DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Il Santo Padre di Bergoglio. La canonizzazione che serve anche a spiegare il Papa gesuita. Casto,colpito dalla stessa ansia di Lutero,ebbe il genio dell’interiorità di fede.San Pietro Favre. di Giuliano Ferrara


Francesco  il 17 dicembre compiva il suo settantasettesimo e ha fatto santo il primo compagno di Ignazio di Loyola, Pietro Favre (1506-1546), il miglior regalo che potesse offrirsi. Sulle orme di Pio IX, che aveva beatificato Favre nel mezzo del suo apostolato di infallibilità e critica del moderno, il Papa “modernista”, ma del XVI secolo, ha canonizzato un uomo stupendo e straordinariamente ambivalente anche allo scopo di chiarire bene il proprio apostolato. Il 1°ottobre aveva dato una intervista a Eugenio Scalfari, ora virtualmente archiviata dalla memoria della chiesa (oscurata dal sito vaticano, padre Lombardi non l’ha citata tra le altre interviste, quella sull’aereo di ritorno dal Brasile e quella al direttore di Civiltà Cattolica, rilasciate dal Pontefice regnante: ma forse ci saranno sorprese, perché Scalfari continua a fingere curiosità teologiche in ordine alla sua salvezza, dubbia ma non impossibile a mio sovrano giudizio, piagnucolando per nuove puntate di letteratura laico-devota). Undici giorni prima, il 19 settembre, il direttore della Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro S.I., aveva pubblicato “la” conversazione che fa testo: lì c’era Favre, l’ispiratore dolce dolce, un particolare che sfuggì all’entusiasmo volterriano con cui poi il direttore di Repubblica trascriverà a suo modo le parole di chi “fa entrare la chiesa nella modernità”, e quanto moderno fu in effetti il Cinquecento, ecco, il laico-devoto in cerca del perdono cristiano top level non poteva nemmeno immaginarlo. Avevo già scritto che il Papa è un gesuita del Cinquecento. Non è come dicono argentino, populista, peronista, solidarista, “buonista”, modernista, criptovolterriano o della specie eccelsa ma pericolosa dei Pedro Arrupe (teologia della liberazione eccetera). Arrupe, il tragico e notevolissimo preposito generale della Compagnia che negli anni Settanta litigò fino alle lacrime e alla contrizione con Paolo VI sul quarto voto di obbedienza da estendere ai non professi, tanto da far dire al Papa apertamente sfidato che i gesuiti contemporanei dovevano guardarsi dal relativismo, che gli davano un dolore cocente e molto altro. (Solo i Reverendi Padri possono disobbedire al capo della chiesa sulla necessità per tutti loro di votarsi alla sua obbedienza, e poi farsi eleggere al posto di colui al quale devono obbedienza con uno dei loro, il padre Bergoglio, che obbedisce a sé stesso: la Compagnia ha il divino paradosso incorporato, e sa praticare la contraddizione con slancio spirituale e pragmatismo morale indiscussi, come aveva capito Pascal nel capolavoro immortale delle sue “Lettere a un provinciale” sulle dispute tra gesuiti e rigoristi alla Sorbona). Serve ad altro, oltre alla ripopolazione eccelsa del paradiso dei santi con le sue mirabili litanie, la rapida estensione su scala universale del culto di Favre, fino a ieri riservato alla Compagnia in forme discrete e alla forte devozione locale dei savoiardi, che si tramandano nei secoli le virtù eroiche del loro figlio eletto di Villaret, la cui cappella votiva fu rasa al suolo da orde infuriate di forconi giacobini intrisi di miti sulla libertà di coscienza e di pulsioni ferocemente anticristiane, gli zii di Eugenio. La canonizzazione del compagno di stanza a Parigi di Ignazio e Francesco Saverio, che fu introverso e mistico epperò affabile evangelizzatore pellegrino d’Europa, dalla irrequieta Roma di Paolo III a Parma, alla Germania sopra tutto, e alla Spagna e al Portogallo, è sic et simpliciter l’autocomprensione e manifestazione dell’anima di un papato. Se lo volete capire come esso si comprende, che è sempre la buona regola ermeneutica per tutto ciò che c’è da conoscere e perfino da “sentire”, da Favre dovete passare. Dovete fare come me. Se siete a New York