DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi
Come rispondere a tanta aggressività verso il cattolicesimo?
Professore, come interpreta questi attacchi alla Chiesa degli ultimi tempi?
“Da molti anni è aperto un abisso culturale tra larghe frange della borghesia intellettuale occidentale - soprattutto in Europa, ma anche in America - e la Chiesa. Prendo come sintomo il successo di quel libro mediocre di Dan Brown che è 'Il Codice da Vinci', che aveva come suo unico fulcro l'attacco alla Chiesa. Purtroppo, qualsiasi errore la Chiesa registri al suo interno da parte di uomini e donne che ne fanno parte, si crea un vespaio di polemiche”.
A suo avviso, perché?
“Pur non escludendo una strategia di gruppi che cercano di attaccare scientificamente la Chiesa, il problema è che queste strategie hanno successo nella misura in cui trovano un terreno culturale fertile. La pedofilia non è certo un problema solo dei cattolici, anzi. Eppure, è stato trasformato in un'arma aggressiva verso il cattolicesimo. L'immagine della Chiesa non è offuscata nelle classi popolari che restano vicine e fedeli, ma la borghesia ha maturato, sulla scia dell'illuminismo di bassa lega, un'ostilità laicista verso la Chiesa, da non confondere con un atteggiamento autenticamente laico. Ricordo la bella distinzione tra laico e laicista, fatta da Norberto Bobbio, che non volle firmare il 'Manifesto laico' del 1999, perché a lui pareva laicista in quanto configurava una specie di settarismo anti-ecclesiastico non condivisibile, una sorta di clericalismo capovolto. Ed è quello che oggi registriamo ampiamente. C'è un evidente fondamentalismo contro la Chiesa”.
Chi ha interesse a veicolare un'immagine negativa della Chiesa?
“Ci sono lobby che hanno operato sempre contro la Chiesa. Certo, la massoneria, che si è rafforzata negli ultimi decenni, ha un ruolo importante in quanto avviene oggi, come è successo con il negare le radici cristiane dell'Europa: in quel caso fu la massoneria belga e francese a evitare che si citassero le radici cristiane nel Trattato europeo. Anche i media hanno certamente un ruolo decisivo in questa campagna contro la Chiesa, perché veicolano la cultura dominante, che contribuiscono comunque essi stessi a produrre. In effetti, in questa vicenda, alcuni media si sono mossi in modo molto superficiale, aggressivo e violento”.
Come possiamo contrastare questo atteggiamento ostile?
“Qui dobbiamo fare un grosso lavoro noi cristiani, facendo una compiuta traduzione del Vangelo nel linguaggio comprensibile agli uomini e alle donne del nostro tempo. Ad esempio, quando sono in gioco le questioni bioetiche o della famiglia, la gente discute della posizione della Chiesa come se questa fosse un interlocutore per le riforme in campo giuridico. Ma la Chiesa non è solo questo, tanto che su questi temi ci si può ritrovare con uomini e donne di buona volontà, che condividono la condanna dell'aborto, della pillola Ru486, della dissoluzione della famiglia, del problema delle scuole non statali. Dobbiamo annunciare meglio lo splendore del Vangelo, uno splendore che richiede una forte traduzione nel linguaggio degli uomini e delle donne di oggi”.
Concretamente cosa si può fare?
“Per quanto riguarda la comunità cristiana bisogna insistere in una nuova prospettiva culturale, così da impostare tutta la pastorale ordinaria in modo nuovo, affinché elabori stili nuovi, prospettive nuove a livello di quotidianità. In questa direzione continuerà certamente a operare il “Progetto culturale”. Dobbiamo far in modo di calare la forza del Vangelo nella cultura del nostro tempo, nel modo di pensare della gente. Per altro verso dobbiamo respingere con fermezza e chiarezza gli attacchi a Benedetto XVI, che si è sempre battuto contro 'la sporcizia nella Chiesa. Questi attacchi rivelano faziosità e dimostrano che il vero problema non è il merito delle questioni, non è la verità, ma l'atteggiamento di fondo contro la Chiesa”.
