DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Il Papa: Ci riempie di tristezza il fatto di non essere uniti nelle cose essenziali perché portiamo questa colpa, perché offuschiamo la testimonianza

Omelia del Papa nella Chiesa Evangelica Luterana di Roma


ROMA, mercoledì, 17 marzo 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la traduzione dell'omelia pronunciata da Benedetto XVI a braccio in tedesco nel pomeriggio di domenica 14 marzo, durante la visita alla comunità luterana di Roma.




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Care Sorelle e cari Fratelli,

desidero ringraziare di cuore tutta la comunità, i vostri responsabili, in particolare il parroco Kruse, per avermi invitato a celebrare con voi questa domenica Laetare, questo giorno in cui l’elemento determinante è speranza, che guarda alla luce che dalla resurrezione di Cristo irrompe nelle tenebre della nostra quotidianità, nelle questioni irrisolte della nostra vita. Ella, caro parroco Kruse, ci ha esposto il messaggio di speranza di san Paolo. Il Vangelo, dal dodicesimo capitolo di Giovanni, che io vorrei cercare di spiegare, è anche un Vangelo della speranza e, nello stesso tempo, è un Vangelo della Croce. Queste due dimensioni vanno insieme: poiché il Vangelo si riferisce alla Croce, parla della speranza, e poiché dona speranza, deve parlare della Croce.

Giovanni ci narra che Gesù era salito a Gerusalemme per celebrare la Pasqua e poi dice: “C'erano anche alcuni greci che erano saliti per il culto”. Erano sicuramente uomini del gruppo dei cosiddetti phoboumenoi ton Theon, i “timorati di Dio”, che, al di là del politeismo del loro mondo, erano alla ricerca del Dio autentico che è veramente Dio, alla ricerca dell’unico Dio, al quale appartiene il mondo intero e che è il Dio di tutti gli uomini. E avevano trovato quel Dio, che chiedevano e cercavano, al quale ogni uomo anela in silenzio, nella Bibbia di Israele, riconoscendovi quel Dio che ha creato il mondo. Egli è il Dio di tutti gli uomini e, allo stesso tempo, ha scelto un popolo concreto e un luogo per essere da lì presente tra noi. Sono cercatori di Dio, e sono venuti a Gerusalemme per adorare l'unico Dio, per sapere qualcosa del suo mistero. Inoltre, l'evangelista ci narra che queste persone sentono parlare di Gesù, vanno da Filippo, l'apostolo proveniente da Betsaida, in cui per metà si parlava in greco, e dicono: “Vogliamo vedere Gesù”. Il loro desiderio di conoscere Dio li spinge a voler vedere Gesù e attraverso di lui conoscere più da vicino Dio. “Vogliamo vedere Gesù”: un’espressione che ci commuove, poiché noi tutti vorremmo sempre più veramente vederlo e conoscerlo. Penso che quei greci ci interessano per due motivi: da una parte, la loro situazione è anche la nostra, anche noi siamo pellegrini con la domanda su Dio, alla ricerca di Dio. E anche noi vorremmo conoscere Gesù più da vicino, vederlo veramente. Tuttavia è anche vero che, come Filippo e Andrea, dovremmo essere amici di Gesù, amici che lo conoscono e possono aprire agli altri il cammino che porta a lui. E perciò penso che in quest’ora dovremmo pregare così: Signore, aiutaci a essere uomini in cammino verso di te. Signore, donaci di poterti vedere sempre di più. Aiutaci a essere tuoi amici, che aprono agli altri la porta verso di te. Se ciò portò effettivamente ad un incontro fra Gesù e quei greci, san Giovanni non lo narra. La risposta di Gesù, che egli ci riferisce, va molto al di là di quel momento contingente. Si tratta di una doppia risposta: parla della glorificazione di Gesù che ora iniziava: “È venuta l’ora che il Figlio dell'uomo sia glorificato” (Gv 12,23). Il Signore spiega questo concetto della glorificazione con la parabola del chicco di grano: “In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto” (v. 24). In effetti, il chicco di grano deve morire, in certo qual modo spezzarsi nel terreno, per assorbire in sé le forze della terra e così divenire stelo e frutto. Per quanto riguarda il Signore, questa è la parabola del suo proprio mistero. Egli stesso è il chicco di grano venuto da Dio, il chicco di grano divino, che si lascia cadere sulla terra, che si lascia spezzare, rompere nella morte e, proprio attraverso questo, si apre e può così portare frutto nella vastità del mondo. Non si tratta più solo di un incontro con questa o quella persona per un momento. Ora, in quanto risorto, è “nuovo” e oltrepassa i limiti spaziali e temporali. Adesso raggiunge veramente i greci. Ora si mostra a loro e parla con loro, ed essi parlano con lui e in tal modo nasce la fede, cresce la Chiesa a partire da tutti i popoli, la comunità di Gesù Cristo risorto, che diventerà il suo corpo vivo, frutto del chicco di grano. In questa parabola possiamo trovare anche un riferimento al mistero dell'Eucaristia: Egli, che è il chicco di grano, cade nella terra e muore.