andate alla New York Public Library e procuratevi il volume sul nuovo santo dei Monumenta Historica Societatis Iesu, ma fate in fretta perché è un librone che ha cent’anni e si sta scompaginando. Lì le lettere di lui rifulgono in molte lingue, specie lo spagnolo e il latino. Già che ci siete, prendetevi un’antologia in tedesco di Peter Henrici, vi aiuterà con le difficoltà translinguistiche, e date uno sguardo alla bella introduzione del curatore. Poi ordiaffisse le famose tesi sul portale della cattedrale di Wittenberg. Alla radice del più straordinario genio religioso della modernità stava quella che il cretino cognitivo d’oggi chiamerebbe una radicale e severa crisi di scarsa autostima: io peccatore originale elaboro la teologia della croce, nel dolore della mia interiorità individuale impermeabile al riscatto esterno delle opere, e non posso condividere la teologia della gloria del papato eterno e del suo meretricio, con tutto l’apparato sacramentale che prescinde largamente dalla scrittura sacra, dalla sua assimilazione personale profonda in un libero stile comunitario, e fa del vangelo e di quel che lo precede un pretesto per la mediazione ecclesiale indulgente ed effimera ai fini della salvezza. Favre era spesso sopraffatto dall’angustia e dall’ansia, alternava euforia e depressione, si aggrappava a Dio e al Figlio e allo Spirito Santo senza trovarli né come memoria né come intelligenza né come volontà. La sua formazione filosofica fu occamista fin dagli studi che diremmo delle scuole medie superiori. Occamista e umanista. In sostanza, e il discorso potrebbe essere troppo lungo, il Dio occamista e umanista (e secolare d’oggi) può essere creduto, ma non dimostrato come faceva san Tommaso, il dottore angelico. Contano la fede come prodotto della volontà, dell’affectus, del cuore che è il centro unificante di tutto, non la ragione intellettuale o i sensi, roba che inganna e motiva perfino un quid di scetticismo dal francescano Occam all’illuminista Kant, ragione non consolatoria e conoscitrice, né di per sé né come “ancella della fede” (definizione del tomismo delle origini, e se per questo anche agostinianesimo riletto da Ratzinger, naturalmente per noi bambini). Favre trovò il suo cuore in mezzo alla tempesta della Riforma che fu il corrispetCome Lutero, Favre visse il “dramma del chiostro”. E lo risolse con una fede sua che è nella chiesa ma non della chiesa nate un gran libro, magnifico proprio: il Memoriale, che ai tempi era noto come le Confessioni di Favre, e un saggio critico eccellente di Michel de Certeau S.I., studioso di mistica, una specie di Foucault o di Lacan dei gesuiti che ebbe un forte e drammatico rapporto con la Compagnia, seppe dissodare la postmodernità, la psicoanalisi, la semiologia politica e la spiritualità contemporanee (forse andando troppo in profondità, ché la superficie  è sempre il cuore delle cose). Infine leggete la Civiltà Cattolica, strumento decisivo di comprensione del mondo e della lingua italiana, e il libro celebrativo della canonizzazione, appena dato alle stampe in contemporanea al nuovo santo fatto, una silloge di saggi sul “servitore della consolazione” a cura di Antonio Spadaro S.I., uno dei Reverendi Padri che non perde tempo nonostante la sua applicazione cyberologica che rasenta la divina mania. (Direte: ma non siamo pagati per questo, vero, ma nemmeno io, che sono pagato per parlare di Renzi e Berlu sconi, però senza fare un po’ di straordinari si finisce come Scalfari e certi pm del pensiero debole, nella dotta ignoranza delle cose essenziali). La misericordina è una offa da oratorio che fa della tragedia dolce del perdono un’abitudine. La tenerezza sa di falso in bocca a uno stile politico autorevole e autoritario com’è quello del gesuita Francesco. Il cuore, l’organo più difficile da tenere in mano secondo Giorgio Manganelli (se ricordo bene), è da anni qui da noi sotto processo in vari modi e forme, anche le più dirette, et pour cause. Grida infine risarcimento se non vendetta l’oblio della ragione laica e dei suoi