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E morto Dio… vennero gli dei. Il neopaganesimo di Alain de Benoist si costituisce in antitesi al cristianesimo
L’epoca dei miti è l’epoca del declino del cristianesimo dalla scena europea. Dagli inizi dell’800 sino a tutto il nostro secolo una schiera di pensatori, di artisti, di poeti viene vagheggiando una nuova fede, che non è semplicemente quella illuministico-rivoluzionaria (e poi marxista) animata dall’idea di progresso e volta verso il futuro di un’umanità redenta, bensì mossa dal desiderio di far rivivere gli dei dopo la «morte di Dio». Dalla mitologia germanica di Wagner (sia pure mitigata da elementi cristiani), al Dioniso di Nietzsche, a «Il mito del XX secolo» di Rosenberg, il filosofo del nazismo, è tutto un proliferare di immagini, di richiami, dal sapere vedico a quello celtico, che hanno un valore «sostitutivo». Quella che possiamo chiamare la variante di destra dell’«epoca della secolarizzazione» non si accontenta infatti della scomparsa del Dio cristiano, che pure combatte; ne vuole superare il vuoto che rimane conservando il senso del «sacro», della sacralità del mondo: di qui la funzione del mito. Esso «sostituisce» la fede cristiana impedendone la rinascita e bloccando al contempo l’esito necessario del processo di secolarizzazione verso il nichilismo. La realizzazione massima della capacità persuasiva ed ottundente del mito la si è avuta senza dubbio nella Germania dei dodici anni nazionalsocialisti. Qui nel suo coniugarsi con la politica, in quella che G. Mosse ha chiamato «l’estetica della politica», il mito si è fatto liturgia — nelle incredibili adunate nello stadio di Norimberga —, culto attorno all’unico Capo. La sconfitta del Reich e la fine della guerra hanno segnato in Europa l’emergenza della variante di sinistra dell’epoca della secolarizzazione, dal neoillumismo al marxismo, una mentalità de-mitizzante che privilegia l’utopia volta al futuro e relativamente povera di immagini. La crisi di questo pensiero nel periodo che segue al ‘68 coincide con una ripresa dell’opera di Nietzsche, quale profeta del «nichilismo», e di Heidegger per il quale il nichilismo occidentale concludendosi lascia ormai intravedere un nuovo spazio per il sacro come tale. E in questo clima, di declino del messianesimo marxista, di crisi del cristianesimo e di esigenza di nuove fedi che si inquadra il fenomeno di rinascita di una «Nouvelle Droite» in Francia. Come ha scritto J.-M. Domenach: «Tutto si svolge come se questi europei, dopo aver riposto le proprie speranze nel cielo (religioni verticali) e poi nella terra (religioni orizzontali), ritornassero alle religioni telluriche, al culto degli eroi morti e delle tradizioni sepolte». Questo avvenimento di cui recentemente, a partire dal 1979, si è occupata anche la stampa francese ed italiana è inquietante per almeno due fattori: per la diversità rappresentata rispetto alla destra tradizionale e classica, per il rapporto con il cristianesimo. Nei riguardi di quest’ultimo è certo che esso, più ancora che le ideologie di sinistra, viene rappresentato come il nemico principale. Già ai tempi della rivista «Europe-Action» (1963-66), uno dei periodici che costituiranno la fucina della nuova destra, gli argomenti anticristiani sono presenti. Questa tendenza si radicalizza con la fondazione del Grece (Groupment de Recherche d’etudes pour la Civilisation Européenne) nel 1969. Così la casa editrice dell’associazione — Copernic — edita opere anticristiane come L. Rougier, Celse contre les chrétiens; Id., Le conflit du christianisme primitif et de la civilisation antique; E. Renan, Judaism et Christianisme. Sulle consuetudini e tradizioni precristiane esce nel 1975 Les Solstices. Histoire et actualité di Jean Mabire e Pierre Vial sulle pratiche solstiziali europee; nel 1983 Alain di Benoist e Pierre Vial pubblicano il volume La mort. Tradition populaires / Histoire et actualité. In Italia d’altra parte la «nuova destra» italiana gli fa eco e la casa editrice AR dedica una collana («Paganitas») ai polemisti anticristiani antichi (Giuliano Imperatore, Celso, Porfirio) unitamente agli scritti di J. Evola sulla romanità tra cui L’imperialismo pagano. Se il filone italiano dipende nella sua critica al cristianesimo proprio da Evola quello francese è più direttamente influenzato da Nietzsche. Qui il vero e proprio organizzatore e ideologo del movimento è sicuramente Alain de Benoist, nato a Parigi nel 1942, collaboratore del «Figaro Magazine», autore di numerose opere tra cui ultimamente Comment peut-on être païen?, Paris 1981 («Come si può essere pagani?», tr. it., Basaia ed., Roma 1984) riguarda direttamente il nostro tema.
