DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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TERRA SANTA. DA GENNAIO 2020 TORNERA' VISITABILE IL LUOGO DEL BATTESIMO DI GESU'


Alessandro Di Bussolo / Silvonei Protz – Città del Vaticano
“Vorremmo accogliere qui i pellegrini per la celebrazione della festa del Battesimo di Gesù, il prossimo gennaio. Così quello che per quasi 50 anni è stato un campo minato, diventerà un campo di pace, di preghiera, di ritrovo dei pellegrini”. E’ un sogno che si realizza, quello che padre Francesco Patton, custode francescano di Terra Santa, racconta durante la visita del sito di Qasr Al-Yahud, (in arabo “Il castello degli Ebrei”) con il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, in occasione delle celebrazioni per gli 800 anni dell’incontro tra san Francesco e il sultano d’Egitto Al-Kamil.

Sulle rive del Giordano, i resti di una cappella del IX secolo

Qui, sulla riva occidentale del fiume Giordano, nei Territori Palestinesi ora occupati dallo stato d'Israele, si fa memoria del Battesimo di Gesù, e nel 1950 sono state scoperte le rovine di una cappella del IX secolo. All'interno del sito si trova il piccolo convento francescano, circondato dal 1967, durante la Guerra dei sei giorni, da un campo minato che è stato bonificato solo negli ultimi anni. Il cardinal Sandri e il custode padre Patton lo visitano con il nunzio apostolico in Israele e Palestina monsignor Leopoldo Girelli e una delegazione di frati francescani. A fare da guida padre Eugenio Alliata, archeologo dello Studium Biblicum Franciscanum e direttore del Terra Sancta Museum. Dopo la visita al convento e alla chiesa della Custodia di Terra Santa, il cardinale ha guidato un breve momento di preghiera concluso sulla riva del Giordano, presenti anche alcuni funzionari israeliani e alcuni soldati dell'esercito. 

Padre Patton: custodire, ma anche restaurare, i luoghi sacri 

Per padre Patton tornare a celebrare la Messa in questo luogo significa ristabilire il filo della tradizione. “In questi anni –sottolinea - abbiamo sempre festeggiato in un altro luogo sulle rive del fiume Giordano. Chiaramente per noi sarà molto significativo poter tornare dove tradizionalmente i francescani accoglievano i pellegrini. Il recupero di questo Santuario sarà un ulteriore passo a compimento della missione che la Chiesa ci ha affidato. Missione non solo di custodire i santuari, ma anche di recuperarli, di restaurarli e renderli accessibili". Ecco come ne parla a “Vatican News”:
Ascolta l'intervista a padre Patton
R. – Questo luogo, che è il sito del battesimo, è stato per 50 anni un campo minato: dal 1967 fino all’anno scorso. Poi, dopo che è stato svolto questo lavoro di pulizia, adesso può tornare ad essere un luogo d’accoglienza dei fedeli e dei pellegrini. Ma quando si smina un terreno, per me è sempre un avvenimento, perché un luogo che stava ad indicare il conflitto – le mine sono qualcosa di terribile – un campo minato, può diventare un campo di pace, un campo di preghiera, un campo di ritrovo dei pellegrini. Ed è molto bello anche che venga qui il cardinale Sandri, in questa nostra visita nell’VIII centenario dell’Incontro tra san Francesco e Al-Malik Al-Kamil: in fondo, è un sogno che si realizza. Questo luogo probabilmente già il prossimo gennaio sarà in grado di accogliere i pellegrini per la celebrazione della festa del Battesimo di Gesù, e da qui i pellegrini vedranno la riva giordana e la riva cisgiordana della Terra Santa.
Su quale riva del Giordano battezzava Gesù?
R. – Secondo il racconto di Giovanni, battezzava al di là del Giordano e probabilmente questo aveva anche un significato simbolico: il purificarsi per potere poi entrare con una dignità nuova nella Terra promessa – era un po’ come rifare il cammino dell’Esodo. Per noi, al di là dell’essere sull’una o sull’altra riva, è chiaro che questo luogo nell’insieme richiama questo momento iniziale del ministero pubblico di Gesù che è un momento nel quale Gesù si manifesta di fatto come il Figlio di Dio ma anche, nel Vangelo di Giovanni, come l’Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo, quindi è il momento in cui comprendiamo che il mistero dell’Incarnazione è un mistero di solidarietà: il Figlio di Dio che si è fatto uomo per prendere su di sé tutto quello che rende meno umana la nostra vita.

Nel 2000 la visita di san Giovanni Paolo II

Il terreno di Qasr Al-Yahud, frequentato dai pellegrini sin dal 1641, venne acquistato dalla Custodia nel 1932. Nel 1956 fu costruita una chiesetta, affidata ai frati di Gerico. A causa della guerra del 1967 tra Israele e Giordania, che toccò molto da vicino l’area, i frati furono costretti a scappare in fretta dal convento, abbandonando il sito che non fu più recuperato e divenne un campo minato di 55 ettari. Nel 2000 si aprì un accesso in occasione della visita di san Giovanni Paolo II in Terra Santa. Nel 2011 c’è stato un primo risanamento da parte delle autorità israeliane, che hanno reso il sito accessibile ai pellegrini, ma è solo nel gennaio 2018 che l’associazione “Halo Trust” ha concentrato il suo interesse su questo territorio. Grazie agli accordi e alla collaborazione delle autorità israeliane e ai finanziamenti di alcuni benefattori, l’area è stata bonificata.