criteri non negoziabili di giudizio, che fu chiave di volta del papato politico di Montini, della crociata di Giovanni Paolo II, imminente santo anch’egli, della straordinaria esperienza ratzingeriana fra tre pontificati (quello del predecessore, il suo e quello del successore). Eppure questo vicario di Cristo che ha voluto vestire panni tutti suoi, bianchissimi, e non piace a molti miei amici, non solo i tradizionalisti di fede inconcussa che onorano il battesimo con la loro obbediente rivolta liturgica, a me in qualche senso e stranamente non dispiace affatto, a parte la simpatia umana forte che mi ispira. Non solo perché ha la Ford Focus come me. Non solo perché porta scarpe simili alle mie Mephisto semiortopediche. Non solo perché ha rimesso la chiesa in una posizione d’attacco e minaccia di deludere con qualche sorpresa cattolica i suoi poco accorti sostenitori di parte giacubbina. Non solo perché è un gran fico allegro che sa abbracciare i lebbrosi e tifare il San Lorenzo come nessuno. Non mi dispiace sopra tutto perché ho fatto quelle letture che vi consiglio. E ho scoperto forse qualcosa che valeva la pena di dissotterrare dalle profondità della dissimulazione e della cura amorevole e feroce della cultura immensa dei gesuiti, l’unica lobby alla quale vorrei disperatamente appartenere (ma non è un po’ tardi?). Favre, dunque. Chi era costui? E’ vissuto quarant’anni, come avete visto all’inizio dalle date di nascita e di morte. Nel tempo della chiesa intimamente segnata da una diffusa corruttela dei costumi, fino al suo vertice indulgente, e dalla rivolta teologica e dogmatica di luterani e calvinisti. Fu il primo prete ordinato della Compagnia di Gesù, annunciata nell’agosto 1534 a Montmartre da sette compagni di scuola del collegio di Santa Barbara più Ignazio, costituita formalmente il 27 settembre 1540 dalla bolla Regimini militantis ecclesiaedi Paolo III. Ha girato a piedi fasciati e in ogni clima tutta l’Europa occidentale continentale, fermandosi spesso in Germania, in quelle città come Colonia, Magonza, Spi ra e altre che sono rimaste cattoliche, si dice, anche e sopra tutto grazie alle sue virtuose prediche e alla sua intima capacità di dare gli Esercizi spirituali al clero, ai potenti e agli umili, con formidabile effetti di conversione, cioè di vita (in questo a sentire Ignazio era indiscutibilmente il migliore). Ma si tratta qui, fino alla morte in Roma alla vigilia di un viaggio per Trento, come legato teologico della Compagnia e del Papa al fatale Concilio della riforma o controriforma cattolica, solo di un grande e spericolato e intenso curriculum di santità, paragonabile sebbene meno esotico alle missioni oltre la linea d’acqua dell’oriente indiano e cinese dei gesuiti di allora e di poi. San Pietro Favre tra l’altro portò alla Compagnia la conversione di Francesco Borgia, il secondo successore di Ignazio come preposito generale, del quale un orgoglioso ritratto campeggia insieme a quello del fondatore nell’aula magna della Gregoriana. (Come mai c’è lui e non Laínez o Acquaviva, altri successori di grido del guerriero zoppicante che diede origine al tutto?, domandai ingenuamente a un padre come sempre spregiudicato e spiritoso. Perché il Borgia lasciò alla Compagnia un lascito spirituale ingente, e un altro lascito di famiglia piuttosto possidente, che fu altrettanto benvenuto, questa la risposta affabilmente gesuitica di un seguace del Papa che sta “sciogliendo” lo Ior). di giudizio, che fu chiave di volta del papato politico di Montini, della crociata di Giovanni Paolo II, imminente santo anch’egli, della straordinaria esperienza ratzingeriana fra tre pontificati (quello del predecessore, il suo e quello del successore). Eppure questo vicario di Cristo che ha voluto vestire panni tutti suoi, bianchissimi, e non piace a molti miei amici, non solo i tradizionalisti di fede inconcussa che onorano il battesimo con la loro obbediente rivolta liturgica, a me in qualche senso e stranamente non dispiace affatto, a parte la simpatia umana forte che mi ispira. Non