DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi
Se nel teorema di Malthus la soluzione è lo sviluppo. di Ettore Gotti Tedeschi
Le previsioni più catastrofiche risultano in passato normalmente contraddette dalla stessa Fao e dai fatti, così ci si potrebbe tranquillizzare. Ci si dovrebbe invece continuare a preoccupare quando si sentono ancora esaltare le tesi neomalthusiane (che credevamo smentite dai fatti) del Club di Roma negli anni 70 sulla pericolosità della crescita della popolazione per le limitate risorse disponibili.
Per capir meglio la scientificità di questa teoria antica si deve ricordare che essa non fu proprio riproposta dal Club di Roma, bensì qualche anno prima, nel 1968, dall'università di Stanford, quando il biologo Paul Erlich sostenne nel saggio «La bomba demografica» che se il tasso di natalità fosse proseguito ai ritmi degli ultimi anni, prima degli anni 80 centinaia di milioni di persone sarebbero morte di fame.
Il Club di Roma, grazie al rapporto del Mit del 1972 (I limiti dello sviluppo, a sua volta corretto cinque anni più tardi dal Progetto Rio), ridimensionò non poco le previsioni catastrofiche di Erlich limitandosi a prevedere, prima del 2000, qualche decina di milioni di morti di fame per sottoalimentazione. Pur con molte apprezzabili e ragionevoli proposte per un efficiente uso delle risorse e dello sviluppo, il Club di Roma auspicò che l'umanità, conseguentemente, decelerasse il ritmo di proliferazione e crescita demografica, quale scelta urgente e radicale.
Per fare ciò auspicò un cambio di "valori" per l'umanità, un nuovo modello di progresso per trovare un'«esistenza degna di esser vissuta».
Non voglio commentare che cosa possa essere questa "esistenza", vorrei solo ricordare che il crollo della natalità avvenuto negli anni successivi nel mondo occidentale ha comportato l'origine vera della crisi economica che stiamo vivendo, mentre la crescita di popolazione nei paesi allora in via di sviluppo ha comportato, grazie alla delocalizzazione produttiva, il loro benessere e potere economico attuale. E naturalmente nessuno lì è morto di fame... La crisi economica nel mondo occidentale è invece legata proprio al crollo della crescita di popolazione perché comporta necessariamente la diminuzione della crescita del Pil, la crescita dei costi fissi, delle tasse e la diminuzione del risparmio prodotto.
Si cercò negli anni di compensarla con crescita di produttività (biasimata dagli ecologisti), con delocalizzazione di produzioni in Asia e India (apprezzata da asiatici e indiani che hanno fondato così il loro sviluppo economico). Ma riconosciute queste due manovre come insufficienti a compensare la crescita zero, si tentò con il consumismo a debito (più che mai giustamente biasimato dagli ecologisti).
In pratica si produssero effetti esattamente contrari a quanto auspicato. Così, quando questo consumismo a debito arrivò agli eccessi conosciuti (sempre per sostenere la crescita del Pil) e questi debiti si cominciò a non pagarli, scoppiò la crisi. Ma l'origine del ciclo che ha portato alla crisi è e rimane il crollo delle nascite, ecco perché la crisi è considerata, nella sua origine, morale. Ed ecco perché non ci si dovrebbe pertanto meravigliare del non pentimento dei sostenitori di queste teorie anti-nascite. È evidente peraltro l'effetto antropologico-"religioso" della crisi.
Se l'uomo viene considerato solo una "bestia intelligente" soddisfabile solo materialmente, per salvare il pianeta, corrotto dalla sua ricerca di soddisfazione materiale, bisogna ridimensionare l'uomo. E ciò si può ottenere modificandolo geneticamente e riducendone il numero. Ciò è preoccupante, ma sembra invece trovare una certa "cultura" piuttosto compiaciuta.
Oggi però l'attenzione è più sul riscaldamento climatico, frutto del megaconsumismo, che è a sua volta frutto, attenzione, dell'esigenza di compensare il crollo della natalità per sostenere la crescita del Pil. Ma le soluzioni proposte, ohimè, sono ancora quelle di frenare ancor più le nascite perché questo livello di vita consumistico è insostenibile. Anziché il contrario, visto che solo gli investimenti in ricerca possono migliorare l'ambiente, e per farli bisogna far crescere equilibratamente il Pil, la cui crescita vera è però legata alle nascite... Curioso, un mondo così razionale dovrebbe trarre lezioni dall'esperienza. Invece sembra persistere un'innaturale incomprensione fra economia e uomo...
La cena dei cretini. La Francia rivoluzionariaFrancia rivoluzionaria si macchiò 200 anni fa degli stessi crimini che si è soliti associare al nazismo
di Marco Respinti
Si apprestava il Bicentenaire della rivoluzione di Francia e Jean Dumont – storico scomparso nel 2001 di cui la Francia farebbe bene a menare più vanto – pubblicò un pamphlet urticante, Pourquoi nous ne célèbrerons pas 1789 (ARGÉ, Bagneux 1987). Fu tradotto come I falsi miti della Rivoluzione francese (prefazione di Giovanni Cantoni, Effedieffe, Milano 1990), ma è il titolo originale a essere significativo: perché sarebbe meglio non celebrare l’Ottantanove come l’alba del “mondo nuovo”.
Dumont si permise l’invettiva perché era un vero topo di biblioteca, uno studioso carico di importanti scoperte documentali. E così, dettagliate le proprie affermazioni lungo un’intera carriera, sciorinò in questo opuscolo “di battaglia” le inibizioni derivate alla società occidentale dalla rivoluzione francese e fortificate dalla cultura che ne derivò nei secoli seguenti.
Ovvero: il falso mito della “modernizzazione decisiva” rispetto ai presunti cascami del passato, quello del “popolo al potere” e quello della sua finalmente conquistata “felicità”. Poi mise in luce l’incapacità della cultura postrivoluzionaria di garantire le libertà sociali e le autonomie per colpa di uno statalismo opprimente e di un nazionalismo aggressivo. Infine la falsità egualitaristica e l’invenzione del terrore poliziesco come strumento di governo quotidiano.
Talché le parole proferite nel 1989 dall’arcivescovo di Bologna Giacomo Biffi – la rivoluzione francese ci ha lasciato solo il sistema metrico decimale – sono di più di una semplice boutade.