Padre Alliata: Costantino avrebbe voluto essere battezzato qui

Padre Eugenio Alliata, docente di Archeologia biblica e Escursioni allo Studio Biblico Francescano di Gerusalemme, dal 2009 direttore del Museo della Flagellazione, descrive così la storia del sito:
Ascolta l'intervista a padre Alliata
R. – Questo luogo è menzionato già dai più antichi pellegrini. Il pellegrino di Bordeaux che viene nel 333 dopo Cristo, dice che si trova a cinque miglia dalla foce del Giordano, una distanza che porta questo punto. Si dice – come scrivono alcuni autori antichi – che l’imperatore Costantino avrebbe desiderato essere battezzato nel luogo stesso dove anche Gesù era stato battezzato: il Giordano. Quindi era un luogo molto famoso, molto noto. Si tratta di continuare questa memoria che risale ai primi tempi della Chiesa e che non è mai stata realmente dimenticata. La frequentazione al luogo è stata sospesa solo quando è diventato troppo rischioso poter continuare questa tradizione. Se si può riprendere, lo faremo subito. È anche un segno dei tempi, perché il movimento verso una riconciliazione non è mai stato così forte come in questo tempo: almeno a parole il movimento è molto forte. Bisogna che si trasformi anche in fatti.
Quindi, quando questo luogo potrà tornare ad essere un luogo di accoglienza per i pellegrini?
R. - Dipende dalla velocità con la quale verranno fatti lavori. La decisione di massima è già stata presa - la Custodia ha deciso di riaprire il sito ai pellegrini - ma naturalmente bisogna che si faccia un progetto significativo e che questo trovi finanziamenti adeguati. Il luogo è pronto. Il primo passo è stato quello di liberarlo dai segni della guerra, soprattutto dalle mine, che abbondavano lungo il confine. Il secondo passo deve essere quello di attrezzarlo in maniera conveniente come luogo di sosta per i pellegrini, di preghiera …
Altri progetti in questo momento in Terra Santa?
R. - Ad esempio, sul Monte Tabor sono stati creati nuovi spazi per la preghiera, presso la chiesa di San Giovanni a Ain Karem si vogliono fare dei lavori importanti, a Betlemme è state restaurata tutta la basilica. Questo è stato più un fatto ecumenico, comune. Anche ciò che è stato fatto al Santo Sepolcro è importante. Si è partiti dall’Edicola, adesso si vogliono estendere i lavori a un po’ tutta la basilica, per dare una presentazione dignitosa ad uno dei luoghi più importanti della cristianità.
Il monte Nebo, che notizie ci dà?
R. - Sul Monte Nebo sono stati fatti dei lavori importanti, perché dove c’era una semplice copertura anche un po’ danneggiata dal tempo, è stata costruita una nuova che di fatto serve anche come basilica, come chiesa. questo luogo è frequentato molto dai pellegrini che amano fermarsi a pregare in questo posto, così pieno della memoria della Bibbia.
Aumenta il numero dei pellegrini. Perché questo incremento? È un desiderio di confermare veramente la fede, di toccare con la mano le pietre che videro la storia di Gesù?
R. - La Terra Santa è sempre stata una grande attrazione. Bisogna dire che anche nel tempo il viaggio diventa in un certo senso più facile, meno costoso, le attrezzature più adeguate e quindi i viaggi sono facilitati. Bisogna che anche la parte ecclesiastica sia all’altezza di questo incremento del numero dei pellegrini.

A Gerusalemme aperto ai visitatori un canale di 2.000 anni fa


di Rosario Pierri

(Gerusalemme) – Da alcune settimane nel sottosuolo del centro storico di Gerusalemme è aperto ai visitatori un nuovo tratto di un antico canale scavato nei pressi della piscina di Siloe e al quale gli archeologi israeliani si dedicano da lungo tempo, tra mille polemiche. I lavori sono andati avanti per sette anni, soprattutto a causa di dispute connesse alla legalità dell’intervento, e sui giornali la «questione di Siloe» è apparsa più volte.

Un tratto del canale recentemente aperto ai visitatori sotto la Gerusalemme vecchia (foto: Israel Antiquities Authority)

L’opera di sistemazione prosegue e sarà completata nei prossimi mesi. Gli archeologi hanno ripulito dai detriti un canale fognario risalente a 2000 anni fa, che corre sotto la strada nell’area della città di Davide, ossia della parte più antica di Gerusalemme, quella legata alla conquista di Davide. La sua sezione meridionale del canale si può visitare da diversi anni ma è abbastanza recente la scoperta che il suo tracciato si prolunga per ben 600 metri.

L’antica conduttura fiancheggia ma non attraversa al di sotto il Monte del Tempio (o Spianata delle Moschee), una zona particolarmente critica, dove si concentrano e si scontrano talvolta in maniera violenta gli interessi degli ebrei e dei musulmani. Chi non ricorda le manifestazioni di protesta organizzate dai palestinesi quando la municipalità di Gerusalemme mise mano alla rampa provvisoria in legno, che dal Muro del pianto conduce alla Porta dei Magrebini l’accesso più meridionale alla Spianata? Era il febbraio 2007, l’eco fu vastissima e ci furono interventi ufficiali da parte di alcuni governi per indurre le autorità israeliane a desistere dalla costruzione della rampa definitiva.

Il canale va dall’interno dell’attuale città antica al quartiere di Silwan. Qualche anno fa gli abitanti di quel quartiere fecero ricorso alla Corte Suprema israeliana, denunciando l’Autorità delle antichità di Israele di estendere gli scavi sotterranei oltre i limiti consentiti dalla legge e di danneggiare, quindi, le loro abitazioni. I lavori furono sospesi per circa un anno ma alla fine la Corte, dopo avere accertato che non c’erano rischi connessi agli scavi, autorizzò gli archeologi a riprenderli. La reazione dei palestinesi si spiega anche con la rivendicazione del territorio di Silwan come parte di Gerusalemme est, capitale del loro futuro stato.

Secondo gli archeologi un altro settore del canale si trova nelle vicinanze della Porta di Damasco.

Il primo a scoprire il canale fu l’esploratore britannico Charles Warren nel 1867. Negli anni Novanta dello stesso secolo fu la volta di Frederick J. Bliss e Archibald C. Dickey del British Palestine Exploration Fund.

In larghezza il canale varia da 1 a 3 metri e ha un’altezza tra 1 e 2 metri. Oggi si trova in certi punti ad una profondità di 15-20 metri, tanto che gli scavatori hanno potuto vedere gli strati inferiori del Muro del pianto. Gli archeologi assicurano che il tracciato del canale segue la valle del Tyropeion, l’area più bassa dell’antica Gerusalemme, e non tocca il Monte del Tempio. Il canale ha sezioni d’epoca asmonea ed erodiana.

La strada che lo sovrastava è lastricata e a gradini, e dalle dimensioni si deduce che doveva essere importante. Gli archeologi la datano tra il 50 a.C. e il 100 d.C., dunque risale al periodo erodiano. La sezione scoperta, lunga 40 metri, si trova in prossimità di un giardino di proprietà della Chiesa greco ortodossa da una parte, dall’altra di un’area sotto l’autorità del Waqf, l’ente di gestione dei beni musulmani.

A rinvenire la strada furono per primi Bliss e Dickey (1894-1897), che al termine degli scavi ricoprirono di nuovo i resti. In seguito altre sezioni della strada più a monte (a nord) sono state scavate e ricoperte, così avvenne nel corso degli scavi di Jones (1937) e di Kenyon (1961-1967).