solo perché ha la Ford Focus come me. Non solo perché porta scarpe simili alle mie Mephisto semiortopediche. Non solo perché ha rimesso la chiesa in una posizione d’attacco e minaccia di deludere con qualche sorpresa cattolica i suoi poco accorti sostenitori di parte giacubbina. Non solo perché è un gran fico allegro che sa abbracciare i lebbrosi e tifare il San Lorenzo come nessuno. Non mi dispiace sopra tutto perché ho fatto quelle letture che vi consiglio. E ho scoperto forse qualcosa che valeva la pena di dissotterrare dalle profondità della dissimulazione e della cura amorevole e feroce della cultura immensa dei gesuiti, l’unica lobby alla quale vorrei disperatamente appartenere (ma non è un po’ tardi?). Favre, dunque. Chi era costui? E’ vissuto quarant’anni, come avete visto all’inizio dalle date di nascita e di morte. Nel tempo della chiesa intimamente segnata da una diffusa corruttela dei costumi, fino al suo vertice indulgente, e dalla rivolta teologica e dogmatica di luterani e calvinisti. Fu il primo prete ordinato della Compagnia di Gesù, annunciata nell’agosto 1534 a Montmartre da sette compagni di scuola del collegio di Santa Barbara più Ignazio, costituita formalmente il 27 settembre 1540 dalla bolla Regimini militantis ecclesiaedi Paolo III. Ha girato a piedi fasciati e in ogni clima tutta l’Europa occidentale continentale, fermandosi spesso in Germania, in quelle città come Colonia, Magonza, SpiSolo un curriculum, dicevamo, per quanto paradisiaco e in speciale odore di santità. Segno comunque che il Papa venuto dalla fine del mondo qualche interesse all’origine del mondo cristiano, al territorio governato dalla Roma di Pietro e Paolo, deve pur averlo nel suo cuore e nella sua testa. Forse la nostra è la villa miseria più miseria di tutte. Ma diciamo solo un curriculum per introdurvi alla questione vera, che è quella della personalità di Favre, della sua caratura spirituale e mistica, della specialissima qualità della sua memoria e concentrazione liturgica e apostolica (lottava contro la “distrazione” quan do diceva messa, e la distrazione poteva essere tutto quello che non conduceva, sebbene santo, alla lode e alla adorazione di Dio in sé stesso e alla proiezione di sé stesso, della interiorità senziente, in Dio). Tutto nasce, come sempre nelle grandi storie di santità e di chiesa, e nelle temperie mistiche di ogni tempo, dallo “spirito fornicatorio”, che Favre sente come un pericolo, una tentazione di cui liberarsi, come racconta nelle sue memorie insigni e soavi (un particolare chissà perché trascurato nella parte agiografica dei ricordi di lui scritti dai gesuiti, ma non dal De Certeau, un Reverendo Padre meno istituzionale, giunto ad abbandonare la vita di comunità senza mai rompere però un legame culturale e spirituale profondo con i suoi fratelli, che gli resero omaggio nel 1986 con esequie sublimi in cui gli spadini dei compagni si associarono alla crème della rive gauche intellettuale). A dodici anni, infatti, pastorello e figlio di contadini ferventi cattolici della Savoia, san Pierre Favre fe ce voto di castità in un campo aperto sotto il vasto cielo. Si tenne al proposito, volle studiare, studiò, si innamorò e fece innamorare di sé i suoi compagni, si fece ordinare prete dotto e infine, come abbiamo visto, gesuita e pellegrino d’Europa alla ricerca di una risposta interiore e definitiva alla sconvolgente rivoluzione dogmatica o riforma che incantava o inveleniva i cuori infranti di un pezzo della cattolicità nordeuropea. Ma ho detto “interiore e definitiva”? Ci sarà una ragione. Eccola. Favre aveva una personalità da “dramma del chiostro”, il famoso sentirsi peccatore irredimibile se non sola fidevissuto dal monaco agostiniano che nel 1517 affisse le famose tesi sul portale della cattedrale di Wittenberg. Alla radice del più straordinario genio religioso della modernità stava quella che il cretino cognitivo d’oggi chiamerebbe una radicale e severa crisi di scarsa autostima: io peccatore originale elaboro la teologia della croce, nel dolore