Il “secolo lungo”
Ma se l’Ottantanove ha prodotto macerie, la philosophie che lo precedette lungo il “secolo francese”, dichiarandosi lume venuto a rischiarare l’antro tenebroso e fetido della superstizione e del servaggio (per dirla con Edgar Quinet), ha invece consegnato alla posterità retaggi profondi e purtroppo duraturi sull’intera cultura progressista, cioè, quella che per lo più oggi domina. Così che, nonostante la definizione di «secolo breve» di Eric Hobsbawm, il Novecento dei noti abissi appare, in verità come “secolo lungo”, apertosi più di 200 anni fa in Francia.
E tra le molte venature di questo lascito, tra le pieghe del suo razionalismo, nei solchi del suo democraticismo, nelle filière del suo egualitarismo, nei meandri del suo statalismo e tra le ans(i)e del suo laicismo, spunta pure, orrendo e raccapricciante, il razzismo.
Sì, il razzismo: quello che, anche ammesso di voler perdonare tutto ai Lumi e alla rivoluzione, mai si penserebbe di collegare al Settecento francese. Perché cozza con la triade libertè, egalitè, fraternitè; perché contrasta con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino; perché in urto con la sua retorica emancipazionista, liberazionista e universalista.
Ma non è così. Già da qualche anno in Francia lo storico Jean de Viguerie (cfr. il Domenicale 16 ottobre 2004) e oggi in Italia Marco Marsilio con il volume Razzismo, un’origine illuminista (prefazione di Gianni Scipione Rossi, Vallecchi, Firenze 2006) documentano il contrario. Il razzismo fece parte a pieno titolo del pensiero illuminista, non ne contraddice affatto i canoni e anzi fu un perno centrale di quel “pensiero nuovo” che mirò a travolgere duemila anni di riflessione culturale.
Fu infatti la philosophie che, tra sensismo, meccanicismo e materialismo incipienti, ridusse l’essere umano a specie tra le specie, inserendone la vicenda temporale nell’ambito della mera storia naturale e quindi sottoponendolo a classificazioni e tassonomie quasi fosse una pianta o una bestia qualsiasi. A ciò si accompagnò una critica sempre più serrata della narrazione biblica. E così l’idea di una comune origine dell’umanità lasciò presto il posto ad arzigogolate e aberranti teorie eziologiche che hanno finito per ridurre le “specie” umane a miceti spuntati qua e là per caso, belli o brutti, intelligenti o deficienti, così come i funghi sono eduli o velenosi.
Fu questa la vera rivoluzione, quella che incoronò l’uomo-materia detronizzando l’antico essere umano imago Dei. A essa contribuirono un po’ tutti i padri nobili dell’illuminismo, da Voltaire al conte di Buffon, da Jean-Baptiste-Claude Delisle de Sales a Guillaume-Thomas-François Raynal, da Denis Diderot a Baptiste-Henri Grégoire. Il resto fu conseguenza pratica.
La riduzione dell’essere umano alla semplice dimensione materiale e naturalistica venne poi rielaborata “scientificamente” nell’Ottocento, che dotò il razzismo di basi “oggettive” e biologiche. La strada per Auschwitz era aperta.
Evoluzionismo ed eugenetica
Ma non solo. Da quel pensiero discende anche l’“eugenetica democratica”, e su questo si possono leggere con profitto Piero S. Colla, Per la nazione e per la razza. Cittadini ed esclusi nel modello svedese (Carocci, Roma 2005), Luca Dotti, L’utopia eugenetica del welfare state svedese, 1934-1975 (Rubbettino, Soveria Mannelli 2004) ed Edwin Black, The War Against the Weak: Eugenics and America’s Campaign to Create a Master Race (Four Walls Eight Windows, New York 2003).
In più, sempre da quel pensiero, derivò l’idea secondo cui si può fare qualsiasi cosa dell’uomo, se ciò serve, sin dal suo stadio embrionale. Per esempio, «rigenerarlo» come l’abbé Grégoire, prete giacobino, prospettava per gli ebrei «degenerati».
L’eugenetica, del resto fu inventata, termine e idea, dallo psicologo Francis Galton, il quale introdusse l’evoluzionismo del proprio cugino Charles Darwin nel biologismo “scientifico” con cui poi auspicò la manipolazione umana (tutto da leggere è Richard Weikart, From Darwin to Hitler: Evolutionary Ethics, Eugenics, and Racism in Germany [Palgrave MacMillan, New York 2004]).
200 anni fa, il Terzo Reich
Ora, gli orrori della Shoà hanno prodotto una valanga di riflessioni, ma la cultura occidentale – come bene scrive Marsilio – per non voler essere mai più razzista ha cercato di non esserlo mai stata, rimettendo ogni responsabilità al solo nazionalsocialismo, folle e improvviso.
Eppure la malapianta aveva radici più profonde. Forte delle teorie eugeniste e malthusiane che gli provenivano dai padri illuministi, la Francia rivoluzionaria si macchiò ben 200 anni fa degli stessi crimini che si è soliti associare al nazismo. Dai massacri del settembre 1792 con cui si eliminarono anche deboli e perversi prefigurando l’Operazione T4 realizzata nel 1939 dal Reich hitleriano, al primo genocidio della storia, quello praticato in Vandea tra il 1793 e il 1794 con tanto di camere a gas ed esecuzioni anzitutto di donne e di bambini, onde estirpare una «race maudite», una razza maledetta, di oppositori.
Insomma solo in virtù della sua memoria corta, certo Occidente può ancora gloriarsi dell’illuminismo.
Il Domenicale N. 12 - DAL 25 AL 31 MARZO 2006
Più famiglie e più figli per superare la crisi. Intervista al prof. Tommaso Cozzi, docente di Economia e Gestione delle Imprese, Università di Bari
Il prof. Tommaso Cozzi risponde ai sostenitori delle tesi malthusiane
di Antonio Gaspari
ROMA, mercoledì, 6 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Per oltre un trentennio istituzioni internazionali, economisti di fama, politologi ed esperti hanno indicato la crescita della popolazione e delle famiglie come la più grande minaccia allo sviluppo e all’ambiente naturale. La crescita demografica è stata definita più minacciosa della bomba atomica. Per questo motivo libri come “La bomba demografica” di Paul Ehrlich sono stati stampati in più lingue e diffusi nel mondo intero.
