DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Una psicologia del cristianesimo delle origini. Il temperamento di San Paolo

Gerd Theissen, Vissuti e comportamenti dei primi cristiani. Una psicologia del cristianesimo delle origini, Queriniana, Brescia 2010, pp. 688, euro 65.

Dal sito della casa editrice:

«Il testo intende descrivere, inquadrare, comprendere e spiegare il comportamento e l’esperienza religiosa dei primi seguaci di Gesù, mediante il ricorso a un’analisi psicologica del loro vissuto al tempo delle origini cristiane. Ne nasce un’opera pionieristica di estremo interesse per le scienze bibliche, per la storia del cristianesimo e per la teologia.

Com’è nato il cristianesimo? Come poté un piccolo gruppo, sorto in seno al giudaismo, cambiare così tanto la storia del mondo? Gerd Theissen descrive qui il comportamento e l’esperienza religiosa vissuta dei primi cristiani. La sua Psicologia del cristianesimo delle origini mette ordine nell’affascinante molteplicità dell’esperienza cristiana primitiva di sé e del mondo e la rende comprensibile ai lettori del nostro tempo. Nel corso di questa documentata ricerca il grande biblista mette in luce come nei più antichi testi cristiani ci sia più vita e vitalità di quanto non permetta di riconoscere il loro successivo uso nella teologia e nell’amministrazione della chiesa.

Inoltre, nella sua considerazione psicologica del cristianesimo delle origini, Theissen tiene conto anche della grande “eresia” del II secolo, della gnosi, e la interpreta come una forma di esperienza mistica e come parte della ricchezza della religione cristiana di quel periodo».


Il temperamento di Paolo

Non è raro imbattersi in tentativi di comprendere psicologicamente la personalità di Paolo.

Eppure, al di là di qualche suggestiva trovata romanzesca, o di sporadiche e talora persino involontarie annotazioni psicologiche, l’appassionato di esegesi che non sia completamente digiuno di studi storici sul mondo antico resterà deluso, o almeno sorpreso, nel constatare l’enorme quantità di ritratti biografici dell’apostolo che si fondano, talora del tutto acriticamente, sui metodi offerti dalla psicologia del profondo, dalla psicanalisi o da analoghe discipline.

Il rischio è sempre quello di proiettare, su una personalità vissuta due millenni or sono, categorie analitiche che funzionano esclusivamente (quando funzionano) sui “moderni”. E il gioco non vale affatto la candela. Va da sé che esistono felici eccezioni, ma è raro ch’esse trovino considerazione al di fuori dei circuiti strettamente accademici.

Potremmo citare il caso di Klaus Berger, che con la sua Psicologia storica del Nuovo Testamento, un testo apparso in Germania nel 1991, ci ha offerto uno dei migliori esperimenti esegetici degli ultimi vent’anni. Lo studioso tedesco, in questo lavoro, ha infatti cercato di ricavare le proprie categorie direttamente dai testi presi in esame, evitando qualunque accomodamento dei dati alla sensibilità moderna.

Ma si potrebbero fare anche altri nomi, come quello di Gerd Theissen, oppure di Bruce Malina e John Neyrey, che in coppia hanno scritto un volume che ci piacerebbe fosse reso accessibile al lettore italiano: si tratta di Portraits of Paul. An Archeology of Ancient Personality, pubblicato nel 1996, e tutto dedicato a un esame dei criteri che Paolo, in quanto uomo “mediterraneo” del I secolo, poteva utilizzare per definire e comprendere se stesso all’interno del proprio orizzonte sociale.

È un libro curioso, forse un po’ troppo disinvolto e “americano” nell’esposizione (lo dico per i palati fieramente europei), ma che presenta elementi di sicuro interesse anche per chi non sia direttamente interessato al cristianesimo delle origini. Se c’è un limite in esso, è però individuabile nel suo eccessivo tenore “sociologico” (è sostanzialmente un saggio di psicologia sociale) e nella sua tendenza a trasformare i modelli utilizzati in realtà.

I due autori, ad esempio, ritengono che la personalità di Paolo non possa essere compresa al di fuori della logica in-group / out-group, senza cioè un riferimento al gruppo sociale di appartenenza: nelle società mediterranee antiche, di fatto, la personalità di un individuo era sempre e comunque orientata sulla base di una collettività. Ma c’è qualcosa che gli autori trascurano di far rientrare nel loro schema: ed è la percezione che ogni essere umano poteva avere, e tuttora può avere, di ciò che lo distingue non come uomo dagli altri animali, né come individuo nell’ambito di un gruppo dagli altri individui appartenenti al gruppo o ad altri gruppi, ma come singolo uomo dagli altri singoli uomini, da un punto di vista meramente fisiologico, “naturale” (e sappiamo bene come, nel quadro della fisiologia antica, poteva rientrare anche la psicologia, in quanto studio delle caratteristiche spirituali di un essere umano).

L’individuo Socrate, detto alla buona, non si distingue dagli altri uomini per il suo essere un animale sociale, né si distingue soltanto perché è riconosciuto da alcuni come “sofista”, da altri come “maestro”, o dalla sua adorabile moglie come “ubriaco tutte le sere”: Socrate, allora come oggi, si distingue innanzitutto perché la sua interiorità e la sua esteriorità sono sue, e soltanto sue. A cambiare, nei diversi contesti storico-culturali delle società, non possono quindi essere soltanto i ruoli sociali, ma anche i criteri di classificazione delle caratteristiche personali che ciascun individuo possiede.

In questa prospettiva, sarebbe più corretto uno storico che si limitasse a parlare di Paolo come di un “temperamento collerico” (seguendo l’antica teoria degli umori), rispetto a uno storico che si prefiggesse il compito di dimostrare quanto l’apostolo fosse in verità un ossessivo compulsivo con spiccate tendenze misogine e sado-masochistiche (i termini sono superati, lo so, ma accade ancora di udirli). E questo a prescindere dal fatto, ovviamente, che il secondo storico avrebbe torto marcio e il primo ragione.




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Atene. Dove la fede incontrò la piazza