della mia interiorità individuale impermeabile al riscatto esterno delle opere, e non posso condividere la teologia della gloria del papato eterno e del suo meretricio, con tutto l’apparato sacramentale che prescinde largamente dalla scrittura sacra, dalla sua assimilazione personale profonda in un libero stile comunitario, e fa del vangelo e di quel che lo precede un pretesto per la mediazione ecclesiale indulgente ed effimera ai fini della salvezza. Favre era spesso sopraffatto dall’angustia e dall’ansia, alternava euforia e depressione, si aggrappava a Dio e al Figlio e allo Spirito Santo senza trovarli né come memoria né come intelligenza né come volontà. La sua formazione filosofica fu occamista fin dagli studi che diremmo delle scuole medie superiori. Occamista e umanista. In sostanza, e il discorso potrebbe essere troppo lungo, il Dio occamista e umanista (e secolare d’oggi) può essere creduto, ma non dimostrato come faceva san Tommaso, il dottore angelico. Contano la fede come prodotto della volontà, dell’affectus, del cuore che è il centro unificante di tutto, non la ragione intellettuale o i sensi, roba che inganna e motiva perfino un quid di scetticismo dal francescano Occam all’illuminista Kant, ragione non consolatoria e conoscitrice, né di per sé né come “ancella della fede” (definizione del tomismo delle origini, e se per questo anche agostinianesimo riletto da Ratzinger, naturalmente per noi bambini). Favre trovò il suo cuore in mezzo alla tempesta della Riforma che fu il corrispet tivo cinquecentesco della secolarizzazione scristianizzante d’oggi. Il maltempo funesto si faceva sentire con la battente pioggia retorica e filologica degli erasmiani e il tifone falcidiante e rivoltoso dei luterani e dei calvinisti; senza quei venti, e quella sua mistica percezione di un credo che è nella chiesa ma non della chiesa, non avrebbe sentito quel che ha sentito nelle sue immense devozioni, nelle sue mozioni dell’anima, raccontate in celeste maniera controriformista nel memoriale, una sorta di affresco in prosa del Beato Angelico. E’ un casto Lutero gesuita che risponde per le rime della dolcezza, del dialogo e della conversione ecclesiale del cuore al Lutero che si sposa e che con la carne abbraccia il grande concubinato della modernità. Risponde con il ritorno al cuore, con la riforma spirituale di una sacramentalità interiorizzata, in un dialogo con i protestanti, diciamo dialogo ma era cosa seria, non chiacchiera ma spirito di conversione se non proselitismo, che fu possibile solo perché Favre ne comprendeva le ragioni secondo la loro stessa autocomprensione. Erano un po’ anche le sue ragioni. Così si comporta anche chi lo fa santo: il secolarismo, febbre della chiesa cattolica assediata dall’esterno e dall’interno, si può combattere controriformisticamente e gesuiticamente solo riformando l’interiorità credente del clero, dei fedeli cattolici, e il resto verrà se Dio lo vorrà e quando lo vorrà. La casistica del peccato moderno, e qui c’è del Seicento alla père Petau nel Cinquecento del Pontefice regnante, è vasta e problematica, contraddittoria e sfuggente, ma la grazia va aiutata con una curatela attenta, spiritualmente prudente, intrisa di ascetismo e di mistica, con tutte le dovute distinzioni. E diffusa di sapienza politica, secondo la lezione secolare di quel distaccamento statuale e politico che è la Compagnia. Eccovi confusamente squadernato il santo di Bergoglio gesuita: la misericordia come metodo, la tolleranza relativista (chi sono io per giudicare?), il dialogo controidentitario, la devozione al povero che è in Cristo e al Cristo che è nel povero, e sopra tutto la volontà di credere che fa discosto e rarefatto, e che alla fine opacizza e nasconde il fuoco del conoscere, la diatriba dottrinale, la fissazione di un canone assoluto: un impasto volontarista e soggettivista  modernissimo, dissimulato nello spirito di conquista degli ignaziani, che sia pure con un posto speciale degli affetti, al conoscere non hanno mai rinunciato.
Il Foglio 21 dicembre 2013