Oggi, nel bel mezzo di un inverno demografico che non ha precedenti nella storia dell’umanità, con la fertilità femminile ridotta al minimo, il Pontefice Benedetto XVI, premi Nobel per l’economia, economisti e demografi spiegano che le politiche malthusiane di riduzione delle nascite hanno provocato un vero disastro, economico e civile, da cui si può uscire solo riscoprendo una cultura dell’accoglienza alla vita nascente e un sostegno alle famiglie basate sul matrimonio tra un uomo e una donna.
Per cercare di comprendere e approfondire un dibattito di grandissima attualità, ZENIT ha intervistato il prof. Tommaso Cozzi, docente presso la Facoltà di Scienze della Formazione di “Economia e Gestione delle Imprese” all’Università di Bari nonché cootitolare, nella medesima Facoltà, del Modulo di insegnamento europeo Jean Monnet su “Allargamento per lo Sviluppo Sociale ed Economico dell’UE”.
Nella Caritas in veritate il Pontefice Benedetto XVI afferma che non ci può essere sviluppo senza crescita demografica e rispetto per la vita nascente e la famiglia naturale. Eppure fin dall’inizio degli anni Settanta il pensiero dominante nelle istituzioni internazionali è stato quello malthusiano, secondo cui lo sviluppo passava per una riduzione e selezione delle nascite e un sovvertimento della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Lei cosa ne pensa?
Cozzi: In primo luogo devo esprimere la mia ammirazione per la chiarezza e la immediatezza del pensiero di Benedetto XVI. Mi sembra non solo coraggioso, ma soprattutto fondato in senso etico e scientifico affermare senza perifrasi che: “i Governi e gli Organismi internazionali possono allora dimenticare l'oggettività e l'«indisponibilità» dei diritti. Quando ciò avviene, il vero sviluppo dei popoli è messo in pericolo. Comportamenti simili compromettono l'autorevolezza degli Organismi internazionali, soprattutto agli occhi dei Paesi maggiormente bisognosi di sviluppo. Questi, infatti, richiedono che la comunità internazionale assuma come un dovere l'aiutarli a essere «artefici del loro destino», ossia ad assumersi a loro volta dei doveri. La condivisione dei doveri reciproci mobilita assai più della sola rivendicazione di diritti. La concezione dei diritti e dei doveri nello sviluppo deve tener conto anche delle problematiche connesse con la crescita demografica. Si tratta di un aspetto molto importante del vero sviluppo, perché concerne i valori irrinunciabili della vita e della famiglia. Considerare l'aumento della popolazione come causa prima del sottosviluppo è scorretto, anche dal punto di vista economico: basti pensare, da una parte, all'importante diminuzione della mortalità infantile e al prolungamento della vita media che si registrano nei Paesi economicamente sviluppati; dall'altra, ai segni di crisi rilevabili nelle società in cui si registra un preoccupante calo della natalità”.
Mi limiterò a dire che l’approccio malthusiano, oltre che errato dal punto di vista economico, è stato smentito dalla storia e mi sembra che sia ancora oggi in corso una ampia manipolazione di convenienza nel rifarsi a teorie o modelli ampiamente superati e smentiti da altri studi che davvero hanno segnato la scienza economica (Keynes, Mill, ecc).
L'economia è una parte della multiforme attività umana e, in essa, come in ogni altro campo, vale il diritto alla libertà come il dovere di fare un uso responsabile di essa. Così come accade per la vita nascente: vale il diritto alla libertà di generare, ma anche il dovere fare un uso responsabile della genitorialità. Se questi due ambiti, economia e vita, non vengono interpretati in modo integrato, ma anzi se ne produce una contrapposizione, il destino dell’umanità è segnato.
Fine della vita; fine dell’economia. Chi consumerà, chi produrrà, chi userà beni, strumenti, tecnologia? Chi genererà innovazione? Chi condurrà la lotta contro le malattie, le discriminazioni, l’impoverimento culturale se affermiamo che l’uomo è il male della società e come tale è meglio ridurne il numero? Analizzando gli approcci neo maltusiani, mi sembra di intravedere una strisciante dittatura sull’umanità.
Ma è importante notare che ci sono differenze specifiche tra queste tendenze della moderna società e quelle del passato anche recente. Se un tempo il fattore decisivo della produzione era la terra e più tardi il capitale, inteso come massa di macchinari e di beni strumentali, oggi il fattore decisivo è sempre più l'uomo stesso, e cioè la sua capacità di conoscenza che viene in luce mediante il sapere scientifico, la sua capacità di organizzazione solidale, la sua capacita di intuire e soddisfare il bisogno dell'altro, soddisfacendo al tempo stesso il suo stesso bisogno di donazione e cioè di felicità.
Ma se impediamo all’uomo “di esserci”, come potremo sviluppare tali processi? Probabilmente saranno ugualmente sviluppati, ma da parte di pochi che decideranno per tutti. E’ da rilevare, inoltre, come, di fatto, oggi molti uomini, forse la grande maggioranza, non dispongono di strumenti (tecnologie) che consentono di entrare in modo effettivo ed umanamente degno all'interno di un sistema di impresa, nel quale il lavoro occupa una posizione davvero centrale.
Essi non hanno la possibilità di acquisire le conoscenze di base (tecniche e metodi dei "saperi"), che permettono di esprimere la loro creatività e di sviluppare le loro potenzialità, né di, entrare nella rete di conoscenze ed intercomunicazioni, che consentirebbe di vedere apprezzate ed utilizzate le loro qualità. E’ un modo per disinnescare l’umanità. Essi insomma, se non proprio sfruttati, sono ampiamente emarginati, e lo sviluppo economico si svolge, per cosi dire, sopra la loro testa, quando non restringe addirittura gli spazi già angusti delle loro antiche economie di sussistenza.