Ad Atene Paolo giunse per la prima volta verso l’estate del 50, giusto nella metà esatta del secolo I, a vent’anni dalla morte di Gesù. Egli proveniva dalla Macedonia e aveva già soggiornato in varie città ( Filippi, Tessalonica, Berea), suscitandovi piccole comunità cristiane, frutto del suo primo viaggio missionario in Europa. Ma una città come Atene, con il suo glorioso passato politico e culturale, doveva costituire qualcosa di nuovo e affascinante.
Qui Paolo stabilì due punti di attività missionaria: la sinagoga e l’agorà ( la « pubblica piazza » ). L’Areòpago era fuori dalle sue intenzioni, e l’intervento al suo interno fu occasionale. Egli infatti mirava di preferenza a un contatto non tanto selettivo quanto di tipo generale e per così dire misto, come risulterà soprattutto a Corinto. Nella sinagoga, che offriva un’ audience più ristretta, poteva rivolgersi in modo mirato agli Ebrei e ai « pagani credenti in Dio » , cioè a coloro che erano idealmente vicini al giudaismo ( cf. At 17,17a); qui era in un certo senso a casa propria. Nell’agorà, invece, per natura sua più laica e aperta, poteva parlare con chiunque incontrasse.
Essa infatti è il luogo del libero scambio, dove più evidente appare il gioco della democrazia; non per nulla nelle città dell’antico Vicino Oriente, anteriori all’ellenismo, manca uno spazio del genere « in mezzo alla città » , ritenuto inutile o addirittura pericoloso.
Il discorso all’Areòpago ( At 17,22- 31) secondo gli Atti degli Apostoli è il pezzo forte dell’intervento di Paolo ad Atene, e si può suddividere in un esordio ( vv. 22-
23), nell’annuncio dell’unico Dio con i rischi della sua ricerca ( vv. 24- 29) e nel tipico annuncio cristiano ( vv. 30- 31).
Vogliamo chiederci qui quale sia, in generale, il suo significato per l’incontro tra vangelo e cultura. A questo proposito, possiamo individuare tre aspetti interessanti.
L’intervento di Paolo all’Areòpago è l’unico esempio nel Nuovo Testamento di un discorso ai pagani. Va osservato che Paolo, in base al giudaismo di origine, doveva appunto considerare come « gli altri » , cioè distanti e diversi, proprio i « gentili » , quelli che oggi qualifichiamo genericamente come pagani. Anche se storicamente l’atteggiamento di Israele verso di loro può aver assunto forme di integrazione a vari livelli, restò sempre un giudizio di fondo, che li bollava come « un nulla » ( Is 40,17) o come « peccatori » ( Gal 2,15).
Ebbene, l’enorme « operazione culturale » attuata da Paolo è stata appunto quella di aprire il Dio d’Israele anche ai « gentili » e di ammetterli gratuitamente, cioè senza richiedere loro l’osservanza della legge di Mosè, ma proponendo la semplice fede nel sangue di Cristo, alla giustificazione davanti a Dio e in ultima analisi alla salvezza escatologica, sulla base non dei comandamenti formulati dal legislatore Mosè, ma delle libere promesse fatte da Dio al patriarca Abramo. Per questo Paolo si è sempre battuto: per avvicinare i lontani ( cf. Ef 2,13), per ammettere e accogliere « gli altri » , quelli che erano religiosamente bollati come esclusi, per superare quindi i molti recinti del sacro, della cultura, della razza, e persino del sesso ( cf. Gal 3,28), tutte barriere che egli sa ormai irrimediabilmente abbattute in Cristo.
Il suo discorso all’Areòpago rappresenta il momento tipico di questa « politica » . È vero che altri Giudei di ambito ellenistico operarono irenicamente nei confronti della cultura pagana: valga per tutti la figura straordinaria del filosofo- mistico Filone Alessandrino. Ma mentre Filone, pur dimostrando una conoscenza molto più ampia e approfondita della tradizione culturale greca, non rinuncia a proporre i benefici della legge mosaica, Paolo prescinde da ogni imposizione legalistica e propone semplicemente Gesù Cristo come l’unica via per giungere alla comunione con la divinità.
Il discorso di Paolo all’Areòpago ci propone poi due istanze esemplari molto concrete. La prima riguarda il contatto diretto e anche fisico con « gli altri » ,
cercandoli magari là dove essi sono e vivono, senza temere di incontrare la diversità « altrui » e di starle magari gomito a gomito, nonostante troppe volte si sia tentati dalla chiusura, dall’affermazione soltanto della « propria » diversità. La seconda istanza è un corollario della precedente: « gli altri » si incontrano veramente, non con la pretesa di strapparli alla loro cultura per imporgliene una nuova, magari antitetica, bensì adottando punti di vista della cultura altrui che possono valere come vera e propria praeparatio evangelica. La parola magica in questo senso è « inculturazione » , che fa pendant con « incarnazione » .
Nonostante tutta la buona volontà ecumenica di Paolo, egli tuttavia all’Areòpago annunziò il messaggio cristiano in alcuni suoi elementi tipici.
Certo, secondo il testo lucano, egli non parlò della croce di Cristo. Ma il suo discorso giunse a proporre la prospettiva del giudizio escatologico e, come suo corollario, il
kerygma ( o annunzio fondamentale) della risurrezione di Cristo. Ciò già poteva bastare per motivare un rifiuto, come di fatto avvenne.
Si potrebbe perciò discutere sull’eventuale necessità di cominciare il confronto con i lontani non direttamente con lo specifico
kerygma cristiano, ma con dei prolegomena ( « premesse » ) che preparino alla sua accettazione. Ma resta il fatto che Paolo non premise dibattiti filosofici, se non assumendo irenicamente la palese condivisione di alcuni punti fermi della cultura greca, che sono poi quelli da noi tradizionalmente etichettati come elementi della teologia naturale ( un esempio è la citazione del poeta Arato: « Di lui infatti anche noi siamo stirpe » , nel v. 28). Ciò che può derivarne per ogni cristiano, al di là di ogni buona volontà di dialogo, è che non si può sfuggire all’esigenza di proporre ciò che più propriamente definisce l’identità della sua fede. Bisogna prima o poi giungere a dire che, oltre ogni nesso che lega il cristiano al ricco patrimonio delle tradizioni culturali umane, c’è qualcosa di irriducibile ad esse, qualcosa che può essere e di fatto viene giudicato « scandalo e stoltezza » , di fronte a cui la sapienza del mondo viene messa in scacco ( cf. 1Cor 1,17- 25).
Certo è che una forte precomprensione religiosa non basta ad accogliere il vangelo. Gli Ateniesi vengono riconosciuti « molto timorati degli dèi » ( v. 22), però questo non solo non valse a nulla, ma costituì forse l’ostacolo maggiore alla fede. Il vangelo infatti è sempre anche una critica della religione, cioè delle inveterate categorie, individuali e sociali, secondo le quali sembrerebbe che l’accesso a Dio sia ormai fissato irrevocabilmente in figure, istituzioni e ritualità tradizionali. Il vangelo invece annuncia a sorpresa un comportamento divino che non era stato previsto e che perciò sconvolge questi schemi. Per accoglierlo occorre una disponibilità a superare se stessi, che non è sempre facile e non si può dare per scontata. Il « Dio ignoto » degli Ateniesi ( cf. v. 23) può essere metafora di tutto ciò che sta oltre ogni precomprensione e che, sulla base della rivelazione, è compito del cristiano comunicare.

L’

Areòpago di Atene, alla luce dell’esperienza di Paolo, può valere come metafora di tutte le possibili occasioni e di tutti i possibili luoghi di confronto pubblico e qualificato tra il vangelo e la cultura umana. Però, se è vero che all’Areòpago si giunge solo su invito o per un cortese trascinamento, non sempre e non a tutti è possibile accedervi. Le agorà sono invece sempre a disposizione, poiché esse sono di tutti, aperte per definizione. Se l’Areòpago richiama l’idea di un ambito riservato e in definitiva aristocratico, l’agorà propone l’idea di un ambito popolare, democratico, in cui chiunque può incontrare tutti, e al quale
nessuno è precluso. Del resto è dall’agorà che si comincia: ciò che fa audience nell’agorà finisce prima o poi per approdare anche in un areòpago. Forse non è senza significato che Paolo, mentre tace il nome di Gesù nel discorso all’Areòpago, lo pronuncia invece apertamente nelle conversazioni dell’agorà ( cf. vv. 17b- 18). Sembrerebbe che l’agorà sia più evangelica: essa ha comunque una destinazione universale, è per le folle. In fondo, la Galilea profonda era stata l’agorà di Gesù, e il sinedrio di Gerusalemme il suo areòpago, che l’ha messo a morte. Sembrerebbe perciò di dover riconoscere che il cristianesimo non può appartenere alle élites del potere, non solo di quello politico, ma neanche di quello religioso e neppure di quello culturale. Nel vangelo c’è qualcosa che non solo è irriducibile a queste strutture mondane, ma ne è anche in contrasto.
La menzione finale di Dionigi e Damaris ( v. 34), che invece di irridere Paolo ne accolsero il messaggio, ci dice almeno che l’impegno apostolico non è senza un qualche risultato. E questo ottimismo incoraggia il lettore cristiano, il quale sa che l’odierna società così frammentata nelle specializzazioni non manca di offrire nuovi areòpaghi. L’importante è di non fruire privatisticamente della propria fede, ma di esporla pur senza ostentarla, di confrontarla senza prevaricazioni, di aprirla ad apporti altrui al di là di presunzioni autonomistiche, e di offrirla con gioiosa umiltà. Questo compito per il cristiano non è secondario, ma nativo. In fondo, la comparsa di Paolo all’Areòpago era già segnata fin dalla sua vocazione sulla strada di Damasco, quando il Signore disse: « Egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli d’Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome » ( At 9,15- 16).
Secondarie sono solo le modalità. È per questo che gli Atti degli Apostoli non sono terminati. Essi continuano nella storia personale di ogni battezzato.