«Per chi considera con Nietzsche che la cristianizzazione dell’Europa [...] fu uno degli avvenimenti più disastrosi di tutta la storia fino ai nostri giorni — una catastrofe nel senso proprio del termine — che può significare oggi la parola “paganesimo”?» (p. 11). Questa domanda costituisce come la premessa all’intero scritto. Questo, che nell’insieme sta sotto la manifesta influenza di Nietzsche citato copiosamente, si prefigge di chiarire il senso di un paganesimo dopo il cristianesimo, di un paganesimo cioè che al di là di ogni intenzione non può più ripresentarsi nella sua immediatezza ma deve giocoforza assumere una nuova veste. Come avverte l’Autore poiché il «ritorno all’anteriore» è «impraticabile» ne consegue che «un nuovo paganesimo deve essere veramente nuovo» (p. 192). Per de Benoist ormai «non v’è bisogno di “credere” in Giove o in Wotan — [...] — per essere pagani. Il paganesimo oggi non consiste nell’innalzare altari ad Apollo o nel resuscitare il culto di Odino. Implica, invece il ricercare dietro la religione» l’«universo interiore cui essa rinvia». In «breve, implica il considerare gli dei come “centri di valori”», gli «dei e le credenze passano, ma i valori permangono» (pp. 23-24). La fede pagana ê allora una fede in divinità ridotte a simboli, una fede che richiama quella di tipo ellenistico cui il testo non a caso rinvia come possibile modello (pp. 193-195).
Qual è l’essenza di questo paganesimo per il quale gli dei, post-cristianamente, non possono più essere reali? Per de Benoist essa consiste nella sacralizzazione del mondo mediante i miti. Il paganesimo cioè, nei confronti del cristianesimo accusato di aver desacralizzato e demitizzato il mondo, si presenta come un’«altra spiritualità» più forte e più intensa: per essa il mondo non è separato da Dio ma è esso stesso divino. Qui sta secondo l’ideologo francese il vero punto di separazione tra paganesimo e cristianesimo, nel «dualismo» che caratterizza la posizione cristiana circa i rapporti Dio-mondo, per la differenza qualitativa che frappone tra uomo e Dio, differenza che viene invece a togliersi nella mitologia pagana per la quale il divino non è altro che la proiezione sublimata dell’umano. Il mondo paganamente inteso, come ciò che in se stesso è divino, è allora eterno, non ha né inizio né fine, è l’assoluta presenza dell’essere parmenideo. Questa sacralità del mondo non è però intesa da de Benoist alla maniera ad es. di Goethe o di Hölderlin, come splendore che promana dall’essere, bensì, dopo Nietzsche, come opera mitologizzante da parte dell’uomo, come creazione-trasfigurazione della volontà di potenza. La realtà infatti in sé non è che vuoto caos di fronte a cui si erge, sartrianamente e nietzschianamente, la libertà come assoluto creatore di forme, come energia che plasma il mondo secondo la misura del proprio volere. L’idea di un «cosmo», di un ordine in senso classico che la ragione e chiamata a «riconoscere», è qui definitivamente perduta.