Analisi critica della rivoluzione del 1968

I Gesuiti e le sfide della modernità
di Giovanni Patriarca
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 25 ottobre 2010

L’ultimo numero della pubblicazione ufficiale della provincia tedesca dei Gesuiti (Jesuiten, 2010/3) ha attratto l’attenzione non solo degli addetti ai lavori ma anche di una folta schiera di filosofi e sociologi, che si interrogano sui cambiamenti avvenuti nella mentalità collettiva negli ultimi 40 anni in Europa e nel mondo occidentale. Il titolo del volume non potrebbe essere, infatti, più chiaro: Jahre des Umbruchs, che letteralmente ed etimologicamente suona come “anni del cataclisma o dei cambiamenti radicali”.

Con contributi autobiografici, non privi di una severa autocritica, si parte dai fatti avvenuti nell’ambito della cosiddetta rivoluzione culturale del 1968 (questo numero appare ben evidente in copertina) per arrivare all’analisi degli stessi in chiave contemporanea. La ricerca, negli anni della ricostruzione post-bellica, di una risposta a tutte le esigenze sociali aveva spostato il baricentro della filosofia e teologia verso ambiti del tutto inesplorati.

Con le moderne tecniche socio-scientifiche la ragione critica (die kritische Vernunft) si era messa a capo di un processo di estrema individualizzazione che sarebbe andato a modificare il senso stesso della partecipazione politica. Senza alcun dubbio, quell’atmosfera di cambiamento arrivava anche negli ambienti religiosi in cui, per la prima volta, erano all’ordine del giorno argomenti considerati fino a pochi anni prima inimmaginabili in tali contesti.

L’opinione pubblica e gli studenti universitari avevano portato al centro della discussione temi quali la distruzione dell’ambiente, l’emancipazione femminile, l’educazione sessuale, la violenza domestica. Nella Germania, uscita dall’esperienza traumatica della dittatura, la libertà di espressione e di denuncia veniva vista come un passaggio obbligato per una veritiera transizione democratica e come un distanziarsi radicale dalla generazione precedente.

In un contributo ad opera di padre A. Lefrank, S. I., si legge testualmente che “la libertà dalle regole produceva soltanto uno spazio vuoto”. Questa, in effetti, non dava alcuna risposta alle domande essenziali. La collettività si perdeva, frastornata, in un’infinità di metodologie sociali, figlie dello sviluppo economico e tecnologico, senza domandarsi quali prospettive di senso offrissero e producendo come effetto principale lo smantellamento delle tradizionali autorità e una religiosità estremamente individualista.

Una riflessione a posteriori di quegli eventi e alla luce del Concilio Vaticano II porta, ad ogni modo, a vedere anche alcuni aspetti positivi specialmente all’interno stesso della Compagnia di Gesù, che ha saputo guardare di nuovo e con rinnovato spirito ai primi documenti e alle lettere di Sant’Ignazio di Loyola. Questo ritorno al carisma originario e allo studio approfondito delle fonti è stato, indubbiamente, un momento di particolare importanza nella storia secolare della congregazione.