© Copyright Avvenire 14 marzo 2010

Quando Paolo scriveva ai Romani. Empietà dell'uomo e grazia di Dio

di Inos Biffi

Lo si proclama da ogni parte: finalmente si legge la Bibbia; la Scrittura è tornata a essere la fonte della teologia e della spiritualità cristiana; la meditazione è diventata contemplazione della Parola. Da qui il pullulare delle scuole della Parola. E questo è certamente un bene, quando significhi un'intima comunione con Colui che è predicato dalla Parola e non comporti il misconoscimento della tradizione spirituale e della letteratura cristiana, che nella Bibbia ha trovato la sua inesauribile risorsa: la Bibbia come attestazione ispirata e scritta della Rivelazione divina. Ciononostante, avviene di constatare che ci sono testi biblici raramente dimenticati, e quasi oscurati.
Si pensi, per esempio, ai testi ecclesiologici della lettera agli Efesini: su di essi si sorvola facilmente e, pure, insegnano che "la Chiesa ha la sua origine nel mistero della provvidenza e predestinazione divine", dal momento che "da sempre Dio (... la) vede davanti a sé e la vuole" (Heinrich Schlier). La Chiesa - secondo la lettera (1, 23) - è "il corpo di lui (Cristo), la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose", mentre più avanti nella stessa lettera Paolo afferma: "A me (...) è stata concessa questa grazia (...): illuminare tutti sulla attuazione del mistero nascosto da secoli in Dio, creatore dell'universo, affinché, per mezzo della Chiesa (dià tes ekklesìas, per ecclesiam) sia ora manifestata ai Principati e alle Potenze dei cieli la multiforme sapienza di Dio, secondo il progetto eterno (katà pròthesin ton aiònon, secundum praefinitionem saeculorum) che egli ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore" (3, 8-11). In un terzo versetto (21) si legge: "A (Dio) la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni e per sempre".
Non è però sul sorvolo di questi testi ecclesiologici che qui intendo fermare l'attenzione, ma su quello del primo capitolo della lettera ai Romani, che oggi sarebbe attuale rileggere e richiamare, ed esattamente là dove Paolo parla dell' "ira di Dio" "contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell'ingiustizia" (v. 18): uomini, ossia i pagani, che si sono rifiutati di riconoscere e di contemplare le perfezioni di Dio palesi nelle opere da lui compiute, e quindi "non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio" (v. 21).
Al contrario, presi dai loro ragionamenti vaneggianti, ottenebrati nella loro "mente ottusa" e divenuti stolti - a dispetto della loro pretesa sapienza - essi "hanno cambiato la gloria dell'incorruttibile Dio con l'immagine e la figura dell'uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili" (v. 23). Un antecedente, verrebbe da dire, di quegli atteggiamenti aberranti dei nostri giorni, che trepidano magari per la vita dei cardellini, e sono invece favorevoli alla eliminazione dei bambini nel grembo materno.
Ed ecco, secondo l'Apostolo, il contrappasso di quel rifiuto di dare gloria e di rendere grazie a Dio: "Perciò Dio li ha abbandonati all'impurità secondo i desideri del loro cuore, tanto da disonorare fra loro i propri corpi, poiché hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno adorato e servito le creature anziché il Creatore" (vv. 24-25).
Paolo si sofferma a precisare ulteriormente la forma di questa "impurità" e di questo disonore riflesso nell'uomo come conseguenza del suo rifiuto di onorare Dio: "Per questo - scrive - Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro femmine hanno cambiato i rapporti naturali in quelli contro natura. Similmente anche i maschi, lasciando il rapporto naturale con la femmina, si sono accesi di desiderio gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi maschi con maschi, ricevendo così in se stessi la retribuzione dovuta al loro traviamento" (vv. 26-27).
La convinzione e l'insegnamento di Paolo sono chiari: il comportamento omosessuale è variamente definito: cedimento a "passioni infami"; ignominioso; "rapporto contro natura"; reciproco disonore; manifestazione di una menzogna e di un'inversione della verità; cambiamento che rivela nella condotta una punizione corrispondente e coerente con un traviamento teologico. Osserva ancora Schlier: "Nella motivazione specificamente teologica del suo rigetto delle perversioni sessuali Paolo non ha predecessori di sorta".
Gli accenti di Paolo nel dichiarare la condanna divina nei confronti dei rapporti omosessuali non potrebbero essere più forti. E, appartenendo questa valutazione, e questa condanna, all'immutabile Parola di Dio - non soggetta a oscillazioni culturali o mobilità di gusti - chi accolga tale Parola non può ovviamente né metterle in dubbio né proporne modifiche. Tale giudizio e tale disapprovazione fanno parte della fede cristiana, anzi della legge "naturale", visto che Paolo si riferisce alla "natura", e distingue tra "rapporti naturali" riconosciuti da Dio e "rapporti contro natura", da lui invece disapprovati e sanzionati, od oggetto della sua "ira".
Da questo, tuttavia, non deriva per nulla un'omofobia, avversa o irridente nei confronti delle singole persone; e neppure l'indisponibilità a considerare con rispetto, discrezione e saggia comprensione le concrete e varie situazioni, spesso dolorose e complesse. Conseguono, però, con lampante evidenza, e in rigorosa sintonia con la Rivelazione, una netta dottrina e un incontestabile giudizio. Secondo la Parola di Dio, l'inversione dei "rapporti naturali" (v. 26) è un comportamento "ignominioso", esito di un cuore ottenebrato, di una "intelligenza depravata" (v. 28) ossia del vaneggiamento di una ragione diventata insipiente con la sua idolatria: un comportamento interpretato come castigo del "disprezzo della conoscenza di Dio", e assolutamente difforme dal "giudizio di Dio" (v. 32) e dal disegno originario del Creatore, che "creò l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò" (Genesi, 1, 27). Nulla dovrebbe annebbiare o attenuare nella coscienza cristiana questo "giudizio di Dio". Un simile annebbiamento e una simile attenuazione rappresenterebbero una distorsione destinata a colpire l'uomo nella radicale identità.
La via di soluzione, in qualsiasi circostanza, è quella stessa indicata da Paolo, cioè la via della fede e della grazia, che, risanando la ragione, la riportano a ritrovare Dio nelle creature, a onorarlo, a dargli gloria, a rendergli grazie, e a comprendere quello che è secondo e contro "natura". È come dire che nessun'altra strada è percorribile, se non quella del Vangelo, il cui annunzio, di là da ogni reazione o incomprensione della sapienza, come afferma Paolo, diventata stolta, è la missione incessante della Chiesa.