L’area della strada scavata si trova a 550 metri dal lato meridionale della Spianata del Tempio. Da questo luogo, secondo quanto sostengono gli archeologi responsabili dello scavo, i pellegrini iniziavano la salita verso il tempio, ed è verosimile che questa strada l’abbia percorsa anche Gesù. Nel nono capitolo del Vangelo di Giovannisi ricorda che Gesù, dopo avere spalmato un po’ della sua saliva unita a della terra sugli occhi di un cieco nato, gli disse di andarsi a lavare nella piscina di Siloe che, con buone probabilità, è quella che noi possiamo vedere.

Nel contesto degli scavi più di qualche perplessità solleva il ruolo svolto dall’associazione Elad, un gruppo di coloni che li finanzia e, come testimoniano con lodevole trasparenza alcuni giornali israeliani, favorisce l’insediamento di famiglie di coloni nella zona, provocando risentimento nei palestinesi, per cui si sono avuti forti momenti di tensione nel quartiere con le forze dell’ordine.

L’importanza storica dello scavo è fuori discussione e certamente la rivalutazione dell’area interessata dal punto di vista archeologico è un’operazione condivisibile. Speriamo solo che la prepotenza di alcuni non deturpi una delle acquisizioni archeologiche più notevoli degli ultimi anni a Gerusalemme.


Turchia, ritrovata la chiesa di Laodicea, una della 7 citate nell'Apocalisse di Giovanni



È stata ritrovata in Turchia la chiesa cristiana di Laodicea, una delle sette citate nell'Apocalisse di Giovanni, l'ultimo libro del Nuovo Testamento. Il professor Celal Simsek, capo della missione archeologica turca che ha diretto lo scavo, ha annunciato di aver rinvenuto con un radar sotterraneo i resti dell'edificio sacro nell'antica città di Laodicea nella provincia di Denizli. Datata all'epoca romana e edificata su una superficie di circa 2000 metri quadri, la chiesa è ancora in un buono stato di conservazione. Il ministero della Cultura Ertugrul Gunay, ha riferito la stampa turca, ha visitato il sito accompagnato dall'archeologo Simsek, che ha illustrato l'eccezionalità della scoperta.

Il ministro si è felicitato per il ritrovamento, aggiungendo che l'archeologia in Turchia in tempi recenti ha portato alla luce significative scoperte oltre a quelle già note del sito cristiano di Efeso. Gunay ha poi annunciato che sosterrà il completamento dello scavo, in modo che i resti dell'intera chiesa possano essere visitabili ai turisti. Nell'area sacra di Laodicea è riemersa anche la piscina battesimale, che secondo Gunay è ancora più bella di quella che si trova a Santa Sofia ad Istanbul. Le ricerche della missione archeologica diretta da Simsek hanno confermato che la città di Laodicea esisteva già intorno al IV secolo a.C. e divenne uno dei principali centri del cristianesimo primitivo verso il 40/50 d.C e ben presto anche sede di un vescovo.

La chiesa di Laodicea compare nella Lettera ai Colossesi di San Paolo e poi viene menzionata come una delle sette chiese dell'Asia minore di cui parla il libro dell'Apocalisse. Gli studiosi hanno ipotizzato che la chiesa di Laodicea sia stata fondata da Epafra, un colossese che si era convertito al cristianesimo dopo aver ascoltato la predicazione degli apostoli di Gesù giunti in Turchia.


© Copyright Avvenire

1,500-Year-Old Church Found In Israel



A view of a mosaic in the archaeological site where an ancient church was found in Hirbet Madras, central Israel, Wednesday, Feb. 2, 2011. Israeli archaeologists say they have uncovered a 1,500-year-old church, including an unusually well-preserved mosaic floor with images of lions, foxes, fish and peacocks. According to Amir Ganor of the IAA (Israel Antiquities Authority) the church in the hills southwest of Jerusalem was active between the fifth and seventh centuries A.D.


Israeli archaeologists presented a newly uncovered 1,500-year-old church in the Judean hills on Wednesday, including an unusually well-preserved mosaic floor with images of lions, foxes, fish and peacocks.

The Byzantine church located southwest of Jerusalem, excavated over the last two months, will be visible only for another week before archaeologists cover it again with soil for its own protection.

The small basilica with an exquisitely decorated floor was active between the fifth and seventh centuries A.D., said the dig’s leader, Amir Ganor of the Israel Antiquities Authority. He said the floor was “one of the most beautiful mosaics to be uncovered in Israel in recent years.”

“It is unique in its craftsmanship and level of preservation,” he said.

Archaeologists began digging at the site, known as Hirbet Madras, in December. The Antiquities Authority discovered several months earlier that antiquities thieves had begun plundering the ruins, which sit on an uninhabited hill not far from an Israeli farming community.

Though an initial survey suggested the building was a synagogue, the excavation revealed stones carved with crosses, identifying it as a church. The building had been built atop another structure around 500 years older, dating to Roman times, when scholars believe the settlement was inhabited by Jews.

Hewn into the rock underneath that structure is a network of tunnels that archaeologists believe were used by Jewish rebels fighting Roman armies in the second century A.D.

Stone steps lead down from the floor of church to a small burial cave, which scholars suggest might have been venerated as the burial place of the Old Testament prophet Zecharia.

Ganor said the church would remain covered until funding was obtained to open it as a tourist site.

Israel boasts an exceptionally high concentration of archaeological sites, including Crusader, Islamic, Byzantine, Roman, ancient Jewish and prehistoric ruins.

Visitors view a mosaic in the archaeological site where an ancient church was found in Hirbet Madras, central Israel, Wednesday, Feb. 2, 2011. Israeli archaeologists say they have uncovered a 1,500-year-old church, including an unusually well-preserved mosaic floor with images of lions, foxes, fish and peacocks. According to Amir Ganor of the IAA (Israel Antiquities Authority) the church in the hills southwest of Jerusalem was active between the fifth and seventh centuries A.D.

A view of a mosaic in the archaeological site where an ancient church was found in Hirbet Madras, central Israel, Wednesday, Feb. 2, 2011. Israeli archaeologists say they have uncovered a 1,500-year-old church, including an unusually well-preserved mosaic floor with images of lions, foxes, fish and peacocks. According to Amir Ganor of the IAA (Israel Antiquities Authority) the church in the hills southwest of Jerusalem was active between the fifth and seventh centuries A.D.

Amir Ganor of the IAA (Israel Antiquities Authority) stands at the archaeological site where an ancient church was found in Hirbet Madras, central Israel, Wednesday, Feb. 2, 2011. Israeli archaeologists say they have uncovered a 1,500-year-old church, including an unusually well-preserved mosaic floor with images of lions, foxes, fish and peacocks. According to Ganor the church in the hills southwest of Jerusalem was active between the fifth and seventh centuries A.D.