In effetti il paganesimo di de Benoist è molto più la ripetizione del neopaganesimo nietzschiano che non quella del mondo precristiano, è un paganesimo cioè che si costituisce dialetticamente, mediante l’antitesi al cristianesimo e non già per forma propria ed originale. In ciò d’altra parte risiede la caratteristica propria del mito in senso moderno, nella sua volontà di superamento del cristianesimo senza però poter esser creduto nella sua verità: il mito nell’epoca post-cristiana è inevitabilmente ideologia. «Il paganesimo dell’avvenire — annunciato dal leader della “Nouvelle Droite” — sarà un paganesimo faustiano» (p. 192). Faust e, molto prima di lui, Caino, sono i prototipi di questa nuova umanità che trova il suo fondamento nella «volontà della volontà», nella volontà che vuole solo se stessa e che si afferma al di là di ogni norma, al di là del bene e del male. Il cuore del paganesimo starebbe infatti, Secondo l’Autore, nel senso della innocenza del mondo, nell’ignoranza felice di una colpa originaria, nel rifiuto della distinzione morale bene-male a favore di quella per cui è bene ciò che accresce la potenza e male ciò che la diminuisce. Nel campo della politica ciò significa, in accordo all’«ideologia del paganesimo indo-europeo» la fine dell’«antagonismo biblico tra la morale o il diritto e la sovranità politica» (p. 161). Qui le relazioni che dominano la scena sono «organiche» all’interno dello Stato e, come vuole Carl Schmitt, basate sul rapporto amico-nemico all’esterno. Nel campo della potenza la conflittualità è la norma. Le torbide immagini nietzschiane sull’uomo guerriero ed eraclitee sulla guerra madre di tutte le cose tornano enfaticamente in de Benoist. Di contro al «monoteismo giudeo-cristiano» il quale esige «l’estinzione dei conflitti, senza rendersi conto che la struttura conflittuale è quella stessa del vivente e che la sua estinzione implica l’entropia e la morte, il paganesimo europeo poggia su di un pluralismo antagonista di valori» (p. 164). Il paganesimo sacralizzerebbe così la lotta poiché «la contraddizione è il motore stesso della vita, il desiderio di farla sparire è un desiderio di morte» (p. 163). In questa concezione agonale che fa della lotta l’essenza stessa della vita risiede anche il tragico. Questi non muove però alla compassione o allo scoramento: «Il tragico implica una volontà di misurarsi col tempo, ben sapendo che questo alla fine vincerà, senza mai trovare nella certezza della caduta finale — la morte — il minimo pretesto per rinunciare» (p. 179). Questo «pessimismo della forza», che caratterizza la destra europea dopo Nietzsche, non è casuale ma emerge in rapporto al problema dell’ateismo. Mentre il pensiero pessimistico precedente a Nietzsche (Leopardi, Schopenhauer), apre in una qualche misura ad una prospettiva religiosa, la volontà nietzschiana di trarre ogni possibile conseguenza dall’opzione atea, impedisce, coniugando assieme pessimismo ed attivismo, un simile sbocco.
Quest’uomo, «esserci-per-la-morte» in senso heideggeriano, pura misura di se stesso, non ha un’«essenza» universale. Il paganesimo come politeismo diventa nella sua forma concettuale moderna sinonimo di nominalismo. La «svolta nominalista», cui era dedicato il numero dell’agosto ‘79 di «Nouvelle Ecole», la rivista teorica del gruppo, rappresenta anch’essa una logica conseguenza della posizione nietzschiana. Se non esiste più una verità obiettiva ma fondamento di tutto è la volontà di potenza, allora i concetti non sono che vuoti nomi con cui plasmiamo a piacere il mondo, essi non decifrano più nulla poiché nulla v’è da decifrare (con ciò la «NouveIle Droite» si separa anche dalla destra tradizionale, dallo stesso Evola, nella misura in cui questa conserva l’idea di una verità eterna). Lo stesso termine «uomo» non rimanderà più a nulla, non esiste più l’uomo come «immagine di Dio», ma solo una molteplicità di atomi in perenne lotta tra di loro. Viene meno così l’idea di universali diritti dell’uomo, cui l’Autore ha dedicato un saggio critico (A. de Benoist - G. Faye, La religion des droits de l’homme, in «Elements», gennaio-marzo 1981), nonché l’idea di uguaglianza, fondata sul presupposto che tutti gli uomini siano eguali di fronte a Dio. L’apologia della diversità e della differenza copre qui l’esaltazione dei più dotati, intellettualmente e fisicamente, di una «aristocrazia» che coincide perfettamente con l’ideale del superuomo nietzschiano. L’uomo — si afferma in Come si può essere pagani? — deve ambire «a diventare come gli dei», l’uomo «non deve soltanto essere se stesso, essere conforme alla propria “natura”, deve anche cercare di darsi una “supernatura”, di acquistare una sovrumanità» (p. 203). L’interesse per le scienze, coltivato dalla «Nouvelle Droite», dalla genetica, alla biologia (J. Monod), sociobiologia (E.O. Wilson), etologia (K. Lorenz), è finalizzato proprio, mediante la dimostrazione delle diversità innate e costitutive degli individui, a fondare questa «elite» antropologica. Il nuovo paganesimo appare così molto vicino a quello passato, nazionalsocialista, il cui capo non a caso viene esaltato da de Benoist come «l’ultimo rappresentante della grande politica classica». Il fascino vuoto e cupo che da esso promana non ha tratto lezione dal dramma immane che ha insanguinato l’Europa e il mondo negli anni ‘40. Il nuovo «mito del XX secolo» riemerge inquietante all’insegna del disprezzo di Abele e dell’esaltazione di Caino come una delle due fedi secolari, affatto estinta, dello spirito europeo nell’epoca della secolarizzazione.