(©L'Osservatore Romano - 14 marzo 2010)

Una figura enorme emerge dal caos dell'errore. L'eredità spirituale e letteraria dell'Apostolo delle genti raccolta nel "Codex Pauli". Di G. Ravasi

Nel pomeriggio del 13 gennaio, nella Sala della Protomoteca in Campidoglio, è stato presentato il volume Codex Pauli (Roma, Abbazia di San Paolo fuori le Mura - Paulus, 2009, pagine 424). L'opera è stata concepita sullo stile degli antichi codici monastici ed è arricchita da fregi, miniature e illustrazioni provenienti dai manoscritti dell'abbazia di San Paolo fuori le Mura. Il Codex contiene - oltre a una serie di approfondimenti spirituali, storici e artistici - l'intero corpus Paulinum, gli Atti degli apostoli e la Lettera agli Ebrei (con il testo italiano e greco) e anche una selezione di apocrifi riguardanti Paolo. Dal codice pubblichiamo stralci della presentazione del presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e di uno scritto dell'abate di San Paolo fuori le Mura.

di Gianfranco Ravasi

Uno studioso tedesco dell'Ottocento, Adolf Deissmann, aveva definito Paolo "un cosmopolita". Effettivamente egli era figlio di tre culture che già apparivano nella sua ideale "carta d'identità". Il suo nome originario era ebraico, lo stesso del primo re d'Israele, Saul. "Sono un ebreo di Tarso di Cilicia", dichiara al tribunale romano che gli chiede le generalità al momento dell'arresto a Gerusalemme (Atti degli apostoli, 21, 39). In polemica con i suoi detrattori ebrei di Corinto, rivendica le sue radici: "Sono essi ebrei? Anch'io lo sono. Sono israeliti? Anch'io. Sono stirpe di Abramo? Anch'io" (2 Corinzi, 11, 22). Agli amati cristiani macedoni di Filippi ribadisce vigorosamente di essere "circonciso l'ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo secondo la legge" (3, 5). In crescendo ai Romani scrive: "Vorrei essere io stesso maledetto, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e a loro appartengono l'adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi. Da essi proviene Cristo secondo la carne" (9, 3-5). E ai Galati rivela persino una punta di integralismo nazionalistico: "Essi sono per natura ebrei e non peccatori come le genti" (2, 15).
Formatosi a Gerusalemme "alla scuola di Gamaliel, nelle più rigide norme della legge dei padri" (Atti degli apostoli, 22, 3), educato secondo la prassi giudaica anche al lavoro manuale, quello dello skenopoiòs, "fabbricatore di tende" (forse tessitore di peli di capra per stoffe ruvide, dette appunto cilicium dalla regione d'origine, la Cilicia, che era la stessa di Paolo), Saulo era però un giudeo della Diaspora, nato a Tarso, "non oscura città della Cilicia", come egli la definisce con civetteria (Atti degli apostoli, 21, 39). Posta sul fiume Cidno, la città, ora compresa nella Turchia meridionale, era sede di una vivace scuola filosofica stoica, che qualche traccia lasciò nel pensiero dell'apostolo, e godeva del diritto di cittadinanza romana, riconosciutole da Marco Antonio e Augusto. Paolo userà con orgoglio questa dignità di cittadino dell'impero, non solo appellandosi - come è noto - al tribunale supremo romano (Atti degli apostoli, 22, 28), ma anche presentandosi in tutte le sue lettere con il suo secondo nome schiettamente latino, Paolo.
La tradizione posteriore, nel IV secolo, non esiterà a creare un epistolario apocrifo tra l'apostolo e Seneca, ove incontriamo battute di questo genere. Seneca a Paolo: "Se il nome di un uomo così grande e prediletto da Dio sarà tutt'uno col mio, questo non potrà che essere quanto di meglio per il tuo Seneca". Paolo a Seneca: "Durante le tue riflessioni ti sono state rivelate verità che a pochi la divinità ha concesso il privilegio di conoscere. (...) Io semino, allora, in un campo già fertile un seme imperituro, l'immutabile parola di Dio". Ma Paolo non è solo romano; la sua cultura e la sua attività si muoveranno sempre nell'atmosfera ellenistica. Egli usa il greco in modo creativo, forgiandolo con grande libertà come fosse un ferro incandescente: conosce le risorse retoriche di quella lingua, la rielabora con inventiva attribuendo accezioni inedite a vocaboli come sarx ("carne"), pneuma ("spirito"), hamartìa, ("peccato"), dikaiosyne ("giustizia"), soterìa ("salvezza"), eleutherìa ("libertà"), agàpe ("amore"). La storia di Paolo si consuma, dunque, in un crocevia di culture e le sue tre identità di ebreo, di romano e di greco sono indispensabili per comprenderne l'opera e la vicenda personale, che si svolge in tutto il bacino del Mediterraneo, aprendosi anche al sogno di raggiungere l'estremo capo occidentale, la Spagna (Romani, 15, 22-24).
Ma, al di là di questa biografia culturale, la figura di Paolo è decisiva per la storia della Chiesa a livello teologico. Due sono le prospettive aperte dalla sua azione, prospettive decisive per la cristianità. La prima è di ordine pastorale. Paolo lancia il messaggio di Cristo a orizzonti esterni al terreno di partenza, quello ebraico, divenendo in tal modo l'Apostolo delle genti per eccellenza. Egli è fermamente convinto che "non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più maschio né femmina: tutti voi siete uno in Cristo Gesù" (Galati, 3, 28). È una scelta che comporta tensioni all'interno della cristianità delle origini, come è attestato dal "concilio" di Gerusalemme (Atti degli apostoli, 15) e dalla polemica Cefa-Pietro, evocata dallo stesso Paolo scrivendo ai Galati (capitolo 2). Ma la sua convinzione è irremovibile e sarà attestata da tutto il suo ministero apostolico: "Colui che mi scelse fin dal grembo di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani" (Galati, 1, 15-16).
Naturalmente, questa apertura implica un'elaborazione dello stesso linguaggio e anche un ulteriore approfondimento del messaggio di Cristo. Si apre, così, una seconda prospettiva altrettanto fondamentale, quella strettamente teologica. Paolo offre un suo disegno ideale che è costruito attraverso le sue varie lettere e che ha il suo cuore in Cristo e uno dei suoi nodi principali nella cosiddetta "giustificazione per la fede e per grazia". Essa è formulata per ben tre volte in modo essenziale in un solo versetto della lettera ai Galati: "Riconosciamo che l'uomo non è giustificato dalle opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo. Abbiamo creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge. Dalle opere della legge non verrà mai giustificato nessuno" (2, 16).
Su questa tesi si svilupperà non solo la Lettera ai Galati, ma anche il capolavoro teologico dell'apostolo, la Lettera ai Romani: ma naturalmente i 432 versetti di quest'ultima spaziano verso altre linee e ambiti di pensiero che rendono la teologia di Paolo una stella polare nella riflessione secolare della Chiesa, talora anche come "segno di contraddizione": pensiamo solo alla Riforma protestante e al dibattito sempre vivo e fecondo sul pensiero paolino, un pensiero molto articolato anche sui temi ecclesiali e morali. Aveva ragione il poeta Mario Luzi quando scriveva: "Paolo è un'enorme figura che emerge dal caos dell'errore e dell'inquieta aspettativa degli uomini per dare un senso alla speranza". E la speranza per l'apostolo non si poteva fondare che su "Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio" (1 Corinzi, 1, 24).
Sì, Paolo, "servo di Gesù Cristo, apostolo per vocazione", come egli stesso si autodefinisce nell'avvio della Lettera ai Romani, è un'enorme figura epocale, accolta non sempre in modo pacifico e corretto. Già nella sua Seconda Lettera, san Pietro osservava che "nelle lettere del nostro carissimo fratello Paolo VI sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli incerti le travisano, al pari delle altre Scritture, a loro rovina" (3, 16). Un noto teologo ed esegeta tedesco dell'Ottocento, Wilhelm Wrede, in una sua opera intitolata semplicemente Paulus (1904), coniava per l'apostolo la definizione di "secondo fondatore del cristianesimo", definizione ambigua perché potrebbe introdurre l'idea di una trasformazione del messaggio di Gesù tale da supporre un altro progetto religioso. È stato in questa linea che il filosofo tedesco Friedrich W. Nietzsche aveva bollato Paolo come "disangelista", cioè annunziatore di una cattiva novella, al contrario degli "evangelisti", mentre Antonio Gramsci sbrigativamente lo classificava come "il Lenin del cristianesimo", ossia un teorico freddo e incline a costruire un sistema, e nell'Ottocento il famoso studioso Ernest Renan non esitava a definire gli scritti paolini come "un pericolo e uno scoglio, la causa dei principali difetti della teologia cristiana".
In realtà san Paolo rimane decisivo per gettare una luce piena su Cristo stesso, da lui tanto amato e còlto nella sua fisionomia autentica e profonda di Signore della storia, di Salvatore supremo, di Figlio di Dio, di Risorto presente e operante nella sua Chiesa. È, quindi, importante conservare questo monumentale e prezioso Codex Pauli nella propria casa, come una sorta di vessillo della fede cristiana e come una costante testimonianza di una Parola che permane oltre le parole spesso vane e caduche delle altre carte che registrano la vita e la cronaca quotidiana.


