutte le sue sorelle, "spera l'inferno vuoto" (che razza di espressione!). Oppure nel senso che chi manifesta una simile speranza, insegna la "redenzione di tutti" (apokatastasis) condannata dalla Chiesa, cosa che io ho espressamente respinto: noi stiamo pienamente sotto il giudizio e non abbiamo alcun diritto e alcuna possibilità di conoscere in anticipo la sentenza del giudice. Com'è possibile identificare speranza e conoscenza? Spero che il mio amico guarirà dalla sua grave malattia - ma per questo forse lo so?» (7). Basti questo testo a quanti ripetono per abitudine la formuletta dell'«inferno vuoto» della quale sono responsabili le «fin troppo grossolane deformazioni sui giornali» (8).

Chiesa e teologi

Chi conosce la dottrina della Chiesa sa bene che essa si distingue dalle interpretazioni dei teologi. Soltanto la dottrina fa parte, a vario titolo, del Magistero della Chiesa. La Commediaè Dante. Altra cosa sono i commenti dei dantisti. «Il popolo cristiano crede per buone ragioni, ma lascia ai teologi la cura di dimostrare che quelle ragioni sono buone», disse il card. Dechamps, arcivescovo di Malines, durante la celebrazione del Concilio Vaticano I. Gli scrittori laici e i giornalisti non sono abituati a queste distinzioni e fors'anche le giudicano furbeschi cavilli ecclesiastici. Questo può spiegare la disavventura capitata al pensiero di von Balthasar, l'invenzione giornalistica della formuletta a lui attribuita, il nessun valore di ciò che significa. Quegli scrittori poi mostrano un interesse morboso per l'inferno, o sia per paure inconsce non del tutto sopite o sia perché considerano l'inferno (peraltro banalizzato dal linguaggio corrente) come argomento fertile per deridere la fede della Chiesa. Essi ignorano che questa fede guarda escatologicamente al fine ultimo salvifico della vita cristiana, alla realtà positiva che è il Signore, e medita l'inferno soltanto come «il retro della medaglia», la sorte di chi in terra manca il fine ultimo (9).

Il Magistero della Chiesa sull'inferno insegna tre cose. La prima: esiste dopo la morte terrena uno stato, non un luogo, che spetta a chi è morto nel peccato grave e ha perduto la grazia santificante con un atto personale. E la cosiddetta retribuzione dell'empio. La seconda: questo stato comporta la privazione dolorosa della visione di Dio (pena dal danno). La terza: in questo stato c'è un elemento che, con espressione neotest amentaria, è descritto come «fuoco» (pena del senso). Le due pene, e quindi anche l'inferno, sono eterne. Il lettore che vorrà conoscere la secolare documentazione dogmatica potrà consultare un qualsiasi trattato teologico di escatologia (10).

Esistono i dannati?

Per comprendere in qualche modo l'inferno bisognerebbe penetrare il senso e la gravità del peccato mortale. E il peccato è un mistero come la sua sanzione. E il mistero di una creatura che rigetta la fonte e il fine del suo essere. L'agonia spirituale dell'inferno è il termine orribile delle tendenze peccatrici maturate dall'anima lungo la vita terrena, volontariamente sviluppate e non approdate a una sincera conversione. Ciò significa che il peccatore si è egoisticamente preferito a Dio, e Dio ha ratificato la libera volontà del dannato. Sotto un certo aspetto, l'inferno è il peccatore riuscito, il peccatore che è riuscito a fare perfettamente ciò che ha voluto e iniziato a fare sulla terra. Perciò l'inferno è opera dell'uomo del quale Dio rispetta la volontà. L'uomo ottiene nell'inferno ciò che ha voluto ottenere (11).