Come i gesuiti affascinarono il popolo dei guaranì

I protagonisti della storia che sto per raccontarvi sono due:
  • I Guaranì
    Erano un popolo seminomade di cacciatori / raccoglitori che vivevano nelle terre del Sud America. Essi credevano in un unico Dio, creatore di ogni cosa, che chiamavano "Tupà" che significa "che bello". Secondo i Guaranì l'uomo sarebbe stato creato immortale per vivere felice nel paradiso ma, a causa dello spirito maligno "Anai" incarnato in un serpente, l'uomo disobbedì a Tupà che espulse l'uomo dal paradiso con un diluvio. All'uomo, divenuto mortale, rimase solo la speranza di ritornare a quel paradiso, la terra senza male.
    Per tal motivo i Guaranì erano continuamente alla ricerca di un luogo felice dove vivere.
  • I Gesuiti
    Senza perdersi in dettagli, sappiamo che nel 1609 partirono da Asuncìon il numero esorbitante e spropositato di 6 (solo 6) Gesuiti alla ricerca di indios per tutta l'estensione del continente. Questo dato dimostra l'infondatezza della leggenda nera sulla "conquista del sudamerica": è matematicamente impossibile che migliaia di indios siano stati costretti alla conversione da soltanto 6 gesuiti.
    Questi sei temerari erano divisi in tre gruppi da due. I due che andarono a nord-ovest scamparono la morte per miracolo poiché gli indios in quella regione erano tremendamente ostili. Le due coppie di gesuiti rimanenti fondarono i primi due insediamenti.
Questi primi "insediamenti" furono poi chiamati "Reducciones" che deriva dallo spagnolo antico "reducir", colui che era stato "persuaso". Nessun Guaranì è mai stato costretto al cristianesimo ma, persuaso come si vedrà successivamente.
I gesuiti vivevano in estrema povertà rammendando continuamente i vestiti e passando anche durissimi momenti di carestia. Durante una di queste Padre Cataldini partì verso Santa Fe in cerca di aiuto mentre il suo compagno di sventura, Padre Martin Javier, decise di rimanere per non lasciare soli i Guaranì. Aveva soltanto 26 anni ma, aveva già scelto di continuare a vivere di stenti per restare con i Guaranì. Al ritorno di Padre Cataldini, Padre Javier era morto per la denutrizione, aveva dato la vita per la gente di quella riduzione.

Come venivano "persuasi" i Guaranì?
Con la bellezza. I Guaranì erano estremamente portati per le arti: scolpivano statue e decorazioni invidiabili dal barocco occidentale, suonavano come Vivaldi, bastava mostrare loro questa bellezza per fargliela amare e riprodurre. Tra tutte le forme di bellezza, l'ordine e la vita regolare con un programma orario ben definito ma, soprattutto, la bellezza di aver trovato finalmente quella terra senza male di nome Gesù Cristo. I comandamenti non erano comunicati come sterili leggi, infatti, il sesto ed il decimo furono taciuti per diverso tempo poiché i Guaranì erano originariamente poligamici. Nonostante questa difficoltà, i Guaranì apprezzarono il modello della famiglia occidentale e della privacy che, nelle riduzioni, era garantito dalla possibilità di ciascuno ad avere una propria dimora.

Una riduzione poteva contare oltre 4000 abitanti ma, in ciascuna riduzione, potevamo trovare solo due gesuiti, cuore pulsante di tutto l'insediamento. C'erano scuole, laboratori, officine, case per le vedove, servizi igienici, medici a domicilio, chiese maestose costruite con una enorme passione per la bellezza. Si stampavano libri nella lingua dei guaranì, non quella degli europei, perché in Europa nessuno considerava conveniente farlo. Le riduzioni furono la prima organizzazione civile al mondo dove non fosse mai stata prevista la pena di morte. I Guaranì non erano più nomadi ma, impararono l'agricoltura anche se ciò non fu immediato: accadeva, ad esempio, che andassero in tanti nei campi e, dopo poco, i Guaranì smettessero di lavorare per restare a guardare i gesuiti zappare la terra.