(©L'Osservatore Romano - 14 gennaio 2010)

I custodi della tomba di san Paolo Prima le donne poi i benedettini

di Edmund Power

Si pensa che Paolo sia stato decapitato durante una persecuzione di cristiani sotto l'imperatore Nerone, alle Aquae Salviae, un luogo pubblico di esecuzione sulla via Laurentina, pochi chilometri a sud-est dell'attuale basilica a lui dedicata, circa nell'anno 67 dell'era cristiana. Il corpo fu sepolto in un cimitero già esistente dal I secolo prima dell'era cristiana sulla via Ostiense. Secondo una tradizione, alla metà del III secolo le spoglie, assieme a quelle di san Pietro sepolto al Vaticano, furono spostate per protezione nelle "catacombe", luogo dell'attuale basilica di San Sebastiano sulla via Appia. Sarebbero tornate fra il 330 e il 340, al tempo della costruzione della prima basilica sotto l'imperatore Costantino. Seguì poi la costruzione della maestosa ed enorme seconda basilica negli anni 390, che rimaneva fino al disastroso incendio del 1823. La terza basilica, nello stile e nelle dimensioni della seconda, sorse nello stesso luogo nell'Ottocento.
Salvo il soggiorno di meno di cento anni presso le Catacombe, il corpo di Paolo è venerato nel luogo della basilica di San Paolo fuori le Mura, quasi dall'inizio dell'era cristiana. Il punto preciso della tomba rimane sempre quello sotto l'altare principale, dove, grazie agli scavi degli ultimi anni, si può ormai osservare il lato occidentale del sarcofago. Gli studiosi ritengono che il sarcofago attuale risalga agli anni 390, e cioè al tempo della costruzione della seconda basilica. In quel tempo si sarebbero elevati i resti dell'apostolo, trasferendoli nella nuova bara. Da quel tempo non è stato mai disturbato o aperto, neanche durante gli anni dell'incendio e della ricostruzione.
Anche se il sarcofago non è mai stato aperto, ormai, dopo più di 1.600 anni, sappiamo qualcosa del contenuto. Papa Benedetto XVI ha rivelato, all'inizio dell'omelia tenuta nella basilica nell'occasione della conclusione dell'anno dedicato a san Paolo, e cioè il 28 giugno 2009, che un sondaggio discreto era stato condotto. Si era praticato un piccolo foro nel coperchio del sarcofago; usando la tecnica delle fibre ottiche è stato possibile guardare dentro, e poi estrarre qualche frammento di stoffa e di osso. Dopo uno studio accurato in laboratorio, gli esperti sono giunti alla conclusione che i resti sono proprio del I o II secolo, e dunque consoni con il credo che il sarcofago contenga le spoglie mortali di Paolo. Ovviamente, l'evidenza non permette la dichiarazione certificata che questi siano veramente i resti di Paolo, ma non importa: più importante delle ossa di Paolo è il suo messaggio. In questa basilica fin dai primi secoli, è sempre venerata la memoria dell'apostolo, e senz'altro la venerazione continuerà, guidata dai monaci benedettini.
Già dal VI secolo comunità monastiche furono fondate presso la basilica, per servire ai bisogni spirituali e forse materiali dei pellegrini. La prima referenza per iscritto si trova su una lapide che risale all'anno 604, l'ultimo del pontificato di Gregorio Magno. La lapide, originariamente allocata sulla facciata interna della seconda basilica, è custodita oggi nel museo lapidario dell'abbazia. Parla del monastero di Santo Stefano delle Serve del Signore, situato a San Paolo, una comunità dunque di donne, non di uomini. Ma al tempo stesso, o poco dopo, c'era anche un monastero maschile dedicato a San Cesareo. Sembra che tutti e due fossero in decadenza verso gli anni 730 quando Papa Gregorio ii fondò il monastero dei benedettini. Egli dunque è ritenuto fondatore dell'attuale abbazia. Fra l'altro egli specificò l'impegno di mantenere accese le candele accanto alla tomba dell'apostolo. Oggi c'è una serie di luci elettriche attorno alla confessio, il luogo davanti all'altare principale dove la gente può venerare la tomba; i monaci, però, continuano a conservare un'unica lampada d'olio. Essa è il simbolo della loro dedizione e servizio, ma suggerisce anche l'amore autosacrificante di Cristo che, morendo, dà la vita, come l'olio che man mano consumandosi e bruciando, crea la luce.


(©L'Osservatore Romano - 14 gennaio 2010)

Saulo/Paolo di Tarso. Di Roamno Penna

ROMA, mercoledì, 13 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il contributo del prof. Romano Penna, docente di Esegesi del Nuovo Testamento e di Origini Cristiane all'Università Lateranense di Roma, contenuto nel "Codex Pauli", un'opera unica dedicata a Benedetto XVI al termine dell'Anno Paolino.




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Tra tutti i personaggi del Nuovo Testamento la vita dell'apostolo Paolo è quella meglio conosciuta. Sia negli Atti degli Apostoli, sia nelle Lettere è possibile cogliere i diversi dati autobiografici riguardanti Saulo/Paolo (il doppio nome era corrente nell'ebraismo del tempo). Anche la letteratura apocrifa sull'Apostolo, come gli Atti di Paolo e Tecla (II/III secolo), può concorrere con le dovute cautele, a questo scopo. Ma mentre le Lettere paoline sono fonte di prima mano, gli Atti degli Apostoli (se si eccettuano le brevi "sezioni-noi"), attingono a fonti di seconda e terza mano. Il periodo più sicuro della vita di Paolo è quello che va dalla sua "conversione" all'arrivo a Roma come prigioniero.

Occorre però precisare che qui una certa sicurezza si ottiene più a livello di cronologia relativa che assoluta: è cioè abbastanza facile ottenere un rapporto più o meno accettabile fra i vari momenti scaglionantisi all'interno dell'esistenza dell'Apostolo, ma lo è meno stabilire un rapporto irrefutabile rispetto alla datazione esterna della storia del I secolo. Restano inoltre interrogativi parzialmente insoluti: come fu la sua vita prima della conversione? E cosa avvenne dopo il biennio trascorso a Roma?

Questioni cronologiche

I punti di riferimento maggiormente documentabili, ma anche discussi, per una biografia paolina sono tre.

II fatto più sicuro, è dato dalla comparizione di Paolo davanti al proconsole Gallione a Corinto (At 18,12-17).