Tutto questo si oppone alla bontà divina? «La concreta possibilità della dannazione è necessaria, se si vuol continuare ad ammettere la libertà creata nella sua vera essenza. La libertà dell'uomo non può ridursi alla possibilità di scegliere tra un luogo e l'altro di villeggiatura o tra una cravatta a righe e una cravatta a pois; e neppure di scegliere la moglie o il partito politico: la nostra libertà, nel suo significato più profondo, è la spaventosa e stupenda prerogativa di poter costruire il nostro destino eterno. Per non essere puramente nominale, questa prerogativa deve necessariamente includere la reale e concreta possibilità di decidere per la perdizione. Come si vede, il mistero della dannazione è essenzialmente connesso col mistero della libertà, che è forse l'unico vero mistero dell'universo creato» (12).

Sono due, dunque, i punti fermi. Esiste la possibilità di un fallimento eterno se l'uomo rifiuta la salvezza offertagli da Dio. E un pericolo contro il quale la Scrittura e la Tradizione della Chiesa, fino ai nostri tempi, ci mettono in guardia affinché non alimentiamo certezze assolute. Si deve alimentare la speranza nella salvezza di tutti gli uomini per la misericordia di Dio e il sacrificio di Cristo. Ma «la speranza è ben diversa dalla sicurezza» (13).

Esistono i dannati? Si è mai dannato qualcuno? Per quanto riguarda gli uomini, non ci sono argomenti incontrovertibili per affermarlo. Il dogma cristiano ci impegna a credere che l'inferno è lo stato eterno di chi lascia questa vita in peccato mortale, ma non ci impegna a credere che qualcuno sia morto, o muoia, in peccato mortale. Perciò, educata dalla Scrittura (1 Tim 2,4; 2 Pt 3,9), la Chiesa non cessa di pregare affinché tutti gli uomini si salvino. Né sono pochi i cristiani che sanno bene che la salvezza è condizionata alla libera cooperazione dell'uomo con la grazia e tuttavia sperano nella potenza del sacrificio della Croce. Ma neppure esistono argomenti per affermare o presumere che nessuno mai si dannerà (14). Chiunque può vedere, alla luce di quanto siamo venuti dicendo, come sia perfettamente ortodosso il pensiero di von Balthasar su questa materia e quanto fuorviante, e sostanzialmente erronea, la formuletta dell'«inferno vuoto».

Un teologo speciale

Nel 1977, l'anno stesso nel quale fu elevato all'episcopato, l'allora card. J. Ratzinger pubblicava un compendio di escatologia che «è, assieme all'ecclesiologia, il trattato che ho esposto più frequentemente nelle mie lezioni» (15). Le quattro pagine dedicate all'inferno formano una bella sintesi dei due temi principali che esauriscono, per così dire, la comprensione della materia: l'inferno nella sua relazione con la libertà umana e con la speranza cristiana.

«Che cosa rimane dunque? In primo luogo la costatazione dell'assoluto rispetto che Dio mostra di avere per la libertà della sua creatura. L'amore è un dono che l'uomo riceve; è la conseguente trasformazione di ogni sua miseria, di ogni sua insufficienza; neppure il "sì" a tale amore scaturisce dall'uomo stesso, ma è provocato dalla forza di questo amore. Ma la libertà di rifiutarsi alla maturazione di questo "sì", di non accettarlo come qualcosa di proprio, questa libertà rimane. [...]. [Dio] non tratta gli uomini come esseri minorenni, i quali, in fondo, non possano essere ritenuti responsabili del proprio destino, bensì il suo cielo si fonda sulla libertà che lascia anche al perduto il diritto di volere lui stesso la propria perdizione. La particolarità del cristianesimo emerge qui nella affermazione della grandezza dell'uomo: la sua vita è un caso di estrema serietà [...]» (16). Contro la «terrificante realtà dell'inferno» c'è solamente «la speranza che può nascere soltanto nel condividere la sofferenza di quella notte con Colui che è venuto a trasformare con la sua sofferenza la notte di tutti noi» (17).