E l’anticlericalismo riempie gli scaffali
Un po’ nascosto tra libri di religioni orientale e di scienze umane. Il catalogo, una cinquantina di titoli in tutto, è abbastanza mimetizzato. Compaiono, in ordine sparso, promesse di rivelazione sconcertanti ed esclusive: dalla Bibbia atea alla storia criminale del cristianesimo, tutto Odifreddi e tutto su cardinali e cortigiane, insieme all’immancabile reportage sull’Opus Dei segreta. I clienti che affollano la libreria non sembrano particolarmente attratti: ma, ammonisce l’ultimo numero del Regno-attualità in un articolo di Maria Elisabetta Gandolfi che si occupa della vicenda, «se il libraio decide di creare una sezione apposta da offrire all’acquirente ciò significa che tanti titoli formano una linea e che, pur essendo il sentimento anticlericale antico quanto quello clericale, oggi questa linea si fa consistente».
Quello bolognese è il primo caso in Italia, mentre Oltreoceano è un fatto assodato, visto che nelle grandi catene librarie – esempio Barnes & Noble – compare da tempo il settore "atheism" vicino a quello dedicato a cristianesimo, cattolicesimo, islam, buddismo… Annota ancora Gandolfi: «Mi domando, poi, se tra i due scaffali (l’anticlericale e il religioso) non via sia una relazione uguale ed opposta ovvero se questa parentela non sia la chiave di lettura che il mondo laico ha del fatto religioso in Italia».
L’iniziativa della libreria bolognese è uno «specchio dei tempi», commenta Andrea Menetti di Rebeccalibri, il portale dell’editoria religiosa italiana. «Il primo punto su cui interrogarsi è se la scelta di uno scaffale ad hoc nasca da una richiesta crescente o se invece abbia l’obiettivo di indurre e allargare il consumo di questo genere editoriale. L’altra grossa domanda è se questi titoli sono prodotti in maggioranza nel mondo anglosassone, in Francia o in Germania o se invece sono editi in Italia: in questo caso il discorso si fa più complesso e sicuramente non siamo di fronte ad una goliardata. Perché un conto è il giallo con le sue pur discutibili ricostruzioni: più grave invece quando si va a toccare l’essenza stessa della fede».
«Nelle librerie laiche – osserva Giuliano Vigini, direttore dell’Editrice Bibliografica – cresce il settore religioso anche perché sono molti i grandi editori che pubblicano volumi sul tema. E’ più difficile invece trovare una sezione religiosa ordinata. Tra religione, esoterismo, satanismo si rischia l’effetto suk». E la mescolanza, secondo Vigini, crea problemi di orientamento. «Prendiamo il caso bolognese. L’etichetta anti-clericalismo rischia di essere fuorviante se comprende sia i libelli polemici trainati dai passaggi televisivi sia le opere di studio sul fenomeno. Il risultato è che si rischia di relegare in una sorta di riserva queste sottosezioni. Per risolvere il problema sarebbe importante che le librerie adottassero suddivisioni più larghe come "attualità religiosa" o "i giovani e la fede", solo per fare alcuni esempi». Vigini propone infine un consiglio agli editori cattolici (4000 titoli all’anno, il secondo posto dietro la narrativa anche come tiratura) che fanno sempre fatica ad entrare nelle librerie laiche. «Anche questo è un problema di orientamento. Una top ten dei libri di cultura religiosa faciliterebbe la scelta della libreria anche sotto il profilo della classificazione delle opere».