Incapaci di resistere alla concorrenza di merci prodotte in modi nuovi ed in territori emergenti (nei quali a loro volta si assiste all'esasperante abuso delle tecnologie a tutto discapito dell'umanizzazione del lavoro), che prima essi solevano fronteggiare con forme organizzative tradizionali, allettati dallo splendore di un'opulenza ostentata ma per loro irraggiungibile e, al tempo stesso, stretti dalla necessità, questi uomini affollano le città del Terzo Mondo, dove spesso sono culturalmente sradicati e si trovano in situazioni di violenta precarietà senza possibilità di integrazione e di sviluppo di legami affettivi familiari; senza possibilità di generare nuova vita guardando al futuro con occhio di speranza.
“La cooperazione internazionale ha bisogno di persone che condividano il processo di sviluppo economico e umano, mediante la solidarietà della presenza, dell'accompagnamento, della formazione e del rispetto. Da questo punto di vista, gli stessi Organismi internazionali dovrebbero interrogarsi sulla reale efficacia dei loro apparati burocratici e amministrativi, spesso troppo costosi”. Credo che tali affermazioni del Papa non necessitino di ulteriore commento.
Perchè più famiglie e più figli sono una condizione economica per suscitare sviluppo e progresso?
Cozzi: Credo che nel sottovalutare (o svalutare) il ruolo della famiglia, si stia commettendo un grave errore di prospettiva; un errore che gli economisti definiscono come “mancanza di vision” Tale errore consiste nella incapacità (oppure nella mancanza di volontà) di cogliere l’essenzialità di ciò che la famiglia significa dal punto di vista antropologico, sociale ed economico.
In primo luogo la famiglia rappresenta l’ambiente naturale in cui si sviluppa equilibrio e stabilità psicologica, emotiva, affettiva; capacità di aggregazione e relazione con altre persone; conoscenza delle dinamiche che sovraintendono al rispetto delle regole e delle dinamiche diritti/doveri; sviluppo dei processi motivazionali nelle scelte che ogni persona compirà nell’arco della propria vita.
Naturalmente ciò presuppone due condizioni: 1) che si faccia riferimento ad una famiglia eterosessuale sacramentalmente fondata ed istituzionalizzata affinché la Grazia possa operare; 2) che ogni componente della famiglia, in primis i genitori, assuma la responsabilità del ruolo che essi stessi si sono assunti e cioè essere padri e madri, ma prima ancora essere uomo e donna nel senso pieno di tali accezioni.
Tale ultima affermazione ritengo sia fondamentale: infatti non è sufficiente che esista una famiglia formalmente individuata come tale. E’ indispensabile che il nucleo familiare ponga in campo tutte le risorse e le potenzialità di cui, anche in natura, è capace. Mi riferisco alla necessità di aprirsi all’altro, in primo luogo al coniuge e contemporaneamente ai figli; mi riferisco alla capacità di porre in campo i talenti che in altri campi (v. ad esempio il lavoro) vengono profusi in maniera copiosa ma che in famiglia, a volte, sembrano improvvisamente sterilizzarsi.
E’ molto facile che, se si assume una idea “plastica” di famiglia che non si incarna nell’altro e per l’altro, si viva quella che un recente romanzo ha definito “la solitudine dei numeri primi”: numeri vicini ma che non si toccano mai; persone che viaggiano sullo steso binario ma non si incontrano mai; universi implosi che non solo non si incontrano, ma che sono incapaci di aprirsi al mondo.
Se le famiglie non funzionano, si bloccano i meccanismi elementari delle dinamiche civili; le relazioni sociali diventano problematiche. Il paradigma è semplice: le leggi fisiche governano l’ordine naturale, mentre l’ordine sociale può essere sostenuto dalla forza morale.
Il sistema valoriale, o morale, si modellizza e si apprende in primo luogo nella famiglia. Da tale orientamento scaturiscono, di conseguenza, le scelte effettuate da ciascuno nel quotidiano, anche quelle di carattere economico. Qual è il processo che conduce il consumatore ad effettuare una scelta di tipo commerciale? Qual è l’analisi che ciascuno di noi sviluppa quando deve decidere se e cosa acquistare, oppure deve decidere come impostare il proprio rapporto con il denaro? Se analizziamo cosa c’è alla base delle scelte, troveremo il sistema valoriale e, effettuando il cammino a ritroso, arriveremo al “punto zero”: la famiglia.
Perchè aborto, contraccezione, limitazione delle nascite e divorzio limitano lo sviluppo economico e sociale delle civiltà?
Cozzi: Lentamente si sta facendo strada tra sociologi, economisti, psicologi, antropologi, l’idea che il matrimonio e la famiglia costituiscano le fondamenta non solo del successo individuale, ma anche di una società orientata verso valori positivi e di bene comune.
L’antropologa Margaret Mead (cfr. ricerca elaborata dagli Educatori Alan and June Saunders dal titolo: “La Centralità del Matrimonio e della Famiglia nella Creazione di un Mondo di Pace”) ha recentemente affermato: “Per quanto indietro la nostra conoscenza ci possa portare, gli esseri umani hanno vissuto in famiglie. Non conosciamo periodo in cui non fosse così. Sappiamo che nessuna persona sia riuscita per lungo tempo a dissolvere la famiglia o a rimuoverla… Ancora e ancora, a dispetto di proposte di cambiamento ed esperimenti reali, le società umane hanno riaffermato la loro dipendenza dalla famiglia come l’unità base del vivere umano - la famiglia composta da padre, madre e figli”.
Il deterioramento della famiglia contribuisce al declino della società. Dati schiaccianti (v. sopra) confermano che la famiglia composta da un padre, una madre e figli biologici, che vivono insieme ed sono coinvolti positivamente nelle loro vite reciproche, rappresenta la condizione ottimale per la flessibilità e il successo della generazione futura.
I bambini che vivono con un solo genitore hanno più problemi emotivi e comportamentali rispetto ai bambini che vivono nelle famiglie tradizionali, composte da due genitori. I bambini dei genitori singoli e delle famiglie allargate mostrano più sintomi di aggressione, usano alcool o altre droghe, sviluppano un comportamento criminale, problemi psicologici, come la depressione, la scarsa stima di se stessi e pensieri suicidi.