A detail of a mosaic in the archaeological site where an ancient church was found in Hirbet Madras, central Israel, Wednesday, Feb. 2, 2011. Israeli archaeologists say they have uncovered a 1,500-year-old church, including an unusually well-preserved mosaic floor with images of lions, foxes, fish and peacocks. According to Amir Ganor of the IAA (Israel Antiquities Authority) the church in the hills southwest of Jerusalem was active between the fifth and seventh centuries A.D.

A view of a mosaic in the archaeological site where an ancient church was found in Hirbet Madras, central Israel, Wednesday, Feb. 2, 2011. Israeli archaeologists say they have uncovered a 1,500-year-old church, including an unusually well-preserved mosaic floor with images of lions, foxes, fish and peacocks. According to Amir Ganor of the IAA (Israel Antiquities Authority) the church in the hills southwest of Jerusalem was active between the fifth and seventh centuries A.D.

A detail of a mosaic in the archaeological site where an ancient church was found in Hirbet Madras, central Israel, Wednesday, Feb. 2, 2011. Israeli archaeologists say they have uncovered a 1,500-year-old church, including an unusually well-preserved mosaic floor with images of lions, foxes, fish and peacocks. According to Amir Ganor of the IAA (Israel Antiquities Authority) the church in the hills southwest of Jerusalem was active between the fifth and seventh centuries A.D.




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La ciencia confirma la veracidad del relato sobre Moisés y las aguas del Mar Rojo






Un viento de unos cien kilómetros por hora pudo haber provocado la separación de las aguas en el Mar Rojo y permitido el paso de los israelitas guiados por Moisés, tal como relata la Biblia en el Exodo, según un estudio basado en catorce modelos realizados por ordenador. La investigaciónno busca negar la intervención divina, sino examinar la posibilidad de que efectivamente las aguas se abrieran y ofrecieran el cruce a pie a través del lecho del mar, algo a lo que da credibilidad.

El estudio, realizado por el Centro Nacional para la Investigación Atmosférica de Estados Unidos y la Universidad de Colorado, sitúa el paso del Mar Rojo muy cerca del Mar Mediterráneo, donde mediciones a través de satélite muestran que un antiguo brazo del delta del Nilo se acercaba al lago Tanis, de poca profundidad y próximo a la costa, cerca de la actual ciudad de Port Said. La fuerza del viento habría repartido las aguas del Mar Rojo -la lengua que sube desde Suez- entre el lago y el brazo del Nilo.

Los científicos creen que un viento de cien kilómetros por hora soplando desde el este durante doce horas habría dejado al descubierto un lecho barroso de algo más de tres kilómetros de largo por casi cinco de ancho por un período de cuatro horas. Se habría tratado de un tiempo suficiente para permitir el paso de los israelitas así como para llegaran sus perseguidores egipcios, que de acuerdo con el relato bíblico, también recogido por el Corán, habrían sido atrapados en el regreso de las aguas a su estado original.

El estudio, titulado “Dinámicas del viento en Suez y el este del delta del Nilo”, cita a un general británico del siglo XIX que anotó su experiencia en el lago Tanis. “Llegó un gran vendaval del este y se hizo tan fuerte que tuve que dejar de trabajar”, explicó. A mañana siguiente, el lago “había desaparecido totalmente y los nativos paseaban por allí sobre el barro”.

“A la gente siempre le ha fascinado esta historia del Exodo, preguntándose qué de verdad hay en ello. Lo que este estudio muestra es que la descripción de la partición de las aguas realmente tiene base en leyes físicas. La partición puede entenderse mediante la dinámica de fluidos. El viento mueve el agua de un modo que, de acuerdo con leyes físicas, crea un pasillo seguro con el agua a los dos lados y luego abruptamente permite que el agua vuelva a su sitio”, afirma Carl Drews, responsable de la investigación.

Un fuerte viento del este que sopló por la noche podría haber hecho retroceder las aguas del mar Rojo de la forma descrita en las escrituras bíblicas y el Corán y noMoisés, según un experimento realizado por investigadores estadounidenses.

Simulaciones de ordenador, parte de un estudio mayor sobre cómo los vientos afectan a las aguas, mostraron que el viento puede empujar y hacer retroceder el agua cuando una curva de río se funde con una laguna costera, señaló el equipo del Centro Nacional de Investigación Atmosférica(NCAR por sus siglas en inglés) y laUniversidad de Colorado en Boulder.

"Las simulaciones encajan de forma bastante cercana con el relato en el Éxodo", dijo Carl Drews de NCAR, que lideró el estudio.

"La separación de las aguas puede entenderse mediante dinámica de fluidos. Los vientos mueven el agua de una forma acorde a las leyes de la física, creando un pasaje seguro con agua a ambos lados y permitiendo luego volver al agua de forma abrupta", indicó.

Los textos religiosos difieren levemente en el relato, pero todos describen a Moisés guiando a los israelitas fuera de Egipto, por delante del Ejército del faraón unos 3.000 años atrás. El mar Rojo se abrió para dejar a Moisés y sus seguidores pasar de forma segura, cerrándose luego sobre los perseguidores y ahogándolos.

Ciencia Vs. Religión

Drews y sus colegas estudian cómo los tifones del océano Pacífico pueden crear aumentos de tormentas y otros efectos de vientos fuertes y sostenidos en aguas profundas. Su equipo localizó un lugar al sur del mar Mediterráneo donde pudo realizarse el legendario cruce y modeló diferentes formaciones de tierra que pudieron existir entonces, que habrían generado la historia del mar abriéndose para atravesarlo.

El modelo requiere un terreno en forma de 'U' en el río Nilo y una laguna poco profunda a lo largo de la costa. En él se muestra que un viento de 101 kilómetros por hora, soplando de forma continua durante 12 horas, pudo hacer retroceder las aguas de 2 metros de profundidad.

"Este puente de tierra mide unos 3 kilómetros de largo y 5 kilómetros de ancho, y permanece abierto durante 4 horas", según refleja el estudio publicado en la revistaPublic Library of Science, PLoS ONE.