Così nasce la santa moltiplicazione del pane dell'Eucaristia, nella quale egli diviene pane per gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi.

Ciò, che qui, in questa parabola cristologica, il Signore dice di sé, lo applica a noi in due altri versetti: “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (v. 25). Penso che quando ascoltiamo ciò, in un primo momento, non ci piace. Vorremmo dire al Signore: Ma cosa ci stai dicendo, Signore? Dobbiamo odiare la nostra vita, noi stessi? La nostra vita non è forse un dono di Dio? Non siamo stati creati a tua immagine? Non dovremmo essere grati e lieti perché ci ha donato la vita? Ma la parola di Gesù ha un altro significato. Naturalmente il Signore ci ha donato la vita, e di questo siamo grati. Gratitudine e gioia sono atteggiamenti fondamentali dell’esistenza cristiana. Sì, possiamo essere lieti perché sappiamo che questa mia vita è da Dio. Non è un caso privo di senso. Io sono voluto e sono amato. Quando Gesù dice che dovremmo odiare la nostra propria vita, intende dire tutt’altro. Pensa qui a due atteggiamenti fondamentali. Uno è quello per cui io vorrei tenere per me la mia vita, per cui considero la mia vita come mia proprietà, considero me stesso come mia proprietà, per cui vorrei sfruttare il più possibile questa vita presente, così da aver vissuto molto vivendo per me stesso. Chi lo fa, chi vive per se stesso e considera e vuole solo se stesso, non si trova, si perde. È proprio il contrario: non prendere la vita, ma darla. Questo ci dice il Signore. E non è che prendendo la vita per noi, noi la riceviamo, ma è donandola, andando oltre noi stessi, non guardando a noi, ma dandosi all’altro nell’umiltà dell’amore, donando la nostra vita a lui e agli altri. Così diveniamo ricchi allontanandoci da noi stessi, liberandoci da noi stessi. Donando la vita, e non prendendola, riceviamo veramente vita.

Il Signore prosegue e afferma, in un secondo versetto: “Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà” (v. 26). Questo donarsi, che in realtà è l’essenza dell’amore, è identico alla Croce. Infatti, la Croce non è altro che questa legge fondamentale del chicco di grano morto, la legge fondamentale dell’amore: che noi diveniamo noi stessi solo quando ci doniamo. Ma il Signore aggiunge che questo donarsi, questo accettare la Croce, questo allontanarsi da sé, è un andare con lui, in quanto noi, andando dietro a lui e seguendo la via del chicco di grano, troviamo la via dell’amore, che subito sembra una via di tribolazione e di fatica, ma proprio per questo è la via della salvezza. Della via della Croce, che è la via dell’amore, del perdersi e del donarsi, fa parte la sequela, l’andare con lui, che è, Egli stesso, la via, la verità e la vita. Questo concetto include anche il fatto che questa sequela si realizza nel “noi”, che nessuno di noi ha il proprio Cristo, il proprio Gesù, che lo possiamo seguire soltanto se camminiamo tutti insieme con lui, entrando in questo “noi” e imparando con lui il suo amore che dona. La sequela si realizza in questo “noi”. Fa parte dell’essere cristiani l’ “essere noi” nella comunità dei suoi discepoli. E questo ci pone la questione dell’ecumenismo: la tristezza per aver spezzato questo “noi”, per aver suddiviso l’unica via in tante vie, e così viene offuscata la testimonianza che dovremmo dare in tal modo, e l’amore non può trovare la sua piena espressione. Che cosa dovremmo dire al riguardo? Oggi ascoltiamo molte lamentele sul fatto che l’ecumenismo sarebbe giunto a un punto di stallo, accuse vicendevoli; tuttavia penso che dovremmo anzitutto essere grati che vi sia già tanta unità. È bello che oggi, domenica Laetare, noi possiamo pregare insieme, intonare gli stessi inni, ascoltare la stessa parola di Dio, insieme spiegarla e cercare di capirla; che noi guardiamo all’unico Cristo che vediamo e al quale vogliamo appartenere, e che, in questo modo, già rendiamo testimonianza che Egli è l’Unico, colui che ci ha chiamati tutti e al quale, nel più profondo, noi tutti apparteniamo. Credo che dovremmo mostrare al mondo soprattutto questo: non liti e conflitti di ogni sorta, ma gioia e gratitudine per il fatto che il Signore ci dona questo e perché esiste una reale unità, che può diventare sempre più profonda e che deve divenire sempre più una testimonianza della parola di Cristo, della via di Cristo in questo mondo. Naturalmente non ci dobbiamo accontentare di ciò, anche se dobbiamo essere pieni di gratitudine per questa comunanza. Tuttavia, il fatto che in cose essenziali, nella celebrazione della santa Eucaristia non possiamo bere allo stesso calice, non possiamo stare intorno allo stesso altare, ci deve riempire di tristezza perché portiamo questa colpa, perché offuschiamo questa testimonianza. Ci deve rendere interiormente inquieti, nel cammino verso una maggiore unità, nella consapevolezza che, in fondo, solo il Signore può donarcela perché un’unità concordata da noi sarebbe opera umana e quindi fragile, come tutto ciò che gli uomini realizzano. Noi ci doniamo a lui, cerchiamo sempre più di conoscerlo e di amarlo, di vederlo, e lasciamo a lui che ci conduca così, veramente, all’unità piena, per la quale lo preghiamo con ogni urgenza in questo momento.