Anche trascorrere del tempo a casa di un solo genitore è un fattore di rischio: “I bambini che trascorrono del tempo o tutto il tempo a casa di un solo genitore sono esposti ad alto rischio di conseguire risultati scarsi riguardo la sfera comportamentale e cognitiva, i bambini che vengono cresciuti a casa di un solo genitore si trovano sempre, fin dalla nascita a maggior rischio… Confrontati con i bambini che crescono insieme ai loro genitori, hanno un alto livello di problemi legati al comportamento e punteggi bassi nei test cognitivi” (cfr. Waite-Gallagher “The case of Marriage” Ist. dei Valori Americani).
Fino alla metà degli anni '80 gli aspetti intra-familiari e di genere della distribuzione del reddito e dello sviluppo economico non avevano ricevuto sufficiente attenzione nelle decisioni di politica economica. Nell’ultimo decennio, grazie in parte alla teoria economica e al miglioramento nella qualità dei micro dati, l'importanza di conoscere in modo più approfondito gli aspetti legati alla allocazione del potere e delle risorse all’interno della famiglia è stata sempre più riconosciuta.
Nel saggio A Treatise on the Family G.S.Becker, ad esempio, descrive la famiglia e la sua "produzione" quotidiana di beni – dall’assistenza all’infanzia alla preparazione dei pasti – come "una piccola azienda" che produce "beni essenziali". All’interno di questo modello, considera prevedibili i mutamenti verificatisi all’interno della struttura familiare per quanto riguarda l’allocazione del tempo, il numero di figli, la scelta dell’istruzione, la frequenza dei divorzi, e così via.
Rispetto all’analisi basata sulla tradizionale dicotomia lavoro/tempo libero, il modello di Becker fornisce una teoria generale per l’allocazione del tempo da parte delle famiglie, come quella esemplificata nel saggio "A Theory of the Allocation of Time" ("Una teoria dell’allocazione del tempo", 1965).
Quando i salari reali crescono, parallelamente alla possibilità di sostituire, nei lavori domestici, il capitale al lavoro manuale, diventa sempre più anti-economico che uno dei membri della famiglia si dedichi totalmente a qualche forma di lavoro domestico, per esempio alla cura dei bambini.
Di conseguenza, alcune delle funzioni sociali ed economiche un tempo attribuite alla famiglia vengono trasferite ad altre istituzioni, come aziende, scuole e altri enti pubblici.
Nel suo articolo "An Economic Analysis of Marital Instability" ("Un’analisi economica dell’instabilità matrimoniale", con E.M. Landes e R.T. Michael, 1977), Becker ipotizza che questi processi spieghino non solo il maggior coinvolgimento delle donne sposate in occupazioni extradomestiche, ma anche il crescente ricorso al divorzio. Ecco uno dei tipici errori di prospettiva o di “vision”. Il problema viene spostato dalla interpretazione del senso del matrimonio e della famiglia, alle pure dinamiche di tipo economico.
Secondo il pensiero liberale, il capitale umano e quello sociale sono alla base di ogni economia che si sviluppa. Ma nella dottrina sociale della Chiesa cattolica, vita e famiglia hanno un valore che va oltre il capitale, per questo si auspica una condivisione fraterna dei problemi indicando lo sviluppo come una vocazione che si realizza attraverso la creazione di una civiltà dell’amore. Può illustrarci il passaggio dalla concezione liberale della persona e delle famiglie alla concezione cattolica?
Cozzi: Nella società dei consumi la comunità non esiste. In essa i membri costituiscono un’entità molto più simile ad uno sciame che ad un gruppo. Ogni elemento dello sciame ripete singolarmente i movimenti degli altri, dall’inizio alla fine. Lo scambio, la cooperazione, la complementarietà tipiche di una comunità si dissolvono miseramente in favore di una semplice prossimità fisica e di una generale direzione di movimento.
Nei templi del consumo non si sviluppa interazione ma azione pura e semplice. La cooperazione non viene richiesta, non è necessaria, ed è decisamente superflua. Lo sciame dei consumatori è nella sua costituzione, molto lontano dall’idea di una totalità o di una congregazione; esso è piuttosto una massa multiforme.
L’interesse personale prevale su tutto; arrivare prima di qualcun altro alla conquista dell’ultimo esemplare del prodotto in offerta, rappresenta un successo senza eguali; avere l’esclusiva su un prodotto è un fattore di orgoglio, che alimenta la propria autostima, che permette di mostrare la propria superiorità rispetto al resto dello sciame. Appare utile, a questo punto, riprendere l’idea di capitale sociale in termini “collettivistici” come proposta dal sociologo Robert Putnam (1993). Putnam definisce il capitale sociale come “la fiducia, le norme che regolano la convivenza, le reti di associazionismo civico, elementi che migliorano l’efficienza dell’organizzazione sociale promuovendo iniziative prese di comune accordo”.
La famiglia ha in sé le potenzialità e le risorse che non sono di nessun’altra agenzia. E’ una forza sistemica e dovrebbe usare il suo potere di forza propositiva di valori: valori della vita, della solidarietà, della gratuità, della condivisione, che sono valori di umanizzazione per ogni suo componente e per tutta la società.
La famiglia detiene una “soggettività sociale” che non le deriva da altri, perché è inscritta nella sua natura ed è frutto di quelle relazioni che stanno all’origine di ogni società.
E, proprio per questo, ha la capacità di ridefinire i processi di socializzazione dell’individuo incidendo su quelli che sono i fenomeni che lo possono portare al suo impoverimento o addirittura all’annientamento di sé. E si rileva che il divario tra ciò che esiste e ciò che ci dovrebbe essere è ancora molto ampio. Le politiche familiari sono ancora agli inizi.
Le varie politiche, come fino ad oggi sono state concepite, sono rivolte più ai bisogni di un individuo che è considerato destinatario unico dei diversi interventi di welfare. Un individuo solo, prescindendo dal contesto in cui esso vive, dal suo habitat familiare, dalle sue relazioni e reti di riferimento.
E’ diverso parlare di tempi di lavoro pensando solo alla produttività o pensando, si, alla produttività, ma allo stesso tempo tenendo conto anche dei tempi delle famiglie, dei tempi destinati ai bisogni della relazione tra genitori e figli. Un tale capitale sociale non è tanto una risorsa da trovarsi nelle relazioni sociali, quanto piuttosto una risorsa che nasce dalle relazioni sociali.