"Las personas siempre se han fascinado por esta historia del Éxodo, preguntándose si proviene de hechos históricos. Lo que muestra este estudio es que la descripción de las aguas separadas sí tiene una base en las leyes físicas", dijo Drews. (RD/Agencias)


© Copyright Emili J. Blasco/ABC

La primavera di Gerusalemme. Se la botanica studia la Sindone

i Tania Mann

Oltre un milione e settecentomila pellegrini hanno già prenotato la visita all'ostensione pubblica della sacra Sindone. E mentre la fede induce a pregare di fronte a quel "misterioso volto che silenziosamente parla al cuore degli uomini invitandoli a riconoscervi il volto di Dio" (Benedetto XVI, 2 giugno 2008), scienziati e studiosi continuano a interrogarsi sulla sua storia. Sebbene molti abbiano messo in dubbio le origini dell'antico telo, il piccolo libro di un illustre botanico oggi fornisce a tale riguardo indizi concreti.
In sole cento pagine illustrate, Avinoam Danin, professore emerito del Dipartimento di Evoluzione sistematica ed ecologia della Università Ebraica di Gerusalemme affronta il compito ambizioso di rispondere a ogni domanda che si è posto in quattordici anni di ricerca sulla Sindone. Il libro Botany of the Shroud: The Story of Floral Images on the Shroud of Turin (Gerusalemme, Danin Publishing, 2010, pagine 104, dollari 25) descrive con chiarezza gli elementi dai quali deriva un insieme di importanti conclusioni.
Come spiega Danin, quanto è avvenuto sulla Sindone somiglia al processo dell'essiccamento dei fiori fra le pagine di un libro. Centinaia di immagini di piante sono rimaste impresse sul tessuto. Queste immagini, quindi, contribuiscono a determinare dove e quando quei fiori sono stati posti sul lenzuolo. Sono decifrabili anche le immagini di nove spine, per la maggior parte intorno al capo e alle spalle, di una canna posta lungo il corpo dell'Uomo della Sindone, e di circa 2.600 frutti sparsi su tutto il corpo. Sono inoltre visibili immagini parziali di una corda.
Danin cominciò a fare ricerche sulla Sindone nel 1995, quando vide alcune sue fotografie ingrandite. Riconobbe subito, al primo sguardo, immagini di piante dell'area di Gerusalemme. La lista dei successi di questo studioso, ampiamente pubblicati nel campo della botanica, specie a proposito di piante del Medio Oriente, è molto lunga. Basti dire che nei suoi quarantaquattro anni di carriera ha scoperto specie di piante mai rinvenute prima in Israele, sul Sinai e in Giordania e che la sua opera ha permesso la creazione di un database da cui si è potuta ricavare una mappa fitogeografica di Israele.
La prima conclusione che Danin ha tratto dalla sua ricerca botanica è che, apparendo negli stessi punti le immagini delle piante, sia sulle fotografie ricavate da differenti tecniche fotografiche, sia sul lino della Sindone, esse devono necessariamente essere vere e non sono state create artificiosamente dall'uno o dall'altro metodo fotografico. Fra le centinaia di immagini di fiori, Danin ha scelto per la propria ricerca quelle più utili come indicatori geografici nonché quelle di piante dai periodi di fioritura più specifici. Ha così concluso che "l'area in cui le tre piante fresche scelte come indicatori avrebbero potuto essere raccolte e poste sulla Sindone accanto al corpo dell'uomo crocifisso è quella compresa fra Gerusalemme e Hebron". Quanto ai periodi di fioritura, egli osserva che "marzo e aprile sono i mesi dell'anno in cui fioriscono dieci delle piante identificate sulla sindone".
A proposito delle spine, Danin presume che appartengano alle piante Ziziphus spina-christi e Rhamnus lycioides, che sono "importanti indicatori storici". Entrambe sono considerate fra le piante "più feroci" in Israele e le spine della seconda furono "utilizzate dagli agricoltori arabi come lame per l'aratro".
Le immagini della corda sulla Sindone mostrano che le funi erano fatte di fibre vegetali secondo un antico metodo utilizzato per migliaia di anni a Gerusalemme. Si ritiene che questa corda sia stata quella con cui l'Uomo della Sindone venne legato sulla croce. La sindonologia, ovvero lo studio della sindone, ha sempre affascinato da un punto di vista botanico Danin, che afferma di non essere minimamente interessato a un suo eventuale significato religioso.
Riferendo la conversazione avuta nel 2000 con l'allora nunzio apostolico di Gerusalemme, Danin scrive: "Gli dimostrai il mio entusiasmo per aver visto sulla sindone le immagini delle piante che avevo visto anche sulle fotografie. Gli dissi che non provavo alcuna emozione particolare verso quell'oggetto venerato da milioni di persone(...) e nel dire questo mi sentii quasi in dovere di giustificarmi. Mi rispose di proseguire le mie ricerche perché se non fossi stato ebreo, ma cristiano, pochi mi avrebbero creduto".
Da allora, gli anni di ricerca di Danin come sindonologo lo hanno portato a concludere che il lenzuolo per la sepoltura esisteva già nell'viii secolo e anche che "la grande somiglianza del volto dell'Uomo della Sindone con un'icona del Pantocrator nel monastero di Santa Caterina, sul Sinai" rivela la conoscenza della Sindone già intorno al 550.
Quella che il botanico definisce "era olografica" della sindonologia cominciò nel 2007 e implicò la collaborazione del dottor Petrus Soons, creatore, insieme con i suoi collaboratori del Dutch Holographic Laboratory, a Eindhoven, di ologrammi tridimensionali della sindone. Durante quel periodo Danin poté osservare "un tappeto quasi omogeneo" di più di trecento corolle di fiori poste ordinatamente intorno al capo dell'Uomo della Sindone.
Un'altra scoperta, scaturita dalla collaborazione con Soons, è la presenza di un elmetto di spine, quindi non di una corona, utilizzato per torturare l'uomo. Soons ha spiegato che "quando ha creato ologrammi a grandezza naturale e li ha esposti presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, a Roma, hanno dovuto prendere una scala per vedere la sommità del capo. Questa parte del corpo dell'Uomo della Sindone prima non era mai stata vista da nessuno". Lì Soons osservò tante piccole ferite che avevano sanguinato e che sulla fronte non erano visibili.
Il valore di queste conclusioni è di fatto immenso. Ognuna di queste osservazioni scientifiche ricorda una sofferenza analoga a quella di Cristo: alla sua passione e alla sua crocifissione così come sono state commemorate nei giorni di Pasqua dalla Chiesa in tutto il mondo. La ricerca di Danin, accompagnata da quella di altri sindonologi, può dunque contribuire a rivelare solo una realtà fisica mentre il credente è spinto a meditare su una verità trascendente: la morte e la resurrezione di Cristo. Con le parole di Papa Giovanni Paolo ii: "La Sindone ci presenta Gesù al momento della sua massima impotenza, e ci ricorda che nell'annullamento di quella morte sta la salvezza del mondo intero" (cfr. Discorso in occasione della visita pastorale a Vercelli e a Torino, 24 maggio 1998). Infatti quando i cristiani parlano della Sindone, parlano del lenzuolo autentico in cui fu avvolto l'unico essere umano che abbia mai spezzato le catene della morte. È un reperto concreto del suo straordinario stato temporaneo di morte - "il mistero del Sabato Santo", ha detto Benedetto XVI nella sua visita del 2 maggio. Così "La Sindone - proseguiva Papa Wojtyla - diventa un invito a vivere ogni esperienza, compresa quella della sofferenza e della suprema impotenza, nell'atteggiamento di chi crede che l'amore misericordioso di Dio vince ogni povertà, ogni condizionamento, ogni tentazione di disperazione".