«Se c’è uno scaffale sull’anticlericalismo» annota il sociologo Ivo Colozzi «significa che c’è una domanda crescente del mercato». E spiega così il fenomeno. «La Chiesa è diventata segno di contraddizione. Se fino a qualche tempo fa era parte integrante del nostro bagaglio culturale, ora ha spinto l’acceleratore sulla proposta e sull’identità. E questo suscita reazioni di ostilità che trovano un riverbero anche nella produzione editoriale». Secondo Colozzi la comparsa dell’anti-clericalismo nel «supermercato» dei libri non ingabbierà il fenomeno né lo renderà meno trasgressivo. «Qualsiasi tendenza culturale oggi ha bisogno del supporto mediatico. Senza l’etichetta che identifica lo scaffale anche l’anti-clericalismo non esisterebbe».
Da parte sua l’opinionista Gianni Gennari commenta: «Sorridiamo malinconicamente sul fatto indegno che, se cerchi una Bibbia o un Vangelo in una grande libreria laica, ti guardano come un estraneo e però viene ospitato tutto ciò che va contro la Chiesa. Mentre nelle librerie cattoliche trovi spesso anche i libri più laicisti e stupidi». Ma il problema vero, secondo Gennari, è intendersi su cos’è l’anti-clericalismo: «C’è quello sacrosanto che ha origine nel Vangelo ed è stato professato dai grandi santi. Una ribellione sana contro l’utilizzo della fede cristiana a scopo di potere. Ma nel caso della libreria di Bologna si va oltre l’anticlericalismo: per dare spazio soprattutto all’anti-cristianesimo e all’anti-papismo. E alla tendenza culturale che ritiene mitico e irrazionale tutto ciò che fa riferimento alla fede cristiana».
«La presenza di certe collane in libreria – aggiunge Gennari – non mi meraviglia. Ma la risposta dei cattolici non deve essere improntata alla paura cedendo alla tentazione di rispondere con esagerazioni ad altre esagerazioni. Di fronte all’anti-clericalismo le nostre armi si chiamano coraggio e mitezza, solidità e rinnovamento del nostro modo di comunicare».
Ultimo diktat laicista: vietata l’Ave Maria
di Renato Farina
Tratto da Il Giornale dell'1 novembre 2009
Vietato in Comune, prima durante e dopo un matrimonio, dire l’Ave Maria. O forse è vietato dirla e basta. Forse è una bestemmia contro il Dio della Santa Religione Multiculturale. Accade a Varese, ma è un sintomo, non un caso eccezionale. Un amico mi racconta, e io trascrivo. È una persona seria: è un dirigente del Movimento cristiano lavoratori (Mcl) di cui è presidente nella città insubrica e bossiana. Per intenderci: Peppino Falvo non è un fanatico né un bigotto. Va volentieri al matrimonio civile di una coppia di amici. Non si scandalizza. La vita è così complicata...
Dice Falvo: «Il fatto è avvenuto nel palazzo degli Estensi, sede del comune di Varese, martedì 29 settembre. Ero stato invitato al matrimonio di una coppia di carissimi amici. I nomi li dico, visto che è un atto pubblico, e anche per una ragione che si capirà poi: sono Flor de Lourdes e Alfonso Maria. La cerimonia civile era officiata - si dice così - dal consigliere comunale architetto Franco Prevosti innanzi a circa cinquanta persone di diversa nazionalità. A fine rito, quello civile è arido, ho preso la parola per innaffiare di qualche frase meno burocratica la felicità degli sposi che era di tutti noi».