Da una lettera dell'imperatore Claudio scoperta a Delfi nel 1905, combinata con un testo del Corpus inscriptionum latinarum (CIL 1256) e con Dione Cassio (LX 17,3), si può dedurre, con un possibile ma improbabile scarto di un anno, che Gallione fu «proconsole (anthypatos)» di Acaia tra il maggio del 51 e il maggio del 52. Quindi, nel corso di questo anno, Paolo fu certamente a Corinto. Il secondo dato cronologico è l'editto di Claudio, che cacciò gli ebrei da Roma, datato nell'anno 49. Ma ci sono delle difficoltà: dell'editto, Tacito non parla, e anche Giuseppe Flavio non lo conosce.

In terzo luogo occore stabilire l'anno in cui avvenne il cambio del procuratore della Giudea da Antonio Felice a Porcio Festo, verificatosi dopo l'arresto di Paolo a Gerusalemme al termine del terzo viaggio missionario. Mentre l'opinione tradizionale lo colloca verso il 60, sembrerebbe doversi accettare come più probabile l'anno 55, sulla base di queste fonti:

- Giuseppe Flavio (Ant. XX 182) narra che Felice a Roma, dopo la destituzione, fu salvato dalla protezione del fratello Pallante, ministro delle finanze di Claudio e poi di Nerone (diventato imperatore nel 54);

- Tacito (Ann. XII 14) precisa che Pallante cadde in disgrazia verso la fine del 55, poco prima dell'uccisione di Britannico (figlio di Claudio e Messalina e possibile antagonista di Nerone);

- Svetonio (Cl. 27 combinato con ib. 7 e 14) ci dice che Britannico fu avvelenato poco prima del quattordicesimo compleanno, che doveva cadere il 13 febbraio 56.

Stando così le cose, il procuratore Antonio Felice dovette essere destituito entro l'anno 55, ricevendo, come successore Porcio Festo entro quello stesso anno. Pertanto la notizia di At 24,27 («trascorsi due anni») dovrebbe riferirsi al biennio non della prigionia di Paolo, durata pochi mesi, ma della procura di Antonio Felice.

In tal caso, il viaggio di Paolo da Cesarea a Roma si svolge tra l'autunno del 55 e la primavera del 56 (cfr. At 27,12; 28,11), e il biennio da lui trascorso a Roma (At 28,30) sarebbe compreso tra il 56 e il 58.

Su queste basi, si possono proporre due ipotesi di sistemazione cronologica, limitandoci ai fatti maggiori:

A. La cronologia tradizionale pone la conversione nel 34-35; il primo viaggio missionario (Pisidia e Licaonia) nel 45-49; il concilio di Gerusalemme nel 48-49; il secondo viaggio missionario (Filippi, Tessalonica, Atene, Corinto) nel 50-52; terzo viaggio (Efeso, Macedonia, Corinto, Mileto) nel 53-57/58; l'arresto a Gerusalemme e un biennio di prigionia nel 57-59 o 58-60 (in questi anni avviene il cambio del procuratore); l'arrivo a Roma nel 60-61 e conseguente biennio di prigionia; viaggio in Spagna e ritorno nell'area del Mar Egeo; secondo arresto e martirio a Roma tra il 64 e il 68. Secondo questa cronologia, le lettere (tutte e tredici) si scaglionerebbero tra il 51 e il 67.

B. Tra le molte e discordanti proposte, che si discostano da quella comune, proponiamo la ricostruzione abbastanza recente e originale di G. Lüdemann, che si fonda su Gal 1,6-2,14 e sul criterio delle collette per i poveri di Gerusalemme. Lüdemann struttura la vita di Paolo non secondo i viaggi missionari, ma secondo le visite compiute a Gerusalemme (il tutto con lo scarto di tre anni, a seconda che si ponga la morte di Gesù nell'anno 27, da lui preferito, o nel 30, che qui seguiamo): la conversione nel 33; la prima visita a Gerusalemme («videre Petrum», Gal 1,18) nel 36; il viaggio con Barnaba in Siria-Cilicia (e Galazia del Sud: At 13-14), più il viaggio missionario autonomo a Filippi,Tessalonica, Atene, Corinto fra il 37 e il 41; in concomitanza, la fondazione delle comunità galatiche; la seconda visita a Gerusalemme per il concilio nel 50; a Efeso nel 51; la «visita intermedia» a Corinto nel 52 (e incontro con Gallione); Efeso - Macedonia - Corinto nel 53-55; la terza visita a Gerusalemme per portare le collette nel 55; in quest'anno avviene il cambio del procuratore; l'arrivo a Roma nel 56 e la prigionia biennale fino al 58. Stando a questa cronologia, le lettere (solo sette autentiche) si pongono tra il 41 e il 58. Secondo Dockx, tra il 58 e il 67 si collocherebbe il viaggio di Paolo in Spagna (cfr. Rm 15,28; lClem 5,7) e un nuovo viaggio in Oriente con l'itinerario Creta - Efeso - Macedonia - Nicopoli - Efeso - Troade documentato dalle lettere pastorali. Secondo l'opinione tradizionale, questi ultimi viaggi si collocherebbero tra il 63 e il 67. Molti autori invece ritengono che Paolo abbia subito il martirio immediatamente allo scadere del biennio di prigionia a Roma (a motivo sia della finale tronca degli Atti, sia della inautenticità delle lettere pastorali).

Profilo della vita di Paolo

Saulo nacque non molti anni dopo Gesù a Tarso in Cilicia, nell'attuale Turchia sud-orientale (cfr. At 21,39). Pur appartenendo a una famiglia di fedele osservanza ebraica (cfr. Fil 3,5-6), già alla nascita ebbe in eredità dal padre la cittadinanza romana (cfr. At 16,37-39; 22,25-29; 25,10-12), che gli permetterà di appellarsi al giudizio diretto dell'imperatore (cfr. At 25,1-12; così faranno poi anche altri cristiani, come leggiamo nella Lettera 10,96 di Plinio il Giovane a Traiano all'inizio del II secolo).

Il nome romano di «Paolo», che egli usa sempre nelle lettere («Saulo» è testimoniato solo da Luca negli Atti), può derivare o da uno scambio per assonanza così da adeguarsi meglio all'ambiente culturale non giudaico, oppure dal nome del patrono romano, che può aver trasformato in liberti gli avi dell'apostolo (i quali si sono forse trasferiti dalla Palestina alla Cilicia in seguito all'intervento di Pompeo nel 63 a.C.).

Nella città di Tarso, che già Senofonte definiva «grande e felice», al tempo di Paolo regnava «un grande zelo per la filosofia e per ogni ramo della formazione universale»; essa fu la patria di non pochi filosofi stoici, tra cui Crisippo e poi Atenodoro, precettore di Augusto. Paolo vi frequentò certamente una buona scuola elementare greca, anche se probabilmente di ambito giudaico, consistente nell'apprendimento della lingua greca e soprattutto della Bibbia greca, con la quale egli si dimostrerà familiarizzato. È probabile che vi abbia appreso anche elementi di retorica, ma che non abbia studiato i classici della letteratura greca (diversamente dal filosofo ebreo, suo coetaneo, Filone di Alessandria). Stando alla testimonianza del retore-filosofo di poco posteriore, Dione di Prusa (cfr. Oratio 33,47), a Tarso si venerava il dio locale Sandam, assimilato a Eracle, secondo forme cultuali misteriche (morte-reviviscenza della vegetazione).