(©L'Osservatore Romano - 12 maggio 2010)

«Trovata l’Arca di Noè»?

Jacopo Bassano, Noah's Sacrifice

Un gruppo di 15 archeologi cinesi e turchi ha annunciato di aver ritrovato sul Monte Ararat, nell’est della Turchia, l’Arca di Noè. È quanto scrive il sito del tabloid britannico `The Sun´, secondo il quale il gruppo ha spiegato di aver individuato i resti di una struttura in legno sull’Ararat e di aver sottoposto alcuni campioni al test del carbonio 14.

Dall’esame sarebbe risultato che il reperto risale a circa 4.800 anni fa, epoca a cui daterebbe il diluvio universale raccontato dalla Bibbia, a cui Noè e la sua famiglia sopravvissero proprio grazie all’Arca. «Non possiamo dire al 100 per cento che si tratta dell’Arca di Noè, ma pensiamo di poterlo dire al 99,9 per cento», ha detto Yeung Wing-cheung, di Hong Kong, uno degli esploratori che affermano di aver ritrovato il reperto, tutti membri di un’organizzazione internazionale dedita proprio alla ricerca dell’Arca. La struttura sarebbe suddivista in vari compartimenti, alcuni dei quali pieni di fascine di legna e probabilmente destinati al trasporto di animali. Secondo i testi sacri, coppie di animali di diverse specie si salvarano perché imbarcate sull’Arca di Noè.

Il gruppo di archeologi ha spiegato di aver già invitato le autorità turche a richiedere all’Unesco che il sito sia inserito nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità e di proteggerlo fino a quando un’indagine archeologica più approfondita non possa esservi condotta. Non è la prima volta che esploratori o avventurieri provenienti da diverse parti del mondo affermano di aver ritrovato l’Arca di Noè sull’Ararat. Secondo la tradizione biblica, infatti, l’imbarcazione si fermò proprio sulla cima di quel monte quando le acque si ritirarono al termine del diluvio.



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Dura Europos, la prima chiesa


di Giuseppe Caffulli
F
ino al 1920, di Dura Europos si erano smarrite le tracce. Persa tra le sabbie del deserto e le acque dell’Eufrate, citt fortificata che si eleva su un bastione di roccia a difesa della via carovaniera che collegava Antiochia a Seleucia sul Tigri, Dura Europosriemersa per caso, un giorno di fine marzo, ritrovata da un reparto militare inglese di stanza in questo lembo di Siria non lontano dal confine con l’Iraq. Sotto le pale dei soldati venne alla luce un frammento d’affresco raffigurante due sacerdoti con uno strano copricapo conico. Da allora la cittperduta­diventata meta incessante di spedizioni archeologiche (tedesche, americane, inglesi, francesi) e uno dei piinteressanti campi di studio delle civiltantiche che si sono succedute nella regione.
La particolaritdi Dura Europos sta proprio nell’essere stata, per millenni, sottratta al tempo e alla storia. Fondata dal generale macedone Seleuco I Nicatore (iniziatore della dinastia che prese il suo nome) sul luogo di un antico insediamento semitico, alla metdel II secolo a.C.gifiorente colonia greco-macedone, ricca di mercati, piazze e palazzi, centro di influenza ellenistica nell’area mesopotamica. Nel 114 a.C., dopo una lunga campagna militare, i parti la conquistano. L’influenza orientale si protrae per tre secoli e solo nel 115 d.C. l’imperatore Traiano si decide a conquistarla. A distanza di pochi anni
(117-138) Adriano la restituisce ai parti, ma la citttorna romana sotto il regno di Marco Aurelio (161-180). Fino al 256 d.C., quando la dinastia persiana dei Sasanidi assedia la citte la rade al suolo. Da allora cala il silenzio su una cittche per cinque secoli fu un vero e proprio laboratorio di scambio culturale e religioso nel cuore della Mesopotamia.
Cinta per tre lati da mura imponenti sulle quali si levavano ventisei torri, lambita dal fiume che ha dato linfa e sostentamento alle civiltmesopotamiche, Dura Europos, con i suoi templi di religioni diverse, crocevia di ellenismo, romanite culture orientali, riappare oggi come segno di contraddizione in un mondo moderno segnato da muri e steccati di ogni tipo. Ancora oggi la monumentale Porta di Palmira, che si apriva nella direzione della cittromana che fu governata da Zenobia, spalanca al visitatore un mondo di convivenza e tolleranza capace di sorprenderci. Sono infatti una quindicina i templi ritrovati, dove i sacerdoti dei diversi culti officiavano in lingue e riti particolari per i fedeli provenienti da Oriente e da Occidente residenti in cittoppure presenti solo per qualche giorno al seguito delle carovane. In contemporanea si potevano tenere nei vari
luoghi sacri sacrifici cruenti di animali, libagioni, pasti rituali, offerte d’incenso su pire fumiganti, danze rituali. Accanto alle divinitgreche (Apollo, Artemide, Zeus, Adone), lo straordinario caleidoscopio religioso di Dura Europos si completa con i culti portati dalle guarnigioni romane, su cui spicca Mitra, la potenza celeste che presiede agli equinozi, al quale venivano sacrificati possenti tori. Sembra che solo lo zoroastrismo, la religione dei dominatori persiani, non sia granchattecchito in una citt a tutti gli effetti multietnica e multireligiosa.
Ma quello che rende Dura Europos unica­il ritrovamento, non lontano dalla Porta di Palmira, di una sinagoga e di una domus ecclesiae cristiana, che stando ad un graffitodatabile al 232 d. C.: praticamente una delle chiese pi antiche del mondo.
Se la sinagoga del II secolo, oggi ricostruita nel Museo nazionale di Damasco, si segnala per alcune importanti caratteristiche (su tutte la decorazione che ricopriva le quattro pareti e che prova l’esistenza di un’iconografia ebraica della Bibbia), la chiesauno dei primissimi esempi di architettura cristiana a noi pervenuti. Intanto va detto che non­un edificio a s, ma fa parte di una casa a ridosso delle mura e fiancheggiata da una strada lastricata.
L’edificiocomposto da pivani su pilivelli: intorno ad un atrio centrale, preceduto da un portico, si apre sulla sinistra una grande camera, dotata di un vestibolo posteriore. Accanto una sala pipiccola, che immette in un ambiente ancora piangusto, adibito a battistero. Gli studiosi di archeologia cristiana hanno ricostruito senza grossi dubbi l’utilizzo dei vari ambienti: la stanza pigrande era la sala della comunit, l’ambiente intermedio serviva per le agapi e il battistero per l’iniziazione cristiana. La stanza dotata del fonte battesimale­l’unica decorata con scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, a riprova che questo era il cuore dell’edificio. La sala della comunitera probabilmente accessibile a tutti, perchtutti potessero conoscere il cristianesimo, la nuova religione che da Antiochia ed Edessa si stava diffondendo anche verso Oriente. Ma nel battistero, la parte pinobile e preziosa della casa, erano ammessi solo gli iniziati della comunit.
La sinagoga e in parte la stessa chiesa cristiana si sono salvate quasi miracolosamente dall’ingiuria del tempo perchl’area delle mura attorno alla Porta di Palmira venne rafforzata nel 256 con un terrapieno, per contrastare l’attacco dei persiani. Che persfondarono le difese di questa 'cittadella delle religioni' affacciata sull’Eufrate, consegnandola per oltre mille e seicento anni all’oblio della memoria.