La famiglia, pertanto, è lo specifico del dono, dell’amore, dell’affettività, tutte caratteristiche che la fanno essere “tipico del Capitale Sociale”: una relazione tra i membri diversi (generi e generazioni) della famiglia che valorizza la relazione stessa producendo concretamente cura, tutela del minore o di chi è in difficoltà, azione economica crescita, dono, accoglienza, educazione, solidarietà…..Ribaltata appare l’ottica di chi adotta un approccio “individualistico”.
Le definizioni di capitale sociale proposte da chi segue tale approccio hanno quali protagonisti i singoli individui e le competenze e le capacità relazionali che essi posseggono. Il rapporto che intercorre tra la famiglia e la vita economica è particolarmente significativo.
Da una parte, infatti, l'economia è nata dal lavoro domestico: la casa è stata per lungo tempo, e ancora continua ad essere, unità di produzione e centro di vita. Il dinamismo della vita economica, d'altra parte, si sviluppa con l'iniziativa delle persone e si realizza, secondo cerchi concentrici, in reti sempre più vaste di produzione e di scambio di beni e di servizi, che coinvolgono in misura crescente le famiglie.
La famiglia, dunque, va considerata, a buon diritto, come una protagonista essenziale della vita economica, orientata non dalla logica del mercato, ma da quella della condivisione e della solidarietà tra generazioni. Un rapporto del tutto particolare lega la famiglia e il lavoro.
Il lavoro è essenziale in quanto rappresenta la condizione che rende possibile la fondazione di una famiglia, i cui mezzi di sussistenza si acquistano mediante il lavoro. L'apporto che la famiglia può offrire alla realtà del lavoro è prezioso, e per molti versi, insostituibile.
Il titolo del Messaggio della Conferenza Episcopale Italiana per la 32a Giornata Nazionale per la vita (7 febbraio 2010) è “La forza della vita una sfida nella povertà”, ma secondo quanto lei sostiene potrebbe diventare “La forza della vita per vincere la povertà”…. Abbiamo compreso bene?
Cozzi: Partirei dal commento di un recente avvenimento che, apparentemente, non ha alcun legame con il tema della prossima giornata della vita. Mi riferisco al recente Summit di Copenaghen sul clima. Pongo alcune domande: l’Occidente è davvero interessato a risolvere i problemi del pianeta? Al centro delle discussioni c’era realmente la necessità di difendere la vita e l’umanità? Stilwell dell’Institute for Governance and Sustainable Development ha affermato che i negoziati non hanno riguardato la possibilità di scongiurare il cambiamento del clima, ma sono stati soltanto una battaglia indiretta per accaparrarsi una risorsa inestimabile: il diritto ad avere un cielo.
Ed ancora, A. Njamnshi del Pan African Climate Justice Alliance ha dichiarato “Non si può affermare di proporre una soluzione al cambiamento del clima se questa soluzione comporterà la morte di milioni di africani e se a pagare per il cambiamento del clima saranno i poveri e non i responsabili dell’inquinamento”.
Nel documento della CEI per la prossima Giornata della Vita, vengono evidenziati, tra gli altri, due concetti: quello “della condivisione e della capacità di prenderci cura gli uni degli altri” e l’altro che riguarda la necessità di essere “solidali con quelle madri che, spaventate dallo spettro della recessione economica, possono essere tentate di rinunciare o interrompere la gravidanza”.
Cosa è la forza della vita? E’ in primo luogo credere nella capacità delle vite già esistenti (quelle degli uomini e soprattutto delle donne che abitano il pianeta e che incontriamo nel nostro quotidiano) di essere naturalmente portate a generare la vita per rigenerare l’umanità.
Ma tale orientamento, già insito nella coscienza umana, resta pura aspirazione se non siamo pragmaticamente capaci di condividere beni materiali e morali, se non siamo capaci di prenderci cura gli uni degli altri, direi di compatire (patire-con gli altri); in una parola, e non siamo solidali.
Tali atteggiamenti permettono alla vita di avere forza per vincere la povertà materiale, ma anche la povertà interiore che in molti casi è figlia della prima. E’ necessario pensare alla vita nascente ed alla vita che si estingue nel suo naturale ciclo vitale, guardando in primo luogo alla vita che è già in essere, alla vita che è già presente in noi e tra noi.
Non si tratta solo di raggiungere il benessere, ma in primo luogo di interpretare cosa si intenda con tale termine. Essere bene (ben-essere) significa rafforzare in senso morale e materiale quanto è già presente nella nostra società, ma che non viene condiviso e solidarizzato tra tutti e cioè consentire di provvedere a sé e ai propri cari una casa; possedere quanto necessario per il sostentamento, le cure mediche, l’istruzione, la realizzazione nel proprio ambito lavorativo.
Ai giovani offre la sicurezza di poter costruire una nuova famiglia. Il benessere economico, così, inteso va di pari passo con una vita sobria. La sobrietà se riscoperta in ambito familiare, significa ricentrare l'attenzione sulla vita di relazione più che sui beni di consumo.
Laddove la sobrietà non è vissuta, facilmente la qualità della vita e quella dei rapporti interpersonali risultano influenzate da eccessi di carrierismo, da attaccamento ai beni, da competitività - fin dai primi anni –, da stress da consumo, da frustrazione per senso di inadeguatezza alle aspettative e quindi da impoverimento delle persone e mancanza di fiducia nella vita attuale, in quelle future da generare, in quelle che si stanno consumando dopo aver profuso la forza di cui erano capaci e su cui è fondata la società contemporanea.
Denatalità e crisi economica, qualcuno non vuol capire. di Ettore Gotti Tedeschi
«L'età della pietra non finì perché l'uomo rimase senza pietre e l'età del ferro non finì perché rimase senza ferro... Finirono perché l'uomo seppe escogitare qualcosa di nuovo, di meglio...». Così scrive l'economista indiano Indur Goklany in The improving state of the world (Cato Institute 2007).
Con troppa frequenza negli ultimi tempi abbiamo letto o ascoltato considerazioni di chi, per spiegare fenomeni economici o climatici, mette in discussione l'utilità della vita umana. E queste tesi cerco di contestarle da circa due anni sulle colonne dell'Osservatore Romano diretto da Giovanni Maria Vian.