Questa molteplice componente grecizzante si manifesta variamente in Paolo: il tema stoico dell'autàrcheia (autosufficienza, cfr. Fil 4,12), quello della conoscenza naturale di Dio (cfr. Rm 1,19-20), il metodo retorico della diatriba (cfr. Rm 2,27-3,8), un certo vocabolario antropologico (cfr. 2Cor 4,16-5,9), la conoscenza dei giochi nello stadio (cfr. 1Cor 9,24-27), una citazione di Menandro (ma forse in termini proverbiali: 1Cor 15,33), il concetto di coscienza (cfr. Rm 2,15; 13,5 ecc.).

Nato nella diaspora greca, Paolo si recò a Gerusalemme (dove doveva avere legami di parentela: cfr. At 23,16) per approfondire la sua specifica formazione ebraica ai piedi del grande rabbino Gamaliele I (cfr. At 22,3); qui acquisì anche la tipica conoscenza delle sacre Scritture e in particolare della Torah secondo la scuola dei farisei. Seguendo l'abitudine dei rabbini, imparò ed esercitò un lavoro manuale, consistente nella fabbricazione di tende o coperte da campo, che si può intendere anche come lavorazione del cuoio (cfr. At 18,3: skenopoiòs). Anche come apostolo, egli non vorrà gravare sulle sue chiese, ma lavorerà con le proprie mani per provvedere alle necessità del sostentamento (cfr. At 20,34; e soprattutto 1Cor 9,7-15; 2Cor 12,13).

Qualche moderno ha suggerito che Paolo si fosse pure sposato, rimanendo poi vedovo o abbandonato dalla moglie in seguito alla sua conversione. Il matrimonio era sicuramente il normale costume rabbinico; il Talmud babilonese ci attesta l'unica eccezione di Rabbi Ben Azzaj, della fine del I secolo, il quale, rimproverato del suo celibato, rispondeva: «Che devo fare, se la mia anima brama la Torah? Il mondo può essere conservato da altri!»; certo Paolo era stabilmente solo, quando scriveva la Prima lettera ai Corinzi (cfr. 7,8; 9,5).

Non si ha nessun indizio di qualche contatto con Gesù di Nazaret, crocifisso probabilmente l'anno 30, anche se è verosimile che Paolo fosse a Gerusalemme per la Pasqua di quell'anno. Il suo primo approccio sicuro con il nascente cristianesimo lo ebbe a Gerusalemme con il gruppo giudeo-ellenistico di Stefano e compagni; dev'essere stato per lui, fariseo, qualche cosa di scioccante, tanto da infuriarlo, sentirli «pronunciare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio», cioè contro la Torah e contro il Tempio (At 6,11-14). Di qui il suo zelo persecutorio, che egli stesso ricorderà ai cristiani di Galazia: «Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com'ero nel sostenere le tradizioni dei padri» (Gal 1,13-14).

La sua attività si estendeva fino a Damasco. Ma proprio là subì il capovolgimento della sua vita e fu «ghermito da Cristo» (Fil 3,12), al punto che ciò che prima era un valore per lui diventò spazzatura (cfr. Fil 3,7ss.). Solo Luca negli Atti ci dà una dimensione narrativa del fatto; ma Paolo nelle sue Lettere parla sempre e soltanto, in termini sobri e personalistici, di un decisivo incontro con il Signore risorto, che fece di lui insieme un cristiano e un apostolo (cfr. 1Cor 9,1; 15,8-10; 2Cor 4,6; Gal 1,15-16; Fil 3,7-12). Secondo il racconto degli Atti, la repentinità dell'evento si combinò con una specifica iniziazione da parte della comunità cristiana tramite lo sconosciuto Anania (cfr. At 9,1-18). Si era attorno all'anno 33 (o 35).

D'ora in poi tutte le energie dell'ex fariseo sono poste al servizio di Gesù Cristo e del vangelo. Il suo temperamento focoso (cfr. 1Cor 4,19-21; Fil 3,2), non alieno da momenti di vera tenerezza (cfr. 1Ts 2,7-9; Gal 4,18-19), rimane intatto, ed è la prova concreta che il cristianesimo non mortifica l'umanità di nessuno. Ma ormai la sua è l'esistenza appassionata di un apostolo che si fa «tutto a tutti» (1Cor 9,22). Ha un primo significativo incontro con «Cefa», cioè Pietro, a Gerusalemme (Gal 1,18). Strutturalmente teso verso nuovi orizzonti, soprattutto sentendo acuto il problema dell'accesso dei pagani al Dio biblico della grazia, che in Gesù Cristo si è reso scandalosamente disponibile a tutti senza eccezioni, egli non trova vita facile all'interno della Chiesa-madre di Gerusalemme, di tendenza conservatrice. È costretto a rifugiarsi a Tarso.

Il primo viaggio missionario

Intanto, a seguito della persecuzione contro il gruppo di Stefano, alcuni di questi sono giunti ad Antiochia di Siria, dove per la prima volta il vangelo viene predicato ai pagani e da essi accettato, così che i discepoli di Gesù in quella metropoli vengono chiamati per la prima volta «cristiani», alla greca (At 11,25-26). E Barnaba, un giudeo-cristiano di origine cipriota ma appartenente alla Chiesa di Gerusalemme, allora si reca a Tarso a prelevare Paolo perché collabori alle promettenti prospettive missionarie nella città siriana. Qui si impegnano insieme per un anno intero. Poi ancora insieme, mandati dalla Chiesa antiochena, intraprendono un viaggio missionario come nuova esigenza di espansione del vangelo (cfr. At 13-14). Salpati da Seleucia, predicano a Cipro, incontrandovi il proconsole romano Sergio Paolo; di qui proseguono per l'Anatolia centro-meridionale, toccando i seguenti centri abitati: Perge di Panfilia, Antiochia di Pisidia, Iconio, e poi le città della Licaonia, Listra e Derbe; di volta in volta, il racconto di Luca fa vedere che, mentre i giudei si oppongono attivamente all'annuncio evangelico, i pagani invece lo accolgono gioiosamente.

Tornati sui propri passi ad Antiochia di Siria, alcuni cristiani venuti dalla Giudea si oppongono alla loro metodologia missionaria, che prescinde dalla circoncisione e in genere dalla legge mosaica; il contrasto rende così necessario quello che viene chiamato il concilio di Gerusalemme. Qui per l'intervento di Pietro e di Giacomo, fratello del Signore, si viene a un compromesso: è riconosciuto l'apostolato di Paolo, con l'accordo che egli si rivolga ai pagani (lasciando i circoncisi a Giacomo, Cefa e Giovanni), purché egli si ricordi di fare collette per i poveri della Chiesa gerosolimitana (cfr. Gal 2,1-10); Luca aggiunge anche la richiesta di quattro clausole mosaiche, a cui i pagani avrebbero dovuto attenersi pur rinunciando alla circoncisione (cioè: astenersi dalle carni immolate agli dei, dal sangue, dagli animali soffocati e dai matrimoni proibiti dalla legge levitica), ma Paolo nelle sue Lettere non dimostra di conoscere queste disposizioni. Siamo con ciò nell'anno 49 (o al massimo al 50).

Paolo ritorna ad Antiochia di Siria, dove in una non meglio precisata circostanza rimprovera Pietro, in nome della «verità del vangelo», per la sua doppiezza a proposito delle prescrizioni dietetiche giudaiche (cfr. Gal 2,11-14). La metropoli siriana, che era la terza città dell'impero dopo Roma e Alessandria, diventa per Paolo la sede abituale e il normale punto di riferimento dopo i suoi viaggi (un po' come Cafarnao per Gesù). Ma è poco più che un pied-à-terre. I viaggi per la fondazione e la cura pastorale delle molte chiese da lui suscitate lo impegnano per tutto il resto della vita, assorbendo le sue energie migliori, nonostante le noie di una non meglio identificabile malattia, che è stata variamente diagnosticata come cecità, disfasia, epilessia, febbri malariche (cfr. 2Cor 11,6; Gal 4,13-15; forse 2Cor 12,7-9).