© CopyrightAvvenire 25 aprile 2010



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Scoperto un paradiso segreto nella Cattedrale di Avila

Los textos del presente artículo están entresacados de la memoria que sobre el descubrimiento ha redactado don Vicente Aparicio, su descubridor, canónigo y administrador de la Catedral, con aportaciones mías necesarias supervisadas por don Vicente, para adaptar esa memoria al formato de este blog. Las fotografías las tomó Luis Antonio Barajas en unas condiciones bastante precarias, y el resto de la documentación gráfica -dibujo axonométrico de la catedral, dibujo digital en 3D, planos y gráficos-, es en su totalidad obra mía.

En la semana del 22 al 27 de febrero de 2010 se descubrió este pasadizo, en una operación de investigación planeada y dirigida por el Canónigo M. I. Sr. D. Vicente Aparicio González, acompañado por D. Luis Antonio Barajas (Fotos Mimosa), el trabajador en la Catedral D. David San Segundo Nieva y el dibujante D. Isidoro González-Adalid Cabezas.

Esta galería subterránea se construye entre los muros del lado N. de la cabecera catredalicia, quedando embutida en ellos y su trazado se va adaptando a la planta que proyectó el maestro Fruchel -maestro con el que bajo su dirección y planos se inició la catedral a finales del siglo XII-, desde la capilla de san Nicolás hasta el absidiolo de san Antolín, girando en este punto casi en ángulo recto hacia el N, hacia el solar del antiguo Palacio Episcopal.
El corredor subterráneo está construido con sillares de piedra caleña teñida de rojo con mezcla de sillares en granito gris; sus piedras con labra románica y con marcas de cantería de esa época; las juntas de los bloques están encintadas de mortero de cal. La cubierta está adintelada con losas monolíticas de granito gris. Resulta una construcción bien acabada, elegante y de cuidada sillería.



La hipótesis más manejada es considerar esta galería semisubterránea como pasadizo secreto y vía de comunicación entre la Catedral y el antiguo Palacio Episcopal, y también, como vía de escape en caso de peligro.
El antiguo palacio episcopal ocupaba un solar que iba desde el arco "casa de las carnicerías" hasta la calle del Tostado y finalizaba en la puerta de san Vicente. Aquí residieron los obispos abulenses durante más de 6 siglos, desde el siglo XII hasta el siglo XVIII. De todas sus construcciones antiguas solo se conservan algunos elementos arquitectónicos descontextualizados: una ventana esquinera; la portada de entrada, en la que hábilmente alguien ha colocado una señal de tráfico del siglo XX o comienzos del XXI -estos comentarios frívolos son míos y no de don Vicente-, y el Episcopio. Este último edificio, al que la tradición le ha puesto un extraño nombre, podría ser la casa del propio Fruchel, según historiadores de prestigio.


A través de la portada se accedía al antiguo Palacio Episcopal. Tiene elementos de los siglos XIII -las columnas y el arco rebajado-, XV -el alfiz-, y del XVI, el remate superior. Del Palacio se conserva además la ventana esquinera reutilizada en el edificio moderno de Correos. Es un vano adintelado y está ornamentado con un escudo episcopal de trece estrellas y con las armas de Vizcaya. El Episcopio es un edificio románico del siglo XII, contemporáneo de la cabecera de la Catedral, y ya lo hemos mencionado como posible casa taller del maestro Fruchel.

Lo tortuoso del trazado se debe a la necesidad de adaptarse a los muros de la catedral, entre los que está construido, evitando así manifestarse al exterior.

Tramos
. Por su situación actual de conservación se presenta en tres tramos con una longitud aproximada de más de 13 metros.

Tramo primero: Desde la escalera de caracol hasta el muro de contención, debajo de la entrada de la Capilla de los Velada. 2, 85 m. de largo, 0,72 m. de ancho y 2,00 m. de alto; de fácil acceso.

Tramo segundo: desde el muro de contención E. al otro del O. (bajo la entrada de la Capilla de los Velada). Longitud aproximada de 2,415 m. se puede visitar sin dificultad.

Tercer tramo: desde el muro de contención O. (debajo de la entrada de la Capilla de los Velada) hasta el absidiolo de san Antolín. Acceso únicamente a través de una saetera sita en el lado izquierdo de la entrada a la capilla de los Velada; de 0,12 m. de ancho por 0,40 m. de alta. La investigación de este tramo ha supuesto mucha imaginación y medios técnicos de actualidad. Tiene una longitud aproximada de 8,00 m. Abierto a posibles descubrimientos y a distintas hipótesis.


El pasadizo es de sillería, con paredes construidas en elegante y cuidada sillería de piedra caleña teñida de rojo, procedente sin duda de las canteras de La Colilla


Vista del interior del primer tramo, con el muro que ciega el pasadizo a la altura del acceso a la Capilla de los Velada

Vista del interior del tercer tramo, hacia la Capilla de San Antolín, realizada desde la saetera. El muro del fondo es el ábside de la citada capilla.