Il maggior economista-demografo contemporaneo, Alfred Sauvy, ha spiegato e dimostrato che tra crescita della popolazione e sviluppo economico c'è una perfetta correlazione. Ancora oggi, al contrario, altri studiosi affermano disinvoltamente che la crescita demografica origina il cambiamento climatico e non è invece origine della crisi economica, anzi: che il crollo della natalità ha fatto bene ai paesi occidentali mentre nei paesi più poveri ha provocato maggior povertà.
L'insistenza con cui si continua a imputare alle nascite umane molti mali di cui soffriamo, senza poterlo dimostrare, ci ha portato invece a soffrire danni peggiori. Si pensi alle teorie neomalthusiane di metà anni 70, divulgate e accettate proprio nel mondo occidentale, che - estrapolando dati confusi - previdero che prima della fine del secolo milioni di persone sarebbero morte di fame per mancanza di risorse (in Cina e India).
Oggi verrebbe da ridere a pensare a queste capacità interpretative e previsionali, eppure l'attitudine a continuare a credere a spiegazioni "intuitive" riguardo la popolazione non cessa. La stessa Onu spiegò che tra il 1900 e il 2000 la popolazione mondiale era sì cresciuta di 4 volte, ma il Pil mondiale era cresciuto di ben 40 volte.
In più è bene ricordare che, mentre negli anni Sessanta la crescita della popolazione nei paesi poveri era di ben sei figli a coppia, nel 2005 scende a tre figli. Così nel 1960 il Pil dei paesi ricchi era 26 volte quello dei poveri, negli ultimi anni, grazie allo sviluppo di Cina e India è sceso a 5/7 volte.
Già il reverendo Malthus nel 1798 e l'economista del Mit Lester Thurow più recentemente, hanno cercato di spiegare che per far crescere il Pil si devono ridurre le nascite, ciò perché la crescita economica è più alta quanto il rapporto Pil/popolazione è superiore a uno. Così basta ridurre il denominatore, anziché aumentare il numeratore...
Ma altri due economisti, Shumpeter e Solow, negarono queste teorie malthusiane proponendo come soluzione invece proprio la crescita del numeratore, cioè il genio innovativo dell'uomo capace di sviluppare tecnologie per far crescre il Pil senza ridurre le nascite. Fu allora che si manifestarono le vere “intenzioni” verso la razza umana, spostando il problema dalla crescita economica all'ambiente.
Ciò fu fatto affermando che la crescita economica legata alla crescita della popolazione era intrinsecamente perversa perché peggiorava la qualità della vita, incoraggiava bisogni superflui provocando consumo di risorse non rinnovabili e conseguentemente inquinando il pianeta. Dimenticando o ignorando che è la ricerca tecnologica che migliora questo tipo di qualità della vita e che questa ricerca si può sostenere se la ricchezza cresce e questa cresce realmente e sostenibilmente se cresce la popolazione.
Se in un paese la popolazione non cresce, il suo rischio non è solo di regressione economica, ma anche di riduzione di potere politico verso altri paesi. Non si dimentichi lo shock provocato da un report di una nota banca d'affari americana a fine anni 90 quando spiegò che, crescendo gli Usa del 3% all'anno e l'Asia del doppio o più, entro il 2020 gli Usa sarebbero cresciuti dell'80% e l'Asia del 165% con conseguenti effetti di potere economico e politico. Non è illecito pensare che questa previsione possa aver influenzato la diponibilità dei governi Usa a sostenere la politica di crescita del Pil anche con i famosi mutui subprime...
Riguardo il rapporto tra cambiamento climatico e popolazione, quel che si dovrebbe auspicare è un vero confronto e chiarimento scientifico fra opposte tesi. Non è pensabile che vi siano scienziati che sostengono che i cambiamenti climatici siano dovuti all'eccesso di popolazione e altri che li imputino a fluttuazioni climatiche assolutamente naturali e per nulla eccezionali. Così come non è pensabile che esistano differenze così grandi sul fatto che la scienza empirica abbia stabilito o no una connessione univoca tra l'aumento dell'anidride carbonica e il riscaldamento globale osservato.
Se è vero che nel XX secolo la temperatura media globale è cresciuta solo di circa 0, 6 gradi centigradi, il problema del riscaldamento globale cosa è, fantasia o realtà? Il vero problema però, riguardo questa risposta, è che non si chiede tanto un dovuto risparmio energetico o maggior sobrietà nei consumi, entrambi opportuni, si sta invece suggestionando l'opinione pubblica affinché si veda nell'uomo e nelle nascite origine e causa della distruzione della Terra. È l'uomo il nemico da sconfiggere per salvare la Terra?
Da sempre, dai tempi più remoti, l'uomo sulla Terra ha temuto che si fosse in troppi. Anche per Caino, Abele era di troppo, creava problemi di competizione economica nell'allevamento ovino e inquinava l'ambiente con i suoi troppi sacrifici a Dio...
* Presidente dello Ior
I padroni del mondo. Come prima, più di clima In nome della lotta al global warming ora si pianificano anche le nascite. Un libro per capire
“Contraccezione e aborto dovrebbero essere alla base delle politiche che mirano a combattere il surriscaldamento globale”. Fare più di due figli è “irresponsabile” e “anti ecologico”. Così parlava sul Times il consulente ambientale del governo britannico e presidente della commissione allo Sviluppo sostenibile, Jonathon Porritt. Dal momento che ogni nuovo nato in Gran Bretagna brucerà nella sua vita tanto carbone quanto un’area boschiva grande come Trafalgar Square, se non vogliamo morire arrostiti nel giro di pochi decenni dovremmo cominciare a prendere seriamente in considerazione le politiche di pianificazione familiare (quelle ad esempio perseguite dalle Ong appena finanziate dal presidente americano Barack Obama).
Per Porritt bisogna fermare “le teeneger che rimangono incinte e le donne che diventano madri senza volerlo veramente”, colpevoli di mettere al mondo figli che consumeranno (ed emetteranno) gas serra contribuendo all’invivibilità del nostro pianeta. Così, dopo anni di allarmismi e catastrofismi vari, tasse sulle emissioni gassose delle mucche e attacchi alle industrie di tutto il mondo, si è arrivati ad ammettere chi è il vero nemico da combattere e abbattere: non la CO2, non i gas serra, ma l’uomo.