Il suo metodo di evangelizzazione lo porta a privilegiare i grandi agglomerati urbani del tempo, dove si rivolge in ordine di preferenza ai poveri, agli intellettuali e ai benestanti (borghesia del commercio). Gli immancabili avversari giudeo-cristiani gli sono sempre alle calcagna (cfr. 2Cor 11,13-15.22-23; Gal 1,6-7; Fil 3,2.18; Rm 16,17.18; e anche Col 2,8).

Il secondo viaggio missionario

Un secondo e più impegnativo viaggio missionario, senza Barnaba, ha il seguente itinerario: Paolo parte da Antiochia di Siria insieme a Sila, passa via terra per Listra, dove prende con sé Timoteo, poi per la Frigia, la Galazia, la Misia, fino a Troade sull'Egeo settentrionale; di qui salpa per l'Europa, toccando l'isola di Samotracia, e poi per le città di Neapoli, Filippi, Anfipoli, Apollonia, Tessalonica, Berèa, giunge ad Atene, dove tiene il celebre discorso dell'Areopago (At 17,16-34), e infine a Corinto. In quest'ultima città si ferma un anno e mezzo, scrive la Prima lettera ai Tessalonicesi, è osteggiato dai giudei che lo deferiscono al tribunale del proconsole romano Gallione (fratello di Seneca), ma suscita una delle chiese più vivaci di tutto il cristianesimo primitivo. Riparte da Cencre (il porto orientale di Corinto) e, toccando appena Efeso e poi Cesarea Marittima, sale fino a Gerusalemme per tornare ad Antiochia di Siria.

Di là intraprende il suo ultimo viaggio missionario: attraverso la Galazia e la Frigia, giunge a Efeso, dove si ferma per più di due anni. Qui, abbandonata la sinagoga, «continuò a discutere ogni giorno nella scuola di un certoTiranno» (At 19,9: il cosiddetto testo occidentale precisa che vi insegnava dalle ore 11 alle ore 16). Da Efeso intrattiene una nutrita corrispondenza con la Chiesa di Corinto, dove si reca una seconda volta via mare, subendo una non meglio precisata offesa (cfr. 2Cor 2,5-11). Di qui scrive anche la lettera ai Galati, vero manifesto della libertà cristiana, per opporsi al tentativo di giudaizzazione di queste chiese.

A Efeso sperimenta anche una sollevazione ostile, provocata dall'argentiere Demetrio in nome della dea Artemide, di cui la città ospitava il tempio Artemision (computato tra le sette meraviglie del mondo). È qui che probabilmente conosce anche una prigionia, dalla quale scrive la Lettera ai Filippesi e il biglietto a Filemone. Lasciata la capitale della provincia d'Asia, Paolo si dirige verso nord e, attraversata la Macedonia, giunge in Grecia (probabilmente a Corinto), da dove scrive la sua lettera più importante, quella ai Romani, in cui tra l'altro annuncia il progetto di recarsi in Spagna.

Ripartito dalla Grecia in direzione settentrionale, dalla macedonica Filippi salpa verso Troade, e sempre per via mare, toccando Asso, Mitilene, Chio, Samo, Mileto (dove tiene un importante discorso agli anziani della Chiesa di Efeso fatti venire là), Cos, Rodi, Pàtara, Cesarea Marittima, giunge finalmente a Gerusalemme per recarvi le collette messe insieme soprattutto in Macedonia e in Acaia.

A Gerusalemme si ripresenta il contrasto con Giacomo e l'interpretazione giudeo-cristiana del vangelo. E in occasione di un subbuglio suscitato contro di lui da alcuni giudei della provincia d'Asia, con l'accusa di opporsi alle istituzioni del giudaismo, viene arrestato da un tribuno della coorte romana. Paolo si difende ripetutamente, sia in pubblico di fronte ai giudei della città sia di fronte al sinedrio, e anche davanti al procuratore Antonio Felice a Cesarea Marittima, dove viene trasferito. Avvenuto poi il cambio del procuratore, di fronte a Porcio Festo il prigioniero Paolo si appella all'imperatore e, dopo un altro discorso di difesa davanti al re Agrippa II e a sua sorella Berenice (che sarà amante dell'imperatore Tito), viene deferito a Roma.

Alla volta di Roma

Il viaggio verso la capitale dell'impero seguì questo percorso: con una nave, salpati da Cesarea e passando per Sidone e Cipro, giunsero a Mira di Licia; qui con un'altra nave costeggiarono la Licia fino all'altezza di Cnido, da dove puntarono a sud ovest verso l'isola di Creta, raggiungendo una località chiamata Buoni Porti; nonostante la pericolosità della navigazione per l'avanzata stagione autunnale, ripartono verso l'Italia, ma li sorprende una lunga e violenta tempesta che si risolve in un fortunoso naufragio all'isola di Malta; salpano di nuovo dopo tre mesi con un'altra nave, che aveva svernato nell'isola, e approdano a Siracusa in Sicilia, poi a Reggio Calabria, per giungere infine al porto di Pozzuoli; percorrendo di qui la via Campana fino a Capua e poi la via Appia, gli vennero incontro alcuni cristiani di Roma fino al Foro Appio (circa 72 chilometri dalla capitale); giunto finalmente a Roma, vi trascorse sotto custodia militare due anni interi nella casa che aveva preso a pigione. A seconda della cronologia adottata, come abbiamo detto sopra, questa scadenza ci porta all'anno 58 oppure all'anno 63.

Dopo questa data non abbiamo più notizie sicure, non sapendo con esattezza se il processo ebbe esito negativo o positivo. Probabilmente comunque il viaggio in Spagna non ebbe luogo; nessuna fonte antica lo descrive: solo gli apocrifi Atti di Pietro, della fine del secolo II, narrano della partenza di Paolo da Roma, ma probabilmente per pura dipendenza da Rm 15,24.28 (il testo della Lettera di Clemente, capitolo 5, è troppo generico). La tesi tradizionale di un nuovo viaggio in Oriente (Efeso, Creta, Nicopoli in Epiro, Troade) è basata essenzialmente sulle lettere Pastorali, 1-2Tm e Tito, che però oggigiorno vengono diffusamente ritenute deuteropaoline, cioè scritte più tardi da un discepolo.

La morte di Paolo avvenne sicuramente a Roma sotto l'imperatore Nerone e fu violenta, un martirio. La data del 64, in concomitanza con l'esecuzione dei cristiani accusati dell'incendio della città, non è chiaramente proposta dalla tradizione (cfr. 1Clem 5,6, secondo cui Paolo fu consegnato «per gelosia e invidia», forse dei giudeo-cristiani della capitale). La data del 67 è suggerita da san Gerolamo, De viris illustr. 5 e 12 (due anni dopo la morte di Seneca); da parte sua, Eusebio nel Chronicon suggerisce il 68. Ma, come abbiamo detto, è possibile pensare già al 58.

La più antica testimonianza circa il suo sepolcro sulla via Ostiense risale al presbìtero Gaio sul finire del II secolo: «Io posso mostrarti i trofei degli apostoli; se vorrai recarti al Vaticano o sulla via Ostiense, troverai i trofei dei fondatori di questa chiesa» (Eusebio di Cesarea, Hist. eccl. 2,22,2). Una tradizione successiva specifica il martirio come decapitazione alle Acque Salvie, oggi Tre Fontane (Atti di Pietro e Paolo, 80: non anteriori ai secoli IV-V).

Prof. Romano Penna

Pontificia Università Lateranense