Auguri, cento anni, figli eccetera. Poi pronunciare i due nomi - Lourdes e Alfonso Maria - fa scattare sui due piedi una proposta: «Che ne dite se diciamo insieme un’Ave Maria? Inizia a dire «Ave-Maria-piena». Alt! L'architetto alza la paletta del vigile urbano del politicamente corretto. Peppino dopo un mese non si dà ancora pace: «Non volevo fare un gesto premeditato o provocatorio (come se dire l’Ave Maria fosse una provocazione poi...), ma l’ho fatto perché era così naturale ispirandomi al nome degli sposi e per dare una nota spirituale che conosco di loro gradimento. Il celebrante mi ha immediatamente interrotto, proibendo la preghiera ed eccependone l’inopportunità in quel luogo. Siamo usciti tutti dall’aula attoniti e umiliati e con un senso di colpa come quello di chi abbia voluto in qualche modo tentare di profanare un luogo che non appartiene alla civiltà del nostro Paese ma a chissà quale ideologia. Difficile spiegare l’accaduto ai partecipanti alla cerimonia, specialmente a coloro che non comprendono l’italiano. Tutti, anche gli stranieri, abbiamo recepito come incomprensibile un tale divieto sapendo esservi in Italia e a Varese una maggioranza di religione cattolica».
Falvo si pone degli interrogativi che sono anche i miei. «Per quale motivo una preghiera semplice e popolare risulta indecente per un’aula comunale? Perché solo la nostra fede è così scandalosa? Perché le altre religioni, in particolare quella musulmana, vengono rispettate, vedi per esempio il velo non integrale delle donne, i copricapo dei musulmani, le frequenti prostrazioni in luoghi pubblici (piazze, strade, luoghi di passaggio pubblico) rivolti alla Mecca creando talvolta notevole intralcio e disturbo per le invocazioni ad alta voce e le difficoltà di transito dei passanti? Perché i musulmani si permettono di distruggere le nostre immagini e noi invece dobbiamo rispettare le loro? Perché una pacifica manifestazione del sentimento religioso come la preghiera dell’Ave Maria durante un matrimonio suscita scandalo in un luogo pubblico?».
Aspettiamo un chiarimento, una paroletta ufficiale o anche ufficiosa. Qualche cavillo si troverà per giustificare quello che a me sembra un furto di identità, un’estirpazione di radici, un sequestro del sentimento cristiano del nostro popolo. A chi fa male, a chi dà fastidio una preghiera cristiana?
Una ben strana idea di laicità questa. Non è stato un errore, ma dev’essere proprio un metodo. Di certo un costume Franco Prevosti è presidente della Commissione cultura, ed è del Popolo della libertà. Ci possono essere tante idee diverse in questo partitone. Ma che idea di laicità è questa? Una volta peraltro Prevosti, che è un uomo sicuramente di forti convinzioni, ha rotto la laicità della cerimonia quando si è fatto festeggiare lui più degli sposi. Trascrivo da un sito internet varesino: «Angela e Athos non lo sapevano quando hanno varcato il portone di Palazzo Estense ieri mattina, sabato 13 giugno, ma hanno scoperto di partecipare a un piccolo-grande record quando hanno visto spuntare fotografi e curiosi. Già, perché la coppia che ieri si è sposata nella bella sala del Comune di Varese dedicata alle cerimonie, è stata la trecentesima che Franco Prevosti ha unito in matrimonio. Un risultato tanto curioso quanto sensazionale per il consigliere comunale varesino, «specializzato» in fiori d’arancio dal 2006 in avanti.
Qualcuno, scherzando, ha accostato il cognome «clericale» del consigliere all’attività matrimoniale; di certo l’architetto Prevosti ci ha preso gusto, surclassando il sindaco Fontana e gli altri consiglieri nel numero di «sì» tanto da meritarsi una torta (quasi) nuziale per festeggiare l’evento.
Vorremmo capire: è una questione di eleganza? Una torta nuziale per il celebrante va bene, è laica, e una preghiera squalifica e abbrutisce? Non è un calcolo, ovvio, ma uno stato del pensiero pubblico, uno stato d’animo, la paura presente in tutti di schiacciare i piedi a qualche imam o a qualche corifeo del laicismo. Risultato alla lunga sarà l’annullamento di ogni memoria che non sia la classifica del campionato. Noi invece siamo orgogliosi della nostra origine, dei nostri canti, del nostro nome e cognome.