Cari amici, ancora una volta desidero ringraziarvi per questo invito, che mi avete rivolto, per la cordialità, con la quale mi avete accolto – anche per le sue parole, gentile signora Esch. Ringraziamo per aver potuto pregare e cantare insieme. Preghiamo gli uni per gli altri, preghiamo insieme affinché il Signore ci doni l’unità e aiuti il mondo affinché creda. Amen.

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]

Germania, adesso tutti aspettano le prime mosse della “papessa” luterana

La Kässmann a capo della EKD
di Vito Punzi
Tratto da L'Occidentale il 15 novembre 2009

Una donna a capo della Chiesa luterana tedesca: una prova di forza o una dimostrazione di debolezza?

La scelta di Margot Kässmann a capo della Chiesa Protestante di Germania (EKD) era senza alternative, perché con l’uscente Wolfgang Huber la EKD aveva ormai finito le proprie cartucce intellettuali e teologiche. Con qualsiasi altro successore ci sarebbe stata una regressione fin troppo evidente. Con l’elezione quasi plebiscitaria della “vescova” di Hannover a prima “papessa” della chiesa evangelica il sinodo della EKD ha deciso di puntare sulla suggestione di un nuovo inizio.

La Kässmann ha trascorso i suoi anni di formazione a Fulda, dove è stata impiegata come segretaria delle Giornate della Chiesa Evangelica e condivideva con il marito Eckhard la guida di una parrocchia. Nata a Marburg nel 1958, , quattro figlie ormai grandi, la sua ascesa iniziò a 25 anni, quando entrò nel comitato centrale del Consiglio Mondiale delle Chiese, dove venne sostenuta e protetta da quello che sarebbe diventato il successivo segretario generale, Konrad Kaiser, il quale seguì anche il suo lavoro di dottorato, intitolato La visione eucaristica. Povertà e ricchezza come domanda di unità della chiesa nella discussione del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Dopo quasi vent’anni, nel 2002, la Kässmann lasciò il comitato centrale per protesta: non sopportò la pressione esercitata dalle chiese ortodosse più tradizionali e la conseguente rinuncia da parte dello stesso comitato alle celebrazioni eucaristiche ecumeniche.

La sua capacità di presenza nei media non è inferiore a quella del suo predecessore Huber. Non c’è stata difficoltà neppure nel lasciare che venisse posta sotto i riflettori la sua vita privata. Del suo tumore al seno, poi guarito, e della sua separazione dal marito dopo 26 anni di matrimonio, ha lasciato che se ne realizzasse un vero e proprio spettacolo mediatico. La Kässmann rilascia poi dichiarazioni su talmente tanti temi che anche i protestanti più conservatori vi possono trovare inevitabilmente qualche spunto positivo – ha detto, per esempio, che i dieci comandamenti sono un “prontuario etico”, oppure che nel dialogo interreligioso Cristo “non può essere rinnegato”. Un po’ come accade in politica con Angela Merkel, anch’essa di fede luterana, la nuova guida della EKD a quasi tutti, all’interno della chiesa, ha qualcosa da proporre.