Trent'anni dopo, l'Autore di queste pagine, divenuto Benedetto XVI, ha ripreso il grave problema con accorata sensibilità pastorale nella enciclica Spe salvi. Sensibilità pastorale e disincantato realismo. «Possono esserci [ma il testo latino recita: Sunt quidam] persone che hanno distrutto totalmente in se stesse il desiderio della verità e la disponibilità all'amore. Persone in cui tutto è divenuto menzogna; persone che hanno vissuto per l'odio e hanno calpestato in se stesse l'amore. E questa una prospettiva terribile, ma alcune figure della stessa nostra storia lasciano discernere in modo spaventoso profili di tal genere. In simili individui non ci sarebbe più niente di rimediabile [ma il testo latino recita: nihil sanabile invenias]e la distruzione del bene sarebbe irrevocabile: è questo che si indica con la parola inferno» (18).

Ma forse non è questo «il caso normale dell'esistenza umana. Nella gran parte degli uomini - così possiamo supporre rimane presente nel più profondo della loro essenza un'ultima apertura interiore per la verità, per l'amore, per Dio. Nelle concrete scelte di vita, però, essa è ricoperta da sempre nuovi compromessi col male - molta sporcizia copre la purezza, di cui, tuttavia, è rimasta la sete e che, ciononostante, riemerge sempre di nuovo da tutta la bassezza e rimane presente nell'anima» (19). «Il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l'amore» (20). Riecheggia in questi testi l'avvertimento della Chiesa a non dimenticare la possibilità dell'esito fallimentare di una vita centrata sul peccato. E vi riecheggia, con la fede nella misericordia salvatrice, la speranza che ad essa tutti possano un giorno accedere. Quia pius es.


NOTE


1) Cfr R. GERVASO, «Per chi suona la campana?», in Il Messaggero, 19 gennaio 2007, 8.

2) G. E. RUSCONI, «Se tra cattolici e laici il dialogo è una finzione», in la Repubblica, 7 dicembre 2007, 46.

3) Cfr I. A. CHIUSANO, «Un incontro con i "Novissimi"», in Oss. Rom., 15 luglio 1993, 3.

4) Cfr VOLTAIRE, «Inferno», in Id., Dizionario filosofico, vol. I, Milano, Bur, 19913, 281.

5) A. MANZONI, «Osservazioni sulla morale cattolica», II, 2, in ID., Tutte le Opere, vol. II, Firenze, Sansoni, 1973, 1.481.

6) Nel 1981 e nel 1987, l'autore pubblicò due volumetti sulla sua opinione e la disputa che ne seguì. Ultima edizione italiana: H. U. VON BALITIASAR, Sperare per tutti. Breve discorso sull'inferno, Milano, Jaca Book, 1997. Cfr M. PARADISO, «Von Balthasar e l'inferno», in Avvenire, 22 novembre 1995, 24.

7) H. U. VON BALTHASAR, Sperare per tutti. Breve discorso sull'inferno, cit., 123.

8) Ivi, 14.

9) Cfr A. RUDONI, Escatologia, Torino, Marietti, 1972, 9, nota 1.

10) Cfr C. POZO, Teologia dell'aldilà, Roma, Ed. Paoline, 19722, 255-260.

11) Cfr R. W. GLEASON, Le monde à venir. Théologie des fins dernières, Paris, Lethielleux, 1960, 130-144.

12) G. BIFFI, Linee di escatologia cristiana, Milano, Jaca Book, 1984, 67 s.

13) E-J. NOCKE, Escatologia, Brescia, Queriniana, 1984, 143.

14) Cfr A. RUDONI, Escatologia, cit., 170 s; G. BIFFI, Linee di escatologia cristiana, cit., 68.

15) J. RATZINGER, Escatologia. Morte e vita eterna, Assisi (Pg), Cittadella, 20054, 21.

16) Ivi, 225 s.

17) Ivi, 227.

18) BENEDETTO XVI, «Lettera enciclica Spe salvi», n. 45, in Civ. Catt. 2007 IV 588 s.

19) Ivi, n. 46, p. 589.

20) Ivi, n. 47, p. 590.