Tutta questa meraviglia finì. Oggi le riduzioni sono un cumulo di rovine, perché?
La causa del disastro si chiama Illuminismo. Questa corrente di pensiero anticattolica (esattamente come il laicismo di oggi) dava alito alle invidie e le gelosie generando decine di storie assurde sui gesuiti. In nome del potere economico e politico i regnanti dell'epoca iniziarono a rimuovere i padri gesuiti dalle riduzioni. Non vi fu violenza come nel film "Mission" ma, fu come estrarre il cuore pulsante da un organismo. Ai Guaranì non restò che scegliere tra diventare schiavi o fuggire nella foresta. A nulla servirono le suppliche del Papa e dei Guaranì stessi.
Le riduzioni durarono più di 150 anni, quanto il tempo che intercorre dall'unità di Italia ad oggi e rappresentano oggi un esempio concreto e un monito contro le ideologie prive di amore cristiano.



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La difesa dei preti omosessuali. La rivista dei gesuiti USA, America, ospita il commento di un padre gesuita, James Martin, in difesa dell'omosessuali

MARCO TOSATTI

Un gesuita, James Martin, ha scritto ieri sulla rivista dei gesuiti “America” un commento alle parole del cardinale Bertone in Cile su omosessualità nella chiesa e problemi di pedofilia, definendole “sorprendenti”. Dopo aver ricordato che ci sono molti studi psicologici che mostrano come la pedofilia, che riguarda ragazzi pre-adolescenti è un problema di orientamento sessuale malformato.
Il gesuita dice poi: “Ma anche notando che molte delle vittime erano ragazzi adolescenti, e che alcuni preti di orientamento omosessuale ne hanno abusato, bisogna distinguere fra alcuni preti omosessuali e la vasta maggioranza dei preti omosessuali, che conducono sane vite di castità. Cioè le azioni di una certa percentuale di preti omosessuali non dovrebbero portare alla condanna di tutti, in particolare in un tema così serio. Questo è creare stereotipi”.
James Martin afferma che “una delle ragioni per cui non ci sono molti esempi pubblici per difendere questa posizione è che molti preti omosessuali non sanno, non vogliono o semplicemente non possono parlare del loro orientamento sessuale. In assenza di modelli pubblici di sani preti omosessuali, quindi, l’immagine del prete omosessuale-pedofilo predomina, e può portare a incomprensioni”.



© Copyright La Stampa 14 aprile 2010

BOLIVIA - Dopo 300 anni le Missioni dei Gesuiti del Chiquitos sono le uniche conservate e aperte al culto in Sudamerica

La Paz (Agenzia Fides) – Dopo 300 anni le Missioni dei Gesuiti nella privincia del Chiquitos, in Bolivia, sono le uniche ancora conservate ed aperte al culto in Sud America. La struttura delle missioni è quasi sempre uguale: una grande piazza quadrata con una croce al centro, su un lato la chiesa con la casa dei Padri, il cimitero e gli edifici pubblici, sugli altri lati i magazzini e le abitazioni degli indigeni. Le Missioni Chiquitos furono gli insediamenti missionari principali della Compagnia di Gesù nel Nuovo Mondo. La loro funzione principale era di dare vita ad insediamenti di indiani convertiti, una volta principalmente nomadi, in cui gli indios, oltre agli elementi della fede cattolica, apprendessero anche i principi della vita sociale e civile, oltre che la musica, l’arte, la pittura, l’intaglio... Costruite tra il 1691 e il 1760, nel 1991 le Missioni dei Gesuiti della Bolivia sono state dichiarate "Patrimonio Culturale dell'Umanità" dall'UNESCO.
L'architettura delle chiese è barocca, con espressioni della creatività indigena, ed ha come punti importanti i dipinti murali, le sculture in legno, colonne imponenti, bellissimi dipinti e altari dorati. Queste chiese, restaurate negli anni '60 sotto la guida dell'architetto Hans Roth e poi da Juan Carlos Ruiz, sono state in grado di riconquistare la sua bellezza. Oltre a recuperare le strutture murarie, sono stati recuperati anche oltre 5.000 brani musicali, che sono diventati la più grande collezione di musica barocca indigena del Sud America. In queste chiese si svolge il Festival di Musica Barocca del Rinascimento in America, considerato il più importante del continente. (CE)