Destino vuole che all’indomani delle dichiarazioni di Porritt, cioè oggi, in Italia esca il libro “I padroni del pianeta”, edito da Piemme e scritto da Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari, nel quale i due autori provano a dimostrare l’infondatezza degli allarmi quotidianamente lanciati sulla scarsa disponibilità delle risorse sulla Terra e di come queste siano destinate a finire nel volgere di pochi anni. Ben supportato da cifre ed esemplificazioni storiche, “I padroni del pianeta” spiega come l’allarme della fine delle risorse sia un ritornello che viene ripetuto da decenni, tanto che secondo diverse previsioni dovrebbero già essere finite da un pezzo. La storia però dimostra come “la disponibilità di risorse aumenta con l’aumentare del consumo”, in quanto “le risorse dipendono essenzialmente dall’ingegno e dal lavoro dell’uomo che sa usare gli elementi della natura per rispondere ai propri bisogni”.
Basta osservare la realtà per capire come nessuna cosa è “risorsa” in sé, ma solo nel momento in cui serve a qualcosa o a qualcuno. Si pensi al silicio, scrivono Cascioli e Gaspari, presente nella sabbia da sempre e solo negli ultimi anni diventato componente fondamentale dei computer. Se è quindi vero che è il lavoro dell’uomo a trasformare una materia in risorsa, è altrettanto vero che la Terra non è un sistema chiuso destinato a consumarsi più o meno lentamente, tesi invece sostenuta dal catastrofismo ambientalista sempre più convinto che l’uomo sia una malattia da curare affinché la natura torni a essere se stessa. Lungi dall’inneggiare allo spreco e all’uso irresponsabile di ciò che abbiamo (“tanto ce n’è in abbondanza”), il libro mette in guardia dalle politiche asservite all’ideologia dell’eco-economia con una serie di dati interessanti: dal 1776 al 1975, per esempio, la popolazione mondiale è aumentata di sei volte mentre la ricchezza mondiale disponibile aumentava di ottanta; tra i cinquanta paesi considerati “non sviluppati” dall’Onu, poi, ben trentasei hanno una bassa densità di popolazione, mentre la maggior parte dei più sviluppati supera i cento abitanti a chilometro quadrato.
Non è combattendo l’aumento di popolazione che si risolveranno i problemi che oggettivamente riguardano la distribuzione delle risorse. Né facendo venire sensi di colpa grazie a demagogiche operazioni mediatiche troppo simili al pagamento di un “pizzo”: la Coca Cola che annuncia la sua “neutralità idrica” versando 20 milioni di dollari nelle casse del WWF per progetti idrici durante le Olimpiadi cinesi è simile al discorso ipocrita per cui farsi una doccia troppo lunga a Milano toglie l’acqua ai bambini africani. E’ un problema posto al contrario, quello delle risorse, che rischia di portare conseguenze politiche ai limiti della fantascienza, con i governi che impongono il numero di figli che ogni coppia potrà mettere al mondo. Cosa che, con i finanziamenti di Nazioni Unite e Unione europea, da tempo succede in Cina: la politica del “figlio unico”, per cui chi fa più di un figlio perde, nel migliore dei casi, tutti i diritti civili e sociali, è stata presentata più di una volta come il contributo cinese alla riduzione di gas serra per fermare il global warming. Solo l’Amministrazione Bush ha interrotto i finanziamenti al fondo Onu che implicitamente sostiene queste politiche, proprio mentre l’Europa raddoppiava i suoi contributi.
Il filo rosso che in realtà da sempre legava crescita della popolazione, difesa dell’ambiente e risorse alimentari è stato tirato per la prima volta in modo esplicito nel 1996 a Roma dall’allora segretario all’Agricoltura di Bill Clinton, Dan Glickman, che al vertice Fao affermò che “nel 2020 saremo tre miliardi in più sulla Terra, e quindi il problema della malnutrizione, già gravissimo oggi, avrà proporzioni molto più vaste. E’ dura oggi, ma tra venticinque anni sarà un problema di dimensioni spaventose. Una soluzione passa inevitabilmente attraverso la stabilizzazione volontaria della popolazione”. Non è un caso che l’unico a criticare queste parole fu l’allora Papa Giovanni Paolo II: “Sarebbe illusorio – disse – credere che una stabilizzazione arbitraria della popolazione mondiale, o addirittura una sua diminuzione, potrebbero risolvere direttamente il problema della fame. Senza contare che spesso non sono carenze o disastri naturali a portare alla morte per fame, ma situazioni politiche. Si pensi per esempio ai paesi devastati da conflitti di ogni genere, o che sopportano il peso, talvolta soffocante del debito internazionale”. E’ un problema di educazione e di cultura, ribadì il Pontefice, portatore di quella che Cascioli e Gaspari definiscono “la novità della civiltà cristiana”, l’unico sistema culturale che “ha sprigionato tutte le energie costruttive dell’uomo” nella storia, dando al lavoro quel valore positivo che solo può trasformare le materie in risorse. In realtà la vera risorsa che si sta esaurendo, scrivono gli autori, è proprio quella che ha sempre saputo far fruttare le risorse: l’uomo. L’ideologia per cui noi siamo ospiti sgraditi su un pianeta che in nostra assenza sarebbe un Eden (goduto da chi?) è arrivata a delineare la struttura portante di tante politiche ambientali ed ecologiste dei governi mondiali.
Una “caccia all’uomo” rafforzata dalle varie conferenze dell’Onu (sull’ambiente, i diritti umani, la donna ecc.) che ha nemici chiari: “L’umanità che cresce e consuma troppo, la chiesa cattolica che si oppone ai piani di riduzione delle nascite e quella parte del mondo economico che nutre fiducia nelle capacità umane di moltiplicare le risorse”, scrive il Club di Roma, da sempre portabandiera delle politiche di controllo demografico. Idee che fino a qualche anno fa sembravano aver perso vigore, ma che oggi grazie al consenso generale sulle cause antropiche del global warming ha trovato nuova giovinezza e sostegno in molti atti e dichiarazioni di chi governa il mondo. Per questo serve “un’ecologia umana”, scrivono Cascioli e Gaspari, “un movimento della società civile che riproponga l’uomo come punto di partenza e come fine di ogni politica sociale ed economica”. Mentre per ora certa ecologia ha solo dichiarato guerra all’uomo.
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