Al pasadizo se accede desde el caracol de subida al cimorro, el elemento defensivo propio de la catedral incrustado en la muralla de la ciudad -como se puede apreciar en el dibujo general de la catedral al inicio de este artículo-, que en su parte inferior, tras salvar un "peldaño" de cinco alturas normales, desciende directamente a la cota del pasadizo. Esta cota, más los 2 m de altura del pasadizo, elevan su parte superior por encima del pavimento de la catedral, con lo que, al abrir en el siglo XVII un acceso a la capilla de los Velada -o del Sagrado Gorazón-, hubo que cegar el pasadizo en toda la anchura del acceso. Sobrepasado este segundo tramo ciego, reaparece el tercer tramo, al que aquella diferencia de alturas permite asomarse desde la saetera. Este tramo remata contra el muro de cierre del ábside de la capilla de San Antolín, quebrando hacia el norte en busca de su continuidad. Sobrepasado este quiebro nada sabemos del pasadizo, aunque existe la evidencia de esa continuidad.

CONCLUSIÓN: se ha descubierto una galería subterránea de más de trece metros de largo entre el absidiolo de San Nicolás y el de San Antolín. Por sus características arquitectónicas, por la piedra utilizada (piedra caleña teñida de rojo), por su fino acabado, por la labra románica y por las marcas de cantería se llega a las conclusiones siguientes:
primera: este pasadizo es contemporáneo de la girola, del siglo XII;

segunda: su dirección apunta hacia el solar ocupado desde el siglo XII hasta el siglo XVIII por el antiguo Palacio Episcopal; en consecuencia, defiendo la hipótesis de que este pasadizo conectaba con algún lugar del antiguo Palacio Episcopal.

tercera: el punto del inicio del pasadizo queda constado con lo aquí expuesto, la escalera del cimorro, pero el punto de conexión con el antigiuo palacio episcopal queda abierto a distintas hipótesis: el edificio de correos, la biblioteca pública o el episcopio. Campo abierto a la investigación.

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Ritrovate le rovine della misterioso impero Purepecha, tanto grande e potente quanto quello Azteco



martedì 20 aprile 2010



Un nuovo capitolo nella storia dell’America precolombiana è in procinto di venire alla luce, con lo studio delle rovine di una città nel Messico centrale. Le rovine, appartenenti alla civiltà P’urhépecha (ovvero Purepecha), sono situate nel bacino del lago Patzcuaro, a pochi chilometri dalla città di Tzintzutzan, capitale di un impero semisconosciuto, avversario degli Aztechi.


Si tratta di un grande insediamento, nello stato centrale bagnato dall’Oceano Pacifico del Michoacán, scoperto l’estate scorsa dalla spedizione archeologica della Colorado State University, sotto la guida di Christopher Fisher. Ed è stato proprio durante il 75° meeting annuale della Society for American Archaeology (SAA), in programma per lo scorso week-end a St. Louis nel Missouri, che è stata presentata ufficialmente la scoperta con tutti i dati finora disponibili.


Il centro, abitato durante il periodo di consolidamento dell’impero Purepecha da almeno 40 mila persone, è un insediamento proto-urbano, fondato intorno al 1000 dopo Cristo e progressivamente svuotatosi verso il 1350 a vantaggio della nuova capitale dell’impero, Tzintzutzan, fino al 1500, quando ormai la città, che ancora non ha un nome, risultò completamente disabitata.


L’insediamento faceva parte di una civiltà specializzata nella lavorazione del rame e del bronzo. L’impero Purepecha era tanto grande e potente quanto quello Azteco: controllava la parte occidentale del Messico e aveva rapporti bellicosi con i vicini orientali, il che, però, non impediva intensi scambi commerciali tra i due popoli. Ci sono infatti testimonianze di una cruenta battaglia nel tardo XV secolo in cui l’esercito degli Aztechi ebbero la peggio.


Questa civiltà, tuttavia, continua a conservare il mistero della propria origine: la lingua Purepecha, infatti, è stata associata alla lingua Quechua, la lingua dei nativi peruviani, e l’abilità nel confezionare oggetti di rame e ferro, caso unico fra le tribù del Centro America, sembrerebbe legare questa civiltà a popolazioni provenienti dalle regioni meridionali.


Il ritrovamento è importante anche dal punto di vista antropologico: questo popolo non conosceva animali domestici, ma cominciava a stratificarsi socialmente in soldati, funzionari, artigiani organizzati in gilde e corporazioni. La religione Purepecha, infine, era basata su una divisione in tre parti dell’universo, aria, terra e inferi, e contemplava l’offerta di sacrifici umani (anche se non nell’ingente misura dei loro antagonisti Aztechi) nel cruento culto del dio del sole e della guerra. Nessuna stele con iscrizioni o geroglifici, però, è stata mai ritrovata, e questo ha contribuito a sprofondare questo impero, un tempo florido, nell’oblio.


«Ciò che è interessante riguardo al sito», ha affermato infatti Fisher, «è che esso ci fornisce uno spaccato sul periodo pre-statale, quando cominciò a crescere la complessità sociale, la gente iniziò a riunirsi e a modificare il paesaggio». Il sito scoperto nella regione del lago Patzcuaro si estende su circa cinque chilometri quadrati e contiene migliaia di elementi: edifici, case, piccoli templi, piazze. Circa un quinto del sito è stato mappato con precisione, grazie a un innovativo sistema basato su computer e speciali ricevitori GPS.

La civiltà Purepecha scomparve presto con l’arrivo degli europei, decimata dal vaiolo e da altre epidemie, portate dagli spagnoli e trasmesse dagli Aztechi. Quando infine gli spagnoli arrivarono, non c’era nessuno che potesse resistere all’attacco, la civiltà era quasi scomparsa.



© Copyright Il Sussidiario


Gli archeologi della Colorado State University coordinati da Christopher Fisher hanno scoperto le rovine di un antico centro urbano nel cuore della civiltà Purépecha (o P’urhépecha), nel bacino del lago Pátzcuaro, nello stato messicano del Michoacán.



(ESRI/Los Angeles Times)

All’arrivo degli Europei, la civiltà Purépecha – a volte chiamata tarasca, o stato tarasco – controllava gran parte del Messico occidentale.




Lo stato tarasco (wiki)


L’insediamento finora analizzato misura 1 km², ma potrebbe essere ben più grande. Cominciò ad essere abitato intorno al 1000 d.C., mentre dal 1350 inziò un declino che portò all’abbandono verso il 1500.

Poiché la terra non è adatta all’agricoltura, le fondamenta degli edifici si sono in gran parte preservati. Sono stati trovati resti di case, costruzioni varie, piccoli templi, piazze e anche una piramide.




(ColoradoStateUniversity/flickr)




(ColoradoStateUniversity/flickr)




Rovine di una casa (ColoradoStateUniversity/flickr)




Ricostruzione grafica di un edificio (ColoradoStateUniversity/flickr)



Ricostruzione grafica della piramide (ColoradoStateUniversity/flickr)


Oltre al centro principale sono stati scoperti altri cinque insediamenti e centinaia di terrazze agricole.