I presupposti non sono comunque del tutto positivi. Difficilmente potrà costruire una significativa amicizia con i pietisti: la Kässnann infatti è troppo legata al femminismo, ancora più che mai vivo in Germania. Un vincolo che si è ben manifestato un paio d’anni fa, quando sostenne la redazione e la pubblicazione de La Bibbia in lingua corretta, dove si riduceva lo Spirito Santo a “energia spirituale”. Non ha mancato neppure di deprezzare il modello tradizionale di famiglia dichiarando con vigore il proprio sostegno alla politica di potenziamento degli asili nido, una politica che mira a non prevede alcun sostegno economico ai genitori che desiderino proporsi come i primi educatori dei propri figli più piccoli.

Per quanto le riescono piuttosto bene le uscite sui media, non altrettanto efficaci sembrano essere le sua prediche. C’è chi parla apertamente di superficialità, notando come nella sua prima dopo l’elezione al vertice della EKD, durante la funzione che ricordava la Riforma, si sia lasciata andare ad un cordiale ma sbiadito appello per un mondo migliore favorito dai cristiani, in quanto “portatori di speranza”.

Difficile pensare che appelli come questo bastino a rendere più attraente una chiesa luterana che negli ultimi anni visto crescere rapidamente il numero dei suoi fuoriusciti (160. 000 nel 2008). Anche sul tema dell’eutanaia la posizione della “papessa” è tutt’altro che limpida. “La signora Kaessmann”, dice a Tempi l’avvocato e giurista Oliver Tolmein, di fede protestante e impegnato da tempo con il movimento dei disabili tedeschi, “si concentra sul rafforzamento dei formali diritti all'autodeterminazione, invece che su di una migliore assistenza di persone gravemente malate e disabili. Vuole acconsentire apertamente all'assistenza al suicidio e si adopera per la sospensione del trattamento per pazienti in coma vigile. Sostiene in maniera imprecisa che la medicina palliativa abbrevierebbe la vita, ma questo è falso e strumentalizza la medicina palliativa per conseguire altri fini. ”

Altrettanto problematici si preannunciano i rapporti con la chiesa cattolica. Al sinodo di Ulm che ne ha sancito l’elezione la Kässmann ha detto di voler rafforzare il dialogo e l’ecumenismo: “La mia esperienza mi dice che quanto più ci mostreremo uniti tanto più verremo ascoltati. ” Ci si chiede in realtà quanto quel dialogo sarà condizionato dal fatto che la chiesa luterana si sia data come capo una donna divorziata che si è già espressa in passato contro la posizione ufficiale di Roma nella lotta contro l’Aids e che, ovvio sottolinearlo, mal sopporta l’impossibilità per le donne di accedere al sacerdozio e quindi al rango episcopale. La domanda, tuttavia, non sembra toccare più di tanto la coscienza riformata: “Come reagiranno i cattolici?”, si è chiesto il vescovo luterano Johannes Friedrich, “Vedremo, ma io dico che qualsiasi sarà la loro reazione per noi non avrà alcun valore particolare. ”

SVEZIA: “RAMMARICO” DI CATTOLICI E ORTODOSSI PER IL SÌ AI MATRIMONI GAY

La Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse in Svezia, si rammaricano per la decisione presa ieri dal Sinodo generale della Chiesa luterana svedese di permettere a partire dal primo novembre il matrimonio in Chiesa alle coppie omosessuali.
In un comunicato congiunto, padre Fredrik Emanuelson, incaricato per l’ecumenismo della chiesa cattolica svedese e padre Misha Jaksic, rappresentante delle Chiese ortodosse, scrivono di aver appreso “con tristezza”l a notizia”, ed aggiungono: “si tratta di un allontanamento non solo dalla tradizione cristiana ma anche dal punto di vista proprio a tutte le religioni sulla natura del matrimonio”.
La decisione presa dal Sinodo generale luterano “esprime una visione radicalmente diversa” da come la Chiesa e i cristiani concepiscono il matrimonio.
La decisione del Sinodo luterano in realtà non ha sorpreso le Chiese cattolica e ortodossa perché “è stata preceduta da un lungo dibattito” all’interno della Chiesa luterana, cominciato all’inizio di quest’anno quando è entrata in vigore una legge che consente agli omosessuali il matrimonio civile.
“Nessuno di noi – conclude il comunicato - vuole annullare i colloqui ecumenici con la Chiesa svedese. Certamente, questa decisione della Chiesa di Svezia contribuisce ad allargare il divario”, ma “i colloqui sono ora più importanti che mai, se si vuole compiere ciò che Cristo ci ha chiesto e cioè di essere uno, perché il mondo creda”.

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